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mercoledì 3 giugno 2026

FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.