di Salvo Lo Galbo
BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE
Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.
Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.
LA VERITÀ SU ZELENSKY
Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».
Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.
Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.
UN POPULISTA LIBERALE
Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.
LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE
Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.
Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.
IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY
Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.
IL LOGORAMENTO SOCIALE
Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:
- La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
- Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
- Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.
Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.
La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.
Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.
La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.
Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.





