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Bolivia, Paz messo alle strette. Prendiamo nelle nostre mani il futuro del paese!

 


Alberto Giovanelli

Guidate dai lavoratori delle miniere, di fabbrica e dal settore dell’istruzione, ieri le proteste si sono intensificate in tutto il Paese. Il governo di Rodrigo Paz cerca di rispondere con la repressione, ma è stato sconfitto nelle strade di La Paz e di El Alto da una resistenza popolare che ha costretto le forze di polizia e militari a ritirarsi.

L’alleanza tra lavoratori e contadini assedia il governo, oggi con oltre ottanta blocchi stradali, e la tendenza è all’aumento. L’alleanza tra operai-contadini si è rafforzata con l’adesione di settori popolari guidati dalle Juntas Vecinales (comitati di quartiere) di El Alto e dalla Confederación de Trabajadores por Cuenta Propia. Le basi di queste organizzazioni lanciano lo slogan: “Fuori Rodrigo Paz! Che si dimetta il governo incapace!”.

Il governo ha perso ogni forza e legittimità per avviare qualsiasi negoziato. Viene sfidato con forza il potere dei ricchi, delle compagnie petrolifere e dell’agroindustria, delle banche e degli oligarchi, delle ingerenze degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Questo movimento si trasforma oggettivamente in un’insurrezione delle maggioranze sfruttate e oppresse.

Il governo è entrato troppo velocemente nella sua china disastrosa e ha subito un’erosione accelerata della sua legittimità.

Il paese entra ancora una volta in un terreno di “dualismo dei poteri”. Assistiamo nuovamente all’esistenza di uno Stato borghese (rimesso in piedi da Paz) e di un potere popolare che si rifiuta di obbedire.

In sintesi, il governo mantiene l’apparato statale, ma in condizioni di grave disorganizzazione e debolezza; i sindacati riacquistano forza nelle piazze insieme ai movimenti sociali, di quartiere e persino agli studenti universitari, che occupano oggettivamente il centro della scena. Ma anche la destra di Tuto Quiroga cerca di trarre vantaggio dall’indebolimento del governo, mentre il malcontento popolare si moltiplica in assenza di una guida unitaria.

Le stesse direzioni sindacali traggono le loro conclusioni dopo essersi accordate con il governo nel mese di gennaio. In quell’occasione, in seguito agli accordi, hanno ricevuto le critiche implacabili delle basi contadine, che hanno iniziato a non dare riconoscimento ai propri dirigenti. I rappresentanti della provincia di Omasuyos hanno attaccato a colpi di frusta l’auto in cui si trovavano i dirigenti dei lavoratori. Persino la COB (Central Obrera Boliviana) ha dovuto autocriticarsi pubblicamente, ed è per questo che oggi esigono le dimissioni di Paz senza alcun tipo di condizionamento.

La base della COB e l’alleanza tra operai e contadini dimostrano di possedere una forza enorme e di poter dare un carattere formale al potere duale che esiste nelle strade.

Ora dopo ora, minuto dopo minuto, man mano che la mobilitazione cresce, diventa sempre più chiaro che è possibile sconfiggere l’intera offensiva imperialista e interventista degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Si può lottare non solo per le rivendicazioni economiche, ma anche per il potere politico delle formazioni della classe lavoratrice, per il potere dell’alleanza operaia e contadina. In concreto, il prossimo periodo è quello in cui rendere cosciente la lotta per il governo della COB, delle organizzazioni contadine, delle organizzazioni di quartiere e giovanili.

Per questo, mentre dichiariamo lo sciopero generale fino alla caduta del governo, dobbiamo preparare allo stesso tempo il programma operaio, popolare e contadino di soluzione a questa crisi, in diretta contrapposizione al programma neoliberista che Paz sta applicando.

Il PIL della Bolivia è il frutto del lavoro delle maggioranze sfruttate e oppresse. Chi si appropria della stragrande maggioranza dei profitti di quella ricchezza non è la classe lavoratrice che la produce, bensì l’oligarchia, la borghesia e l’imperialismo. Quella stessa élite bancaria, agroindustriale, latifondista, farmaceutica e petrolifera, che non intende pagare nemmeno un centesimo per la crisi, colloca i profitti estorti in rifugi finanziari all’estero. Questo non è contribuire, ma saccheggiare. È necessario stabilire una tassa pesante su questi saccheggiatori, è necessario che il Paese si riappropri della ricchezza del proprio lavoro, per il monopolio del commercio estero, un piano di sviluppo superiore nelle mani di un autentico governo operaio, contadino e popolare.

Sciopero generale fino alla caduta del governo!

Assemblee popolari e democratiche nelle quali i lavoratori e i contadini discutano il piano di governo alternativo!

Per un governo di chi sta in basso, di chi non ha mai governato, della COB, delle comunità indigene, dei contadini, dei giovani, delle comitati di quartiere!

Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.

Reform: un partito di padroni in vestiti populisti

 


KD Tait


Il 7 maggio Reform UK ha assunto il controllo di 14 consigli comunali inglesi, ha conquistato 17 seggi a Holyrood (parlamento scozzase) – la sua prima rappresentanza elettiva in quel parlamento – ed è diventata l’opposizione ufficiale nel Senedd (parlamento del Galles) con 34 membri. Altrove abbiamo analizzato i risultati delle elezioni. Qui ci chiediamo che tipo di progetto politico sia Reform, quali interessi serva, e come dovrebbero rispondere i socialisti all’affermazione secondo la quale questo partito stia parlando a nome della classe lavoratrice.

Reform UK è l’ultimo veicolo di una corrente con una storia ben più antica. Le sue radici affondano nello sciovinismo “della piccola Inghilterra” della destra conservatrice postimperiale: il Bruges Group, i ribelli di Maastricht, il Referendum Party, l’UKIP e il Brexit Party. È definito dall’ostilità all’integrazione europea e all’immigrazione, e agli impegni normativi ad esse associate. Per gran parte della sua storia, questa è stata una corrente minoritaria nella destra politica britannica.

La Brexit ha cambiato tutto. Il referendum del 2016 ha trasformato una tradizione marginale in una forza politica di massa e ha fornito a una particolare fazione del capitale britannico uno strumento per un progetto di classe concreto: rompere con l’UE e con il più ampio quadro normativo europeo, le cui regole in materia di lavoro, ambiente e aiuti di stato ponevano dei limiti, per quanto deboli, alla libertà di capitale.

Ciò ha significato deregolamentazione del mercato del lavoro, attacchi alla spesa sociale, accelerazione della mercificazione del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), abbandono dell’obiettivo di zero emissioni nette per proteggere gli interessi dei combustibili fossili, liberazione del settore finanziario dalla supervisione europea e apertura ad accordi commerciali con gli Stati Uniti. La visione positiva, per quanto ve ne fosse una, era quella di un’economia a bassa tassazione e bassa regolamentazione, trainata dalla finanza e orientata verso circuiti di capitale redditizi negli Stati Uniti, nel Golfo e in Asia, piuttosto che verso il mercato europeo.

Il suo patriottismo implicava anche il riarmo e un atteggiamento imperialista più aggressivo all’estero, come dimostrato da Nigel Farage e Richard Tice nel loro iniziale sostegno alla guerra di Trump contro l’Iran, prima di ritirarsi quando si è rivelata impopolare.

Naturalmente, questo progetto non poteva essere dichiarato apertamente. Una campagna per allungare la giornata lavorativa e privatizzare i servizi pubblici non avrebbe vinto un referendum. La fazione di capitalisti dietro la Brexit ha fatto ciò che tali fazioni hanno sempre fatto: ha costruito una base di massa su slogan razzisti, nazionalisti e autoritari, fabbricando una “crisi” per incanalare la legittima rabbia della classe lavoratrice verso politiche reazionarie. “Riprendiamoci il controllo” era la formula, ma il controllo da riprendere era quello del capitale, non quello dei lavoratori.

ANDANDO OLTRE LA BREXIT

Reform UK porta avanti quel progetto. Sebbene i conservatori abbiano realizzato più o meno una “hard Brexit” (Brexit dura), in seguito la pandemia, la guerra in Ucraina e il protezionismo di Trump hanno reso più difficile la realizzazione di una Britannia corsara indipendente. Reform sostiene quindi che la promessa centrale della Brexit – quella di «riprendere il controllo» delle frontiere – sia stata tradita dai conservatori, i cui nuovi accordi commerciali e fallimenti economici hanno ridotto l’immigrazione europea ma aumentato quella non bianca. Reform sostiene inoltre che il Labour desideri segretamente rientrare nell’UE.

I finanziatori di Reform provengono dalla stessa corrente della destra Brexit, ora consolidata attorno al partito: finanza speculativa, hedge fund, ricchezze legate alle criptovalute e interessi legati ai combustibili fossili. Tra questi figurano Jeremy Hosking e Christopher Harborne, insieme a una rete transatlantica che collega la destra britannica all’asse MAGA, alla lobby dei combustibili fossili e all’apparato politico dei think tank di estrema destra e pro libero mercato.

Il partito ha attinto anche all’apparato ideologico che ruota attorno all’ala del nazionalconservatorismo britannico: il teologo di Cambridge James Orr, scrittori postliberali e nazionalconservatori, nonché i conduttori di GB News che fungono da propagandisti interni.

La piattaforma di Reform si è spostata ulteriormente a destra dopo la Brexit, incoraggiata dal crescente sostegno e dall’esempio di Trump. Il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo si accompagna a politiche anti-migranti modellate sull’ICE americano. Tagli fiscali per le imprese e i redditi alti finanziati da tagli alla spesa pubblica. L’abolizione dell’obiettivo zero emissioni protegge gli interessi dei combustibili fossili. La riforma “incentrata sulle assicurazioni” del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) presenta la privatizzazione come una libera scelta. La sua agenda autoritaria di guerra culturale e di controllo poliziesco prende di mira i sindacati, i manifestanti, gli attivisti per il clima e le minoranze.

Il razzismo serve a giustificare la crisi abitativa, la stagnazione salariale e il collasso dei servizi pubblici dopo quattro decenni di neoliberismo. La colpa è dei richiedenti asilo, dei consigli comunali “woke” e della massa informe di Westminster. I proprietari immobiliari, gli azionisti e la City vengono risparmiati.

Il carattere elitario di Reform è dimostrato dal susseguirsi di esponenti di spicco dei Tories che vi hanno aderito. Andrea Jenkyns ha lasciato il Partito Conservatore ed è stata eletta sindaca di Greater Lincolnshire per Reform. Danny Kruger, Robert Jenrick, Suella Braverman e Andrew Rosindell l’hanno seguita, tutti provenienti dall’ala destra parlamentare dei Tories. Malcolm Offord, ex membro della Camera dei Lord con i Tories, è ora a capo di Reform in Scozia e siede a Holyrood.

Si tratta di un partito populista di destra, profondamente capitalista nella sua gestione finanziaria, nella sua ideologia e nella sua leadership, che maschera le sue politiche a favore dei ricchi con pregiudizi di “buon senso” mentre Farage sorride alle telecamere, con un boccale di birra e una sigaretta in mano.

IL MITO DELLA “CLASSE OPERAIA BIANCA”

Nonostante gli sforzi di una lobby ben finanziata per sostenere il contrario, l’ascesa di Reform non è semplicemente una rivolta della classe lavoratrice. La sua base principale comprende ex elettori del Partito Conservatore, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, pensionati ed elettori anziani e socialmente conservatori dell’Inghilterra meridionale e costiera: fasce di popolazione da tempo ricettive alle politiche anti-immigrazione e ostili alla redistribuzione.

Ma Reform sta attirando anche lavoratori anziani provenienti da aree deindustrializzate come Sunderland, Tameside, le valli gallesi e il bacino carbonifero di Durham, dove il ritiro del Partito Laburista e dei sindacati dalla loro base operaia ha svuotato i legami di classe.

La cosiddetta “classe operaia bianca” è una costruzione ideologica, non una realtà sociologica. Essa razzializza la classe, tratta i lavoratori neri e asiatici come anomalie e ignora le reali divisioni di classe tra imprenditori, lavoratori autonomi e salariati. La “guerra al woke” di Reform contrappone gli oppressi e i poveri agli abitanti delle città e dei quartieri “dimenticati”.

Reform, come il Blue Labour (i settori più di destra del Partito Laburista, ndr), usa un linguaggio di classe per presentare gli attacchi ai lavoratori come una difesa dei loro interessi. Il suo scopo è quello di spostare la politica a destra su temi come l’immigrazione, il welfare e la cultura.

Per alcuni elettori, votare per Reform non è tanto un’approvazione di Farage quanto una protesta contro “l’establishment”. Ma è comunque più di una protesta. Significa dare sostegno a un programma sempre più di destra e apertamente razzista: privare i migranti dei loro diritti, attaccare i cittadini britannici non bianchi, espulsioni di massa e campi di detenzione modellati sull’America di Trump. Non è un voto contro l’establishment, è un voto per la reazione populista di destra.

Non c’è dubbio che Reform abbia attratto un numero considerevole di elettori della classe lavoratrice ed ex elettori laburisti. Gran parte della responsabilità è da attribuire al Partito Laburista. Esso non è riuscito a contrastare le politiche anti-immigrati come usate come spiegazione automatica per la carenza di alloggi, la disoccupazione e il declino sociale. Al governo e nei consigli comunali, il Partito Laburista ha anche contribuito a creare le condizioni che ora Reform sfrutta: austerità, tagli, politiche abitative fallimentari e peggioramento dei servizi pubblici.

CHE FARE?

Decenni di arretramento del Partito Laburista dall’insediamento nella classe, di compromessi su welfare e immigrazione, e di assecondamento degli interessi dei padroni hanno creato il vuoto politico che Reform ora colma. In alcune aree, il Partito Laburista sta perdendo elettori in direzioni opposte: a favore di Reform a destra e dei Verdi a sinistra. Sotto Starmer, una retorica più dura su frontiere, proteste, welfare e difesa si è combinata con politiche di austerità che peggiorano le condizioni dei lavoratori. Il partito che afferma di contrastare Reform gli sta spianando la strada.

Ciò che può contrastare Reform è la ricostruzione del potere della classe lavoratrice. Ciò significa lotta di classe, antirazzismo e antifascismo nei luoghi di lavoro, nei sindacati e nelle comunità. Significa un programma anticapitalista sui contenuti che Reform sfrutta: alloggi, salari, servizi pubblici e diritti democratici. E significa rivolgere la rabbia contro i padroni, i proprietari terrieri e le istituzioni statali responsabili della crisi.

Né il Partito Laburista né i Verdi sono disposti o in grado di organizzare questo scontro con il capitale. Il compito spetta ai socialisti, ai militanti sindacali e alle organizzazioni di classe: smascherare Reform come partito dei padroni, combattere il razzismo ovunque si manifesti e costruire un’alternativa politica radicata nella lotta di classe.

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia  sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista

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Your Party espelle la sua ala sinistra

 


Il 12 aprile 2026 il Central Executive Commitee (Comitato Esecutivo Centrale) di Your Party — la nuova formazione lanciata lo scorso anno dall’ex leader laburista Jeremy Corbyn e dall’ex deputata laburista Zarah Sultana — ha votato per espellere i membri delle varie tendenze socialiste interne. Migliaia di persone avevano aderito al progetto di Your Party nella speranza che diventasse una vera e propria rottura a sinistra del Partito Laburista britannico, che sotto il Primo ministro Keir Starmer ha continuato la sua accelerata deriva a destra. Invece, a pochi mesi dal congresso di fondazione, la stessa leadership del partito ha abbattuto la ghigliottina sulla sua ala sinistra.

Le espulsioni chiudono un capitolo. Hanno concluso una lotta su quale tipo di formazione sarebbe diventato Your Party, e la risposta è ora inequivocabile: uno strumento elettorale gestito burocraticamente, populista nella forma, politicamente informe nel contenuto e ostile a qualsiasi opposizione organizzata proveniente dalla sua sinistra. L’episodio merita di essere esaminato al di là della Gran Bretagna, perché mostra in forma condensata i riflessi burocratici che il populismo di sinistra esibisce ovunque quando si trova di fronte alla prospettiva della propria politicizzazione.

UN TORTO FATTO A UNO

La mossa della dirigenza è una dichiarazione di guerra alla base attiva del partito. Si tratta di un tentativo burocratico di schiacciare l’opposizione organizzata, mettere a tacere il dibattito politico interno e garantire che Your Party si sviluppi come una macchina elettorale strettamente controllata, invece che come un partito democratico della classe lavoratrice.

Le forze che stanno dietro a questa dirigenza hanno sprecato la migliore opportunità di un’intera generazione per costruire un partito socialista di massa in Gran Bretagna, e lo hanno fatto proprio nel momento in cui un partito del genere è ancor più necessario. Delle 800.000 persone che inizialmente avevano manifestato interesse per il progetto, la gestione verticistica dall’alto ha fatto sì che ne rimanessero circa 60.000. L’ulteriore allontanamento e demoralizzazione — accelerati dall’assenza di qualsiasi seria campagna politica — hanno portato molti di loro ad abbandonare del tutto la politica organizzata, o a passare al partito dei Verdi, che è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno su una base confusamente populista di sinistra.

Anziché aprire nuove sezioni, agire a sostegno degli scioperi o organizzare una campagna nazionale contro la guerra, il razzismo o il carovita, il Comitato Esecutivo Centrale ha dato priorità a un’epurazione interna che escluderà molti dei membri più attivi del partito. Ha affermato che le espulsioni erano necessarie per «democrazia, trasparenza e responsabilità», con la motivazione che un meccanismo decisionale guidato dai membri del partito è «possibile solo quando ogni membro può fidarsi del fatto che… tutti i membri mettano al primo posto gli interessi di Your Party». La formulazione tratta le aree socialiste organizzate come una minaccia intrinseca all’unità. La realtà è più semplice: la decisione non riguarda l’unità, ma il controllo.

Il diritto alla doppia appartenenza (a Your Party e contemporaneamente ad altre organizzazioni della sinistra di classe, ndt) — sancito nello statuto fondante del partito — viene di fatto strappato, anche se il Comitato Esecutivo Centrale ribadisce che tecnicamente «rimane in vigore» per le organizzazioni approvate dalla leadership. I diritti esistono solo a discrezione del centro.

Proprio durante la conferenza di fondazione di Your Party, una manovra burocratica ha impedito ai delegati di votare l’emendamento che respingeva il divieto dei gruppi rivoluzionari socialisti, nonostante fosse tra gli emendamenti più popolari presentati. Questo è tipico delle procedure pseudodemocratiche e dello stile da “culto del leader” a cui Corbyn e la sua cerchia si abbandonano ora, caratteristiche comuni alle formazioni populiste di sinistra dalla Spagna alla Francia. La richiesta che i membri si impegnino con Your Party solo a titolo individuale, astenendosi dall’organizzarsi con altri membri che la pensano allo stesso modo, è ipocrita. Ma non tutte le correnti saranno soggette alle regole: quelle al potere rimarranno intatte. L’epurazione inizierà con le aree della sinistra rivoluzionaria, ma il suo vero obiettivo è qualsiasi opposizione organizzata che possa emergere in futuro contro l’opportunismo della leadership.

RIFORMISMO BUROCRATICO: DAL PARTITO LABURISTA DI CORBYN A YOUR PARTY

La tendenza a escludere i rivoluzionari da Your Party rispecchia l’esperienza del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn tra il 2015 e il 2020. In entrambi i casi, l’ostacolo decisivo non era solamente la pressione proveniente dalla destra o dai media, ma il potere duraturo di uno strato burocratico riformista radicato nelle istituzioni del movimento operaio britannico. Come abbiamo sostenuto altrove, questo strato ha la funzione di regolare e contenere la lotta, dando priorità al lavoro elettorale e alla stabilità interna rispetto alla chiarezza politica e alla mobilitazione di massa.

Sotto Corbyn, il Partito Laburista diventò per un breve periodo un luogo di politicizzazione di massa e di aspettative radicali. Centinaia di migliaia di persone aderirono al partito, molte delle quali giovani che entravano per la prima volta nella politica organizzata. Eppure il suo nucleo burocratico – il gruppo parlamentare, i funzionari non eletti, le dirigenze sindacali – ha agito ripetutamente per restringere il dibattito, emarginare la sinistra interna e bloccare qualsiasi radicalizzazione programmatica. Il risultato è stata una leadership accerchiata dal suo stesso apparato, retoricamente impegnata nei discorsi sul socialismo ma incapace di trasformare sia il partito che il suo rapporto con la lotta della classe lavoratrice.

In realtà, Corbyn si è adattato a questi vincoli burocratici, e alla fine li ha utilizzati contro la chiara volontà della base del partito: sull’immigrazione, sul secondo referendum sulla Brexit, sulla gestione delle accuse di antisemitismo. Il suo socialismo parlamentare lo ha portato a cedere alla destra del gruppo parlamentare laburista, perché Corbyn ha sempre creduto che solo con la loro base sociale (in gran parte borghese) avrebbe potuto vincere le elezioni, attraverso un programma riformista moderato. Nel Partito Laburista quello schema è andato in frantumi. Ma la sua essenza – il laburismo di sinistra – sopravvive nel Your Party, sotto forma di deputati proprietari terrieri e persino di ex candidati del Partito Conservatore ai consigli comunali scelti per rappresentare il partito.

Your Party sta ora ripetendo la stessa traiettoria in forma compressa e su scala molto più piccola. Ancora una volta, una dirigenza riformista si trova di fronte alla prospettiva che un afflusso di membri politicizzati – specialmente membri organizzati attorno a programmi rivoluzionari – possa costringerla a dibattiti decisivi su cosa significhi socialismo in pratica, su come possa essere realizzato e su quali conflitti con lo Stato, il capitale e l’ordine politico esistente ciò comporti. Come nel caso del Labour, la risposta che la dirigenza dà non è affrontare quei dibattiti, ma chiuderli amministrativamente.

Il linguaggio è cambiato. Laddove il vecchio New Labour di destra (ai tempi di Tony Blair, ndt) parlava di «eleggibilità» e l’apparato di Corbyn di «unità ampia», l’attuale leadership di Your Party parla di «idoneità», «chiarezza» e «fiducia». È una logica familiare. L’azione politica viene considerata una minaccia; le tendenze organizzate vengono dipinte come sleali o estranee; la democrazia viene ridotta a una conferma passiva di decisioni prese altrove. Sia nel Labour sotto Corbyn che nell’odierno Your Party, il riformismo burocratico opera sostituendo la leadership politica con il controllo amministrativo, e trattando il programma come un brand elettorale invece che come il frutto di discussioni e lotte collettive.

Il parallelo non è casuale. L’ambiente di consiglieri, ex membri dello staff laburista, funzionari sindacali e attivisti professionisti che si erano raggruppati attorno a Corbyn nel Labour si è ricomposto attorno a lui nel Your Party. Hanno portato con sé gli istinti acquisiti in un decennio all’interno di un apparato riformista di massa. Questi istinti non sono socialisti; sono i riflessi di uno strato sociale la cui posizione dipende dalla gestione del rapporto tra la classe lavoratrice organizzata e lo Stato capitalista: contenere la prima, rassicurare il secondo.

CHE COSA PUÒ ESSERE SALVATO

La lotta sulla natura di Your Party è ormai giunta al termine, risolta dall’alto. Le espulsioni sono un dato di fatto. La domanda per il periodo a venire è: cosa si può salvare da questa esperienza?

Migliaia di persone hanno aderito a Your Party per costruire qualcosa che mettesse al primo posto la classe lavoratrice, in patria e all’estero, e sfidasse la macchina politica del movimento operaio ufficiale. Quell’aspirazione persiste, anche se questo particolare veicolo è stato paralizzato dalla sua stessa leadership. Sono state costituite sezioni, costruite reti, nuovi militanti sono entrati per la prima volta nella politica organizzata. Nulla di tutto ciò scompare soltanto perché l’apparato ha scelto questa strada.

Il passo successivo più utile per le sezioni sopravvissute, le organizzazioni socialiste e i singoli militanti è quello di orientarsi verso l’esterno, verso le lotte della classe lavoratrice del prossimo periodo: la lotta contro i tagli comunali, la lotta contro il carovita, la solidarietà con i lavoratori in sciopero, la difesa dei migranti, l’opposizione al razzismo e all’estrema destra e la lotta alla corsa al riarmo. Un fronte unito su questa base – rivolto ai sindacati, ai militanti sui posti di lavoro e ai gruppi politici territoriali, non limitato alla sinistra organizzata – potrebbe dare un contenuto politico concreto alla richiesta di un partito dei lavoratori e tenere unite le migliori forze dell’esperienza di Your Party in una lotta comune, affrontando nel mentre le questioni complessive riguardanti il programma e l’organizzazione.

Queste questioni non possono essere affrettate. Possono trovare risposta solo attraverso una discussione politica seria, all’interno di ogni qualsiasi insieme di sezioni e di organizzazioni che emergeranno dalle macerie di Your Party, e sulla base del diritto di costituirsi in tendenza a di organizzarsi per difendere le proprie posizioni. Un’organizzazione rivoluzionaria non deve fingere di avere tutte le risposte; deve essere pronta a imparare dalla classe. Ma un programma politico — una strategia per guidare le lotte di oggi verso il socialismo — non può essere ricavato solo dal lavoro delle sezioni locali. Deve affrontare le grandi questioni del momento, e la questione più importante che il movimento deve affrontare oggi è ancora quella che il collasso di Your Party ha posto ancora una volta: riforma o rivoluzione?

Per i socialisti di tutto il mondo la lezione è ben nota, ma l’esperienza l’ha resa ancora più evidente. Il populismo di sinistra offre una via apparentemente più breve verso il successo politico rispetto alla paziente costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Lo fa sostituendo la vita politica collettiva della classe con l’autorità di un leader, un marchio elettorale e un apparato tecnocratico. Laddove questo tipo di partito viene messo alla prova da una lotta reale – o dalla semplice pressione dei propri membri politicizzati – il suo nucleo burocratico si reimpone contro la propria base. Podemos, La France Insoumise, Syriza e ora Your Party: i dettagli differiscono ma la dinamica di fondo rimane la stessa.

Rimane il compito di costruire, in Gran Bretagna e a livello internazionale, un partito rivoluzionario radicato nella classe lavoratrice, aperto nei suoi dibattiti e armato di un programma in grado di guidare la lotta verso il potere. Qualunque cosa rimanga al di sotto di ciò riprodurrà, sotto un nuovo marchio, gli stessi limiti che hanno ripetutamente bloccato l’emergere di un’alternativa socialista di massa.

Rebecca Anderson e KD Tait

Cuba: tra embargo e burocrazia, una rivoluzione contesa

 


All’inizio del 2026, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’offensiva contro Cuba: l’imposizione di dazi a qualunque paese tentasse di fornire petrolio all’isola. La misura, giustificata con la premessa che il governo dell’isola rappresenti una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense, ha aggravato la crisi energetica e portato il paese sull’orlo del collasso.

Non si tratta di un fatto isolato, ma della continuità di una politica sostenuta per oltre sei decenni. L’embargo/blocco economico, commerciale e finanziario ha condizionato strutturalmente lo sviluppo di Cuba e, lungi dal colpire i vertici governativi, ha avuto e continua ad avere un impatto diretto sulle condizioni materiali di vita della popolazione. Non è uno strumento di democratizzazione, ma un meccanismo di punizione collettiva.

In questo contesto di asfissia, il 13 marzo 2026 il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha confermato ciò che già si sospettava: L’Avana e Washington erano in «dialogo». Persino dagli Stati Uniti, il deputato cubano-americano Mario Díaz-Balart ha affermato l’esistenza di conversazioni di alto livello con l’entourage di Raúl Castro, in termini simili a quelli che l’amministrazione Trump ha intrattenuto con la cerchia ristretta di Nicolás Maduro.

Meno di 24 ore prima, il governo cubano aveva annunciato la scarcerazione di 51 persone in seguito alla mediazione del Vaticano. Sebbene non sia mai stata utilizzata la categoria di “prigionieri politici”, attivisti e organizzazioni per i diritti umani sostengono che parte di essi faccia parte del gruppo di oltre mille prigionieri di coscienza che, in ripetute occasioni, sono stati usati come moneta di scambio nei negoziati con Washington.

Cuba arriva a questo scenario schiacciata da una doppia pressione: l’aggressione esterna dell’imperialismo statunitense e i limiti interni di un modello sempre più chiuso, gestito da una burocrazia che ha ristretto la partecipazione popolare.

CUBA PER TUTTI, TRANNE PER I CUBANI

In una situazione di carenza quasi totale di greggio e senza la capacità di coprire un fabbisogno giornaliero di 100.000 barili, i blackout a Cuba raggiungono le 20 ore consecutive, con due interruzioni nazionali in meno di 15 giorni e un totale di 7 in meno di 18 mesi. Una paralisi quasi totale dell’economia e gravi ripercussioni sui servizi di base: salute, istruzione e alimentazione.

La risposta del governo cubano è stata l’applicazione di misure che richiamano il “Periodo speciale” (anni ’90): appelli all’autosufficienza e apertura agli investimenti stranieri nel settore privato, inclusi quelli provenienti da una diaspora storicamente stigmatizzata dallo stesso discorso ufficiale.

In alcune dichiarazioni alla NBC News, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ministro del Commercio Estero e pronipote di Fidel Castro, ha anticipato che il governo cubano è aperto a «mantenere una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi».

La disponibilità a negoziare con Washington non è nuova. Nel 2016, durante il cosiddetto “periodo del disgelo”, imprenditori statunitensi sbarcarono in massa per iniettare dollari nell’industria del turismo. Barack Obama non solo sventolò la bandiera statunitense all’Avana, ma assistette a una partita di baseball tra i Tampa Bay Rays e la nazionale cubana allo Stadio Latinoamericano: alla sua destra la famiglia, alla sua sinistra Raúl Castro, allora presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri.

La notizia di nuovi negoziati — privi di trasparenza sui termini — ha quindi risvegliato un misto di aspettativa e indignazione. Sui social network si ripeteva una frase: “hanno preferito dialogare con il nemico piuttosto che con il popolo”, riaprendo le ferite dell’11 luglio 2021, quando migliaia di persone scesero in strada in una protesta senza precedenti terminata con oltre 1.500 arresti. Tra questi, un numero significativo di minori.

«L’ordine di combattimento è stato dato», disse allora Díaz-Canel.

La rivolta ha messo a nudo la differenza tra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura di un manipolo di politici”. Sono rimasti per strada i resti di una rivoluzione svuotata di contenuto e tradita. Perché, insieme alla richiesta di cibo e medicine, il popolo ha gridato anche “libertà”.

LA LUCE CHE NON È MAI ARRIVATA DEL TUTTO

Il processo rivoluzionario del 1959 ha segnato un prima e un dopo nella storia di Cuba e nella lotta contro l’imperialismo statunitense in America Latina. La caduta di Fulgencio Batista fu il risultato dell’azione combinata del movimento operaio, contadino e studentesco, e trovò nello sciopero generale del 1° gennaio un punto di svolta che consolidò il trionfo. La mobilitazione popolare fu il motore delle prime trasformazioni: campagne di alfabetizzazione, impulso all’industrializzazione e un vasto sviluppo culturale.

Per la prima volta nella regione, una rivoluzione espropriò i latifondisti e la borghesia, aprendo un processo di transizione al socialismo a poche miglia dalla principale potenza imperialista del mondo. A soli 90 miglia di distanza, l’esperienza cubana divenne un riferimento per un’intera generazione, uno stimolo per le lotte antimperialiste, anticapitaliste e socialiste, e una sfida diretta al potere degli Stati Uniti.

Tuttavia, quell’energia non si è mai tradotta in un reale controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione. Con il passare del tempo, è stata assorbita da una burocrazia che non ha ceduto il potere, finendo per consolidarsi come una classe privilegiata.

Oggi, questa struttura si esprime in conglomerati come GAESA, sotto il controllo delle Forze Armate e senza meccanismi di controllo pubblico: un intreccio che spazia dai porti al turismo e al settore immobiliare, passando per la rete delle rimesse e i negozi in dollari, notevolmente più riforniti rispetto a quelli che operano in pesos cubani. La saggista e docente Alina López Hernández è arrivata a definire GAESA come un ossimoro all’interno di un paese che si proclama socialista.

Una dirigenza che, inoltre, ha ceduto risorse strategiche ad altri imperialismi come Russia e Cina, e che nel 2022 ha approvato un Codice Penale che ha ampliato i reati sanzionabili nel nome della “sicurezza dello Stato”, limitando ulteriormente le libertà politiche. La maggior parte di essi prevede la pena di morte come misura punitiva.

Ma il ruolo di questa burocrazia trascende l’ambito nazionale. Il suo consolidamento è stato legato alla dottrina stalinista del “socialismo in un solo paese”, che ha implicato la rinuncia all’espansione rivoluzionaria e l’accettazione della coesistenza con l’imperialismo come orizzonte. Sotto questa logica, lo Stato cubano ha agito più come fattore di contenimento che come motore emancipatore. Negli anni ’80, la burocrazia ha aiutato a incanalare i processi insurrezionali verso soluzioni negoziate in America Centrale. E due decenni dopo ha accompagnato il processo bolivariano entro i medesimi limiti: dando priorità alla stabilità dei governi rispetto alla radicalizzazione democratica e al protagonismo popolare.

Il risultato è una burocrazia che ha finito per scavare la fossa del proprio isolamento: un potere chiuso, conservatore e sempre più distante dalla base sociale che dice di rappresentare.

UNA FORMULA PER RESISTERE ALLE INGERENZE ESTERNE

Cuba arriva, dunque, al 2026 in uno scenario critico, dove la pressione esterna si combina con un modello interno esaurito. Una crisi multidimensionale, con una popolazione invecchiata che supera il 20%, pensioni che non coprono il costo base della vita, un sistema sanitario deteriorato, un’istruzione in regresso, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture collassate e un processo di dollarizzazione informale che acuisce le disuguaglianze.

A ciò si aggiunge la persistenza della repressione politica: le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 1.214 persone private della libertà per aver esercitato diritti fondamentali. Un dato parziale, poiché la cifra reale è sconosciuta e il Partito Comunista Cubano ne nega l’esistenza. Tutto ciò ha eroso la fiducia sociale del popolo verso un regime burocratico — e i suoi alleati internazionali campisti e progressisti — che ha sacralizzato concetti come Rivoluzione o Socialismo, ma ha spinto una parte della classe lavoratrice verso un’ultradestra che non offre risposte strutturali, e portando tre milioni di persone all’esodo di massa da Cuba.

Possono essere rivoluzionari coloro che cercano di perpetuare lo status quo? Sono rivoluzionari coloro che limitano le libertà politiche? O sono rivoluzionari coloro che lottano per ampliarle? Un popolo senza autodeterminazione — senza canali reali per deliberare e decidere — manca degli strumenti per resistere alle ingerenze esterne.

In questo contesto, emerge anche una nuova ondata di attivismo: un’avanguardia giovanile di sinistra critica che, dall’interno e dall’esterno dell’isola, inizia a contestare il senso stesso della Rivoluzione. Organizzazioni come Socialistas en Lucha (SeL), un collettivo marxista, anticapitalista, internazionalista e antiautoritario, promuovono da una prospettiva antimperialista e di difesa delle conquiste sociali la richiesta di diritti democratici, pluralismo politico, libertà di organizzazione e di protesta, nonché piena indipendenza dal regime di governo.

SeL ha assunto un ruolo attivo durante lo sciopero nazionale studentesco e dei docenti universitari del maggio 2025, in risposta al “tarifazo” (aumento delle tariffe) del governo sui servizi internet, che mirava a limitare il consumo interno e favorire il pagamento in dollari attraverso ricariche e rimesse.

«Dissentire dal castrismo da sinistra è una posizione politica di estrema coerenza», ha dichiarato Raymar Aguado Hernández, membro del collettivo.

In questa frattura — tra la critica all’autoritarismo interno e il rifiuto dell’ingerenza esterna — si gioca oggi una delle contese più complesse del presente cubano.

Per questo, più che mai è necessario circondare il popolo di solidarietà attiva, senza bé subordinazione al regime né concessioni all’imperialismo. Non una solidarietà astratta, ma impegnata nella difesa dei diritti politici, delle condizioni materiali di vita e dell’autonomia di chi resiste dentro e fuori l’isola.

Riprendersi la rivoluzione non è un gesto nostalgico: è un compito aperto il cui esito dipenderà dalla capacità del popolo cubano di tornare a essere soggetto della propria storia, riconfigurare i propri orizzonti politici e affrontare, dal basso, il senso stesso dell’emancipazione.

Daniella Fernández Realin

La crisi in Europa

 Non passa giorno senza che si senta parlare di un altro “campanello d’allarme per l’Europa”. Che si tratti di Merz o di Macron, della Commissione Europea o dei capi di governo nazionali. Secondo la cancelliera tedesca, l’Europa deve reimparare il linguaggio del potere, deve staccarsi dagli Stati Uniti e diventare «sovrana». Macron chiede una forza di difesa europea e un’industria degli armamenti coordinata.

“L’Europa” – o, più precisamente, l’Unione Europea – deve quindi aumentare il proprio peso politico, militare ed economico. Eppure, il campanello d’allarme si conclude regolarmente con i postumi di una sbornia. L’ultimo vertice UE rivela ancora una volta che “l’unità” del continente versa in uno stato pietoso, e non solo a causa di Viktor Orbán.

L’Europa è nel mezzo di una crisi profonda e storica. Ciò riguarda soprattutto, sebbene non esclusivamente, l’UE, ma in pratica tutti gli Stati e le potenze del continente.

Di seguito esamineremo le varie manifestazioni di questa crisi, poiché ci aiutano a comprendere le cause più profonde del costante fallimento nel raggiungere gli obiettivi autoimposti e proclamati, e a capire perché la borghesia europea si sta dimostrando incapace di unire il continente economicamente e politicamente.

CRISI ECONOMICA

L’economia europea è in fase di stagnazione e sta perdendo terreno rispetto ai suoi concorrenti Cina e Stati Uniti. Ciò riguarda tutte le principali economie dell’UE e del Regno Unito. La Russia va considerata a parte, ma anche lì si registrano chiari segnali di stagnazione. Il passaggio a un’economia di guerra e la capacità di resistere alle estreme sanzioni economiche imposte dall’UE e dagli Stati Uniti in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina evidenziano, da una parte, il carattere imperialista del capitalismo russo, dall’altra parte, che il passaggio a un’economia di guerra e i costi finanziari e umani del conflitto portano a lungo termine all’esaurimento e al declino economico, come dimostrano l’inflazione, la carenza di manodopera, il supersfruttamento dei lavoratori migranti e il calo dei tassi di accumulazione.

Tuttavia, in termini economici, la Russia è sempre stata una potenza imperialista relativamente debole. Gli Stati dell’UE, al contrario, all’inizio del millennio si sono prefissati di diventare la potenza economica più forte. Con l’euro hanno creato la seconda valuta più importante al mondo, destinata a sfidare il dollaro nel lungo periodo. Ma per quanto significativo possa essere l’euro, da tempo non è in grado di raggiungere il dollaro statunitense, e che riesca a raggiungerlo è del tutto fuori discussione per il prossimo futuro.

Con la Strategia di Lisbona del 2000, le potenze europee, guidate da Germania e Francia, hanno articolato apertamente le loro ambizioni di diventare una potenza globale. Secondo l’allora cancelliere tedesco Schröder, l’UE avrebbe dovuto affermarsi come il più grande e dinamico spazio economico basato sulla conoscenza. Questi obiettivi sono stati accantonati da tempo. Da anni, l’Unione Europea è sottoposta a una pressione crescente derivante dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina sulla ridistribuzione del mondo, e sta cercando in qualche modo di tenere testa e di trovare un modo per arrestare, quantomeno, questo sviluppo.

La quota del PIL globale degli Stati membri dell’UE si attesta attualmente intorno al 17% in termini nominali (e a circa il 14% in termini di parità di potere d’acquisto). A titolo di confronto: nel 2000 era ancora del 29,5%. Questa tendenza è destinata a continuare nei prossimi anni.

Tuttavia, il PIL è solo uno degli indicatori di sviluppo. La quota dell’UE nella produzione industriale globale si attesta al 15-18%, a seconda di come vengono classificati determinati settori. Anche questa cifra è in calo, ed è diminuita del 2,4% nel solo 2024.

Prendendo il 2019 come anno di riferimento, la produzione industriale dei quattro principali Stati imperialisti dell’UE (Germania, Francia, Italia, Spagna) nel 2024 ammonta solo al 92,1% del dato di riferimento. Nel “resto dell’UE” questo calo è in parte compensato (con un aumento al 114,1%), riflettendo uno spostamento della produzione, in particolare verso le semicolonie dell’Europa orientale. Nello stesso periodo anche la produzione industriale negli Stati Uniti si è contratta, attestandosi nel 2024 al 98,2% del dato del 2019. La produzione in Cina, al contrario, ha continuato a crescere in modo massiccio (raggiungendo il 137,2%), mentre quella dei paesi dell’ASEAN-5 (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia, Singapore) è aumentata in misura minore, raggiungendo il 114,1%.

All’interno dell’UE, la Germania e l’Italia in particolare hanno subito un calo della produzione industriale dall’inizio della guerra in Ucraina, una situazione legata anche alla composizione dei settori produttivi e all’andamento dei prezzi dell’energia. Solo in Germania, ad esempio, dal 2019 sono andati persi circa 266.000 posti di lavoro nell’industria (4,7%), senza che siano stati sostituiti.

Tuttavia, l’economia europea non sta perdendo terreno solo nel settore industriale; sta rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina in particolare nei settori del capitale finanziario e dell’alta tecnologia.

Ciò rende quasi inevitabili un ulteriore declino e una continua stagnazione. Il problema per le potenze del continente europeo è che questa base economica della crisi è inestricabilmente legata alle sue dimensioni politiche e militari, e i due aspetti si rafforzano a vicenda.

CRISI POLITICA E MILITARE

Nella politica mondiale, l’UE e i suoi Stati membri svolgono un ruolo secondario rispetto alle principali potenze globali. Ciò non è dovuto solo alla debolezza militare rispetto a Stati Uniti, Cina o Russia, ma soprattutto alle contraddizioni interne all’Europa stessa. La Russia, dal canto suo, è riuscita ad affermarsi come potenza imperialista globale, sebbene a un costo enorme.

La portata della crisi che affligge l’Europa e l’UE diventa chiara se si considera una differenza cruciale rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. A differenza di queste due grandi potenze, l’UE non è uno Stato, ma una confederazione di potenze imperialiste e semicolonie (in particolare nell’Europa orientale). È uno spazio economico con una propria moneta e un grande mercato unico che si estende ben oltre i confini nazionali. A questo proposito, rappresenta un enorme vantaggio per i capitali imperialisti più potenti, soprattutto per la Germania, che domina economicamente i paesi dell’UE dell’Europa orientale e ne ricava giganteschi superprofitti, oltre a una riserva di manodopera qualificata a basso costo che comporta costi di formazione nulli o relativamente bassi per il capitale tedesco.

L’Unione Europea e l’Eurozona rappresentano un tentativo di superare, con mezzi capitalistici, i confini dello Stato-nazione, i quali, come Trotsky aveva giustamente analizzato già prima della Prima guerra mondiale, sono da tempo diventati troppo ristretti per l’ulteriore sviluppo del capitalismo. Eppure l’Europa è un continente di (ex) grandi potenze e potenze coloniali, le quali rivendicano tutte un ruolo di leadership nell’UE, o almeno affermano di essere “su un piano di parità” con le altre potenze. Questi conflitti erano già evidenti quando fu fondata la Comunità Europea (CE), antesignana dell’odierna UE, ma erano anche tenuti a bada dal fatto che la CE era in primo luogo un’entità economica e, in secondo luogo, dal fatto che anche gli Stati Uniti svolgevano un ruolo egemonico nell’Europa occidentale.

Più l’UE si trova di fronte alla questione di andare avanti, più la questione della leadership diventa pressante, non solo all’interno dell’UE, ma anche in relazione alle altre potenze europee, in particolare la Russia e la Gran Bretagna. E poiché l’unificazione capitalista solleva inevitabilmente la questione della leadership tra di loro, l’Europa si scontra con l’interesse singolo di ciascuno Stato nazionale del continente. Tuttavia, ciò non sta avvenendo in uno spazio geografico isolato, ma sullo sfondo del conflitto globale tra Stati Uniti e Cina, che a loro volta esercitano un’influenza aperta e, nel caso degli Stati Uniti, molto aggressiva sull’UE (e naturalmente la Russia sta facendo lo stesso, proprio come le potenze statunitensi e dell’UE si sono espanse verso est fin dalla fine della Guerra Fredda).

Negli ultimi anni, tuttavia, le potenze dell’UE hanno perso costantemente terreno non solo sul piano economico, ma anche politico e strategico. L’imperialismo francese, ad esempio, ha subito una massiccia perdita di influenza in Africa ed è stato costretto a ritirarsi da numerose sue ex colonie. Una volta che nel 2022 sono diventate evidenti le debolezze della macchina da guerra russa, le potenze dell’UE hanno tentato, insieme agli Stati Uniti, di sfruttare la guerra della Russia contro l’Ucraina come un’opportunità per indebolire gravemente la Russia come potenza imperialista ed escluderla di fatto dal mercato mondiale attraverso un regime di sanzioni senza precedenti contro uno Stato imperialista fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia questo tentativo è fallito (il che a sua volta è il riflesso di un cambiamento e una trasformazione nell’economia mondiale).

Con l’insediamento di Donald Trump, la situazione si è ancor più deteriorata drasticamente. Anche prima di Trump le potenze dell’UE avevano difficoltà a sviluppare una posizione indipendente e unitaria sui principali conflitti politici globali. Ma fino ad allora, gli Stati Uniti avevano svolto il loro ruolo nel quadro di un’alleanza transatlantica. Sotto Biden (e prima ancora sotto Obama) era possibile fingere di essere stati compartecipi su un piano di “parità” in tutte le questioni. L’UE e le principali potenze europee hanno così assecondare l’illusione di essere un partner alla pari, una quasi-potenza mondiale. Il primo mandato di Trump è stato minimizzato come uno “scivolone” isolato. Ma il suo secondo mandato ha infranto un altro sogno ad occhi aperti dei leader imperialisti europei.

In questi anni tali divergenze sono diventate ancora più marcate. Ciò vale per la Palestina, l’Ucraina, la conclusione di importanti accordi commerciali come quello con il Mercosur, le questioni chiave della politica economica e industriale europea, la questione della politica migratoria e delle frontiere interne, nonché le relazioni con gli Stati Uniti, il “Consiglio di pace” di Trump, la posizione sul rapimento di Maduro, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP: UN VERO PUNTO DI SVOLTA

Prima di Trump, le potenze dell’UE e l’Unione stessa erano trattate “rispettosamente” dagli Stati Uniti come pari, come quasi-superpotenze. Sotto Trump, solo gli Stati Uniti, la Cina e, con qualche riserva, la Russia sono considerati superpotenze. L’UE e le potenze dell’UE non lo sono.

Ciò indebolisce la posizione dei paesi europei sulla scena politica mondiale. Una “potenza mondiale” che non è riconosciuta come tale dagli altri non è nemmeno lei una pari. Deve piuttosto dimostrarlo attraverso le azioni, attraverso l’unità e il potere economico, politico e militare.

A ciò si aggiunge il fatto che Trump, Vance e l’intera amministrazione statunitense considerano l’UE come un’entità ostile, e cercano di combattere e indebolire, o addirittura distruggere, i più grandi risultati economici delle potenze imperialiste dell’Europa occidentale.

Di conseguenza, l’amministrazione statunitense e il movimento MAGA stanno anche assumendo una posizione offensiva a sostegno della destra in Europa, sia che si tratti di governi di destra come quello di Orbán in Ungheria o di Meloni in Italia, che si presenta come una «mediatrice», sia che si tratti della destra in Germania, Francia e Gran Bretagna. Anche se non è chiaro se Orbán verrà destituito in Ungheria (l’articolo è stato scritto prima delle ultime elezioni in Ungheria, ndt), questa lotta si sta effettivamente svolgendo in tutti i paesi europei, con uno dei prossimi grandi scontri che si verificherà alle elezioni presidenziali francesi.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è necessariamente una rottura con l’Europa (occidentale). L’obiettivo è piuttosto quello di stabilire un ordine chiaro nell’“emisfero occidentale”: gli Stati Uniti determinano questa sfera di influenza, proprio come la Cina e la Russia hanno la loro. Pertanto, la minaccia di annettere la Groenlandia è più che simbolica: riassume la situazione, per così dire. Anche se le immediate ambizioni annessionistiche sono attualmente fuori discussione, questo conflitto potrà riemergere. Anzi, riemergerà. Mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha inviato solo forze puramente simboliche in Groenlandia all’inizio dell’anno, gli Stati scandinavi stanno tenendo pronti contingenti di una certa consistenza. I conflitti commerciali ed economici sui dazi, in cui l’UE è stata costretta a fare concessioni massicce, sono ben lungi dall’essere risolti.

Nel documento della “National Security Strategy” del novembre 2025, l’amministrazione Trump definisce chiaramente i propri obiettivi riguardo all’Europa/all’UE.

– Porre fine alla guerra in Ucraina per stabilizzare l’Europa.

– Rendere l’Europa in grado di camminare con le proprie gambe; il che, in parole povere, significa un massiccio programma di riarmo.

– Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale corso (e l’aumento del sostegno ai “partiti patriottici” dimostra che ciò è possibile).

– Costruire nazioni “sane”, bianche in Europa.

Nel loro insieme, tutto ciò costituisce una dichiarazione politica di guerra ai governi esistenti in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e alla Commissione Europea. E costituisce anche una dichiarazione di guerra ai capitali europei, il cui accesso privilegiato e il cui dominio sui mercati europei sono anch’essi sotto attacco. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno modificato radicalmente il loro rapporto con la Russi: si veda la guerra in Ucraina. A ciò si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia ora colpiscono gli Stati dell’UE più di quanto le sanzioni UE colpiscano la Russia, avendo queste ultime dimostrato economicamente di essere un autogol. Mentre l’UE invoca costantemente la “solidarietà con l’Ucraina”, in realtà essa sta svolgendo un ruolo secondario nella mediazione statunitense tra Ucraina e Russia. Sebbene in futuro non sarà necessariamente questo il caso, al momento gli Stati Uniti puntano su una nuova divisione delle sfere di influenza con la Russia (con gli Stati Uniti, ovviamente, che ne traggono vantaggio molto di più) e sperano di liberarsi in qualche modo dalla crescente dipendenza dalla Cina. A tal fine, sono disposti a rispettare gli interessi strategici fondamentali di Putin in Ucraina e nell’Europa orientale.

LA RISPOSTA “DELL’EUROPA”?

Gli Stati membri dell’UE e l’Unione nel suo complesso non hanno una risposta unitaria né tantomeno una strategia in merito, a meno che non si considerino tali i periodici appelli alla sveglia, i periodici “campanelli d’allarme”. Tuttavia, ciò non deve impedirci di vedere i cambiamenti reali che l’UE e le sue potenze principali hanno avviato per riconquistare terreno nella redistribuzione del mondo. Anche se non esiste una strategia unitaria all’interno della borghesia europea su come rispondere alle sfide poste dal trumpismo, dalla Cina e dalla Russia, vi sono comunque alcuni punti in comune tra tutte le fazioni dominanti delle classi dirigenti e dell’establishment politico nell’UE.

  1. Riarmo e militarizzazione in tutta Europa

In occasione del vertice NATO del giugno 2025, è stato concordato che tutti gli Stati europei avrebbero aumentato la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con il 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto (bilancio della difesa, forniture di armi) e l’1,5% alle infrastrutture. Alcuni Stati, come la Polonia, hanno già raggiunto questo obiettivo e stanno proseguendo nel riarmo. Anche la Germania raggiungerà questo obiettivo ben prima del 2035, e ha di fatto abolito tutte le restrizioni sui finanziamenti all’interno del bilancio della difesa. Anche se le decisioni sono state apparentemente prese sotto la pressione degli Stati Uniti, questi obiettivi sono da tempo in linea con gli interessi delle principali fazioni del capitale nazionale e degli Stati imperialisti, ma sono stati più facili da vendere come “risposta” alla presunta minaccia globale rappresentata da Russia, Stati Uniti e Cina. In realtà, il punto è questo: se l’UE o le singole potenze vogliono svolgere un ruolo centrale nella politica globale, devono possedere enormi capacità militari. Ciò vale per le armi convenzionali, ma varrà anche per l’armamento nucleare. Prima o poi anche la Germania prenderà l’iniziativa di produrre le proprie armi nucleari (un’estensione dell’ombrello nucleare francese è in definitiva vista solo come una soluzione provvisoria).

Questo riarmo non serve solo a fini militari e geostrategici. È destinato anche a fungere da strumento di stimolo economico. Naturalmente, a trarne vantaggio sono innanzitutto i vari produttori di armi. Ma allo stesso tempo anche aziende “civili”, come le case automobilistiche, si stanno inserendo nel settore per compensare il calo delle proprie vendite.

  1. Attacchi alla classe lavoratrice, discriminazione razziale, attacchi all’ambiente e ai modelli sociali

Tuttavia, il riarmo e gli sconvolgimenti economici hanno un costo. Essi vanno di pari passo con un massiccio aumento del debito, che a sua volta deve essere pagato dalla classe lavoratrice, nonché da settori della classe media e della piccola borghesia.

Gli immigrati e le popolazioni delle regioni semicoloniali dell’UE (così come delle regioni emarginate all’interno degli Stati centrali) sono particolarmente colpiti. La crisi colpisce i gruppi socialmente oppressi, le donne, le persone LGBTIAQ, i giovani e i pensionati in misura ancora più grave rispetto alla media, in genere. Ma la concorrenza, la ristrutturazione del capitale europeo e la crisi colpiranno duramente anche i settori “privilegiati” della classe lavoratrice. E, nel frattempo, gli strumenti di ammortizzazione sociale si stanno riducendo.

Inoltre, gli standard ambientali e sociali nell’UE sono stati e continuano ad essere oggetto di imponenti attacchi.

In ogni paese, gli attacchi alle masse salariate vanno di pari passo con una politica deliberata di divisione, che esacerba enormemente la mentalità arretrata e la mancanza di solidarietà già esistenti a seguito di anni di sconfitte e perdite. I risultati ottenuti dai movimenti sociali, le campagne contro le “follie dell’ideologia gender” e soprattutto il razzismo fanno parte del repertorio classico non solo dei partiti populisti di destra e di estrema destra, ma anche dei conservatori. I liberali, i Verdi e i socialdemocratici oscillano tra una finta opposizione e l’effettivo sostegno e complicità in questi attacchi.

  1. Razzismo e nazionalismo

Ciò vale soprattutto per il razzismo e il nazionalismo, che si tratti di quello della UE come blocco “unito”, o quello di uno stato-nazione “indipendente”. In ogni caso, il collante del nazionalismo e del razzismo è necessario per portare avanti il riarmo e la mobilitazione interna contro nemici esterni. Chiunque voglia trasformare l’Europa o la Germania in una potenza mondiale non può farne a meno. Nella migliore delle ipotesi, il razzismo e il nazionalismo verranno mascherati con sembianze “socialscioviniste”, “verdi”, “democratiche” o attraverso il “partenariato sociale” fra lavoratori e padroni. Ironia della sorte, questo fenomeno non è affatto limitato agli Stati dell’UE. Esiste anche in Russia, ad esempio, dove si è spinto ancora oltre.

  1. Cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno dell’UE

Il razzismo e il nazionalismo vanno di pari passo con un cambiamento delle maggioranze politiche all’interno dell’UE. Fino a pochi anni fa, il blocco politico dominante era costituito da un’alleanza tra conservatori, socialdemocratici, liberali e Verdi. Con l’ascesa della destra, ma anche a causa delle esigenze militari e dell’intensificarsi della lotta per la nuova divisione del mondo, il blocco dominante si è spostato. Aree della destra, guidate da Meloni e Fratelli d’Italia, sono state incorporate nel blocco di potere classico e sono ora considerati dal settore borghese dominante della UE come un’area conservatrice più radicali. Ciò sta attualmente rafforzando non solo la destra, ma soprattutto i conservatori europei, che sono in grado di manovrare tra la destra da un lato e i socialdemocratici, i liberali e i Verdi dall’altro. Il tentativo è quello di rendere “rispettabile” una parte della destra, anche all’interno dei singoli Stati. Le condizioni di base per l’integrazione di questa destra nel blocco dominante sono semplici: adesione all’UE e abbandono di ogni rivendicazione di uscire dall’UE o dall’euro; rifiuto di ogni aspirazione socialdemagogica e sostegno ai tagli e alla deregolamentazione a favore del capitale.

Tuttavia, tutto ciò non costituisce ancora una strategia comune volta ad approfondire l’unità capitalista dell’Europa e a formare un blocco imperialista più potente. Ciò richiederebbe, in ultima analisi, l’indebolimento dei diritti degli Stati nazionali più deboli all’interno dell’UE e una soluzione alla questione della leadership tra le potenze imperialiste. Ma non vi è alcun segno di una tale soluzione.

Pertanto, nel prossimo futuro, gli Stati dell’UE continueranno come prima: oscillando tra appelli all’unità europea, al rafforzamento e alla “sovranità” dell’Europa, e alla politica di appeasement nei confronti di Trump. Se, dal punto di vista di un’unione capitalista, sarebbe effettivamente necessario superare il particolarismo nazionale, assisteremo invece a una rinazionalizzazione a vari livelli, soprattutto sul fronte ideologico. Ma poiché non esiste un vero nazionalismo europeo, si deve ricorrere ai nazionalismi esistenti – e quindi, inevitabilmente, alle loro contraddizioni – per invocare la nazione e oscurare l’antagonismo di classe.


Anche se possiamo aspettarci qualche esitazione nel breve termine e anche se l’esistenza dell’UE e dell’Eurozona non è minacciata nell’immediato – non da ultimo perché anche governi estremamente nazionalisti come quello ungherese sanno che senza l’UE andrebbero incontro alla rovina economica – ciò non vale nel medio e lungo termine.

La situazione attuale porterà infatti l’UE a rimanere sempre più indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e, sul piano economico, a perdere terreno persino rispetto a semicolonie emergenti come l’India. Quindi la situazione potrebbe cambiare in modo decisivo se, ad esempio, una delle principali borghesie europee cercasse una via al di fuori dell’UE o tentasse di perseguire la strada di una “Europa centrale”, ovvero, in pratica, una scissione all’interno del blocco.

Nel complesso, tuttavia, ciò chiarisce una cosa: la classe capitalista non ha alcuna risposta ai problemi fondamentali del continente; è incapace di unire e sviluppare l’Europa. Solo la classe lavoratrice può risolvere la questione. Non attraverso un utopistico ritorno alla politica dei piccoli Stati, ma lottando per gli Stati uniti socialisti d’Europa.

Nota finale

Nella prima parte abbiamo esaminato gli elementi chiave della crisi in Europa e, soprattutto, negli Stati dell’UE. Nella prossima parte analizzeremo la situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale.