Post in evidenza

VENERDI' 27 MARZO ORE 21: COSA SONO E COSA VOGLIONO LE E I COMUNISTI?

 

Cerca nel blog per parole chiave

Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori