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La guerra di Israele

 


7 Febbraio 2023

English translation

I recenti fatti di Jenin dimostrano che il governo di estrema destra a guida Netanyahu è un atto di guerra dichiarata contro il popolo palestinese. Che tuttavia è privo più che mai di una direzione. La cosiddetta Autorità palestinese, da tempo incorporata all'occupazione sionista, è stata in larga parte esautorata dal nuovo corso di Netanyahu che ha dato mano libera ai coloni. La sua unica rivendicazione è quella di poter svolgere come in passato le proprie funzioni di polizia nei territori, a garanzia dell'ordine di Israele. Basti pensare che le ultime elezioni in Cisgiordania si sono tenute nel 2006. Hamas recita parole di fuoco contro il governo israeliano ma la sua vera preoccupazione è quella di mantenere il proprio controllo su Gaza su basi reazionarie e panislamiste. La retorica antisionista è solo copertura ideologica della propria autoconservazione.

Ma sotto la coltre dei vecchi apparati, la giovane generazione ribolle. In Cisgiordania vivono – si fa per dire – tre milioni di palestinesi. A Gaza due milioni. In Israele vivono due milioni di arabi su nove milioni di abitanti. A ciò si devono aggiungere i milioni di palestinesi della diaspora, quelli ammassati nella disperazione dei campi profughi di tutto il Medio Oriente. L'età media dei palestinesi è 21 anni, il 38% ha meno di 15 anni.

Questi dati descrivono l'enorme base di massa e il potenziale di energia di una rivoluzione palestinese. Senza direzione o con direzioni compromesse, la rabbia palestinese alimenta inevitabilmente il terrorismo contro i civili ebrei all'interno della stessa Israele. È la risposta impari e suicida al terrorismo sionista, quello dell'esercito e dei coloni, incomparabilmente superiore perché su basi di Stato. Il terrorismo disperato di un tredicenne non può nulla contro il terrorismo delle forze sioniste di occupazione. E finisce di fatto col rafforzarlo. E tuttavia rivela nel suo spontaneo primitivismo l'indisponibilità della giovane generazione palestinese a subire il tallone di ferro di Israele. Quando l'eroismo dei giovani palestinesi troverà una direzione politica rivoluzionaria, capace di unire gli oppressi e di dar loro un progetto, lo Stato sionista tremerà. E sarà l'inizio di una storia nuova in Medio Oriente.

L'illusione subalterna di “due popoli, due Stati”, nutrita per mezzo secolo dal riformismo internazionale, è ormai e da tempo definitivamente crollata. Solo la dissoluzione rivoluzionaria dello Stato sionista, solo una Palestina libera, laica, socialista, può garantire la pacifica convivenza della maggioranza araba e della minoranza ebraica. Una prospettiva inseparabile a sua volta dalla rivoluzione socialista nella regione araba e mediorientale.

Negli ultimi tredici anni grandi masse hanno preso la parola, in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria, in Algeria, in Iraq, in Sudan e infine in Iran, dimostrando ovunque la propria forza e il proprio coraggio. Ma non hanno trovato una direzione all'altezza di quel coraggio. Da qui i ripetuti rovesci (Algeria, Iraq), la subordinazione a vecchie o nuove influenze imperialiste (Egitto, Libia, Siria), il tradimento delle speranze (Tunisia), la tenuta di tirannie dispotiche (Iran).

Non mancheranno nuove sollevazioni. Il problema centrale resta la loro direzione. Costruirla è il compito dei marxisti rivoluzionari, e non solo in Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Rivoluzione e controrivoluzione a confronto in Sudan

“Rivoluzione! Vogliamo essere libere. Vogliamo cambiare il mondo”.
Con queste parole Alaa Salah, una studentessa sudanese di 22 anni, arringava ieri la massa a nuda voce dal tetto di una vecchia automobile a Khartum. Come in Algeria, il ruolo delle donne è centrale nella sollevazione popolare che da dicembre ha attraversato il Sudan e ha finito col travolgere il presidente al-Bashir.

Un'ampia area politica della sinistra campista internazionale, prevalentemente di estrazione stalinista, è giunta ad appoggiare il regime sudanese e persino ad esaltarlo come antimperialista. La sentenza di condanna di al-Bashir della Corte Penale Internazionale, unita all'appoggio di Russia e Cina, erano più che sufficienti a determinare la loro scelta di campo. Noi partiamo da un criterio di classe e dalla prospettiva della rivoluzione, in Sudan come ovunque. Non riconosciamo alcun diritto a una Corte Penale Internazionale che ha coperto i peggiori crimini dell'imperialismo e del sionismo, ma riconosciamo ogni diritto degli sfruttati a ribellarsi a regimi oppressivi. Per questo in Sudan come in Algeria siamo dalla parte della sollevazione popolare.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO UN REGIME REAZIONARIO 

Lo sfondo della ribellione di massa è la precipitazione della crisi sudanese nell'ultimo decennio. Come il regime di Bouteflika in Algeria, anche il regime sudanese aveva prosperato per lunghi anni grazie alla rendita petrolifera. Il crollo del prezzo, a ridosso della crisi capitalistica internazionale, ha destabilizzato le basi d'appoggio del regime. A ciò si aggiungeva la separazione del Sud Sudan da Khartum nel 2011, che privava il regime di al-Bashir dei maggiori giacimenti petroliferi, che reggevano il 75% delle esportazioni nazionali. L'indebitamento sempre maggiore presso il capitale finanziario è stata una conseguenza naturale. Da qui la crescente pressione usuraia dell'imperialismo sul Sudan. La sollevazione è nata da questa dinamica generale.

A novembre 2018 una delegazione del FMI si recava a Khartum per esigere la fine delle sovvenzioni pubbliche dei prodotti di prima necessità, a partire dalla farina, quale condizione preliminare per la concessione di nuovi crediti. Il regime, già indebitato per 50 miliardi di dollari, applicava le ricette vessatorie dell'imperialismo. Il prezzo del pane triplicò in pochi giorni, in un paese segnato da una inflazione annua del 70%. Da qui le prime manifestazioni in un crescendo di mobilitazione pressoché ininterrotta.

Accanto alla ragione sociale ha operato un fattore politico. Il regime instauratosi nel 1989 sotto la direzione del fronte islamista a guida al-Bashir incarnava una dittatura odiosa e dispotica, già protagonista nel giugno 2012 e nel settembre 2013 di repressioni sanguinose delle manifestazioni popolari. Il consenso del 95% (!) registrato alle ultime elezioni presidenziali del 2015 era espressione di metodi plebiscitari e di brogli clamorosi. In base alla Costituzione formale al-Bashir avrebbe dovuto essere al suo ultimo mandato, ma ad agosto il regime annunciò che il Presidente si sarebbe ricandidato nelle elezioni del 2020, una provocazione agli occhi di ampi settori sociali.

La ribellione deve dunque la sua dimensione e durata alla combinazione di questi fattori.


COMPOSIZIONE E DINAMICA DELLA RIVOLTA 

La mobilitazione non è iniziata nella capitale Khartum, ma nella provincia. In una città, Atbara, situata sulle rive del Nilo, cuore della vecchia tradizione del movimento socialista e comunista sudanese. Era la città delle grandi miniere del ferro, sede dell'antico sindacato operaio. La memoria di una tradizione classista ha avuto il suo peso indiretto nell'innesco della rivolta.

Tuttavia la rivolta di massa non ha avuto sinora un carattere prevalentemente classista, ma popolare. Sono confluiti in essa le masse diseredate della capitale e delle altre città (Porto Sudan, Dongola, Cassala, Gedaref, El Obeid, Nyala); la piccola borghesia urbana, a partire dalle libere professioni; la grande maggioranza degli studenti, in particolare universitari. In ognuno di questi settori sociali non è un caso che le donne abbiano svolto un ruolo portante. Il regime islamista era particolarmente reazionario proprio verso le donne, cui veniva proibito persino di indossare pantaloni o di viaggiare in auto senza presenza del marito. Un sistema vessatorio e grottesco, che contrastava oltretutto sempre più con la crescita del livello di istruzione della popolazione femminile, assai estesa nelle università. Le studentesse come Alaa Salah sono state sospinte alla testa della rivolta dalla radicalità della propria oppressione. La tunica bianca indossata da Alaa è l'abito tradizionale delle donne che lavorano, che già settanta anni fa marciavano così vestite contro le dittature militari.

La dinamica della mobilitazione ha conosciuto una radicalizzazione progressiva non solo in ampiezza ma anche nelle parole d'ordine. A dicembre le parole d'ordine delle manifestazioni era la richiesta della cancellazione degli aumenti. Nei primi mesi del nuovo anno la parola d'ordine centrale che assorbiva tutte le altre era direttamente politica: “Via al-Bashir!”.

Questo salto della politicizzazione del movimento è stato l'effetto naturale della repressione. Una repressione spietata. Il regime ha usato sistematicamente contro le manifestazioni popolari non solo la polizia regolare ma le milizie speciali controllate direttamente dal Presidente. Milizie composte dagli apparati di sicurezza (NISS), le stesse che nel 2013 avevano fatto oltre 200 morti. La storia di questi mesi ha visto decine di manifestanti assassinati, oltre 60, decine di migliaia di arresti, sparizioni, abusi, torture. Un calvario con cui il regime contava come in passato di liquidare la mobilitazione e ripristinare l'ordine. Si è sbagliato. Ciò che normalmente funziona, non funziona necessariamente davanti a una rivoluzione.


IL RUOLO CRUCIALE DELL'ESERCITO, TRA AL-BASHIR E LA RIVOLTA DI MASSA

È accaduto infatti per alcuni aspetti l'opposto. La pressione di massa è stata talmente dirompente da aprire una contraddizione verticale tra il clan presidenziale e l'esercito, con un processo parzialmente simile a quanto è accaduto in Algeria. Le gerarchie militari, al loro interno divise sulla propria relazione col regime, hanno compreso per tempo che la continuità e l'ampiezza della mobilitazione rendeva impraticabile, oltre una certa soglia, la via della repressione frontale, la quale avrebbe comportato un massacro infinitamente più grande che in passato, e che soprattutto avrebbe messo a rischio la stessa unità dell'esercito, sempre più contagiato nei suoi piani bassi dalla pressione popolare. Non a caso le manifestazioni di massa degli ultimi giorni di fronte al quartier generale dell'esercito sudanese a Khartum erano state protette dai soldati contro le provocazioni delle milizie presidenziali, al punto che un soldato è stato ucciso dalla polizia mentre difendeva i manifestanti. A questo punto le alte gerarchie militari hanno destituito al-Bashir con un proprio colpo di Stato al fine di salvare l'unità dell'esercito e dunque il proprio comando.

Per questa stessa ragione, la caduta di Bashir è al tempo stesso l'effetto della rivoluzione sudanese e l'inizio della controrivoluzione. La massa popolare saluta festante, e giustamente, la caduta di al-Bashir come propria vittoria, ma la destituzione militare del Presidente incombe come una minaccia contro le aspirazioni di quella stessa massa. Il primo comunicato della nuova giunta militare proclama il coprifuoco, cancella Parlamento e Costituzione, annuncia due anni di governo militare. È questo che chiedevano le masse in rivolta? La conclusione tragica della rivoluzione egiziana, finita tra le braccia dei militari di al-Sisi, non promette nulla di buono.

Ancora una volta, la questione della direzione politica del movimento si presenta come nodo cruciale della rivoluzione.


LA PICCOLA BORGHESIA ALLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO 

La direzione del movimento di massa di questi mesi si è concentrata nelle mani della Associazione professionale sudanese (SPA), nata come sindacato alternativo del pubblico impiego (a fronte dei sindacati infeudati al regime) ma rapidamente trasformatasi in un raggruppamento civico guidato da professori universitari, medici, ingegneri, il cuore delle libere professioni della capitale. Un ambiente piccolo-borghese democratico-liberale da tempo ostile al regime. La SPA a sua volta si è collegata a tre grandi coalizioni politiche di opposizione, composte dal personale politico più eterogeneo, da ex ministri di al-Bashir caduti in disgrazia sino al Partito Comunista Sudanese, di estrazione stalinista, passando per borghesi liberal e islamici progressisti. La piccola borghesia democratica si trova insomma a capeggiare un grande fronte popolare che prende il nome di “Dichiarazione per la libertà e il cambiamento”: un fronte che nel suo stesso nome non va al di là del confine democratico-costituzionale. Il suo scopo è subordinare la ribellione di massa a un semplice cambio democratico. Ma c'è lo spazio politico e sociale di un semplice cambio democratico in Sudan? La domanda non è peregrina. Lo dimostra lo sviluppo degli avvenimenti in corso.

L'Associazione professionale sudanese nel nome della democrazia ha chiesto insistentemente alle gerarchie militari di destituire al-Bashir, lodando ed esaltando la loro responsabilità democratica e rivendicando un governo di transizione democratica composto da civili e militari. In altri termini la piccola borghesia democratica concepisce la rivoluzione in funzione delle proprie aspirazioni governative. Ma le gerarchie militari sudanesi, sino a ieri bastione del regime, possono essere salutate come garanti e guida della democrazia? È del tutto evidente che non può esserci democrazia e giustizia senza la rimozione (e punizione) dei responsabili di decenni di crimini contro i lavoratori, i giovani, le donne, e sicuramente il corpo degli alti ufficiali sudanesi è tra questi. Affidare il futuro della rivoluzione alle loro mani non è un tradimento delle stesse rivendicazioni democratiche?

Non solo. La rivoluzione sudanese ha posto sul tappeto questioni sociali gigantesche, ben al di là della soglia democratica. Il debito pubblico del Sudan verso le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è ingente. Da un lato il FMI, dall'altro Russia e Cina, fedeli alleati di al-Bashir, pongono il Sudan sotto la tutela dei propri interessi di grandi creditori. La rivolta del pane è stata di fatto una rivolta contro le loro misure. Solo una rottura con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione unilaterale del debito pubblico, può porre le basi per cancellare quelle vessazioni e riorganizzare il paese su basi nuove. Ciò che implica una soluzione anticapitalista. Ma le gerarchie militari sudanesi non romperanno mai con il Fondo Monetario Internazionale e il suo saccheggio, né lo farà la borghesia nazionale sudanese legata a doppio filo all'imperialismo. Solo il movimento dei lavoratori può perseguire questa soluzione. Solo un governo dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse diseredate del Sudan, può concretizzarla.


PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DEL MOVIMENTO DI MASSA 

Manca oggi in Sudan un partito che si batta per questa prospettiva, e dunque per una egemonia alternativa tra le masse.

Il Partito Comunista Sudanese, fedele alla tradizione stalinista, ha una lunga storia. Fu il partito comunista più grande del Grande Medio Oriente arabo-musulmano, assieme al Partito Comunista Iracheno. Come quest'ultimo, pagò sulla propria pelle, in termini di repressione sanguinosa, la politica di subordinazione alla borghesia nazionalista promossa da Mosca. Il suo codice politico non si è modificato nel tempo. Il PC sudanese si è collocato all'opposizione di al-Bashir, ma con un profilo moderato, in cambio del riconoscimento legale. Nei mesi della sollevazione popolare ha avuto una presenza indubbia all'interno del movimento, incorrendo anche nella repressione del regime, ma la sua prospettiva strategica è (testualmente) “una alternativa popolare democratica che apra la strada per il completamento dei compiti della rivoluzione democratica”. Una formulazione che non solo non travalica la democrazia borghese, ma che è ipergradualista sullo stesso terreno democratico, al punto da accreditare indirettamente persino il regime di al-Bashir di una funzione “democratica” da “completare”. La sostanza è che il PC sudanese subordina l'avanguardia della classe lavoratrice e della gioventù all'alleanza con la borghesia nazionale sudanese, che a sua volta si subordina ai militari. Il risultato è che un'enorme sollevazione di massa è esposta ai rischi di una crisi di direzione. Come in Algeria, così in Sudan.

L'intero corso delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 pone in evidenza questa legge fisica. Le masse sono capaci di esplosioni grandiose in grado di rovesciare regimi apparentemente eterni. Ma senza un partito rivoluzionario che riesca a prenderne la guida, le rivoluzioni più grandi sono destinate alla sconfitta. La rifondazione della Quarta Internazionale è in ultima analisi la migliore risposta al grido di libertà di Alaa Salah.
Partito Comunista dei Lavoratori

Algeria, tra rivoluzione e inganno

Il passo indietro del Presidente algerino Bouteflika segna un passaggio cruciale dello scontro apertosi in Algeria. L'autentica sollevazione popolare levatasi contro il potere ha bruciato la quinta candidatura di Bouteflika alla presidenza della Repubblica. Le elezioni presidenziali, previste per il 18 aprile, sono state annullate e rinviate a data da destinarsi. Il primo ministro Ouyahia, odiato dalle masse non meno di Bouteflika, ha dovuto lasciare il proprio incarico. Sono gli effetti di una mobilitazione di massa di proporzioni enormi.

Ma il potere non si rassegna a sgombrare il campo. Il rinvio sine die delle elezioni presidenziali significa paradossalmente la continuità del quarto mandato di Bouteflika. Il nuovo primo ministro, Noureddine Bedoui, appartiene alla stessa scuderia di Ouyahia. La “conferenza nazionale aperta ed inclusiva” chiamata a convocare nuove elezioni e a definire un progetto di nuova Costituzione sarebbe di fatto controllata dal vecchio clan presidenziale, senza alcuna garanzia democratica. Nei fatti il clan presidenziale cerca di guadagnare tempo e di nascondere sotto mutate spoglie la permanenza in carica del vecchio regime.
Questo è il nodo di fondo.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE 

La mobilitazione di massa ha assunto nelle ultime settimane proporzioni enormi. È impossibile comprendere i fatti d'Algeria senza partire da questo dato. Le manifestazioni del 22 febbraio coinvolsero 800.000 algerini. Le manifestazioni dell'8 marzo hanno mobilitato più di due milioni di manifestanti. In ogni città e nei centri minori la massa popolare si è riversata nelle strade attorno ad una precisa parola d'ordine: “Via Boutef”. Gli studenti e le donne sono stati la colonna vertebrale della mobilitazione. Attorno ad essi i disoccupati, i piccoli commercianti, le professioni liberali, gli intellettuali, le associazioni dei vecchi combattenti dell'indipendenza algerina. Nel tentativo di bloccare la dinamica di allargamento della protesta, il governo aveva decretato vacanze straordinarie nelle scuole e nelle università, ma la mossa è stata talmente spudorata da contribuire alla radicalizzazione ulteriore delle masse. Questa radicalizzazione ha finito col trascinare con sé i lavoratori salariati, in un primo momento passivi. Nell'ultima settimana sono scesi in sciopero operai e impiegati delle grandi aziende energetiche Sonatrach e Sonelgaz, delle telecomunicazioni, dei metrò, delle poste, degli hotel. Il sindacato di regime vicino al potere, Unione Nazionale dei Lavoratori Algerini, è stato contestato da significativi settori dei suoi stessi iscritti, che hanno chiesto le dimissioni del suo presidente Sidi-Saïd. L'ingresso sulla scena della classe lavoratrice ha certo moltiplicato l'impatto sociale e politico della lotta, mettendo il regime con le spalle al muro.


SI INCRINA L'UNITÀ INTERNA AL REGIME 

La sollevazione ha incrinato l'unità interna al regime. La soluzione repressiva inizialmente promossa dal primo ministro Ouyahia si è rivelata presto impraticabile. I gesti di solidarietà intercorsi tra manifestanti e poliziotti hanno allarmato le gerarchie militari, inducendole a un cambio di passo. È il capo dell'esercito, non a caso, ad aver salutato l'unità tra le forze armate e il popolo, sconfessando la politica di Ouyahia e spingendolo di fatto al ritiro. Ed è la gerarchia militare che oggi si intesta l'apertura istituzionale alle “domande del popolo” e l'accantonamento del quinto mandato di Bouteflika. Ma la matrice militare dell'operazione è anche la chiave di lettura del suo vero significato. La gerarchia militare è il bastione dello Stato algerino. La sua centralità è il portato della lunga guerra contro il panislamismo stragista degli anni '90. La ramificazione dei suoi interessi, diretti o indiretti, pervade l'insieme dell'economia algerina e della vita pubblica del paese. Se la gerarchia militare oggi mima l'apertura al popolo, accantonando nell'immediato uno scontro frontale ingestibile, è solo per salvare in altra forma la continuità del proprio potere, e con esso l'intreccio con gli interessi dell'imperialismo, innanzitutto francese ma non solo. Lo straordinario silenzio delle diplomazie imperialiste - a partire da Macron - sugli avvenimenti algerini nasce da qui. L'imperialismo trattiene il fiato per non sbagliare mossa. Non può benedire Bouteflika perché sospingerebbe così facendo la rivolta stessa e la sua radicalizzazione antimperialista. Ma nello stesso tempo non può sconfessarlo, perché non saprebbe (ancora) con chi rimpiazzarlo, e perché Bouteflika è il custode tradizionale dei suoi affari (e segreti). I comandi militari cercano così di occupare il vuoto presentandosi agli ambienti imperialisti come garanti dell'ordine e al popolo come garanti della democrazia. Mentre la Confindustria algerina, che ha già scaricato Bouteflika, punta le proprie carte su Lakhdar Brahimi, inviato dell'ONU per la crisi libica: un cambio di cavallo in piena corsa pur di restare in sella.

Vedremo se l'operazione maquillage riuscirà nel suo intento. Vedremo se l'ascesa algerina assumerà il carattere di rivoluzione o se ripiegherà. Di certo la storia delle rivoluzioni arabe ripropone la necessità di una direzione cosciente contro ogni illusione sulla dinamica spontanea degli avvenimenti.


L'UNICA SOLUZIONE È RIVOLUZIONARIA 

La parola d'ordine immediata è il rifiuto della soluzione truffaldina offerta. Le masse non si sono mobilitate contro il quinto mandato di Bouteflika per prolungare a tempo indefinito il suo quarto mandato, ma per cacciarlo. Ogni soluzione cosmetica è un inganno. Nessuna conferenza nazionale apparecchiata dal vecchio regime può rispondere alla domanda di svolta che il movimento di massa ha espresso. Alla conferenza nazionale apparecchiata da Bouteflika va contrapposta la parola d'ordine di una vera assemblea costituente.

A sua volta, non si può confinare la sollevazione algerina in un ambito esclusivamente democratico. Nel rivendicare la cacciata di Bouteflika le masse non hanno chiesto solamente la fine di corruzione, privilegi, dispotismo. Hanno chiesto anche un cambio radicale della propria condizione sociale, di lavoro e di vita. Non si può realizzare questo cambio senza rompere con l'imperialismo e con la borghesia nazionale ad esso asservita, senza nazionalizzare le banche, senza abolire il debito pubblico verso il capitale finanziario e recuperare il controllo delle risorse del paese. Misure che solo un governo operaio e popolare può realizzare.

È questa l'unica soluzione che può dare garanzie reali alle stesse rivendicazioni democratiche delle masse. Nessuna fiducia può essere posta nelle gerarchie militari e nelle loro finzioni sceniche. Il generale al-Sisi si presentò in Egitto come garante del popolo e della democrazia, salvo poi rinverdire il vecchio regime di Mubarak. I liberali progressisti che inizialmente lo sostennero, o lo coprirono, sono finiti in galera. È un esperienza che non si può rimuovere. La classe lavoratrice algerina, i giovani, le donne, i protagonisti di queste settimane straordinarie, possono fidarsi unicamente della propria forza e della propria capacità di organizzarla. L'autorganizzazione democratica e di massa della classe lavoratrice e delle masse oppresse è la condizione decisiva per condurre in avanti tutte le loro rivendicazioni, democratiche e sociali.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sale la marea in Algeria

Per una soluzione anticapitalista della crisi. 

L'Algeria è segnata da un'importante ascesa di massa che scuote alle fondamenta il potere di Bouteflika.

La crisi capitalistica internazionale ha avuto ricadute profonde in Algeria. Il capitalismo algerino si è fondato sull'esportazione di gas e di petrolio. La rendita petrolifera ha ingrassato per decenni il regime nazionalista, nato dal ceppo del vecchio Fronte di Liberazione Nazionale. Ha nutrito le sue ramificazioni clientelari e il suo apparato statale, in particolare i privilegi delle gerarchie militari, ed ha anche assicurato per lungo tempo al regime il sostegno della classe media urbana, grazie a elargizioni e sussidi. Un sostegno decisivo nello scontro frontale, politico e militare, con le forze dell'integralismo islamico negli anni '90. Per la stessa ragione, la caduta del prezzo del petrolio, connesso alla crisi internazionale, ha tagliato l'erba sotto i piedi del regime; spesa sociale e assistenza sono state tagliate. Corruzione, nepotismo, militarismo, per lungo tempo accettati con malcelata rassegnazione in cambio della stabilità sociale, sono diventati sempre più insopportabili agli occhi di ampi settori di massa della popolazione urbana.

L'ascesa della rivoluzione araba nel 2010-2011, che travolse Ben Alì e Mubarak, risparmiò Bouteflika. La controrivoluzione in Egitto, prima per mano dei Fratelli Musulmani e poi dell'esercito, spense rapidamente le potenzialità di contagio di Piazza Tahrir in Algeria. La tragica deriva confessionale e reazionaria della rivoluzione siriana, dopo il 2014, contribuì alla tenuta del regime laico algerino: nulla di più comprensibile in un paese segnato negli anni '90 dal terrorismo islamista. Da qui un commentario borghese internazionale che lodava la stabilità algerina come esempio virtuoso nella nazione araba. Ma questa stabilità veniva celebrata nel momento stesso in cui deperivano le basi materiali su cui si reggeva. L'esplosione sociale di massa dell'ultima settimana è la risultante di questa dinamica.

È ancora prematuro avanzare una previsione certa sulla dinamica in corso, ma i suoi caratteri sono ben delineati. La mobilitazione non è stata espressione di un processo graduale di ascesa. Ha avuto i caratteri di una brusca svolta, di una esplosione sociale concentrata e radicale. L'annuncio della presentazione alle elezioni di un presidente decrepito, simbolo provocatorio della conservazione, ha costituito il suo fattore di innesco. Le manifestazioni di massa hanno assunto in pochi giorni grandi proporzioni, nonostante la censura delle televisioni del regime. Ottocentomila persone sono scese in strada, secondo i dati ufficiali della polizia algerina, un numero imponente. Le rivendicazioni centrali sono di carattere democratico (giustizia, dignità, democrazia), com'è naturale in un contesto simile nella fase di ascesa. La mobilitazione è stata trainata dagli studenti e dall'intellighenzia delle libere professioni (avvocati, giornalisti...), ma si è allargata rapidamente agli strati popolari delle città. La massa dei giovani laureati disoccupati, in un paese in cui il grosso della popolazione è giovanissima, segna le manifestazioni con la propria presenza centrale. Altrettanto importante la presenza femminile: la prima manifestazione contro Bouteflika si è tenuta a Orano, seconda città del paese, promossa da un gruppo di donne. La classe lavoratrice algerina non ha ancora fatto un ingresso significativo sulla scena, a differenza di quanto accadde in Tunisia ed Egitto, ma il varco aperto dalle manifestazioni di massa potrebbe trascinarla nello scontro, come mostra l'adesione alle proteste di alcuni settori del sindacato UGTA. Di certo una sua irruzione allargherebbe in modo decisivo la crisi del regime.

Le elezioni presidenziali sono indette. Le forze dell'opposizione islamista sono ai margini. Altre opposizioni di sua maestà, cuscinetto protettivo del regime, sono ridicolizzate dall'esplosione dell'opposizione di massa a Bouteflika. Il regime non sa bene che fare. Il muro della censura mediatica non ha retto, la repressione militare è un'arma a doppio taglio: può contare sulla fedeltà degli alti ufficiali, compromessi e corrotti, ma non necessariamente sulla truppa. Bouteflika ha cercato di guadagnare tempo annunciando che dopo le elezioni presidenziali terrà a distanza di un anno elezioni politiche in cui non si candiderà, ma la domanda del movimento di massa è “Boutef vattene!”. Non domani, ora.

Analizzeremo lo sviluppo degli avvenimenti in Algeria. A differenza delle scuole campiste e staliniste già schieratesi dall'inizio con i Ben Alì, i Mubarak, e gli Assad, nel nome del loro presunto antimperialismo e progressismo, il nostro posto è al fianco delle mobilitazioni di massa contro regimi reazionari e filoimperialisti, e dunque oggi contro il regime reazionario di Bouteflika. Un regime che ha servito gli interessi imperialisti in Algeria, a partire da quelli francesi. Al tempo stesso, a differenza di tutte le scuole movimentiste che si affidano alla dinamica spontanea dei movimenti, diciamo che la sollevazione algerina, come ogni sollevazione popolare, pone la questione decisiva della direzione e del programma. Senza una direzione di classe, anticapitalista e rivoluzionaria, nessuna ribellione di massa può portare a successo reale e duraturo le proprie ragioni progressive, ed anzi è esposta a derive controrivoluzionarie, siano esse laiche o confessionali. È accaduto in Egitto, è accaduto in Siria, può nuovamente accadere in Algeria. È la grande lezione delle rivoluzioni arabe del 2010-2011.

Non è sufficiente rovesciare Bouteflika, come non fu sufficiente rovesciare Ben Alì e Mubarak. È necessario legare le rivendicazioni democratiche della ribellione di massa a un programma di rottura con l'imperialismo e la borghesia algerina che lo serve: ripudiare il debito algerino verso le potenze imperialiste, nazionalizzare le compagnie imperialiste in Algeria, nazionalizzare le banche e il commercio con l'estero. Senza queste misure non vi può essere svolta reale per i lavoratori e le masse popolari algerine. Solo un governo operaio e popolare può realizzare queste misure. Lavorare all'irruzione della classe operaia sulla scena, raccogliere le sua forze attorno a questo programma, portare nel movimento di massa la battaglia per l'egemonia di questo progetto anticapitalista è la ragione dei marxisti rivoluzionari in Algeria.
Partito Comunista dei Lavoratori


Ipocrisia e crimine della UE contro i migranti

Sugli accordi del 29 giugno

30 Giugno 2018
 L'accordo unanime dei ventotto governi capitalistici dell'Unione Europea in fatto di immigrazione è un manifesto di ipocrisia, ma anche la sottoscrizione di un crimine.

L'ipocrisia ha travalicato i confini del grottesco. Nel nome della solidarietà europea, la vera preoccupazione di ogni governo è stata cercare di salvare la faccia sul proprio fronte interno. Ogni governo ha rassicurato la propria opinione pubblica “sovranista” sul fatto che dell'accoglienza si occuperà il vicino. Ogni governo ha sventolato come propria vittoria il conto rifilato agli “alleati”.

In questo gioco l'Italia giallo-verde è rimasta col cerino in mano. Il "governo del cambiamento” ha dovuto esibire come successo una specie di acquisto del Colosseo: un accordo patacca che esenta persino formalmente gli altri paesi della UE da ogni obbligo in fatto di accoglienza e di ripartizione, mentre la Germania si riserva di rispedire in Italia i migranti in essa sbarcati.
Merkel esibisce il risultato agli occhi della CSU bavarese, e salva così il proprio governo. Macron sbatte gongolante la permanenza del Trattato di Dublino in faccia a Le Pen e all'Italia. Ma cosa può esibire Giuseppe Conte agli occhi di un'opinione pubblica cui aveva annunciato la svolta? La verità è che il tiro alla fune ipocrita tra gli Stati europei sulla gestione dei flussi migratori continuerà inalterato, e che le stesse parole sibilline di un accordo finto saranno usate dagli uni contro gli altri senza risparmio di colpi nel nome degli interessi nazionali. Ovunque si continuerà a far credere ai propri lavoratori, precari, disoccupati, che il loro nemico è lo straniero, secondo quell'impasto di nazionalismo e xenofobia che oggi concima un senso comune diffuso.

Tuttavia dietro il sipario della recita ipocrita e delle contraddizioni imperialiste si nasconde il vero contenuto concreto dell'accordo: la militarizzazione della frontiera esterna dell'Unione Europea, con la piena copertura delle Nazioni Unite. Questo, e solo questo, è l'accordo vero del 29 giugno. Erdogan riceve altri tre miliardi per blindare la frontiera balcanica. Altri 500 milioni vanno al Fondo fiduciario per l'Africa, per recintare la frontiera sub-sahariana. Imprecisate piattaforme di sbarco extra-UE dovrebbero essere aperte in Algeria, Egitto, Libia, Tunisia, col tentativo di accollare loro - con destinazione definitiva - la gran parte del carico dei migranti: un gigantesco deposito di carne umana destinato ad arbitri ed abusi. (Se poi i corrotti governi nord-africani opporranno resistenza si cercherà di oliare la loro disponibilità.)
Infine la Guardia Costiera libica, con le nuove motovedette fornite da Salvini, ottiene pieni poteri nel Mar Mediterraneo mentre si chiudono i porti italiani alle Ong persino per i rifornimenti. Ciò che significherà una cosa sola: nuove stragi di naufraghi per mancato soccorso e ulteriori segregazioni nei campi lager libici, luogo quotidiano di stupri, torture, commercio degli schiavi.

L'accordo del 29 giugno è la riprova, una volta di più, che l'unica possibile Unione (capitalistica) europea è quella contro gli sfruttati: contro i propri lavoratori e contro gli oppressi di ogni colore.
Per questo “Prima gli sfruttati”, al di là di ogni frontiera, è ovunque l'unica risposta. A partire dall'opposizione al governo capitalista di casa propria.
Partito Comunista dei Lavoratori