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I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per uno sciopero generale di massa

 


Per la costruzione di un movimento di classe e di massa contro la guerra e le politiche di riarmo!

Volantino che distribuiremo venerdì 20 maggio durante lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base


L'invasione imperialista russa dell'Ucraina è oggi usata come pretesto per una grande campagna di riarmo da parte della NATO e degli imperialismi d'Occidente, Italia inclusa.

Le sanzioni e le spese di riarmo sono scaricate sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici e delle masse popolari: da un lato ci sono aumenti delle bollette; nuovi tagli a sanità, istruzione, pensioni; ulteriori colpi all'occupazione, mentre le aziende energetiche e le banche gonfiano il portafoglio degli azionisti, con scalate di Borsa e profitti da record.

Questo sciopero, che trova la convergenza di quasi tutto il sindacalismo di base e il sostegno di gran parte della sinistra politica, sociale e di movimento, è sicuramente un fatto importante, sia per il carattere della piattaforma classista e radicale contro l’avanzare dello scontro interimperialistico e l'economia di guerra, sia per la possibilità di creare attorno a questo programma la convergenza di tante avanguardie e lavoratori e lavoratrici che non si arrendono alla gravissima e vergognosa passività della burocrazia CGIL, intenta ancora una volta a coprire il governo Draghi, dopo uno sciopero generale autoreferenziale e senza alcun seguito.

Da questo sciopero si deve investire per la costruzione di una mobilitazione di lotta generale unitaria; tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le sinistre politiche e sindacali, sono chiamate a questo compito e debbono unire nell'azione le proprie forze.

Il PCL lavorerà per la costruzione di questo percorso, per far emergere la necessità di uno sciopero generale continuativo e di massa, per l'allargamento del fronte di classe, per una piattaforma d'azione che si contrapponga a tutti gli imperialismi, a partire dall'imperialismo di casa nostra.

Contro il caro prezzi e bollette è necessario battersi per rivendicazioni drastiche • No ai piani di riarmo • Blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina • Controllo operaio sui prezzi • Forti aumenti salariali e reintroduzione della scala mobile dei salari • Esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dei grandi monopoli dell'energia: una misura di igiene sociale ed anche una condizione decisiva per la riorganizzazione radicale del settore energetico in direzione delle fonti rinnovabili • Blocco dei licenziamenti e riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario - 30 ore pagate 40 - per redistribuire il lavoro tra tutti e tutte • Istituire una cassa nazionale di resistenza per sostenere le lotte • Occupare le aziende che licenziano, battersi per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio • Via le leggi di precarizzazione del lavoro • Controllo operaio sulla sicurezza contro le morti sul lavoro • Patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco che finanzi sanità, istruzione, lavoro, sviluppo delle energie rinnovabili.

UNIRE TUTTE LE VERTENZE IN UNA VERTENZA GENERALE: fare come in GKN ed espandere questa esperienza lanciando un’assemblea nazionale di delegati e di delegate per decidere il percorso della lotta!

Per imporre queste misure è necessaria una svolta radicale. Contro l'economia di guerra, contro i piani di riarmo, contro le speculazioni del capitale occorre definire una piattaforma di mobilitazione indipendente del movimento operaio capace di unire il lavoro salariato e di aggregare attorno ad esso la maggioranza della società e tutti i settori di lotta.

Il PCL è impegnato a far emergere nell'avanguardia di classe e tra le masse la consapevolezza della necessità di questa svolta. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per un'alternativa di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Confindustria e Landini a braccetto a sostegno dell'Unione Europea

La nuova segreteria Landini in CGIL era stata presentata come garanzia di svolta della confederazione. Nonostante il nuovo segretario portasse in dote il peggior contratto della storia dei metalmeccanici pur di accreditarsi agli occhi dell'apparato, questa illusione è stata ampiamente condivisa in ambienti diversa della sinistra, con la immancabile benedizione de Il Manifesto.
Ora parlano i fatti.

L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta «la funzione sociale di progresso dell'Unione» (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come «garanzia di pace» (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro di «raggiungere dimensioni comparabili a quelle USA», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri player mondiali». Per questo invoca «una politica estera europea proporzionale al Pil continentale». In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.

Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.

Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.

Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.

“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.
9 aprile 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Accordo sindacati-Confindustria. Le sinistre hanno qualcosa da dire?


28 Febbraio 2018 - Questa notte Confindustria ha incassato il sì delle burocrazie sindacali alla propria piattaforma. Tutti gli aspetti peggiori dell'ultimo contratto dei metalmeccanici vengono estesi all'intero impianto delle relazioni sindacali. A riprova del fatto che quell'accordo - contestato in tante grandi fabbriche - rappresentava un accordo pilota, come tale peraltro presentato da Federmeccanica. 

La sostanza dell'accordo è inequivocabile. Gli aumenti salariali su scala nazionale vengono subordinati all'Ipca, che per definizione è inferiore alla inflazione reale (perché i costi dell'energia non sono calcolati); ogni contrattazione aziendale viene subordinata all'incremento della produttività: cioè deve essere pagata dai lavoratori stessi (con l'incremento dello sfruttamento). Già solo questo significa che nel momento della massima euforia delle Borse e dei profitti, e dopo un'infinita crisi sociale, non solo si nega ai lavoratori e alle lavoratrici ogni miglioramento della propria condizione, ma li si subordina in forma ancor più vincolante agli interessi padronali.

Un altro aspetto del contratto dei metalmeccanici diventa centrale nel nuovo accordo siglato: la generalizzazione del welfare aziendale. Benefit al posto del salario. Nuovi sgravi fiscali ai padroni a vantaggio dei loro profitti e a carico del welfare universale. Una forma aggiuntiva di ricattabilità dei lavoratori da parte dei padroni. Non bastava la libertà di licenziare senza giusta causa per i nuovi assunti. Occorreva dire all'operaio che se non si subordina all'azienda, se rivendica migliori condizioni, mette a rischio non solo il posto di lavoro ma anche l'accesso ai “benefici” (sanità, rette, pensioni...) che a quel posto si legano. Come negli USA. Mentre il welfare aziendale a scapito di quello universale diventa un nuovo terreno di speculazione e arricchimento del capitale finanziario.

Infine l'accordo blinda la famosa esigibilità dei contratti introdotta dal Testo Unico del 10 gennaio, cioè l'impossibilità di contestare gli accordi da parte di chi ne è vittima, se non al prezzo di sanzioni.

Confindustria brinda entusiasta, a ragione. Brinda la CISL di Furlan, sempre più sindacato padronale. Mentre la burocrazia della CGIL segue a ruota vergognosamente, pur di sancire l'unità sindacale, e ottenere il riconoscimento del padronato. Indecente. Tanto più alla vigilia del voto del 4 marzo. Il segnale che le burocrazie sindacali – CGIL in testa - inviano a tutti i partiti padronali è molto semplice: la governabilità del conflitto sociale è sotto controllo, il movimento operaio starà fuori della contesa politica, siate riconoscenti per il servizio reso.

Le diverse forze della sinistra politica non hanno nulla da dire su questa ennesima capitolazione della CGIL? Continueranno a subordinarsi organicamente agli apparati sindacali (LeU) o a tacere pubblicamente sulle loro responsabilità (Rifondazione, cioè Potere al Popolo)?

Il Partito Comunista dei Lavoratori e la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” si battono e si batteranno in ogni caso contro l'accordo Confindustria-sindacati, in coerenza con la battaglia di sempre. Per una direzione alternativa del movimento operaio. Per una prospettiva anticapitalista.
Partito Comunista dei Lavoratori