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Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Gli attacchi di Trump alla Nigeria e il vicolo cieco dell’imperialismo

 


Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Trump, hanno lanciato un’azione militare in Nigeria. Questa escalation è arrivata dopo mesi di retorica mediatica aggressiva, incluse ripetute minacce di intervenire “ad armi spianate” se la Nigeria non avesse posto fine alla violenza contro i cristiani. A fine novembre Trump ha ufficialmente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione”, collegando l’insicurezza interna alla persecuzione religiosa e presentando l’intervento militare come una necessità morale.

Il giorno di Natale 2025 le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nello Stato nord-occidentale di Sokoto, che Washington ha descritto come legato a gruppi affiliati all’ISIS. Almeno sedici missili da crociera Tomahawk sarebbero stati lanciati da piattaforme navali statunitensi. Il governo federale della Nigeria ha dichiarato che l’operazione è stata condotta con sua accondiscendenza e suo coordinamento. Trump, tuttavia, ha pubblicamente presentato gli attacchi come un’ azione unilaterale di difesa dei cristiani perseguitati.

All’inizio di febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno ufficialmente confermato il dispiegamento di un piccolo contingente militare in Nigeria. Funzionari del Comando degli Stati Uniti in Africa hanno dichiarato che l’iniziativa è stata intrapresa dopo colloqui di alto livello con il governo nigeriano, e mira a rafforzare la cooperazione antiterrorismo di fronte alla persistente violenza e insicurezza jihadista. Questa forza di effettivi è descritta come limitata e focalizzata su intelligence, sorveglianza e supporto, piuttosto che su combattimenti su larga scala, ma segna il primo riconoscimento formale di truppe statunitensi sul suolo della Nigeria dai tempi degli attacchi aerei di Natale. Il dispiegamento segnala uno spostamento dalla pressione militare a distanza a una presenza diretta, sollevando nuove preoccupazioni sulla sovranità, la stabilità regionale e la possibile espansione dell’intervento imperialista in Africa occidentale.

COMPRENDERE L’AZIONE MILITARE STATUNITENSE IN NIGERIA

La giustificazione ufficiale degli Stati Uniti si basa su due argomenti. Il primo è la necessità di fermare la violenza estremista. Il secondo è la presunta difesa dei cristiani che rischiano lo sterminio sistematico. Trump ha ripetutamente affermato che i militanti islamici stavano compiendo un genocidio e che la forza militare era l’unica risposta adeguata.

La realtà sul campo è molto più complessa. La Nigeria soffre di molteplici conflitti sovrapposti determinati da fattori sociali, economici e politici. Questi includono un’insurrezione di lunga durata che coinvolge Boko Haram, il gruppo rivale Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) nel nord-est, l’ascesa di altri gruppi armati localizzati come Lakurawa, che operano in alcune parti del nord-ovest, banditismo diffuso e rapimenti radicati nella povertà e nel collasso dello Stato, conflitti tra agricoltori e pastori nelle regioni centrali dovuti alla pressione sulla terra, allo stress climatico e all’emarginazione etnica.

La violenza in Nigeria non segue un semplice binario religioso. Gruppi armati attaccano sia musulmani che cristiani. Tra le cause dell’insicurezza ci sono la disoccupazione, la disuguaglianza, il degrado ambientale, le istituzioni deboli e la corruzione radicata delle élite.

Gli obiettivi degli attacchi statunitensi erano apparentemente accampamenti associati a Lakurawa, un gruppo emerso nella zona e operante negli Stati di Sokoto e Kebbi. La natura di questo gruppo rimane controversa. Alcuni analisti si chiedono se Lakurawa sia effettivamente un’affiliata dell’ISIS o se funzioni principalmente come una rete armata locale emersa dal collasso economico e politico. Le autorità nigeriane hanno sottolineato che l’operazione non aveva motivazioni religiose e hanno inquadrato la cooperazione con gli Stati Uniti in una strategia più ampia per combattere la violenza.

IMPERIALISMO, NARRAZIONI RELIGIOSE E TEATRO POLITICO

Da una prospettiva socialista rivoluzionaria, l’invocazione della persecuzione religiosa svolge diverse funzioni politiche. Mobilita il sostegno interno negli Stati Uniti, soprattutto tra i settori evangelici e conservatori, inquadra l’intervento militare come un salvataggio morale e non come una proiezione di potere. Infine, distoglie l’attenzione dalle cause strutturali dell’insicurezza radicate nel capitalismo e nel fallimento dello Stato.

Le potenze imperialiste hanno sempre avvolto i loro interventi nel linguaggio della protezione e del dovere umanitario. Che si tratti di difendere le minoranze, diffondere la democrazia o combattere il terrorismo, queste narrazioni nascondono obiettivi strategici. Il controllo delle regioni, dei mercati, delle risorse e degli Stati clienti rimane la logica di fondo.

La retorica di Trump si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il linguaggio morale viene utilizzato per legittimare la violenza oscurando gli interessi di classe che essa serve. Il risultato è un teatro politico che sacrifica vite nigeriane per rafforzare la credibilità imperiale.

LE RADICI DI CLASSE DELLA VIOLENZA E I LIMITI DELLA SUPREMAZIA AEREA

L’insicurezza in Nigeria non può essere risolta con la tecnologia militare. La disoccupazione cronica, la marginalizzazione rurale, il crollo dei servizi pubblici e l’assenza di responsabilità democratica creano condizioni in cui i gruppi armati prosperano. Quando lo Stato si ritira, milizie e reti criminali colmano il vuoto, a volte fornendo ordine, entrate economiche o protezione.

I bombardamenti aerei non risolvono queste contraddizioni. Le armi di precisione possono uccidere i combattenti, ma non possono costruire scuole, redistribuire terre o creare lavoro decente. Nel migliore dei casi, gli attentati sostituiscono la violenza. Nel peggiore dei casi, frammenta i gruppi armati e alimenta cicli di rappresaglie.

I benefici tattici a breve termine spesso comportano costi strategici a lungo termine. L’inquadramento religioso dell’intervento rischia di diventare uno strumento di reclutamento per le organizzazioni militanti. Gli attacchi stranieri aggravano il risentimento, rafforzano la resistenza e minano la legittimità locale.

RIVALITÀ IMPERIALISTE E SOVRANITÀ NIGERIANA

L’intervento americano deve essere considerato anche nel contesto della crescente rivalità interimperialistica in Africa. La crescente presenza economica della Cina e gli accordi di sicurezza con la Russia hanno spinto Washington a riaffermare la propria influenza militare. La Nigeria, essendo il paese più popoloso dell’Africa, occupa una posizione strategica nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Nella loro risposta, i governanti nigeriani hanno sottolineato la sovranità e il rispetto reciproco. Tuttavia, la dipendenza dalle potenze imperialiste in materia di sicurezza riflette una debolezza strutturale più profonda. Gli Stati schiacciati dal debito, dall’austerità e dalla condotta predatoria delle élite lottano per perseguire percorsi indipendenti verso la stabilità. La cooperazione militare spesso rafforza la dipendenza piuttosto che l’autonomia.

CRITICA DEL CAMPISMO

I socialisti rivoluzionari rifiutano la logica che divide gli interventi imperiali in campi buoni e cattivi. Che sia giustificata da linguaggio umanitario o da richieste antiterrorismo, la violenza imperialista serve sistematicamente le classi dominanti e non i lavoratori.

In Nigeria le masse sopportano fame, disoccupazione e il crollo delle infrastrutture. Non ottengono nulla dai calcoli strategici americani. La vera sicurezza richiede il controllo democratico delle forze di sicurezza, investimenti massicci nei servizi pubblici, riforme agrarie e una distribuzione equa delle risorse, nonché una cooperazione regionale indipendente dal dominio imperiale.

Questi obiettivi non possono essere raggiunti tramite un intervento militare straniero. Al contrario, l’intervento rafforza le élite locali allineate con gli interessi imperiali e reprime le alternative popolari.

LEZIONI DELLA STORIA

La storia rivoluzionaria offre chiari avvertimenti. Trotsky sosteneva che la liberazione non può essere fornita dalle potenze imperialiste. Le esperienze di Algeria, Vietnam, Iraq e Libia mostrano che l’intervento straniero sostituisce una forma di dominio con un’altra e lascia la società frammentata e instabile.

La Nigeria affronta un pericolo simile. La dipendenza dalla potenza di fuoco statunitense senza trasformazione sociale rischia di riprodurre cicli di violenza. Rapporti di intelligence scarsi e obiettivi poco chiari sollevano serie preoccupazioni riguardo a danni ai civili e forze mal indirizzate. Questi risultati erodono ulteriormente la fiducia e la legittimità.

IL PERCORSO DELLA CLASSE LAVORATRICE VERSO LA SICUREZZA

La sicurezza durevole nasce dal potere collettivo, non dai missili. Una strategia della classe lavoratrice deve concentrarsi sulla mobilitazione democratica e sulla trasformazione sociale. Ciò include la creazione di movimenti sindacali indipendenti che trascendano i confini etnici e religiosi, lo sviluppo di una difesa fondata sulla comunità e responsabile verso il popolo, una lotta per la terra e una rivoluzione delle risorse che elimini le radici economiche della violenza, una lotta per l’espansione dell’accesso all’istruzione, alla salute e all’occupazione, e un collegamento delle lotte delle masse nigeriane alla resistenza globale della classe lavoratrice contro l’imperialismo e alla lotta per il socialismo.

Questo approccio rifiuta sia la repressione autoritaria sia il militarismo straniero. Riconosce che il capitalismo produce insicurezza e che solo le masse organizzate possono smantellarla.

LOTTA E RESISTENZA

Gli attacchi in Nigeria rappresentano una pericolosa escalation dell’intervento imperialista nell’Africa occidentale. Nuove azioni militari probabilmente aggraveranno le fratture sociali e rafforzeranno i discorsi estremisti.

Allo stesso tempo, la resistenza crescerà. Questa resistenza sarà quella dei lavoratori nigeriani che sfidano sia le élite interne sia la dominazione straniera, alleanze su scala regionale di lavoratori in lotta contro la militarizzazione e movimenti internazionali contro la guerra che combattono lo sfruttamento capitalistico.

La solidarietà della classe lavoratrice deve attraversare i confini. I lavoratori nigeriani condividono interessi comuni con quelli di tutta l’Africa e del mondo. Il loro futuro non è nelle potenze imperiali, ma nella lotta collettiva.

Gli attacchi aerei di Trump in Nigeria mettono in luce la bancarotta delle soluzioni imperialiste rispetto alla crisi sociale. Riflettono un calcolo politico e non una preoccupazione umanitaria. Intensificano le criticità che pretendono di risolvere.

La sicurezza e la liberazione non possono essere garantite dagli eserciti stranieri. Devono essere costruiti attraverso un’organizzazione democratica dal basso. Solo un programma della classe lavoratrice basato sul socialismo, sull’uguaglianza e l’internazionalismo offre una via verso la pace, l’autonomia e la dignità per la Nigeria e il continente africano.

Ezra Otieno

Libertà per Mohammad Hannoun!

 


Il governo italiano al servizio dello Stato sionista

27 Dicembre 2025

L'arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia, e di altri otto attivisti palestinesi, è un fatto gravissimo che denunciamo con forza.
Il governo italiano, e in particolare il ministero degli Interni, si fanno una volta di più esecutori solerti del regime genocida di Netanyahu.

L'imputazione rivolta contro Hannoun è quella di aver diretto l'organizzazione di Hamas nel nostro paese, in particolare di aver promosso la raccolta di fondi a sostegno di organizzazioni umanitarie e di assistenza a questa collegate, e per questo considerate associazioni illegali dallo Stato d'Israele.
Dunque lo Stato italiano assume come proprio codice legale il codice di uno Stato coloniale. Uno Stato che, come è noto, considera terroristiche o complici del terrorismo, pertanto illegali, non solo le organizzazioni della resistenza ma tutte le associazioni e attività legate al sostegno alla popolazione palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Una ipocrisia rivoltante. Tutti sanno che la popolazione di Gaza, martoriata da due anni di bombardamenti genocidi, dalla fame, dalla distruzione di ogni forma di vita civile, è amministrata da Hamas. Qualsiasi forma di sostegno alla popolazione civile di Gaza passa per ciò che resta delle sue strutture amministrative. Con questa ragione il governo genocida di Netanyahu ha sistematicamente boicottato ogni forma di assistenza umanitaria, sanitaria, alimentare alla popolazione che bombardava: “ogni aiuto va ad Hamas, quindi nessun aiuto” è stato ed è il codice sionista. Il governo italiano ha semplicemente fatto propria questa logica criminale di Israele.

In ogni caso, non riconosciamo alcuna legittimità ad accuse di terrorismo provenienti dallo Stato d'Israele, sia quando dirette contro organizzazioni della resistenza palestinese (Hamas inclusa) sia a maggior ragione quando dirette contro forme di sostegno alla popolazione civile della Palestina. Il terrorismo è quello dello Stato coloniale sionista, col suo carico sanguinoso di barbarie agli occhi del mondo intero; non quello di chi resiste, di chi lo contrasta, di chi assiste una popolazione martortiata.

Non sosteniamo politicamente Hamas e il suo progetto. Ma difendiamo incondizionatamente ogni organizzazione della resistenza palestinese, e ogni forma di sostegno alla popolazione palestinese, dalla repressione dello Stato sionista, e del governo italiano che se ne fa esecutore. Non saremo mai equidistanti tra oppressi ed oppressori.

Giù le mani da Mohammad Hannoun e dai palestinesi arrestati!

Per la più ampia mobilitazione unitaria del movimento pro Palestina, e di tutte le organizzazioni del movimento operaio, a favore dell'immediata liberazione degli arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Il semaforo verde di Russia e Cina al piano coloniale di Trump

 


Il popolo palestinese non ha amici in alto ma solo in basso

19 Novembre 2025

English version

L'astensione di Russia e Cina nel Consiglio Generale dell'ONU sul piano Trump per la Palestina è densa di significato politico. L'astensione è la rinuncia a ogni potere di veto. La rinuncia al potere di veto significa che il piano coloniale americano avrà la copertura delle Nazioni Unite.

Un imperialismo USA che per due anni ha fatto scudo alla barbarie sionista anche col ricorso al proprio potere di veto in sede ONU ha ottenuto dagli imperialismi rivali non solo un sospirato lasciapassare ma la più alta copertura diplomatica. È ciò che Trump chiedeva. È ciò che Trump ha ottenuto.

La soluzione maschera un mercimonio negoziale tra interessi diversi.

La Cina non solo è un grande partner commerciale di Israele ma è impegnata nel negoziato globale con gli USA: sul piano commerciale, lungo la partita di scambio fra terre rare e dazi, e sul più ampio scenario degli equilibri mondiali, a partire dai mari dell'Asia. Il via libera di Pechino a Trump sarà messo sul piatto di questa bilancia negoziale.

La Russia, dal canto suo, non solo è il secondo partner politico dello Stato sionista dopo gli USA, ma punta a incassare le aperture di Trump nella partita ucraina e sul Mare Artico. Il semaforo verde al bonaparte di Washington chiede dunque contropartite su altri terreni.

Peraltro, sia l'imperialismo russo che l'imperialismo cinese sono interessati a buone relazioni con i regimi arabi, in particolare con le grandi monarchie del Golfo. E i regimi arabi avevano e hanno bisogno della copertura diplomatica ONU per imbarcarsi in una “forza internazionale di stabilizzazione” in Palestina a guida USA, con tutte le incognite e i rischi del caso, anche nel rapporto con le proprie opinioni pubbliche. Mosca e Pechino hanno garantito la copertura richiesta.

Ogni ipocrisia diplomatica si nutre naturalmente di tortuosità. Due giorni prima del clamoroso lasciapassare, la Russia aveva avanzato una propria proposta nel Consiglio di sicurezza che citava l'eterna bufala dei “due Stati per due popoli”. Lo scopo era quello di poter vantare l'inserimento successivo nella risoluzione ONU di un vaghissimo riferimento alla questione palestinese quale frutto della propria pressione. La verità è che le finzioni retoriche stanno a zero. Servono ai regimi arabi per mascherare la propria subordinazione all'imperialismo USA e al sionismo, così come servono a Russia e Cina per esibire benemerenze presso i regimi arabi. Ciò che conta materialmente è altro.

Il piano Trump può procedere con le spalle coperte, da una posizione più avanzata. Mentre lo Stato sionista prosegue la propria macelleria: a Gaza, ulteriormente smembrata dalle forze israeliane, dove continuano distruzione di case, deportazioni, fame; in Cisgiordania, dove prosegue l'azione terrorista di esercito e coloni contro i palestinesi.

Il genocidio, in altre forme, perdura. Il disarmo e la distruzione della resistenza palestinese restano l'obiettivo comune di Trump, dello Stato sionista, delle borghesie arabe, degli imperialismi europei. Quanto alla ANP , già da decenni sul libro paga di Israele, chiede solo di essere caricata a bordo dell'operazione con qualche patacca di riconoscimento formale, fosse pure a futura memoria.

Certo, non mancano le contraddizioni. Israele non vuole la presenza turca nella forza internazionale a guida americana che entrerà nella Striscia. I regimi arabi, Egitto e Giordania in testa, sono disponibili a fornire truppe di occupazione, ma vorrebbero prima che altri facessero il lavoro sporco di disarmare Hamas. I governi europei sono in prima fila per il business della ricostruzione ma non vorrebbero arrischiare truppe, offrendo in cambio l'addestramento all'estero di una futura polizia palestinese, magari attraverso i Carabinieri. Persino Trump, che pur si candida a presiedere il protettorato coloniale da lui stesso insediato, non vuole un coinvolgimento diretto di truppe statunitensi a Gaza, perché teme contraccolpi elettorali in caso di bare americane.

Insomma, tutte le forze dominanti vogliono incassare la propria parte del bottino finale del genocidio ma senza pagarne il prezzo. La pentola non trova il coperchio. Il copione è ancora in cerca di firma.

Ma in ogni caso emerge, tanto più oggi, una verità incontestabile: il popolo palestinese e la sua resistenza non hanno amici tra le potenze imperialiste vecchie e nuove, nella diplomazia truffaldina dell'ONU, presso i governi arabi, nelle cosiddette democrazie europee. I suoi possibili alleati stanno in basso, fra i popoli oppressi, nella classe lavoratrice, e innanzitutto in quella nuova generazione che in tutto il mondo si è mobilitata con la Palestina nel cuore.

Solo una rivoluzione cambia le cose. Vale per tutti. Vale a maggior ragione per il popolo palestinese e per le masse oppresse di tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al piano coloniale Trump-Netanyahu

 


Per la continuità della mobilitazione unitaria contro il sionismo e l'imperialismo

15 Ottobre 2025

L'universo politico mediatico a 360 gradi sta celebrando il piano Trump per la Palestina con la retorica più grottesca. Anche i commentatori più sobri si sperticano in lodi commosse per la ritrovata “pace” in Medio Oriente, attribuendo a Donald Trump il ruolo storico di pacificatore.

Ma di quale pace stiamo parlando?

Cessazione dei bombardamenti, scambio dei prigionieri, ingresso degli aiuti alimentari: se l'accordo si limitasse a questo sarebbe ovviamente del tutto legittimo e positivo. Ma non è questo il contenuto di fondo dell'accordo. Al contrario. Questo è solo il bordo inzuccherato di un bicchiere velenoso. Velenoso per il popolo palestinese, per la sua resistenza, per la sua liberazione. Chi non vede questo ignora semplicemente la realtà. E danneggia pesantemente la stessa mobilitazione antisionista.

Guardiamo in faccia la realtà dell'accordo. Di ciò che dice e di ciò che tace.


LA REALTÀ DELL'ACCORDO DI “PACE”

La Cisgiordania, di cui il piano non parla, è abbandonata di fatto alla furia dei coloni e delle forze di occupazione. Il fatto che a Ramallah persino i festeggiamenti per i prigionieri liberati siano stati proibiti dalle autorità israeliane, e che le case dei loro familiari siano state saccheggiate preventivamente dai militari occupanti a fini di intimidazione, ci parla dell'immutata quotidianità del terrore sionista. Non meno della prostrazione fisica dei prigionieri palestinesi liberati dopo anni o decenni di torture e angherie.

Per Gaza è prevista un'occupazione militare multinazionale a guida americana sotto la supervisione diretta del Presidente USA. Mentre le forze di occupazione sioniste che ancora controllano oltre il 50% della Striscia manterranno in ogni caso una propria presenza militare. Si tratta di un protettorato mandatario di classica tradizione coloniale. Un'occupazione per procura. Due milioni di gazawi, dopo due anni di genocidio, non avranno neppure il diritto formale a eleggere una propria rappresentanza, ridotti a oggetto passivo di un piano concordato tra imperialismo USA, Stato sionista e borghesie arabe.

Lo Stato sionista, che ha distrutto Gaza, non verserà un solo euro per la sua ricostruzione. Il punto 10 del piano Trump affida la ricostruzione al libero mercato di capitali privati, con l'obiettivo dichiarato di edificare “città medio-orientali”: investimenti immobiliari di lusso garantiti dalle monarchie del Golfo in concerto con le grandi compagnie americane ed occidentali.

I palestinesi poveri di Gaza, con le proprie case distrutte dai bombardamenti, non potranno certo comprare i nuovi immobili di lusso. Saranno destinati alla vita di paria in accampamenti di fortuna, in uno stato permanente di umiliazione e ricatto.
In compenso, è già partito lo sgomitamento tra le grandi aziende e i rispettivi governi per la spartizione del bottino. Il cosiddetto Consiglio di pace sarà solo il comitato d'affari di questo business. Ignoti tecnocrati palestinesi, scelti dalle potenze straniere, daranno copertura all'operazione. L'Italia manderà i carabinieri a supporto delle proprie ragioni contrattuali.

Per le organizzazioni della resistenza palestinese non c'è futuro in questo piano imperialista se non quello della propria subordinazione e/o della propria resa.

La cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, che già svolge da tempo un ruolo di polizia sussidiaria delle forze di occupazione in Cisgiordania, ha prontamente offerto la propria collaborazione al piano Trump alla ricerca di uno strapuntino a Gaza. Ma dovrà guadagnarsi il lasciapassare dello Stato sionista, per il momento non disponibile.

Per Hamas e le forze della resistenza, che in questi due anni hanno combattuto valorosamente, il piano Trump-Netanyahu prevede il disarmo e l'esilio. Al più, nell'attesa della subentrante “forza multinazionale di stabilizzazione” (e dunque nel suo proprio interesse), Trump consente ad Hamas un ruolo provvisorio di polizia locale per mantenere l'ordine. Non più di questo. Lo Stato sionista lo accetta in cambio dell'impegno di Hamas al disarmo.

In sostanza: Trump ha garantito a Israele l'impegno al disarmo di Hamas, ed ha garantito ad Hamas che Israele non riprenderà la guerra dopo la liberazione degli ostaggi. Di certo il negoziato diretto fra gli uomini di Trump e la direzione di Hamas è stato determinante mercoledì scorso per sbloccare l'accordo “di pace”. Ma presentare questo accordo come una vittoria della resistenza sarebbe davvero un macabro scherzo. L'intero piano di “pacificazione” imperialista del Medio Oriente richiede la distruzione della resistenza palestinese.


UN ACCORDO “FIGLIO DELLA MOBILITAZIONE”?

Chi presenta l'accordo “di pace” come un sottoprodotto positivo della grande mobilitazione in Occidente contro il genocidio sionista confonde la propria fantasia con la realtà.

L'accordo non è figlio della mobilitazione antisionista ma dello sfondamento militare di Israele in Medio Oriente.
È vero: mai l'odio contro Israele è stato tanto grande nel mondo, e questo è sicuramente causa ed effetto della grande mobilitazione internazionale contro il genocidio. Ma al contempo mai la forza militare di Israele è stata tanto grande nella regione mediorientale.

In due anni, grazie al sostegno militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo dell'imperialismo USA, la guerra di Israele ha progressivamente piegato a proprio vantaggio i rapporti di forza nella regione. Ha ridimensionato l'Iran, ha annientato la direzione di Hezbollah, ha capitalizzato il crollo del regime siriano. Tutto ciò ha incentivato alla lunga il rilancio degli Accordi di Abramo, cioè la gravitazione dei regimi arabi attorno all'attuale vincitore militare della partita. Trump è stato l'attivo mediatore di questa ricomposizione. Ha portato in dote ad Israele l'apertura, una dopo l'altra, delle borghesie arabe. Ed ha offerto in cambio ai regimi arabi (Qatar in primis) le proprie garanzie da possibili attacchi israeliani

L'accordo, naturalmente, non è privo di contraddizioni ed incognite. I regimi arabi vorrebbero qualche promessa, fosse pure retorica, sulla questione palestinese a beneficio delle proprie opinioni pubbliche. La Turchia neoottomana di Erdogan si candida a contrappeso regionale dello Stato sionista. Gli imperialismi europei cercano spazi affaristici e diplomatici in queste contraddizioni in funzione della loro più generale relazione negoziale con gli USA. Ma, al di là di contraddizioni e incognite, resta il dato di fatto: l'accordo “di pace” è un indubbio successo dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. Che ha bisogno di una normalizzazione del Medio Oriente per potersi concentrare sulla sfida del Pacifico verso la Cina.

Peraltro, la normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele, ed il coinvolgimento in questa dell'India, libera un canale di transito commerciale alternativo (India, penisola arabica, Tel Aviv) alla Via della Seta cinese. Anche questo è parte del piano Trump.

Un altro fattore nella dinamica degli avvenimenti è stato il relativo isolamento della resistenza palestinese in Medio Oriente. Grande è la sproporzione tra la grande mobilitazione pro Palestina in Occidente e il livello di mobilitazione delle masse arabe.
Subito dopo il 7 ottobre, diversi paesi arabi (Giordania, Iraq, Tunisia...) videro imponenti mobilitazioni di solidarietà coi palestinesi, in aperta polemica coi propri governi. Ma in seguito il movimento arabo ha conosciuto un progressivo riflusso. L'eccezione del Marocco, dove il movimento pro Palestina resta importante, non cambia il quadro d'insieme. Di certo questo riflusso ha favorito lo spazio di manovra dei governi arabi verso Israele e l'imperialismo USA, consentendo loro di massimizzare le pressioni sulla direzione di Hamas per indurla ad accettare il piano Trump.

Tutto ciò ripropone un nodo strategico centrale per la resistenza palestinese. Solo l'incontro fra resistenza palestinese e rivoluzione araba può spezzare la dominazione sionista e imperialista sulla regione, e liberare la via per la stessa liberazione della Palestina. In altri termini, una Palestina unita dal fiume al mare, libera laica e socialista, è indissolubile da un movimento rivoluzionario di liberazione dell'intera nazione araba e della regione mediorientale. Ciò che richiede a un tempo un cambio di direzione e prospettiva della stessa resistenza palestinese e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse arabe, a partire dalla loro avanguardia.


CONTINUARE LA MOBILITAZIONE ANTISIONISTA. PER LA ROTTURA DI OGNI RELAZIONE CON ISRAELE

Il colpo subito dal popolo palestinese e dalla sua resistenza non deve significare in alcun modo un arretramento della mobilitazione antisionista in casa nostra. Al contrario. La mobilitazione internazionale a sostegno della Palestina è, se possibile, più importante di prima.

Le diplomazie imperialiste sono ovunque al lavoro per ripulire l'immagine di Israele e cancellare la memoria del genocidio. Gli stessi governi che hanno finanziato e armato per due anni la barbarie sionista contro il popolo di Gaza e Cisgiordania cercano non solo di abbellire il cosiddetto accordo “di pace” ma di intestarsene il merito. Governo Meloni in primis. Questa operazione va denunciata e contrastata ovunque: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità. Nessun crimine, nessuna complicità, devono essere rimossi o perdonati.

La battaglia per la rottura di ogni relazione con lo Stato sionista deve continuare, a partite dal blocco a oltranza di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti. Il fronte unico di lotta che si è realizzato, dopo la spinta del 22 settembre, nelle grandi giornate dello sciopero generale del 3 ottobre, e nella gigantesca manifestazione del 4 ottobre, dev'essere salvaguardato e rilanciato contro ogni logica di defilamento o di ripiegamento autocentrato. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà impegnato ovunque in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.

Massacro sionista, ipocrisia europea, squallore italiano

 


Facciamo di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

29 Maggio 2025

L'orrore si aggiunge all'orrore. Lo spettacolo quotidiano della barbarie sionista a Gaza (e Cisgiordania) è una provocazione inaccettabile per qualunque persona dotata di un senso elementare di umanità. Ai 60000 palestinesi assassinati dai bombardamenti si aggiungono le morti per fame e malattie, la distruzione continua e pianificata delle abitazioni, la disperazione di un vagabondaggio senza meta di una massa enorme di uomini e donne privati di tutto, costretti a rincorrere sotto le bombe una improbabile razione di cibo gestita cinicamente dalle stesse forze di occupazione. L'indignazione per questo scenario di morte contro lo stato terrorista di Israele attraversa larga parte dell'opinione pubblica mondiale. È un salto dell'emozione collettiva.

Ora governi europei si pongono il problema di contenere e gestire questa indignazione dilagante. Per questo, dopo due anni, iniziano a balbettare, più o meno sottovoce, parole di riprovazione verso Netanyahu, e persino a ipotizzare una revisione degli accordi tra Unione Europea ed Israele. Ipocrisia pura. Gli accordi tra UE e Israele sono solo una confezione diplomatica che copre i ben più lucrosi accordi bilaterali tra stati, e per di più, anche solo per rivedere quella confezione diplomatica, sarebbe necessaria la impossibile unanimità dei governi UE.

La verità è che le diplomazie imperialiste cercano di dirottare l'indignazione su un binario morto, per mascherare la copertura economica e militare che ogni stato imperialista continua ad assicurare al sionismo. Quella copertura che per due anni ha consentito a Israele di scaricare 100000 tonnellate di bombe su due milioni di persone. Quella copertura che per due anni ha sostenuto «il diritto dello stato di Israele a difendersi dal terrorismo», cioè a scatenare il proprio terrore coloniale contro il popolo di Palestina e il suo diritto a resistere al colonialismo. Quella copertura che per due anni ha perseguito come antisemitismo la semplice denuncia del colonialismo (a beneficio oltretutto dell'antisemitismo autentico).
Quanto a Trump, ha come unica preoccupazione il fatto che la guerra di Netanyahu, oltre una certa soglia, possa rovinare gli affari americani in Arabia Saudita e dintorni. La persecuzione degli attivisti pro Palestina nelle università americane parla da sola. Come i piani trumpiani di deportazione dei palestinesi. Come la continuità degli armamenti USA ad Israele.

In questo mare di ipocrisia rivoltante, il governo italiano riesce ugualmente a distinguersi in fatto di complicità col sionismo. Ieri in Parlamento il governo Meloni ha difeso a spada tratta il famigerato memorandum ratificato nel 2005 sulla cooperazione militare tra Italia e Israele.
«Il rinnovo del memorandum tra il governo della Repubblica italiana e il governo dello stato di Israele sulla difesa e cooperazione militare è, come segnalato dal ministro della difesa, previsto per l'aprile del 2026. Per far prevalere le ragioni della diplomazia è necessario costruire canali di comunicazione, non reciderli» (Luca Ciriani, Ministro dei rapporti col Parlamento).
Chiaro, no? Per sussurrare innocue preoccupazioni alle orecchie di uno stato terrorista è «necessario» continuare ad armarlo. Anche nel momento in cui quel terrore è sempre più indigeribile agli occhi del mondo. Vergogna!

La contiguità di tutta la destra tricolore con gli ambienti sionisti coinvolge anche settori significativi della cosiddetta opposizione liberale, da Italia Viva ad Azione a numerose personalità del PD. Del resto, la cooperazione con lo stato di Israele non è stata forse salvaguardata e coltivata da tutti i governi di centrosinistra, nessuno escluso (Prodi 1996-1998, D'Alema 1999-2000, Amato 2000-2001, nuovamente Prodi 2006-2008)? Lo stesso vale naturalmente per i governi Conte, che oggi fa il “pacifista”, e per il governo Draghi.

Contro l'ipocrisia di ieri e di oggi di tutti i governi e stati imperialisti, contro la vergogna dell'imperialismo italiano e il governo Meloni, è necessario passare dalle parole ai fatti.
È necessaria la più ampia mobilitazione di massa contro il massacro in corso, ben al di là di iniziative di testimonianza.
Ogni rapporto con Israele va troncato. Sia esso un rapporto diplomatico, commerciale, militare.

Ènecessario che il movimento operaio italiano e tutte le sue organizzazioni, grandi e piccole, promuovano unitariamente l'embargo contro Israele. I portuali del Marocco nelle ultime settimane, sfidando il proprio governo, hanno attivato il blocco di ogni commercio con lo stato sionista, paralizzando i traffici con Tel Aviv. È un esempio da riprendere e generalizzare.

Va boicottato ogni gruppo industrial-militare italiano coinvolto nella collaborazione con Israele, come il gruppo Leonardo.
Va rilanciato il movimento antisionista nelle università.

Occorre fare di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

Per il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese
Per il sostegno alla resistenza palestinese contro lo stato coloniale di Israele
Per una Palestina unita e libera, dal fiume al mare
Per una Palestina laica e socialista


Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, porterà queste parole d'ordine nella manifestazione nazionale del 21 giugno a Roma.

Partito Comunista dei Lavoratori

LA BUONA CONDOTTA DELLE/DEGLI STUDENT3 CHE OCCUPANO

 









Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà e vicinanza alle/agli student3 che stanno occupando diverse scuole medie superiori di Bologna.

Le/gli student3 sono oggetto da parte degli organi amministrativi delle scuole di una vera campagna fatta di minacce, denunce e provvedimenti sia amministrativi che sul voto di condotta con la conseguenza del rischio di perdita dell’anno scolastico o l’impossibilità di accedere all’esame di maturità.

È la scuola del ministro Valditara con la sua riforma, quella delle scuole efficienti e competitive nel formare menti obbedienti e di “buona condotta”. Quelle stesse regole a cui tutti i governi che si sono succeduti, di ogni colore politico, sono venuti meno quando hanno messo a repentaglio il diritto allo studio mediante tagli e disinvestimenti nella scuola con la conseguenza di un fortissimo abbandono scolastico.

Invece l3 student3 che scioperano e occupano non solo dimostrano di avere a cuore la scuola ma anche di “fare scuola”. Infatti, stanno dando una dimostrazione di critica e resistenza ossia proprio quello che la scuola dovrebbe insegnare.

Essi stanno costituendo un presidio resistente contro la riforma della scuola del ministro Valditara e le sue misure repressive (condotta>) e reazionarie (studio della Bibbia), contro il progetto autoritario e poliziesco del governo contenuto nel DDL ex1660, il Decreto sicurezza, che reprime le lotte sociali e solletica la parte più retriva della popolazione e delle forze dell’ordine, contro il progetto del cosiddetto “riarmo” europeo, ossia il massiccio aumento delle spese militari a danno dello stato sociale (sanità, scuola ecc.…) ed infine contro la complicità di governo, istituzioni ed enti, tra cui le università cono lo stato sionista responsabile dell’occupazione della Palestina, del genocidio di Gaza e della pulizia etnica sia a Gaza che in Cisgiordania.

Una condotta esemplare e di cui il sistema scolastico dovrebbe essere orgoglioso.

Le/gli student3non possono essere lasciat3 sol3. Occorre innanzitutto riunire intorno a loro tutte le realtà che si stanno battendo per le loro stesse ragioni. Questo però non è sufficiente. Occorre costruire in fronte unico di massa che unisca lavoratrici/ori, student3e tutti i settori oppressi della società a cominciare dal movimento delle donne, su una piattaforma anticapitalista. Solo questa grande forza che si basa sulle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, delle studentesse e degli studenti e tutti gli altri settori sociali, puo cambiare i rapporti di forza tra le classi, aprire il varco ad una stagione nuova potenzialmente in grado di condurre ad un’alternativa di società.

Beninteso, nessun governo, di qualsiasi colore politico, fosse pure di “sinistra” può garantire le conquiste sociali e civili che si potrebbero raggiungere in questo modo. Solo un governo di tipo nuovo perché basato sulle organizzazioni di massa e non pencolante nel putrido sistema politico borghese potrebbe assicurare la difesa di queste conquiste: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Dichiarazione della Lega internazionale Socialista (LIS) sulla Giornata della Terra Palestinese

 


29 Marzo 2025

Mentre la macchina bellica sionista continua a bombardare Gaza nella Giornata della Terra Palestinese, affermiamo che non sostenere la resistenza palestinese in ogni sua forma (politica, umanitaria, diplomatica e militare) porterà anche al nostro annientamento.

Il 49° anniversario della commemorazione della Giornata della Terra Palestinese si svolge nel teatro dei più odiosi atti di genocidio contro il nostro popolo palestinese nella Gaza assediata e della continua occupazione attraverso la pratica della pulizia etnica in Cisgiordania.

Il Libano meridionale non è altro che un'estensione della Palestina e della sua causa, poiché le nostre città sono ancora sotto occupazione e la regione porta avanti una resistenza contro la macchina il sionismo sostenuto dagli USA e dai suoi alleati.

La Giornata della Terra Palestinese coincide anche con la situazione nelle alture del Golan siriano occupate, che in questa delicata fase sta subendo un'incursione del nemico sionista.

La fermezza dei nostri popoli, nonostante il sangue e il sacrificio, offre al mondo un esempio di dignità e volontà di lottare contro le politiche imperialiste che cercano di espropriarci della nostra terra e di soffocare qualsiasi prospettiva di liberazione che porti all'emancipazione del nostro popolo da ogni sottomissione, superando anche i conflitti etnici o settari che servono agli occupanti coloniali.

Il 30 marzo, in occasione della Giornata della Terra, assistiamo con orgoglio alla resistenza di intere regioni della Siria, come Daraa, contro l'incursione dei veicoli corazzati sionisti, affrontandoli con armi precarie e combattimenti corpo a corpo.

Siamo testimoni con orgoglio della forza d'animo del nostro popolo nel libano meridionale, che difende la sua terra con le unghie e con i denti contro le false promesse di pace e normalizzazione volte ad ingannarlo.

Tutti questi esempi sono la prova che la resistenza, nella coscienza di massa e nella realtà concreta, è la forza motrice che ci guida finché c'è occupazione, con la Palestina come bussola.

Lottiamo instancabilmente contro tutte le forme di dipendenza e colonialismo. La storia non lascia spazio a compromessi o indifferenza di fronte al genocidio a Gaza o all'occupazione sionista in Siria e Libano.

Pertanto, quest'anno commemoriamo la Giornata della Terra con una resistenza popolare, con i lavoratori e gli agricoltori del sud del Libano, con i nostri giovani impegnati in tutte le forme di resistenza nel nostro paese e in esilio.

Gloria ai nostri martiri, libertà ai nostri prigionieri e guarigione ai nostri feriti.

Beirut, 25 marzo 2025

Lega Internazionale Socialista
Free Palestine Front
General Union of Student (Libano)