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Libertà per Mohammad Hannoun!

 


Il governo italiano al servizio dello Stato sionista

27 Dicembre 2025

L'arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia, e di altri otto attivisti palestinesi, è un fatto gravissimo che denunciamo con forza.
Il governo italiano, e in particolare il ministero degli Interni, si fanno una volta di più esecutori solerti del regime genocida di Netanyahu.

L'imputazione rivolta contro Hannoun è quella di aver diretto l'organizzazione di Hamas nel nostro paese, in particolare di aver promosso la raccolta di fondi a sostegno di organizzazioni umanitarie e di assistenza a questa collegate, e per questo considerate associazioni illegali dallo Stato d'Israele.
Dunque lo Stato italiano assume come proprio codice legale il codice di uno Stato coloniale. Uno Stato che, come è noto, considera terroristiche o complici del terrorismo, pertanto illegali, non solo le organizzazioni della resistenza ma tutte le associazioni e attività legate al sostegno alla popolazione palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Una ipocrisia rivoltante. Tutti sanno che la popolazione di Gaza, martoriata da due anni di bombardamenti genocidi, dalla fame, dalla distruzione di ogni forma di vita civile, è amministrata da Hamas. Qualsiasi forma di sostegno alla popolazione civile di Gaza passa per ciò che resta delle sue strutture amministrative. Con questa ragione il governo genocida di Netanyahu ha sistematicamente boicottato ogni forma di assistenza umanitaria, sanitaria, alimentare alla popolazione che bombardava: “ogni aiuto va ad Hamas, quindi nessun aiuto” è stato ed è il codice sionista. Il governo italiano ha semplicemente fatto propria questa logica criminale di Israele.

In ogni caso, non riconosciamo alcuna legittimità ad accuse di terrorismo provenienti dallo Stato d'Israele, sia quando dirette contro organizzazioni della resistenza palestinese (Hamas inclusa) sia a maggior ragione quando dirette contro forme di sostegno alla popolazione civile della Palestina. Il terrorismo è quello dello Stato coloniale sionista, col suo carico sanguinoso di barbarie agli occhi del mondo intero; non quello di chi resiste, di chi lo contrasta, di chi assiste una popolazione martortiata.

Non sosteniamo politicamente Hamas e il suo progetto. Ma difendiamo incondizionatamente ogni organizzazione della resistenza palestinese, e ogni forma di sostegno alla popolazione palestinese, dalla repressione dello Stato sionista, e del governo italiano che se ne fa esecutore. Non saremo mai equidistanti tra oppressi ed oppressori.

Giù le mani da Mohammad Hannoun e dai palestinesi arrestati!

Per la più ampia mobilitazione unitaria del movimento pro Palestina, e di tutte le organizzazioni del movimento operaio, a favore dell'immediata liberazione degli arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Legge di bilancio. Bilancio della legge

 


Una cartina al tornasole della società capitalista, e della natura di chi la governa. Del governo Meloni e non solo

23 Dicembre 2025

Depositata la polvere delle tormentate schermaglie parlamentari, la legge di bilancio del governo Meloni appare per quello che è: un regalo a Confindustria e al capitale finanziario pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Come già avevamo osservato al piede di partenza della legge, la sua ossatura è dettata dalla volontà di uscire dalla procedura di infrazione europea. Rientrare sotto il tetto del 3% di deficit è stato l'imperativo categorico del governo.
La ragione immediata di questo imperativo è stata candidamente dichiarata dallo stesso governo: uscire dalla procedura d'inflazione è la condizione prevista per poter attingere al prestito europeo SAFE ai fini del grande riarmo. Per l'Italia un ricorso obbligato. Perché a differenza dell'imperialismo tedesco, l'Italia non dispone dei margini di bilancio necessari per finanziare autonomamente il proprio riarmo. Ha bisogno di credito agevolato. Tutto il complesso militar-industriale tricolore, da Leonardo a Fincantieri, in piena espansione di affari e di utili, ha esercitato in questo senso una pressione decisiva. E Fratelli d'Italia, Crosetto in primis, ha costruito con questo mondo, e non da oggi, una relazione politica privilegiata.

Ma non è questa la sola ragione dell'impostazione “austera” della manovra di bilancio.

Il debito pubblico italiano continua a crescere. La produzione industriale è in ritirata. I 190 miliardi di PNRR non hanno garantito il rilancio economico ma solo evitato la recessione, e per di più si esauriscono nel 2026, mentre la BCE ha ridotto in termini strutturali l'acquisto dei debiti pubblici nazionali, debito italiano incluso.
Devo collocare ogni anno 400 miliardi di titoli sul mercato finanziario, e i tassi d'interesse previsti non sono più a zero o sotto zero come qualche anno fa” ha dichiarato Giorgetti nel suo discorso di replica in Parlamento. È vero. Per pagare ogni anno circa 100 miliardi di interessi sul debito a banche, assicurazioni, fondi finanziari – grandi acquirenti dei titoli di Stato – bisogna rendere i titoli appetibili. E per renderli appetibili occorre offrire garanzie ai creditori, cioè “i conti in ordine”. Per questo il giudizio positivo delle agenzie di rating sul rigore finanziario della manovra è la medaglia che Giorgetti e Meloni si appuntano al petto.

La nostra prudenza di oggi servirà anche ai governi futuri, a chi eventualmente verrà dopo di noi” dichiara il ministro dell'Economia con ammiccamento bipartisan. E i partiti borghesi di opposizione, critici su altri aspetti, non hanno minimamente contestato il rigore sui conti, al contrario. Non è un caso, essendo stati negli anni e decenni i principali garanti dell'austerità.
Peraltro il governo ha ringraziato pubblicamente il “senso di responsabilità delle opposizioni” in Commissione Bilancio per aver evitato ogni forma di ostruzionismo e il relativo ricorso all'esercizio provvisorio. Tra gentiluomini del capitale tutto torna, al di là delle parti in commedia.

Tuttavia, la quadratura del cerchio per il governo Meloni è stata più difficile che in altre occasioni. Con la seconda amministrazione Trump, e il potente rilancio del protezionismo, la competizione capitalistica sul mercato globale si è inasprita pesantemente a ogni latitudine. In particolare per l'Europa, stretta sempre più nella morsa tra dazi USA e “invasione” cinese. E ancor più per l'Italia, massicciamente esposta sul versante delle esportazioni (essendo ormai il quarto esportatore mondiale). Da qui le pressioni incalzanti di Confindustria sul governo Meloni per incassare aiuti “vitali”: in fatto di ulteriori agevolazioni fiscali, cancellazione di vincoli (in particolare ambientali), altre liberalizzazioni di mercato, riduzione dei costi dell'energia, apertura di nuovi mercati (Mercosur).
Una pressione peraltro presente in tutti i paesi su tutti i governi da parte dei capitalisti di ogni bandiera.

Il governo Meloni ha raccolto il grido di dolore delle imprese in cambio del loro sostegno politico. La legge di bilancio parla chiaro: Confindustria ha incassato un iper-ammortamento triennale per l'acquisto di macchinari, compensazioni per il caro materiali in edilizia, l'estensione dei vantaggi fiscali della ZES (Zona Economica Speciale) all'intero territorio nazionale, l'impegno italiano in sede europea per ridurre ulteriormente i vincoli della cosiddetta transizione ambientale (già peraltro in piena ritirata continentale). In tutto altri tre miliardi e cinquecento milioni versati nelle tasche dei padroni, dopo anni di profitti sontuosi e arricchimenti di Borsa. Non a caso il nuovo Presidente confindustriale Orsini ha dichiarato pubblicamente la propria soddisfazione, confermando l'appoggio politico al governo.

Il conto lo hanno pagato i lavoratori e le lavoratrici, con l'ulteriore aumento di fatto dell'età pensionabile, i colpi assestati ai lavoratori precoci e usuranti, la cancellazione anche formale di Opzione donna, e persino l'abolizione della possibilità di uscire dal lavoro cumulando contributi INPS e previdenza complementare. Oltre ai tagli di 7 miliardi ai ministeri in tre anni, con ricadute a pioggia su enti locali e servizi, e all'aumento di numerose imposte indirette. Una rapina. Tanto più clamorosa se compiuta da coloro che dovevano “abolire la Fornero” e “cancellare le accise”.

Abbiamo fatto pagare ben 11 miliardi alle banche e alle assicurazioni!” rispondono Salvini e Meloni. Nulla di più falso. La verità è opposta. Metà di quella cifra è solo un anticipo di liquidità che sarà recuperato dopo il 2029, o una ritenuta anticipata (0,5% nel 2028, 1% dal 2009) per i pagamenti tra imprese. Il resto è un aumento irrisorio dell'IRAP del 2% spalmato su tre anni, a fronte di profitti netti di oltre 50 miliardi realizzati dalle banche in un solo anno. Una carezza. In cambio, le assicurazioni incassano l'obbligo della polizza per eventi catastrofali, il trasferimento del TFR ai fondi pensionistici privati attraverso il meccanismo truffa del silenzio-assenso, la liberalizzazione degli investimenti dei fondi pensionistici privati in tutti i settori, dalle infrastrutture alla sanità. Ma soprattutto incassano la certezza del pagamento del debito pubblico, di cui assieme alle banche sono i principali acquirenti.

Del resto, la grande corsa alla riduzione delle tasse sui profitti, praticata in tutto il mondo per attrarre gli investimenti – in una spietata concorrenza tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) – è la base strutturale del crescente ricorso all'indebitamento pubblico degli Stati borghesi con le banche, a vantaggio del capitale finanziario.

L'oro di Banca Italia è del popolo” esclamano Meloni e Salvini per ingannare gli sciocchi. La verità è che l'”oro del popolo” è quello rubato quotidianamente a chi produce la ricchezza e versato nel portafoglio dei capitalisti, banche incluse. La legge di bilancio lo documenta una volta di più. In questo senso è una cartina al tornasole della società capitalista e del governo che la presiede (come di ogni governo) quale suo comitato d'affari.

La conclusione è semplice, se guardiamo le cose dal versante del movimento operaio. Non si tratta di rivendicare “un'altra politica economica”, come ripetono instancabilmente le sinistre riformiste di tutte le salse quando stanno all'opposizione (salvo poi una volta al governo realizzare inevitabilmente le stesse politiche). Si tratta di battersi per un'altra struttura dell'economia, che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti, e la consegni a un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa possibile. L'unica che possa riorganizzare la società dalle fondamenta in base ai bisogni della maggioranza. L'unica vera democrazia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La pace delle bombe, la violenza delle bombolette

 


Lo sgombero di Askatasuna tra FdI, PD e AVS

20 Dicembre 2025

Più chiara di com’è, la situazione non può essere. Il governo Meloni ha atteso l’assottigliarsi del grande movimento per la Palestina, quello che negli scioperi generali di settembre e ottobre raggiungeva intorno alle 500.000 persone. La «polpetta avvelenata» del piano di finta pace Trump-Blair-Netanyahu è stata preparata come arma politica finalizzata al riflusso internazionale e, a cominciare dall’approvazione di Hamas, ha agito subito come tale.

Ma questa è solo una parte della spiegazione del fenomeno della momentanea recessione del movimento. L’altra parte è la solita piaga, cioè la "crisi" della direzione politica. Tra i tanti solidali democratici, contrari alle politiche israeliane e alla complicità del governo italiano, in pochi possono esser stati convinti della «pace dei cimiteri», specie a fronte dei bombardamenti che, nella perfetta tradizione sionista, ricominciavano poche ore dopo il "cessate il fuoco". Migliaia di persone possono anche rimanere profondamente perplesse e avvertire un distinto sentore di truffa di fronte a simili operazioni diplomatiche. Ma quando queste migliaia di persone si ritrovano a dover lottare contro il nemico manifesto e contemporaneamente contro i propri condottieri (le burocrazie sindacali, i leader di associazioni palestinesi che inneggiano alla "pace" come «vittoria storica», certe frange del movimento che, con sconsiderate "fughe in avanti", boicottano oggettivamente l’unità), finisce per prevalere il disorientamento che si traduce in immobilità.

Ai primi segnali di riflusso, il governo colpiva a Milano, con un secondo foglio di via al presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun; colpiva a Napoli, arrestando i compagni del SI Cobas in un presidio di protesta contro Teva, l’azienda farmaceutica israeliana; colpiva a Torino caricando a freddo il corteo contro Tajani. Nel frattempo, presentava un DDL Gasparri che identifica antisemitismo e antisionismo e recludeva l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver definito un atto di resistenza anticoloniale le azioni militari di Hamas nel 7 ottobre 2023.

Particolarmente su questo episodio, pur senza ritrovare i volumi di massa dei mesi precedenti, il movimento si riaggrega. Si ripristina un coordinamento nazionale, le manifestazioni a Torino si rifanno quotidiane e sono tenaci anche davanti al CPR di Caltanissetta dove l’uomo è sospeso tra la vita e la morte (il rimpatrio in Egitto, in quanto dichiarato oppositore politico di al-Sisi, avrebbe significato la sua fine) e una parte di opinione pubblica nonché l’intellighenzia non solo italiana si riattiva e sostenutamente denuncia l’abuso di potere del governo. La situazione è tesa e Torino per Gaza, il coordinamento cittadino forse "ammiraglio" per il resto del Paese, si impegna perché l’attenzione non cali. La pressione sociale, il risalto mediatico, la reazione di una parte di voci istituzionali sortiscono il loro effetto: l’imam viene rilasciato, non sussistono gli estremi per l’espulsione.

Il governo capisce che, nonostante il generale spopolamento del movimento, la brace è ancora calda ed è sempreviva minaccia di nuovi divampamenti. In più, negli ultimi giorni sono emersi ulteriori seri grattacapi per il Palazzo: le proteste a Genova degli operai dell’ex Ilva, con fotografie che sembrano strappate al Sessantotto, l’incubo puntualmente esorcizzato da Meloni, Valditara, Sangiuliano, La Russa, Roccella, ecc. Nella narrazione meloniana, la più sfacciata controrivoluzione mondiale assegna al Sessantotto il posto che in quella putiniana assegna al bolscevismo.
In cotanto marasma, è in dirittura di voto la manovra finanziaria 2026, che regala miliardi di sgravi e incentivi fiscali ai ricchi e per gli altri minaccia l'innalzamento dell'età pensionabile a 70 anni. Se non ora, quando? È il momento di colpire. Non farlo adesso significa non poter farlo quando di nuovo il movimento ingranerà. Nei giorni di massima tensione, quando la classe operaia era la protagonista se non altro formale delle mobilitazioni, persino i terribili Decreti sicurezza sono rimasti inattivi.

Il ministro degli Interni ordina lo sgombero del centro sociale occupato e autogestito dal 1996, Askatasuna, tra le componenti di Torino per Gaza e dell’Intifada Studentesca. «Like I see through the water/ that runs down my drain», Piantedosi è in effetti limpidissimo: il motivo per cui bisogna colpire Askatasuna è politico. Questi ragazzi avrebbero forzato l’ingresso della Leonardo S.p.A. vandalizzando dove capitava, avrebbero lanciato uova contro le OGR, avrebbero fatto irruzione negli uffici de La Stampa, bombolettando sui muri e spargendo simbolico letame. È un attacco politico a un soggetto politico per ragioni politiche e a fini politici.

Sennonché Torino è governata da un consiglio comunale a schiacciante maggioranza PD. E, posto che un sindaco non comanda la polizia, Stefano Lo Russo avrebbe potuto fronteggiare politicamente la disposizione di Piantedosi, opponendo ragioni di sicurezza pubblica o la necessità di soluzioni profondamente diverse. Avrebbe potuto chiedere rinvii, opzioni alternative, sollevare criticità operative, sanitarie e sociali alla conquista, se non altro, di una dilazione.

Nessuna persona raziocinante può pretendere che un membro di spicco del partito che più ha armato Israele nelle sue stagioni di governo dichiarasse: «La Leonardo è la fabbrica di morte, la produzione materiale del genocidio in Palestina, l’indignazione – al netto di bravate che colpiscono le utilitarie degli operai invece di colpire i padroni – è del tutto comprensibile, moralmente e politicamente». Oppure: «Il quotidiano di Agnelli ha consegnato come un terrorista il buon Shahin al governo, divertendosi a esporlo a rischio di morte». Sarebbe bastato l’argomento borghese del rifiuto di precipitare la città in una barricata permanente, consapevole del legame che il centro sociale vanta presso gli studenti, il quartiere, il movimento nazionale, a determinare l’opposizione almeno politica del primo cittadino.

Stefano Lo Russo invece si nasconde dietro la contestazione dell’inagibilità. Il patto di cogestione dell’immobile, sottoscritto con gli attivisti di Askatasuna ad aprile, cesserebbe perché tradita la promessa della non assegnazione dei pericolanti piani alti dell’edificio a uso abitativo. La polizia avrebbe invece trovato sei persone e due gatti.

Ora, volendo assecondare le turlupinature istituzionali, la questione che si pone al sindaco è semplicemente la seguente: ammesso che questi «autonomi» abbiano così dolorosamente tradito la tua fiducia e che pertanto urgesse veramente un intervento previa rescissione del patto, l’intervento doveva essere questo?

Non è nostro compito, ma vogliamo prenderci la pena di consigliare noi come avrebbe potuto agire un sindaco di centrosinistra davvero in apprensione per chi dorme sotto tetti pericolanti:

1) Invii i controlli;
2) Individuate irregolarità, dai il tempo che gli abitanti raccolgano gli effetti personali ed escano, destinati ad altre, dignitose soluzioni abitative;
3) Convochi a un incontro i responsabili delle irregolarità;
4) Contesti loro l’irresponsabilità per l’incolumità delle persone;
5) Raccomandi che il fatto non si ripeta oppure, propendendo per la decisione più dura, limiti i sigilli ai piani inutilizzabili, decaduta la fiducia che vengano interdetti secondo coscienza dei gestori.

Ma anche a voler lasciare tutta la libertà al sindaco di agire per lo sgombero, si domanda se è politicamente opportuno approvare l’operazione nell’identico momento in cui è comandata dall’"avversario" Piantedosi. Se davvero, indipendentemente e per le diverse ragioni accampate, Lo Russo fosse arrivato alla stessa decisione di Piantedosi, sgomberare Askatasuna, onde evitare di dar lustro al nemico, sarebbe stato raccomandabile procedere in un’altra fase, riservandosi – sia pure! – gli stessi mezzi! Trattandosi del partito dei lager in Libia, delle manganellate alla FIOM di Terni (29 ottobre 2014), delle botte a ogni fiaccolata i 24 aprile ecc. ecc., chi ne sarebbe stupito?

Dietro la cantilena «dissentiamo dalle scelte e dalla impostazione culturale di questo governo», la verità è che Lo Russo ha assecondato Piantedosi. È per questo che, prima Lo Russo parla delle irregolarità abitative, presentandole come l'autentico ed esclusivo motivo dello sgombero, poi inanella tutte le considerazioni politiche del caso (Leonardo, OGR e Stampa). Di rilievi politici Lo Russo non dovrebbe farne mezzo. Se esistono denunce a carico di qualcuno e se davvero, come dice, Lo Russo ritiene che debbano rispondere gli individui per gli addebiti individuali, perché chiudere la struttura?

Forse, tra i responsabili degli episodi incriminati, si annovera solo qualcuno dell’Askatasuna. Forse costoro non hanno nemmeno agito in rappresentanza di Askatasuna (d’altra parte non risultano rivendicazioni politiche). Forse tra le file di Askatasuna i posizionamenti sono stati diversificati. Questi, beninteso, sono scrupoli che dovrebbe porsi un sindaco, tanto più se si pretende alternativo alla «impostazione culturale» della criminalizzazione generalizzata, manettara, non tatticamente critica ma politicamente nemica usuale al governo centrale.

Va da sé che, quando viene a scatenarsi una rappresaglia di chiaro segno politico, i compagni difendono i compagni senza se e senza ma, e su chi scaricare la responsabilità individuale è argomento che non si discute nemmeno.

Politicamente e personalmente, Lo Russo avrebbe potuto opporsi allo sgombero di Corso Regina Margherita 47. Avrebbe potuto essere in prima fila, insieme alla sua «parte politica» e collaboratori, se davvero tali li avesse ritenuti, a prendersi l’acqua degli idranti e sventolare la bandiera dal suo partito, riservandosi sistemazioni future.

Il punto è capire perché non può succedere. E non può succedere perché il movimento per la Palestina, con l'ampliarsi del campo gravitazionale della lotta di classe che rischia di potenziarlo enormemente, preoccupa il centrosinistra esattamente come le destre populiste. Il movimento per la Palestina mette i bastoni tra i cingoli dell’imperialismo tricolore, i cui interessi il PD ha curato da tempi più lunghi e con più sperimentata scienza dei biscazzieri postfascisti. Al governo del paese, il PD avrebbe in Torino per Gaza, nelle Intifade studentesche, nei sindacati di base, nel malcontento sociale sempre crescente la stessa sfida che si trova di fronte il governo Meloni.

Ecco spiegata la complicità! Finché Askatasuna non ha contribuito ad alimentare una dinamica di tensione di massa, si sono cercate intese utili altresì a consolidare quella parte di elettorato legata a vario titolo, persino più sentimentalmente che operativamente, al presidio autonomo. Ma arriva il tempo di soppesare costi e benefici. Lo Russo sa che, con l'approvazione dello sgombero, rischia la revoca del suo deposito elettorale relativamente sicuro. Ma sa anche che se il popolo di centrosinistra ti vota disgiuntamente e contrariamente alla borghesia che conta, quelli non sono voti che portano al governo. Viceversa, se è la borghesia che conta a votarti disgiuntamente e contrariamente al popolo di centrosinistra, qualche speranza rimane. All’occorrenza, bisogna scaricare gli ornamenti accessori, le fortune incidentali. E per il PD gli ornamenti accessori e le fortune incidentali sono le simpatie, convinte o costrette, di un elettorato socialmoderatissimo. Il cuore da preservare sono i padroni, vero soggetto di riferimento della nuova DC.

Un’ultima nota per gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra, loro sì, al contrario di Lo Russo, fisicamente a fianco dei manifestanti in queste ore. Che mentre con un piede marciano nei cortei, prestano l’altro piede a Lo Russo perché non crolli sulla sua stessa giravolta. «Il sindaco è stato intimidito dal ministero, minacciato dal governo», Marco Grimaldi si appresta a difendere l’amico che non lo ha proprio chiesto e che insiste sicuro col suo spartito: rivendico la scelta, una scelta giusta: c’erano gli Aristogatti a suonare il jazz!

E visto che consigliare ai borghesi come salvarsi da se stessi è esercizio utile almeno a evidenziare lo stato di totale decadenza in cui la borghesia versa attualmente, di nuovo indichiamo ad AVS cosa avrebbe dovuto fare qualora rappresentasse una reale alternativa al PD – ciò che, d’altro canto, dovrebbe costituire l’unico motivo della sua esistenza.

Appurato, membri di AVS, che il PD cede alle pressioni del rivale per l’ennesima volta, ebbene non è questa l'opportunità per affermare distintamente la correttezza di una scelta, l'inaugurazione di una parabola alla sinistra di PD che si conferma irreparabilmente corruttibile, capitolardo, traditore? Con questa mossa, il PD ha fatto il più grande regalo ad AVS. Quale più emblematica risposta a chi lamenta la divisione delle sinistre, di cui AVS è sovente indicata come corresponsabile?

Ma anche AVS bilancia i costi e i benefici. E il beneficio maggiore, per chi si fosse distratto durante le parate per l’Europa del 15 marzo e necessitasse di conferme, è mantenere il cordone ombelicale col PD. Che è a sua volta il comitato d'affari di banche e Confindustria. Che sono esattamente gli speculatori che trasognano i «resort» a Gaza. Che dunque continuano a distruggere la Palestina in società con Netanyahu. Queste, cari Marco Grimaldi, Alice Ravinali ecc., non sono contraddizioni politiche che può coprire una kefiah.

Crisi di sovrapproduzione e attriti prebellici portano il mondo a uno snodo storico. L’alternativa o è anticapitalista o non è. Per realizzare una società anticapitalista occorre la rivoluzione. La rivoluzione ha bisogno del suo partito. Il movimento antimperialista per la Palestina deve trovare la sua evoluzione nella costituzione di un nuovo soggetto politico, coerentemente anticapitalista, coerentemente antimperialista. I padroni vincono coi loro partiti, apparentemente diversi, in realtà partito unico dell'amministrazione del capitale.

Il proletariato può vincere solo con un grande partito del lavoro.
Il Partito Comunista dei Lavoratori propone la costruzione di questo nuovo partito, anche se il processo di raggruppamento rivoluzionario su un programma anticapitalista determinasse il superamento di se stesso nelle forme attualmente date.
Nessun altro soggetto avanza questa proposta. È la proposta dei veri rivoluzionari.

Salvo Lo Galbo

Giù le mani da Askatasuna!


 All'alba di questa mattina polizia e carabinieri, su mandato del ministero degli Interni, hanno sgomberato e murato il centro sociale Askatasuna a Torino. La giunta comunale di centrosinistra ha prontamente scaricato il centro sociale, revocando il cosiddetto patto siglato in primavera per la “rigenerazione” dell'immobile: nei fatti e formalmente, un via libera alla polizia e al governo Meloni, come era facile prevedere.


Sono ora in corso perquisizioni a catena nelle case degli attivisti del centro sociale. A decine di attivisti è stato contestato il reato di danneggiamento, imbrattamento, invasione di edifici, resistenza a pubblico ufficiale. È la vendetta dello Stato contro una realtà di movimento da tempo impegnata nelle azioni di protesta e di opposizione, in particolare nel movimento pro Palestina.

“In Italia non c'è spazio per la violenza!” esclama gongolante il ministro Piantedosi. In realtà c'è uno spazio smisurato per la violenza istituzionale del potere: quella che ha armato e arma la mano genocida di Israele, che ingrassa i profitti dell'industria militare, che annuncia scenari di guerra, che respinge o deporta i migranti, che protegge i torturatori libici e i loro lager, che manganella gli operai in lotta per il proprio posto di lavoro. Il vero “reato” di Askatasuna è opporsi a questa violenza.

“Grazie al lavoro della questura e della prefettura lo Stato ha colpito” dichiara trionfante la vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Augusta Montaruli. “Momento storico per la città di Torino” annuncia la Lega. “Il regalo di Natale più bello che Piantedosi potesse fare ai torinesi”.
Le grida di esultanza del governo a guida postfascista trasudano uno spirito di vendetta. Non potevano colpire Askatasuna nel momento della grande mobilitazione di massa di fine settembre e inizio ottobre, quando milioni di persone in tutta Italia si sono mobilitate per la Palestina al fianco della Flotilla; quando la forza di massa ha messo il governo sulla difensiva, costretto a subire l'occupazione simbolica di piazze, stazioni, aeroporti, a dispetto delle leggi forcaiole di Salvini. Pensano invece di poter colpire ora, in un momento di ripiegamento del movimento, nel nome del ritorno a “legge e ordine”. Legge e ordine della borghesia.

Come Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre impegnato a Torino e in tutta Italia, in ogni movimento di opposizione alla classe dominante e ai suoi governi, diamo una solidarietà piena, attiva, incondizionata, al centro sociale Askatasuna. Non è questo il momento di discutere sull'opportunità o meno di singole scelte compiute, o dei limiti di un antagonismo senza progetto di rivoluzione. Ci sarà tempo e luogo per discutere di questo, tra compagni, all'interno del movimento di lotta. Ora è il momento della solidarietà incondizionata contro la repressione dello Stato ai compagni colpiti dalla repressione e alla loro organizzazione.

Giù le mani da Askatasuna!

Per una ripresa della mobilitazione di massa che rovesci i rapporti di forza!
Per un ingresso sulla scena della classe operaia al fianco di ogni soggetto colpito dal potere, nel segno del più ampio fronte unico di classe!
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa!

Partito Comunista dei Lavoratori

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In questo numero:


Editoriale. Dare prospettiva a un movimento nuovo - Marco Ferrando

Urne vuote, piazze piene - Federico Bacchiocchi

Flotta continua - Alessio Ecoretti

I leninisti e il 7 ottobre - Salvo Lo Galbo

Contro guerra e capitale. Il blocco di Amazon Brandizzo - Mauro Penoncelli

Lo sciopero generale del 28 novembre - Lorenzo Mortara

Il pestaggio degli operai de L'Alba a Montemurlo: una violenza di importanza capitale - Diego Pace

Ibrahim Traoré: rivoluzione o illusione bonapartista? - Lega Internazionale Socialista

Nepal, il riformismo fallisce ancora - Rahul J.P. e Imran Kamyana

Ottobre 1965, il massacro dei comunisti in Indonesia - Vincenzo Cimmino

...e poi il settimo congresso del Partito Comunista dei Lavoratori, notizie dalle sezioni e altro ancora.

Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Metalmeccanici, un contratto da bocciare

 


FIM, FIOM E UILM erano partiti chiedendo 280 euro di aumento in tre anni e una riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario; hanno firmato invece per 205 euro in quattro anni (2025-2028), allungando pure di sedici ore la flessibilità (l’orario plurisettimanale, cioè i sabati mezzo gratuiti, non pagati come straordinario, i quali passano da 80 ore a 96). Per la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici l’aumento si aggira tra i 185 e i 192 euro lordi.


Un risultato disastroso che si commenta da solo, e a tutto vantaggio della controparte. Per due anni, fino al giugno del 2026, i metalmeccanici non andranno più in là dei 27 euro lordi erogati a giugno 2025 per l’ultrattività del vecchio contratto scaduto. Per recuperare il costo delle 40 ore di sciopero fatte per ottenere questa misera cifra dovranno aspettare grosso modo la prima busta paga dell’anno 2027.

I vertici sindacali sbandierano come vittoria il mantenimento della clausola di salvaguardia, cioè la salvaguardia dell’indice IPCA, un indice che è al di sotto dell’“inflazione programmata” degli anni ‘90 con cui i padroni smantellarono la scala mobile.

La partita non si giocava sulla “clausola di salvaguardia” ma sull’“assorbibilità” che nello scorso contratto in buona parte delle fabbriche si è mangiata l’aumento. E questa resta tale e quale a prima. Dal 2017, infatti, i vertici sindacali hanno accettato che i minimi aumentino solo nel caso lavoratrici e lavoratori non abbiano superminimi o altri emolumenti aggiuntivi. In quel caso sono sotto ricatto delle aziende.

Si arretra anche sui PAR, due in meno a disposizione individuale e due in più per le chiusure collettive. Il resto è poca cosa: la stabilizzazione (dal 2027) del 20% dei precari, prima di poter assumere altri precari con causali, si perde in un dedalo di precisazioni che la controparte facilmente aggirerà; lo staff leasing limitato a 48 mesi significa che dopo 48 mesi un’azienda assumerà un altro staff leasing lasciando a casa il primo.

Era ampiamente prevedibile una capitolazione del genere, a fronte di scioperi telefonati e fatti per fare il meno male possibile, dividendo territorialmente il fronte. A ciò si aggiunga che gli scioperi hanno messo in discussione solo la piattaforma di Federmeccanica, ma non l’impianto generale del contratto, incardinato su quel Patto della Fabbrica, firmato da CGIL, CISL e UIL nel 2018, che vincola al ribasso gli aumenti, sposta tutto sul welfare (50 euro in più rispetto ai 200 dello scorso contratto, e naturalmente confermati Metasalute e Fondo Cometa per la distruzione di pensioni e sanità pubbliche) ed è fatto su misura per i padroni.

Bisogna riprendere la lotta per un aumento serio e che parta subito, non tra un anno. Un aumento almeno doppio e vincolato all’unico vero indice che tenga dietro all’inflazione: la scala mobile. E per un aumento doppio ci vanno scioperi veri e prolungati, senza preavviso di un mese ma con casse di resistenza che lo supportino. Solo così si possono ottenere riduzione serie di orario e mettere fine ai contratti precari di qualunque tipo.

I metalmeccanici inoltre non devono viaggiare da soli, tanto più che il loro bastione più importante, quel che resta di FIAT-Stellantis, per la miopia dei vertici, è ormai lasciato al suo destino a combattere da solo. Invece per noi va riaccorpato al resto della truppa e unificato a tutte le altre categorie per un unico rinnovo generale che pieghi finalmente il padronato.

L’attuale lotta all’Ilva può essere il punto di partenza per portare a casa finalmente una vittoria e non rassegnarsi a questi aumenti da clochard. Nel referendum che viene, i vertici sindacali punteranno proprio su questo, sulla rassegnazione per far ingoiare ai metalmeccanici l’ennesimo rospo. Bisogna farlo ingoiare a loro. Sarà come farlo ingoiare a Federmeccanica, l’unica a far guadagni principeschi con questo contratto bidone.

Partito Comunista dei Lavoratori

La scuola tra rinnovo del CCNL e Manovra 2026. Dove andremo a finire?

 


Due fatti intrecciati si sono abbattuti sul settore della conoscenza nel mese di novembre 2025: la discussione sulla legge finanziaria e la firma del CCNL 2024-2026.


La nuova legge di bilancio porterà ad un peggioramento progressivo nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre si investono miliardi nel riarmo per uscire dall’impasse della recessione, il settore pubblico, tra cui la scuola, subisce un'ulteriore batosta: non sono previsti investimenti per i rinnovi contrattuali a contrasto degli effetti inflazionistici; non è previsto un piano di assunzioni e di stabilizzazione dei docenti; il personale ATA subirà un taglio di circa 2000 posti entro il 2026-2027.
Inoltre, la trasformazione di oltre 42000 incarichi di collaboratore scolastico in incarichi di operatore scolastico andrà ulteriormente a dividere, stratificare e penalizzare la categoria.

Mentre ovviamente si continuano a stanziare finanziamenti e agevolazioni per le scuole paritarie, come il bonus di 1500 euro.
A completare l’opera saranno i futuri passi nell’ambito della riforma dei professionali e dell’esame di Stato.


IL PIANTO DEL COCCODRILLO

La levata di scudi contro il governo da parte dell’opposizione e dei sindacati concertativi è fasulla ed è una partita giocata nello scontro tra apparati ideologici nella contesa della gestione del capitale e dei suoi effetti. Anche nella scuola: Valditara sancisce come obbligatorio ciò che era già previsto dalla “Buona scuola” renziana (comma 85), cioè il fatto di utilizzare “l’organico dell’autonomia” per coprire le supplenze brevi fino a dieci giorni.
Questo risparmio sarà recuperato con il 10% dell’aumento del FMOF, calcolato sul fondo dell’anno precedente. Un cane che si morde la coda.

In tutti questi anni le supplenze brevi sono state coperte, e lo sono tutt’ora, utilizzando i docenti di potenziamento. Come se fosse una novità! In tante scuole, invece, le cattedre di potenziamento, a cui si aggiungono i soldi del FIS (Fondo dell'Istituzione Scolastica), sono spesso utilizzate per i distacchi dei membri dello staff, collaboratori fidati del Dirigente Scolastico, i quali incarnano il famoso middle management della scuola-azienda.
Dunque, in seconda istanza, si ricorre agli ITP (insegnante tecnico-pratico) e agli insegnanti di sostegno, danneggiando il loro lavoro e ancor più gli studenti, e trasformando l’emergenza una tantum in problema strutturale. Questi “tappabuchi” fanno tanto comodo anche ai presidi “di sinistra”.
Laddove i tappabuchi non sono a disposizione si passa, come terza soluzione, all’accorpamento delle classi fuori da ogni logica di sicurezza.

Questa è l’autonomia scolastica, che piace alla destra e al campo largo dell’opposizione.

Si apriranno delle contraddizioni ma non dobbiamo patteggiare né per chi vuole risparmiare sulla pelle dei lavoratori e degli studenti né per chi vuole spartirsi la torta e utilizzarla per ingrassare il proprio anello magico. Dobbiamo lottare per riaffermare la dignità dei lavoratori, fuori da logiche aziendalistiche e di stratificazione del corpo docenti.
Dobbiamo chiedere a gran voce l’abolizione dell’autonomia scolastica e di tutto ciò che ne consegue. Se tagliano più di 5000 cattedre dell’organico dell’autonomia, dobbiamo pretendere la conversione di queste cattedre in organico di diritto su posto comune e su sostegno, in maniera definitiva.


ASSUMERE E STABILIZZARE I PRECARI, ALZARE I SALARI

Le stime per coprire l’anno scolastico 2024/2025 erano di circa 250 mila insegnanti. Una cifra enorme. A questi ogni anno si aggiungono i pensionamenti: 20 mila nel 2024 e circa 28 mila nel 2025. I Percorsi del PNRR copriranno solo il 20% delle reali necessità.

Sul versante degli ATA, su un fabbisogno di circa 32 mila posti vacanti complessivi delle varie mansioni, le assunzioni coprono circa 9500 posti di lavoro. Circa il 30%. Anche qui ogni anno si aggiungono pensionamenti di circa 10mila unità.
La carenza strutturale di lavoratori fa aumentare sempre di più il precariato, a danno della continuità salariale e didattica.

Sul versante dei salari, in generale anche per i docenti stabili la situazione non è rosea. La perdita del 30% in trent’anni del potere d’acquisto non vede ripresa all’orizzonte; nemmeno per il recupero degli ultimi tre anni. La compressione salariale del settore produttivo ha quindi i suoi effetti anche sul salario indiretto. Invece di aumenti in busta paga, il governo ci rifila sgravi sul salario accessorio e riduzione dell’IRPEF per i redditi medio-alti che riguarderanno (ovviamente) Dirigenti Scolastici e DSGA. Mentre la fiscalità sarà scaricata sulle spalle della classe operaia.

Siamo però ben lontani dall’indignazione dei docenti, poiché c’è sempre un modo per arrotondare il salario: le figure dei docenti tutor e orientatori, per i quali sono stati stanziati nel 2024 ben 267 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 100 milioni approvati nel febbraio 2025, spalmati su due annate (50+50). I progetti finanziati col PNRR, a cui hanno aderito migliaia di docenti, hanno svolto una funzione di “ammortizzatore sociale” divisivo e parziale. Insomma, la scuola dei progetti va a gonfie vele ed è ben remunerata, la scuola ordinaria cade a pezzi e con essa i lavoratori.


I SINDACATI AL TRAINO DEL GOVERNO

Il 5 novembre la maggior parte dei sindacati concertativi ha apposto la propria firma sul rinnovo del contratto, ad eccezione della CGIL che afferma: “Non sussistono le condizioni per la sottoscrizione” poiché “gli incrementi stipendiali previsti e per oltre il 60% già erogati in busta paga sotto forma di indennità di vacanza contrattuale coprono neanche un terzo dell’inflazione del triennio di riferimento e sanciscono la riduzione programmata dei salari del comparto”. L’aumento medio lordo previsto da questo rinnovo del CCNL sarebbe di soli 62 euro lordi! Una vera e propria miseria, ma ancor di più un’umiliazione per i docenti italiani che percepiscono i salari di categoria tra i più bassi d’Europa!

Finalmente una presa di posizione netta, alla quale in teoria avrebbe dovuto far seguito un’azione radicale cha aprisse finalmente il conflitto con il governo.
L’occasione sarebbe stata lo sciopero del 28 novembre: scendere in piazza con i sindacati di base, contro la finanziaria del riarmo e inserire in una vertenza generale la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

La CGIL ha preferito scioperare in solitaria, a babbo morto, il 12 dicembre. Una scelta incomprensibile che rompe con il movimento del 3 ottobre e indebolisce i lavoratori. Indebolisce soprattutto coloro che nella breve onda di indignazione per il genocidio in Palestina di fine settembre e inizio ottobre sono stati i protagonisti: studenti in primis e insegnanti.

Attendiamo ora le consultazioni della base CGIL: rientrare con una firma tecnica o tenere duro sul contratto? Noi speriamo la seconda, ma non escludiamo la prima. Di sicuro può essere un’occasione per smascherare gli opportunisti che siedono ai tavoli delle contrattazioni d’Istituto e chiedere che nello statuto della CGIL venga sancita l’incompatibilità tra l’essere parte della RSU e coprire incarichi di staff o figure strumentali.


CAMBIARE LA ROTTA? NON BASTA! È NECESSARIO INVERTIRLA!

Non basta una virata un po’ più a sinistra per cambiare la situazione attuale. La rotta non va cambiata, va invertita.

• Abolire tutte le controriforme della scuola e la legge Bassanini che sancisce l‘autonomia scolastica e tutto ciò che ne consegue, comprese le recenti “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo”.
• Fermare l’accorpamento degli istituti e investire nell’edilizia scolastica per la ristrutturazione e il potenziamento delle scuole esistenti.
• Per un piano di assunzione e stabilizzazione di tutti i docenti e ATA precari; per garantire il salario e la continuità didattica.
• Contro l’allungamento dell’orario cattedra: dire no ai ricatti degli uffici scolastici e rispettare i mandati dei collegi docenti. L’orario cattedra non può superare le 18 ore (se non per residui orari);
• Riduzione degli alunni per classe, basta con le classi pollaio;
• Internalizzazione degli educatori e delle educatrici;
• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.
• Per un patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro il settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

Se vogliamo risollevare la scuola pubblica è necessario scendere in piazza insieme ai lavoratori dei settori privati e insieme agli studenti.
Solo rovesciando i governi del capitale si può difendere la scuola e pensare di avere una scuola pubblica degna di questo aggettivo.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà garantire tutto questo.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da chi lotta!

 


6 Dicembre 2025

Solidarietà all3 compagn3 condannate del Movimento di lotta - Disoccupati 7 novembre e del SICobas

Proprio alla vigilia della partenza del progetto sul lavoro-tirocinio da destinare a 1200 disoccupat3 di Napoli, si verifica un fatto grave e ignobile. Il 5 dicembre un gruppo di compagn3 ha ricevuto una condanna in primo grado di due anni e due mesi di reclusione per una iniziativa di lotta risalente al 2019. Un'iniziativa che ha contribuito a porre l'attenzione sul problema della disoccupazione nella città di Napoli. Un problema che oggi riguarda il 6% della popolazione in Italia e che offre al padronato un grande bacino di forza lavoro sfruttabile e altamente ricattabile.
Grazie a quest3 compagn3, al loro coraggio e ad una corretta direzione è stato possibile ridare lavoro, salario e dignità a chi vuole contribuire alla società, non chiede un'elemosina sociale e respinge il ricatto della precarietà.
Il movimento dei disoccupati di Napoli offre un esempio a tutt3 di come sia importante collegare le lotta d3 disoccupat3 a quella d3 lavorator3, e di come sia possibile ottenere delle vittorie grazie alla tenacia e alla lotta.
La repressione non fermerà questo movimento e nemmeno l3 compagn3, ne siamo certi.

La lotta non si processa e non si arresta!

Partito Comunista dei Lavoratori

Genova. Avanza la combattività operaia

 


5 Dicembre 2025

La giornata di ieri resterà per sempre nella memoria del movimento operaio. Migliaia di operai sono scesi in piazza per le strade di Genova e hanno forzato i blocchi davanti alla Prefettura messi dalle forze dell’ordine. È la dimostrazione di come il “toccano uno, toccano tutti” sia stato fatto proprio come consegna dalla classe operaia genovese e dagli operai dell'ex Ilva, che ieri erano al quarto giorno di sciopero.

Non a caso con loro erano in piazza e in sciopero anche gli operai Ansaldo Energia, Piaggio Aerospace e Fincantieri, le principali fabbriche metalmeccaniche del capoluogo ligure.

Nella giornata di oggi pare sia stato trovato un accordo a Roma nel tavolo istituzionale approntato per la questione degli operai ex Ilva, consistente nell’arrivo di 24 mila tonnellate di acciaio da lavorare, 585 persone a lavorare, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione, ma con la zincatura in funzione.

È necessario tenere alta la guardia, perché oltre alle centinaia di lavoratori in cassa integrazione ci sarà un rallentamento sulla lavorazione del cromato. Sullo zincato, invece, si arriverà a febbraio con tre settimane di fermata per manutenzione.

Dinnanzi a questo accordo e alle sue palesi fragilità, soprattutto il fatto che non è stato affatto ritirato il piano corto che sta portando alla chiusura di fabbriche dell’indotto come la Semat Sud a Taranto, ed anche il fatto che per ogni sito produttivo il governo abbia aperto un tavolo separato, come Partito Comunista dei Lavoratori porteremo tra le lavoratrici e i lavoratori, dell’ex Ilva e non solo, le seguenti rivendicazioni:

- costituzione di consigli di fabbrica che consentano ai lavoratori di organizzarsi per intervenire nelle lotte in corso.

- convergenza di lavoratori e studenti nella lotta contro la barbarie imperialista e la repressione del governo fascista.

- costruzione di un fronte unico di classe contro ogni politica di riarmo nazionale che sottragga risorse allo stato sociale.

- sciopero generale e unificato a oltranza, come strumento di lotta a un tempo contro il genocidio palestinese e contro chi fa profitti sulla pelle dei lavoratori.

- cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa.

- cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.

- blocco dei licenziamenti e nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano o delocalizzano.

La giornata di ieri ci insegna che la classe operaia è più che mai forte, viva e combattiva. Lottiamo al suo fianco per un rovesciamento dei rapporti di forza e un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che possa realmente difendere ogni singolo posto di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il 6° incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta

 


Dal 13 al 16 novembre scorsi si è svolto a Chianciano Terme il sesto incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta, nata nel 2013 con l’intento di costruire un fronte di lotta su scala globale.

La Rete raccoglie un gran numero di sindacati conflittuali di tutto il mondo, uniti da una piattaforma rivendicativa che va dalle rivendicazioni salariali e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e degli immigrati al contrasto della militarizzazione, dalla difesa dell’ambiente ai diritti delle donne e delle persone LGBTQI+.

In un’ottica di unione delle lotte, la Rete è aperta all’intesa con realtà che hanno gli stessi interessi del mondo del lavoro, come disoccupati, pensionati, studenti, attivisti per i diritti civili.

Per quattro giorni, più di 150 delegati provenienti da più di 30 organizzazioni hanno discusso appassionatamente per giungere ad una proposta organica di alternativa al capitalismo, un sistema decadente che, per sua natura, non può che basarsi sullo sfruttamento e sulla guerra.

Di fronte ad un capitalismo sempre più globalizzato, l’esigenza della costituzione di una Rete di questo tipo si palesa in tutta la sua evidenza, così come la necessità di elaborare nel dettaglio le rivendicazioni da contrapporre alla classe dominante e ai suoi governi.
In tal senso, non sono mancati i contributi da delegati provenienti da paesi che oggi sono il punto di precipitazione della crisi capitalistica: la Palestina, con il sindacato dei lavoratori dei servizi postali; il Venezuela, che è un nuovo terreno di scontro fra i diversi imperialismi e dove il governo Maduro non può essere considerato amico né tanto meno espressione del proletariato; l’Ucraina, con Yuri Samoilov, del sindacato dei minatori, che annovera fra i suoi iscritti molti reclutati dall’esercito per combattere i russi al fronte.
Yuri merita per noi un plauso per aver citato Trotsky in uno splendido intervento in cui ha magistralmente espresso la propria contrarietà alla guerra fra capitalisti (che mettono i popoli gli uni contro gli altri mandando a morire i lavoratori) spiegando come l’unica guerra che può avere senso sia quella del proletariato unito contro i capitalisti.

Contemporaneamente si svolgeva a Belem (Brasile) la COP30, la Conferenza mondiale sul clima. L'assemblea, su impulso della numerosa delegazione brasiliana, non ha mancato di evidenziare come essa, lungi dal perseguire soluzioni concrete, non sia altro che una vetrina propagandistica – ospitata da un paese governato dal riformista Lula – di cui si avvale la borghesia mondiale per legittimare la propria azione di devastazione ambientale in nome del proprio unico vero scopo: il profitto.

Il tema dell’inadeguatezza dei governi riformisti e della loro sostanziale contrapposizione agli interessi di classe è stato anche ripreso in una specifica sessione dedicata al contrasto all’avanzata delle destre nel mondo, analizzandone le cause e i possibili strumenti di contrapposizione.

I delegati hanno poi avuto un utile momento di confronto nelle riunioni raggruppate per settori professionali: logistica, scuola, sanità, trasporti, industria, commercio, call center, pensionati. Un’impostazione, tuttavia, che auspichiamo non sia controproducente dal punto di vista del consolidamento di una vertenza in ogni caso generale e di una piattaforma unificante e intercategoriale.

Un passaggio del documento finale è quello che secondo noi meglio esprime lo spirito che ha pervaso l’intera assemblea: «Il sindacalismo che rivendichiamo non può sostenere patti con i poteri di fatto per convalidare misure antisociali. Il sindacalismo ha la responsabilità di organizzare la resistenza su scala internazionale, per costruire attraverso le lotte la necessaria trasformazione sociale anticapitalista. Vogliamo costruire un sistema in cui sia vietato lo sfruttamento, basato sui beni comuni, su una redistribuzione equa della ricchezza tra tutti coloro che la producono (cioè le lavoratrici e i lavoratori), sui diritti di questi ultimi e su uno sviluppo ecologicamente sostenibile».

Il Partito Comunista dei Lavoratori, con le sue militanti e i suoi militanti, auspica che questa Rete possa conoscere un ancora maggiore sviluppo e visibilità, con l’ingresso in essa di altre realtà del sindacalismo conflittuale e, in Italia, dell’opposizione CGIL, per rafforzare i concetti di unità dei lavoratori e di internazionalismo in questo momento storico, nel quale logiche burocratiche e di autocentratura sembrano a volte prendere il sopravvento sia nel sindacalismo di base che nella CGIL.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

La COP della distruzione e della farsa: il fallimento di Belém e il lascito delle ceneri

 


La COP30 di Belém non è stato un “punto di svolta” per l’azione climatica; è stato lo scenario di una resa vergognosa e un doloroso richiamo al fatto che la diplomazia climatica, dominata dagli interessi distruttivi del capitalismo, ha fallito una volta ancora.


La palese esclusione della «tabella di marcia» verso la fine dei combustibili fossili dal progetto finale è un atto di sabotaggio contro il futuro e uno schiaffo alle comunità vulnerabili.

Non possiamo accettare eufemismi: la COP30 è un fallimento. Gli scienziati impegnati a favore dell'umanità e gli attivisti hanno ragione a qualificare come «vergognoso» il risultato.

Nel momento più critico della crisi climatica, quando ogni tonnellata di CO2 conta, la conferenza ha dovuto soccombere alla pressione di più di ottanta paesi, gruppi di pressione del carbone, del petrolio e del gas.

Questa omissione non è un mero errore tecnico, è una prova irrefutabile che la cupidigia capitalista e la ricerca di benefici immediati continuano a dettare l’agenda mondiale, calpestando la vita, la scienza e la giustizia.

Il progetto finale, senza un impegno chiaro e soggetto a scadenze per la eliminazione progressiva dei combustibili fossili, è un documento innocuo che, nella pratica, è una licenza alla continuazione della distruzione planetaria.


IL GOVERNO BRASILIANO E LA SUA PERDITA DI CREDIBILITÀ

È impossibile parlare del fallimento della COP30 senza puntare il dito contro l’ipocrisia del governo brasiliano.

La sua credibilità sul tema è evaporata con la sua ambivalenza culminata con l’autorizzazione di prospezioni petrolifere nel Margine Equatoriale e alla foce del Rio delle Amazzoni.

Non si può predicare la conservazione globale mentre si apre la porta alla distruzione di biomasse essenziali come in Amazzonia.

Questa contraddizione priva il Brasile della posizione di paese leader sul tema ambientale, trasformando i suoi “discorsi infiorettati” in mere parole vuote.

La vera storia della COP30 non si trova nei saloni climatizzati di Belém, bensì nelle strade e nei villaggi. Il lascito di questa conferenza di facciata non sono le migliaia di milioni di reais sperperati, trasformati in cenere dal fallimento, né le rivendicazioni elettorali avanzate dai governi locali. Il vero lascito è l’esplosione di scontento e mobilitazione popolare.

La città di Belém, con le sue precarie infrastrutture e il suo inesistente risanamento di base, è stato il crudele specchio della crisi sociale che accompagna la crisi climatica.

Ciò che ha realmente convertito la COP30 nella “COP della verità” sono state le mobilitazioni storiche dei Munduruku, dei Tupinambà, degli Arupios e dei movimenti dei professori e dei lavoratori sanitari.

Sono scesi in strada in difesa del territorio, della gratuità dei servizi pubblici e della qualità della vita. Hanno dimostrato che:

• Solamente mediante l’organizzazione, la mobilitazione e la protesta popolare si potrà frenare la cupidigia dei pochi e difendere realmente l’ambiente e il futuro dell'umanità.
• La lotta continua in basso, dove si deciderà il futuro, e non ai tavoli negoziali cooptati dal capitale del fossile.

La lotta continuerà con maggiore intensità contro la privatizzazione dei fiumi Tapajòs, Tocantins e Madeira, contro il Ferrogrão (linea ferroviaria prevista di 933 km fra Sinop, Mato Grosso, e Miritituba, Parà, ndt), per la delimitazione e protezione dei territori indigeni e quilombolas (comunità di schiavi fuggiti durante il dominio coloniale portoghese, ndt) per servizi pubblici gratuiti e di qualità.

La Lega Internazionale Socialista si impegna ad appoggiare e a partecipare attivamente a questo processo.

Douglas Diniz (Revolución Socialista, LIS Brasile)

Ex Ilva, il gigante abbandonato che solo i lavoratori possono salvare


 Il 21 novembre Moody’s, società statunitense tra le principali nella valutazione della qualità e dell'indice di affidabilità dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria, ha deciso di alzare il rating del debito pubblico italiano, portandolo a Baa2 (da Baa3) con outlook stabile.


Il primo ministro Giorgia Meloni ha subito dichiarato: «Accogliamo con grande soddisfazione l'upgrade di Moody's sull'Italia, un risultato importante che non avveniva da 23 anni». E ha poi aggiunto: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l'impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Desidero ringraziare in particolare il ministro Giorgetti per lo sforzo costante e scrupoloso nella gestione dei conti. La promozione di Moody's è una conferma della fiducia dei mercati non solo nel governo, ma nell'Italia tutta».


IL GOVERNO MELONI E I SUOI FAVORI AL PADRONATO

Certo il governo ha ricevuto un riconoscimento, quello delle grandi società capitalistiche e finanziarie, di tutta la classe borghese e padronale nostrana ed internazionale, non certo quello della classe lavoratrice. Un riconoscimento da chi in questi anni di governo ha visto “gonfiare” le proprie tasche e fruttare i propri investimenti sulle pelle dei lavoratori, che viceversa hanno visto peggiorare la loro situazione con la perdita progressiva di potere di acquisto dei salari (ci sono contratti come quello dei metalmeccanici rinnovato dopo quasi due anni e 40 ore di sciopero), la contrazione dei diritti (vedi la recente legge sulla sicurezza), l’innalzamento nei fatti dei requisiti per accedere alla pensione e lo smantellamento dello stato sociale e dei servizi, primi fra tutti sanità ed istruzione.


LA FINANZIARIA 2026, L'ENNESIMO ATTACCO AI SALARIATI

Quella del governo è dunque solo una narrazione per gli sprovveduti, come conferma la recente manovra finanziaria, in fase di approvazione: una finanziaria che impoverisce ancora di più il lavoro, che si pavoneggia dicendo di aver tagliato le tasse, quando la maggior parte dei lavoratori non vedrà nessun aumento in busta paga, se non una vergognosa elemosina. Una finanziaria che vede crescere la spesa per gli armamenti, a scapito di sanità, scuola e servizi. Un governo che sceglie di costruire un costosissimo ponte sullo stretto di Messina e che a fronte del “tesoretto” accumulato con il fiscal drag (frutto dei rinnovi contrattuali già effettuati) non ridistribuisce nulla alle masse.
Una narrazione che vuole mettere a tacere le tante situazioni di crisi aziendali, specie nel settore automotive e metalmeccanico, fingendo di occuparsene e dichiarando che i lavoratori non saranno lasciati soli.


IL BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE DEL GOVERNO VERSO IL LAVORO: IL CASO DEGLI STABILIMENTI EX ILVA DI GENOVA E TARANTO

Fra le situazioni di crisi più dimenticate c’è quella dell’ex Ilva che proprio nell’ultimo mese si è acutizzata, mettendo ancor di più una seria ipoteca sul futuro di migliaia di lavoratori. La storica impresa siderurgica fondata agli inizi del Novecento e divenuta nel pieno del boom economico il centro del polo siderurgico italiano con il nome di Italsider, entrò in crisi a metà anni ’80 e passò, come noto, nel 1995 nelle mani della famiglia Riva, che avrebbe attuato una spregiudicata opera di sfruttamento degli impianti, senza operare nessun intervento di ammodernamento e di bonifica ambientale.

Proprio agli ’90 risalgono le prime battaglie combattute dalle comunità che risiedono nelle vicinanze degli stabilimenti ex Ilva in difesa della salute. La conseguente iniziativa della magistratura per far luce sui vari reati ambientali e i danni alla salute, costrinse lo Stato ad intervenire per impedire la chiusura del polo siderurgico.

Dopo la fallimentare gestione della cordata ArcelorMittal e Marcegaglia, che di fatto non ha mai fatto alcun investimento per bonificare e rimodernizzare gli impianti, lo Stato italiano si vede costretto ad intervenire nuovamente con capitale pubblico nella gestione dell’ex Ilva, sostituendosi alla precedente amministrazione e creando una nuova società con il nome di Acciaierie d’Italia.

E dunque eccoci arrivati ai giorni nostri: dopo alcuni tentativi per individuare un nuovo acquirente, nessuno andato in porto, l’attuale governo l’11 ottobre convoca i sindacati per comunicare loro il nuovo piano, che nei fatti è l’ammissione di essere in un vicolo cieco, anticamera della chiusura definitiva degli stabilimenti. Dopo le promesse fatte a luglio di avviare un piano industriale vero che prevedesse la costruzione di tre forni elettrici per la produzione dell’acciaio in sostituzione degli obsoleti altoforni e quindi garantisse l’effettiva decarbonizzazione del processo produttivo e il risanamento ambientale, il governo sostanzialmente ha fatto un passo indietro.


LA CASSA INTEGRAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE, DUE STORICHE ARMI DEL PADRONATO

Il nuovo piano presentato prevede infatti dal 15 novembre l’incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. Nel frattempo, saranno avviate opere di manutenzione agli altoforni e dal 1° gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6 mila unità in cassa integrazione. Sarà dunque avviato un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale. Questo significa che sarà mantenuta solo la produzione necessaria per il pagamento delle spese correnti e che quanto prodotto verrà immediatamente venduto, anziché essere inviato agli altri stabilimenti del gruppo a Genova, Novi Ligure e Racconigi, portando nei fatti migliaia di lavoratori verso la cassa integrazione e in prospettiva futura alla perdita del posto di lavoro.

Di fronte a questa situazione, FIOM, FIM e UILM hanno proclamato 24 ore di sciopero, con forti proteste e presìdi da parte dei lavoratori, che hanno anche bloccato strade ed autostrade, specie nel capoluogo ligure; intenzionati a indurre il governo a fare marcia indietro. E così, almeno in parte, è avvenuto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e, a cascata, di tutti gli altri stabilimenti d’Italia. Nel decreto legge, non ancora pubblicato, il governo autorizza Acciaierie d’Italia a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.

I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. È questo il motivo per cui l’impianto, che il governo vorrebbe vendere tra molte difficoltà, esiste ancora. Infine, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva nel Nord Italia (quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi), come richiesto dai sindacati.


SOLO I LAVORATORI POTRANNO SALVARE GLI STABILIMENTI EX ILVA

La pronta protesta dei lavoratori ha dunque scongiurato, almeno per il momento, la chiusura degli stabilimenti, ma fino a quando? Di fronte ad una situazione che definire drammatica è riduttivo, i lavoratori devono smettere di appellarsi unicamente all’intervento del governo. Le intenzioni di quest’ultimo sono chiare: vendere il prima possibile gli stabilimenti ex Ilva ad uno nuovo acquirente, che mai si sobbarcherà per intero la ristrutturazione e la bonifica degli impianti. E qualora venisse individuato, la prima delle richieste sarebbe quella di ridurre il personale per contenere i costi.

Altrove in Europa, come in Germania, Svezia e Finlandia, sono in atto processi di riconversione degli impianti produttivi per passare dalla tecnologia degli altoforni, ormai obsoleta ed inquinante, a quella dei forni elettrici, con riassorbimento dell’intera manodopera, impiegandola in quelle attività di preparazione della materia prima necessaria per i nuovi cicli produttivi o nella logistica. Il tutto avviene però in aziende a partecipazione statale e con l’impiego di grandi investimenti pubblici. In Italia questa strada è percorribile? A ben vedere le intenzioni del governo sembra di no. E poi in un’economia che sempre di più diventa economia di guerra con ingenti spese negli armamenti, le possibilità di un intervento dello Stato si riducono sempre di più.

E dunque che fare? I lavoratori hanno un’unica possibilità che è quella di mettersi in lotta permanente, con uno sciopero prolungato che sfoci nella nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti gli stabilimenti. Nazionalizzazione che deve garantire la piena riconversione e bonifica di tutti gli impianti e il riassorbimento completo di tutta la manodopera in forza all’azienda. La lotta deve però vedere i lavoratori di tutti gli stabilimenti uniti nello stesso intento.
Sbagliatissima la dichiarazione del delegato FIOM dell’ex Ilva di Genova, storico dirigente di Lotta Comunista, quando dice che «se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare con loro». Un delegato sindacale non può pronunciare parole di questo tipo.

Un’organizzazione sindacale non deve limitarsi a “coltivare il proprio orticello”; deve invece sempre porsi in difesa di tutti i lavoratori, senza distinzioni geografiche o di altro tipo.
I lavoratori uniti devono quindi battersi per la costituzione di consigli di fabbrica che consentano loro di organizzarsi e individuare le forme di lotta più idonee; per uno sciopero generale e unificato a oltranza (chiedendo la solidarietà di tutti i lavoratori dell’industria e non solo) per il conseguimento della nazionalizzazione dell’impresa sotto il loro controllo; per una cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa che veda anche l’occupazione di tutti gli stabilimenti ex Ilva in Italia, evitando così di cadere nella linea che l’allora segretario della FIOM Landini adottò nella lotta contro la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ovvero della lotta stabilimento per stabilimento. Per la creazione di un coordinamento nazionale di tutte le fabbriche in lotta contro chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti, diretto dai lavoratori e non dalle burocrazie sindacali.

Solo agendo in questo modo e prendendo in mano direttamente le redini della lotta i lavoratori hanno la possibilità di salvaguardare il loro posto di lavoro e il loro futuro.
Ma guardando più in profondità, la loro lotta, per quanto agguerrita, rischierebbe di rimanere un fatto isolato, se non venisse inserita in un percorso più generalizzato che metta in discussione l’attuale sistema capitalista, con tutto il suo apparato di sfruttamento ed impoverimento da parte della classe padronale ai danni dell’intero proletariato, per sostituirlo con una società governata finalmente dai lavoratori, il socialismo, senza più sfruttati e sfruttatori, dove diritti e vita dignitosa siano garantiti a tutto il proletariato mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Il piano trumputiniano per l'Ucraina

 


Trump consegna l'Ucraina a Putin, in un mercimonio tra grandi potenze

24 Novembre 2025

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Il piano di Trump per l'Ucraina ha la stessa impronta del piano Trump per la Palestina . Nel caso della Palestina si tratta di un protettorato coloniale sulla pelle del popolo palestinese e dei suoi diritti, al servizio di uno Stato coloniale genocida. Nel caso dell'Ucraina di un piano di resa nazionale all'imperialismo russo invasore, direttamente pattuito con quest'ultimo, sulla pelle del popolo invaso.

Al di là dei diversi contesti, si tratta della stessa logica di fondo. Donald Trump negozia cinicamente coi vincitori la resa dei vinti, nell'interesse dell'imperialismo americano e della sua nuova logica imperiale: l'America agli americani, a partire dal Venezuela; la Palestina ai sionisti con l'accordo dei regimi reazionari arabi, e col lasciapassare di Russia e Cina e la loro complice astensione all'Onu. In cambio la Russia si prenda quel che vuole in Ucraina dopo quasi quattro anni di invasione, in soluzione condominiale con gli USA. Il mercimonio tra imperialismi vecchi e nuovi sulla pelle di popoli invasi non potrebbe essere più spudorato.

I 28 punti del piano Trump sull'Ucraina sono eloquenti, non meno dei 20 punti del piano per Gaza. In entrambi i casi il piano fa capo a un Consiglio di pace presieduto da Trump. A Gaza Trump deve supervisionare il disarmo di Hamas e della Resistenza palestinese, l'ingresso di una forza multinazionale di occupazione, la grande torta della ricostruzione, le garanzie per lo Stato genocida sionista, la continuità della politica di terrore in Cisgiordania, la connivenza servile delle borghesie arabe. Russia e Cina non hanno posto veti a questo abominio, consentendo agli USA di presentare la propria pace come la “pace” delle Nazioni Unite, col mandato delle Nazioni Unite.

In Ucraina Trump vuole supervisionare il piano di resa e spartizione dell'Ucraina a vantaggio delle forze d'occupazione russe.

Consegna alle forze di occupazione russe non solo dei territori occupati con l'invasione ma anche dei territori non ancora conquistati, seppur “annessi”. Disarmo di metà della forza militare Ucraina, come Putin chiedeva insistentemente dal 2022. Cogestione russo-americana della ricostruzione dell'Ucraina, anche attraverso l'uso di cento miliardi di beni russi congelati, con gli USA che si accaparrano il 50% dei relativi profitti, un ulteriore fondo congiunto di investimento russo-americano con relativa spartizione degli utili tra i due paesi. Rientro della Russia nel G8 con accordo di cooperazione con gli Stati Uniti. Nei fatti, da ogni punto di vista, l'umiliazione di una nazione invasa al servizio dell'invasore, in cambio degli interessi americani.

Le elezioni in Ucraina entro cento giorni completano il quadro. Trump e Putin puntano a rimpiazzare Zelensky dopo averlo costretto all'umiliazione. Quanto alla cosiddetta garanzia offerta da Trump all'Ucraina circa la difesa da nuove aggressioni russe, è solo un pezzo di carta che serve a mascherare il contenuto vero del piano: la cessione dell'Ucraina all'area di influenza dell'imperialismo russo in cambio di un avvicinamento della Russia agli USA in termini sia di comuni interessi affaristici sia di relazioni globali (Artico in primis).

Trump punta a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese? Possibile, anzi probabile. Gli USA possono fornire a Mosca tecnologie digitali e intelligenza artificiale, La Russia può fornire a Washington materie prime necessarie per gran parte dello hardware tecnologico, rompendo la dipendenza occidentale dalle terre rare della Cina. Soprattutto, gli USA offrono alla Russia una via d'uscita dal rischio del vassallaggio verso la Cina.

Non sappiamo se questo disegno riuscirà: molti sono gli ostacoli e le contraddizioni. Ma sappiamo che, in ogni caso, l'Ucraina è oggi merce di scambio dell'operazione. Tutt'altro che un'operazione improvvisata. Lo stesso Putin ha dichiarato, senza essere smentito, che il negoziato sul piano Trump era iniziato tra Russia e USA già prima del famoso incontro in Alaska. Del resto, solo gli imbecilli potevano non vedere e capire la progressiva apertura dell'imperialismo americano all'imperialismo russo nel corso dell'ultimo anno. Purtroppo non erano pochi.

“Meglio la pace che la continuità della guerra”, “la pace prima di tutto”: una vasta schiera di commentatori, di diversa estrazione, da Marco Travaglio a buona parte della sinistra cosiddetta radicale, plaude al piano Trump, mischiando il realismo cinico di improvvisati esperti militari con l'esibizione di una vocazione gandhiana. Ma la pace di chi e per chi?

La pace di Gaza è la pace dei cimiteri, e la negazione dei diritti palestinesi, dopo due anni di genocidio. La pace che si propone all'Ucraina è la resa, a quattro anni di invasione, il saccheggio delle risorse nazionali, l'amputazione territoriale, la rinuncia all'autodifesa. Non sappiamo se il governo ucraino accetterà la capitolazione, cioè “la perdita della dignità”, o se la respingerà. Ma sappiamo e denunciamo la pace che gli viene proposta come un arbitrio delle grandi potenze, un ultimatum imposto con la forza del ricatto, dettato da ragioni imperiali. È scandaloso che organizzazioni che si dichiarano “comuniste” o anche solo “democratiche” possano addirittura applaudire questa lordura.

La verità è che tutte le idiozie propagate per quattro anni sulla cosiddetta “guerra per procura” degli Stati Uniti contro la Russia sono fatte a pezzi dalla realtà. Una realtà non solo diversa ma capovolta. Ieri e oggi. Nel 2022 la prima proposta USA all'Ucraina a due giorni dall'invasione russa fu di offrire a Zelensky una via di fuga. Fu solo la scelta della resistenza ucraina all'invasione a costringere gli USA a sostenerla, seppur col contagocce e mille limiti. Oggi è l'imperialismo USA a pugnalare l'Ucraina consegnandola alla Russia mani e piedi legati, e a concordare con la Russia una comune amministrazione delle sue spoglie. Un protettorato russo-americano in Ucraina, una “pace per procura”, imperialista.

Qui sta la vera responsabilità di Zelensky. Non quella di aver difeso l'Ucraina. Ma quella di aver puntato tutte le proprie carte sulla protezione americana e della UE, di aver nascosto agli occhi della popolazione ucraina, e innanzitutto della sua classe operaia, la vera natura dei vampiri imperialisti d'Occidente e della loro cosiddetta democrazia.

Di più: aver ceduto agli investitori occidentali aziende pubbliche, infrastrutture, terreni agricoli, materie prime sotto la pressione delle loro richieste ricattatorie. Aver regalato all'Unione Europea e alla borghesia ucraina la liberalizzazione dei licenziamenti, la compressione dei diritti sindacali, la limitazione del diritto di sciopero.

Tutto questo doveva servire nella propaganda di Zelensky a “modernizzare” il paese e difendere la patria. È invece servito solamente a demoralizzare i lavoratori, a fiaccare il morale della resistenza, a incoraggiare la rapina dei capitalisti, ad avvantaggiare l'invasione russa, sino all'annunciato “tradimento” americano. La corruzione degli ambienti di governo e dell'apparato statale ucraino è solo un risvolto fisiologico di queste politiche, in Ucraina come in Russia come ovunque. E oggi certo favorisce una volta di più il ricatto anti-Zelensky di Mosca e di Trump.

Si conferma dunque ancora una volta la posizione del nostro partito, della Lega Internazionale Socialista di cui siamo parte, della sua coraggiosa sezione ucraina. In questi quattro anni di guerra, i nostri compagni ucraini hanno combattuto su due fronti: contro l'invasione imperialista russa a difesa dei diritti nazionali dell'Ucraina, e al tempo stesso contro il governo borghese di Zelensky, a difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, per una soluzione anticapitalista e socialista; per l'esproprio dell'oligarchia borghese ucraina, la cancellazione del debito estero, una milizia operaia e popolare per la difesa del paese.

Solo un governo dei lavoratori può realizzare queste misure, contro il piano russo-americano.

Partito Comunista dei Lavoratori