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Lotta dura contro il governo Salvini-Di Maio, nemico di studenti e lavoratori

11 Ottobre 2018
testo del volantino per le mobilitazioni studentesche del 12 ottobre

Si è aperto da poco il nuovo anno studentesco, presentando a noi studenti delle importanti sfide per il prossimo periodo. Il nuovo governo reazionario di Movimento 5 Stelle e Lega ha già mostrato, non lasciando spazio a dubbi, la sua natura nemica degli interessi dei lavoratori salariati e degli studenti. Al centro dell'attacco si situa la campagna contro i migranti, una campagna contro i poveri (in cui si inserisce il decreto sicurezza), che apre inoltre alla legittimazione delle forze e dei metodi fascisti. Viene sviluppata una campagna che richiama all'ordine ed alla tradizione religiosa, indirizzata ad attaccare i diritti civili (in primis i diritti delle donne e quelli delle minoranze sessuali). Le manovre in tema di lavoro (decreto dignità, questione Ilva, Documento di economia e finanza...) rispondono agli interessi della grande borghesia, schiacciando le ragioni della classe lavoratrice.

Il nuovo ministro dell'istruzione Bussetti (Lega) ha fatto intendere che non cambierà nessun asse delle precedenti controriforme di Renzi-Gentiloni (questo fa capire la convergenza tra le varie forze politiche dominanti di vario colore, sempre piegate agli interessi generali del capitale), ha dichiarato che ci potrà essere però qualche aggiustamento, che sembra inevitabilmente indirizzato verso una maggior sinergia tra scuola ed aziende private, tra istruzione e mondo economico. Quello che ci aspetta sono nuovi attacchi alla scuola pubblica ed ai diritti studenteschi, un maggior controllo e repressione verso gli studenti, un'ulteriore svendita dell'istruzione pubblica, una sua sfrenata mercificazione.

Questo panorama chiama noi studenti al dovere della lotta. Al dovere di riarmare (ideologicamente) il movimento studentesco andato alla deriva e finito ai margini per le responsabilità delle sue direzioni, sempre piegate a formulazioni riformiste o spontaneiste senza progettualità. Occorre dare un cambio di fondo.

Senza dubbio bisogna lavorare per la piena riuscita delle mobilitazioni in programma questo autunno, ma non ci si può limitare ad appuntamenti e passeggiate di rito. Occorre costruire un ampio fronte unico di lotta che si ponga come obiettivo la cancellazione delle varie riforme di smantellamento dell'istruzione pubblica (a partire dalla Buona scuola e dall'alternanza scuola-lavoro), l'abolizione di ogni tassa scolastica, l'accesso gratuito all'università e l'abolizione del numero chiuso all'università. Invitiamo quindi, sfidandole, le varie organizzazioni studentesche alla creazione di questo fronte di lotta su rivendicazioni che loro stesse avevano appoggiato in periodo elettorale.
Per mettere all'angolo il governo occorre costruire un percorso che parta dentro i luoghi di studio, che possa esprimere la propria forza in maniera radicale. Costruire assemblee, occupazioni, scioperi ad oltranza, manifestazioni nazionali, organismi autorganizzati. Sfociando in una lotta dura e generale contro questo governo reazionario. È necessaria un'alleanza strategica con i settori della classe lavoratrice in lotta, a partire dallo sciopero generale del 26 ottobre indetto dai sindacati di base SiCobas, CUB, SGB, SLAI-Cobas, USI-AIT.

Ma i nostri compiti non terminano qui, perché per risolvere compiutamente le questioni che attanagliano la nostra generazione, come studenti e futuri lavoratori, occorre mettere in discussione l'intero impianto, fino alla basi di questo sistema capitalista. Occorre cioè avanzare un'alternativa di società, su basi socialiste e rivoluzionarie. Questa è la prospettiva in cui sono impegnati il Partito Comunista dei Lavoratori ed i suoi studenti. 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di Maio: superministro del cambiamento contro il lavoro

Tutte le ricette contro i lavoratori in salsa giallo-verde: dall'interclassismo alla chiusura dell'Ilva, dal silenzio sugli assassinii razzisti ai regali fiscali per i piccoli padroni

8 Giugno 2018
Luigi Di Maio, il nuovo leader carismatico del Movimento 5 Stelle e dell'affermazione di quell'organizzazione come garante degli interessi della borghesia e della stabilità dei capitali, alla faccia della retorica populisitca antisistema, si è insediato.
Il capo pentastellato ha concentrato nelle sue mani due ministeri chiave come quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, per compensare la propria sete di potere insoddisfatta per il mancato raggiungimento della poltrona di Presidente del consiglio.

Ci è voluto poco a far cadere la maschera di "cambiamento" delle politiche sul lavoro del movimento populista e reazionario, e già dalle sue prime parole da superministro si mettono in mostra gli ammorbidimenti rispetto alla campagna elettorale infuocata – ammorbidimento già messo in luce nei vari tentativi di dialogo falliti con le diverse forze politiche, e con i poteri forti italiani e stranieri, per ottenere il controllo del Governo prima del contratto con la Lega.

Non solo l'abolizione del Jobs Act, emblema delle politiche del PD di precarizzazione e aggressione dei diritti e delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, è diventata una "rivisitazione" delle politiche renziane, probabilmente con la reintroduzione dei vergognosi voucher, produttori di precarietà estrema ed escamotage di mascheramento del lavoro nero.
Non solo il reddito di cittadinanza tanto promesso, oltre a essere evidentemente insostenibile rimanendo nelle logiche di gestibilità del sistema capitalistico e di mercato, diventa sempre più un sussidio di povertà e precarizzazione, vincolando una piccola elemosina alla necessità di accettare qualsiasi lavoro venga proposto a qualsiasi condizione esso sia. In poche parole: se sei disoccupato, ancora grazie che ti permettiamo di diventare un eterno precario senza diritti e sotto ricatto perenne di perdere anche quei quattro soldi che prendiamo alla contribuzione generale.
Non solo l'abolizione della Legge Fornero si trasforma in un più gestibile ed accettabile "quota 100", dimenticando tutte le promesse sulle pensioni minime. Anche qui una proposta difficilmente applicabile, sommata alla promessa del reddito di povertà, se non si affronta il nodo della dittatura sistemica del capitale e della finanza e la sua aurea legge del profitto e della concorrenza.
Non solo di fronte alla vicenda strategica dell'Ilva, a cui son legate le vite di migliaia di lavoratori e quelle dei cittadini che ne subiscono l'inquinamento da decenni, sa rispondere con la meravigliosa ricetta, senza capo né coda, del «chiuderemo lo stabilimento di Taranto», magari regalando le tecnologie dismesse ad ArcelorMittal che così può ringraziare e delocalizzare levandosi una bella gatta da pelare, e garantendo una bella massa di disoccupati e l'impoverimento generale di un intero territorio.

Si spinge oltre Di Maio, mettendo in mostra chiaramente da che parte stia il suo schieramento e il suo comando.
Tra le prime cose che afferma, da Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, è la volontà di eliminare qualsiasi misura di controllo fiscale per piccole, medie e grandi imprese. Il tanto agognato tema delle tasse alle imprese deve essere tagliato con l'accetta semplicemente con un «lasciamo in pace gli imprenditori», carta bianca e basta con i controlli, perché d'altronde non sono problemi atavici il nero e l'evasione in un sistema incentrato proprio sulle piccole e medie imprese, le cui mancate entrate ricadono proprio sulla tassazione ai salariati e ai pensionati e colpiscono la sostenibilità di un welfare state in perenne smantellamento.
In fondo il benessere e il profitto di padroni e padroncini, inevitabilmente, porterà ad un maggior benessere anche per i lavoratori e per gli strati più deboli. Dati che vengono ovviamente confermati dagli annuali rapporti sull'aumento dei dividendi, sull'aumento dei profitti, sulla sempre maggior concentrazione di capitali, sul perenne aumento delle forbici di ricchezza tra strati sempre minori di super-ricchi e ricchi, e un enorme massa di lavoratori poveri e in fase di impoverimento. Dati dimostrati anche dai bilanci annuali di tutte le imprese e dalle riorganizzazioni lacrime e sangue, dove amministratori delegati, azionisti e padroni aumentano i loro profitti e dividendi al costo di licenziamenti, casse integrazioni, salari di solidarietà, delocalizzazioni, rinnovi contrattuali che non permettono nemmeno il recupero degli aumenti reali del costo della vita, aumenti dei ritmi a parità di salario, etc.

Il tutto, infatti, si inserisce nel corporativo, e del tutto "nuovo", concetto secondo cui «datore di lavoro e dipendente sono sullo stesso piano. Non devono essere nemici, non devono essere due realtà staccate». Lo vada a dire a tutti i lavoratori di FCA, dell'azienda di quel Marchionne a cui ha teso la mano e che ha idolatrato per i 9 miliardi di investimenti nell'auto elettrica (quando tutti i competitors dell'automotive spendono regolarmente molto di più), colpiti dalle delocalizzazioni, dai salari di solidarietà e dalle casse integrazioni, da un modello contrattuale che li priva di qualsiasi garanzia e da piani industriali che hanno dimezzato i posti di lavoro in Italia in quel settore. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici che sono regolarmente sotto ricatto nel loro posto di lavoro, perché precari o perché vengono loro imposte condizioni di lavoro prive di sicurezza e prive di dignità sotto la minaccia di chiudere baracca e burattini e spostarsi dove tutto costa meno o di assumere chi è messo peggio – con tutto l'esercito di riserva di disoccupati che c'è. Lo vada a dire a tutti i lavoratori delle piccole e medie imprese legate al turismo, alla ristorazione, ai servizi sociali e all'assistenza, che quando hanno un contratto di lavoro sono già fortunati. Lo vada a dire a tutti i lavoratori e le lavoratrici morti o infortunati gravemente perché i loro padroni devono risparmiare sui costi per garantirsi profitti competitivi.

Lavoratori e lavoratrici hanno per necessità interessi contrastanti e opposti a quelle dei loro padroni e dei loro capetti.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di elemosine e di frasi fatte sul "non essere nemici" con chi ogni giorno li sfrutta fino all'ultima goccia di sudore e fino all'ultimo anno in cui le gambe li possono reggere in piedi.
Lavoratori e lavoratrici non hanno bisogno di nuovi imbroglioni per rendersi conto che per garantire profitti e dividendi a chi sta sopra di loro è necessario che a pagare i costi delle crisi economiche, dell'anarchia del libero mercato e della competizione tra padroni siano loro, le proprie famiglie, la propria salute e i propri diritti.
E ora non può più reggere la favola dei sacrifici comuni e dell'unità di intenti nel nome della bandiera italiana e di un nuovo interclassismo a spese della classe lavoratrice e degli oppressi.

Intanto il superministro e vice-premier, nonostante le sue pompose promesse da eterna campagna elettorale, non ha saputo dire una parola sull'omicidio del militante sindacale Soumayla Sacko, giovane ventinovenne ucciso a sangue freddo mentre cercava di recuperare lamiere per i tetti delle baracche in cui sono costretti a vivere i braccianti immigrati sotto il ricatto di 'ndrangheta, caporali, padroni e multinazionali. Non una parola sulla tragica vicenda che si consuma nel clima di odio e caccia all'immigrato alimentata tanto dalla Lega di Salvini quanto dal suo partito e da Di Maio stesso, i principali mandanti. Non una parola sulle condizioni di lavoro e di vita di migliaia di lavoratori come lui nel settore dell'agricoltura, dell'ediliza, del commercio abusivo, del caporalato sempre più diffuso anche in settori come la siderurgia e la cantieristica.
Mentre Di Maio tace, il Presidente del consiglio Conte nei suoi discorsi al parlamento continua a ripetere a pappagallo le promesse scritte sul contratto tra cui la guerra ai migranti e il rinvigorimento delle espulsioni, e Salvini continua a proferire parole di odio e di morte inneggiando a nuovi e maggiori campi di concentramento per chi deve essere espulso o è irregolare. Nella fascia nera della clandestinità, dell'assenza di diritti, del perenne ricatto delle espulsioni e delle retate delle forze dell'ordine, dei permessi di soggiorno fluttuanti, della miseria e dell'emarginazione, prendono vita proprio queste nuove forme di schiavitù in cui la vita di un lavoratore vale meno di una cassetta di pomodori o di una vecchia lamiera abbandonata. Ma il ministro dal sorrisino di bambolotto e dal tweet facile con incerto congiuntivo ha altro a cui pensare.

Alle prime prove questo governo, e il suo superministro Di Maio, farà cadere in maniera sempre più evidente la propria maschera di ennesimo comitato d'affari di padroni e banchieri, con un occhio di riguardo per i piccoli padroncini impauriti dalla globalizzazione e pronti a menare il bastone contro chi sta sotto di loro, sbraitando contro chi sta sopra.
Al governo del cambiamento bisogna contrapporre la rivendicazione del governo dei lavoratori e delle lavoratrici, il solo che possa incarnare incondizionatamente gli interessi delle classi sfruttate e oppresse.
Il solo governo che possa cambiare radicalmente e con una vera rivoluzione le regole del sistema economico e sociale, ponendo al centro le necessità e i bisogni di chi è sempre stato sfruttato, requisendo senza indennizzo tutte le leve dell'economia e della finanza, ponendole sotto il controllo della classe lavoratrice; ridistribuendo il lavoro esistente tra tutti a parità di salario e programmando un piano generale per il rilancio della produzione, della distribuzione equa delle risorse e dei beni, e della fornitura dei servizi essenziali.
Per fare questo è necessario costruire il partito rivoluzionario e comunista, con cui diffondere questa consapevolezza e organizzare la risposta attraverso un fronte unico di classe e di massa che unisca tutti coloro che da questo sistema non hanno che da perdere, e che con la rivoluzione comunista non hanno da perdere che le loro catene.
Cristian Briozzo

Rastrellamenti cittadini e razzismo istituzionale

Quando la caccia all'emarginato e all'immigrato divengono il leitmotiv trasversale

Dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle, dal PD a NCD, tutte le forze politiche intervengono e vogliono apporre al proprio petto istituzionale le medaglie della nuova gloriosa guerra al migrante, al clandestino, all'irregolare, al povero, al senzatetto.
Decoro, pulizia, ordine, legalità. Parole d'ordine sulla bocca di tutti. Parole d'ordine perfette per scatenare la guerra tra poveri, scatenando gli sfruttati italiani e comunitari contro i diseredati extracomunitari, clandestini e con loro tutti i senzatetto, barboni, clochard.

È così che il governo PD vara il decreto Minniti-Orlando, che va a rafforzare un regime separato per tutti i migranti, permettendo l'accesso al "gratta e perdi" dell'accoglienza solo a pochissimi fortunati; per gli altri esistono i "moderni" campi di concentramento ed espulsione, lo status di sgradito e non riconosciuto "clandestino", il limbo esistenziale dell'irregolare senza diritti. Tutti costretti ad un regime di sorveglianza totale, costante e capillare; a quotidiani trattamenti da criminale nelle strade, con reparti di squadroni della morte di polizia e carabinieri a caccia della minima occasione per appioppare una bella denuncia, un provvedimento di espulsione accompagnato da qualche scarica di botte; un biglietto di sola andata per un CIE, o un CPR; disprezzo e odio di massa in quanto capro espiatorio di ogni problema sociale.

Così, in questo clima da stato d'emergenza, in cui il migrante è il terrorista, il pericolo per la nostra società e il nostro benessere, la causa della nostra disgrazia economica e politica, tutto è consentito.
Nei quartieri popolari, nelle stazioni e nelle piazze vengono messe in moto pattuglie di forze dell'ordine in tenuta da controguerriglia urbana, pronti a frugare nelle tasche, e non solo, di qualsiasi migrante. L'obiettivo è riempire elenchi di destinati ai campi di internamento, comunque li si voglia chiamare.

Così il 2 maggio a Milano, contro questo nemico interno minaccioso e mendicante, alla stazione centrale centinaia di poderosi poliziotti e carabinieri, con tanto di elicotteri e cavalleria, hanno fatto una bella "pulizia" sociale ed etnica della zona, per difendere il diritto dei turisti a non vedere l'esistenza di povertà, miseria e abbandono nella città della moda. Non per nulla, eliminata la "spazzatura" umana, colpevole di essere vittima della disumanità di questo sistema, può passare l'AMSA, per eliminare i giacigli e tutti i pochi averi di chi è stato rastrellato.

Così il 3 maggio, i Vigili urbani della Roma targata Movimento 5 Stelle, in perfetto ossequio ai nuovi poteri affidati dall'assist del PD col Decreto Orlando sulla sicurezza urbana, danno vita ad un'essenziale e strategica retata contro i pericolosissimi ed indecorosi ambulanti (da cui poi, magari, comprano roba a buon prezzo quando non la "requisiscono") provocando la morte di un cinquantatreenne senegalese, Nian Mougette, colpevole di cercare di sopravvivere vendendo qualche cianfrusaglia o qualche vestito contraffatto a turisti e romani. Per lui la morte in una fuga dai manganelli, dall'internamento, dall'espulsione. Per i manager che fanno fallire aziende e organizzano bancarotte, che licenziano migliaia di lavoratori, che fanno morire in incidenti mortali i dipendenti per risparmiare sui costi, che vivono sulla guerra e sulla distruzione di intere società, ci sono premi milionari, benefit stellari accompagnati da onore e gloria.

Così, il presidente della Commissione Ambientale del Comune di Roma, il pentastellato Diaco, di fronte all'inaccettabile immagine dei senzatetto che recuperano un pasto dalla Caritas presso il parco di Colle Oppio, sente un fremito securitario e in difesa del decoro. Come si può accettare che ci siano dei poveri senzatetto e che per di più si presentino in un luogo turistico a prendere quelle poche briciole che la gerarchia ecclesiastica concede per darsi una maschera umana? Questo problema deve essere risolto, e per combattere l'indecenza della povertà non ha trovato miglior soluzione di vietare i pasti serali della Caritas. Se non mangiano se ne vanno, o al massimo muoiono di fame, ma almeno non sporcano e non disturbano i selfie dei turisti.

Non è un caso che il farneticatore Salvini si sia con più forza lanciato ad inneggiare a ruspe, pulizie etniche, rastrellamenti, espulsioni, muri, olio di ricino.
Non è un caso che i Cinque Stelle cavalchino la vergognosa strumentalizzazione del procuratore Carmelo Zuccaro sulle ONG, con cui un pezzo di magistratura cerca di utilizzare i tribunali per far passare il paradigma politico dell'invasione e dell'errore di tentare di salvare le persone buttate in mare dagli scafisti e dai trafficanti, paventando collusioni tra ONG e scafisti (in alcuni casi sicuramente possibili), quando son gli stessi accordi governativi e istituzionali con i vari governi criminali locali che garantiscono a trafficanti, istituzioni, forze militari e di polizia locali enormi flussi di denaro per poter giocare con la vita di masse di disperati.

Solo una mobilitazione generale del mondo del lavoro contro banchieri, padroni, industriali, speculatori e guardie armate di questi poteri potrà mettere in campo una forza uguale e contraria a quella con cui i potenti e loro governi opprimono e reprimono gli sfruttati e gli emarginati. Una vertenza generale che unisca intorno a sé le ragioni di tutti gli sfruttati e di tutti gli emarginati, e che possa aprire la strada alla prospettiva fondamentale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unico governo che può farla finita finalmente con le leggi liberticide, col razzismo di Stato, con la xenofobia istituzionale.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

UE o Brexit: una falsa alternativa per i lavoratori

L'esito del referendum britannico e la lotta anticapitalista contro l'UE

L'uscita della Gran Bretagna dalla UE apre un nuovo capitolo della crisi dell'Unione degli stati capitalisti del vecchio continente.

Da tempo a cavallo tra integrazione e dissoluzione, la UE ha visto moltiplicarsi nell'ultima fase le spinte disgregatrici. Il combinato della crisi capitalista, della prolungata stagnazione, della profonda crisi di consenso delle politiche di austerità ha sospinto un approfondimento delle contraddizioni nazionali nella UE . Il fiscal compact è virtualmente fallito senza che si delinei un nuovo equilibrio. L'Unione bancaria resta al palo, col rifiuto tedesco di una assicurazione europea sui depositi, mentre l'intero settore bancario europeo è investito da nuovi venti di crisi (crisi dei crediti deteriorati in Italia, crisi dei derivati nella finanza tedesca e nordica). Il riconoscimento o meno della Cina come economia di mercato amplifica il contrasto tra capitalismo tedesco (disponibile) e interesse opposto di Italia e Francia, minacciate sul proprio mercato interno dalla concorrenza asiatica. La pressione migratoria - fattore strutturale di lungo periodo - sospinge processi combinati di rinazionalizzazione dei confini, con la dissoluzione del blocco est-europeo a trazione tedesca e nuovi processi di polarizzazione politica xenofoba all'interno di diversi paesi. Fattore a loro volta di nuove spinte centrifughe e di effetti politici destabilizzanti all'interno dei diversi paesi dell'Unione.

La Brexit è stata un effetto di questo quadro generale di crisi, e al tempo stesso concorre ad approfondirlo.


LA NATURA DELL'OPERAZIONE CAMERON. LA CITY A FAVORE DEL REMAIN 

Lo scontro interno alla Gran Bretagna tra “remain” e Brexit ha visto affrontarsi su opposti versanti forze ugualmente nemiche dei lavoratori britannici e dei lavoratori europei. Sia sul fronte politico, sia sul fronte sociale.

Sul fronte politico, David Cameron ha ideato il referendum sull'appartenenza della Gran Bretagna alla Unione Europea in funzione del proprio rafforzamento nel partito conservatore e nel governo, contro i propri avversari interni, lungo la linea di continuità dell'attacco ai lavoratori britannici. Prima la promessa del referendum, poi il negoziato con la UE, infine la campagna a favore del remain brandendo le “concessioni” ottenute in sede UE (contro i diritti sociali degli stessi immigrati comunitari), hanno perseguito un solo obiettivo: incassare il plauso popolare per coronare la propria ambizione politica. La disfatta della cinica operazione ha sancito la fine politica di Cameron, a vantaggio di quegli stessi avversari interni (Boris Johnson) che puntava a sgominare.

Al di là degli scopi politici di Cameron, la campagna per il remain ha selezionato e raccolto attorno a sé il fiore della grande borghesia britannica: il cuore della City londinese, la principale piazza del capitale finanziario europeo; la grande borghesia industriale (l'80% degli aderenti alla Confindustria britannica ha aderito alla campagna); la maggioranza delle Camere di commercio (sia pure con una percentuale minore). La ragione del sostegno borghese maggioritario al remain è molto semplice: la UE rappresenta il 45% delle esportazioni del Regno Unito. Una uscita della Gran Bretagna dalla UE significa la rinegoziazione dell'accesso al mercato unico, in condizioni presumibilmente più difficili.

Per ragioni di classe complementari, la permanenza della Gran Bretagna nel Regno Unito era la speranza del grosso del capitalismo mondiale, delle grandi borghesie europee e dei loro governi nazionali, interessati ad evitare sia i contraccolpi economici della Brexit sul mercato finanziario, in una situazione già critica; sia un nuovo possibile fattore di incoraggiamento delle spinte centrifughe nell'Unione. Ma era la speranza anche degli Stati Uniti, da sempre alleato storico privilegiato della Gran Bretagna. La permanenza del Regno Unito nell'Unione rispondeva a molteplici interessi USA: preservare la principale piattaforma finanziaria delle proprie multinazionali e banche sul mercato europeo; mantenere una propria sponda politica fidata all'interno della UE; favorire una tenuta dell'Unione quale fattore di contenimento della crisi capitalistica mondiale ed anche possibile alleata ai fini del controbilanciamento della potenza cinese (accordi TTIP). Per tutte queste ragioni è indubbio che la vittoria della Brexit contraddice gli interessi dominanti del capitalismo internazionale. Il crollo delle borse di venerdì, proporzionale al loro investimento sulla permanenza nell'UE, è un primo metro di misura del contraccolpo subito.


BREXIT COME VITTORIA DEI LAVORATORI E DELLA DEMOCRAZIA? 

Ma è perciò stesso la Brexit una vittoria dei lavoratori e della democrazia?
Colpisce il sostegno entusiasta alla Brexit di forze diverse della sinistra europea (e non solo). Come il tripudio ideologico per la sua "vittoria".

La campagna a favore della Brexit è stata ispirata e diretta dalle forze politiche più reazionarie del panorama inglese. Dallo UKIP xenofobo di Farage, alleato del M5S nel Parlamento europeo. Dai movimenti fascisti della Gran Bretagna. Dalle bande ostili a Cameron nel Partito Conservatore e nel governo stesso. Il tono ideologico della campagna è emblematico. Da un lato la campagna ossessiva contro i migranti: contro gli immigrati comunitari (inclusi i tanti giovani e lavoratori italiani emigrati) e la loro “pretesa” di diritti sociali; e tanto più contro i migranti extracomunitari e la loro presunta “invasione”, a partire dall'immagine simbolo dell'accampamento disperato di Calais, rappresentato come avamposto minaccioso della UE ai confini della patria. Dall'altro, la rivendicazione del peggiore sciovinismo all'insegna della nostalgia del vecchio impero britannico e della grande potenza inglese nel mondo. «Una grande potenza imperiale che potrebbe tornare a risorgere, se solo la gran Bretagna si liberasse della Unione Europea», ha testualmente annunciato Farage.

Anche settori della borghesia inglese si sono allineati al fronte della Brexit, a partire da un consistente settore delle Camere di commercio. Ai quali Boris Johnson si è così rivolto: «Noi potremo fare accordi con le economie emergenti del mondo intero, accordi che la UE è incapace di siglare a causa delle forze protezioniste europee. Liberiamoci delle catene dell'Unione.» (Le Monde). È la (improbabile) promessa al capitalismo britannico di un autonomo aggancio al mercato cinese aggirando l'Unione Europea e il suo contenzioso con la Cina. L'appello al libero mercato mondiale e alla sue umani sorti e progressive si combinava dunque col vezzo ideologico nazionalista, dentro un comune impasto reazionario.


UNA MINACCIA REAZIONARIA CONTRO I LAVORATORI 

La vittoria di questo fronte reazionario è una minaccia per i lavoratori britannici e per il movimento operaio europeo.

Certo, un settore di classe lavoratrice e la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne sono stati catturati dalle sirene della Brexit. La rabbia sociale accumulata dalla crisi capitalista e dalle politiche di austerità è stata dirottata con successo contro l'Unione Europea. Il ritorno mitologico alla “vecchia potenza inglese” è stato venduto come canale di riscatto sociale ed emancipazione. Ma si tratta di una cinica truffa, oggi rilanciata su scala continentale da tutti gli ambienti politici più reazionari d'Europa, a partire da Le Pen e Salvini.

Il capitalismo britannico e la sua sovrana sterlina non sono meno responsabili dell'Unione Europea per la miseria crescente dei lavoratori inglesi. Ben prima della UE, fu il governo - nazionalista - di Margaret Thatcher (quello che brandì la guerra all'Argentina sulle Malvinas) a realizzare il grande sfondamento liberista contro il movimento operaio (guerra ai minatori) e l'attacco frontale allo stato sociale. Blair e Cameron, nel quadro della UE (ma fuori dall'Euro), hanno amministrato la continuità devastante di quella politica, che Farage, già nelle vesti di deputato conservatore, e tanto più Boris Johnson, hanno fedelmente e attivamente sostenuto. Oggi proprio Boris Johnson, astro nascente della Brexit, si candida a gestire una nuova pesante stagione di austerità contro i lavoratori inglesi, e una stretta discriminatoria xenofoba contro gli immigrati. Naturalmente nel nome di "Britain First" e della guerra tra poveri. Presentare tutto questo, a sinistra, come "vittoria della democrazia" e come "esempio per i popoli europei" significa aver perso la testa.


CONTRO L'UNIONE EUROPEA, PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA 

Siamo da sempre contro l'Unione Europea. Una Unione di stati capitalisti unicamente interessati a partecipare alla spartizione del mondo dopo il crollo dell'URSS, nel nuovo mercato globale. Per questo interessati a concertare le proprie politiche di rapina contro i propri lavoratori. Per la stessa ragione ci siamo sempre opposti e tanto più ci opponiamo oggi alle illusioni di una possibile UE “democratica e sociale”, portate avanti dai partiti di Sinistra Europea (Syriza, Rifondazione Comunista, Izquierda Unida, Die Linke, PCF...). Partiti che si sono ciclicamente compromessi nei diversi governi borghesi dell'Unione Europea gestendo le stesse politiche di austerità e di rapina che dall'opposizione dicevano di combattere. La capitolazione di Tsipras alla troika è solo l'ultimo esempio del fallimento del riformismo europeista.

Ma la lotta contro l'Unione Europea può procedere da opposti versanti, politici e di classe, e mirare ad opposte prospettive.

Può procedere dal versante dell'opposizione di classe del movimento operaio, a difesa delle proprie ragioni e diritti sociali. Come ha mostrato la lunga ascesa del movimento di massa in Grecia contro la troika prima del tradimento di Syriza. Come mostra oggi la mobilitazione di massa prolungata ancora in corso in Francia contro la Loi Travail del governo Hollande. Questa è la dinamica di lotta che ha valore progressivo, che può unire gli sfruttati, che può ricomporre attorno alla classe operaia un blocco sociale anticapitalista, che può alimentare una solidarietà di classe internazionale tra i lavoratori d'Europa. La proposta di una Europa socialista, nella forma degli Stati Uniti socialisti d'Europa, è l'unica proposta strategica capace di dare una prospettiva storica a questa dinamica di lotta. L'unica che può indicare un'alternativa reale all'Unione Europea del capitale, nell'interesse dei lavoratori.

La lotta contro l'Unione Europea e contro l'Euro oggi indicata dalla Brexit, e promossa dai Farage, Le Pen, Salvini, è non solo diversa, ma esattamente opposta. È la lotta che mira a far leva sulla crisi capitalista, e sulla mancata risposta del movimento operaio alla crisi, per costruire uno sbocco reazionario, in ogni paese e su scala continentale. All'insegna della continuità delle politiche di rapina, e di un nuovo drammatico appesantimento dell'offensiva dominante contro i diritti sociali, sindacali, democratici del movimento operaio europeo e di tutti gli oppressi.

Ogni subordinazione a questa dinamica reazionaria va apertamente denunciata e combattuta, tra le fila dei lavoratori, tra i giovani, in ogni organizzazione sindacale e di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Ballottaggi: contro le tre destre, dalla parte dei lavoratori

I ballottaggi del 19 giugno vedono contrapposte, in forme diverse, le tre destre che oggi si contendono la rappresentanza della borghesia italiana, e dei poteri forti sul territorio, contro la classe lavoratrice: Il PD di Renzi, il centrodestra a trazione salviniana o berlusconiana, il Movimento 5 Stelle. 

Il primo è impegnato non solo in una politica di aggressione frontale al lavoro, ma in un progetto istituzionale reazionario di tipo bonapartista senza precedenti nella storia repubblicana. 
Il secondo rappresenta la continuità del vecchio blocco politico reazionario degli ultimi vent'anni, con una selvaggia disputa interna sulla sua leadership (lepenista o berlusconiana). 
Il terzo coltiva un disegno di repubblica plebiscitaria via web, al servizio di un progetto sociale nemico del lavoro. 

Tre forme di populismo reazionario, la prima di governo, le altre di opposizione (cui si aggiunge il fenomeno particolare e diverso del "peronismo" progressista e trasformista di De Magistris a Napoli). 

La sinistra riformista italiana, prima col suo tradimento sociale nei governi nazionali e nelle giunte locali di centrosinistra, poi col suo abbandono della classe lavoratrice proprio nella stagione della grande crisi del capitalismo, ha dato un contributo determinante allo sviluppo del populismo tra le fila dei lavoratori. E persino oggi, dopo il disastro prodotto, perpetua in forme diverse una politica subalterna: o perché rifiuta una rottura chiara col PD nelle amministrazioni locali nonostante Renzi. O perché avalla l'equivoco 5 Stelle e un loro presunto progressismo. O perché si subordina al "peronismo" di De Magistris a Napoli. Con ulteriori effetti di confusione e disorientamento nella classe lavoratrice. 

Il PCL è da sempre contrapposto alle tre destre nemiche del lavoro, ed è autonomo da ogni forma di populismo, a partire da una politica di indipendenza del movimento operaio, dentro il progetto di costruzione di una sinistra di classe e rivoluzionaria. 
Solo il rilancio di una vera mobilitazione di classe e di massa contro la borghesia italiana può aprire dal basso una prospettiva di vera alternativa. E il rilancio della mobilitazione di massa, attorno alle ragioni indipendenti del lavoro, richiede la contrapposizione al populismo e l'autonomia dal populismo, in ogni sua forma. 

Da qui la nostra contrapposizione alle tre destre nei ballottaggi del 19 giugno (e il rifiuto di un sostegno elettorale a De Magistris a Napoli), in naturale continuità con le stesse ragioni di classe della nostra campagna elettorale al primo turno.

Il segno politico delle elezioni del 5 giugno


Mentre Renzi ha esaurito la spinta propulsiva e vede il suo spazio di manovra restringersi, il M5S cresce sulle macerie della destra e sul non sfondamento del lepenismo di Salvini. La crisi della sinistra riformista è aggravata.

Le elezioni comunali del 5 giugno sono un passaggio importante dello scenario politico generale. Il quadro complessivo è molto frastagliato, e il risultato dei ballottaggi del 19 giugno sarà molto importante per valutare il segno politico complessivo della prova elettorale. Tuttavia già il primo turno fornisce indicazioni chiare di tendenza.


LA CRISI DEL RENZISMO

Il PD registra una perdita consistente di voti, sia in assoluto, sia in percentuale, in larga parte d'Italia (210.000 voti in meno nei ventiquattro capoluoghi) con una flessione più accentuata nelle periferie metropolitane e nel Mezzogiorno. Il renzismo ha esaurito da tempo la spinta propulsiva di quel populismo sociale di governo (gli 80 euro) che ne aveva accompagnato la scalata nelle elezioni europee del 2014 (41%). Già le elezioni regionali di un anno fa registravano la dispersione del bottino. Le elezioni comunali del 5 giugno confermano il dato. Il progetto del partito della nazione è al palo.

Ciò non significa che quel progetto sia sconfitto e tanto meno archiviato. Al contrario. La prospettiva del referendum istituzionale di ottobre, e la ricerca dell'incoronazione plebiscitaria del Capo, riflettono la volontà di rilancio del richiamo populista sul terreno politico e istituzionale. Ma il populismo politico ( «mando a casa un politico su tre», «riduco lo stipendio ai senatori»…) fatica a nutrirsi del populismo “sociale”. Renzi moltiplica, da buon imbonitore, annunci e promesse di regalie sociali in vista della prossima Legge di stabilità (riduzione Irpef, 80 euro alle pensioni minime, flessibilizzazione delle uscite pensionistiche, abolizione del bollo auto e tanto altro). Ma la crisi capitalista, i limiti della ripresa, il quadro negoziale complesso in sede UE, restringono pesantemente lo spazio di manovra delle politiche di bilancio. Molte promesse sono destinate a restare tali, con un possibile effetto boomerang. La ragione dell'anticipo del referendum istituzionale al 2 ottobre sta anche qui: la volontà di anticipare non solo il responso della Consulta sulla legge elettorale prevista per il 4 ottobre, ma anche la presentazione della Legge di stabilità. È la confessione di una paura, che i risultati del 5 giugno non possono che accrescere.

Inoltre proprio quei risultati aggiungono un ulteriore elemento di incertezza. Il successo politico del M5S, il suo possibile configurarsi come il principale candidato al ballottaggio contro Renzi alle future elezioni politiche, esaltano il difetto di sistema della legge elettorale inventata da Renzi. In un quadro tripolare come l'attuale, un M5S al ballottaggio diventa temibilissimo per il PD per la sua maggiore capacità di attrazione elettorale trasversale. (Da questo punto di vista sarà interessante il ballottaggio di Torino, ancor più di Roma.) Una legge elettorale concepita a misura di un "Renzi al 41%" rischia di trasformarsi in un cappio al collo per un Renzi al 30%.
È un elemento di preoccupazione per la borghesia italiana. Renzi si è presentato ai suoi occhi, e agli occhi del capitale finanziario europeo, come l'argine vincente contro il populismo di opposizione. Anche per questo la borghesia ha investito su Renzi. Per la stessa ragione, un cedimento dell'argine PD contro i 5 Stelle investirebbe come un ciclone le relazioni di potere del renzismo.


LA CRISI POLITICA DEL CENTRODESTRA

Il centrodestra aggrava la propria crisi politica. La competizione interna tra Forza Italia e il blocco lepenista lo ha frantumato in diverse città, a partire da Roma e Torino. Al tempo stesso non ha prodotto un vincitore. Il tramonto di Berlusconi prosegue, assieme al declino elettorale di Forza Italia. Ma il boom del salvinismo si è esaurito nello stesso centro-nord (Milano), e la speranza di Salvini di “nazionalizzare” la Lega attraverso una espansione a Roma e nel Sud è ad oggi fallita. Mentre l'alleato del blocco lepenista (FdI di Meloni), rafforzatosi a Roma e presente nel Sud, resta debolissimo al Nord. La crisi manifesta dell'egemonia berlusconiana non è dunque rimpiazzata da un'egemonia alternativa.

Tuttavia, se la crisi politica del centrodestra si aggrava, il suo blocco sociale ed elettorale tiene. Il renzismo non è riuscito ad aprire brecce significative in quel mondo, nonostante i suoi sforzi. Il tentativo di usare (anche) Verdini per aprire quella cassaforte elettorale è fallita (Napoli, Cosenza). I dati elettorali di Milano, e in termini aggregati di Roma, mostrano la forza perdurante del blocco sociale ed elettorale del centrodestra, al di là della sua crisi di direzione politica o della sua frantumazione.
Proprio questo fatto tiene aperto lo spazio in prospettiva di una ricomposizione della coalizione attorno ad un nuovo equilibrio, non facile ma possibile. Se questa ricomposizione si realizzerà, il centrodestra può tornare ad essere assolutamente competitivo.

L'esito del referendum istituzionale di ottobre non sarà indifferente per la sorte del centrodestra. Un'eventuale vittoria del Sì potrebbe favorire una scissione di Forza Italia in direzione di una ricomposizione con Renzi, passando per la riaggregazione con il centro di Alfano-Casini-Verdini (un partito di centro che si presenta autonomamente al voto, punta a passare la soglia di sbarramento del 3% prevista dall'Italicum, e poi si allea al governo con un PD vincente). Una eventuale vittoria del No, che innescherebbe un terremoto politico, indurrebbe Berlusconi a rilanciare la proposta di un governo di unità nazionale, con l'intento di spaccare il PD e rilanciare una propria centralità. Ciò che aprirebbe nuove contraddizioni con la Lega. In entrambi i casi si preannuncia una fase prolungata di instabilità politica all'interno del centrodestra.


IL SUCCESSO DEL M5S


Il M5S è il vincitore politico delle elezioni del 5 giugno.
Dal punto di vista elettorale i risultati del M5S sono in realtà molto disomogenei. Combinano grandi affermazioni (Roma e Torino), stagnazioni rispetto alle politiche 2013, vistose marginalità e persino crolli. Assieme ad una assenza da molte competizioni locali, legata a contrasti locali esplosivi e irrisolti. Tuttavia, la portata della grande vittoria riportata a Roma, e la forte affermazione conosciuta a Torino, con la seria probabilità (Roma) o possibilità (Torino) di una clamorosa vittoria ai ballottaggi, hanno consegnato al M5S l'immagine nazionale del vincitore politico. Come di fatto è stato. Con ulteriori possibili effetti moltiplicatori.

Il M5S capitalizza diversi elementi della situazione politica, tra loro connessi: l'appannamento del renzismo, la frantumazione del centrodestra, la crisi perdurante della sinistra politica, sullo sfondo della crisi sociale e dell'arretramento della lotta di classe. La prima analisi dei flussi elettorali mostra non a caso che a Roma e Torino il M5S ha polarizzato elettori di ogni provenienza. Un forte travaso diretto da elettorato PD “antirenziano”, un travaso da elettorato reazionario spinto dalla frantumazione del centrodestra a votare M5S (come voto utile anti-Renzi), un travaso dall'elettorato di sinistra in crisi di rappresentanza e riferimenti. Oltre ad un recupero, a Roma, sul bacino tradizionale dell'astensione.
In termini sociali, il M5S ha fatto il pieno a Roma e Torino del voto degli operai, dei disoccupati, dei giovani. Costruendo attorno a sé un blocco popolare a egemonia piccolo-borghese reazionaria, come ogni movimento reazionario di massa. In un quadro di crisi sociale dove milioni di lavoratori sono stati abbandonati a loro stessi dalla sinistra politica e sindacale, e condannati ad una disperata solitudine, milioni di operai assumono a riferimento elettorale un soggetto politico estraneo alle ragioni del lavoro, nemico del sindacato in quanto tale, segnato da una cultura plebiscitaria. È effetto e misura della regressione del movimento operaio.
Il M5S conferma e consolida una propria presenza nazionale, da Nord a Sud (a differenza della Lega), e una riuscita parziale “degrillizzazione” del proprio profilo d'immagine (non della sua realtà): attraverso l'affermazione di nuove giovani figure pubbliche (Di Maio, Di Battista), di ampia riconoscibilità di massa, quali costruttori di consenso. Una risorsa preziosa, sul terreno populista, contro il giovanilismo di Renzi.
Un consolidamento dell'immagine nazionale del M5S quale “vero avversario di Renzi” rappresenterebbe non solo, per le ragioni dette, un problema per Renzi (trasversalità elettorale del M5S in un ballottaggio politico nazionale), ma anche per la Lega e il blocco lepenista. Che già oggi si trovano a fronteggiare una concorrenza diretta sul loro stesso terreno populista, tanto più temibile nel quadro della frantumazione del centrodestra.


LA SINISTRA AL PALO

Le elezioni del 5 giugno, come già le precedenti elezioni regionali, fotografano e aggravano la crisi della sinistra politica riformista. Con l'eccezione parziale di Bologna, i candidati e le liste di Sinistra Italiana - o in ogni caso di coalizioni comunque nominate della sinistra riformista - registrano addirittura un arretramento rispetto ai voti riportati dalle liste Tspiras nelle elezioni europee del 2014 (o rispetto al voto riportato dalle liste di sinistra nelle successive elezioni regionali). Ciò è in particolare avvenuto proprio a Roma, Torino, Milano, nelle competizioni elettorali maggiormente cariche di valenza politica e in presenza di candidati a sindaco di sicura riconoscibilità nazionale (Fassina a Roma, Airaudo a Torino) o locale (Basilio Rizzo a Milano).
Il processo costituente del nuovo soggetto della sinistra italiana è dunque ulteriormente zavorrato dal voto. Persistono tutti i fattori che ostacolano il suo decollo elettorale: non solo il peso delle disfatte passate e delle relative responsabilità politiche (di cui nessuno ha tratto bilancio e conseguenze), ma l'assenza di un progetto nazionale dotato di una ragione sociale decifrabile, l'assenza di una leadership nazionale riconoscibile a livello popolare, la crisi dei livelli di mobilitazione sociale e di lotta di classe cui quella stessa sinistra (politica e sindacale) concorre. In questo quadro, il rafforzamento del M5S, anche come soggetto attrattivo dell'elettorato in uscita dal PD, oltre a rappresentare uno degli effetti della crisi della sinistra concorre ulteriormente ad aggravarla, perché restringe il suo spazio politico.
A ciò si aggiungono i nodi politici irrisolti di Sinistra Italiana attorno al proprio rapporto col PD, come si vede nello stesso posizionamento ai ballottaggi (Fassina è contro l'indicazione di voto a Giacchetti, Airaudo ha teorizzato il sostegno “da croce rossa” a Fassino), contraddizioni che percorrono verticalmente SEL sul piano nazionale, e che l'esito del voto obiettivamente approfondisce. Mentre ciò che resta di Rifondazione Comunista, attorno all'ex ministro Paolo Ferrero, ha scelto di imboscarsi senza eccezione nelle liste civiche “progressiste” di Sinistra Italiana, compromettendosi nel loro pasticcio e cancellando ogni propria presenza elettorale riconoscibile. Gli stessi gruppi dirigenti della sinistra italiana che hanno organizzato negli anni la sua disfatta si mostrano incapaci, per le stesse ragioni, di promuoverne il rilancio.


IL VOTO PER IL PCL

Il PCL ha scelto di presentarsi ovunque possibile alle elezioni comunali, come in ogni competizione elettorale. Non per una ragione elettoralista, e tanto meno per una illusione istituzionale, ma per la ragione esattamente opposta: usare la tribuna elettorale per presentare un programma comunista e rivoluzionario ai lavoratori e a tutti gli sfruttati. Contrastare la propaganda borghese, denunciare le mistificazioni populiste, costruire coscienza politica di classe e anticapitalistica. Un compito tanto più importante in un quadro di arretramento diffuso della coscienza politica dei lavoratori.

Naturalmente siamo sempre ben consapevoli delle difficoltà proprie del terreno elettorale.
Sullo sfondo di una situazione politica generale complessivamente negativa (crisi della mobilitazione sociale, arretramento dei livelli di coscienza della classe, crisi cronicizzata della sinistra politica sotto il peso dei disastri prodotti dai suoi gruppi dirigenti, politici e sindacali) e sulla base dei rapporti di forza reali con i soggetti concorrenti, prima e durante la campagna elettorale (in ordine agli spazi reali della comunicazione pubblica, alle risorse disponibili...), la presenza elettorale di un piccolo partito, comunista e rivoluzionario, non può che marciare controcorrente. Ma rinunciare ad usare la tribuna elettorale per presentare un programma comunista in ragione delle difficili condizioni sarebbe ben poco comunista. I comunisti non si nascondono mai, anche nelle situazioni più sfavorevoli. Ma lottano sempre su ogni terreno, anche su quello elettorale, per sviluppare la coscienza dei lavoratori. È l'insegnamento della tradizione leninista.

Il PCL è riuscito a presentare proprie liste a Torino, Milano, Bologna, Napoli, Savona, e in alcuni centri minori (Portofino, Trecate, Oderzo, Triggiano), con un lavoro ammirevole dei nostri militanti, cui va il ringraziamento di tutto il partito. I risultati elettorali sono tra loro difformi. Certo modesti, com'è inevitabile nelle condizioni date, ma complessivamente non negativi.

Negativo il risultato di Napoli, che segna un arretramento rispetto al risultato riportato dal PCL nel 2011. L'atipico fenomeno populista “peronista” di De Magistris, che ha caricato sul proprio carro elettorale l'intera sinistra partenopea (da SEL ai CARC) assieme a liste massoniche, ex candidati di Forza Italia, settori neoborbonici, trasformismi clientelari di varia natura - ha coinvolto ambienti sociali e popolari di estrema sinistra e di movimento (centri sociali) alla ricerca di favori istituzionali. Tutto ciò ha limitato lo spazio di consenso del PCL. A ciò si è aggiunta la concorrenza del PC stalinista di Marco Rizzo. Oltre a quasi due settimane di campagna elettorale (e spazi mediatici) in meno, a causa dell'iniziale respingimento delle nostre liste, un abuso intollerabile. L'arretramento subito è la risultante di tutti questi fattori. E tuttavia il nostro partito a Napoli è orgoglioso della campagna di verità condotta contro il peronismo trasformista, per l'indipendenza di classe degli sfruttati. Altri hanno capitolato a De Magistris. Noi no. Anche per questo abbiamo le carte in regola, con una riconoscibilità in ogni caso accresciuta, per costruire l'opposizione di classe al peronismo cittadino.

Negativo il risultato a Torino, dove il PCL ha confermato in voti e percentuale il risultato del 2011. E dove la presenza del PC di Marco Rizzo - sicuramente maggiore della nostra nella città natale e che lo ha visto segretario del PRC di massa nei primi anni '90, consigliere comunale, deputato per due legislature, deputato europeo - ha bloccato le potenzialità di crescita elettorale del PCL attorno alla positiva candidatura di Alessio Ariotto. Anch'esso peraltro penalizzato da una settimana di campagna elettorale abusivamente sottratta dalla contestazione della lista. Anche in questo caso la nostra sezione, sempre presente nelle lotte operaie della città, a partire dalla FIAT, si impegnerà in tutte le lotte di opposizione alla futura giunta cittadina. Sia essa a guida Fassino, in rappresentanza dei poteri forti della città, sia essa a guida della bocconiana pentastellata Appendino, alfiere della media impresa di cui è diretta espressione, estranea alle ragioni sociali degli operai che la votano. Un M5S torinese, oltretutto, particolarmente intriso di presenze reazionarie e xenofobe (Bertola) che il PCL, spesso da solo a sinistra, ha coerentemente denunciato.

Positivo invece il risultato riportato dal nostro partito a Milano, che accresce considerevolmente voti e percentuali (particolarmente negative) del 2011, e registra il dato migliore sinora riportato dal PCL in città, a ridosso di una campagna elettorale molto attiva che ha trascinato un salto di riconoscibilità pubblica del partito. Nel 2011 il PCL milanese aveva pagato elettoralmente il fatto di essersi presentato al primo turno - unico partito a sinistra - contro l'astro nascente Pisapia, che allora tutta la sinistra a partire dal PRC assumeva ad icona religiosa del cambiamento. Oggi il PCL capitalizza a Milano proprio il coraggio e la coerenza mostrata allora, a fronte di una giunta arancione che ha fatto, come avevamo previsto, il comitato d'affari di Expo e della borghesia cittadina.

Molto positivi inoltre i risultati del PCL a Bologna e Savona, dove il PCL supera nettamente in voti e percentuali ogni risultato precedente, travalicando la soglia dell'1% (1,3% a Bologna, 1,2% a Savona). Un risultato in particolare molto significativo a Bologna, perché accompagnato dallo sviluppo di nuove relazioni con ambienti sindacali classisti (SGB) e dalla marcata polarizzazione dell'elettorato di Rifondazione. Un risultato ugualmente positivo a Savona, dove si accompagna allo sviluppo del partito in città, tra i lavoratori (Tirreno Power) e gli studenti. Sia a Bologna che a Savona il nostro partito ha capitalizzato la coerenza della propria opposizione alle giunte locali di centrosinistra, a fronte della compromissione storica decennale delle cosiddette sinistre radicali. Oggi, in entrambi i casi, in fase di dissoluzione

Infine sono moderatamente positivi i risultati riportati dal PCL nei centri minori: 0,70 a Trecate nel novarese; 0,72% a Oderzo (dove in terra leghista superiamo con una candidatura operaia voti e percentuale della lista di SEL e Rifondazione); 0,84% a Triggiano (dove la sezione PCL, da poco costituita, ha presentato il candidato sindaco più giovane d'Italia, che ha raggruppato attorno a sé un'area di studenti); oltre il 3% a Portofino (dove la nostra sezione del Tigullio ha fatto una campagna di denuncia antiborghese di forte impatto mediatico locale mancando l'eletto per un solo voto).

Il PC di Rizzo, là dove presente (Torino, Napoli, Roma) ha potuto mettere a frutto la relativa continuità dell'esposizione mediatica del suo leader (coi relativi effetti di "legittimazione" e riconoscibilità) che a noi oggi è negata. Ed anche un volume di risorse finanziarie incomparabilmente maggiore da investire nelle campagne elettorali (ad esempio in spot e manifesti). Tuttavia proprio per questo il risultato riportato da Rizzo a Torino (0,8%) è una clamorosa sconfitta politica. Che smentisce brutalmente la grande aspettativa (politica e personale) alimentata dal capo nel proprio ambiente, e sgonfia la bolla d'immagine creata. Quella di un “partito comunista” presente in TV ma privo di reali radici nel mondo del lavoro e nei sindacati di classe; che si presenta classista e anticapitalista nel proprio frasario solo per far dimenticare il voto favorevole di Marco Rizzo ai bombardamenti di D'Alema su Belgrado (1999), alla precarizzazione del lavoro (Pacchetto Treu, 1997) e alle privatizzazioni di Prodi. Crimini politici che hanno sempre convissuto felicemente col culto ideologico di Stalin e del regime dinastico nordcoreano, fondato sulla schiavitù degli operai.

Il PCL - l'unico partito della sinistra a non aver mai tradito gli operai - è ora impegnato a investire la campagna elettorale condotta nel processo della propria costruzione, la costruzione controcorrente di una sinistra classista e rivoluzionaria. Nelle diverse situazioni coinvolte dal voto, le nostre sezioni sono impegnate a promuovere, oltre a un bilancio della campagna condotta e ad un'analisi attenta del voto ottenuto, un'azione di capitalizzazione politica e organizzativa di quanto si è seminato (contatti, nuove relazioni d'ambiente, salto di riconoscibilità pubblica tra i lavoratori e i giovani). Un patrimonio, maggiore o minore, da investire nel radicamento sociale del partito, a partire dalla classe lavoratrice, e dalle sue lotte di ogni giorno.

LETTERA AI COMPAGNI DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

Cari compagni e compagne di Rifondazione Comunista e della sinistra bolognese, ci rivolgiamo a tutti voi, sapendo che spesso nel corso degli ultimi anni ci siamo incontrati nelle stessi sedi politiche o sindacali, nelle stesse piazze e negli stessi conflitti, perché domenica 5 giugno a Bologna il Partito Comunista dei Lavoratori sarà l'unica reale sinistra coerente presente sulla scheda elettorale.

Per sconfiggere le politiche padronali, oggi rappresentate in primo luogo dal Pd e dal renzismo, bisogna ricostruire una sinistra che voglia porsi sul terreno di un'alternativa economica e sociale, sapendo che sarà un percorso lungo e non facile. Non ci si può illudere che esistano scorciatoie come il voto al Movimento 5 Stelle che per noi rappresenta un'altra destra oltre a quella renziana e salviniana. Ad esempio sui migranti spesso Grillo si è trovato a condividere le stesse posizioni della Lega Nord, mentre sui diritti dei lavoratori la deputata – ed ex capogruppo – Roberta Lombardi ritiene l'art.18 e lo statuto dei lavoratori un'aberrazione.
Sul piano locale non può essere certo Coalizione Civica a rappresentare le istanze di una nuova sinistra, essendo nei fatti la propagazione bolognese di Sinistra Italiana e Sel, una lista piena di candidati che fino a poco fa sostenevano Merola ed erano alleati al Pd. Vogliamo ricordare che uno dei candidati di punta di Coalizione civica è l'ex assessore Alberto Ronchi che, fino a che Merola non lo ha dimesso – cioè trombato – dopo il caso Atlantide, ha condiviso tutte le scelte della giunta: dal tradimento dell'esito del referendum sui finanziamenti alle scuole private alla costruzione del People Mover. La stessa Sel che ha propri candidati all'interno di Coalizione civica, a partire da Federico Martelloni, in Regione è alleata del Pd e al renzianissimo Bonaccini.

Il 5 giugno a Bologna ci sarà però la possibilità di esprimere un voto controcorrente, coerentemente di sinistra e comunista con il Partito Comunista dei Lavoratori.

Un grande saluto a pugno chiuso.
 
Ermanno Lorenzoni
candidato sindaco PCL
 
Michele Terra
Stefania De Salvador
capilista PCL Bologna

Elezioni 2016, Ermanno Lorenzoni: il candidato che mette al centro il lavoro


9 Maggio 2016
Riproduciamo un'intervista concessa dal nostro candidato sindaco a Bologna, Ermanno Lorenzoni, al sito Bolognatoday.

Ermanno Lorenzoni è il candidato sindaco per il Partito Comunista per i Lavoratori. E' quindi fra gli otto che correranno per la sfida con il primo cittadino uscente Virginio Merola anche se non è stato, fino ad ora, troppo sotto i riflettori.

Esperienza politica, programma elettorale, concetti chiave sui quali svilupperà la sua campagna elettorale. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio:

Chi è Ermanno Lorenzoni?

Ho 63 anni,sono un ex ferroviere,ora in pensione. Mi interesso di questioni politico-sociali fin da quando ero ragazzo. Sono un immigrato, se così possiamo dire. Infatti provengo da Ancona, città nella quale ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, poi sono "emigrato" appunto, prima per frequentare l'università (sono laureato in Scienze Politiche), poi per lavorare nelle Ferrovie dello Stato. Ho svolto attività sindacale per tanti anni,anche in ruoli dirigenti e lì ho avuto modo di conoscere meglio i problemi e le richieste dei lavoratori,spesso insoddisfatti dalle risposte che danno le organizzazioni politiche e sindacali.

Quali sono i punti cardine del suo programma elettorale? Tre parole chiave della sua campagna?

Visto il mio curriculum, è facile immaginare che al primo punto del mio programma elettorale non può che esserci il problema del lavoro. Anche un Sindaco, seppure in modo marginale rispetto al Governo centrale del Paese, può contribuire su questo tema:ad esempio rendendo stabili i lavoratori comunali precari, magari da decenni. Ce ne sono tanti. In secondo luogo: accoglienza per tutti coloro che vivono la città, che contribuiscono quindi a renderla ciò che è sempre stata,se non altro nell'immaginario nazionale. La terza parola è declinata al plurale: servizi,perchè non è possibile che una città storicamente famosa per la qualità del suo stato sociale sia ridotta al punto in cui la vediamo:famiglie che dormono sotto i portici(e meno male che ce ne sono quasi 40 km.), quartieri che sono pochissimo serviti dai mezzi pubblici,apertura di poliambulatori privati,mentre si chiudono quelli pubblici.

Come sindaco di Bologna, quali sarebbero le sue priorità per la città?

Mi sembra che il problema casa sia diventato urgentissimo. Risolverlo eviterebbe tante tensioni,non soltanto con la popolazione immigrata da altri Paesi del mondo. In fondo,abitare in un alloggio decente dovrebbe essere un diritto sancito dalla Costituzione. A Bologna esistono aree con ex caserme ormai in disuso,che cadono a pezzi e nessuno le vuole. Ci vuole tanto a preparare un piano di ristrutturazione per farne alloggi a canone convenzionato per lavoratori e pensionati a basso reddito e disoccupati? E gli alloggi ACER,molti dei quali sono sfitti? E i tanti edifici costruiti da imprese private invenduti a causa della crisi?

Come valuta il mandato di Merola? Meriti e colpe? In cosa poteva fare di più?

Merola ha continuato ad appoggiarsi sui poteri forti di questa città: costruttori, banchieri, Lega delle Cooperative (che non sono certo le cooperative di quando è nata la cooperazione). Sono lobbies fortissime, che non possono che condizionare qualsiasi politica, pur timida, di rinnovamento (che peraltro Merola non ha mai neanche lontanamente cercato di attuare). Del problema casa ho già parlato. Posso solo aggiungere che in 5 anni di mandato l'attuale Sindaco non ha investito NULLA,ma proprio nulla, sugli alloggi. Non parliamo poi delle scuole private,sul cui finanziamento pubblico si è svolto un referendum che,benchè consultivo e quindi non vincolante,il Sindaco ha bellamente ignorato. Ma in generale sono la spocchia e l'arroganza con le quali Merola tratta chi non è d'accordo con le sue politiche che danno ai nervi. E non lo dico soltanto io. Gli affibbierei un bel 2!

Cosa pensa degli altri candidati? Chi voterebbe se non si candidasse lei stesso?

Non vedo tra gli altri candidati chi possa impensierire davvero l'attuale Sindaco,che è stato bravo(questo bisogna riconoscerglielo)a pararsi a "destra" con gli sgomberi di case e con la campagna sulla legalità(in questo aiutato molto dai poteri dello Stato,quali magistratura e polizia)e a "sinistra"(coinvolgimento di aree vicine al Sindacato e al volontariato cattolico e non,che hanno formato liste di appoggio a Merola). Non mi sembra che il Movimento 5 Stelle rappresenti una grossa spina nel fianco di Merola qui a Bologna. Né vedo una vera alternativa nella Coalizione Civica,che si è spaccata prima ancora di presentarsi alla prova del voto,tant'è vero che i maitre-a-penser di questa operazione ne sono usciti,perchè non vi si riconoscevano più. Ormai è rimasta soltanto SEL ad animarla,ma chi garantisce che questa formazione politica farà opposizione a Merola? Per 4 anni e mezzo SEL è restata nella giunta,uscendone soltanto negli ultimi 5 mesi!!! Non parlo della Lega Nord,perchè sono talmente tante le questioni che ci dividono che non voglio pensare neanche per un momento che i Bolognesi possano votare un sindaco come Lucia Borgonzoni. Sarebbe una cosa gravissima! La mia risposta, quindi, è che non voterei nessuno.

Come si sta svolgendo la sua campagna elettorale? Cosa le chiede la gente e quali sono i problemi che premono maggiormente agli elettori?

Durante la raccolta firme per la presentazione alle elezioni ho potuto constatare la grande disillusione presente tra gli elettori di quello che una volta veniva definito "popolo della sinistra". Il PD ha perso moltissimo consenso durante gli anni e moltissime credo saranno le astensioni dal voto. Forse andrà a votare una percentuale superiore di quel 37,8% delle regionali del 2014,ma comunque temo che non si arriverà ad una quota superiore al 50%. I disastri combinati dal PD(in ciò influiscono anche le politiche del governo centrale)si sentono anche a Bologna. Con il Partito Comunista dei Lavoratori che mi candida ho pensato di tenere una campagna elettorale che parli alla gente delle periferie,dei quartieri,perchè le contraddizioni che si registrano in quei luoghi sono i problemi che determinano la vera cifra di una campagna elettorale. Non sono velleitario,so bene che non concorro veramente alla carica di sindaco. I rapporti di forza rispetto ai miei avversari sono impari,non dispongo oltretutto di risorse finanziarie da investire. Penso però che valga la pena far conoscere ad un pubblico più vasto anche il punto di vista dei comunisti,notoriamente sfavoriti negli ultimi anni in campo elettorale,sulla crisi politica,sociale ed economica che stiamo attraversando e,non vorrei sembrare troppo audace,sui modi per uscirne. La cosa che non mi stancherò mai di dire è che senza un nuovo protagonismo dei lavoratori e di quelli che subiscono la crisi,non potremo mai uscire dalle secche in cui la sinistra è impantanata.
Intervista a cura di Erika Bertossi

Il Partito Comunista dei Lavoratori presente alle prossime comunali


Il Partito Comunista dei Lavoratori di Bologna ha depositato oggi in Comune la documentazione per la presentazione della propria lista e del suo candidato sindaco - Ermanno Lorenzoni - per le prossime elezioni amministrative del 5 giugno.

Il PCL all'elezioni bolognesi sarà l'unica lista dichiaratamente e coerentemente di sinistra, perché tali non possono o vogliono dirsi Merola e il PD o i suoi ex alleati e ex assessori di Coalizione Civica.
Di certo non può rappresentarsi come alternativa il Movimento 5 Stelle che, anche se seduce molto gli elettori di sinistra - anche tra i più radicali - è e rimane un movimento di destra nemico dei lavoratori, come ci ricordano le dichiarazioni di Grillo e dei suoi parlamentari contro tutti i sindacati e contro quel che rimane dello statuto dei lavoratori, senza parlare delle posizioni paraleghiste su profughi e migranti.

La vera alternativa per Bologna, così come ovunque, è una politica radicalmente anticapitalista per cambiare l'ordine politico ed economico.

Oltre al candidato sindaco Ermanno Lorenzoni, pensionato delle ferrovie e prima esodato, il PCL presenta due capilista: Michele Terra, della segreteria nazionale del partito; Stefania de Salvador, operatrice culturale molto nota in città.

Ci saranno liste del Partito Comunista dei Lavoratori anche in due quartieri.
Al San Donato il PCL candida alla presidenza Costantino Positò, ferroviere; al Navile il candidato presidente è Federico Bacchiocchi, veterinario.

Bologna, 6 maggio 2016

Gravi affermazioni di Di Maio (M5S)

GRAVI AFFERMAZIONI DI DI MAIO (M5S) 30 Marzo 2015

L'affermazione di Luigi Di Maio (M5S) su Repubblica, secondo cui “il sindacato è una struttura che non ha più senso di esistere, come le ideologie”, conferma la natura profondamente anti operaia e anti sindacale del M5S. Non sono affermazioni nuove. Ricalcano il concetto espresso a suo tempo da Grillo sul “sindacato come ferrovecchio dell' 800, da abolire”. Non si tratta, come si vede, della critica alla politica sindacale o alla burocrazia sindacale, ma dell'esistenza stessa del sindacato in quanto tale. Nella concezione del M5S per cui “uno vale uno”( tranne i capi), ogni organizzazione di massa dei lavoratori è delegittimata e va soppressa. Esistono solo i “cittadini” come atomi web e il M5S quale rappresentanza dei “cittadini”. Punto. I tanti che anche a sinistra civettano col grillismo hanno una nuova occasione per riflettere: la Repubblica plebiscitaria sognata da Grillo e Casaleggio è agli antipodi non solo della sinistra, ma della stessa democrazia politica. In ogni caso è nemica dichiarata del lavoro.  

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI