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Una prima lettura del risultato referendario


 Il risultato referendario, pur nella sua parzialità, è una cartina di tornasole dello scenario italiano. Di valenza politica e sindacale. Su questo esprimiamo una primissima valutazione di carattere generale, che segnala gli aspetti contraddittori del risultato ma soprattutto pone l'esigenza di una svolta generale di linea politica e sindacale del movimento operaio italiano. Lo facciamo con tanta più determinazione avendo partecipato, con una nostra autonoma impostazione, alla campagna referendaria per i cinque "sì".



LE CONTRADDIZIONI DI UN RISULTATO

1) Dodici milioni di voti a sostegno del "sì" sui temi del lavoro non sono in sé un dato irrilevante. Né lo è il 30% di partecipazione complessiva al voto. Tanto più considerando il fatto che il calcolo percentuale è fatto comprendendo tra gli aventi diritto gli italiani all'estero, spesso ignari dell'esistenza stessa del referendum. Una autentica truffa dal punto di vista democratico, taciuta e rimossa paradossalmente dagli stessi promotori del referendum, e non solo. Inoltre l'esclusione dalla partita referendaria, per decisione della Consulta, dell'Autonomia differenziata ha sicuramente ridimensionato l'afflusso al voto, com'era prevedibile, in particolare nel Sud (ma non solo). Così a loro volta i primi dati di domenica sull'affluenza hanno contribuito a ridurre ulteriormente la partecipazione.

2) Il voto raccoglie il grosso dell'elettorato di sinistra e di centrosinistra, senza scalfire la massa abnorme dell'astensione (secondo i sondaggi, il 58% dei lavoratori salariati alle ultime elezioni europee), e senza incidere sul blocco sociale ed elettorale della destra (tra cui un 39% di voto operaio sull'elettorato attivo per Fratelli d'Italia, sempre secondo i sondaggi). Nel complesso, i blocchi elettorali e i relativi rapporti di forza appaiono sostanzialmente intatti. Dopo due anni e mezzo di governo Meloni, la destra tiene la propria base sociale. Ma la pretesa della destra di intestarsi l'astensione come proprio consenso politico è abusivo. La destra tiene ma non è maggioranza nella società italiana. Se ha il 59% dei parlamentari a fronte del 44% dei voti (elezioni politiche del 2022) è grazie ad una legge elettorale varata dal PD, il "Rosatellum". Ciò che nessuno ricorda.

3) La distribuzione geografica e territoriale del voto ricalca l'articolazione interna dei due principali blocchi elettorali. I fenomeni di passivizzazione conoscono un'espressione particolarmente concentrata nel Meridione, nei piccoli centri, nella provincia profonda. Che sono anche, in linea generale, il principale bacino della destra. Mentre le grandi città nel loro complesso rivelano una maggiore sensibilità sociale e democratica. Significa che la città non egemonizza la provincia, e che quest'ultima continua a fare da zavorra.

4) Mentre il voto sui quesiti del lavoro raccoglie al proprio interno oltre un 80% di consenso al "sì" (attorno ai 12 milioni di voti), il 35% per il "no" sul quesito della cittadinanza (quasi 5 milioni di voti) riflette la perdurante influenza di posizioni e pregiudizi reazionari sul tema dell'immigrazione all'interno della stessa base elettorale del centrosinistra. Un fatto eloquente. Un riflesso della presa della destra sul senso comune di ampi settori popolari. Ma anche delle politiche del centrosinistra.


UN BILANCIO DI VERITÀ. L'ESIGENZA CENTRALE DI UNA SVOLTA

Questi primi elementi di osservazione richiamano l'esigenza di un bilancio, e soprattutto di un cambio radicale di prospettiva.

La gestione della campagna referendaria da parte dei suoi promotori è stata un riflesso della loro natura. Il PD liberalprogressista ha dovuto contorcersi per motivare la richiesta di abrogazione di misure come il Jobs act, che aveva votato e varato. Il M5S contiano ha pensato bene di dissociarsi sul quesito relativo alla cittadinanza, avendo coltivato nel tempo politiche anti-immigrazione (la denuncia dei «taxi del mare»). Senza potersi ancorare per loro natura a contenuti di classe, PD e M5S hanno condotto essenzialmente una campagna referendaria “contro la destra”, incapace di incunearsi nel suo blocco sociale.
La burocrazia CGIL, con Maurizio Landini, ha fatto in un certo senso l'opposto: si è richiamato giustamente alla centralità dei contenuti sociali dei quesiti ma dicendo che non erano contro il governo e la destra, con l'idea che spoliticizzare la campagna potesse allargare la sua presa.
Il risultato smentisce il combinato disposto di entrambe le impostazionien; mentre le contraddizioni passate e presenti del campo referendario hanno fornito armi preziose alla speculazione delle destre («il referendum è una lotta interna alla sinistra pagata dagli italiani»). La loro volontà di intestarsi politicamente l'astensione, per quanto abusiva, è stata parte di questa operazione.

Detto questo, il risultato non riflette tanto la gestione della campagna referendaria quanto i processi di più lungo corso. Processi inseparabili dalla linea generale delle direzioni del movimento operaio e sindacale.
La passivizzazione della maggioranza dei salariati, combinata con l'influenza delle destre nelle loro file, è il prodotto di una lunga stagione di subalternità e di compromissione, per responsabilità della sinistra politica sindacale. È il deposito di mezzo secolo. Non puoi pensare di dissolverlo e neppure di scuoterlo con una pura iniziativa di carattere referendario nei fatti concepita come surrogato della mobilitazione.
La stessa storia delle campagne referendarie dimostra che i risultati vincenti sono sempre stati un sottoprodotto, diretto o indiretto, di grandi mobilitazioni. Così fu per il divorzio (1974) e l'aborto (1981), così fu in un contesto diverso per la stessa vittoria referendaria sull'acqua pubblica nel 2011, sullo sfondo di un'ampia mobilitazione contro il governo Berlusconi. I referendum dell'8 e 9 giugno, invece, nonostante il loro carattere progressivo, avevano al piede la zavorra di una prolungata passività dell'azione sindacale, più che decennale, sul terreno della lotta di classe: nessuna piattaforma generale riconoscibile, nessuna unificazione di lotta delle centinaia di vertenze delle aziende in crisi, nessuna unificazione sul terreno delle vertenze contrattuali di categoria, nessuna azione di sciopero vero mirata ad incidere realmente sui rapporti di forza. Il fatto che la destra e/o i fautori del "no" abbiano contrapposto ai referendum il tema del salario («il problema oggi non è il Jobs act ma il fatto che i lavoratori non arrivano a fine mese...») non misura solamente la loro sconfinata ipocrisia, ma anche la mancanza di una battaglia salariale unificante, e di una piattaforma generale che la comprenda.

Tutto ciò ha conseguenze anche sul piano democratico. È vero, la CGIL si è pronunciata contro l'infame decreto sicurezza anche con manifestazioni e presidi. Ma senza legare la sacrosanta battaglia democratica alle ragioni di uno scontro sociale vero, nelle sue ragioni di classe riconoscibili e nelle sue forme d'azione, la stessa battaglia democratica non riesce ad incidere sul senso comune di massa. Il fatto che oggi i sondaggi ci dicano che il decreto sicurezza ha un consenso del 70% (!) nonostante il suo contenuto arcireazionario lo dimostra in modo drammatico.
Così la stessa ricomposizione di un blocco sociale alternativo, che recuperi le grandi masse del Mezzogiorno, è impensabile senza una piattaforma sociale unificante che connetta la classe operaia con la più larga massa della popolazione povera: il fatto che i sindacati abbiano subito senza una reale azione di lotta la cancellazione del reddito di cittadinanza (al di là della rituale critica nei talk show) è corresponsabile della passivizzazione nel Sud.
Lo stesso vale, infine, sul tema cruciale dell'immigrazione: senza un approccio di classe alla questione, che parta dall'organizzazione diretta dei salariati immigrati, e che comprenda i diritti dei migranti dentro una piattaforma di lotta unificante, il richiamo democratico resta più debole della semplificazione reazionaria, anche all'interno della classe lavoratrice («arrivano in massa, ci tolgono il lavoro, ci comprimono i salari...»).


“RIPARTIRE”: IN CHE MODO E PER ANDARE DOVE?

Landini ora dice che occorre ripartire dai milioni di "sì". Ma in che modo, e per andare dove? L'idea di recuperare l'esperienza della cosiddetta “coalizione sociale” di sette anni fa, cioè una rete di rapporti di vertice con diverse associazioni laiche e cattoliche progressiste, può forse servire alla burocrazia CGIL e al suo peso negoziale nel rapporto col centrosinistra, ma non serve al movimento operaio e sindacale. Ciò che serve è l'apertura di una vertenza generale vera, che rompa gli argini della pace sociale, e punti ad unificare realmente sul terreno della lotta i 18 milioni di salariati, e attorno a essi un più vasto blocco sociale alternativo. Senza lavorare a questa svolta generale non si sviluppa la coscienza della classe, non si scuote l'indifferenza, la passività, la demoralizzazione. Tanto meno si disgrega il blocco sociale della destra.

Solo una rivolta sociale vera, non solo declamata, può aprire dal basso una pagina nuova, ed anche strappare risultati parziali. È con questa linea di intervento che il PCL ha partecipato alla campagna dei cinque "sì", fuori da ogni illusione istituzionale. È con questa proposta che daremo battaglia nei sindacati di classe, tra i lavoratori e le lavoratrici, nella giovane generazione proletaria.

Ma battersi per questa svolta significa battersi per un'altra direzione del movimento operaio sul piano sia sindacale che politico. Milioni di lavoratori e lavoratrici sono senza una propria rappresentanza politica autonoma. Il rifiuto di Landini di rompere coi partiti borghesi di centrosinistra e di costruire un autonomo partito del lavoro concorre a questa privazione di rappresentanza. Occorre battersi per svilupparla.

Va costruito un partito indipendente della classe lavoratrice tanto radicale quanto sanno essere i partiti padronali a difesa della loro classe. Un partito che riconduca ogni battaglia immediata alla prospettiva di un'alternativa di società, nella quale a comandare siano i lavoratori e non i capitalisti. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, unica vera alternativa.

Il PCL si batte ogni giorno per la costruzione di questo partito, assieme ai marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il nostro 1° Maggio: costruire il partito della rivoluzione

 


Testo del volantino che distribuiremo nelle piazze domani.

30 Aprile 2021

La pandemia che da oltre un anno attraversa il mondo ha messo a nudo la realtà del capitalismo. Tutto ciò che è avvenuto lo chiama in causa. I passaggi di specie (spillover) alla base dell’epidemia sono l’effetto delle deforestazioni. Morti e sofferenze sono stati moltiplicati dalla distruzione dei sistemi sanitari per pagare il debito pubblico alle banche. Il blocco della ricerca scientifica sui coronavirus dopo la fine della Sars (2003) è stato determinato dalla privatizzazione della ricerca, e dal conseguente disimpegno delle case farmaceutiche. Oggi sono i colossi farmaceutici, ingrassati dalle risorse pubbliche, a tenere in pugno la vaccinazione di interi continenti, anche grazie ai contratti segreti stipulati con gli Stati e alla scandalosa proprietà dei brevetti. A sua volta l’esclusione dalla vaccinazione stessa di una parte larga dell’umanità è un fattore di aggravamento del contagio.

La crisi economica mondiale innescata dalla pandemia, più profonda e più estesa della crisi del 2008, si è abbattuta sulla classe operaia come una valanga. Centinaia di milioni di nuovi disoccupati. Incremento dei tassi di sfruttamento. Moltiplicazione del precariato. Legislazioni sociali d’eccezione e abusi padronali dilaganti. Mentre gli Stati borghesi hanno riempito le tasche degli azionisti con nuove elargizioni di risorse pubbliche, e un nuovo massiccio indebitamento pubblico. Un debito che verrà scaricato sui salariati nei prossimi anni con ulteriori misure di austerità e sacrifici.

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell’umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l’auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell’Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato!

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l’egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. La pandemia l’ha acuita e approfondita. I mari del Pacifico, l’Asia, l’Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento. La grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari nella stessa Unione Europea. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili.

L’Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Il ricorso per la prima volta all’indebitamento continentale (Recovery Plan) è un portato di questa scelta, sullo sfondo della pandemia. Ma il volume delle risorse impiegate è molto inferiore a quello dei poli imperialisti concorrenti, i tempi e processi della vaccinazione sono assai più lenti. Il divario con USA e Cina pertanto si accresce. Mentre proprio la polarizzazione tra USA e Cina acuisce i contrasti tra gli interessi nazionali in Europa. Tra l’interesse tedesco alla relazione economica con la Cina, la spinta atlantista di Draghi quale sponda a Biden, le ambizioni egemoniche della Francia.

I lavoratori e le lavoratrici d’Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo. Né con gli interessi dell’europeismo borghese, né con quelli del nazionalismo reazionario. Il governo di unità nazionale di Mario Draghi in Italia tra liberal borghesi e populisti reazionari dimostra una volta di più che l’unica vera alternativa è tra capitale e lavoro.

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d’ordine più attuale che mai. È l’unica parola d’ordine che può sancire l’autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari. È una parola d’ordine rivoluzionaria. Contro l’europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista.

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni “gloriosi” del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all’esistenza dell’URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L’epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all’ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l’attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L’alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre.

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla grande mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, molta brace cova sotto la cenere. Intanto il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane generazione contro l’inquinamento e le responsabilità del profitto, indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione.

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l’arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie.

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell’avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l’unica via.

È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d’avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale.

Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale.

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e la sua lotta per la rifondazione della internazionale rivoluzionaria vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte una prospettiva generale

Allargare il patto d'azione per il fronte unico di classe, unire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori

Un contributo alla riflessione

Testo del volantino per le manifestazioni del 6 giugno convocate dal "Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista".


Le manifestazioni del 6 giugno, su scala nazionale, sono il primo momento di riconquista dello spazio pubblico contro governo e padronato da un versante classista, anticapitalista, e unitario, dopo i mesi della pandemia.
“Siano i capitalisti a pagare la crisi, non i lavoratori e le lavoratrici”: questo è il senso della piattaforma comune del patto d’azione. Una piattaforma che mira ad unire gli sfruttati contro gli sfruttatori e tutti i loro partiti, che non si subordina alle burocrazie sindacali, si oppone apertamente al governo, combatte l’europeismo borghese liberale ma anche il sovranismo reazionario, comunque mascherato o evocato. Perché “gli operai non hanno patria” (Marx), come ci insegnano tante piazze d’America.

Le manifestazioni nelle piazze di tante città esprimono l’unità d’azione di forze diverse dell’avanguardia di classe, politiche e sindacali. È un fatto importante. Il PCL è parte di questo processo. Da tempo ci battiamo contro la frammentazione dell’iniziativa di classe, contro la logica autocentrata di chi contrappone il proprio sindacato o il proprio partito all’esigenza elementare dell’unità d’azione. Di chi celebra come virtù il proprio rifiuto di lotte comuni.

È una logica che va rovesciata. Nessuno mette in discussione l’autonomia politica di ogni soggetto, politico e sindacale. Ma l’autonomia di ciascuno deve porsi al servizio della lotta di tutti. È nella lotta comune, dentro la stessa appartenenza di classe, che va sviluppato il libero confronto di progetti diversi.
Questa è la logica con cui il nostro partito ha lavorato all’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione al governo, il 7 dicembre scorso, dando vita al loro coordinamento nazionale. È la stessa logica con cui abbiamo aderito sin dall’8 febbraio al patto d’azione promosso da SI Cobas.

Dobbiamo continuare insieme su questa strada. Estendere l’unità d’azione dell’avanguardia; coinvolgere attivamente ogni soggetto disponibile, politico, sindacale, di movimento; coordinare il patto d’azione sui territori; intervenire a sostegno di ogni lotta che abbia valenza progressiva contro padroni e governo, portandovi la nostra piattaforma comune.

Al tempo stesso, dentro la lotta comune, vogliamo porre tre elementi di riflessione.


PATTO D’AZIONE E FRONTE UNICO

Non confondiamo il nostro patto d’azione col fronte unico della classe.

Il fronte unico della classe è quello che muove i milioni, che sono la massa critica necessaria per reggere l’urto dell’offensiva capitalista e reazionaria, capovolgere i rapporti di forza e creare le condizioni di una alternativa vera. Il nostro patto d’azione organizza ancora poche migliaia (o decine di migliaia) di avanguardie. Un patrimonio preziosissimo e indispensabile, protagonista di mille lotte di resistenza, ma ancora molto limitato, tanto più a fronte del riflusso profondo del movimento operaio e della sua coscienza, e della nuova drammatica offensiva capitalista.

Avere la misura dei nostri limiti d’avanguardia è l’esatto opposto di una politica minoritaria. È la condizione decisiva di una attiva politica di massa. Di un intervento che ambisca a muovere la massa e a conquistarla. Di un intervento che non si limiti a recintare il proprio piccolo spazio “antagonista”, ma che punti strategicamente a rilanciare il conflitto di massa, a ricomporre la sua unità, a organizzare la sua forza, a conquistare la sua direzione.
L’unità d’azione d’avanguardia crediamo debba ambire a questa prospettiva, che è in ultima analisi la prospettiva rivoluzionaria. La parola d’ordine del fronte unico di classe e di massa contro l’offensiva padronale è parte oggi di questa azione.


ANTAGONISMO E RIVOLUZIONE

È importante far emergere dentro l’esperienza del patto unitario il tema della rottura anticapitalista.

Non è sufficiente una rosa di rivendicazioni immediate per definire la prospettiva di rivoluzione. Eppure, nessuna delle rivendicazioni del patto può essere strappata e neppure coerentemente perseguita fuori da quella prospettiva, tanto più nella nuova grande crisi. Chi pensa seriamente che sia possibile anche solo l’abbattimento delle spese militari o la riduzione dell’orario a 30 ore pagate 40 dentro le compatibilità del capitale?

Da qui l’importanza di un programma che leghi presente e futuro; che “riconduca ogni obiettivo immediato al fine rivoluzionario” (Gramsci); che faccia da ponte tra la coscienza arretrata dell’oggi e la necessità della rivoluzione; che al tempo stesso agisca da fattore di organizzazione, unificazione, maturazione della classe, e attorno ad essa di un nuovo blocco sociale. È il tema del programma di transizione su cui si cimentò un secolo fa una generazione di comunisti e che va oggi declinato in rapporto alle attuali condizioni. Le stesse rivendicazioni del nostro patto pongono di fatto questo tema, ben oltre la soglia del puro antagonismo.


UNITÀ D’AZIONE O PARTITO? UNA CONTRAPPOSIZIONE SBAGLIATA

Il tema del soggetto politico, del “partito”, è affiorato più volte nella discussione del patto, talvolta come sbocco auspicato del patto stesso, talora come fantasma da cui rifuggire. In entrambi i casi, a nostro avviso, con una impostazione sbagliata.

Non c’è programma di rivoluzione senza un’organizzazione politica di rivoluzionari coscienti che miri a raggruppare attorno ad esso la parte più avanzata dei lavoratori e dei giovani, e che persegua quel programma in forma coordinata su tutti i terreni della lotta: nella lotta di classe quotidiana, nei sindacati, nella gioventù, sul terreno elettorale, in ambito nazionale e internazionale, sul terreno della battaglia ideologica e culturale, ovunque subordinando le stesse scelte della tattica al primato della prospettiva rivoluzionaria.

Ma se questa è la necessità, allora non può essere assolta da un sindacato, per quanto radicale esso sia, perché per sua natura ha altre funzioni. Né può essere assolta dal patto d’azione, perché l’unità d’azione tra soggetti diversi non può porre come precondizione un programma politico generale, se non al prezzo di amputare il fronte comune o di presentare come fronte comune il proprio soggetto politico. In entrambi i casi una finzione, che prima o poi si dissolve.

Un partito rivoluzionario si costruisce sulla base di un programma generale che va al di là del contingente, perché condensa un’esperienza storica internazionale. E sul quel programma lavora ad unire nella stessa organizzazione tutte le avanguardie che lo condividono, al di là della diversità di provenienze, di percorsi, di appartenenza sindacale classista.

A nostro avviso, tenere distinti i piani (unità d’azione, fronte unico, azione sindacale, soggetto politico), senza confonderli e sovrapporli, significa non solo fare chiarezza, ma favorire il più ampio lavoro comune nelle lotte. E significa al tempo stesso, dentro l’unità d’azione, confrontare liberamente esperienze, tradizioni, progetti, come nella storia migliore del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Rivoluzione, classe e partito

Testo del volantino distribuito dal PCL per il primo maggio 2016.
























Il capitalismo è sfruttamento. Da sempre e ovunque. La Grande Crisi ha portato alla luce ancora una volta l'irrazionalità di questo sistema. Montagne di miliardi a sostegno delle banche, per “salvare la (loro) economia”. Tagli, restrizioni, sacrifici sempre più insopportabili per finanziare questo soccorso pubblico al capitalismo in crisi. Si comprimono salari, si allunga l'orario di lavoro, si tagliano i diritti sindacali individuali e collettivi, per competere sui mercati, in una corsa infinita che “arruola” i salariati di ogni paese in una guerra permanente contro altri salariati. Mentre le stesse borghesie che predicano rigore e sacrifici ai “propri” operai nel nome del superiore “interesse nazionale”, imboscano il frutto della propria rapina nei paradisi fiscali (Panama papers).
Parallelamente la crisi alimenta nuovi venti di guerra. USA e Cina si contendono sempre più i mercati del mondo. Riprende la corsa agli armamenti, a partire dal Pacifico. Mentre la contesa per le grandi rotte del petrolio, tra potenze mondiali o regionali, concorre a trasformare il Medio Oriente in una carneficina senza fine. Che somma guerra imperialista e terrorismo reazionario fondamentalista (alimentato dall'imperialismo stesso). Che sospinge la fuga di enormi masse umane, prima colpite dalla guerra, poi respinte dal filo spinato della civile e democratica Europa. Un Europa partecipe di quella guerra, in complicità col boia Erdogan, mentre Italia e Francia si contendono Libia e Nord Africa, come un secolo fa.
Altro che “progresso”, come avevano promesso dopo il crollo del muro di Berlino! Ovunque regressione e barbarie.

IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO
Qui si misura tutta la miseria del riformismo. Il sogno di un capitalismo onesto e dal volto umano, di una Europa sociale , democratica e di pace, si è rivelato un’utopia, una truffa.
L'epoca breve delle “riforme sociali” fu consentita dal boom del dopoguerra (grazie ai suoi 50 milioni di morti) e all'esistenza dell'URSS, quale contrappeso al capitalismo. Prima la fine del boom, poi il crollo dell'URSS (per responsabilità dello stalinismo), infine la Grande Crisi, hanno chiuso quella parentesi. Oggi chiunque governi un capitalismo in crisi, dispensa sacrifici e miseria. Sono state proprie le socialdemocrazie, negli ultimi 30 anni, ad aprire la strada alle controriforme sociali: da Blair a Schroeder, da Prodi a Hollande... Altro che “il meno peggio”! Ed anche la nuova Sinistra Europea finisce sempre col gestire, una volta al governo, le stesse politiche antioperaie. Tsipras gestisce la stessa politica della Troika che aveva “denunciato” dall'opposizione. La Rifondazione di Bertinotti e Ferrero votò al governo
(Prodi) guerra e sacrifici, contro cui era nata, sino al suicidio.
La capitolazione riformista in epoca di crisi spiana la strada al populismo reazionario, che monta in larga parte d'Europa, nel segno della guerra ai migranti e della rottura dei vecchi
“patti costituzionali”. È forse un caso se in Italia il suicidio della sinistra (e sindacale) ha accompagnato l'avanzata del renzismo, del salvinismo, del grillismo, in una autentica gara per meglio colpire i diritti di lavoratori e sfruttati ?

LA VERA ALTERNATIVA È TRA SOCIALISMO E REAZIONE
La vera alternativa non è tra destra e sinistra, ma tra classe e borghesia. Tra rivoluzione e reazione. Questo è il grande bivio del nostro tempo. Solo il rovesciamento del capitalismo può liberare un orizzonte di progresso. Attraverso un'organizzazione socialista della società che metta nelle mani di chi lavora le leve fondamentali dell'economia, a partire dalla grande industria e dalle banche. Riducendo l'orario di lavoro per dare a tutti un lavoro. Riconvertendo le produzioni nocive, a difesa della salute e dell'ambiente. Ricostruendo e allargando le protezioni sociali. Finalizzando l'intera economia ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzare queste misure. L'alternativa a questa prospettiva rivoluzionaria internazionale è l'imbarbarimento del mondo. Non una minaccia, ma un processo già in atto.

LA CLASSE OPERAIA È UNA POTENZA MONDIALE
La classe ha subito in larga parte del pianeta un arretramento pesante in questi decenni. Il sistematico tradimento dei propri partiti (e burocrazie sindacali) ha frantumato le sue lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte, ha trascinato un arretramento diffuso della coscienza di ampi settori di massa. A beneficio del padronato e del populismo reazionario.
Eppure resta l'unica forza che può costruire un ordine nuovo, ponendosi alla testa di tutte le domande di liberazione. I salariati nel mondo superano ormai i 2 miliardi. Le resistenze sociali continuano a percorrere il mondo. A partire dalle lotte dell'enorme proletariato cinese, che ha strappato in 10 anni la triplicazione del salario. O da quelle per il salario minimo negli USA. Nella stessa Europa la grande mobilitazione francese contro il Job Act d’oltralpe, nel segno dell'unità tra salariati e giovani, ha spezzato la morsa dello stato d'assedio e delle leggi eccezionali (votate vergognosamente dal Fronte de Gauche), riproponendo al centro dello scontro sfruttati e sfruttatori. La ribellione è possibile ed è l'unica via.

COSTRUIRE IL PARTITO, IN OGNI PAESE E INTERNAZIONALMENTE
Tutta l'esperienza di classe, passata e recente, ci dice una cosa: non basta il movimento di lotta, è essenziale la coscienza politica. La direzione del movimento. Le lotte più grandi possono persino rovesciare un regime oppressivo, come è accaduto in Tunisia o in Egitto. Ma se non si sviluppa la coscienza politica, congiungendosi a un progetto rivoluzionario, anche la lotta più grande è condannata prima o poi alla sconfitta. Costruire controcorrente tra gli sfruttati una coscienza di classe anticapitalista e rivoluzionaria, è il compito insostituibile di un partito comunista, in ogni paese e nel mondo intero.
Organizzare i lavoratori più coscienti attorno a un programma di rivoluzione; unire nella stessa organizzazione tutti coloro che condividono questo programma; radicare questa organizzazione tra i lavoratori e in ogni movimento di lotta; ricondurre ogni esperienza di lotta, nella propaganda e agitazione di ogni giorno, alla prospettiva della rivoluzione sociale e del potere dei lavoratori: questo è il lavoro di costruzione del Partito Comunista, in ogni paese e su scala mondiale. Questo è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori. 
Partito Comunista dei Lavoratori

Contro burocrazie e padroni solo la lotta paga

Volantino distribuito dal PCL ai cortei di Vicenza e Parma contro la repressione delle lotte operaie, 30/1/2016

CONTRO BUROCRAZIE E PADRONI SOLO LA LOTTA PAGA
PER UNA ALTERNATIVA POLITICA
DEI LAVORATORI 


Come sempre, Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene gli operai impegnati nella lotta: siamo a fianco dei lavoratori in manifestazione a Parma e a Vicenza.
Le recenti lotte dei facchini in Emilia e in Veneto indicano un esempio positivo al resto della classe operaia: se non si lotta, si ha già perso in partenza. Chi lotta, può ottenere risultati concreti, può strappare una migliore condizione sul posto di lavoro, può salvare un posto di lavoro che era “scomparso”. I lavoratori in lotta in Emilia e in Veneto, organizzati spesso con SI Cobas e ADL Cobas, hanno mostrato ai lavoratori di CGIL-CISL-UIL che c'è un'alternativa  alle trattative tutte a perdere, alla rassegnazione di fronte agli attacchi dei padroni.
Ma lottare sui posti di lavoro, vertenza per vertenza, non basta.
La lotta che la borghesia, che i padroni ci fanno è una lotta totale, continua, senza tregua, dura, politica. A cui serve dare una risposta altrettanto generale, radicale, organizzata: una risposta politica.
 
Non ci stanchiamo di indicare questa soluzione: una lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, lavoratori contro padroni, generale, che diventi un fronte unico di lotta contro i padroni e il loro governo. In tutti i settori del lavoro, ma che estenda la lotta anche a tutti i temi centrali della nostra società – salute, scuola, ambiente, pace. Perché i nostri nemici vogliono riprendersi tutti i frutti delle lotte passate, e ci portano verso un futuro di distruzione dell'ambiente e della società, di guerra.
Allora, lavoratori, noi vi diciamo: agite per unirvi, per unire le lotte e tutte le grandi e piccole realtà organizzate del movimento operaio! Spingete perché sia sempre più forte un sindacato combattivo, unitario, di classe! Lottare tutti insieme contro i padroni e contro la burocrazia sindacale ovunque essa stia contro i lavoratori, per sconfiggerla e cacciarla! Superare le divisioni sindacali per per cercare la massima unità nella lotta, la massima mobilitazione: solo uniti si può vincere! Ma per vincere cosa? Ogni vittoria strappata ai padroni, grande o piccola, può essere tolta in futuro: i tagli alla scuola, la chiusura degli ospedali ce lo dimostrano. Per vincere veramente, bisogna conquistare il potere politico e economico: l'unica prospettva vincente è un governo dei lavoratori. Non solo in un paese, ma in tutto il mondo: per mettere fine allo sfruttamento di pochi sui molti. Per condurre questa battaglia politica, è necessario un'organizzazione, un partito politico rivoluzionario. Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegna a costruire questo partito ogni giorno, fianco a fianco ai lavoratori, senza mai tradirli.


PER UN MOVIMENTO OPERAIO
UNITO NELLA LOTTA
PER FERMARE L'ATTACCO DEI PADRONI
PER MANDARE A CASA IL LORO GOVERNO RENZI

Per un partito dei lavoratori, contro il capitalismo

Volantino politico PCL gennaio 2016


I tre poli dominanti della politica italiana sono nemici dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e dei disoccupati.

Il governo Renzi si conferma come il governo più reazionario del dopoguerra italiano. Non solo ha regalato al padronato i licenziamenti senza giusta causa, i contratti a termine senza causale, il demansionamento, detrazioni di tutti i tipi. Non solo ha colpito la scuola pubblica, tagliato la sanità, negato i contratti del pubblico impiego per finanziare l'abolizione di Imu e Tasi sulle case di lusso. Oggi prova a varare una riforma istituzionale che concentra i poteri nelle mani del Capo del Governo, a scapito di Parlamento e opposizioni. È un aspirante Napoleone Bonaparte, alla ricerca con il prossimo referendum di un plebiscito che gli consegni definitivamente il potere.

Matteo Salvini ammicca furbescamente ai lavoratori nel nome dell'opposizione alla Fornero, per far dimenticare che la Lega di governo ha varato nei decenni le peggiori misure contro le pensioni (da Dini a Maroni) e a favore della precarizzazione. Utilizza la miseria sociale che ha contribuito a produrre, per dirottare la rabbia dei lavoratori e delle lavoratrici, come dei settori popolari impoveriti, contro chi fugge dalla fame e dalle guerre. Applaudendo alla nuova campagna di Libia del governo Renzi (a rimorchio dell'Eni). I capitalisti ringraziano.

Grillo e Casaleggio si presentano come l'opposizione alla casta, per nascondere il proprio progetto. Quello di una Repubblica plebiscitaria governata dalla Rete, sotto il proprio controllo: dove il lavoro è rimpiazzato dal reddito di cittadinanza (perchè tanto il lavoro non c'è più e non serve difenderlo) e il sindacato in quanto tale viene abolito (perché è cosa dell'800). Per realizzare questa specie di ...califfato, il M5S ha finito con l'appoggiare la riforma elettorale di Renzi sino ad opporsi ad ogni sua modifica: perché solo una legge elettorale così reazionaria potrebbe consentire a Casaleggio di accedere al potere.

Queste tre Destre in lotta tra loro si sono nutrite dell'assenza di una vera opposizione: l'opposizione di classe e di massa dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati. Una opposizione che di fatto è stata dispersa dalla burocrazia sindacale, incapace di reagire contro un governo che la tiene sotto schiaffo. Un'opposizione privata di rappresentanza politica da gruppi dirigenti della sinistra, che prima hanno tradito i lavoratori e le lavoratici in cambio di ministeri, poi li hanno abbandonati per inseguire i Di Pietro e gli Ingroia, infine si disputano gli uni contro gli altri le macerie che hanno prodotto. Sempre con la speranza di poter essere un giorno di nuovo reimbarcati dal PD.

Occorre ricostruire l'opposizione di classe e la sua rappresentanza, sull'unico terreno possibile: quello della lotta contro il capitalismo. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e di tutti i loro ciarlatani. Quelli di governo e quelli di opposizione. Il Partito Comunista dei Lavoratori - l'unico partito che non ha mai tradito i salariati - è impegnato ogni giorno in questa impresa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Renzi annuncia nuove bastonate contro lavoratori e lavoratrici

Renzi prepara nuovi colpi. Cerca di recuperare consenso a destra, continuando a realizzare le politiche di Berlusconi. Lo ha fatto sull'articolo 18. Vuole ripeterlo con l'abolizione delle tasse su tutte le prime case, incluse quelle di lusso, e con un nuovo abbattimento di IRES e IRAP. A vantaggio dei profitti. Chi paga? La sanità, con nuovi tagli massicci. I servizi pubblici, sempre più cari e scadenti, nuovamente privati di fondi. Le pensioni: se anticipi sui famigerati tetti Fornero, pagherai con la pesante riduzione di un assegno già miserabile. La scuola pubblica: i tagli della Gelmini restano intatti, mentre le scuole private continuano ad incassare.
Confindustria esulta. Ovvio. Questo è un governo che regala ai padroni ciò che vogliono: lavoratori licenziabili, decontribuzione, contratti nazionali svuotati, riduzione delle tasse. Il tutto a carico del lavoro. Non solo: Renzi vuole concentrare tutti i poteri nell’uomo solo al comando. Una garanzia definitiva, per i padroni, di “governabilità” della loro rapina.


UNIRE LE LOTTE IN UNA SOLA

E' necessario dire basta. E' necessaria una ribellione di massa di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati/e. Basta austerità, basta sacrifici, per ingrassare i profitti del capitalismo! Basta con l'attacco ai diritti sindacali e democratici, a vantaggio di industriali e banchieri! E' ora di voltare pagina.
Il movimento della scuola ha dato il via, aprendo un varco. E' necessario allargare quella breccia. A partire dal rinnovo dei contratti (meccanici, tessili, chimici, alimentaristi), che Confindustria non vuole. A partire dai lavoratori pubblici in attesa di un contratto che il governo nega. Soprattutto occorre rompere l'isolamento delle lotte.
Sedici milioni di salariati sono una forza enorme, che va organizzata ed unita: un grande fronte unico di lotta attorno ad una piattaforma di rivendicazioni unificante. Il lavoro che c'è sia distribuito fra tutti, con una riduzione dell'orario a parità di paga. Le leggi che precarizzano siano abrogate, per cancellare super sfruttamento e caporalato. I disoccupati abbiano diritto a un salario degno. Non si dica che i soldi non ci sono: basta dare un'occhiata agli astronomici profitti delle principali banche italiane. Il punto è imporre l'interesse della maggioranza della società contro la dittatura di una piccola minoranza. Cioè contro il capitalismo.
La Grecia ci insegna una cosa: il capitalismo non è riformabile. La pretesa di Tsipras di un compromesso onorevole si è risolta in una capitolazione totale. Il capitalismo o lo combatti o lo subisci. O ti batti per un governo che rifondi su basi nuove la società o ti condanni a gestire il continuo peggioramento della condizione di lavoratori e lavoratrici. Questo è il bivio.
Creare il partito che si batta in ogni lotta per una prospettiva di rivoluzione, è l'impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. L'unico che non ha mai tradito i salariati.

UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

Partito Comunista dei Lavoratori - volantino settembre 2015

Lettera aperta per la Quarta Internazionale

Proponiamo la prima traduzione in assoluto pubblicata in italiano, a 80 anni esatti dalla prima pubblicazione, della Lettera aperta per la Quarta Internazionale, uno dei testi preparatori più importanti della fondazione della Quarta Internazionale (nel 1938). Il brano, che trovate come allegato in fondo alla pagina, è accompagnato, come nella pubblicazione originale, dalla Dichiarazione dei quattro, un precedente appello che già costituiva una convergenza dei rivoluzionari in opposizione alla degenerazione burocratica della Terza Internazionale.

Introduzione a cura del PCL

Viviamo in un'epoca di crisi sistematica del capitalismo mondiale, segnata dal crescere di una nuova immane bolla finanziaria, da tracolli borsistici (vedi Cina), da crisi del debito con ricadute devastanti (imposizione del terzo memorandum in Grecia col consenso di Tsipras), da uno stato di guerra permanente con svariati focolai che si accendono e si spengono in tutto il globo a seconda dell'evolversi dello scontro tra imperialismi. L'epoca del “trentennio d'oro” riformista del boom postbellico è archiviata per sempre, insieme all'illusione che il socialismo potesse compiersi e mantenersi in un paese solo, l'URSS, accerchiato da un mondo capitalista. Un'epoca di crisi non solo economica, appunto, ma sociale, politica, culturale, dove in particolare il patrimonio storico del movimento operaio è stato abbandonato sotto i colpi della reazione capitalista alle lotte operaie del secolo scorso in tutti i paesi capitalistici avanzati e non solo. Con il conseguente riaffermarsi di blocchi sociali e politici che rievocano e si ispirano in modo più o meno preciso all'ondata nazionalista degli imperialismi europei sfociata nella Prima Guerra mondiale, e a quel fascismo giocato come carta vincente dalla borghesia europea per stroncare il movimento operaio in un'epoca di fermento rivoluzionario.
Nel complesso della resistibile ascesa del fascismo, il caso della Germania fu eclatante: a seguito di una ascesa elettorale negli anni immediatamente precedenti, il partito nazista conquistò il 43,9% dei voti nelle elezioni generali, alleandosi poi con il Centro Cattolico e con il Partito Popolare Tedesco-Nazionale per avere la maggioranza parlamentare necessaria a bandire per legge i partiti socialdemocratico (SPD) e comunista (KPD), e per ottenere per il solo Hitler i pieni poteri legislativi. L'appoggio di gran parte della borghesia tedesca e il rifiuto di socialdemocratici e comunisti di dare il via a un fronte antifascista delle forze operaie permise a Hitler di prendere il potere con una resistenza pressoché inesistente. Invece di opporsi alla minaccia di una distruzione totale del movimento operaio, il KPD in particolare, seguendo la linea formalmente ultrasinistra del “socialfascismo”, vide di buon occhio l'ascesa di Hitler a danno dell'SPD, aspettando che i nazisti si “bruciassero” nella gestione della disastrata Germania post-crisi del'29: sarebbe poi arrivato il turno dei comunisti al governo. I fatti, evidentemente, hanno dato completamente torto alla linea imposta da Stalin e Togliatti ai partiti della Terza Internazionale, poi ulteriormente sbandata con la linea dei fronti popolari con la borghesia “democratica” - anziché tra partiti operai! - contro il fascismo, ormai saldamente al potere e spodestato dalle “democrazie” unite nella misura in cui non si accontentò di un equilibrio tra imperialismi, ma tentò di accaparrarsi anche la “fetta di torta” degli altri imperialismi europei e di quello statunitense, contestualmente al tentativo di abbattere lo Stato operaio sovietico.
Di fronte alla resa politica su tutta linea dei principali partiti operai mondiali, Lev Trotsky, tra i fondatori e i massimi dirigenti della Terza Internazionale e del partito bolscevico russo dal 1917, organizzò e animo il tentativo di costruzione di una nuova Internazionale, la Quarta, che salvasse il patrimonio politico del marxismo dalla degenerazione irrecuperabile delle Internazionali egemoni nel movimento operaio.
La nostra epoca mostra sempre maggiori affinità con quella a cui abbiamo accennato e a cui appartiene il documento di cui offriamo la prima pubblicazione in assoluto in lingua italiana, a ottant'anni esatti dalla sua prima pubblicazione. Si tratta della Lettera aperta per la Quarta Internazionale, uno dei testi centrali nella preparazione, appunto, della nuova Internazionale, che voleva recuperare il filo spezzato del marxismo sia sul piano teorico sia su quello della costruzione del partito mondiale della rivoluzione socialista. Un marxismo abbandonato clamorosamente dalla Seconda Internazionale con il tradimento dei lavoratori a favore delle rispettive borghesie nazionali con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e dalla Terza Internazionale con la stroncatura del partito bolscevico in Russia e dell'Internazionale stessa, attraverso la distruzione del centralismo democratico a favore del dominio incontrastato di una ristretta casta burocratica guidata da Josif Stalin e capace di orrori politici come quelli che abbiamo ricordato.
Il contributo fondamentale dato dallo stalinismo nella lotta alla Quarta Internazionale e nello sterminio fisico di coloro che l'avevano fondata nel 1938, Trotsky compreso, inferse un colpo gravissimo alla nuova Internazionale, la cui dirigenza internazionale fu incapace, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, di continuare un'azione conseguente alla sua originaria linea marxista rivoluzionaria, provocando la sua stessa dispersione in varie frazioni, le quali a loro volta hanno spesso abbandonato sia nella sostanza sia nella forma il riferimento alla Quarta Internazionale di Trotsky.
La rifondazione della Quarta Internazionale, come partito mondiale dei lavoratori basato sul patrimonio politico rivoluzionario del marxismo, è l'indirizzo politico del Partito Comunista dei Lavoratori, fuori da confusioni e opportunismi politici che oggi come ieri caratterizzano ogni forma di riformismo e centrismo nel campo della sinistra di classe. La Lettera che qui vi proponiamo è la migliore risposta ai variegati appelli alla “unità della sinistra” (o “dei comunisti”) che evitano la questione del programma e del partito, nonostante le innumerevoli recenti prove storiche del fallimento politico di chi rimuove la prospettiva di un partito rivoluzionario mondiale; il migliore stimolo a evitare formule politiche scollegate dalla realtà storica e a (ri)scoprire e recuperare la migliore eredità politica del movimento operaio mondiale.

Risoluzione politica Comitato Centrale del PCL – luglio 2015

Il Comitato Centrale del dicembre 2014 prefigurava due scenari nella politica italiana: lo sviluppo del movimento di massa contro il Job Act, l’emersione di un nuovo campo per la sinistra politica, la possibile sconfitta del governo e conseguente crisi del progetto bonapartista renziano; il ripiegamento della mobilitazione, l'emarginazione della sinistra nel paese e una stabilizzazione reazionaria attorno a Renzi. In questi mesi si è configurato un terzo scenario, che intreccia in un incerto equilibrio queste due ipotesi: l'opposizione di massa sul Job Act ha conosciuto una sconfitta, ma il grande movimento della scuola ha ostacolato la pacificazione del fronte sociale; il renzismo mantiene il suo progetto bonapartista, ma ha conosciuto una severa sconfitta elettorale e un indebolimento della propria ambizione strategica (Partito della Nazione); la sinistra aggrava la propria crisi, ma si allarga il suo spazio politico potenziale. Una dinamica vischiosa e contraddittoria, aperta nuovamente a differenti sviluppi.


La crisi del renzismo.

Il governo ha pagato a caro il prezzo della vittoria sul Job Act e lo scontro imprevisto sulla scuola. Prima le elezioni in Emilia Romagna; poi quelle del 31 Maggio (coi relativi ballottaggi) hanno segnato una pesante sconfitta elettorale e politica del PD.
Una sconfitta elettorale: con due milioni di voti persi rispetto alle europee 2014 e un milione rispetto alle politiche del 2013. Ma soprattutto una sconfitta politica. Il Partito della Nazione mirava a integrare il blocco sociale del centrosinistra con la conquista di parte significativa del blocco sociale del centrodestra. Il voto fotografa una dinamica opposta. Il PD perde ampi settori di elettorato tradizionale, prevalentemente nell’astensione, e non conquista altri bacini: anzi disperde il bottino delle europee (vedi Veneto).
Questa sconfitta è resa grave da due fattori complementari. In primo luogo, nonostante la crisi del berlusconismo, il centrodestra si espande, sulla scia della Lega (vedi Centro Italia). Una ricomposizione del centrodestra, problematica ma possibile, lo candida a possibile vincitore. In secondo luogo: i ballottaggi mostrano che gli elettorati del centrodestra e del M5S possono sommarsi contro il PD e sconfiggerlo. Entrambi i fattori minacciano l'impianto della riforma elettorale e istituzionale di Renzi: la futura vittoria, con la concentrazione nelle sue mani del potere, è determinata dall’incompatibilità dei poli rivali.
Questa battuta d'arresto non comporta un accantonamento. Renzi mantiene la rotta puntando sul referendum confermativo del 2016, eventualmente combinato con la tornata amministrativa nelle principali città: il suo scopo è incassare un’investitura plebiscitaria contro l'insieme delle opposizioni, per aprire la via di una propria vittoria alle politiche. In questo quadro rilancia il profilo originario di “rottamatore” populista (v. sganciamento dall'immagine del sindaco Marino..) contro le “forze della palude e della conservazione”. Così come, su un altro piano, il rafforza le posizioni nel partito e nella struttura profonda del potere (nomine imprese pubbliche e controllo CDP).
Il rilancio populista ha però del piombo nelle ali. Pesa rottura a sinistra (Job Act e scuola). Pesano i limiti materiali crisi capitalista italiana ed europea, scarso spazio di mediazione in sede UE e debito pubblico, variazioni imprevedibili dei tassi d'interesse, confronto/scontro con la Corte istituzionale sulle politiche di bilancio, trascinamento di spesa delle operazioni populiste degli 80 euro e sull'Irap, impossibilità riduzione fiscale sulla proprietà immobiliare..).
La principale debolezza del populismo di governo a vocazione bonapartista è la fragilità della sue basi materiali, nel quadro della crisi capitalista italiana ed europea. Un ostacolo obiettivo ad una stabilizzazione reazionaria attorno a Renzi.


I due populismi reazionari d'opposizione.

Nel quadro della crisi del movimento operaio (sconfitta del movimento di lotta sul Job Act, isolamento della scuola, assenza di una ricomposizione di massa); e della sinistra (assenza di un baricentro su cui ricomporsi, disgregazione dei gruppi dirigenti, trascinamento dei ripetuti fallimenti), la crisi del populismo di governo tende ad essere capitalizzata dal populismo reazionario. In particolare dalla Lega.
La Lega è l'unica vincitrice del 31 Maggio, con un avanzamento ovunque di voti. Con un risultato plebiscitario in Veneto e uno sfondamento in Centro Italia. E' l'unico partito che recupera dall'astensione e che guadagna in tutte le direzioni (anche da elettorato M5S e PD).
E' un successo politico. Il nuovo corso di Salvini capitalizza la crisi del berlusconismo. Il target “Lepenista” è l'esatto opposto di un isolamento politico, fosse pure redditizia sul piano elettorale. E' la leva di accumulo per candidarsi alla guida di un polo di governo. In questo quadro si pone in una prospettiva nazionale: si apre il varco a Roma con le complicità di Casa Pound, cerca lo sbarco a Sud (per quanto faticoso), richiama bandiere abbandonate o tradite dalla sinistra (abolizione della Fornero). Soprattutto cavalca la battaglia “anti tasse” e contro i migranti: i due terreni di egemonia sul senso comune popolare, al di là del voto ottenuto.
Questo corso complica la ricomposizione nel centrodestra. Ma non lo pregiudica. Diversamente dal FN francese, la Lega mantiene una logica di coalizione: preserva le giunte (Lombardia, Veneto); e recede dalla presentazione indipendente laddove questo può favorire una vittoria del centrodestra (Liguria). La crisi del renzismo e una potenziale vittoria alle prossime politiche potranno allargare spazi e canali di compromesso nel centrodestra.
Parallelamente si consolida il populismo reazionario a 5 Stelle.
Contrariamente ad una rappresentazione diffusa, il M5S ha perso voti il 31 Maggio (meno 5% sulle europee), a beneficio dell'astensione e della Lega. In Centro Italia in particolare il travaso sulla Lega è stato massiccio. Tuttavia il grillismo consolida il proprio insediamento con una presenza assai più omogenea della Lega. La bandiera del “reddito di cittadinanza” (in contrapposizione al lavoro) e dell'”abolizione di Equitalia” hanno una su settori popolari e di piccola borghesia, in particolare nel Sud. La vittoria generalizzata nei ballottaggi comunali, sia pure in prove minori, rivela un'intatta capacità di raccolta di un voto trasversale “anticasta” da parte di M5S. “mafia Capitale” può costituire un tonico importante nella concorrenza interna al campo reazionario. Nel caso di una mancata ricomposizione del Centrodestra, un accesso del M5S al ballottaggio contro un Pd renziano indebolito potrebbe offrire una possibilità al grillismo, per il quale l'Italicum è paradossalmente la migliore legge elettorale possibile per ambire al potere.
Il primo renzismo (col 41% alle europee) si era rivelato capace di contenere l'avanzata populista, a vantaggio della governabilità borghese. Lo sgonfiamento del populismo di governo apre il varco alla ripresa del populismo di opposizione. Una minaccia di instabilità torna a gravare sullo scenario politico italiano, sullo sfondo della crisi dell'Unione Europea.


Opposizione sociale e crisi della sinistra politica.

La concorrenza tra populismo di governo e populismi di opposizione si combina con l'emarginazione della sinistra, nonostante l'opposizione sociale (Job Act e scuola). Da un lato i limiti delle lotte hanno ostacolato la polarizzazione a sinistra. Dall'altro la crisi della sinistra ha indebolito l'espressione dell'opposizione sul terreno elettorale. Su entrambi i versanti è decisiva la responsabilità dei gruppi dirigenti del movimento operaio. A tutto vantaggio della polarizzazione populista reazionaria.
In autunno lo scontro sul Job Act configurava una ripresa del conflitto sociale con basi di massa. CGIL e FIOM si vedevano costrette a uscire dalla passività: un fronte unico di massa rompeva verticalmente, su una frontiera di classe riconoscibile, il blocco sociale del PD. Un raggruppamento del popolo della sinistra sul terreno della lotta di classe. Però le burocrazie sindacali non miravano alla sconfitta del governo sul terreno della lotta, ma ad una riammissione al tavolo negoziale. Un obiettivo oltretutto illusorio a fronte della natura reazionaria del renzismo. In ogni caso una logica che ha minato le potenzialità e compromesso la prospettiva del movimento: privato di una piattaforma e della continuità d'azione, infine condotto sul binario morto di uno sciopero generale simbolico (12 Dicembre). La scelta successiva di Camusso e Landini di non dare alcuna indicazione di lotta coronava di fatto la resa al governo. L'abolizione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, il demansionamento, il controllo spionistico sui lavoratori, significavano non solo un ulteriore arretramento dei rapporti di forza tra le classi, ma perciò stesso un fattore di ulteriore demotivazione per vasti settori di massa. Tanto più a fronte di una battaglia avviata ma non combattuta. Al tempo stesso la dispersione del movimento vanificava l'occasione preziosa di una ricomposizione delle lotte sociali, riproponendo uno scenario di frammentazione.
Il quadro di isolamento e frammentazione delle lotte continua sui diversi fronti (vertenze aziendali, logistica, trasporto locale, casa..). Lo stesso movimento di massa nella scuola ne ha portato il segno.
Questa lotta nella scuola sviluppatosi a partire dalla seconda metà di aprile ed esploso con lo sciopero generale del 5 Maggio, ha riproposto, nel proprio settore, un fronte unico di massa. Una base amplissima (la più ampia storicamente nel settore scuola); una convergenza unitaria dell'insieme delle organizzazioni sindacali del settore; una forte spinta nell'innesco, con elementi di autorganizzazione, e con trascinamento sulle forme di lotta (Invalsi e scrutini); un forte carattere politico anti Renzi. Al tempo stesso un movimento tanto grande quanto isolato. Privo di una significativa sponda studentesca. Isolato dal resto della classe. La sua incidenza è stata indubbia, sovrapponendosi all'esperienza contro il Job Act, nel logoramento del renzismo e nella stessa sconfitta elettorale del PD. Ma non tale da invertire la tendenza generale. Il pronunciamento diffuso “sono un insegnante e non voto più PD” si è tradotto principalmente in astensione.
Parallelamente, la sinistra e cronicizza la propria crisi. Il movimento contro il Job Act sulla scuola hanno ampliato lo spazio a sinistra del renzismo, in quanto fenomeni di rottura col PD di ampi settori di massa. Ma lo spazio ad oggi non viene occupato. La gestazione di una ricomposizione politica della sinistra riformista è in atto da tempo. Ma è gravata da ripetuti fallimenti (Arcobaleno, Ingroia, Lista Tsipras), dalla rivalità di gruppi dirigenti, dalla moltiplicazione dei cantieri concorrenti (Civati con “possibile”, costituente di SEL; coalizione sociale di Landini). La “coalizione sociale” appare quella potenzialmente dotata di una leadership più riconoscibile e di un maggior richiamo sociale. Ma Landini la tiene sotto traccia, subordinandola ai propri calcoli burocratici per la successione alla Camusso e al calendario lungo della legislatura. La risultante d'insieme è l'impasse.
L'assenza di un soggetto di richiamo ha fortemente indebolito la possibile polarizzazione elettorale a sinistra, favorendo una dispersione passiva. Il 31 Maggio, con l'eccezione parziale del caso ligure, le liste della sinistra hanno registrato complessivamente un risultato inferiore a quello riportato dalla lista Tsipras nelle europee 2014. Nonostante i movimenti di lotta dell'autunno e della scuola. In una competizione politica il popolo della sinistra non ha trovato un soggetto di riferimento. L'astensione diffusa ne è il risvolto.


Lo scenario attuale e la nostra linea di massa. Il fronte unico di classe.

La nostra proposta generale resta il fronte unico di classe contro il governo.
Al precedente CC questa proposta aveva come sfondo lo scontro in atto tra governo e CGIL. La sua concretizzazione di conseguenza era quella di “concentrare tutte le energie sulle mobilitazioni e gli scioperi della CGIL e della FIOM.. nel comune interesse della sconfitta del governo Renzi”. Combattendo al tempo stesso la direzione della CGIL, avanzando una proposta di mobilitazione radicale e continuativa, proponendo lo sviluppo dell' autorganizzazione del movimento (“assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro”).
Oggi non è in atto una mobilitazione generale contro il governo. E tuttavia non c'è né si profila una ricomposizione tra governo e CGIL, per via dell'immutato corso bonapartista del renzismo; il movimento di massa della scuola, al di là del suo esito immediato, ha riaperto un varco; il governo è obiettivamente più debole di un anno fa nella stessa percezione di massa.
Il fronte unico di lotta contro il governo conserva dunque tutto il suo significato. “Fare come la scuola” può essere una sua traduzione. “Fare come la scuola” significa non solo entrare nel varco aperto da quel movimento; significa anche estendere sul piano generale l'esempio del fronte unico di lotta come vero fronte di massa: unità delle organizzazioni di massa e lotta generale comune e continuativa contro il governo Renzi. Questo è il fronte unico. Non una unità d'azione tra forze di avanguardia, ma un largo fronte di massa sul terreno della lotta di classe.
Questa proposta si oppone all'immobilismo dell'apparato CGIL, oggi allo sbando e privo di tutte le sponde per una collaborazione di classe (Governo, PD, Confindustria). Si oppone alla logica passiva della “coalizione sociale” di Landini, ridotta a cartello di associazioni e post it senza alcuna iniziativa di mobilitazione reale. Traduce la coalizione sociale nella sua unica possibile espressione progressiva: la coalizione generale di lotta e di classe contro governo e padronato.
Perciò stesso la nostra proposta di fronte unico di massa contrasta ogni logica minoritaria di autocentratura separata tipica di diversi gruppi dirigenti del sindacalismo di base. E al tempo stesso pone la necessità di una direzione alternativa del movimento, di una piattaforma generale unificante, di una radicalizzazione delle forme di lotta (occupazione delle aziende che licenziano e casse di resistenza), autorganizzazione democratica di massa (assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro, e ogni forma intermedia articolata che in qualche modo favorisca processi di organizzazione democratica, come comitati di lotta e coordinamenti RSU).
Sul piano politico la parola d'ordine “Via il governo Renzi, per un governo dei lavoratori” acquista, sul terreno propagandistico, una sua centralità. Nella prima fase del governo Renzi la confusione a livello di massa sulla natura del governo, anche per via di coperture (SEL e Landini), non ci consentiva di rivendicare la cacciata del governo: la nostra battaglia si concentrò sulla denuncia della sua vocazione bonapartista e sull'esigenza di una opposizione di classe. Oggi, a partire dallo scontro sul Job Act e sulla scuola, dentro la dinamica di ampia rottura col PD e col governo, la parola d'ordine della cacciata del governo Renzi acquista spazio e sintonia con una sensibilità diffusa. Al tempo stesso l'avanzata del populismo reazionario leghista e grillino pone l'esigenza della contrapposizione alle altre due destre. Da qui la presentazione del fronte di massa contro il governo Renzi come polo di classe contrapposto alle “tre destre” presenti (il populismo di governo e i due populismi di opposizione). In questo quadro la parola d'ordine complementare del governo dei lavoratori conserva tanto più oggi la sua centralità seppur sul piano necessariamente propagandistico.


Fronte unico di classe e unità d'azione d'avanguardia.

La parola d'ordine del fronte unico di classe come parola d'ordine generale e nostra linea di massa non va confusa con la pratica di unità d'azione nell'ambito dell'avanguardia con soggetti e forze di estrema sinistra.
Relazioni unitarie nell'ambito dell'avanguardia possono assumere forme diverse: coordinamento di scopo per la preparazione di campagne (ad es. il No Expo), comitati e strutture segnati dalla centralità di una specifica battaglia (ad es. a suo tempo il comitato No Debito, i comitati/coordinamenti antifascisti, i comitati di lotta per la casa..), comuni iniziative di piazza (v Primo Maggio a Milano).
Tenere relazioni su questo terreno d'avanguardia è utile e necessario per il partito. Ma si tratta di non confondere questo ambito di relazioni come l'”applicazione del fronte unico”, assumendolo come terreno centrale della nostra vita politica, intervento, costruzione. Il terreno centrale del nostro intervento è il livello di classe e di massa. L'unità d'azione d'avanguardia non deve dunque sostituirsi all'intervento di massa. Nè a maggior ragione assumere i caratteri di blocco politico permanente con altri soggetti a scapito della nostra autonomia politica e riconoscibilità generale. Viceversa, anche negli ambiti di unità d'azione d'avanguardia legati a specifici obiettivi di scopo abbiamo la necessità di portare la nostra proposta generale di classe e di massa, a partire dalla logica del fronte unico di classe, e il nostro programma indipendente (come abbiamo fatto nel comitato No Debito).
In questo quadro è importante sviluppare nel partito un confronto sulle nostre esperienze di intervento di massa: sulle modalità concrete attraverso cui sezioni e nuclei costruiscono la propria propaganda (volantini nazionali, volantinaggi locali, diffusione giornale, social media e internet), sui settori e le realtà di intervento (quartieri, aziende, avanguardie politiche, luoghi di vita della classe, ecc), sugli interventi di agitazione e di partecipazione alle lotte e sulle occasioni reali di crescita del partito. In questa direzione, è importante non solo che ogni sezione discuta in un’apposita riunione il proprio progetto di intervento, ma anche favorire la stesura e la pubblicazione su INTERCOM (Bollettino di partito) di questi progetti di intervento, oltre che il ragionamento su esperienze concrete. In questo quadro, è fondamentale l’esperienza ed il confronto sulla costruzione della tendenza studentesca rivoluzionaria (sul piano nazionale e nelle realtà locali) e sull’intervento in ambito sindacale (Opposizione CGIL e sindacati di base).


Il ruolo della burocrazia sindacale e la necessità di costruire una tendenza sindacale classista rivoluzionaria.

Nel contesto dell’attuale crisi capitalista, che non lascia spazio a soluzioni basate su concessioni alla classe operaia e alle masse sfruttate, malgrado le costanti, e anche significative, lotte di resistenza, in un quadro d’ininterrotta crisi politica e di consenso del ceto politico borghese dominante, la burocrazia sindacale ha costituito il principale fattore di contenimento e disarmo della risposta del movimento operaio. Con questa sua funzione ha finora garantito la precaria stabilità del sistema impedendo che precipitasse la crisi politica in corso. Parallelamente l’attuale direzione della sinistra sindacale sia interna alla CGIL, che esterna del sindacalismo di base e conflittuale, aldilà delle difficoltà oggettive, manca di una linea, di un programma e di una prospettiva rivoluzionarie. Si è quindi dimostrata sinora incapace di fornire una direzione politica e organizzativa alternativa alla burocrazia che fosse i grado di favorire la ricomposizione delle lotte in corso e il loro passaggio all’offensiva. Su queste organizzazioni pesa tra l’altro la deformazione sindacalista che tende a limitare la lotta sindacale esclusivamente al lato economico e contrattuale dei diritti, senza combinarla con la lotta politica per la conquista del potere da parte dei lavoratori. Da ciò è derivato sinora il rifiuto dell’agitazione nei luoghi di lavoro e tra le masse delle parole d’ordine del governo dei lavoratori, del controllo operaio e della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto contro dei lavoratori di fabbriche e banche, proprio in uno dei momenti storici di maggiore crisi politica e di consenso delle classi dominanti dove, come conseguenza della profondità della crisi, non solo ogni rivendicazione transitoria, ma anche solo qualsiasi tentativo di difesa delle conquiste storiche del passato implica un urto violento e decisivo con il capitale e il suo ordinamento sociale, perché ogni vecchia conquista si è trasformata in un limite insopportabile alla ripresa dell’accumulazione e della sua valorizzazione.
Un altro aspetto del nostro intervento sindacale è quello del problema della costruzione nei luoghi di lavoro, a partire dalle fabbriche e dei centri produttivi principali o significativi per la concentrazione di salariati, per tradizione storica o per l’esperienza recente di lotte, di organismi dell’organizzazione politica dal basso di tutti i lavoratori, radicata sul posto di lavoro, indipendentemente dal tipo di adesione sindacale di ogni singolo lavoratore, e capace, in prospettiva, anche di esercitare una proiezione e un’attrazione verso l’esterno tra le larghe masse della società civile che gravitano intorno alla fabbrica, alle unità produttive e ai principali centri d’impiego di salariati. In sostanza costruire, o far evolvere, i comitati di lotta, le assemblee permanenti, gli organismi permanenti vari degli operai di fabbrica o dei salariati dei servizi, della scuola e del pubblico impiego che, magari inizialmente nati per le esigenze concrete di una lotta particolare possono divenire l’embrione di soviet, cioè di organi di contropotere a livello locale e in prospettiva nazionale. Il lavoro della direzione sindacale rivoluzionaria, deve essere quello di favorire il più possibile, con un’apposita agitazione nelle lotte in corso, la proliferazione e il coordinamento, attraverso le assemblee di delegati, coordinamenti per delegati locali e territoriali, o generali per categoria o specifiche fabbriche, unità produttive e gruppi aziendali, e infine nazionali, di questi organismi e lo sviluppo del loro contenuto embrionale consiliare. È questo un aspetto molto difficile e delicato della lotta sindacale ma è la chiave per cercare di aggirare il freno e di divisione esercitata dalla burocrazia sindacale e dal suo controllo sui tradizionali organismi di rappresentanza ufficiali, che oltre a consentirci di unificare le lotte e neutralizzare la funzione della burocrazia, può divenire il centro di attrazione e di coagulo, nel contesto di crisi economica e politica permanente del regime borghese, dell’intero malessere sociale sul piano locale e più generale, e lo strumento della sua organizzazione politica favorendo in questo modo l’affermazione del movimento operaio come direzione politica rivoluzionaria alternativa della società e contrapposta ai populismi reazionari.
Si tratta di un lavoro difficile i cui risultati non si potranno avere immediatamente, limitandosi in moltissime realtà, almeno all’inizio, ad un’opera di agitazione e propaganda. Si può però iniziare concentrando le forze nelle fabbriche e in quelle realtà più significative dove sono presenti nuclei o sezioni consistenti di militanti del partito e coinvolgendo quei militanti e organizzazioni sindacali classiste che, anche se non aderenti al partito, sono disponibili a questo tipo lavoro.
Infine tale lavoro per quanto difficile non è assolutamente impossibile, e la crisi stessa moltiplicherà le occasioni favorevoli a questo tipo di intervento. Si tratta di chiarire ai militanti sindacali classisti che il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’intensificazione dei ritmi e dello sfruttamento, aumenteranno l’esasperazione e l’insofferenza degli operai e dei lavoratori salariati fino ad un punto di rottura della disciplina e degli attuali limiti legalisti sempre più ristretti della lotta sindacale moltiplicando le occasioni per agitazioni e forme di organizzazione spontanea, senza preavviso e fuori del controllo diretto della burocrazia sindacale. Bisogna chiarire all’area di militanti sindacali classisti che dovranno costituire la nostra massa critica, e nella polemica e critica alla linea politica dell’attuale direzione della sinistra sindacale, che costruire o favorire la nascita e il coordinamento di questi organismi, potenziali embrioni dei consigli, deve essere una delle priorità e delle rivendicazioni strategiche insieme alla rivendicazione delle nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto contro dei salariati, dell’assemblea dei delegati, della casse di resistenza, e del governo dei lavoratori.”


Per una campagna di propaganda e riconoscibilità del PCL.

Parallelamente al compito ed alla proposta del fronte unico di classe, il nostro partito necessita di costruire una campagna di pubblicizzazione politica. Una diffusione e popolarizzazione del nostro programma, per esser riconosciuti e caratterizzati nel panorama della sinistra, e non solo.
Spesso il PCL è conosciuto come partito “ultra radicale”, “oppositore duro”, “fedele ai principi”, ma non è conosciuto per le sue proposte. Il nostro programma, programma transitorio di rivoluzione, in questa epoca di crisi è l'unico oggettivamente in grado di dare risposte ai bisogni reali della classe lavoratrice e delle masse popolari, ma fino ad ora questo programma non è riuscito a farsi conoscere in modo adeguato.
La sinistra riformista tradizionale ha posto come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza, proposta divenuta riconoscibile nella politica italiana. Il M5S ne fa una leva di rappresentanza dei disoccupati contro il lavoro e i lavoratori. Il PCL deve mirare ad esser caratterizzato in egual maniera con un'altra proposta semplice e diretta. Estrarre dal nostro lungo programma rivoluzionario gli elementi che ci consentono di essere riconoscibili ed avere presa immediata nei larghi strati della classe lavoratrice e nella sua avanguardia, per un periodo elevare queste rivendicazioni a cavallo di battaglia propagandistico centrale.
La ripartizione del lavoro esistente attraverso la riduzione dell'orario di lavoro a 30-32 ore a parità di salario; la cancellazione di tutte le leggi precarizzanti del lavoro; il salario garantito ai disoccupati che cercano il lavoro. Tre semplici ma centrali parole d'ordine che interessano lavoratori, disoccupati, giovani ed arrivano fino alle masse spoliticizzate. Rivendicazioni che oggi , nella loro connessione, pone solo il PCL.
Il compito sarà quindi quello di sviluppare una campagna (propriamente del partito) dentro e fuori i luoghi di lavoro, in ogni occasione e momento, con la raccolta di adesioni (anche attraverso una pagina web) ad una appello “per un atto nazionale”, “per imporre questi punti nell'agenda politica del movimento operaio”.
Competere con la proposta del reddito di cittadinanza, creare attenzione, attrazione e simpatia nei nostri confronti, e con questo canale avere minor difficoltà a propagandare il nostro intero programma e progetto. Una campagna pubblicitaria necessaria per la divulgazione delle nostre idee ed importante investimento in vista delle future tornate elettorali, lavoro che la sola parola d'ordine del fronte unico, o la semplice lunga enunciazione dei nostri punti programmatici non possono sopperire.


La nostra costruzione nel popolo della sinistra.

Il nostro terzo Congresso indicava nel “popolo della sinistra”, a livello politico, il referente principale del nostro intervento e costruzione: Il nostro riferimento centrale dev'essere il settore di massa del mondo del lavoro e della sua avanguardia larga che cerca “a sinistra” una rappresentanza delle proprie ragioni di classe e che per questo può entrare in collisione con i gruppi dirigenti delle sinistre. I nostri volantini, la nostra propaganda, deve cercare di parlare a questo mondo. Facendo leva sul suo embrione di coscienza per svilupparlo in direzione rivoluzionaria. Questo approccio va articolato nell'intervento sulle diverse sinistre e sulla loro crisi” (Documento politico del 3° Congresso del PCL, pagina 38, 4 gennaio 2014).
Questa indicazione rimane valida e va perseguita. Il “popolo della sinistra” è un’entità multiforme e differenziata, ma reale. Abbraccia milioni di persone segnate, con mille confusioni, deformazioni e illusioni, da memorie e immaginari classisti, da una diffusa domanda di rappresentanza che oggi non trova risposta. Comprende una crescente astensione e la base elettorale delle cosiddette sinistre “radicali”. Coinvolge l'insediamento di massa di Cgil e Fiom. La gestazione tormentata e irrisolta della ricomposizione di una sinistra riformista guarda all'insieme di questo mondo.
Questo mondo è il terreno principale (non l'unico) della nostra costruzione politica. Il nostro stesso corpo elettorale è parte, sia pure infinitesima, del popolo della sinistra. Non a caso la composizione del nostro voto segue nelle sue variazioni la mappa elettorale di questo mondo. Abbiamo la necessità di presentare il PCL e la sua costruzione come l'unica risposta reale, non illusoria, alla sua domanda di riferimento .
Sul terreno elettorale, a determinate condizioni (impossibilità di una nostra presentazione, presenza di polarizzazione attorno a una sinistra indipendente) può essere praticata la tattica leninista dell'appoggio elettorale critico: quale forma di fronte unico con la base popolare e di classe della sinistra contro le forze borghesi ai fini della presentazione del nostro programma e della nostra prospettiva. Nei termini richiamati dal nostro Congresso e dalla risoluzione del CC di Dicembre.
Sul piano politico dobbiamo far leva sul fallimento e sulle responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra, ma anche sull'inconcludenza opportunista degli attuali infiniti tentativi di ricomposizione di una sinistra italiana. Nel corso della prossima estate e in autunno dobbiamo sviluppare una campagna di intervento del PCL, delle sue sezioni e dei suoi nuclei, nei confronti della sinistra. Una realtà che, al di là del logoramento in corso, coinvolge ancora decine di migliaia di militanti politici e sociali. Due gli elementi su cui concentrare l’iniziativa, sia nei momenti informali di confronto, sia in interventi e volantinaggi, sia con apposite iniziative delle nostre strutture territoriali: la critica a Landini ed alla FIOM, la crisi del PRC.
La coalizione sociale, al di là del suo reale contenuto e delle sue ambiguità, ha attirato attenzione e speranza in vaste aree di questi settori, proprio per l’aspettativa di un processo costituente di una forza politica confusamente classista. E’ utile per noi interloquire con questo sentimento di massa, seppur vago, quanto avanzare esplicitamente una critica alle ambiguità di Landini, agli opportunismi FIOM, ad una gestione autoritaria ed autocentrata (espulsione Bellavita dalla Segreteria FIOM; attacco ai delegati di Melfi che hanno proclamato sciopero; rifiuto di inserire in CC uno di questi delegati, secondo le prassi e le regole CGIL rispettate persino da Camusso). Un'attenzione particolare deve esser inoltre riservata al cupio dissolvi di Rifondazione, che oggi conosce un vero salto di qualità (frantumazione interna delle componenti storiche del partito, dissolvenza di federazioni e circoli, divaricazione di scelte elettorali nelle regioni e città): già oggi in alcuni casi, piccole realtà di militanti hanno guardato e guardano al PCL come possibile approdo: realtà che si tratta di formare e incorporare senza incertezze nel nostro processo di costruzione.
Lo sviluppo di un'area politica attorno a noi è un lato importante della nostra costruzione. Sotto questo profilo è importantissimo il lavoro in atto di costruzione della tendenza studentesca rivoluzionaria sul piano nazionale, e in qualche caso i successi riportati nell'intervento studentesco di alcune realtà metropolitane. Così come importante è il lavoro condotto in ambito sindacale, a partire dal ruolo svolto nell'opposizione CGIL. Più in generale vanno intensificate le iniziative pubbliche e pubblicizzate delle nostre strutture territoriali di partito tese a presentare le nostre posizioni e proposte e dunque a intercettare nuovi avvicinamenti, disponibilità, interlocuzioni. Lo sviluppo e il consolidamento di un'area di simpatizzanti attorno a noi è anche in relazione, in qualche misura, all'attività pubblica delle nostre sezioni.


Sviluppare la sinistra rivoluzionaria nelle realtà metropolitane: il PCL e le prossime elezioni amministrative.

In questo quadro, a partire dalla necessità di sviluppare un confronto sulle proprie esperienze di intervento, il CC del PCL ritiene fondamentale concentrare l’attenzione del partito, le risorse centrali e quelle dei diversi territori sulle principali realtà metropolitane del paese nel corso del prossimo anno. Nella prossima primavera è infatti prevista una vasta tornata elettorale in importanti capoluoghi, a partire da Torino, Milano, Bologna, Napoli e forse Roma. Queste elezioni avranno in ogni caso un carattere spiccatamente politico. Ancor più se dovesse coincidere col referendum confermativo sulle riforme istituzionali. L'esperienza in genere ha mostrato l'importanza della nostra presentazione elettorale, ovunque possibile, ai fini della costruzione del nostro partito: salto di riconoscibilità, estensione di contatti e relazioni in ambienti di classe, ingresso di nuovi compagni nel partito. La nostra recente presentazione elettorale in Liguria e in Umbria conferma questa indicazione. Proprio le elezioni comunali sono il terreno più facile di una nostra presentazione (dal punto di vista delle procedure elettorali), sebbene molto impegnativo. Il profilo nazionale di questo appuntamento ci offre un terreno privilegiato di intervento.
Per questo il CC del PCL impegna da subito tutte le nostre sezioni interessate a predisporre le condizioni della presentazione al voto del nostro partito. In tutte queste realtà metropolitane sono presenti molteplici realtà antagoniste, di sinistra e dell’estrema sinistra. Molte di queste realtà potrebbero pensare e stanno probabilmente pensando a sviluppare un proprio intervento elettorale. Molte di queste, nel quadro delle condizioni della sinistra, saranno tentate dall’ipotesi di costruzione di cartelli, rassemblement o liste della sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, classista o conflittuale. Non solo il nostro progetto politico, ma anche l’esperienza concreta, rende per noi inaccettabile tale prospettiva: in un quadro di confusione politica e di classe, tutte le sperimentazioni di liste e raggruppamenti senza basi programmatiche e progettuali sono tracollate dopo pochi mesi, con risultati elettorali sempre modesti, più modesti ancora di quelli del PCL (da Ross@ alla lista Bruno in Liguria). In questo quadro, è importante costruire e pubblicizzare sin da subito la presentazione del PCL come forza classista e rivoluzionaria. In questo quadro, vanno definite al più presto le candidature a sindaco. Una nostra presentazione in tutte le principali città darebbe il profilo di una nostra presenza politica nazionale e sarebbe un ponte importante in vista delle successive elezioni politiche (2018 o eventualmente anticipate).
Comitato Centrale del PCL
Bologna, 11 luglio 2015