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Your Party espelle la sua ala sinistra

 


Il 12 aprile 2026 il Central Executive Commitee (Comitato Esecutivo Centrale) di Your Party — la nuova formazione lanciata lo scorso anno dall’ex leader laburista Jeremy Corbyn e dall’ex deputata laburista Zarah Sultana — ha votato per espellere i membri delle varie tendenze socialiste interne. Migliaia di persone avevano aderito al progetto di Your Party nella speranza che diventasse una vera e propria rottura a sinistra del Partito Laburista britannico, che sotto il Primo ministro Keir Starmer ha continuato la sua accelerata deriva a destra. Invece, a pochi mesi dal congresso di fondazione, la stessa leadership del partito ha abbattuto la ghigliottina sulla sua ala sinistra.

Le espulsioni chiudono un capitolo. Hanno concluso una lotta su quale tipo di formazione sarebbe diventato Your Party, e la risposta è ora inequivocabile: uno strumento elettorale gestito burocraticamente, populista nella forma, politicamente informe nel contenuto e ostile a qualsiasi opposizione organizzata proveniente dalla sua sinistra. L’episodio merita di essere esaminato al di là della Gran Bretagna, perché mostra in forma condensata i riflessi burocratici che il populismo di sinistra esibisce ovunque quando si trova di fronte alla prospettiva della propria politicizzazione.

UN TORTO FATTO A UNO…

La mossa della dirigenza è una dichiarazione di guerra alla base attiva del partito. Si tratta di un tentativo burocratico di schiacciare l’opposizione organizzata, mettere a tacere il dibattito politico interno e garantire che Your Party si sviluppi come una macchina elettorale strettamente controllata, invece che come un partito democratico della classe lavoratrice.

Le forze che stanno dietro a questa dirigenza hanno sprecato la migliore opportunità di un’intera generazione per costruire un partito socialista di massa in Gran Bretagna, e lo hanno fatto proprio nel momento in cui un partito del genere è ancor più necessario. Delle 800.000 persone che inizialmente avevano manifestato interesse per il progetto, la gestione verticistica dall’alto ha fatto sì che ne rimanessero circa 60.000. L’ulteriore allontanamento e demoralizzazione — accelerati dall’assenza di qualsiasi seria campagna politica — hanno portato molti di loro ad abbandonare del tutto la politica organizzata, o a passare al partito dei Verdi, che è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno su una base confusamente populista di sinistra.

Anziché aprire nuove sezioni, agire a sostegno degli scioperi o organizzare una campagna nazionale contro la guerra, il razzismo o il carovita, il Comitato Esecutivo Centrale ha dato priorità a un’epurazione interna che escluderà molti dei membri più attivi del partito. Ha affermato che le espulsioni erano necessarie per «democrazia, trasparenza e responsabilità», con la motivazione che un meccanismo decisionale guidato dai membri del partito è «possibile solo quando ogni membro può fidarsi del fatto che… tutti i membri mettano al primo posto gli interessi di Your Party». La formulazione tratta le aree socialiste organizzate come una minaccia intrinseca all’unità. La realtà è più semplice: la decisione non riguarda l’unità, ma il controllo.

Il diritto alla doppia appartenenza (a Your Party e contemporaneamente ad altre organizzazioni della sinistra di classe, ndt) — sancito nello statuto fondante del partito — viene di fatto strappato, anche se il Comitato Esecutivo Centrale ribadisce che tecnicamente «rimane in vigore» per le organizzazioni approvate dalla leadership. I diritti esistono solo a discrezione del centro.

Proprio durante la conferenza di fondazione di Your Party, una manovra burocratica ha impedito ai delegati di votare l’emendamento che respingeva il divieto dei gruppi rivoluzionari socialisti, nonostante fosse tra gli emendamenti più popolari presentati. Questo è tipico delle procedure pseudodemocratiche e dello stile da “culto del leader” a cui Corbyn e la sua cerchia si abbandonano ora, caratteristiche comuni alle formazioni populiste di sinistra dalla Spagna alla Francia. La richiesta che i membri si impegnino con Your Party solo a titolo individuale, astenendosi dall’organizzarsi con altri membri che la pensano allo stesso modo, è ipocrita. Ma non tutte le correnti saranno soggette alle regole: quelle al potere rimarranno intatte. L’epurazione inizierà con le aree della sinistra rivoluzionaria, ma il suo vero obiettivo è qualsiasi opposizione organizzata che possa emergere in futuro contro l’opportunismo della leadership.

RIFORMISMO BUROCRATICO: DAL PARTITO LABURISTA DI CORBYN A YOUR PARTY

La tendenza a escludere i rivoluzionari da Your Party rispecchia l’esperienza del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn tra il 2015 e il 2020. In entrambi i casi, l’ostacolo decisivo non era solamente la pressione proveniente dalla destra o dai media, ma il potere duraturo di uno strato burocratico riformista radicato nelle istituzioni del movimento operaio britannico. Come abbiamo sostenuto altrove, questo strato ha la funzione di regolare e contenere la lotta, dando priorità al lavoro elettorale e alla stabilità interna rispetto alla chiarezza politica e alla mobilitazione di massa.

Sotto Corbyn, il Partito Laburista diventò per un breve periodo un luogo di politicizzazione di massa e di aspettative radicali. Centinaia di migliaia di persone aderirono al partito, molte delle quali giovani che entravano per la prima volta nella politica organizzata. Eppure il suo nucleo burocratico – il gruppo parlamentare, i funzionari non eletti, le dirigenze sindacali – ha agito ripetutamente per restringere il dibattito, emarginare la sinistra interna e bloccare qualsiasi radicalizzazione programmatica. Il risultato è stata una leadership accerchiata dal suo stesso apparato, retoricamente impegnata nei discorsi sul socialismo ma incapace di trasformare sia il partito che il suo rapporto con la lotta della classe lavoratrice.

In realtà, Corbyn si è adattato a questi vincoli burocratici, e alla fine li ha utilizzati contro la chiara volontà della base del partito: sull’immigrazione, sul secondo referendum sulla Brexit, sulla gestione delle accuse di antisemitismo. Il suo socialismo parlamentare lo ha portato a cedere alla destra del gruppo parlamentare laburista, perché Corbyn ha sempre creduto che solo con la loro base sociale (in gran parte borghese) avrebbe potuto vincere le elezioni, attraverso un programma riformista moderato. Nel Partito Laburista quello schema è andato in frantumi. Ma la sua essenza – il laburismo di sinistra – sopravvive nel Your Party, sotto forma di deputati proprietari terrieri e persino di ex candidati del Partito Conservatore ai consigli comunali scelti per rappresentare il partito.

Your Party sta ora ripetendo la stessa traiettoria in forma compressa e su scala molto più piccola. Ancora una volta, una dirigenza riformista si trova di fronte alla prospettiva che un afflusso di membri politicizzati – specialmente membri organizzati attorno a programmi rivoluzionari – possa costringerla a dibattiti decisivi su cosa significhi socialismo in pratica, su come possa essere realizzato e su quali conflitti con lo Stato, il capitale e l’ordine politico esistente ciò comporti. Come nel caso del Labour, la risposta che la dirigenza dà non è affrontare quei dibattiti, ma chiuderli amministrativamente.

Il linguaggio è cambiato. Laddove il vecchio New Labour di destra (ai tempi di Tony Blair, ndt) parlava di «eleggibilità» e l’apparato di Corbyn di «unità ampia», l’attuale leadership di Your Party parla di «idoneità», «chiarezza» e «fiducia». È una logica familiare. L’azione politica viene considerata una minaccia; le tendenze organizzate vengono dipinte come sleali o estranee; la democrazia viene ridotta a una conferma passiva di decisioni prese altrove. Sia nel Labour sotto Corbyn che nell’odierno Your Party, il riformismo burocratico opera sostituendo la leadership politica con il controllo amministrativo, e trattando il programma come un brand elettorale invece che come il frutto di discussioni e lotte collettive.

Il parallelo non è casuale. L’ambiente di consiglieri, ex membri dello staff laburista, funzionari sindacali e attivisti professionisti che si erano raggruppati attorno a Corbyn nel Labour si è ricomposto attorno a lui nel Your Party. Hanno portato con sé gli istinti acquisiti in un decennio all’interno di un apparato riformista di massa. Questi istinti non sono socialisti; sono i riflessi di uno strato sociale la cui posizione dipende dalla gestione del rapporto tra la classe lavoratrice organizzata e lo Stato capitalista: contenere la prima, rassicurare il secondo.

CHE COSA PUÒ ESSERE SALVATO

La lotta sulla natura di Your Party è ormai giunta al termine, risolta dall’alto. Le espulsioni sono un dato di fatto. La domanda per il periodo a venire è: cosa si può salvare da questa esperienza?

Migliaia di persone hanno aderito a Your Party per costruire qualcosa che mettesse al primo posto la classe lavoratrice, in patria e all’estero, e sfidasse la macchina politica del movimento operaio ufficiale. Quell’aspirazione persiste, anche se questo particolare veicolo è stato paralizzato dalla sua stessa leadership. Sono state costituite sezioni, costruite reti, nuovi militanti sono entrati per la prima volta nella politica organizzata. Nulla di tutto ciò scompare soltanto perché l’apparato ha scelto questa strada.

Il passo successivo più utile per le sezioni sopravvissute, le organizzazioni socialiste e i singoli militanti è quello di orientarsi verso l’esterno, verso le lotte della classe lavoratrice del prossimo periodo: la lotta contro i tagli comunali, la lotta contro il carovita, la solidarietà con i lavoratori in sciopero, la difesa dei migranti, l’opposizione al razzismo e all’estrema destra e la lotta alla corsa al riarmo. Un fronte unito su questa base – rivolto ai sindacati, ai militanti sui posti di lavoro e ai gruppi politici territoriali, non limitato alla sinistra organizzata – potrebbe dare un contenuto politico concreto alla richiesta di un partito dei lavoratori e tenere unite le migliori forze dell’esperienza di Your Party in una lotta comune, affrontando nel mentre le questioni complessive riguardanti il programma e l’organizzazione.

Queste questioni non possono essere affrettate. Possono trovare risposta solo attraverso una discussione politica seria, all’interno di ogni qualsiasi insieme di sezioni e di organizzazioni che emergeranno dalle macerie di Your Party, e sulla base del diritto di costituirsi in tendenza a di organizzarsi per difendere le proprie posizioni. Un’organizzazione rivoluzionaria non deve fingere di avere tutte le risposte; deve essere pronta a imparare dalla classe. Ma un programma politico — una strategia per guidare le lotte di oggi verso il socialismo — non può essere ricavato solo dal lavoro delle sezioni locali. Deve affrontare le grandi questioni del momento, e la questione più importante che il movimento deve affrontare oggi è ancora quella che il collasso di Your Party ha posto ancora una volta: riforma o rivoluzione?

Per i socialisti di tutto il mondo la lezione è ben nota, ma l’esperienza l’ha resa ancora più evidente. Il populismo di sinistra offre una via apparentemente più breve verso il successo politico rispetto alla paziente costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Lo fa sostituendo la vita politica collettiva della classe con l’autorità di un leader, un marchio elettorale e un apparato tecnocratico. Laddove questo tipo di partito viene messo alla prova da una lotta reale – o dalla semplice pressione dei propri membri politicizzati – il suo nucleo burocratico si reimpone contro la propria base. Podemos, La France Insoumise, Syriza e ora Your Party: i dettagli differiscono ma la dinamica di fondo rimane la stessa.

Rimane il compito di costruire, in Gran Bretagna e a livello internazionale, un partito rivoluzionario radicato nella classe lavoratrice, aperto nei suoi dibattiti e armato di un programma in grado di guidare la lotta verso il potere. Qualunque cosa rimanga al di sotto di ciò riprodurrà, sotto un nuovo marchio, gli stessi limiti che hanno ripetutamente bloccato l’emergere di un’alternativa socialista di massa.

Rebecca Anderson e KD Tait

Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

Cuba: sovranità popolare, democrazia e responsabilità storica


 Una corrispondenza da Cuba

Socialistas en Lucha (SeL) respinge l’intensificazione delle politiche coercitive del governo degli Stati Uniti contro Cuba. Le recenti misure volte a penalizzare i paesi terzi che commerciano petrolio o prodotti petroliferi con l’isola costituiscono misure unilaterali di pressione economica extraterritoriale che incidono direttamente sulle condizioni di vita della popolazione cubana. Queste politiche non sono strumenti di democratizzazione: sono meccanismi di punizione collettiva che trasferiscono le controversie geopolitiche alla sfera sociale.

L’attuazione di queste misure coincide con un momento di estrema vulnerabilità. L’interruzione delle forniture energetiche dal Venezuela – quasi 30.000 barili al giorno, tra il 30 e il 40% del fabbisogno nazionale – ha lasciato Cuba priva di uno dei suoi principali supporti operativi. A gennaio, il Paese ha ricevuto solo 84.900 barili in un’unica spedizione dal Messico, ben al di sotto della media giornaliera di 37.000 barili registrata nel 2015. Il risultato è una profonda crisi energetica, con prolungati blackout, calo della produttività e gravi interruzioni dei servizi di base.

In questo contesto, è necessario riconoscere un’innegabile realtà sociale: lo sfinimento materiale e politico ha portato settori crescenti della popolazione a percepire la pressione esterna – e persino l’intervento – come una possibile soluzione. Questa percezione non deriva dalla fedeltà a una potenza straniera, ma piuttosto dall’assenza di prospettive interne credibili, dal soffocamento del dibattito politico e dalla mancanza di meccanismi efficaci per influenzare la direzione del Paese. Comprendere questa tendenza è essenziale per delegittimarla.

Da una prospettiva di sinistra democratica, affermiamo con chiarezza che nessuna trasformazione emancipativa può derivare da coercizioni esterne. Le grandi potenze non agiscono in nome dei diritti dei popoli, ma piuttosto in nome dei propri interessi strategici. La storia latinoamericana dimostra che la pressione economica e la tutela politica generano dipendenza, frammentazione sociale e nuove forme di subordinazione, non certo democrazia o giustizia sociale.

Ma allo stesso modo, sarebbe politicamente improduttivo attribuire la crisi cubana esclusivamente a fattori esterni. La responsabilità dell’attuale blocco al potere è centrale. Per decenni, si è consolidato un modello di potere altamente centralizzato, con scarsa predisposizione a rendere conto di ciò che fa, ostile al pluralismo politico e sempre più slegato dalle reali dinamiche sociali. La riduzione del socialismo a amministrazione burocratica e controllo politico ha svuotato del suo contenuto il progetto emancipativo che un tempo mobilitava ampi settori della società.

La sovranità non può essere sostenuta solo attraverso il rifiuto delle interferenze straniere. È inscindibile dalla democrazia politica, dai diritti civili e da un’effettiva partecipazione popolare. Quando i cittadini non hanno canali autentici per deliberare, organizzare e contestare le decisioni strategiche, la sovranità diventa una formula retorica amministrata dall’alto.

Le sanzioni, le restrizioni finanziarie e le politiche di isolamento commerciale imposte dagli Stati Uniti sono reali e profondamente dannose. Ma il loro impatto è amplificato da una situazione di stallo interno fatta di rigidità economiche, mancanza di trasparenza, criminalizzazione del dissenso e una cultura politica che confonde la stabilità con la paralisi. Questa situazione complessa spiega perché ampi settori della società non vedano soluzioni che vengano dall’interno del Paese, e finiscano per riporre speranze contraddittorie e disperate in fattori esterni.

Oggi Cuba si trova ad affrontare una crisi a diversi livelli: una popolazione che invecchia di oltre il 20%, pensioni che non coprono il costo della vita, un sistema sanitario in deterioramento, un sistema educativo in declino, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture al collasso e un processo informale di dollarizzazione che esaspera le disuguaglianze. A ciò si aggiunge la continuità della repressione politica, con oltre 1.185 persone incarcerate per aver esercitato diritti fondamentali, che erode ulteriormente la fiducia dei cittadini.

Noi di Socialistas en Lucha (SeL) sosteniamo che il modo migliore per prevenire l’intervento straniero non sia l’inazione, ma una profonda democratizzazione. Solo un’autentica espansione dei diritti politici, il riconoscimento del pluralismo sociale, la legalizzazione delle organizzazioni indipendenti e il ripristino della sovranità popolare possono ricostruire una visione condivisa e restituire legittimità al progetto socialista.

Cuba non si trova di fronte a una scelta tra coercizione esterna e continuità autoritaria. La vera alternativa è tra dipendenza e democrazia, tra amministrazione burocratica e protagonismo popolare.

La nostra posizione è inequivocabile: rifiuto di ogni forma di dominio esterno e opposizione all’ordine interno che ha soffocato la partecipazione sociale. Difendiamo un socialismo democratico, basato sui diritti, sulle decisioni pubbliche e sul controllo popolare del potere.

Né controllo imperiale né chiusura burocratica.

Per la sovranità popolare, la democrazia politica e il socialismo dal basso.

Socialistas en Lucha

Contro la guerra imperialista USA al Venezuela! Intervista a Gonzalo Gómez (Marea Socialista)

 


Riprendiamo da Tempest, organizzazione nella quale sono attivi alcuni compagni della LIS (Lega Internazionale Socialista) negli USA, un'intervista di Anderson Bean a Gonzalo Gómez (Marea Socialista, sezione venezuelana della LIS), avvenuta prima dell'attacco del 3 gennaio.



All’alba del 3 gennaio, le forze armate statunitensi – con 150 aerei da combattimento, elicotteri d'assalto e droni di ultima generazione – hanno lanciato un attacco contro il Venezuela. I bombardamenti hanno colpito il più grande complesso militare del Paese a Caracas, oltre a obiettivi a La Guaira, Miranda e Aragua. Meno di 90 minuti dopo, Nicolás Maduro è stato rapito e portato fuori dal Paese.

In una successiva conferenza stampa, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero «amministrato» il Venezuela fino a quando non si fosse verificata una «transizione sicura», chiarendo la natura neocoloniale di questa transizione. Nella stessa conferenza, Marco Rubio ha chiarito che l'operazione mirava a creare un precedente per tutta l'America Latina, affermando: «Se vivessi all'Avana e facessi parte del governo, sarei preoccupato».

Con questo atto di palese aggressione imperialista, l'amministrazione Trump è entrata in una nuova fase di affermazione imperialista, caratterizzata dall'appropriazione scoperta di territorio, risorse e autorità politica. Il cosiddetto "ordine basato sulle regole" è stato smascherato come una vuota finzione: non viene più nemmeno invocato ed è stato sostituito dall'uso diretto della forza, giustificato da pretesti di comodo come il narcotraffico.

Per l'America Latina, questo non è semplicemente un altro episodio di aggressione, ma una profonda ferita alla dignità regionale e all'autodeterminazione dei suoi popoli, le cui conseguenze si estenderanno ben oltre il Venezuela. L'attuale presidente ad interim, l'ex vicepresidente di Maduro Delcy Rodríguez, ha parlato di «collaborazione e dialogo» con Trump e gli Stati Uniti, da intendersi come un rapporto di tutela e cooperazione con pieno accesso al petrolio. Finora, questo approccio è stato sostenuto dall'intero potere esecutivo, dalla leadership militare e dal PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). Resta da vedere se emergeranno fratture.

È importante notare che Trump sta spingendo per questa "transizione" invece di sostenere Edmundo González o María Corina Machado, perché crede che in questo modo possa garantire maggiore controllo e stabilità ai suoi piani di dominazione coloniale o semicoloniale.

Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha intensificato drasticamente la pressione degli Stati Uniti sul Venezuela. Ciò che è iniziato come sanzioni e minacce retoriche ha assunto sempre più la forma di intimidazioni militari, attacchi marittimi, sequestri di petrolio e accordi segreti, spesso giustificati con il pretesto della "guerra alla droga" o della "sicurezza nazionale". Al momento di questa intervista (prima dell'attacco e del rapimento di Maduro del 3 gennaio), gli Stati Uniti avevano effettuato più di 30 operazioni militari contro navi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, provocando almeno 107 morti.

Allo stesso tempo, Trump ha silenziosamente esteso l'accesso della Chevron al petrolio venezuelano attraverso accordi poco trasparenti nonché discutibili dal lato costituzionale, nonostante la sua amministrazione definisca il Venezuela uno "stato terrorista" e raddoppi la ricompensa per la cattura di Nicolás Maduro.

Questi sviluppi sollevano interrogativi urgenti. Perché gli Stati Uniti stanno intensificando la loro azione? Cosa spiega le contraddizioni tra sanzioni, aggressione militare e continuo sfruttamento petrolifero? In che modo le divisioni interne alla cerchia ristretta di Trump – tra intransigenti sostenitori di un cambio di regime e pragmatici legati al settore energetico – influenzano la politica statunitense? E in che modo Maduro ha utilizzato le minacce statunitensi per giustificare l'intensificazione della repressione interna, in particolare contro i lavoratori, gli oppositori di sinistra e le organizzazioni popolari?

Per aiutare a svelare il significato e le conseguenze delle ultime mosse di Trump – e per chiarire quale dovrebbe essere una posizione indipendente e antimperialista per la sinistra – Anderson Bean di Tempest intervista il comunista venezuelano Gonzalo Gómez di Marea Socialista sulla politica venezuelana e sulle relazioni tra Stati Uniti e America Latina.

Nota: questa intervista è stata realizzata prima degli eventi del 3 gennaio.


Anderson Bean: Trump ha intensificato le sanzioni, schierato una massiccia presenza militare nei Caraibi, autorizzato attacchi letali contro le navi e sequestrato il petrolio venezuelano. Eppure, allo stesso tempo, ha esteso la licenza di Chevron per operare sotto condizioni opache e segrete. Come dobbiamo interpretare questa combinazione di escalation e accomodamento? Cosa c'è di veramente nuovo e cosa rappresenta un'accelerazione dell'attuale politica statunitense?

Gonzalo Gómez: Credo che ci sia un doppio gioco da entrambe le parti. Trump sta usando la carota e il bastone: sono elementi contraddittori che, allo stesso tempo, si combinano dialetticamente per servire i suoi fini e interessi.
Questa situazione sembra anche funzionale al mantenimento del governo di Nicolás Maduro, date le condizioni in Venezuela. La novità, potremmo dire, è l'intensificazione delle azioni militari: il blocco aereo e marittimo, gli attacchi alle imbarcazioni di presunti narcotrafficanti (farò un'osservazione su questo più avanti), e le restrizioni al traffico aereo e alla circolazione delle navi che trasportano prodotti petroliferi venezuelani, ma non della Chevron. Ora affermano anche di aver attaccato un presunto centro di produzione di droga a terra, il che non è chiaro.
Questo rappresenta un aumento della pressione sul Venezuela e sul governo di Nicolás Maduro, principalmente sul fronte militare. Ma queste azioni sono ancora piuttosto limitate e sembrano più che altro volte a creare scenari che obblighino a negoziare con il governo o consentano agli Stati Uniti, e a Trump, di ottenere qualche concessione dal governo di Nicolás Maduro.
Non si tratta ancora di azioni decisive, anche se indicano un intervento o potrebbero essere il preludio a qualcosa di più serio in arrivo. Queste azioni rappresentano, evidentemente, un aumento rispetto alle semplici sanzioni: sia contro figure del regime venezuelano, sia alle sanzioni economiche. Ma sembrano anche essere un messaggio al resto dei paesi dell'America Latina, all'opposizione di estrema destra filoimperialista che chiede segnali all'amministrazione Trump, e al posizionamento degli Stati Uniti sulla scena geopolitica strategica: la sua agguerrita competizione con Cina e Russia e il suo tentativo di impedire a qualsiasi governo latinoamericano di approfondire le relazioni con queste altre potenze imperialiste emergenti, che stanno invadendo la sfera di influenza degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti vogliono riaffermarsi nei Caraibi e riprenderne il controllo. Naturalmente, le condizioni sono cambiate e oggi sono emersi molti governi di estrema destra con politiche neoliberiste assolutamente filoimperialiste. Anche questo è un fattore che offre all'amministrazione Trump l'opportunità di attaccare il governo venezuelano.
Per quanto riguarda la questione dell'opacità, ritengo sia importante sottolineare che, da un lato, i rapporti commerciali con Chevron rientrano nel quadro della cosiddetta – o impropriamente definita – Legge anti-blocco (Ley Antibloqueo), che in realtà non è in alcun modo anti-blocco, ma serve piuttosto a gestire le operazioni, le transazioni e i contratti del governo venezuelano. Ciò che stiamo vivendo in Venezuela è un processo di smantellamento della sovranità, di denazionalizzazione, di avanzamento di accordi con joint venture e di una battuta d'arresto storica per PDVSA nella sua capacità sovrana di produzione petrolifera.
Sebbene PDVSA produca ancora forse più del 50% del petrolio del paese, oggi potremmo dire che Chevron potrebbe rappresentarne un quinto, circa il 20%.
Ciò sembra contraddittorio, perché il paese che attacca militarmente il Venezuela detiene le licenze per una multinazionale statunitense di operare nel paese e consente alle navi che trasportano petrolio Chevron di giungere negli Stati Uniti. Trump, tra l'altro, afferma che il governo venezuelano riceve pochi benefici diretti in valuta estera; che si tratta principalmente di contributi per la manutenzione degli impianti, le operazioni, il supporto tecnico e così via. Ma l'opposizione ha affermato, o si è lamentata, che attraverso negoziati, accordi o il contratto con Chevron, il governo venezuelano ha ottenuto circa quattro miliardi di dollari.
In ogni caso, questo funge da merce di scambio, perché il Venezuela dipende sempre di più dalle compagnie petrolifere statunitensi.
Che Chevron rimanga o meno in Venezuela finisce per essere soggetto a transazioni o concessioni da entrambe le parti, e in ultima analisi funge da strumento in questo gioco tra il governo Maduro e l'amministrazione Trump.
Penso anche che forse il termine "accomodamento" necessiti di un chiarimento: chi sta accomodando? In un certo senso, entrambe le parti si accomodano a vicenda entro le rispettive tensioni, ed entrambe potrebbero essere disposte a fare qualsiasi mossa in base ai propri interessi.
Il governo venezuelano asseconda le pressioni dell'amministrazione Trump perché mantiene i suoi rapporti con la Chevron, pur presentandosi come antimperialista e difensore della sovranità e dell'industria petrolifera nazionale. Tuttavia, mantiene una compagnia petrolifera statale del paese aggressore e dipende da essa per una parte significativa della sua produzione. Quindi, che tipo di antimperialismo è questo?
Potrebbero dire: "È realpolitik", perché la PDVSA non è in grado di produrre quella quantità, e se non lo facesse, ci sarebbero ripercussioni sul popolo venezuelano. Ma, in realtà, non credo che l'estrazione petrolifera venezuelana stia generando condizioni migliori per il popolo venezuelano, perché avvantaggia la burocrazia e un sistema politico che favorisce le élite nazionali, sia del governo che del capitalismo locale.
Nessuno ha parlato della possibilità che il Venezuela prenda in mano la produzione che è affidata alla Chevron, o che cerchi un meccanismo di recupero tecnico e produttivo, come ha fatto in passato. E nessuno sa nulla, perché non c'è modo di controllare cosa viene fatto con la PDVSA, con il petrolio venezuelano e con le aziende che operano in Venezuela.
Un governo rivoluzionario, antimperialista e comunista proporrebbe la nazionalizzazione completa sotto il controllo operaio e sociale, con verifiche di tutte le operazioni, o almeno un piano progressivo per realizzarla. E questo non sta accadendo.
Quindi sì: c'è un compromesso. Sembra che ciò che vogliono sia mantenere quel legame. L'amministrazione Trump è interessata a non lasciare alcuno spazio che possa essere riempito da Cina, Russia, Iran o altri paesi. È anche interessata ad avere informazioni sull'industria petrolifera venezuelana, e la situazione della Chevron glielo consente. È quella la leva che hanno: in qualsiasi momento possono dire: "Non produciamo più" e causare un'improvvisa impasse per il Venezuela.
Il governo di Nicolás Maduro non sembra voler adottare misure preventive contro tutto questo; al contrario, ci espone a una maggiore vulnerabilità all'imperialismo.


AB: Questi attacchi si verificano in un momento di profondo affaticamento in Venezuela: salari al collasso, migrazioni di massa, elezioni irrisolte e dura repressione. A livello internazionale, questi eventi coincidono anche con il declino dell'influenza statunitense in America Latina e con la crescente presenza di Cina, Russia e Iran. Puoi parlarci della tempistica della recente escalation di attacchi contro il Venezuela e del contesto politico e geopolitico di questa escalation?

GG: Credo che ciò stia accadendo in un momento in cui l'imperialismo statunitense, e Donald Trump come capo del governo, stanno cercando di riposizionarsi e recuperare il potere e l'influenza degli Stati Uniti, che stavano diminuendo di fronte all'ascesa della Cina, alla potenza militare della Russia e così via.
E lo stanno facendo con la forza, con i fatti: smantellando il sistema multilaterale e legale internazionale e i trattati internazionali. In altre parole, con un approccio energico, brusco.
Per difendere la sua sfera d'influenza, è curioso che Trump sia disposto ad accettare una pace in Ucraina cedendo territorio alla Russia, senza l'intervento europeo. D'altro canto, le azioni della Cina nei pressi di Taiwan sono evidenti, e gli Stati Uniti si stanno posizionando nei Caraibi come se volessero delimitare aree del pianeta sotto il controllo primario di una o dell'altra potenza. Questo è lo scenario.
Ma la situazione in Venezuela, dal punto di vista degli interessi della popolazione e della classe lavoratrice, non è affatto migliorata con queste azioni e pressioni di Trump. Al contrario: sono servite a irrigidire il governo di Nicolás Maduro, fornendogli pretesti per una maggiore repressione e autoritarismo, e ad attaccare i sindacati al fine di contenere ogni possibilità di lotte interne, rivendicazioni o proteste.
È una repressione diretta anche contro la sinistra di opposizione: non è una minaccia numerica, ma è simbolica, perché questa mette in discussione il carattere "di sinistra", "antimperialista" e "socialista" del governo, sottolineando che si tratta in realtà di un governo autoritario con politiche antioperaie e persino neoliberiste. Questa situazione ha permesso al regime di mantenere la sua retorica e la sua immagine di forza antimperialista agli occhi di alcuni settori del mondo. D'altro canto, le condizioni interne sono peggiorate: ci sono meno libertà democratiche, meno opportunità di organizzazione e azione. E non mi riferisco solo alla pretesa del governo di difendersi dall'opposizione di estrema destra, come María Corina Machado – che sostiene l'invasione del Venezuela e offre agli Stati Uniti tutte le risorse del Venezuela se intervenissero – ma anche ai suoi attacchi ai settori di base, popolari, per aver chiesto qualcosa, per aver detto qualcosa sui social media, per le cose più elementari.
La burocrazia è molto più intollerante oggi di prima, e trova giustificazione nella situazione esterna.


AB: Sembrano esserci delle divisioni marcate all'interno del campo di Trump: una fazione, che include la lobby del petrolio e personaggi come Richard Grenell, è a favore del mantenimento del canale Chevron; un'altra, guidata da Marco Rubio e dai sostenitori della linea dura, in Florida, spinge per l'isolamento totale e un cambio di regime. In che modo queste priorità contrastanti spiegano i cambiamenti imprevedibili di Trump, e cosa ci dicono sui suoi veri obiettivi?

GG: Al di là del fatto che questo riflette settori reali all'interno dell'amministrazione Trump – da un lato, le persone vicine alla lobby petrolifera, e dall'altro coloro che rappresentano l'immigrazione cubana in Florida – credo che Trump faccia da arbitro tra queste due politiche apparentemente contrastanti, e che entrambe siano funzionali al suo approccio del bastone e della carota.
A un certo punto, Grenell arriva, va in Venezuela ed esplora le possibilità di aprire le porte o allentare le restrizioni in cambio di qualche concessione immediata, come il rilascio dei prigionieri americani. E dall'altro lato, Marco Rubio stabilisce dei limiti: le linee che non possono essere oltrepassate, e blocca lo sviluppo delle iniziative di Grenell. Fa parte dello stesso gioco. Non è contraddittorio: finisce per essere funzionale alla politica di Donald Trump, ed è Trump che fa da arbitro.


AB: Il governo Maduro denuncia retoricamente l'aggressione statunitense, ma allo stesso tempo mantiene joint venture con aziende statunitensi ai sensi della Legge anti-blocco, mentre si intensifica la repressione contro lavoratori, sindacati e oppositori di sinistra. Come ha risposto Maduro ai recenti attacchi, e come questo ha influenzato la repressione in Venezuela?

GG: Come dicevamo, l'accerchiamento interventista e tutto ciò che Trump sta facendo hanno portato il governo venezuelano a inasprire le condizioni interne: aumentando la repressione e l'intolleranza e limitando ulteriormente le libertà democratiche. E il movimento sindacale è intrappolato nel mezzo. Il governo si impegna sempre in operazioni di facciata, mette in scena spettacoli – come la "costituente sindacale" – e dice: "Abbiamo tenuto decine di migliaia di assemblee per raccogliere idee dalla classe operaia sulla produzione".
Ma nessuno parla di salari, contrattazione collettiva, libertà sindacali, possibilità di formare liberamente sindacati o di agire. Tutto questo è completamente precluso.
La situazione della Chevron sta seguendo un percorso che non è quello di un governo rivoluzionario dei lavoratori o del popolo. Il governo non parla di ripristinare la produzione incentrata sulla PDVSA con la partecipazione democratica della classe operaia al controllo delle operazioni petrolifere – tecnici, professionisti, ecc. – né di audit sociale. Al contrario: l'opacità di tutte le sue azioni economiche sta aumentando e si cerca sempre più di lavorare con il capitale privato.
Noi di Marea Socialista affermiamo che in Venezuela esiste un "lumpencapitalismo" governato da una burocrazia corrotta che, negli ultimi anni, ha distrutto quanto era stato realizzato nei primi anni della rivoluzione bolivariana.
Questo scenario, contraddittoriamente, è più favorevole al mantenimento del controllo attuale da parte del governo.
E per aggiungere qualcosa: sono state affondate diverse imbarcazioni che Trump afferma appartengano a narcotrafficanti. A volte il governo Maduro afferma che si tratti di pescatori. Ma l'amministrazione Trump non presenta prove o indicazioni, non confisca i beni recuperabili, non espone la droga, né recupera i corpi. Per di più, hanno persino giustiziato presunti sopravvissuti, e queste vittime non hanno un nome.
Come se fossero sardine, non esseri umani. Da dove vengono? Quali sono le loro comunità, le loro famiglie, i loro quartieri? E in Venezuela c'è solo condanna diplomatica: "Hanno affondato alcune delle nostre imbarcazioni, hanno ucciso persone in via extragiudiziale". Giusto, ma dove sono i dati, le liste, i dettagli su quelle persone? C'è una disumanizzazione del conflitto, e ognuno, dalla propria parte, sta contribuendo a ciò in maniera simile. E l'opposizione di destra è terribile, non contesta ciò che sta accadendo. Qualcuno di essi avrà detto di non essere d'accordo con gli interventi USA, ma non María Corina Machado. Quindi sì, hanno affondato alcune imbarcazioni, ma delle persone non si parla davvero.


AB: La mia ultima domanda riguarda quale dovrebbe essere la posizione della sinistra, sia a livello internazionale che in Venezuela. Come può la sinistra opporsi all'aggressione imperialista statunitense e alla violenza extragiudiziale senza schierarsi con un governo autoritario e neoliberista che sta privatizzando il settore petrolifero, imprigionando i leader sindacali e calpestando i diritti democratici? Come si presenterebbe oggi un'alternativa autenticamente antimperialista e dalla parte dei lavoratori?

GG: Dobbiamo avere, prima di tutto, una ferma posizione antimperialista: contro gli interventi, contro ogni possibilità di invasione, contro la violazione della sovranità territoriale del Venezuela. Una denuncia frontale di tutto questo e dei settori che collaborano con l'imperialismo – come quello di María Corina Machado – che sponsorizzano, approvano o rimangono in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo. In realtà, chiedono l'intervento degli Stati Uniti e si offrono di consegnare tutte le risorse del Venezuela. Ciò offrirebbe un futuro uguale o peggiore di quello che abbiamo sotto il governo di Nicolás Maduro.
Questa chiara posizione antimperialista non significa dare sostegno politico al governo di Nicolás Maduro. Dobbiamo continuare a denunciare la sua natura antidemocratica, corrotta e antioperaia, e continuare a rivendicare diritti e libertà per i venezuelani e per la classe lavoratrice: diritti democratici, sociali e sindacali. Dobbiamo esigere un miglioramento delle condizioni di vita. Il governo afferma che c'è crescita economica, ma non sta aumentando gli stipendi né rispettando la Costituzione riguardo al salario minimo. Le persone non possono permettersi il paniere alimentare di base.
Dobbiamo esigere il ripristino delle libertà, la possibilità di organizzarsi e di mobilitarsi. Questo è fondamentale anche per la difesa del Paese: non si può difendere un Paese basandosi esclusivamente sulla volontà di una burocrazia che decide cosa fare del governo e dell'esercito mentre opprime la popolazione e la sottopone a condizioni inaccettabili. Questo crea vulnerabilità all'imperialismo, apre spazio all'estrema destra e alimenta la confusione tra la gente riguardo a coloro che propongono gli interventi dall'esterno come soluzione.
Quindi: né interventismo imperialista né un governo autoritario, oppressore e antioperaio. Dobbiamo rivendicare i nostri diritti, organizzarci e mobilitarci per difenderli, e per poter essere in una posizione migliore per difendere il Paese dall'imperialismo.
Ciò implica anche una politica autenticamente antimperialista e nazionalista nei rapporti commerciali con aziende come Chevron e altre, anche di altre potenze. Bisogna cercare alternative per il funzionamento sovrano e indipendente della nostra principale industria nazionale, sforzandosi al contempo di andare oltre il modello estrattivo.
Oltre a queste questioni interne, dobbiamo lanciare una campagna internazionale duratura e radicata con tutti coloro che concordano nel contrastare l'interventismo statunitense ma che non si allineano al governo di Nicolás Maduro. Per noi di Marea Socialista questo fa parte di una risoluzione approvata al recente terzo congresso della Lega Internazionale Socialista, che abbiamo presentato insieme alle sezioni di Ecuador e Colombia, perché l'aggressione si estende ben oltre il Venezuela.
Proponiamo una campagna di solidarietà internazionale, di mobilitazione e di protesta in ogni Paese possibile contro l'interventismo di Trump. Deve essere sviluppata con la massima forza possibile e deve coinvolgere anche alleati negli Stati Uniti disposti a mobilitarsi contro le azioni e le politiche di Donald Trump, contro la logica guerrafondaia e l'interventismo. Essi devono capire che questa lotta fa parte anche della difesa del popolo americano stesso dagli abusi del loro governo: ciò che il governo fa con l'immigrazione, con i settori più svantaggiati e vulnerabili, con la classe lavoratrice, e così via.
Questo è ciò che deve essere promosso. Dimostrando che questa mobilitazione sarà utile così come le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza da parte di Israele – con la collaborazione dell'amministrazione Trump – si sono rivelate importanti nel contribuire a frenare quanto stava accadendo.
Vorrei concludere ribadendo che siamo contro l'intervento imperialista, contro l'estrema destra filoimperialista e filointerventista, e che la soluzione per il Venezuela non può venire da nessuno di loro. Né risiede nella difesa incondizionata del governo di Nicolás Maduro, che sappiamo già cosa rappresenta per il Venezuela.

Anderson Bean

Lo sciopero e le manifestazioni del 22 settembre per la Palestina

 


La giornata dello sciopero generale per la Palestina, promosso dall'Unione Sindacale di Base, CUB e SGB ha registrato un indubbio successo politico. Le ottanta manifestazioni di piazza tenutesi in altrettante città grandi e piccole hanno visto una partecipazione eccezionalmente ampia. Una partecipazione soprattutto di giovani e giovanissimi, studenti delle scuole superiori e dell'università, che hanno invaso strade e piazze, in diverse centinaia di migliaia, portandovi una carica combattiva radicale.


A Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, persino i dati di partecipazione forniti dalle questure hanno largamente travalicato tutte le previsioni della vigilia. Per fare un solo esempio, la questura di Roma, che aveva previsto una partecipazione di 8000 manifestanti, è stata costretta a dichiarare una partecipazione di oltre 20000 persone.

La pressione di piazza si è tradotta in molteplici azioni dirette e di massa: presidi, occupazione e blocco delle stazioni ferroviarie, di autostrade, di snodi portuali. In alcuni casi la polizia ha caricato e ha fatto arresti (Milano, Bologna), ma nella maggior parte delle situazioni, nonostante le leggi forcaiole sull'ordine pubblico, non sono state in grado né di impedire né di contrastare le azioni di blocco. Anche questo ha misurato la forza delle manifestazioni.

Non solo. La stessa stampa borghese è stata costretta a testimoniare innumerevoli casi di accoglienza solidale delle manifestazioni e delle azioni di blocco da parte di automobilisti, passanti, persone affacciate ai balconi. La bandiera della Palestina ha sventolato ovunque per l'intera giornata.
Il sentimento pro Palestina è plebiscitario nella società italiana. Le ottanta manifestazioni del 22 settembre gli hanno dato un'espressione e un volto.

È vero, il numero effettivo dei lavoratori/lavoratrici in sciopero è stato modesto. La burocrazia CGIL ha apertamente sabotato lo sciopero, temendo una sua riuscita. Per questo venerdì 19 aveva indetto una propria giornata di mobilitazione sul tema Palestina, con caratteri diversificati per territori e categorie: lo scopo evidente dell'iniziativa era disinnescare il rischio che settori importanti della propria base potessero aderire allo sciopero generale del 22 settembre.

Non solo, dunque, la CGIL non ha unito le proprie forze allo sciopero generale, ma ha puntato apertamente sul suo fallimento.
Questa manovra burocratica ha tuttavia mancato il proprio obiettivo sotto diversi aspetti. Nel settore dei servizi, nella sanità, e in particolare nella scuola, un settore importante della base CGIL ha scioperato. A Roma la presenza degli insegnanti in sciopero al fianco dei propri studenti è stata uno degli aspetti più significativi della grande manifestazione. Così come la presenza del personale sanitario in camice bianco nella manifestazione di Napoli.

Ma soprattutto, al di là dei numeri, conta il dato politico. Lo sciopero è stato visto con grande simpatia e sostegno anche da parte di quella maggioranza dei salariati che non vi ha partecipato. Prima di tutto dalla base di massa della CGIL, che si è identificata nella marea di giovani discesa nelle strade nel nome della Palestina. La sproporzione tra l'iniziativa in sordina del 19 e il successo di immagine dello sciopero del 22 è stata enorme. Uno smacco bruciante per l'apparato CGIL. Prova ne sia che per l'intera giornata del 22 la direzione della CGIL è stata muta, senza una sola parola di commento su quanto stava accadendo.

Ora, dopo il grande successo di immagine e di partecipazione alle manifestazioni, l'esigenza di un vero sciopero generale, unitario, di massa, contro lo Stato sionista, contro il governo italiano che lo sostiene, e per la liberazione della Palestina, assume un carattere ancora più evidente.

La giornata del 22 settembre pone a tutti la responsabilità di una prospettiva e azione di fronte unico. La burocrazia CGIL, dopo la magra figura, vorrebbe parlar d'altro per medicare la ferita. La direzione di USB vorrebbe lustrare il proprio successo d'immagine in chiave autocentrata. Ma a nessuno deve essere consentita la via di fuga. La marea di giovani scesa in piazza si attende una continuità della propria azione. I fatti tragici di Palestina, e la complicità del governo italiano, pongono ogni giorno di più tale necessità. Il tema stesso dello sciopero politico per la Palestina è ormai sdoganato e legittimato nella percezione di massa, così come il tema del blocco totale nei porti ed aeroporti di ogni trasporto d'armi, di ogni traffico commerciale con Israele.

Unire le forze in questa direzione, al di là di ogni steccato divisorio, è il compito del momento. Il PCL si batterà ovunque con questa parola d'ordine, assieme alla rivendicazione più generale della liberazione della Palestina dal sionismo e dall'imperialismo.
La grande manifestazione nazionale convocata unitariamente da tutte le organizzazioni palestinesi per il 4 ottobre a Roma sarà in questo senso un appuntamento centrale.

Partito Comunista dei Lavoratori

In Gran Bretagna scioperano gli infermieri. Non accadeva da 106 anni

 


Gli infermieri britannici hanno votato a favore di un proprio sciopero generale contro il nuovo governo conservatore. Lo sciopero sarà attuato entro la fine dell'anno e si annuncia duro. Nei suoi 106 anni di storia è la prima volta che il sindacato di categoria del personale sanitario (RCN, Royal College of Nursing) promuove uno sciopero in Gran Bretagna. Al centro della piattaforma una forte rivendicazione salariale.


Lo sciopero ha un impatto politico, non solo sindacale. La Gran Bretagna sta attraversando una durissima crisi economica e sociale. Il nuovo premier di recentissima nomina Rishi Sunak sta predisponendo in questi giorni una legge finanziaria di lacrime e sangue, fatta di tagli alla spesa pubblica, per rimontare il crollo della sterlina. Il ministro della sanità Steve Barclay ha drammatizzato la convocazione dello sciopero annunciando un imprecisato intervento d'emergenza contro i lavoratori e le lavoratrici. Di certo nulla cozza contro la politica dei conservatori più di una domanda di investimento nella sanità pubblica e nei salari di chi ci lavora.

L'aspetto interessante della situazione inglese sta nella propagazione degli scioperi salariali in diversi settori proprio nel momento della massima crisi di direzione politica dell'imperialismo britannico e della sua stessa monarchia. È un esempio per la classe operaia italiana, e un monito al governo Meloni. Ma anche uno schiaffo all'inettitudine vergognosa della burocrazia sindacale di casa nostra, disposta a inginocchiarsi persino di fronte a un governo a guida postfascista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Sant'Elena di Gorbaciov

 


La morte ha riportato la figura di Michail Gorbaciov fuori dai gorghi dell’oblio ai quali era condannata da molti anni.

Anche così, però, la palude delle banalizzazioni di ogni tipo non si è prosciugata, proponendo stereotipi del tutto improduttivi: o eroe della Perestrojka e della democrazia o il Bruto che ha pugnalato la “patria socialista”. Occorre, invece, usare categorie interpretative meno puerili e fragili.

Certo la figura di Gorbaciov è quella di un personaggio non insignificante, ma essa non poteva venire alla luce senza la presenza di forze e di processi collettivi, come del resto avviene in generale nella storia.
Lo scenario è quello del collasso del sistema burocratico, non solo russo, ripudiato non da un killer truculento, incarnazione dell’ala dell’apparato più spudoratamente restaurazionista (la fazione Butenko) ma da un burocrate illuminato sostenitore di un sistema politico (socialista?) dal volto umano.
In realtà Gorbaciov e le vicende del suo tempo sono l’epifenomeno della contraddittorietà e della fragilità del sistema politico burocratico, con il rovinoso tramonto del sogno, folle e antistorico, del socialismo realizzato “in un solo paese”.
Anche lo straordinario acume di Trotsky non aveva prodotto una brillante profezia storica ma aveva colto materialisticamente le radici di quella mostruosa degenerazione prodotta da una crisi profondissima del movimento operaio internazionale.

In Russia gli equivoci di un’economia statalizzata ma governata non da un reale potere proletario ma da una casta parassitaria di burocrati, sfociarono, nel quadro più generale del collasso del movimento operaio internazionale, in un dramma collettivo.
I burocrati con il passare del tempo non si rassegnavano a essere più gli amministratori delegati dell’economia ma si apprestavano a volerne diventare i titolari a pieno titolo, con la restaurazione di rapporti produttivi capitalistici.
La crisi storica della burocrazia era a quel punto irreversibile, e i suoi sbocchi erano di segno chiaramente repressivo. Essa era favorita non solo dall’estrema debolezza del proletariato russo ma anche da un contesto internazionale di segno conservatore e talvolta reazionario. Nei paesi imperialisti quegli anni videro l’ascesa dell’eurocomunismo, con il quale le burocrazie dell’Europa occidentale cercavano di sdoganarsi e di candidarsi a forza di governo pienamente integrate con il quadro borghese. Negli Stati Uniti si manifestavano allo stato embrionale i segni di una chiara parabola reazionaria che, partendo dalla candidatura populista di Ross Perot, sarebbe sfociata dopo un percorso di decenni nel trumpismo. Nei paesi dipendenti il quadro internazionale registrava non solo la nascita di repubbliche islamiche ferocemente reazionarie, ma anche le prime significative manifestazioni del fondamentalismo islamico che toccavano la crisi afghana per riflettersi poi nel Caucaso sotto il controllo russo.

Il tentativo di Gorbaciov si sviluppava dentro questo perimetro internazionale. La sua debolezza consisteva, fondamentalmente, nel non potere contare sul sostegno di nessuna delle due classi fondamentali presenti nella società.
L’esperienza di Gorbaciov era destinata ad una rapida liquidazione. La crisi della burocrazia ne aveva favorito la nascita, la sua indeterminatezza sulle questioni di fondo ne provocò il rapido declino. E con questo declino, il rapido tramonto della figura di Gorbaciov sostituito alla guida della morente URSS prima da quella dell’avventuriero Boris Eltsin, poi dagli embrioni di un nuovo soggetto dominante composto da grandi burocrati rapidamente (inaspettatamente) trasformatisi in grandi capitalisti supportati da un apparato militare e poliziesco di cui Vladimir Putin avrebbe poi assunto il pieno controllo.

Quella di Gorbaciov fu dunque la fugace parabola di una meteora che aveva brillato di una luce intensissima quanto effimera per poi avere in destino il pennacchio del premio Nobel per la pace mentre essa si inabissava nella polvere dell’oblio politico.
Il dio della storia, per come Hegel ne aveva parlato nella Fenomenologia dello spirito, si serve spesso di figure simbolo che utilizza per realizzare i suoi progetti, e che poi rimuove ed emargina condannandoli ad un feroce oblio. Napoleone Bonaparte finì i suoi giorni a Sant’Elena, Gorbaciov ebbe una sorte molto simile. I suoi paladini ne presero subito le distanze per integrarsi rapidamente nell’apparato borghese, come avvenne anche in Italia con i vari Occhetto e D’Alema, autori di una politica di pesanti attacchi ai lavoratori e capace di produrre i bombardamenti della guerra in Jugoslavia. Ciò ci dà l’occasione di riflettere sulla meschinità di Marco Rizzo, che in occasione della morte di Gorbaciov ha impunemente confessato di avere stappato una bottiglia di champagne messa in frigo nel 1991. Ma lo stesso Rizzo in quel periodo era anch’esso intruppato nella schiera dei guidatori della rivoluzione, imboscato nelle poderose armate a servizio dei vari governi italiani di centrosinistra.

Cosa dire, dunque, ricordando la figura di Gorbaciov fuori e contro la marea di un interessato senso comune, e anche questo brilla per le sue caratteristiche genetiche di segno conservatore? Contro questo interessato senso comune appare chiaro che il disegno di Gorbaciov si è rivelato del tutto inadeguato a realizzare l’ardita riforma della Perestroika. La minaccia innescata dall’addio di questa politica ha provocato uno scoppio nelle mani di un apprendista stregone. I fatti hanno così confermato quello che Trotsky aveva visto così chiaramente nei tragici anni che portarono il nazismo al potere: l’irriformabilità della burocrazia. Ciò non sulla base di un astratto presupposto ideologico ma su quella della considerazione dell’ampiezza e della profondità degli interessi materiali propri del sistema di potere burocratico, sempre arroccato tenacemente nella difesa dei suoi luridi privilegi.

La storia non ha visto solamente il fallimento clamoroso di Gorbaciov: la crisi ungherese e il fallimento della politica di Imre Nagy e la sconfitta in Cecoslovacchia della primavera di Dubcek hanno, in certo qual modo, precorso la catastrofe della Perestroika.
In realtà solo una rivoluzione politica socialista può battere i regimi burocratici in senso progressivo e impedire che sulle loro macerie venga restaurato, come puntualmente avvenuto, il capitalismo.

L’ambiguità della politica di Gorbaciov e la sua tragica impotenza si sono ancor più rivelate in occasione della morte dello stesso alfiere della Perestroika. Putin, che pure è il principale beneficiario degli sviluppi della politica innescata da Gorbaciov, si è ben guardato dal concedere gli onori connessi ai funerali di stato allo stesso Gorbaciov, che anche da morto si trova in mezzo al guado che separa la riconoscenza e l’oblio.
In realtà con il fallimento della Perestroika, la restaurazione del capitalismo e la nascita di un neoimperialismo russo, le contraddizioni di quella società non si sono attenuate, anzi sono ancora più laceranti al di là della consapevolezza che ne hanno le masse lavoratrici.
Sta ai marxisti rivoluzionari russi, una piccola ma coraggiosa avanguardia, il compito di mettere in moto una dinamica diversa. Ciò può avvenire solo se nel resto dell’Europa e del mondo la costruzione di una internazionale marxista trarrà tutte le conseguenze dal fallimento della Perestroika e saprà costruire la necessaria risposta rivoluzionaria.

Pino Siclari

Landini per Draghi

 


ll Segretario della CGIL si allinea al coro padronale a sostegno di Draghi

“Abbiamo bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni” dichiara Maurizio Landini. Sul quotidiano La Repubblica che gli chiede se questo significa una difesa di Draghi, il segretario si schermisce dicendo che non è suo compito entrare nel merito della crisi politica. Ma ci tiene a ribadire ripetutamente lo stesso concetto per evitare che non venga inteso: “Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni”. È il mantra di Landini in queste ore. Chiunque non sia scemo o ipocrita capisce che il suo significato è uno solo: la burocrazia CGIL offre sponda al governo (tuttora) in carica e al suo Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui tutte le organizzazioni dei capitalisti stanno facendo campagna a sua difesa.

Perché le organizzazioni padronali si stiano spendendo per Draghi è sin troppo chiaro: difendono il nuovo pacchetto di miliardi targati PNRR in arrivo nelle loro tasche, l’impegno a tagliare il cuneo fiscale a carico dell’erario pubblico (cioè delle lavoratrici e dei lavoratori) per scongiurare rivendicazioni salariali, una delega fiscale che promette la cancellazione definitiva dell’IRAP (che oggi finanzia la sanità pubblica), un DDL Concorrenza che estende liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, l’aumento annunciato delle spese militari con tanto di laute commesse per l’industria di guerra tricolore... Draghi è il più autorevole garante di tutto questo, in Italia e in Europa. Perché non dovrebbe riscuotere il plauso corale del capitale?

La ragione invece per cui la CGIL senta il bisogno di associarsi alla campagna dei capitalisti si può spiegare solo in un modo: la subalternità della burocrazia sindacale alla classe dominante e ai suoi interessi di stabilità e governabilità. Che determina non solo l’assenza di una piattaforma di lotta generale attorno alle ragioni del lavoro (assieme alla convergenza su rivendicazioni centrali della piattaforma confindustriale, come sul cuneo fiscale), ma anche l’allineamento della CGIL alla santificazione di Draghi come uomo della “salvezza nazionale”. Nonostante il fatto (oltretutto) che l’attuale governo, come e più dei governi borghesi precedenti, abbia relegato le burocrazie sindacali in anticamera, privandole di uno spazio reale di concertazione, e prendendole regolarmente a schiaffi. Evidentemente la governabilità del sistema capitalista per Maurizio Landini è un valore superiore allo stesso prestigio della burocrazia sindacale.

È il caso di dire che ciò che manca alle lavoratrici e ai lavoratori non è il governo dell’avversario, ma un proprio sindacato. Un sindacato che stia dalla parte del lavoro, in contrapposizione a ogni governo padronale (sia esso Conte o Draghi). “Un sindacato nel pieno delle sue funzioni”, innanzitutto quelle più elementari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nuovo libro. 'Stalin e il PCI. Tra mito e realtà'

 


È uscito un nuovo libro di Marco Ferrando dal titolo Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, Red Star Press editore. Il testo precedente dell'autore (Cento anni. Storia e attualità della rivoluzione comunista), anch'esso edito da Red Star Press, si soffermava principalmente sull'attualità del marxismo rivoluzionario e del suo programma fondamentale in rapporto alla crisi del capitalismo. Il nuovo libro affronta il tema da un'angolazione diversa: la storia del movimento operaio e comunista in Italia, nella sua connessione con lo stalinismo.


Lo stalinismo non è riducibile alla figura di Stalin, e neppure alla sola storia dell'URSS. Esso non solo ha dominato – lungo l'arco di mezzo secolo – un ampio settore del movimento operaio mondiale, e i movimenti di liberazione nazionale contro l'imperialismo in Asia e in Africa, ma ha anche determinato, per i suoi effetti diretti e indiretti, larga parte della storia successiva al proprio crollo. La caduta del Muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in Russia e in Cina per mano delle loro burocrazie dirigenti, la nascita per questa via di nuove potenze imperialiste con i loro enormi riflessi su scala internazionale, sono inseparabili in ultima analisi dalla parabola storica del fenomeno staliniano. Non riguardano solo il passato ma il presente, inclusi i nuovi venti di guerra.

Così è stato per il movimento operaio. Le sedimentazioni dello stalinismo permangono non solo nelle organizzazioni e nei partiti che si rifanno apertamente al suo mito, ma anche nell'immaginario di settori dell'avanguardia di classe, politica e sindacale. Nel loro linguaggio, nella loro lettura del mondo (basta pensare al campismo), nella loro impostazione politica e strategica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove ha operato per sessant'anni il partito staliniano con la maggiore influenza di massa dell'intero Occidente capitalistico, il Partito Comunista Italiano.

La cultura del PCI, nei suoi diversi frammenti, è infatti sopravvissuta al partito. Ha smarrito la propria organicità ma non il proprio vocabolario. La “Costituzione nata dalla Resistenza” (invece che dal suo tradimento), la “sovranità nazionale dell'Italia” (cioè dell'imperialismo di casa nostra), i blocchi “progressisti” e di governo con la borghesia liberale, il feticcio della democrazia borghese e dello Stato, le illusioni sull'ONU e la diplomazia mondiale, lo stesso minimalismo rivendicativo sul piano politico e sindacale (inclusa l'estraneità alla tradizione più radicale della lotta di classe sul terreno dell'azione e dell'autorganizzazione di massa) sono tutti ingredienti della tradizione del PCI e della lunga egemonia che questa ha esercitato a sinistra, persino a sinistra del PCI. Non è un caso se tali posture, ben oltre il PCI, hanno dominato in varie forme negli ultimi trent'anni la politica e il pensiero delle sinistre cosiddette radicali. Anche di quelle che dovevano “rifondare”.

Questa cultura riformista non germinò spontaneamente, o per fattori casuali. Si affermò in un drammatico scontro politico con la cultura precedente del movimento operaio italiano, quella del PCd'I delle origini, e di parte dello stesso Partito Socialista Italiano dei primi anni '20. Una cultura classista, internazionalista e rivoluzionaria, che aveva segnato ampi settori di massa del proletariato del primo '900 e che aveva trovato il proprio sbocco più conseguente nella fondazione del PCd'I a Livorno, quale sezione dell'Internazionale Comunista. Non senza incrostazioni iniziali di estremismo, come nella impostazione bordighiana, ma su una base coerentemente rivoluzionaria. Una base programmatica e di principio su cui si innestò la riflessione ed elaborazione di Antonio Gramsci, nel segno di un'adesione compiuta al bolscevismo. Le Tesi di Lione del terzo congresso del PCd'I (1926) sancirono tale patrimonio, quello che il togliattismo pochi anni dopo avrebbe liquidato.

Certo, il PCI nacque dal PCd'I, ma come sua negazione. Nacque cioè dalla distruzione del PCd'I delle origini – prima di Bordiga e poi di Gramsci – attraverso la sua assimilazione allo stalinismo. L'espulsione “per trotskismo” nel 1930 di metà del suo Ufficio Politico (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) per volontà di Togliatti, con l'appoggio determinante di Longo e di Secchia, fu il passaggio decisivo di tale svolta. Riflesso in Italia della deriva del Comintern.

Stalin e il PCI. Tra mito e realtà ricostruisce la genesi e l'evoluzione dello stalinismo italiano lungo l'intera parabola del PCI, sino alle soglie della sua dissoluzione dopo il crollo del Muro di Berlino. Distingue la passione delle generazioni operaie che vi militarono dalla politica controrivoluzionaria della sua burocrazia dirigente. Rivela in particolare il vero ruolo del cosiddetto stalinismo di sinistra (Pietro Secchia) nella copertura determinante della politica di Togliatti in tutti i suoi passaggi determinanti: dall'appello ai “fratelli in camicia nera” del 1936 ai governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, De Gasperi; dal disarmo partigiano alla ricostruzione capitalistica; dal voto decisivo all'articolo 7 in Costituzione all'amnistia per gli aguzzini fascisti, sino alla svendita del grande sciopero generale del 14-16 luglio 1948. Una politica che spianò la strada alla disfatta degli anni '50, alla lunga stagione della vendetta padronale e della reazione anticomunista, sino alla ripresa del movimento operaio degli anni '60 e alla sua nuova subordinazione alla borghesia col compromesso storico berlingueriano del successivo decennio, quello che segnò l'inizio della fine del PCI, assieme al lungo riflusso del movimento operaio. Prima il craxismo, poi la seconda Repubblica, saranno la sua risultante.

Nel ricostruire passo dopo passo la parabola storica del PCI, il libro chiarisce la sua connessione con la degenerazione staliniana dell'intero movimento comunista internazionale. Contro ogni teoria immaginifica della cosiddetta “autonomia” del PCI, teorizzata sia dagli apologeti del togliattismo sia, per ragioni opposte, dagli eredi di Secchia. Gli uni per nobilitare il riformismo nazionale del PCI quale partito di governo e costituzionale, gli altri per rivendicare un presunto ruolo rivoluzionario di Stalin che il XX congresso del PCUS avrebbe colpevolmente rinnegato. In realtà tutte le scelte di fondo del PCI dagli anni ''30 agli anni '60 furono in stretta connessione con gli indirizzi controrivoluzionari della burocrazia sovietica, a partire dalla svolta di Salerno.

Al tempo stesso, fu proprio l'integrazione profonda nello Stato borghese che quel corso politico avviò nel dopoguerra a gettare le basi della lunga socialdemocratizzazione del PCI, del partito delle cooperative, degli assessori, delle aziende pubbliche, dominato sempre più dal proprio appetito di governo del capitalismo italiano piuttosto che dalla propria subordinazione a Mosca. Lungo un processo incompiuto che solo il crollo dell'URSS riuscirà a liberare, sino allo scioglimento del PCI. Uno scioglimento che rappresentò la confessione postuma del partito, più che il suo tradimento.

Ricostruire questo tragitto storico con ampia e argomentata documentazione, come fa il libro, non è un esercizio storiografico, ma una necessità politica per chi voglia rilanciare oggi un progetto marxista rivoluzionario, in Italia e su scala internazionale. La storia degli ultimi trent'anni ha dimostrato che senza fare i conti con la tragedia politica staliniana non si può costruire una storia nuova dei comunisti. Perché ci si imbatte a ogni passo nel suo lascito. Il governismo che ha ucciso Rifondazione Comunista trascinandola nel voto alle missioni militari, alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, non è uno spiacevole incidente ma l'eredità di una storia. Peraltro già l'esperienza degli anni '40, come quella degli anni '70, aveva dimostrato che senza un bilancio dello stalinismo (inclusa la sua variante maoista) non era possibile costruire a sinistra del PCI una direzione alternativa del movimento operaio. A maggior ragione non sarebbe possibile oggi in condizioni assai più difficili, dopo un'enorme dispersione di forze e una sconfitta profonda.

Più in generale, i nuovi tempi di ferro e di fuoco che investono il mondo non possono essere affrontati col retaggio della vecchia cultura riformista, col peso ingombrante della sua zavorra. Richiedono il recupero della tradizione rivoluzionaria, che è condizione necessaria del suo stesso aggiornamento e sviluppo. La tradizione di Lenin e di Trotsky, di Antonio Gramsci e di Pietro Tresso, quella che oggi vede nel successo del trotskismo in Argentina presso importanti settori di classe e di massa la misura di un nuovo spazio di rilancio del marxismo rivoluzionario.

Vi sono anche in Italia alcune migliaia di giovani che cercano in qualche modo, seppur in forme diverse, il filo rosso del leninismo. Che sentono l'esigenza di non limitarsi alla routine dell'antagonismo, di riconoscersi in un progetto complessivo, di ritrovare le radici di tale progetto nella grande storia del movimento operaio, di formarsi come quadri leninisti nello studio serio di questa storia. Studio che è incompatibile coi falsi miti e con la retorica della menzogna, con la rimozione della memoria storica e della sua verità. La costruzione di un partito rivoluzionario non può fare a meno di questa risorsa preziosa. 
È a questi giovani, innanzitutto, che il libro intende rivolgersi.