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Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

La crisi di Cuba

 


I movimenti di protesta e le loro contraddizioni. Chi sono i veri amici della rivoluzione cubana?

Chi cerca nei complotti esteri le ragioni delle manifestazioni a Cuba confonde piani diversi. L'imperialismo cerca di usare a proprio vantaggio, con spregiudicatezza e cinismo, ogni fatto politico, provando a indirizzarlo per i propri fini. Ci si può aspettare qualcosa di diverso da chi invoca la libertà a Cuba nel mentre la strangola con un embargo criminale nel pieno della pandemia?
Ma i movimenti che hanno attraversato l'isola non sono una fabbricazione a comando della CIA, che fortunatamente non ha questo potere. Nascono da una crisi reale e profonda ed esprimono pulsioni diverse, talvolta opposte tra loro. Non vedere questa realtà complessa significa precludersi la capacità di capire. E precludersi la capacità di capire significa posizionarsi in modo sbagliato, al di là delle migliori intenzioni.
Certo, è più semplice ricalcare schemi consunti, magari opposti, per onorare le proprie tradizioni ideologiche: come quelli che denunciano (sempre) la “controrivoluzione” o applaudono (sempre) la “rivoluzione”, in entrambi i casi pregiudizialmente. Noi preferiamo proporre una chiave di lettura diversa, che cerca di cogliere le contraddizioni di una dinamica in atto, partendo dalla realtà. Non la realtà che vorremmo ma quella che è.

La crisi che investe Cuba è tremenda. Pari a quella che la colpì dopo il crollo del muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in URSS e la fine del suo appoggio economico. Il Pil è caduto nell'ultimo anno dell'11%. Il turismo è crollato, e con esso il principale ingresso di valuta straniera. Prodotti cubani di esportazione come il nichel hanno subito una caduta verticale sul mercato mondiale, in connessione con la grande recessione capitalistica. La pandemia dilaga, a fronte di un tasso di vaccinazione obiettivamente molto modesto (15%).
L'embargo imperialista moltiplica i propri effetti sulla condizione popolare. L'inflazione è fuori controllo colpendo i già bassi salari, sia nel settore pubblico che nel settore privato. I beni di prima necessità scarseggiano, il mercato nero si allarga, l'elettricità è razionata. La risultante d'insieme è una pesante caduta delle condizioni di vita, e un aggravamento altrettanto pesante di disuguaglianze sociali già ampie.

Le proteste sociali riflettono questa realtà, più che sufficiente a spiegarle. Il cambio di governo, con il ritiro di Raul Castro e l'avvento di un giovane burocrate senza carisma e connessione sentimentale col popolo – Miguel Díaz-Canel – ha avuto anch'esso probabilmente un ruolo complementare.
Ma la ragione prima dei movimenti è materiale e sociale. La loro composizione va ben a di là del ristretto confine di ambienti intellettuali tradizionalmente dissidenti, spesso legati all'imperialismo. Coinvolge settori importanti di popolazione povera e della gioventù. Il raggio della protesta è stato ben più ampio che nel 1994, quando aveva investito solo L'Avana: ha coinvolto diverse città ed anche piccoli paesi a tutte le latitudini dell'isola. È dagli anni della rivoluzione, senza ombra di dubbio, il principale movimento che abbia attraversato Cuba.

Il movimento contesta il governo e/o le sue politiche, seppur da versanti diversi e con finalità opposte, come vedremo. Questo fatto obiettivo va spiegato. Non dipende unicamente dal ruolo politico centrale del governo cubano, dentro una struttura piramidale dello Stato fortemente verticalizzata, in cui le responsabilità politiche sono tutte concentrate in un'unica struttura di comando, senza democrazia reale per i lavoratori e per le masse. Perché a Cuba in sessant'anni dalla rivoluzione non è mai esistito nulla di nemmeno lontanamente simile alla democrazia sovietica prima dello stalinismo, ma solo elezioni a lista unica, plebisciti con un costante e preordinato 99% di favorevoli e voti sempre unanimi nelle strutture istituzionali.
Questo fatto dipende anche dalle politiche che il governo ha condotto nell'ultimo decennio, e dalle loro conseguenze sociali, dirette e indirette. Innanzitutto le politiche di apertura al capitalismo e all'imperialismo.

Sia chiaro: Cuba è tuttora un'economia fondata su rapporti socialisti di proprietà, grazie alla grande rivoluzione del 1959-1960. Grazie a questi rapporti di proprietà ha garantito per lungo tempo vantaggi sociali alla popolazione povera senza paragoni col resto dell'America Latina, e non solo. Chi oggi vede a Cuba un paese (già) capitalista ignora la permanenza di una prevalente economia di piano, del monopolio prevalente del commercio estero, della proprietà statale delle banche e dei principali mezzi di produzione. Ma possiamo limitarci a registrare questa realtà senza vedere i processi di trasformazione che la stanno minando, e di cui il governo cubano è massimo responsabile?

L'ultimo decennio ha visto moltiplicarsi le misure di liberalizzazione controllata dell'economia cubana in direzione del mercato capitalista. Non parliamo della progressiva legittimazione della piccola proprietà (i cuentopropistas) nel campo del piccolo commercio e delle professioni liberali, misure per molti aspetti inevitabili in una economia isolata e assediata. Parliamo di altro: lo sviluppo delle imprese miste pubblico-private; gli oltre cento contratti stipulati con grandi imprese capitaliste nel campo delle importazioni ed esportazioni, con il relativo indebolimento del controllo pubblico sul commercio estero; l'allargamento dell'autonomia delle imprese statali a scapito del piano; una riforma dell'ordinamento monetario con tassi di cambio diversi tra settore pubblico e privato, in funzione del rafforzamento delle esportazioni, ma pagando il prezzo di una inflazione interna crescente; il taglio delle spese pubbliche per i servizi sociali e la ricerca scientifica, a vantaggio degli investimenti immobiliari nel turismo; la riduzione drastica dei sussidi sociali alla popolazione povera; una politica salariale fondata sugli incentivi in base alla capacità di esportazione delle aziende statali (l'azienda che più esporta paga salari migliori), con disuguaglianze crescenti tra i lavoratori all'interno stesso del settore pubblico. Una modifica del Codice del lavoro (una sorta di Statuto dei lavoratori) che allunga l'orario a nove ore nel settore pubblico, e sino a dodici nel settore privato.
L'insieme di queste politiche non ha spostato di un grammo l'ostilità dell'imperialismo verso Cuba. In compenso ha prodotto un disastro: da un lato ha rafforzato il peso materiale degli interessi capitalistici e restaurazionisti nell'economia cubana; dall'altro ha indebolito progressivamente la stessa riconoscibilità della rivoluzione agli occhi della giovane generazione. Nell'un caso e nell'altro a tutto vantaggio dell'imperialismo, il peggior nemico di Cuba.

La difesa della rivoluzione cubana contro la restaurazione capitalista non è per noi in discussione. Ma la restaurazione ha più facce e canali di sviluppo.
Ha la faccia impresentabile dell'imperialismo USA, della feccia di Miami, degli eredi dei vecchi padroni espropriati dalla rivoluzione che sognano di riprendere le loro “legittime” proprietà, e che dunque puntano al rovesciamento del regime.
Ma ha anche il volto di quella burocrazia di regime che nel nuovo quadro mondiale vede inevitabile una restaurazione capitalista, e perciò stesso la vuole controllare e dirigere per non perdere il proprio potere politico. È il modello cinese, o se vogliamo vietnamita, quello per cui la burocrazia si trasforma progressivamente in nuova classe proprietaria attraverso un processo graduale gestito dall'alto. Del (falso) socialismo restano le bandiere e “il partito”, comodo bersaglio delle propagande anticomuniste. Ma dietro la facciata di un potere stalinista immutato ha trionfato in realtà la controrivoluzione borghese, con la relativa distruzione di tutte le conquiste delle rivoluzioni.
Allora difendere la rivoluzione cubana non è solo contrapporsi agli USA e al loro embargo criminale. È anche opporsi a una burocrazia che antepone i propri interessi e aspirazioni sociali agli interessi dei lavoratori e della rivoluzione.

I diversi interessi presenti nella società cubana si sono affacciati nelle proteste popolari con tutto il carico delle loro contraddizioni. Nei movimenti di questi giorni a Cuba c'è di tutto, ma proprio di tutto.
C'è un settore di popolo (non maggioritario, pare) che grida “Patria y vida” in funzione apertamente anticomunista e reazionaria, o che addirittura rivendica un intervento statunitense nell'isola, una seconda Baia dei Porci, questa volta vincente, che consegni Cuba ai suoi padroni di un tempo, oppure a quello strato di piccola e media borghesia cubana che sogna di diventare grande allagando il proprio raggio di affari. “Libertà” in bocca a tanti cuentopropistas è solo la libertà di far profitto, sulla pelle dei lavoratori e della maggioranza della società.
Ma c'è anche un settore di lavoratori, di giovani, di popolazione povera, che protesta per una ragione sociale esattamente opposta. Che vuole recuperare le protezioni sociali smantellate, difendere la giornata di otto ore, contrastare le disuguaglianze crescenti, rivendicare la libertà di organizzazione della classe operaia a partire dai suoi diritti sindacali, mutare la rotta degli investimenti pubblici a favore dei servizi sociali e non del turismo, controllare la produzione e distribuzione dei beni di prima necessità, magari per impedire che i (pochi) negozi della burocrazia dispongano di ogni bene – accessibile a chi paga in dollari – mentre i negozi dei rioni popolari presentano scaffali vuoti.

Lo stesso regime, obtorto collo, è stato costretto a riconoscere nella protesta popolare la presenza di questi “compagni confusi” ma legati alla rivoluzione, come ha voluto definirli. È la misura del fatto che non pochi iscritti del Partito Comunista Cubano sono scesi in strada a protestare, portandovi la richiesta di “un vero socialismo”.
Il regime pratica nei loro confronti la politica del bastone e della carota. Da un lato simula la postura del dialogo, con Díaz-Canel che va in una piazza a parlare coi manifestanti, a uso telecamere. Dall'altro arresta i portavoce del blog Comunistas, esponenti di Joven Cuba, militanti del LGBT, con l'obiettivo di decapitare preventivamente un possibile riferimento alternativo. Ma così arresta gli unici amici veri della rivoluzione cubana, quelli che difendono con le unghie e coi denti le sue conquiste sociali, quelli che realmente lottano contro la restaurazione del capitalismo. È la prova che difendere la rivoluzione cubana vuol dire opporsi alla burocrazia che passo dopo passo la sta liquidando. E che, al contrario, ridursi a fare il verso alla propaganda del regime è il miglior modo di spianare la strada alla reazione. Come tante volte è accaduto nella storia, vedasi il 1989.

Sì, le proteste di questi giorni a Cuba sono confuse, contraddittorie, spurie. È questa una ragione di scandalo? Niente affatto. È anzi la misura del carattere autentico del movimento popolare. Quando il movimento è di popolo, vi si affacciano tutti i volti sociali della massa, i loro compositi interessi, le loro ideologie, le loro domande. Vale per le controrivoluzioni, come quelle che hanno dominato il crollo dell'URSS e dell'Est europeo, riconsegnati ai capitalisti (i vecchi burocrati del giorno prima) con tanto di plauso popolare. Vale anche all'opposto per le rivoluzioni, come quella che in piazza Tienanmen si oppose alla burocrazia cinese con un mare di giovani e di operai che cantavano anche l'Internazionale, e per questo fu schiacciata nel sangue, accelerando il corso della restaurazione. Chi sogna rivoluzioni o controrivoluzioni socialmente e ideologicamente omogenee ha poca familiarità con la storia reale, come insegnava Lenin. Tutto sta nel riconoscere il tratto prevalente di una dinamica, la sua direzione di marcia.

Nel crogiolo della protesta cubana degli ultimi giorni non è (ancora) emerso un tratto dominante né in una direzione, né in un'altra. Né in direzione della controrivoluzione, nonostante l'indubbia presenza di forze controrivoluzionarie, né in direzione della rivoluzione, nonostante la presenza di molti comunisti e socialisti sinceri. Chi vuole imbalsamare anzitempo il processo reale con categorie univoche e rassicuranti si accomodi. Non è il nostro caso.

In compenso sono chiare le parole d'ordine con cui lottare nelle piazze di Cuba per separare rivoluzione e controrivoluzione, senza ambiguità e rimozioni:

No alla repressione. Libertà immediata per i compagni arrestati.

No all'imperialismo e alle sue menzogne. Via l'embargo criminale contro Cuba.

Ripristino delle protezioni sociali cancellate, libertà di organizzazione della classe lavoratrice, pieno riconoscimento dei diritti sindacali e politici del movimento operaio.

Via le aperture al grande capitale privato e decisione e controllo di quelle assolutamente necessarie dal punto di vista economico da parte dei lavoratori stessi. Investimento prioritario nella sanità, a partire dalla vaccinazione.

Controllo operaio sulla produzione e distribuzione dei beni di prima necessità, contro affarismi e speculazioni.

Sviluppo dell'autorganizzazione operaia e popolare (consigli), con i diritti di democrazia operaia per ogni tendenza classista o realmente democratica.

Per un governo operaio e popolare, basato sulla forza e l'organizzazione dei lavoratori e lavoratrici e sul potere dei loro consigli, democraticamente centralizzati a livello nazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

De Magistris, un “Masaniello” al servizio della Napoli bene

27 Settembre 2016
A distanza di qualche mese dalla competizione elettorale, le promesse fatte da De Magistris trovano già una battuta d’arresto e s’infrangono sullo scoglio insormontabile delle regole del gioco capitalistico e del "rispetto della legge". Regole a cui sottostanno tutti i partiti del teatrino della politica istituzionale: centrosinistra, centrodestra, M5S e sinistra radicale.

A distanza di qualche mese dalla competizione elettorale, le promesse fatte da De Magistris trovano già una battuta d’arresto e s’infrangono sullo scoglio insormontabile delle regole del gioco capitalistico e del rispetto della legge. Regole a cui stanno tutti i partiti del teatrino della politica istituzionale: centrosinistra, centrodestra, M5S e sinistra radicale.
La giunta arancione al governo della città gode del sostegno della quasi totalità della sinistra di lotta napoletana, che la presenta come “un’anomalia” nel quadro politico nazionale. Pertanto il suo operato merita un’analisi attenta ed accurata, al fine di smascherarne la natura di classe.


LA PRIVATIZZAZIONE DELLE AZIENDE PUBBLICHE 

Il Comune di Napoli, prima delle elezioni di giugno 2016, aveva verso le banche un debito pubblico di 810 milioni di euro ed un deficit di circa 671 milioni. La situazione oggi è notevolmente cambiata in seguito alle direttive della Corte dei Conti, su mandato delle banche e di Confindustria, a cui l’amministrazione De Magistris ubbidisce senza batter ciglio: dall’ultimo accertamento finanziario di settembre 2016, il disavanzo è schizzato da 671.000.000 a 1.433.566.607,86 di euro. Questo significa che i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, gli studenti, le classi oppresse saranno costretti, per via del cosiddetto Patto di Stabilità, a pagare un debito fino al 2044 a banche private. Soldi che saranno ricavati sottraendo risorse ai servizi sociali ed ai trasporti; tutte le partecipate del Comune sono di fatti in perdita ed indebitate ciascuna mediamente per oltre 1 milione di euro: Napoli Sociale S.p.A. è fallita ed è stata incorporata con tutti i suoi debiti, pari a 1.385.640,00 di euro, in Napoli Servizi S.p.A., la quale a sua volta appalta esternamente lavori per i servizi di sanificazione, pulizia e manutenzione degli uffici comunali. Spende, cioè, 3,3 milioni di euro per servizi che da statuto dovrebbe garantire essa stessa, sprecando, così, milioni di euro per mantenere per accontentare i privati a cui sono state fatte promesse elettorali in cambio di voti.

Con delibera 148 del 14 marzo 2014, adeguandosi ai tagli imposti dal Governo centrale (“patto di stabilità”, legge 27 dicembre 2013, n. 147), la giunta, a firma Mossetti, Virtuoso e De Magistris, dispone tagli al bilancio delle aziende del Comune, per gli anni successivi per almeno l’8%, e per l’anno 2016 di almeno il 6%, che si aggiunge a quello precedente; decreta un taglio del 30% relativo a nuovi accordi aziendali, sui contratti integrativi dei lavoratori per l’anno precedente (2013). Inoltre, l’articolo 243 bis, richiamato dalla legge Patto di Stabilità, stabilisce tagli per almeno il 10% delle spese complessive e per prestazioni di servizio. In più la delibera comunale stabilisce che la mancata attuazione da parte dei dirigenti delle aziende partecipate dell’indicazioni del Comune fa venir meno il “patto di fiducia” con l’ente controllante.
Per quanto riguarda la contrattazione aziendale, durante il primo governo De Magistris, con deibera n. 748/2011, la giunta ha stabilito il blocco delle progressioni di carriera, assegnazioni di premi, d’indennità e una tantum per i lavoratori, e di limitare compensi “accessori” a soli casi di emergenza.
Una lettera dell’Amministratore Unico di ANM Ramaglia, del 19 luglio 2016, informava il Comune di Napoli che questi non aveva garantito gli impegni nei confronti dell’azienda per il pagamento degli stipendi dei lavoratori per ottobre e successivi. De Magistris annunciava l’arrivo di addirittura 48 nuovi autobus. Ad oggi, invece, gli autobus nuovi non solo non sono arrivati, ma sono state anche tagliate numerose linee, procurando ulteriori gravi disagi per un trasporto pubblico sempre più al collasso.

Il quadro economico finanziario del Comune ci fa capire che i soldi per ANM, per le partecipate e per i lavoratori, per il momento non ci sono, al netto di tutte le dichiarazioni rilasciate dal sindaco durante i sempre più folkloristici comizi, e che la situazione dei servizi sociali in città per pendolari, lavoratori e studenti potrà soltanto peggiorare, soprattutto a scapito di coloro che vivono nelle periferie.

Anche il fiore all’occhiello elettorale di Gigino, l’ABC, per anni presentato come esempio di gestione pubblica dell’acqua, è appassito ed è diventato il suo tallone di Achille, dopo il suo più recente terremoto politico. Persino le direzioni riformiste dei comitati per l’acqua hanno pubblicamente rotto con De Magistris, che in delibera ha aperto alla partecipazione a gare d’appalto per ABC. Esattamente ciò che fa De Luca sul piano regionale e su mandato d’importanti multinazionali che speculano sui servizi idrici.
ABC, seppur una conquista in termini di scontro sulla questione privatizzazioni, non ha mai conosciuto realmente una gestione pubblica e democratica, perché anch’essa sottomessa alle leggi padronali e ai metodi clientelari della giunta. Nonostante Montalto sia sempre stato un uomo dell’apparato, gli arancioni non hanno esitato a sostituirlo non appena questi ha dovuto aprire il CdA ad alcuni comitati. Per non avere contestatori sui processi di privatizzazione, lo stesso Montalto è stato rimosso con metodi burocratici dalla giunta. Un dirigente a cui si erogava un compenso di ben 400.000 euro e con cui i proletari delle occupazioni si sono spesso scontrati. Senza contare le diverse mobilitazioni dei lavoratori che ne denunciavano la gestione scellerata e incapace. Stesso discorso vale per le prospettive occupazionali dei cento lavoratori del Consorzio San Giovanni, presi in giro dal sindaco che ha promesso loro l’assorbimento in ABC, senza chiarire come sarebbero state garantire le coperture economiche, visto che l’azienda non possiede neppure i soldi per rinnovare l’impianto nel quale sono impiegati questi lavoratori.

Una sfilza di tagli, dunque, sia alle aziende comunali sia agli stipendi dei lavoratori. Oltre ai casi eclatanti di ANM e ABC, ricordiamo la privatizzazione delle Terme di Agnano; il regalo di 1.000.000 € dati ai privati per la gestione degli Asili Nido; tagli di milioni di euro per fondi destinati a disabili, asili nido e lotta al disagio sociale. Più di tre milioni di euro sono stati regalati ai privati per la gestione dei cimiteri; vendita della quota di GESAC, società con bilancio in positivo che gestisce l’aeroporto di Capodichino, che garantisce introiti per milioni di euro per il Comune di Napoli e che fa gola ai privati.
Si dispongono sgomberi “per il mancato possesso da parte degli occupanti dei requisiti essenziali”, si impediscono per “improcedibilità amministrativa” assegnazioni di case a chi ne ha bisogno ed ha una famiglia con figli e persone anziane da curare. Altri ancora vengono sfrattati perché i locali occupati servono per adibirli ad uffici comunali, ma al tempo stesso il Comune paga, sempre per avere locali ad uffici pubblici, centinaia di migliaia di euro di affitto al mese a soggetti privati, alle società immobiliari, alle banche ed alla Chiesa.
Alla faccia della difesa dell’economia pubblica tanto sbandierata dal sindaco. Se le stesse politiche le avesse fatte Valente (PD) o Lettieri (centrodestra), oggi la sinistra "radicale" napoletana sarebbe a contestare la giunta. Tacciono, invece, sull’operato degli arancioni perché legati a doppio filo con essi.


NAPOLI "CITTÀ RIBELLE": DIFFERENZA TRA REALTÀ E AUTORAPPRESENTAZIONE 

La disoccupazione giovanile è al 70%. Ha prodotto suicidi, depressione sociale ed emigrazione, e tutto ciò che l’amministrazione riesce a fare, in perfetta sintonia con le "riforme" del governo Renzi, è incentivare il lavoro occasionale e precario sottopagandolo attraverso l’erogazione di voucher (ticket), organizzando eventi commerciali e ludici per allietare le serate della Napoli bene (America’s Cup, Dolce & Gabbana, Capodanno sul lungomare).
La raccolta differenziata che doveva creare nuovi posti di lavoro è rimasta esattamente dov’era, cioè al 23%, smascherando l’ipocrisia della demagogia populista del sindaco.
I quartieri proletari della città sono sempre più somiglianti ai barrios dei paesi sudamericani, controllati dalla piccola borghesia imprenditoriale-commerciale e dai cartelli mafiosi del narcotraffico.
Sempre meno sono i collegamenti tra la periferia e il centro della città; aumenta l’abbandono scolastico; aumentano i poveri in coda per un pasto; aumenta lo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero e il mercato della droga continua a distruggere la vita di migliaia di giovani.
Questa è la rivoluzione arancione dello “zapatismo partenopeo” di De Magistris sostenuta dei centri sociali.


"ANOMALIA NAPOLETANA" E INTERESSI PRIVATI 


I collettivi antagonisti, in cambio dell’assegnazione di locali di proprietà pubblica – trasformati in veri e propri spazi privati - hanno sostenuto elettoralmente e politicamente il sindaco. Emblematico è il caso della produzione della delibera del 1 giugno (n°446), che riguarda tale questione ed adottata il giorno antecedente alle elezioni col fine di tenere al guinzaglio i centri sociali. In cambio, questi hanno rinunciato alle proprie rivendicazioni “classiste”, seppur vaghe e senza basi programmatiche, per cedere il passo a quelle interclassiste della “città” e del “popolo”, divenendo, de facto, una cinghia di trasmissione del centrosinistra in quel che rimane dei movimenti giovanili e nelle lotte territoriali (vd. bonifica di Bagnoli).

Mentre da un lato il sindaco cavalca la protesta dei centri sociali, dall’altro, contestando la nomina del commissario straordinario, propone la collaborazione a De Luca e a Renzi nell’obiettivo di dare a privati la sulla bonifica. De Magistris cerca, così, di rafforzare le relazioni tra la sua giunta e la borghesia napoletana nella prospettiva di avere il suo sostegno nel rappresentare una eventuale leadership in una potenziale riorganizzazione nazionale di un centrosinistra senza il PD. Prova, cioè, ad unire, in una commistione d’interessi, pubblico e privato a vantaggio del proprio apparato politico e degli imprenditori. Un progetto che fu molto caro al vecchio PCI.
Per spostare i rapporti di forza nei confronti di Renzi, utilizza come manovalanza i militanti dei centri sociali e delle burocrazie sindacali.


DEMOCRAZIA PARTECIPATA O DEMOCRAZIA OPERAIA? 

Gli slogan sulla “partecipazione democratica” alla gestione de Comune di Napoli risultano, alla prova dei fatti, pura demagogia e propaganda. Il modello politico delle “città ribelli”, stile Barcellona in Spagna, che fa riferimento ad organizzazioni come Podemos e Syriza - le quali hanno capitolato al FMI, alla BCE e alle politiche di austerità - e ripresa dai Disobbedienti in Italia, riprende concezioni teorizzate da Toni Negri, che rifiutando la prospettiva della rivoluzione come unico e solo strumento per il cambiamento della società, e propongono un’alleanza 'di fronte popolare' tra i settori del mondo del lavoro e l’imprenditoria “illuminata” per costruire “contropotere” di soggettività senza caratteri di classe definiti. Progetto fallito, tra l’altro, ovunque si sia tentato di realizzare. La polemica su queste concezioni di collaborazione di classe, dove “il popolo comanda e il governo obbedisce”, vide un acceso scontro nel periodo 2000-2001 in Rifondazione Comunista tra i bertinottiani e le opposizioni interne. La storia recente ha dimostrato che pensare di spostare a sinistra i governi degli imprenditori è una pia illusione. Si è verificato, invece, l’esatto contrario. Sono stati i governi degli imprenditori a spostare a destra i movimenti politici ai quali chiedevano collaborazione.
La storia recente, a quanto pare, non ha insegnato a nulla a movimentisti e all’opportunismo nelle sue varie forme.

L’unica forma di governo capace di dare delle risposte ai bisogni dei lavoratori e della popolazione povera è quella dei comitati di lavoratori, operai, disoccupati, casalinghe, immigrati, studenti, e di tutti i settori che oggi sono oppressi dai capitalisti e dalle classi possidenti. Un potere che ha la sua collocazione non più nei luoghi delle istituzioni borghesi, bensì nei luoghi di lavoro e sui territori, dove l’autogoverno dei lavoratori è espresso su base democratica e con cariche revocabili in qualsiasi momento.
Solo questa può essere la “città ribelle”, perché basata sulla partecipazione di massa dei lavoratori alla vita politica e contrapposta a ogni interesse privato.
Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione di Napoli