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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Libertà per Bogdan! Giù le mani dai marxisti rivoluzionari in Ucraina!

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Negli scorsi giorni il compagno Bogdan Syrotiuk, di 27 anni, militante del gruppo trotskista della Giovane Guardia dei Bolscevichi Leninisti, è stato condannato a 15 anni di carcere per “alto tradimento”, dopo una detenzione che dura già da due anni, sulla base di una serie di articoli nei quali condannava la guerra da una prospettiva disfattista bilaterale e si opponeva a misure del governo Zelensky come l’arruolamento forzato e la riabilitazione di figure come Bandera. La differenza di posizioni sulla caratterizzazione della guerra che sta devastando l’Ucraina non ci impedisce minimamente di solidarizzare con Bogdan e invocare il suo immediato rilascio.

Una proposta rivoluzionaria contro la normalizzazione in Libano


 Elder Rambaldi

Nel Libano è tuttora in corso una guerra ed un’occupazione portata avanti dalla macchina sionista, al di là delle tregue sancite. Un processo che non si è mai arrestato dalla fine del 2023. Israele, durante questo periodo, ha usato i mezzi più meschini per i propri fini, uno su tutti il ricorso alle cariche esplosive nei cercapersone (settembre 2024) che hanno causato morti e feriti non solo tra i miliziani della resistenza ma anche tra civili e personale sanitario. Non sono mai mancati bombardamenti, invasioni, occupazioni, distruzioni. Soprattutto nel Sud del Libano, nella valle del Beqa ed in alcuni quartieri della capitale (gli ultimi bombardamenti risalgono all’aprile 2026). Israele dichiara di colpire strutture di Hezbollah, identificando quest’ultimo come l’obiettivo dei suoi attacchi, ma questa è solo una scusa.

Il vero obiettivo è un altro, è quello perpetrato anche a Gaza (con la scusa di Hamas): uccidere, distruggere ogni cosa, sfollare gli abitanti, occupare avamposti per preparare il terreno all’espansione coloniale, al progetto della Grande Israele. Per fare questo occorre spezzare ogni resistenza, Hezbollah (che non è l’unica ma la più forte) per prima. Ricordiamo nel settembre 2024 il bombardamento, da parte di Israele, di interi palazzi nella capitale che causarono la morte dell’allora leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e di diversi altri dirigenti, oltre a vari civili.

Israele, del resto, ha una lunga storia di ingerenza nel Libano, occupandolo in parte dal 1982 fino al 2000 (in alcuni momenti arrivando ad occupare perfino parte di Beirut); poi ancora nella cosiddetta seconda guerra israelo-libanese del 2006.

Quello che succede ora, dopo il cosiddetto cessate il fuoco di aprile, sono fatti reali, documentati e denunciati perfino da organismi ONU. Ogni giorno l’occupazione nel Sud del Libano avanza, oltre un milione di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, creando anche un nuovo flusso di rifugiati nel paese ed alimentando tensioni interne. Continuano i bombardamenti e gli attacchi con i droni. Anche a Beirut quotidianamente sorvolano droni e velivoli israeliani. Di volta in volta vengono creati nuove installazioni e avamposti sionisti in territorio libanese (ed anche in territorio siriano).

Tutto questo mentre vengono svolti i “colloqui di pace” tra Israele e Libano, con le ultime sessioni tenute proprio a Roma il 15 e 16 luglio ed il 4 agosto. Nello scacchiere imperialista l’Italia rivendica a suo modo un ruolo nel Medio Oriente. Ricordiamo che dal 2006 l’Esercito Italiano è uno dei principali contributori di truppe UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e che lo stesso ha assunto il comando della missione per cinque diversi mandati, compreso l’attuale iniziato nel giugno 2025. Nella stagione in cui si profila il probabile termine della missione UNIFIL (dicembre 2026), quest’ultima in profonda crisi di credibilità, l’Italia cerca di capitalizzare allora sul piano diplomatico. Contemporaneamente, da un altro versante, si affaccia la Turchia di Erdogan che, inseguendo il suo progetto neo-ottomano, dichiara di offrirsi di svolgere un ruolo per salvaguardare la sovranità del Libano dopo il ritiro delle truppe UNIFIL.

La pace però, in questo momento, è solo finzione. Il governo libanese è succube dell’imperialismo statunitense, soprattutto a partire dai rapporti instaurati tra i due dal 2006. Inoltre, dalla crisi economica del 2019, il paese è ammanettato mani e piedi ad un debito tra i più alti al mondo se considerato il rapporto debito/PIL. Dato questo suo intrinseco carattere servile, il Libano non oppone nessuna reale resistenza/opposizione all’ingerenza e all’occupazione israeliana. Procede anzi in un processo di normalizzazione, riconoscendo lo stato di Israele per la prima volta nella storia (proprio attraverso i negoziati diretti) e rendendosi disponibile a totali ed ulteriori concessioni verso gli imperialismi. Preoccupato più nel contrastare Hezbollah che l’invasore israeliano. Fatto “curioso”: Hezbollah è parte del governo.

Inoltre l’esercito libanese è debole perché lo Stato libanese è stato storicamente debole. Il Libano di oggi sconta ancora l’eredità coloniale, la suddivisione imperialista dell’area attraverso il trattato Skyes-Picot che ha disegnato i confini statali con linee e righelli. Una società che attraversa un groviglio di equilibri istituzionali instabili basati su divisioni confessionali. Che però non sono serviti ad evitare quindici anni di guerra civile (prima di classe e poi confessionale) tra il 1975 ed il 1990, con influenze esterne da parte di molteplici attori. Attualmente il 20% della popolazione del Libano è composta da rifugiati (palestinesi e siriani): una quota stratosferica, che crea ulteriori frizioni nella società, e nei suoi “equilibri” interni. Gran parte della popolazione è schiacciata dalla rampante crisi economica, che conosce altissimi tassi di inflazione. Circa il 44% della popolazione vive in condizioni di povertà (più del triplo rispetto al decennio precedente), mentre il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale.

A portare avanti la resistenza armata è quindi Hezbollah, che ha avuto un ruolo determinante nel ritiro delle truppe israeliane dal paese nel 2000, ottenendo da qui una grande popolarità e riconoscimento. Hezbollah, che è molto radicato tra la popolazione (soprattutto musulmana sciita, ma non solo), non è l’unico gruppo della resistenza armata contro il sionismo, ma è quello che in qualche modo la domina e la convoglia. Tale resistenza è legittima e va difesa, al di là dello stampo politico dell’organizzazione che la porta avanti. Del resto il diritto di autodeterminazione di un popolo, la sua lotta per l’indipendenza, la liberazione dal dominio coloniale e dall’occupazione straniera è un principio riconosciuto anche dal diritto internazionale borghese (sulla carta).

Hezbollah però è una forza settaria (islamica), politicamente reazionaria, legata al regime oppressivo iraniano degli ayatollah (ed indirettamente legata all’imperialismo russo-cinese), che non potrà portare alla liberazione delle masse oppresse libanesi. Anche le piccole altre forze di sinistra nel Libano, come il Partito Comunista Libanese, non avanzano nessuna battaglia pubblica per i propri giochi ed equilibri. Risulta che nel paese non c’è attualmente alcun reale discorso politico pubblico, nessuna iniziativa, nessuna mobilitazione contro l’occupazione.

Proprio in questo contesto, l’organizzazione Darb, sezione libanese della Lega Internazionale Socialista (di cui fa parte anche il Partito Comunista dei Lavoratori), aveva convocato mesi fa un presidio per manifestare contro la guerra e l’occupazione portate avanti da Israele, e denunciando la passività del governo (il suo percorso di normalizzazione). Il presidio venne negato, per motivi politici. In Libano il livello di repressione contro la dissidenza è infatti molto alto ed in costante aumento.

Dopo questo divieto i compagni di Darb hanno deciso quindi di costruire un percorso: la “Campagna di contrasto all’occupazione e al processo di normalizzazione in Libano”. Un’unità di azione con altre piccole forze per uscire allo scoperto e per potersi affermare come polo attrattivo alternativo. Un campo che raccoglie l’opposizione al sionismo, l’opposizione alla normalizzazione del governo, l’opposizione all’attuale direzione politica della resistenza. Un campo non settario, laico e soprattutto di classe, rivendicando appunto il collegamento della lotta contro la guerra alla lotta di classe.

La data del 18 luglio ha segnato un importante punto intermedio della campagna, mediante una conferenza pubblica che ha visto 135 presenze (inclusi giornalisti) nella sala di un teatro. A questa conferenza ha partecipato anche una delegazione della Lega Internazionale Socialista (proveniente da Italia, Spagna, Germania) che ha appoggiato pubblicamente l’iniziativa mediante una dichiarazione sottoscritta anche da un gruppo marxista rivoluzionario siriano (Syrian Revolutionary Left party) lì presente. In sala, per sostenere la campagna, anche il rivoluzionario libanese George Abdallah, uscito dalle prigioni francesi lo scorso luglio dopo quarant’anni di detenzione. La conferenza ha lanciato l’appuntamento ad una mobilitazione di piazza per il giorno 7 agosto, davanti al Palazzo del Governo a Beirut.

Attenderemo l’esito della mobilitazione e gli eventuali sviluppi, ma al di là del livello di partecipazione che sarà raggiunto, il fatto stesso della convocazione di una mobilitazione di questo genere, nel contesto libanese attuale, è già un risultato politico importante.

Dall’Italia, e da ogni paese in cui è presente la Lega Internazionale Socialista, continueremo la battaglia al fianco del popolo libanese e dei suoi compagni marxisti rivoluzionari, e lo faremo con l’unico modo con cui sarà possibile vincere: l’internazionalismo. Internazionalismo significa non solo portare dichiarazioni di solidarietà, aiuti, scambi. Ma soprattutto avere una stessa lotta, uno stesso programma, una stessa strategia.

A tal proposito è evidente che ancor’oggi trova conferma, diventando fondamentale nella strategia di liberazione, la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Nessuna direzione borghese si dimostra capace di difendere i diritti basilari e democratici di un popolo oppresso dall’imperialismo. Lo si può vedere attraverso l’azione di tutti quei regimi borghesi del Medio Oriente (Iran, Qatar, Siria, Iraq…) che hanno dimostrato la totale inerzia e disinteresse verso i loro fratelli arabi vittime di un genocidio. Lo si vede in maniera esemplare poi proprio con il caso della borghesia libanese.

Ancor meno affidamento lo si può dare alle potenze imperialiste, vecchie e nuove. Cina e Russia si sono dimostrate complici del genocidio di Gaza e dell’azione coloniale di USA e Israele nel Medio Oriente, dando semaforo verde al “piano di pace” come merce di scambio per la spartizione di zone globali di interesse. Occorre opporci a qualsiasi imperialismo, partendo da quello di casa nostra. Conseguentemente occorre opporci anche ad ogni visione politica campista, tanto cara ad una certa sinistra “radicale” di casa nostra.

A fronte di un’aggressione da parte di una potenza imperialista ad un paese dipendente siamo per la sconfitta della prima, siamo per il diritto di autodeterminazione nazionale. Così difendiamo il Libano, la Palestina e l’Iran contro Israele e gli Stati Uniti; così difendiamo l’Ucraina contro la Russia. Difendiamo la loro resistenza armata, diritto fondamentale dei popoli oppressi, ma ci opponiamo alla loro direzione politica borghese o piccolo-borghese. Ci opponiamo politicamente ad Hezbollah, ad Hamas, al regime degli ayatollah, al regime di Zelensky. Un’opposizione da un punto di vista indipendente di classe ed anticapitalista.

Sarà solo un percorso rivoluzionario socialista ed internazionale, guidato da una direzione proletaria e popolare, a portare alla completa liberazione i popoli oppressi, fuori da ogni colonialismo militare, politico ed economico. Per questo serve un’Internazionale marxista rivoluzionaria.

Denunciamo apertamente il cosiddetto “piano di pace” di Trump-Blair-Netanyahu, trattandosi in realtà di un piano neocoloniale. Rivendichiamo il diritto al ritorno della diaspora palestinese. Rivendichiamo l’armamento dei popoli di fronte ai governi della resa sottomessi all’imperialismo. Rifiutiamo l’ipotesi “due popoli due stati” e rifiutiamo gli accordi di Oslo. È evidente come questi non possano reggere la realtà. La natura dello stato sionista di Israele non permette l’esistenza del popolo palestinese e dei popoli vicini. Finché esisterà lo stato sionista di Israele esisterà colonialismo, oppressione e guerra. Per questo siamo per la sconfitta e la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista di Israele.

La soluzione potrà unicamente venire attraverso l’autodeterminazione nazionale del popolo arabo della regione, attraverso un processo rivoluzionario socialista di tutta la regione che porti alla costruzione di uno stato di Palestina libero, laico, democratico e socialista, dentro la cornice di di una federazione di repubbliche socialiste del Medio Oriente, comprensiva del Libano. L’unica soluzione che possa garantire la piena emancipazione del popolo arabo e la tutela dei diritti di tutte le minoranze, a cominciare da quella ebraica.

Rivendichiamo come anche nostro lo slogan che ha percorso e percorre tutte le piazze del mondo: “From the river to the sea, Palestine will be free”. È la posizione storica dei trotskisti, che, a differenza delle altre organizzazioni del movimento operaio, fin dall’inizio si sono opposti alla creazione di Israele e all’ipotesi “due popoli due stati”.

In Italia il Partito Comunista dei Lavoratori pone la necessità di costruire un fronte unico permanente di classe e di massa, con una piattaforma generale unificante, un’agenda dalla parte dei lavoratori e degli oppressi, un agenda anticapitalista. Collegare le ragioni della lotta per l’autodeterminazione dei popoli oppressi alla lotta contro l’economia di guerra, contro il governo e per un’alternativa di società.

Rivendichiamo quindi:

– La rottura di ogni relazione politica, istituzionale ed economica con Israele. Anche nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, in tutte le sue articolazioni.

– Il taglio delle spese militari.

– L’uscita dell’Italia dalla NATO.

– L’aumento di 400 euro dei salari ed un salario minimo intercategoriale di 1800 euro.

– La cancellazione delle leggi sulla precarietà del lavoro.

– La diminuzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di paga. Lavorare tutti, lavorare meno.

– La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dei settori economici strategici e delle aziende che licenziano, che non rispettano i diritti sindacali e che inquinano.

– L’esproprio dei beni economici del Vaticano (escludendo i luoghi di culto).

– Un pesante finanziamento del welfare pubblico: sanità, istruzione e servizi pubblici di qualità e gratuiti.

Per questo è necessario rivendicare anche il rifiuto unilaterale del pagamento del debito pubblico verso le banche ed una patrimoniale del 10% sui milionari.

Sono questioni elementari che toccano la vita quotidiana delle masse popolari, ma che si scontrano con questo sistema, con il capitalismo, che per di più vive ora un’epoca di crisi e non può nemmeno offrire le briciole. La soluzione di emancipazione rimanda per forza alla prospettiva di un governo della classe lavoratrice e ad un’economia socialista, ottenibili solo con un processo rivoluzionario di massa.

In opposizione politica a Zelensky ma in difesa incondizionata dell’Ucraina

 


Contro il cinismo demenziale delle posizioni campiste. Contro ogni logica “due pesi e due misure”

Partito Comunista dei Lavoratori

English version

Mentre le città ucraine sono sventrate dai missili balistici dell’imperialismo russo, senza disporre di difesa nei cieli, le invettive campiste contro il cosiddetto “regime nazista di Kiev” risultano sempre più nauseabonde. Come sa chiunque conosca le posizioni del nostro partito, non diamo alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky, ci opponiamo alle sue politiche antioperaie, denunciamo la svendita agli imperialismi d’Occidente di beni, terreni, materie prime del popolo ucraino. Ma ci opponiamo a Zelensky dal punto di vista delle ragioni della classe operaia e della gioventù ucraine, non da quello dei bombardieri russi, delle truppe di occupazione putiniane e della loro propaganda imperialista. Parlare di un “regime nazista” in Ucraina significa esattamente far propria la propaganda di guerra degli invasori. E anche offendere la logica più elementare. Almeno per chi non sia accecato da chili di prosciutto sugli occhi.

Facciamo qualche esempio per farci capire anche dai più duri di comprendonio.

Abbiamo tutti osservato sui teleschermi di mezzo mondo le grandi manifestazioni di giovani che hanno attraversato le città ucraine, a partire dalla capitale, per protestare contro la destituzione del ministro della Difesa Fedorov. Manifestazioni protrattesi per settimane, che hanno replicato in forma persino più estesa quelle di un anno fa contro la corruzione. Manifestazioni tenutesi in un paese in guerra, sottoposto a bombardamenti quotidiani. Bene. Sarebbe mai possibile immaginare un regime nazista che consente manifestazioni di massa di contestazione del governo, per di più in tempo di guerra? È evidente che no, perché anche i bimbi delle scuole elementari sanno che un regime nazista è tale perché sopprime e reprime ogni libera manifestazione.

Peraltro per vietare e reprimere il diritto di manifestare non è necessario essere nazisti. È più che sufficiente un regime bonapartista reazionario, come quello di Putin, che infatti non solo impedisce ogni manifestazione, ma condanna ad anni di galera chi osi semplicemente parlare di «guerra» in Ucraina. Oppure è sufficiente essere la normale democrazia borghese dell’imperialismo tedesco, che vieta ogni manifestazione pro Palestina. Per non parlare del regime trumpiano negli USA, che ammazza manifestanti per strada grazie alle nuove milizie presidenziali. E si potrebbe continuare a lungo.

Invece no, sarebbe il governo Zelensky l’incarnazione del nazismo, e il governo arcireazionario russo quello della liberazione dal nazismo. Ma si può sostenere una tesi così demenziale? E non si butti la palla in tribuna citando il battaglione Azov, perché sarebbe come dire che in Italia c’è da decenni un regime fascista per via dell’esistenza della Folgore e di generali alla Vannacci.

La verità è che presentare il governo borghese di Zelensky come nazista non solo è capitolare alla propaganda russa ma è abbellire la rappresentazione del nazismo, attribuendogli un insospettabile lato liberale. Folle.

Ma c’è di più. La stampa campista (Il Fatto Quotidiano e compagnia) ha gongolato per le manifestazioni giovanili rappresentandole come una richiesta di resa dell’Ucraina. Più precisamente, come domanda di “pace” attraverso la resa. Ma chiunque sia dotato di un quoziente di intelligenza normale capisce l’esatto opposto. L’appoggio al ministro della Difesa da parte di masse di giovani era ed è la difesa del ministro che ai loro occhi è stato maggiormente capace di difendere l’Ucraina dall’aggressione russa, grazie all’innovazione tecnologica dei droni, fabbricati in Ucraina, con cui è possibile colpire in profondità le raffinerie russe, principale fonte di finanziamento della guerra imperialista di Mosca. Si può non capirlo? Ovviamente una guerra di difesa così impostata può anche in certa misura ridurre le perdite ucraine al fronte, e questa è sicuramente una ragione per cui i giovani la sostengono. Ma la sostengono in ogni caso proprio nel nome del diritto sacrosanto dell’Ucraina di difendersi dai bombardamenti russi con tutti i mezzi disponibili. Esattamente il diritto che i campisti negano all’Ucraina nel nome della “pace” e nell’“interesse degli ucraini”. Ciò che aggiunge al loro cinismo l’ipocrisia più rivoltante.

In Italia c’è una sola organizzazione della sinistra politica che, in opposizione a Zelensky, difende l’Ucraina dall’imperialismo russo. Così come, in opposizione al regime clerico-fascista (quello sì) iraniano, difende incondizionatamente l’Iran dai bombardamenti dell’imperialismo americano e sionista. È il Partito Comunista dei Lavoratori. Noi non facciamo due pesi e due misure. Abbiamo la schiena dritta e non ci facciamo intimidire. Sin dai tempi in cui, soli a sinistra, abbiamo difeso il diritto di resistenza dell’Iraq dalle truppe di occupazione, anche italiane, mentre le sinistre cosiddette radicali si voltavano dall’altra parte.

Per questo sosteniamo la carovana di solidarietà internazionalista con l’Ucraina, come abbiamo sostenuto ogni solidarietà con la Palestina e la Flotilla. Al fianco dei nostri compagni della Lega Socialista Ucraina.

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

 


Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lamentare un’improvvisa ondata di violenza cieca e casuale.

In primis, ribadiamo che vi è stato un omicidio di Stato, di cui sono colpevoli tanto coloro che si sono macchiati in prima persona della morte di Fakir quanto le politiche securitarie e postfasciste della destra di governo, ma anche (e non per ultimo) la giunta campolarghista bolognese, che da mesi implora Piantedosi per avere più polizia e da sempre, nel proprio inseguire gli interessi del capitale, fa ricorso al pugno duro contro ogni opposizione dal basso.

Inoltre: la giunta bolognese ha platealmente tentato di fare campagna elettorale sulla morte di un individuo (di cui, ribadiamo, sono corresponsabili) chiamando una piazza che volevano rendere una passerella elettorale; ma la piazza non era incline ad assecondare questi loro fini.

Un corteo spontaneo ha raggiunto la prefettura; qui, la polizia ha colto la prima occasione possibile per far partire gli scontri, non preventivando però la fermezza della piazza, che si è duramente contrapposta al pugno della repressione dello Stato borghese.
Siamo stati presenti ed abbiamo osservato lo svolgersi degli avvenimenti in prima persona, dai primi lacrimogeni alle ronde di fine serata. Non glorifichiamo lo scontro per amor di scontro, ma saremo sempre a fianco della resistenza proletaria contro la repressione di Stato, senza dissociazioni di sorta.

L’omicidio di Fakir, contemplato dalle tecniche di contenimento applicate dalle cosiddette forze dell’ordine, rivela di nuovo la natura della polizia: null’altro che un manipolo di armati posti al servizio di uno Stato che, in quanto borghese, a sua volta è al servizio del grande capitale. Per questo razzializza e perseguita i proletari fino alla loro morte mentre tratta con i guanti i capitalisti legali e criminali, spesso fusi tra loro.

Le classi subalterne non possono aspettarsi nulla da questi corpi armati al servizio della classe loro nemica; devono invece sviluppare le proprie stesse forze e porle al servizio della trasformazione rivoluzionaria della società.

Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Bolivia. Abbasso il patto con Paz! Riorganizzare la lotta con l’obiettivo di conquistare il potere! Abbasso lo stato di eccezione!

 


MST Bolivia

Mario Argollo e i dirigenti del “doppio potere” della COB salvano il governo dal crollo, firmano un accordo con Paz e concedendogli un termine di 90 giorni per soddisfare le richieste.

La dirigenza della COB ha ceduto il comando del potere, che era praticamente nelle sue mani, al debole governo di Rodrigo Paz. Argollo si è rifiutato di percorrere fino in fondo la strada definitiva della presa del potere, dopo cinquanta giorni di lotta ha deciso di fare un patto e ha ordinato di revocare i blocchi, compromettendo l’alleanza con i contadini e le organizzazioni di quartiere di El Alto.

L’accordo impone al governo di non privatizzare le imprese pubbliche né cedere le risorse naturali a interessi privati nazionali o internazionali; di garantire la non ingerenza straniera nel rispetto della sovranità nazionale, e il rifiuto di impegni con organismi finanziari internazionali come il FMI; di garantire l’approvvigionamento di carburante a prezzi stabili; di risarcire i danni subiti dai trasportatori a causa della benzina scadente. Riguarda inoltre la protezione del paniere familiare, del potere d’acquisto salariale e della stabilità lavorativa, la revisione della legge 065 sulle pensioni per rispondere alla richiesta della COB di una pensione pari al 100% dello stipendio, nonché la costituzione di tavoli di lavoro per affrontare la piattaforma rivendicativa della COB e la non violazione delle aree protette a tutela dell’ambiente, tra le altre richieste.

L’accordo ha inoltre istituito una commissione legale composta da rappresentanti del governo e della COB per gestire il rilascio delle persone arrestate durante i cinquanta giorni di proteste sociali.

L’appello alla smobilitazione si inserisce in un contesto di negoziazione tra due poteri: il potere dei dirigenti della classe operaia guidata dalla COB e il potere borghese oligarchico guidato da Paz, in uno scontro in cui il peso dei lavoratori aveva chiaramente la meglio. Ora è la dirigenza della COB a sostenere Paz, non l’oligarchia né l’imperialismo, poiché il potere borghese è stato sconfitto insieme alle sue bande fasciste da una potente lotta nelle strade. Paz rimane in piedi per volontà delle dirigenze di un organismo antagonista di classe, la COB.

Sulla base di questo accordo, si lascia che Paz governi nel tentativo di disarticolare dall’interno il doppio potere venutosi a creare. I blocchi stradali risultano indeboliti. Di questa situazione ha approfittato Paz, che ha decretato lo stato di eccezione nelle prime ore del 20 giugno. Paz, tuttavia, non dispone ancora della forza necessaria per un processo controrivoluzionario in grado di schiacciare le masse, essendo invece vincolato dall’accordo con la COB. Per questo la sua offensiva non può imporre coprifuoco, dovendo invece ricorrere all’uso di agenti chimici di dispersione.

Questa offensiva viene concessa a un governo allo sbando e sull’orlo del baratro. Si tratta di un enorme tradimento, che concede al governo il tempo di riprendersi per tentare di sconfiggere il movimento operaio, contadino e popolare.

Abbasso il patto con il governo!
Riorganizzare la lotta con l’obiettivo del potere!
Abbasso lo stato di eccezione!

La Paz, 20 giugno 2026

Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Bolivia: “Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta”

 


Intervista a Juan José Villa* del Movimiento Socialista de los Trabajadores della Bolivia

Quali sono le cause della rivolta e le rivendicazioni del popolo e del proletariato boliviano contro il governo di Rodrigo Paz?

JJV: Le cause hanno la loro base in una profonda crisi economica aggravata dalla gestione di un governo lacchè dell’imperialismo statunitense. Con un’inflazione che il governo ufficiale fissa al 20%, ma che nella vita quotidiana, per ciò che riguarda il paniere di beni di prima necessità, si traduce in un aumento dei prezzi che supera il 100%. Il prezzo medio al chilo della carne bovina, che prima oscillava tra i 41 e i 45 bolivianos, ora oscilla tra gli 85 e i 95 bolivianos; il litro di olio, che oscillava tra gli 11 e i 13 bolivianos, oggi raggiunge i 21 e i 26 bolivianos. I trasporti pubblici, i servizi, tutta i costi sono diventati esorbitanti. Se prima lo stipendio non bastava per arrivare a fine mese, oggi la situazione è peggiorata.

Le cause politiche risiedono nel fatto che questo è un governo suddito di Donald Trump, ha assoggettato il Paese ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, rappresentando gli interessi dell’oligarchia nazionale compiacente. Il governo è entrato in carica facendo promesse populiste, dicendo di voler concedere sussidi, preservare le conquiste sociali, mantenere i sussidi alimentari ed energetici, ma una volta insediato, ha applicato le manovre finanziarie neoliberiste, scaricando la crisi sulle spalle di operai, settori popolari e contadini, mentre ha avvantaggiato i più potenti eliminando la tassa sulle grandi fortune, e ha imposto a Natale il Decreto Supremo 5503, più di 120 articoli che permettevano la facile cessione delle risorse naturali alle multinazionali, così come l’aumento dei prezzi del carburante annullando la sovvenzione agli idrocarburi, tra le altre misure filoimperialiste.

La risposta combattiva delle masse non si è fatta attendere. La Federación de Mineros (Federazione dei Minatori) e la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana) avevano tenuto i loro congressi nei quali avevano cambiato la leadership traditrice dell’era del MAS (partito di Morales al governo per anni, ndt) e sostituendo le tesi di conciliazione con quelle basate sull’indipendenza di classe: no al sostegno di alcun governo borghese e un documento di lotta, che segnava l’inizio di un nuovo processo rivoluzionario.

Nel dicembre del 2025, sotto la pressione della propria base e con il proletariato minerario in prima linea, l’assemblea della COB votò all’unanimità a favore dello sciopero generale a tempo indeterminato per l’abrogazione del decreto presidenziale n. 5503. La lotta è culminata nel gennaio del 2026 con una grande vittoria. Si è creata un’alleanza tra operai, contadini e popolo. Il decreto del governo filoimperialista è stato sconfitto. La COB ha smesso di essere un semplice sindacato ed è diventata un organo di doppio potere. Le masse hanno ritenuto che si potesse andare oltre; che le forze fossero sufficienti non solo per abrogare un decreto, ma anche per rovesciare l’intero governo per via rivoluzionaria.

Tuttavia, la nuova direzione della COB ha ordinato di revocare i blocchi. Ciò ha generato malcontento soprattutto tra i contadini. La direzione della COB ha fornito ossigeno puro al governo. In altre parole, Rodrigo Paz non si reggeva più sulle proprie forze, ma grazie all’ossigeno fornito da un organismo antagonista di classe, la COB.

Questa boccata d’aria fresca ha permesso a Paz di riprendersi in vista di un nuovo pacchetto di leggi. L’eliminazione dei sussidi agli idrocarburi è stata riproposta, facendo impennare il prezzo dei trasporti pubblici. Il governo ha abolito i sussidi alla farina, facendo impennare il prezzo del pane, ha varato leggi di svendita che emulano in parte il decreto legge 5503 che era stato abrogato, come quella sull’elettricità, e ha avviato una campagna per dichiarare il fallimento delle imprese statali e la loro privatizzazione, tra le altre cose. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la legge 1720 sulla conversione dei terreni, grazie alla quale l’oligarchia e le banche potevano facilmente appropriarsi delle terre dei piccoli contadini e dei territori indigeni. Insieme a ciò, il governo ha mostrato il suo totale rifiuto dei cabildos (assemblee) contadini e del documento di rivendicazioni della COB basato su richieste salariali, per cui si erano mobilitati innanzitutto insegnanti delle zone urbane e rurali.

A partire dall’assemblea del Primo maggio convocata dalla COB, ha inizio il cosiddetto “sciopero generale a tempo indeterminato e con mobilitazioni” contro le leggi di svendita e per l’aumento salariale, tra le altre rivendicazioni, che si fonderanno rapidamente in un’unica richiesta: le dimissioni di Paz. La base dei sindacati ha fatto pressione sui propri dirigenti affinché non tradissero e ha costretto la direzione della COB, insieme alle organizzazioni contadine e popolari, a firmare il “patto di non tradimento”.

Paz non ha più ossigeno, le base scavalca le direzioni concilianti, l’organo del doppio potere viene riattivato dal basso. Il governo si è visto costretto ad abrogare la legge 1720 e ad offrire bonus al corpo docente in sciopero, ha fatto marcia indietro e ha invitato al dialogo, per poi andare immediatamente a un’offensiva di polizia e militare che ha causato la morte di due leader indigeni, oltre a centinaia di arrestati e feriti. Gli operai, i contadini e il popolo, lungi dall’intimidirsi, hanno accresciuto le loro forze e indicato la strada: non c’è nulla da discutere! Paz deve andarsene.

Il governo ha scatenato una persecuzione contro i principali dirigenti, con ordini di arresto immediato provenienti da organi di giustizia corrotti, illegittimi e ampiamente contestati dalle maggioranze oppresse.

La lotta continua, Paz e l’oligarchia dell’est si appoggiano ora a settori della classe media reazionaria e fascista come l’Unión Juvenil Cruceñista, che incitano a dichiarare lo stato d’assedio. Tuttavia, sono una minoranza e le loro sono risposte difensive. Il processo rivoluzionario può trionfare. Per il potere della COB, della CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), di Túpaj Katari, della Fejuves (Federazione delle giunte di quartiere) e di tutte le istituzioni operaie, contadine e popolari che oggi sono unificate attorno alla COB.

Cosa pensate delle direzioni della COB e della CSUTCB? Quali sono i diversi setUTCBtori sindacali e politici presenti al loro interno?

JJV: La direzione della COB è nata da un processo di rottura con le direzioni del MAS, con Luis Arce e con Evo Morales, che per anni hanno smobilitato il movimento operaio. Questo processo è partito dai settori di base del proletariato minerario. Non è la stessa dirigenza di prima. Per questo le masse li invitano a mettersi alla guida delle lotte. Un processo simile è sorto nel movimento contadino all’interno della Central Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) e della Federación Túpaj Katari, alla ricerca di nuovi leader, inaugurando una nuova fase di lotte che ha superato l’ostacolo del MAS.

L’influenza delle scuole di quadri del MAS, partito che ha governato per vent’anni, è ancora presente, con il sostegno del Partito Comunista e dell’indigenismo piccolo-borghese di García Linera, da cui si spiegano le pratiche di conciliazione con Paz che hanno portato a revocare lo sciopero a tempo indeterminato di gennaio.

Tuttavia, la rivoluzione boliviana si propone oggettivamente di rompere con queste pratiche. La base ha spinto i dirigenti a firmare il “patto di non tradimento”.

È dovere delle attuali direzioni portare il doppio potere al trionfo. Ciò si traduce nel governo della COB e delle organizzazioni contadine e popolari in lotta. L’alleanza concreta che è emersa alla guida della COB deve governare. Non c’è spazio per la successione del vicepresidente Lara, né per il parlamento o per la corte di giustizia oligarchica, quando si tratta di una rivoluzione.

Argollo (COB), Paye (FSTMB), Salazar (Túpaj Katari), Severo (CSUTCB) e i dirigenti di Fejuves e dei settori popolari sono chiamati a condurre la classe lavoratrice alla conquista del potere per via rivoluzionaria.

Quali sono i settori sindacali presenti?

La CSUTCB e tutte le sue federazioni contadine, Túpaj Katari e tutti i Ponchos Rojos delle venti province di La Paz, le combattive Fejuves di El Alto, le federazioni dei trasportatori – liberi, interprovinciali e cittadini (che stanno entrando nella lotta in modo differenziato) – e le federazioni degli artigiani e dei lavoratori di categoria; gli operai delle fabbriche alla guida della CGTFB (Confederación General de Trabajadores Fabriles de Bolivia), tra gli altri, ma ce ne sono anche altri. Tutti questi settori sono affiliati alla Centrale Operaia Boliviana, organo di doppio potere guidato dai minatori salariati che, insieme ai contadini, guidano lo sciopero a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la domanda sui settori politici, è presente l’influenza del MAS e dell’indigenismo piccolo-borghese legato a García Linera che, sebbene incrinata, non è scomparsa ed è responsabile della formazione politica della maggior parte dei dirigenti. Così anche il Partito Comunista, alleato del MAS nelle sue diverse fazioni. Tutti questi settori hanno contrastato le posizioni disfattiste rivoluzionarie del movimento operaio, proponendo al contrario posizioni di difensa e conciliazione con il governo e la borghesia. Sono stati colti di sorpresa dal processo rivoluzionario oggettivo.

All’interno del proletariato minerario e della base della COB, la presenza trotskista si è manifestata attraverso due sole organizzazioni: il Partido Obrero Revolucionario (POR), che propone la soluzione di un’Assemblea Popolare, e la nostra, il Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST), che propone di lottare affinché tutto il potere passi nelle mani dell’organo già creato dalle masse, la COB.

È vero, come sostiene la stampa borghese, che dietro il processo rivoluzionario ci sia una sorta di cospirazione del MAS di Evo Morales?

JJV: La rivoluzione boliviana nasce dalle basi operaie, contadine e popolari, non da Evo Morales. Infatti la COB, la CSUTCB e la federazione Tupaj Katari si sono lanciate nella lotta dopo un processo di rottura con Morales e il suo partito, il MAS.

Morales ha poi fondato un nuovo partito chiamato Evo Pueblo, e vuole approfittare di questo processo per riorganizzarsi dopo la debacle del MAS. L’ascesa rivoluzionaria è favorevole alla costruzione di alternative di sinistra della classe operaia, ma avvantaggia anche i partiti riformisti che cavalcano le proteste. L’area politica di Evo Morales è entrata in ritardo nelle mobilitazioni, dopo aver constatato la potenza dello sciopero a tempo indeterminato. Si è unito alla richiesta di dimissioni di Paz, rivendicazione sulla quale c’è unità d’azione nelle strade, ma propone una via d’uscita politica contraria alla rivoluzione, promuovendo un avvicendamento borghese e di deviare la lotta sul terreno elettorale, una linea politica che storicamente ha solo permesso di spegnere il fuoco della rivoluzione e ricomporre le forze della destra e dell’oligarchia.

Qual è il livello di coscienza e di organizzazione del proletariato e delle masse popolari?

JJV: La risposta a questa domanda è contenuta nelle precedenti: in sintesi, il proletariato ha compiuto progressi nel riconquistare la COB a una prospettiva al servizio delle lotte; ciò ha permesso di rifondarla come potere alternativo, mostrando che un governo dei lavoratori è possibile. Ciò si è sviluppato in modo oggettivo e spontaneo. Tuttavia, il fattore soggettivo, ovvero l’avanguardia dei lavoratori organizzata in un partito rivoluzionario consapevole e con influenza di massa, non è ancora pienamente sviluppato. Ma le condizioni oggettive per realizzare il potere dei lavoratori sono più che mature, e ciò pone le basi per risolvere il problema della direzione rivoluzionaria, a condizione che si costruisca tale alternativa senza negare il processo oggettivo e intervenendo nella lotta all’interno del doppio potere, attraverso la COB.

In gran parte del settore contadino è presente la linea della successione costituzionale del vicepresidente Lara in caso di caduta di Paz, con l’obiettivo di indire elezioni presidenziali. Pesa ancora l’idea di conciliazione di classe.

Ma nella maggior parte della base proletaria mineraria, la figura di Lara viene respinta, insieme a quella di Evo Morales e del MAS. Viene criticata la loro mancanza di chiarezza riguardo all’obiettivo della lotta nel caso della possibile caduta di Paz. È qui che si apre la possibilità di lottare per il governo della COB. Davanti a questa alternativa, i contadini più combattivi possono lottare per il potere operaio e contadino, scartando l’opzione della successione di Lara. Da qui l’importanza di lottare per assemblee democratiche che definiscano l’alternativa del popolo lavoratore. Con queste linee d’azione stiamo intervenendo nel proletariato.

Negare il processo insurrezionale boliviano solo per il fatto che non esiste il “partito bolscevico di influenza di massa” è un errore madornale. Al contrario, quel partito può essere costruito se i quadri che intervengono nella lotta chiariscono in ogni modo il potenziale oggettivo delle stesse forze delle masse, sottolineando che l’unità operaia, contadina e popolare attorno alla COB ha creato un organo di doppio potere, e che le direzioni non devono essere esonerate dalla loro responsabilità, che devono assumersi la presa del potere per aprire il periodo del governo della classe lavoratrice. Devono chiarire che di fronte alla possibile caduta di Paz non bisogna consegnare il potere alla borghesia e ai suoi servitori, Lara e compagnia, ma invece farsi carico della creazione di un governo operaio e contadino.

Negare la situazione rivoluzionaria solo perché il proprio partito è piccolo porta ad essere autoproclamatori, settari fino al midollo. E porta anche ad essere opportunisti verso l’esterno, poiché nega il potenziale oggettivo delle masse, riduce la rivoluzione a concezioni di rivolta o ribellione, rendendo invisibile il ruolo dirigente del proletariato e il doppio potere, favorendo di conseguenza soluzioni politiche piccolo-borghesi ed elettoraliste.

Allo stesso modo, anche le internazionali rivoluzionarie sono chiamate a fare i conti con la rivoluzione boliviana a fare campagna per il potere operaio e contadino in concreto, e non in astratto. Che non si fermino al discorso o a proposte astratte di assemblee popolari o di organi dai nomi allettanti creati solo nella testa dei loro dirigenti, negando l’organo creato concretamente dalle masse. Tutto il potere all’unità effettiva operaia, contadina e popolare in Bolivia! Tutto il potere alla COB!

Qual è la soluzione, in questo momento decisivo, che possa portare a una vittoria operaia e popolare?

JJV: La soluzione politica sta nell’avere fiducia delle forze della classe lavoratrice, nell’unità tra operai, contadini e popolo raggiunta finora. Lottare con determinazione per la presa del potere politico da parte della COB, della CSUTCB e delle organizzazioni in lotta, come effetto della rivoluzione in corso. L’indecisione al riguardo cede l’iniziativa alle soluzioni dell’oligarchia, alle sue trappole parlamentari o elettorali, alla sua ricomposizione e alla sua semina di dubbi sulla rivoluzione, per far credere che questa non avrebbe una propria alternativa cosciente.

Paz, l’imperialismo e l’oligarchia vogliono arrivare al logoramento, alla demoralizzazione, appoggiandosi alla classe media reazionaria per giocare la carta dello stato d’assedio. Ma non sono forti, hanno dovuto arretrare cancellando la legge 1720, offrendo premi al corpo docente. La loro offensiva poliziesca e militare non ha potuto nulla contro El Alto e i blocchi. Gli sfruttatori sono sulla difensiva, l’iniziativa è della lotta nelle strade. Possiamo sconfiggerli. Neanche un passo indietro!

Abbasso il governo neoliberista! Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta!

*Dirigente del Movimiento Socialista de Trabajadores (Movimento Socialista dei Lavoratori) boliviano, ha guidato la costruzione della Juventud Socialista presso l’Università Mayor di San Andrés, promotore dell’alleanza COB-ADEPCOCA-UMSA nel 2017-2018 come organismi di lotta alternativi al governo del MAS. Autore nel 2025 del contributo al XXXIII Congresso Minerario della FSTMB e delle Tesi per il XVIII Congresso della COB del MST, in cui si prevedeva l’attuale ascesa rivoluzionaria.

Intervista a cura della Lega Internazionale Socialista