Post in evidenza

Verso il 10 ottobre

  🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼 🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Pal...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta nazismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazismo. Mostra tutti i post

In opposizione politica a Zelensky ma in difesa incondizionata dell’Ucraina

 


Contro il cinismo demenziale delle posizioni campiste. Contro ogni logica “due pesi e due misure”

Partito Comunista dei Lavoratori

English version

Mentre le città ucraine sono sventrate dai missili balistici dell’imperialismo russo, senza disporre di difesa nei cieli, le invettive campiste contro il cosiddetto “regime nazista di Kiev” risultano sempre più nauseabonde. Come sa chiunque conosca le posizioni del nostro partito, non diamo alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky, ci opponiamo alle sue politiche antioperaie, denunciamo la svendita agli imperialismi d’Occidente di beni, terreni, materie prime del popolo ucraino. Ma ci opponiamo a Zelensky dal punto di vista delle ragioni della classe operaia e della gioventù ucraine, non da quello dei bombardieri russi, delle truppe di occupazione putiniane e della loro propaganda imperialista. Parlare di un “regime nazista” in Ucraina significa esattamente far propria la propaganda di guerra degli invasori. E anche offendere la logica più elementare. Almeno per chi non sia accecato da chili di prosciutto sugli occhi.

Facciamo qualche esempio per farci capire anche dai più duri di comprendonio.

Abbiamo tutti osservato sui teleschermi di mezzo mondo le grandi manifestazioni di giovani che hanno attraversato le città ucraine, a partire dalla capitale, per protestare contro la destituzione del ministro della Difesa Fedorov. Manifestazioni protrattesi per settimane, che hanno replicato in forma persino più estesa quelle di un anno fa contro la corruzione. Manifestazioni tenutesi in un paese in guerra, sottoposto a bombardamenti quotidiani. Bene. Sarebbe mai possibile immaginare un regime nazista che consente manifestazioni di massa di contestazione del governo, per di più in tempo di guerra? È evidente che no, perché anche i bimbi delle scuole elementari sanno che un regime nazista è tale perché sopprime e reprime ogni libera manifestazione.

Peraltro per vietare e reprimere il diritto di manifestare non è necessario essere nazisti. È più che sufficiente un regime bonapartista reazionario, come quello di Putin, che infatti non solo impedisce ogni manifestazione, ma condanna ad anni di galera chi osi semplicemente parlare di «guerra» in Ucraina. Oppure è sufficiente essere la normale democrazia borghese dell’imperialismo tedesco, che vieta ogni manifestazione pro Palestina. Per non parlare del regime trumpiano negli USA, che ammazza manifestanti per strada grazie alle nuove milizie presidenziali. E si potrebbe continuare a lungo.

Invece no, sarebbe il governo Zelensky l’incarnazione del nazismo, e il governo arcireazionario russo quello della liberazione dal nazismo. Ma si può sostenere una tesi così demenziale? E non si butti la palla in tribuna citando il battaglione Azov, perché sarebbe come dire che in Italia c’è da decenni un regime fascista per via dell’esistenza della Folgore e di generali alla Vannacci.

La verità è che presentare il governo borghese di Zelensky come nazista non solo è capitolare alla propaganda russa ma è abbellire la rappresentazione del nazismo, attribuendogli un insospettabile lato liberale. Folle.

Ma c’è di più. La stampa campista (Il Fatto Quotidiano e compagnia) ha gongolato per le manifestazioni giovanili rappresentandole come una richiesta di resa dell’Ucraina. Più precisamente, come domanda di “pace” attraverso la resa. Ma chiunque sia dotato di un quoziente di intelligenza normale capisce l’esatto opposto. L’appoggio al ministro della Difesa da parte di masse di giovani era ed è la difesa del ministro che ai loro occhi è stato maggiormente capace di difendere l’Ucraina dall’aggressione russa, grazie all’innovazione tecnologica dei droni, fabbricati in Ucraina, con cui è possibile colpire in profondità le raffinerie russe, principale fonte di finanziamento della guerra imperialista di Mosca. Si può non capirlo? Ovviamente una guerra di difesa così impostata può anche in certa misura ridurre le perdite ucraine al fronte, e questa è sicuramente una ragione per cui i giovani la sostengono. Ma la sostengono in ogni caso proprio nel nome del diritto sacrosanto dell’Ucraina di difendersi dai bombardamenti russi con tutti i mezzi disponibili. Esattamente il diritto che i campisti negano all’Ucraina nel nome della “pace” e nell’“interesse degli ucraini”. Ciò che aggiunge al loro cinismo l’ipocrisia più rivoltante.

In Italia c’è una sola organizzazione della sinistra politica che, in opposizione a Zelensky, difende l’Ucraina dall’imperialismo russo. Così come, in opposizione al regime clerico-fascista (quello sì) iraniano, difende incondizionatamente l’Iran dai bombardamenti dell’imperialismo americano e sionista. È il Partito Comunista dei Lavoratori. Noi non facciamo due pesi e due misure. Abbiamo la schiena dritta e non ci facciamo intimidire. Sin dai tempi in cui, soli a sinistra, abbiamo difeso il diritto di resistenza dell’Iraq dalle truppe di occupazione, anche italiane, mentre le sinistre cosiddette radicali si voltavano dall’altra parte.

Per questo sosteniamo la carovana di solidarietà internazionalista con l’Ucraina, come abbiamo sostenuto ogni solidarietà con la Palestina e la Flotilla. Al fianco dei nostri compagni della Lega Socialista Ucraina.

La polizia di Berlino attacca la manifestazione in memoria di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht


 Pubblichiamo questo resoconto della tradizionale manifestazione annuale di commemorazione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino, scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht. Il governo e le autorità tedesche non si sono lasciati sfuggire neanche questa occasione per portare avanti la loro isterica campagna filosionista.



Il 14 gennaio almeno sedici persone sono state ricoverate in ospedale con ossa rotte e altre ferite a seguito di attacchi brutali da parte della polizia con manganelli e spray al peperoncino, secondo quanto riportato dalle squadre di soccorso medico presenti alla manifestazione. Un uomo di 65 anni è stato colpito in modo particolarmente duro, ed è stato lasciato a terra privo di sensi, sanguinante dalla bocca e dal naso.

Il motivo – o più precisamente il pretesto – per il dispiegamento di diverse centinaia di agenti di polizia è stato la solidarietà con la Palestina espressa della manifestazione. Secondo i rapporti della polizia, un oratore e un partecipante avrebbero gridato lo slogan vietato "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera". Di conseguenza, diverse persone sono state arrestate.

Nel momento in cui i manifestanti in testa nel corteo e interi isolati sono tornati indietro per mostrare solidarietà, la polizia si è davvero scatenata. Sicuramente i vertici della polizia, le cui forze non sono nuovo a questo genere di attacchi provocatori, si giustificheranno dicendo che anche in questo caso il loro operato è stata "proporzionato" e che i poliziotti sono in realtà le vittime e non gli autori della violenza.

Naturalmente, il Parlamento sarà anche disposto a discutere della provocazione, dell'attacco al diritto di manifestare, ma con un esito prevedibile: la colpa è dei manifestanti. In fondo, la solidarietà con la Palestina, sempre attaccata pubblicamente, è stata criminalizzata da governi e amministratori per mesi. Anche per la "società civile", cioè per l'opinione pubblica borghese, ce n'è abbastanza. Così la polizia sta facendo rispettare l'ordine di marcia, e ovviamente non solo nella manifestazione del 14 gennaio.

Mentre la solidarietà antimperialista viene criminalizzata e colpita, decine di migliaia di persone sono preoccupate per lo stato della democrazia tedesca dopo le ultime rivelazioni sui piani di deportazione razzista dei rappresentanti dell'AfD, del Movimento Identitario e della WerteUnion in una riunione "privata" a Potsdam. Non c'è dubbio che la preoccupazione e la paura per l'istituzione di un regime di deportazione ed espulsione razzista di massa siano giustificate. L'AfD e vari gruppi fascisti costituiscono la punta di diamante di una politica che incoraggia le continue richieste di politiche migratorie e dei rifugiati sempre più rigide e la prevista abolizione de facto del diritto di asilo da parte dell'UE. Lo spostamento a destra è alimentato anche dalla denigrazione della solidarietà palestinese, dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani, definiti antidemocratici e antisemiti, nonché dal parallelismo tra antisemitismo e antirazzismo. Chi non combatte il razzismo antimusulmano in costante aumento e la criminalizzazione e diffamazione della solidarietà palestinese, alla fine non sarà in grado di fermare lo spostamento a destra.

La manifestazione in ricordo di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht è stata assolutamente pacifica. Non si è lasciata intimidire, ma i suoi partecipanti si sono opposti alla violenza della polizia.

Martin Suchanek

25 aprile. Unire la lotta di classe alla lotta contro il governo a guida postfascista

 


24 Aprile 2023

Testo del volantino del PCL

Ogni 25 aprile è una giornata che non si può abbandonare alla ritualità dell’antifascismo istituzionale, paludato e inconcludente. Tanto più il 25 aprile del 2023. La classe lavoratrice italiana e tutti i settori oppressi della società, a partire dal contingente proletario immigrato, si trovano a dover fronteggiare il governo più reazionario del dopoguerra.

Un governo che, pur non ricalcando un regime fascista, ne eredita lo scopo sociale, di classe. Nel 1922 il fascismo italiano andò al potere sovvenzionato dal padronato per spezzare gli scioperi e distruggere l’esperienza rivoluzionaria del biennio rosso. Nel 1933 il nazismo salì al potere in Germania per condurre in porto il riarmo imperialista tedesco basato sul grande monopolio industriale e finanziario. Tra il 1937 e il 1939 il generale Franco condusse una sollevazione militare in Spagna per annientare la rivoluzione spagnola, instaurare un regime totalitario clerico-fascista e restituire terreni e fabbriche ai padroni. L’invariante è chiara: fascisti e nazisti, camice nere, brune o azzurre che siano, distrussero le organizzazioni del movimento operaio per curare gli interessi padronali, capitalisti e imperialisti.

Tra il 1943-’45 la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta non viveva però solamente un’aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere delle lavoratrici e dei lavoratori. Quella rivolta e il suo carattere rivoluzionario furono traditi da Stalin e dal PCI che subordinarono la Resistenza alla collaborazione di governo con la DC, fino ad una totale prostrazione esemplificata dall’amnistia ai fascisti (e la persecuzione giudiziaria dei partigiani) e il rinnovo del Concordato con la Chiesa. La politica di collaborazione di classe affossò ancora la rivoluzione sociale e le ragioni dei proletari quando, vent’anni dopo la Resistenza, una nuova generazione operaia rialzò la testa con la grande ascesa dell’autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (1969-’76). Fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (1976-’78)

Oggi il fascismo non è alle porte. Ma il riflusso della lotta di classe, favorito ancora una volta dal tradimento delle sinistre riformiste e poststaliniste implicate nei governi di centro sinistra con le loro politiche antioperaie, e dalla burocrazia sindacale che con Landini è arrivata addirittura ad offrire il proprio palco congressuale al capo dei postfascisti, Giorgia Meloni, ha consentito ai suoi eredi di andare al governo. Costoro non si propongono più di abolire formalmente la democrazia, ma perseguono ugualmente lo scopo di rilanciare il capitalismo (attacco al reddito di cittadinanza, alle pensioni, defiscalizzazioni) e l’imperialismo italiano (in Libia, in Tunisia) non senza un ulteriore aumento delle spese militari. Ed è pronto anche lo strumento per sviare l’attenzione delle masse: il falso bersaglio costituito dalle e dai migranti che cercano di sfuggire alle tragiche conseguenze della nuova spartizione imperialista del mondo (guerre, devastazione ambientale, crolli economici, con il loro portato di disoccupazione, povertà e fame) a cui partecipano l’imperialismo italiano, gli imperialismi “occidentali” e i nuovi imperialismi di Russia e Cina. Fino a volere togliere loro le misere protezioni ancora consentite dalla legge.

Perciò il carattere della Resistenza che dobbiamo opporre oggi è chiaro: salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall’opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi. È necessario costruire un’opposizione vera al governo delle destre dal versante del movimento dei lavoratori e dei giovani: un grande fronte unico di lotta. Si combatte davvero la reazione se si recupera e si infonde tra gli sfruttati la fiducia nella propria forza, se si avanza una piattaforma di lotta capace di unire le loro forze nella ribellione. Che ciò sia possibile lo dimostrano le giornate di lotta in Francia che si stanno susseguendo incessantemente, ma anche gli scioperi inediti per ampiezza, partecipazione e settori coinvolti, di Gran Bretagna e Germania.

Ma c’è un’altra necessità fondamentale per costruire una prospettiva di progresso, e non compiere gli errori del passato: costruire un partito indipendente della classe lavoratrice, anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che stia sempre e solo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Un partito che riconduca ogni lotta e rivendicazione immediata alla prospettiva della distruzione dello Stato borghese e della creazione di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza ed autorganizzazione. Perché, oggi come nel 1945, l’unica vera alternativa alla barbarie del sistema capitalista è una alternativa rivoluzionaria e socialista.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa. Per questo noi oggi, nel ricordare la Resistenza partigiana ed il suo carattere rivoluzionario, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

A ottant'anni dall'insurrezione del ghetto di Varsavia

 


Ricordiamo gli eroici combattenti ebrei socialisti rivoluzionari del ghetto di Varsavia, in maggioranza bundisti e antisionisti

24 Aprile 2023

«I bundisti [membri del Bund, partito socialista ebraico cui appartenevano la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto] non aspettavano il Messia, né pensavano di emigrare in Palestina. Pensavano che la Polonia fosse il loro paese e combattevano per una Polonia giusta e socialista, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria autonomia culturale, e in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti.»

(Marek Edelman, comandante militare del ghetto di Varsavia. Socialista antisionista. Sostenitore dei diritti del popolo palestinese)



Quindici anni fa, nel 2008, a Varsavia si commemorava il sessantacinquesimo anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia. Uno degli invitati alla cerimonia ufficiale, un anziano signore di 89 anni, rifiutò di prendervi parte. Il motivo di questo rifiuto era la presenza alla cerimonia di una delegazione ufficiale israeliana.
Quello stesso pomeriggio andò invece all'ambasciata francese, dove, in una cerimonia speciale per lui, il ministro degli esteri francese gli consegnò la Legion d'Onore, la massima onorificenza dello stato transalpino.

Ma chi era dunque questo signore, così importante da essere decorato al massimo livello e così ostile a Israele da rifiutare di partecipare ad una importante commemorazione?
Si chiamava Marek Edelman; il suo nome figurava sulle liste dei "nemici di Israele" elaborate dai sionisti di destra negli USA. Al contempo la sua foto appariva nei musei dedicati al genocidio degli ebrei e addirittura nella “galleria degli eroi” dello Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme.
Marek Edelman era stato il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943, in coppia col socialista rivoluzionario sionista di estrema sinistra (di Hashomer Hatzair) Mordechai Anielewicz, e unico dopo la morte nella lotta di quest’ultimo.

Dopo settimane di eroica lotta, gli ultimi sopravvissuti, guidati da Edelman, lasciarono il ghetto attraverso le fogne raggiungendo la componente di sinistra della resistenza polacca, continuando poi la lotta armata fino alla liberazione dal nazismo e, in particolare, partecipando all'insurrezione generale di Varsavia dell'estate 1944.
Edelman era un militante del Bund (Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), un’organizzazione socialista di sinistra fortemente contraria al sionismo, a cui apparteneva la maggioranza dei combattenti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia e che alle elezioni interne ai quartieri ebraici del 1939 prese ben il 62% dei voti, mentre l’insieme delle forze sioniste solo il 20% (il resto andò a partiti borghesi non sionisti).
La maggioranza del popolo ebraico in Polonia (che fu la principale vittima del genocidio) dimostrava di respingere la soluzione sionista. (Il Bund nel suo programma definiva il sionismo “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’Imperialismo”).

Nulla di tutto ciò viene oggi narrato da borghesi, riformisti, e sionisti, in particolare in Italia. Fu il mostruoso genocidio da parte del nazismo e dei suoi complici di 6 milioni di ebrei (insieme a cui non si devono dimenticare gli altri 5 milioni di morti dei massacri e dei campi di sterminio: rom e sinti, omosessuali, antifascisti, prigionieri sovietici) che ha creato un argomento cinicamente usato dai sionisti per portare una maggioranza degli ebrei del mondo a sostenere lo stato sionista, nonostante la sua criminale e razzista oppressione degli arabi di Palestina.

L'eroico Marek Edelman, rifiutò di emigrare in Israele e restò in Polonia, lottando contro il regime stalinista, come dirigente della sinistra laica di Solidarnosc, e per questo fu incarcerato per anni. Nel 2002 Edelman scrisse una lettera aperta indirizzata “ai comandanti delle organizzazioni armate e partigiane palestinesi e ai soldati delle organizzazioni armate palestinesi”. Ciò fece letteralmente infuriare i sionisti. La lettera aperta invitava giustamente le organizzazioni palestinesi a non compiere attentati suicidi contro i civili israeliani, ma il fatto che parlasse di partigiani palestinesi e li invitasse implicitamente ad attaccare solo le forze militari israeliane «come noi abbiamo fatto con i tedeschi» non poteva che essere visto come una netta e radicale presa di posizione antisionista.

L'antisionismo di Marek Edelman non costituisce un fatto isolato. Nel mondo, nonostante l'orrendo massacro nazista che distrusse l’ebraismo yiddish dell’Europa centro-orientale e le conseguenze dell’antisemitismo staliniano – che si coniugava col sostegno al sionismo; il governo dell’URSS nel 1948 fu il primo a riconoscere lo stato di Israele, e lo fece armare dalla Cecoslovacchia – centinaia di migliaia di ebrei nel mondo restano ostili al sionismo. Tra i primi, le migliaia di ebrei che militano, spesso con prioritari ruoli dirigenti, nelle organizzazioni trotskiste, seguendo la grande tradizione marxista rivoluzionaria di figure come Rosa Luxemburg, Trotsky, Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, e migliaia di altri quadri comunisti (il governo bolscevico nel 1918 aveva oltre un terzo di membri ebrei, mentre la percentuale di ebrei nel territorio della futura URSS era il 3%), la maggior parte dei quali finirono vittime del massacro dei comunisti leninisti (centinaia di migliaia di vittime) della controrivoluzione staliniana negli anni ’30.

Perché se il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti resta il maggiore e impareggiabile crimine storico, almeno della storia moderna, altri due “genocidi” antisemiti, certo di un livello di mostruosità inferiore e difforme tra loro, ma pur tuttavia gravissimi, si sono sviluppati nel nostro secolo.
Il primo è il già ricordato “genocidio” anticomunista ad opera di Stalin e del suo regime. Il secondo è il genocidio della memoria attuato da borghesi conservatori e liberali, socialdemocratici, stalinisti e, ovviamente in primo luogo sionisti. Quello che ha voluto utilizzare il genocidio nazista e i massacri stalinisti per cancellare la memoria dello Yiddishland di prima della Seconda guerra mondiale, in cui la maggioranza del popolo ebraico era antisionista e in cui i marxisti rivoluzionari furono parte importante.

Ricordare Marek Edelman e i rivoluzionari ebrei antisionisti dell’insurrezione del ‘43 significa per noi combattere anche questo terzo “genocidio” antisemita.
L’antisionismo non è antisemitismo, ma doveroso antimperialismo, anticolonialismo e antirazzismo. I sionisti e lo stato dell’apartheid antiarabo di Israele non sono, oggi, meno che mai gli eredi degli eroici combattenti del ghetto e della maggioranza del popolo ebraico dell’Europa dell’Est e della sua grande tradizione rivoluzionaria per una Palestina unita, laica e socialista, nella quale sulla base dell’autodeterminazione del popolo arabo possano vivere insieme in pace arabi ed ebrei.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ucrainofobia. Distorsioni ottiche a sinistra

 


I paradossi di un singolare strabismo

Russofobia e ucrainofobia si scontrano all'arma bianca dentro la guerra di propaganda. Purtroppo a volte anche all'interno della sinistra.

La russofobia è sotto gli occhi di tutti. Le odiose misure di ritorsione dei governi occidentali contro sportivi, artisti, uomini di cultura responsabili solo di essere russi è di una tale volgarità ripugnante che non merita commenti. C'è solo da osservare che lo sciovinismo nazionale grande-russo ha tutto da guadagnare da questa forma di isteria xenofoba. Come, del resto, dalla campagna di sanzioni contro la Russia varate dagli imperialismi occidentali. Cioè dall'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale.

L'ucrainofobia invece è molto meno appariscente, ma assai più diffusa. Anche e soprattutto in settori di estrema sinistra. L'accostamento di Zelensky al nazismo, e per questa via l'accostamento del nazismo agli ucraini, segna il senso comune, le semplificazioni del linguaggio, le invettive da social. È un accostamento tanto falso quanto significativo. È falso innanzitutto sul piano dell'analisi più elementare. Un governo borghese, nazionalista e liberista, assume e può assumere misure antioperaie e reazionarie. Ma distinguere un governo borghese nazionalista da un governo fascista dovrebbe essere l'abc per i comunisti. Zelensky e il suo partito dei cosiddetti “servitori del popolo” sono espressione di un populismo borghese di centro, non dissimile per alcuni aspetti dal grillismo della sua prima stagione. Non è un caso che il populismo ucraino di destra (Poroshenko) si sia presentato alle elezioni in contrapposizione a Zelensky, né è un caso che Zelensky abbia raccolto i maggiori consensi proprio nelle regioni russofone, in quanto opposto alla destra nazionalista. Si può solo aggiungere che l'invasione russa, lungi dal detronizzarlo, ha ulteriormente allargato il suo consenso. Purtroppo anche tra i proletari ucraini. A maggior ragione l'accostamento tra ucraini e nazisti, nel sottopancia di non pochi compagni, è obiettivamente grave. Non solo perché assimila un popolo alla natura, per di più falsata, del regime politico che lo domina, ma anche perché riproduce lo stereotipo propagandistico dell'imperialismo invasore. E cioè la rappresentazione della guerra propria dello sciovinismo grande-russo, quella che si maschera da “operazione speciale” per la “denazificazione” dell'Ucraina. Una denazificazione davvero speciale se acclamata da Dugin e dagli ambienti fascisti di Santa Madre Russia.

“Vi accorgete ora che c'è la guerra, ma in realtà c'è da otto anni” è una delle osservazioni più ricorrenti. Questa è in realtà una rimozione della guerra attuale. L'attuale guerra, segnata dall'invasione russa dell'Ucraina, non è affatto la continuità della guerra precedente. Ha un'altra natura ed altri fini. Otto anni fa una rivolta reazionaria a piazza Maidan a Kiev rovesciò il governo filorusso di Yanukovich, e diede avvio a un corso politico nazionalista ucraino che ha assunto misure reazionarie contro le popolazioni russofone del Donbass. Per questo come PCL abbiamo difeso per otto anni la resistenza del Donbass e i diritti nazionali delle popolazioni russofone, indipendentemente dalla natura rossobruna dei governi separatisti e dal sostegno militare loro accordato dall'imperialismo russo.

La guerra iniziata il 24 febbraio è un'altra cosa. È la guerra dell'imperialismo russo contro la nazione ucraina. Una guerra mirata al suo assoggettamento e/o alla sua spartizione, secondo le volontà dichiarate dello stesso Putin (discorso alla nazione e al mondo del 21 febbraio). La posta in gioco di questa guerra non sono i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofone, oggi peraltro bombardate dall'imperialismo russo (e non a caso avare di quel consenso agli invasori che Putin credeva scontato), ma i diritti di autodeterminazione della nazione ucraina.

I diritti di autodeterminazione di nazionalità oppresse non sono a geometria variabile. Se l'imperialismo russo promuove una guerra d'invasione e di conquista contro la nazione ucraina, la nazione ucraina ha diritto a difendersi contro la Russia, così come il Donbass aveva diritto a difendersi contro il governo ucraino. Perché usare due pesi e due misure? Presentare la guerra attuale come la continuità di quella degli otto anni precedenti serve solo alla propaganda bellica di Putin, mirata a consolidare il consenso in Russia alla propria guerra di conquista.

L'ucrainofobia trascina con sé distorsioni ottiche profonde nella lettura stessa della guerra in atto. Ad esempio. Sappiamo tutti che l'Ucraina è contesa da imperialismi NATO e imperialismo russo. Sappiamo anche che per noi non c'è alcuna ragione di preferire un imperialismo all'altro da un punto di vista generale e storico. È fuor di dubbio. Ma possiamo dire che oggi vale lo stesso per il popolo ucraino, sottoposto ai bombardieri russi? Dieci milioni di ucraini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, tre milioni sono coloro che hanno lasciato il paese. Da quale imperialismo sono fuggiti? Secondo ogni evidenza, dall'imperialismo russo che ha invaso l'Ucraina e la bombarda. O no? O dobbiamo dire che siccome per noi dal punto di vista storico un imperialismo vale l'altro, allora gli ucraini si sbagliano a vedere nella Russia oggi il nemico immediato contro cui battersi?
In questa assenza di empatia, di sensibilità elementare per la drammatica sofferenza di un popolo c'è anche la misura dell'arretramento culturale del senso comune. Il fatto che a fronte della guerra d'invasione dell'imperialismo russo non vi sia stata ad oggi alcuna manifestazione di protesta sotto l'ambasciata russa non è meno significativo. Non è mai accaduto per nessuna guerra d'invasione del passato. Non è un'accusa, è un fatto. Come è un fatto che la stessa rivendicazione elementare del ritiro delle truppe russe dai territori occupati con l'invasione di febbraio è la grande assente dalle piattaforme di lotta del sindacalismo di classe, che pur sosteniamo. Come se la sacrosanta opposizione al nostro imperialismo giustificasse la rimozione dell'imperialismo russo.

Una distorsione analoga riguarda la resistenza ucraina. In questo caso la rappresentazione è mutuata dalla comunicazione mediatica borghese. La resistenza viene dipinta unicamente come resistenza dell'esercito e pura espressione del governo ucraino. Così non è. Naturalmente, come sappiamo, il nazionalismo è egemone, e il peso dell'esercito dominante. Ma non tutto si riduce all'esercito, e neppure al governo. Partecipano alla resistenza sindacati operai apertamente critici verso il governo Zelensky e le sue recenti misure antioperaie (come il Sindacato Indipendente per la Protezione del Lavoro). Le manifestazioni contro l'occupazione russa che si sono svolte a Kherson, sotto il fuoco delle truppe occupanti, sono state promosse in larga parte dai sindacati della scuola. Su scala nazionale, diverse decine di migliaia di proletari si sono arruolati come volontari nelle strutture di quartiere e di difesa territoriale. Ad esempio nel sito minerario Dtek in Donbass, di proprietà del capitalista Akhmetov, l'arruolamento volontario ha coinvolto oltre 400 minatori, sorretti dalla solidarietà attiva di chi è rimasto a lavorare in miniera per le esigenze imposte dalla difesa del paese (Le Monde, 4 maggio). Relazioni di solidarietà internazionale con la resistenza ucraina si sono prodotte in Europa nel settore metalmeccanico, tra i lavoratori di ArcelorMittal di Brema e di Gand e i lavoratori della stessa azienda in Ucraina. Organizzazioni e tendenze classiste di diversi paesi già impegnate nel contrasto dei propri governi borghesi, da Conlutas in Brasile a Solidaire in Francia, sostengono la resistenza ucraina, ed in particolare le organizzazioni sindacali in questa impegnate. In Bielorussia il 20 aprile i dirigenti della principale confederazione sindacale (BKDP) sono stati arrestati perché contrari alla guerra della Russia e solidali coi sindacati ucraini. Contro questo arresto si è pronunciato il Comitato Esecutivo della Confederazione del Lavoro della Russia, che rivendica l'immediata liberazione degli arrestati.

Inoltre la resistenza popolare all'invasione si esprime nell'organizzazione della difesa cittadina contro le truppe d'occupazione. Uomini e donne che confezionano bottiglie molotov nella previsione di un possibile ingresso dei carri armati nelle città, come a Kiev e Kharkiv, o che ammassano sacchi di sabbia sulle spiagge di Odessa per contrastare un possibile sbarco di truppe russe, sono a pieno titolo parte della resistenza. Non comprendere questo elemento non è solo una rimozione politica, ma anche un fattore di incomprensione della dinamica militare della guerra. Il fallimento dell'offensiva russa su Kiev nella prima parte del conflitto è stata sicuramente il prodotto di tanti elementi, ma certo anche della deterrenza prodotta dall'annunciata resistenza popolare nelle città, che ha costretto lunghe colonne corazzate russe a rimanerne fuori e a divenire per questo bersaglio dell'iniziativa militare ucraina. Più in generale, chi non coglie la connessione tra tenuta militare e sostegno popolare ha poca dimestichezza con la storia reale delle resistenze di ogni tempo e luogo.

Eppure tutto questo scompare dalla percezione diffusa. Su tutto domina la figura di Zelensky e il battaglione Azov, alfa e omega di tutto. La presenza fascista nella resistenza ucraina, già molto ridotta e oggi tanto più decimata, sembra arruolare miracolosamente l'intera resistenza dietro le proprie bandiere, come vuole la lettura dell'imperialismo russo. Mentre il fascismo russo panslavista, ben insediato nell'apparato imperialista del paese occupante, viene relegato nel migliore dei casi a fatto marginale di folclore, quando non addirittura ignorato.

Il tema delle armi ha occupato lo spazio centrale della discussione, ma in termini profondamente distorti. Si confonde innanzitutto l'invio delle armi col riarmo. Con alcuni curiosi paradossi. La Germania, la più prudente nell'invio delle armi, è quella che investe più di cento miliardi aggiuntivi nel proprio riarmo. Davvero non si coglie la differenza, oltre che il diverso ordine di grandezza? In realtà il criterio spartiacque “sì o no alle armi” è totalmente subalterno a una visione ideologica pacifista, spesso sposata per interesse proprio da ambienti filoputiniani e rossobruni. Col risultato paradossale di consegnare alla NATO e al PD il titolo abusivo di unici difensori della resistenza, e di consentire loro di mascherare dietro “l'invio delle armi” i propri scandalosi piani di riarmo. Assurdo.

Siamo da sempre in prima fila contro il riarmo imperialista, innanzitutto del nostro imperialismo NATO. Denunciamo la preparazione alla guerra che questo riarmo configura, assieme all'espansione della NATO nel Nord Europa, al rafforzamento dei contingenti NATO nei paesi confinanti con la Russia, al crescente coinvolgimento in essi dell'imperialismo italiano. A differenza di altre sinistre che hanno scambiato ministeri e sottosegretariati col voto ai bilanci militari, ci siamo sempre contrapposti all'imperialismo di casa nostra, al suo militarismo, alle capitolazioni ad esso delle sinistre riformiste. E non parliamo solo del passato o del PRC con Prodi. Parliamo del governo Tsipras che in anni recenti ha speso in armamenti il 4% del PIL, il doppio di quanto richiesto dalla stessa NATO. Parliamo di Podemos, che oggi siede con quattro ministri e un vicepresidente del Consiglio nel governo dell'imperialismo spagnolo, e vota i bilanci militari del riarmo. Parliamo dell'Alleanza di Sinistra in Finlandia, che siede in un governo che annuncia la propria richiesta di ingresso nell'Alleanza Atlantica. Parliamo anche, al di là dell'Atlantico, dei ministri "di Sanders" che siedono al governo Biden della più grande potenza imperialista del pianeta, vero capofila del riarmo mondiale e della NATO. (Di Mélenchon possiamo solo dire che ha già cancellato la rivendicazione dell'uscita dalla NATO e che il suo patriottismo di sinistra, unito alla pretesa di una coabitazione con Macron, non promette nulla di buono.)

Eppure tutto questo è rimosso, perché in Italia ciò di cui si discute a sinistra è l'invio o meno di armi alla resistenza ucraina. La montagna si nasconde dietro al topolino. Ed anche qui con molta confusione. Tralasciamo per ragioni di brevità la confusione che si fa sulla stessa natura e portata reale delle armi inviate, e andiamo all'essenziale. L'essenziale è che si confonde la finalità politica dell'invio delle armi da parte dei paesi imperialisti e il diritto della resistenza ucraina ad usarle, quale che sia la loro provenienza.

Le finalità dell'invio, in particolare da parte di USA e Gran Bretagna (i due principali paesi donatori) è naturalmente imperialista. Gli imperialismi NATO usano l'invio delle armi come strumento di condizionamento politico dello stesso governo ucraino. Vogliono preservare il controllo imperialista sull'Ucraina. E una volta vista – contro le loro stesse previsioni iniziali – la capacità di resistenza ucraina, puntano a fare di necessità virtù: spingono cioè per un prolungamento della guerra mirato a indebolire l'imperialismo russo, alleato della Cina, e quindi anche quest'ultima. È la stessa logica imperialista delle sanzioni, che in realtà non solo si scaricano sulle condizioni di vita dei proletari ma rafforzano politicamente la campagna nazionalista dell'imperialismo russo sul proprio fronte interno. Tutto questo, nei limiti delle nostre possibilità, noi lo denunciamo, agli occhi dei lavoratori italiani, russi ed ucraini.

Ma dedurre dalle finalità imperialiste dell'invio delle armi il rifiuto del diritto di resistenza di un popolo invaso è assurdo. “Perché allora non le inviate ai palestinesi, e alle tante resistenze in giro per il mondo?” obietta un qualsiasi Alessandro Di Battista, con diverse sinistre a rimorchio. Come se smascherare l'ipocrisia dell'imperialismo potesse rimuovere la nostra ipocrisia. Gli imperialismi si muovono solo per i propri fini e i propri interessi. Così fanno per l'invio delle armi. Quando fornirono armi e istruttori ai curdi non lo fecero certo perché improvvisamente sensibili alla loro causa nazionale, ma solo perché ritennero conveniente sostenerli militarmente contro l'ISIS. Dovevamo quindi opporci all'invio di armi americane alla resistenza curda, cioè al diritto curdo ad usare quelle armi contro un nemico in quel momento mortale? No. Sostenemmo pienamente il diritto curdo ad usarle, senza per questo smettere di denunciare le finalità degli USA. Perché dovremmo fare diversamente nel caso della resistenza ucraina? Il popolo ucraino è oggetto della guerra d'invasione di un imperialismo enormemente più potente dell'ISIS, che da più di due mesi bombarda case, ospedali, scuole, luoghi di lavoro. La resistenza ucraina non può scegliersi le armi da usare, come non potevano sceglierle i curdi. Una resistenza per una giusta causa ha diritto a difendersi con le armi di cui può disporre. Noi abbiamo il dovere di metterla in guardia dai fini di che gliele offre. Ma non abbiamo alcun titolo per negarle questo diritto.

Dire che l'invio delle armi è in quanto tale il prolungamento della guerra confonde i piani. Come abbiamo detto, denunciamo il tentativo USA e britannico di subordinare la resistenza ai propri fini, cioè di prolungare la guerra. Ma denunciare i fini dell'imperialismo NATO non significa rimuovere quelli dell'imperialismo invasore. Il fine dichiarato dall'imperialismo russo, al piede di partenza della guerra, era quello di cancellare l'Ucraina come “invenzione comunista”. Da qui l'appello pubblico di Putin all'esercito ucraino perché destituisse Zelensky (26 febbraio). La resistenza ucraina ha sconfitto questo primo obiettivo. Senza la resistenza ucraina, necessariamente in armi, la guerra sarebbe finita due mesi fa o poco più. L'imperialismo russo avrebbe celebrato a Kiev la propria “pace”, con la benedizione del Patriarca di Mosca, il trionfo di Dugin, un enorme rafforzamento del regime di Putin sul proprio fronte interno. È questa la pace che il movimento operaio internazionale deve rivendicare in Ucraina? Eppure questo sarebbe stato l'effetto della campagna contro l'invio delle armi (“non ce la possono fare contro i russi”, “prima si arrendono meglio è per tutti”... ecc. ecc.). Si dovrebbe avere almeno l'onestà intellettuale di riconoscerlo.

Noi siamo contro un prolungamento della guerra sulla pelle degli ucraini. Ma anche contro una pace sulla pelle degli ucraini. Rivendichiamo una pace giusta: la cessazione delle ostilità, il ritiro delle truppe russe dai territori conquistati dopo il 24 febbraio, il riconoscimento della Crimea alla Russia, il diritto di libera autodeterminazione delle popolazioni del Donbass. Se si è contrari a questa soluzione – l'unica equa – lo si dica e si entri nel merito. Ma se si sostiene questa soluzione si deve avere l'onestà di ammettere che è incompatibile con la rinuncia alla resistenza.

Un luogo comune diffuso in alcuni settori afferma che l'invio delle armi è partecipazione alla guerra, “dunque” la guerra è direttamente imperialista, “dunque” la posizione da tenere è quella del disfattismo su ogni lato. Soprattutto, in realtà, il disfattismo contro la resistenza ucraina. Questa argomentazione è falsa nei suoi presupposti e sbagliata nelle sue conclusioni. No, l'invio delle armi non equivale ad essere in guerra. Anche quando l'invio è prolungato e massiccio. URSS e Cina sostennero militarmente la resistenza vietnamita contro l'imperialismo USA, ma non per questo erano in guerra con gli USA, ciò che avrebbe equivalso nel contesto d'epoca a una guerra mondiale. Gli USA nei primi due anni dell'ultima guerra mondiale sostenevano militarmente la Gran Bretagna contro la Germania nazista, ma non per questo erano in guerra con la Germania. Vi entrarono dopo l'attacco del Giappone a Pearl Harbour, con un mutamento del quadro del conflitto che fu decisivo per il suo esito. Si possono moltiplicare gli esempi. Oggi le potenze imperialiste NATO sono coinvolte nella guerra ma non sono in guerra. Non è una questione di forma ma di sostanza.

La teoria della “guerra per procura” è popolare a sinistra, ma è falsa. L'Ucraina non è “entrata in guerra per conto degli USA”. Vi è entrata perché attaccata e invasa dall'imperialismo russo. Gli USA, che non credevano alla resistenza ucraina (avevano offerto asilo a Zelensky consigliandogli la fuga dopo 24 ore), ora la sostengono e vogliono subordinarla ai propri scopi (che noi denunciamo). Non è affatto la stessa cosa. La posizione disfattista sul versante ucraino non ha oggi un fondamento oggettivo. La sua unica ricaduta politica è il lasciapassare alla vittoria russa contro l'Ucraina.

Prendiamo l'esempio della resistenza delle repubbliche separatiste del Donbass dopo il 2014. L'imperialismo russo sostenne, nel suo proprio interesse, la resistenza delle popolazioni russofone contro l'aggressione di Kiev, appoggiata dalla NATO. Ma non per questo la Russia era in guerra con la NATO e viceversa. L'elemento centrale dello scontro vedeva contrapposti il governo nazionalista ucraino e i governi separatisti, ognuno coi propri supporti imperialisti. Per questo giustamente difendemmo i diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo ucraino, indipendentemente dall'invio delle armi dell'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi di quest'ultimo e la natura rossobruna dei governi separatisti. Così oggi difendiamo i diritti nazionali dell'Ucraina contro l'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi degli imperialismi NATO e la natura del governo Zelensky.

Siamo sempre e comunque per la fraternizzazione tra gli sfruttati di tutte le nazioni. Siano esse dominanti o oppresse, in guerra o in pace. Ma i contenuti della fraternizzazione non possono essere indifferenti alla natura di un conflitto e dei suoi contendenti. Non combattiamo l'imperialismo russo dal versante del nostro imperialismo, non sosteniamo la logica delle sanzioni dell'imperialismo NATO contro la Russia, denunciamo ogni forma di isteria antirussa, sia essa ucraina o occidentale, rivendichiamo la massima fraternizzazione coi proletari russi, vittime anch'essi dello sciovinismo grande-russo e della sua guerra di conquista contro l'Ucraina. Ma per questa stessa ragione non possiamo ignorare le ragioni di solidarietà col proletariato ucraino, prima vittima della guerra di Putin. Nessuna solidarietà e fraternizzazione coi proletari ucraini è oggi possibile se neghiamo loro il diritto a resistere. Non faremo emergere nessun punto di vista alternativo all'egemonia tra di essi del nazionalismo borghese e di Zelensky se volteremo le spalle a quel diritto. Al contrario, contribuiremo in quel caso a rafforzare la presa del nazionalismo nelle loro file, e di conseguenza a danneggiare la stessa causa della fraternizzazione tra proletari ucraini e proletari russi, che è la principale arma di lotta contro la guerra.

Siamo disfattisti verso l'imperialismo di casa nostra, ma senza ignorare l'imperialismo che entra in casa d'altri, e contro cui altri proletari giustamente resistono. Combattiamo l'imperialismo NATO ma senza concessioni all'imperialismo russo. Siamo contro l'escalation militare, contro ogni guerra imperialista, contro l'ingresso in guerra della NATO, contro ogni appello che vada in questa direzione (inclusi gli appelli di Zelensky alla no fly zone o similia). Ma non sulla pelle del diritto elementare di un popolo a lottare contro le truppe d'occupazione di una potenza imperialista. È la coerenza che ci portò a sostenere la resistenza irachena, nonostante Saddam Hussein. Non la tradiremo in Ucraina, nonostante Volodymyr Zelensky.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Parlamento europeo anticomunista

23 Settembre 2019 - Dai loschi figuri di Fratelli d'Italia sino a Giuliano Pisapia, passando per Lega, liberali e PD. È l'arco politico dei firmatari italiani di una risoluzione anticomunista votata a larga maggioranza dal Parlamento Europeo con 535 voti a favore contrari, 66 contrari, 52 astenuti. Una risoluzione che pone sullo stesso piano «nazismo e comunismo», invita a rimuovere i «simboli comunisti», denuncia il «totalitarismo comunista». Non è una risoluzione casuale o irrilevante. Dà una sponda alle misure liberticide dichiaratamente “anticomuniste” assunte da regimi reazionari come il regime polacco e quello ungherese, che mettono di fatto fuorilegge ogni formazione che fa riferimento a simboli e idee comuniste. Celebra l'espansione della UE nell'est europeo come espansione della “frontiera della libertà” rivendicando la fedeltà alla NATO come presidio della “democrazia” e della “pace”.

La risoluzione rappresenta a tutti gli effetti un manifesto ideologico degli imperialismi europei nella fase storica delle guerre commerciali e delle nuove contraddizioni mondiali per la spartizione delle zone di influenza. È singolare. Nel momento stesso della massima contraddizione tra interessi europei e politica USA, della massima marginalizzazione del peso degli imperialismi europei nella tenaglia tra imperialismo USA e imperialismo cinese, della massima divaricazione di interessi tra gli stessi imperialismi europei all'interno della UE (tra Germania e Francia, tra Francia e Italia...), il Parlamento Europeo innalza la bandiera “anticomunista” come collante ideologico della UE. Celebra sul piano ideologico la sola unità di cui gli imperialismi sono capaci, quella contro i lavoratori salariati e i loro diritti. Un'unità che travalica non solo le frontiere ma i confini politici tra gli schieramenti all'interno di ogni paesi. Un'unità celebrata in venticinque anni di attacco congiunto contro salari, lavoro, sanità, pensioni, istruzione, al solo scopo di ingrassare i profitti e pagare il debito alle banche. Un'unità celebrata nelle misure e campagne contro i migranti che fuggono da guerre e rapine degli stessi imperialismi europei. Politiche condotte dai governi borghesi di ogni colore: di centrodestra, di sovranismo nazionalista, di centrosinistra liberalprogressista, di socialdemocrazia. Il fatto che gli stessi campioni “democratici” del PD che denunciano il reazionario Salvini firmino con la Lega e i parafascisti una comune risoluzione anticomunista non è un incidente, è la confessione pubblica della propria ipocrisia.

Ma c'è un risvolto ideologico particolarmente odioso della risoluzione votata: quello che si appoggia sui crimini staliniani per denunciare il «totalitarismo comunista». Come se proprio i comunisti non fossero stati le prime vittime dello stalinismo. Come se il regime totalitario di Stalin non avesse realizzato il più grande massacro dei comunisti del Novecento. Come se gli imperialismi “democratici” non avessero applaudito a suo tempo allo sterminio staliniano dei comunisti, dalla copertura diplomatica occidentale (innanzitutto USA) dei processi di Mosca alla repressione sanguinosa della rivoluzione spagnola.

Non è un'operazione nuova. L'utilizzo scientifico dello stalinismo nel proprio interesse è una costante del capitalismo mondiale da quasi un secolo. E non è solo un'operazione ideologica. Certo l'identificazione tra comunismo e stalinismo è anche questo, un modo di compromettere l'idea stessa del comunismo come progetto di liberazione agli occhi della giovane generazione. Ma non è solo questo. L'imperialismo ha usato lo stalinismo e il suo fallimento anche per espandere il proprio dominio materiale nel mondo. Cos'è accaduto se non questo dopo il crollo del muro di Berlino e dell'URSS? I burocrati stalinisti divennero capitalisti, trasformandosi da casta parassitaria in nuova classe proprietaria nel nome del mercato. E gli imperialismi europei allargarono ad Est il confine del capitalismo, assimilando uno dopo l'altro i vecchi paesi “socialisti”. Per i lavoratori di quei paesi la distruzione dei vantaggi sociali che l'economia pianificata aveva consentito, nonostante la sua gestione burocratica. Per gli imperialismi d'Occidente e i loro profitti un nuovo gigantesco affare. Il fatto che oggi gli imperialismi europei e i loro partiti condannino a parole quello stesso stalinismo che ha finito per regalare loro prima la distruzione delle conquiste politiche della Rivoluzione d'ottobre (il potere dei soviet), poi la distruzione dell'Internazionale rivoluzionaria e del suo programma, infine la distruzione del contenuto sociale della rivoluzione (economia pianificata) appare un grottesco paradosso. Un paradosso che tuttavia dimostra i vantaggi postumi che lo stalinismo continua ad assicurare al capitale. Per questo il nostro rigetto dell'imperialismo è inseparabile dalla denuncia dello stalinismo.

L'Unione Sovietica e l'Armata rossa ebbero un ruolo determinante nella sconfitta del nazismo, al prezzo di 25 milioni di morti. Il fatto che il Parlamento europeo rimuova questa elementare verità storica è vergognoso. I marxisti rivoluzionari difesero incondizionatamente l'Unione Sovietica dall'aggressione nazista e festeggiarono la sua vittoria. Ma lo fecero per difendere le trasformazioni sociali della Rivoluzione d'ottobre su cui l'URSS continuava a basarsi, non lo fecero nel nome di Stalin e del suo regime. Un regime che, prima con la decimazione dei vertici dell'Armata rossa del 1937-'38, e poi col famigerato Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, contribuì alla seconda guerra imperialista e all'avanzata nazista in Europa per ben due anni, finendo con l'esporre la stessa URSS alla furia hitleriana.

Nel rigettare con sdegno la risoluzione anticomunista del Parlamento Europeo non le faremo dunque il regalo più grande: quello di avallare l'identificazione tra comunismo e stalinismo che impregna da cima a fondo l'intera risoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori