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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Libertà per Bogdan! Giù le mani dai marxisti rivoluzionari in Ucraina!

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Negli scorsi giorni il compagno Bogdan Syrotiuk, di 27 anni, militante del gruppo trotskista della Giovane Guardia dei Bolscevichi Leninisti, è stato condannato a 15 anni di carcere per “alto tradimento”, dopo una detenzione che dura già da due anni, sulla base di una serie di articoli nei quali condannava la guerra da una prospettiva disfattista bilaterale e si opponeva a misure del governo Zelensky come l’arruolamento forzato e la riabilitazione di figure come Bandera. La differenza di posizioni sulla caratterizzazione della guerra che sta devastando l’Ucraina non ci impedisce minimamente di solidarizzare con Bogdan e invocare il suo immediato rilascio.

Una proposta rivoluzionaria contro la normalizzazione in Libano


 Elder Rambaldi

Nel Libano è tuttora in corso una guerra ed un’occupazione portata avanti dalla macchina sionista, al di là delle tregue sancite. Un processo che non si è mai arrestato dalla fine del 2023. Israele, durante questo periodo, ha usato i mezzi più meschini per i propri fini, uno su tutti il ricorso alle cariche esplosive nei cercapersone (settembre 2024) che hanno causato morti e feriti non solo tra i miliziani della resistenza ma anche tra civili e personale sanitario. Non sono mai mancati bombardamenti, invasioni, occupazioni, distruzioni. Soprattutto nel Sud del Libano, nella valle del Beqa ed in alcuni quartieri della capitale (gli ultimi bombardamenti risalgono all’aprile 2026). Israele dichiara di colpire strutture di Hezbollah, identificando quest’ultimo come l’obiettivo dei suoi attacchi, ma questa è solo una scusa.

Il vero obiettivo è un altro, è quello perpetrato anche a Gaza (con la scusa di Hamas): uccidere, distruggere ogni cosa, sfollare gli abitanti, occupare avamposti per preparare il terreno all’espansione coloniale, al progetto della Grande Israele. Per fare questo occorre spezzare ogni resistenza, Hezbollah (che non è l’unica ma la più forte) per prima. Ricordiamo nel settembre 2024 il bombardamento, da parte di Israele, di interi palazzi nella capitale che causarono la morte dell’allora leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e di diversi altri dirigenti, oltre a vari civili.

Israele, del resto, ha una lunga storia di ingerenza nel Libano, occupandolo in parte dal 1982 fino al 2000 (in alcuni momenti arrivando ad occupare perfino parte di Beirut); poi ancora nella cosiddetta seconda guerra israelo-libanese del 2006.

Quello che succede ora, dopo il cosiddetto cessate il fuoco di aprile, sono fatti reali, documentati e denunciati perfino da organismi ONU. Ogni giorno l’occupazione nel Sud del Libano avanza, oltre un milione di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case, creando anche un nuovo flusso di rifugiati nel paese ed alimentando tensioni interne. Continuano i bombardamenti e gli attacchi con i droni. Anche a Beirut quotidianamente sorvolano droni e velivoli israeliani. Di volta in volta vengono creati nuove installazioni e avamposti sionisti in territorio libanese (ed anche in territorio siriano).

Tutto questo mentre vengono svolti i “colloqui di pace” tra Israele e Libano, con le ultime sessioni tenute proprio a Roma il 15 e 16 luglio ed il 4 agosto. Nello scacchiere imperialista l’Italia rivendica a suo modo un ruolo nel Medio Oriente. Ricordiamo che dal 2006 l’Esercito Italiano è uno dei principali contributori di truppe UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e che lo stesso ha assunto il comando della missione per cinque diversi mandati, compreso l’attuale iniziato nel giugno 2025. Nella stagione in cui si profila il probabile termine della missione UNIFIL (dicembre 2026), quest’ultima in profonda crisi di credibilità, l’Italia cerca di capitalizzare allora sul piano diplomatico. Contemporaneamente, da un altro versante, si affaccia la Turchia di Erdogan che, inseguendo il suo progetto neo-ottomano, dichiara di offrirsi di svolgere un ruolo per salvaguardare la sovranità del Libano dopo il ritiro delle truppe UNIFIL.

La pace però, in questo momento, è solo finzione. Il governo libanese è succube dell’imperialismo statunitense, soprattutto a partire dai rapporti instaurati tra i due dal 2006. Inoltre, dalla crisi economica del 2019, il paese è ammanettato mani e piedi ad un debito tra i più alti al mondo se considerato il rapporto debito/PIL. Dato questo suo intrinseco carattere servile, il Libano non oppone nessuna reale resistenza/opposizione all’ingerenza e all’occupazione israeliana. Procede anzi in un processo di normalizzazione, riconoscendo lo stato di Israele per la prima volta nella storia (proprio attraverso i negoziati diretti) e rendendosi disponibile a totali ed ulteriori concessioni verso gli imperialismi. Preoccupato più nel contrastare Hezbollah che l’invasore israeliano. Fatto “curioso”: Hezbollah è parte del governo.

Inoltre l’esercito libanese è debole perché lo Stato libanese è stato storicamente debole. Il Libano di oggi sconta ancora l’eredità coloniale, la suddivisione imperialista dell’area attraverso il trattato Skyes-Picot che ha disegnato i confini statali con linee e righelli. Una società che attraversa un groviglio di equilibri istituzionali instabili basati su divisioni confessionali. Che però non sono serviti ad evitare quindici anni di guerra civile (prima di classe e poi confessionale) tra il 1975 ed il 1990, con influenze esterne da parte di molteplici attori. Attualmente il 20% della popolazione del Libano è composta da rifugiati (palestinesi e siriani): una quota stratosferica, che crea ulteriori frizioni nella società, e nei suoi “equilibri” interni. Gran parte della popolazione è schiacciata dalla rampante crisi economica, che conosce altissimi tassi di inflazione. Circa il 44% della popolazione vive in condizioni di povertà (più del triplo rispetto al decennio precedente), mentre il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale.

A portare avanti la resistenza armata è quindi Hezbollah, che ha avuto un ruolo determinante nel ritiro delle truppe israeliane dal paese nel 2000, ottenendo da qui una grande popolarità e riconoscimento. Hezbollah, che è molto radicato tra la popolazione (soprattutto musulmana sciita, ma non solo), non è l’unico gruppo della resistenza armata contro il sionismo, ma è quello che in qualche modo la domina e la convoglia. Tale resistenza è legittima e va difesa, al di là dello stampo politico dell’organizzazione che la porta avanti. Del resto il diritto di autodeterminazione di un popolo, la sua lotta per l’indipendenza, la liberazione dal dominio coloniale e dall’occupazione straniera è un principio riconosciuto anche dal diritto internazionale borghese (sulla carta).

Hezbollah però è una forza settaria (islamica), politicamente reazionaria, legata al regime oppressivo iraniano degli ayatollah (ed indirettamente legata all’imperialismo russo-cinese), che non potrà portare alla liberazione delle masse oppresse libanesi. Anche le piccole altre forze di sinistra nel Libano, come il Partito Comunista Libanese, non avanzano nessuna battaglia pubblica per i propri giochi ed equilibri. Risulta che nel paese non c’è attualmente alcun reale discorso politico pubblico, nessuna iniziativa, nessuna mobilitazione contro l’occupazione.

Proprio in questo contesto, l’organizzazione Darb, sezione libanese della Lega Internazionale Socialista (di cui fa parte anche il Partito Comunista dei Lavoratori), aveva convocato mesi fa un presidio per manifestare contro la guerra e l’occupazione portate avanti da Israele, e denunciando la passività del governo (il suo percorso di normalizzazione). Il presidio venne negato, per motivi politici. In Libano il livello di repressione contro la dissidenza è infatti molto alto ed in costante aumento.

Dopo questo divieto i compagni di Darb hanno deciso quindi di costruire un percorso: la “Campagna di contrasto all’occupazione e al processo di normalizzazione in Libano”. Un’unità di azione con altre piccole forze per uscire allo scoperto e per potersi affermare come polo attrattivo alternativo. Un campo che raccoglie l’opposizione al sionismo, l’opposizione alla normalizzazione del governo, l’opposizione all’attuale direzione politica della resistenza. Un campo non settario, laico e soprattutto di classe, rivendicando appunto il collegamento della lotta contro la guerra alla lotta di classe.

La data del 18 luglio ha segnato un importante punto intermedio della campagna, mediante una conferenza pubblica che ha visto 135 presenze (inclusi giornalisti) nella sala di un teatro. A questa conferenza ha partecipato anche una delegazione della Lega Internazionale Socialista (proveniente da Italia, Spagna, Germania) che ha appoggiato pubblicamente l’iniziativa mediante una dichiarazione sottoscritta anche da un gruppo marxista rivoluzionario siriano (Syrian Revolutionary Left party) lì presente. In sala, per sostenere la campagna, anche il rivoluzionario libanese George Abdallah, uscito dalle prigioni francesi lo scorso luglio dopo quarant’anni di detenzione. La conferenza ha lanciato l’appuntamento ad una mobilitazione di piazza per il giorno 7 agosto, davanti al Palazzo del Governo a Beirut.

Attenderemo l’esito della mobilitazione e gli eventuali sviluppi, ma al di là del livello di partecipazione che sarà raggiunto, il fatto stesso della convocazione di una mobilitazione di questo genere, nel contesto libanese attuale, è già un risultato politico importante.

Dall’Italia, e da ogni paese in cui è presente la Lega Internazionale Socialista, continueremo la battaglia al fianco del popolo libanese e dei suoi compagni marxisti rivoluzionari, e lo faremo con l’unico modo con cui sarà possibile vincere: l’internazionalismo. Internazionalismo significa non solo portare dichiarazioni di solidarietà, aiuti, scambi. Ma soprattutto avere una stessa lotta, uno stesso programma, una stessa strategia.

A tal proposito è evidente che ancor’oggi trova conferma, diventando fondamentale nella strategia di liberazione, la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Nessuna direzione borghese si dimostra capace di difendere i diritti basilari e democratici di un popolo oppresso dall’imperialismo. Lo si può vedere attraverso l’azione di tutti quei regimi borghesi del Medio Oriente (Iran, Qatar, Siria, Iraq…) che hanno dimostrato la totale inerzia e disinteresse verso i loro fratelli arabi vittime di un genocidio. Lo si vede in maniera esemplare poi proprio con il caso della borghesia libanese.

Ancor meno affidamento lo si può dare alle potenze imperialiste, vecchie e nuove. Cina e Russia si sono dimostrate complici del genocidio di Gaza e dell’azione coloniale di USA e Israele nel Medio Oriente, dando semaforo verde al “piano di pace” come merce di scambio per la spartizione di zone globali di interesse. Occorre opporci a qualsiasi imperialismo, partendo da quello di casa nostra. Conseguentemente occorre opporci anche ad ogni visione politica campista, tanto cara ad una certa sinistra “radicale” di casa nostra.

A fronte di un’aggressione da parte di una potenza imperialista ad un paese dipendente siamo per la sconfitta della prima, siamo per il diritto di autodeterminazione nazionale. Così difendiamo il Libano, la Palestina e l’Iran contro Israele e gli Stati Uniti; così difendiamo l’Ucraina contro la Russia. Difendiamo la loro resistenza armata, diritto fondamentale dei popoli oppressi, ma ci opponiamo alla loro direzione politica borghese o piccolo-borghese. Ci opponiamo politicamente ad Hezbollah, ad Hamas, al regime degli ayatollah, al regime di Zelensky. Un’opposizione da un punto di vista indipendente di classe ed anticapitalista.

Sarà solo un percorso rivoluzionario socialista ed internazionale, guidato da una direzione proletaria e popolare, a portare alla completa liberazione i popoli oppressi, fuori da ogni colonialismo militare, politico ed economico. Per questo serve un’Internazionale marxista rivoluzionaria.

Denunciamo apertamente il cosiddetto “piano di pace” di Trump-Blair-Netanyahu, trattandosi in realtà di un piano neocoloniale. Rivendichiamo il diritto al ritorno della diaspora palestinese. Rivendichiamo l’armamento dei popoli di fronte ai governi della resa sottomessi all’imperialismo. Rifiutiamo l’ipotesi “due popoli due stati” e rifiutiamo gli accordi di Oslo. È evidente come questi non possano reggere la realtà. La natura dello stato sionista di Israele non permette l’esistenza del popolo palestinese e dei popoli vicini. Finché esisterà lo stato sionista di Israele esisterà colonialismo, oppressione e guerra. Per questo siamo per la sconfitta e la distruzione rivoluzionaria dello stato sionista di Israele.

La soluzione potrà unicamente venire attraverso l’autodeterminazione nazionale del popolo arabo della regione, attraverso un processo rivoluzionario socialista di tutta la regione che porti alla costruzione di uno stato di Palestina libero, laico, democratico e socialista, dentro la cornice di di una federazione di repubbliche socialiste del Medio Oriente, comprensiva del Libano. L’unica soluzione che possa garantire la piena emancipazione del popolo arabo e la tutela dei diritti di tutte le minoranze, a cominciare da quella ebraica.

Rivendichiamo come anche nostro lo slogan che ha percorso e percorre tutte le piazze del mondo: “From the river to the sea, Palestine will be free”. È la posizione storica dei trotskisti, che, a differenza delle altre organizzazioni del movimento operaio, fin dall’inizio si sono opposti alla creazione di Israele e all’ipotesi “due popoli due stati”.

In Italia il Partito Comunista dei Lavoratori pone la necessità di costruire un fronte unico permanente di classe e di massa, con una piattaforma generale unificante, un’agenda dalla parte dei lavoratori e degli oppressi, un agenda anticapitalista. Collegare le ragioni della lotta per l’autodeterminazione dei popoli oppressi alla lotta contro l’economia di guerra, contro il governo e per un’alternativa di società.

Rivendichiamo quindi:

– La rottura di ogni relazione politica, istituzionale ed economica con Israele. Anche nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, in tutte le sue articolazioni.

– Il taglio delle spese militari.

– L’uscita dell’Italia dalla NATO.

– L’aumento di 400 euro dei salari ed un salario minimo intercategoriale di 1800 euro.

– La cancellazione delle leggi sulla precarietà del lavoro.

– La diminuzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di paga. Lavorare tutti, lavorare meno.

– La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dei settori economici strategici e delle aziende che licenziano, che non rispettano i diritti sindacali e che inquinano.

– L’esproprio dei beni economici del Vaticano (escludendo i luoghi di culto).

– Un pesante finanziamento del welfare pubblico: sanità, istruzione e servizi pubblici di qualità e gratuiti.

Per questo è necessario rivendicare anche il rifiuto unilaterale del pagamento del debito pubblico verso le banche ed una patrimoniale del 10% sui milionari.

Sono questioni elementari che toccano la vita quotidiana delle masse popolari, ma che si scontrano con questo sistema, con il capitalismo, che per di più vive ora un’epoca di crisi e non può nemmeno offrire le briciole. La soluzione di emancipazione rimanda per forza alla prospettiva di un governo della classe lavoratrice e ad un’economia socialista, ottenibili solo con un processo rivoluzionario di massa.

In opposizione politica a Zelensky ma in difesa incondizionata dell’Ucraina

 


Contro il cinismo demenziale delle posizioni campiste. Contro ogni logica “due pesi e due misure”

Partito Comunista dei Lavoratori

English version

Mentre le città ucraine sono sventrate dai missili balistici dell’imperialismo russo, senza disporre di difesa nei cieli, le invettive campiste contro il cosiddetto “regime nazista di Kiev” risultano sempre più nauseabonde. Come sa chiunque conosca le posizioni del nostro partito, non diamo alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky, ci opponiamo alle sue politiche antioperaie, denunciamo la svendita agli imperialismi d’Occidente di beni, terreni, materie prime del popolo ucraino. Ma ci opponiamo a Zelensky dal punto di vista delle ragioni della classe operaia e della gioventù ucraine, non da quello dei bombardieri russi, delle truppe di occupazione putiniane e della loro propaganda imperialista. Parlare di un “regime nazista” in Ucraina significa esattamente far propria la propaganda di guerra degli invasori. E anche offendere la logica più elementare. Almeno per chi non sia accecato da chili di prosciutto sugli occhi.

Facciamo qualche esempio per farci capire anche dai più duri di comprendonio.

Abbiamo tutti osservato sui teleschermi di mezzo mondo le grandi manifestazioni di giovani che hanno attraversato le città ucraine, a partire dalla capitale, per protestare contro la destituzione del ministro della Difesa Fedorov. Manifestazioni protrattesi per settimane, che hanno replicato in forma persino più estesa quelle di un anno fa contro la corruzione. Manifestazioni tenutesi in un paese in guerra, sottoposto a bombardamenti quotidiani. Bene. Sarebbe mai possibile immaginare un regime nazista che consente manifestazioni di massa di contestazione del governo, per di più in tempo di guerra? È evidente che no, perché anche i bimbi delle scuole elementari sanno che un regime nazista è tale perché sopprime e reprime ogni libera manifestazione.

Peraltro per vietare e reprimere il diritto di manifestare non è necessario essere nazisti. È più che sufficiente un regime bonapartista reazionario, come quello di Putin, che infatti non solo impedisce ogni manifestazione, ma condanna ad anni di galera chi osi semplicemente parlare di «guerra» in Ucraina. Oppure è sufficiente essere la normale democrazia borghese dell’imperialismo tedesco, che vieta ogni manifestazione pro Palestina. Per non parlare del regime trumpiano negli USA, che ammazza manifestanti per strada grazie alle nuove milizie presidenziali. E si potrebbe continuare a lungo.

Invece no, sarebbe il governo Zelensky l’incarnazione del nazismo, e il governo arcireazionario russo quello della liberazione dal nazismo. Ma si può sostenere una tesi così demenziale? E non si butti la palla in tribuna citando il battaglione Azov, perché sarebbe come dire che in Italia c’è da decenni un regime fascista per via dell’esistenza della Folgore e di generali alla Vannacci.

La verità è che presentare il governo borghese di Zelensky come nazista non solo è capitolare alla propaganda russa ma è abbellire la rappresentazione del nazismo, attribuendogli un insospettabile lato liberale. Folle.

Ma c’è di più. La stampa campista (Il Fatto Quotidiano e compagnia) ha gongolato per le manifestazioni giovanili rappresentandole come una richiesta di resa dell’Ucraina. Più precisamente, come domanda di “pace” attraverso la resa. Ma chiunque sia dotato di un quoziente di intelligenza normale capisce l’esatto opposto. L’appoggio al ministro della Difesa da parte di masse di giovani era ed è la difesa del ministro che ai loro occhi è stato maggiormente capace di difendere l’Ucraina dall’aggressione russa, grazie all’innovazione tecnologica dei droni, fabbricati in Ucraina, con cui è possibile colpire in profondità le raffinerie russe, principale fonte di finanziamento della guerra imperialista di Mosca. Si può non capirlo? Ovviamente una guerra di difesa così impostata può anche in certa misura ridurre le perdite ucraine al fronte, e questa è sicuramente una ragione per cui i giovani la sostengono. Ma la sostengono in ogni caso proprio nel nome del diritto sacrosanto dell’Ucraina di difendersi dai bombardamenti russi con tutti i mezzi disponibili. Esattamente il diritto che i campisti negano all’Ucraina nel nome della “pace” e nell’“interesse degli ucraini”. Ciò che aggiunge al loro cinismo l’ipocrisia più rivoltante.

In Italia c’è una sola organizzazione della sinistra politica che, in opposizione a Zelensky, difende l’Ucraina dall’imperialismo russo. Così come, in opposizione al regime clerico-fascista (quello sì) iraniano, difende incondizionatamente l’Iran dai bombardamenti dell’imperialismo americano e sionista. È il Partito Comunista dei Lavoratori. Noi non facciamo due pesi e due misure. Abbiamo la schiena dritta e non ci facciamo intimidire. Sin dai tempi in cui, soli a sinistra, abbiamo difeso il diritto di resistenza dell’Iraq dalle truppe di occupazione, anche italiane, mentre le sinistre cosiddette radicali si voltavano dall’altra parte.

Per questo sosteniamo la carovana di solidarietà internazionalista con l’Ucraina, come abbiamo sostenuto ogni solidarietà con la Palestina e la Flotilla. Al fianco dei nostri compagni della Lega Socialista Ucraina.

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

 


Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lamentare un’improvvisa ondata di violenza cieca e casuale.

In primis, ribadiamo che vi è stato un omicidio di Stato, di cui sono colpevoli tanto coloro che si sono macchiati in prima persona della morte di Fakir quanto le politiche securitarie e postfasciste della destra di governo, ma anche (e non per ultimo) la giunta campolarghista bolognese, che da mesi implora Piantedosi per avere più polizia e da sempre, nel proprio inseguire gli interessi del capitale, fa ricorso al pugno duro contro ogni opposizione dal basso.

Inoltre: la giunta bolognese ha platealmente tentato di fare campagna elettorale sulla morte di un individuo (di cui, ribadiamo, sono corresponsabili) chiamando una piazza che volevano rendere una passerella elettorale; ma la piazza non era incline ad assecondare questi loro fini.

Un corteo spontaneo ha raggiunto la prefettura; qui, la polizia ha colto la prima occasione possibile per far partire gli scontri, non preventivando però la fermezza della piazza, che si è duramente contrapposta al pugno della repressione dello Stato borghese.
Siamo stati presenti ed abbiamo osservato lo svolgersi degli avvenimenti in prima persona, dai primi lacrimogeni alle ronde di fine serata. Non glorifichiamo lo scontro per amor di scontro, ma saremo sempre a fianco della resistenza proletaria contro la repressione di Stato, senza dissociazioni di sorta.

L’omicidio di Fakir, contemplato dalle tecniche di contenimento applicate dalle cosiddette forze dell’ordine, rivela di nuovo la natura della polizia: null’altro che un manipolo di armati posti al servizio di uno Stato che, in quanto borghese, a sua volta è al servizio del grande capitale. Per questo razzializza e perseguita i proletari fino alla loro morte mentre tratta con i guanti i capitalisti legali e criminali, spesso fusi tra loro.

Le classi subalterne non possono aspettarsi nulla da questi corpi armati al servizio della classe loro nemica; devono invece sviluppare le proprie stesse forze e porle al servizio della trasformazione rivoluzionaria della società.

Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Bolivia. Abbasso il patto con Paz! Riorganizzare la lotta con l’obiettivo di conquistare il potere! Abbasso lo stato di eccezione!

 


MST Bolivia

Mario Argollo e i dirigenti del “doppio potere” della COB salvano il governo dal crollo, firmano un accordo con Paz e concedendogli un termine di 90 giorni per soddisfare le richieste.

La dirigenza della COB ha ceduto il comando del potere, che era praticamente nelle sue mani, al debole governo di Rodrigo Paz. Argollo si è rifiutato di percorrere fino in fondo la strada definitiva della presa del potere, dopo cinquanta giorni di lotta ha deciso di fare un patto e ha ordinato di revocare i blocchi, compromettendo l’alleanza con i contadini e le organizzazioni di quartiere di El Alto.

L’accordo impone al governo di non privatizzare le imprese pubbliche né cedere le risorse naturali a interessi privati nazionali o internazionali; di garantire la non ingerenza straniera nel rispetto della sovranità nazionale, e il rifiuto di impegni con organismi finanziari internazionali come il FMI; di garantire l’approvvigionamento di carburante a prezzi stabili; di risarcire i danni subiti dai trasportatori a causa della benzina scadente. Riguarda inoltre la protezione del paniere familiare, del potere d’acquisto salariale e della stabilità lavorativa, la revisione della legge 065 sulle pensioni per rispondere alla richiesta della COB di una pensione pari al 100% dello stipendio, nonché la costituzione di tavoli di lavoro per affrontare la piattaforma rivendicativa della COB e la non violazione delle aree protette a tutela dell’ambiente, tra le altre richieste.

L’accordo ha inoltre istituito una commissione legale composta da rappresentanti del governo e della COB per gestire il rilascio delle persone arrestate durante i cinquanta giorni di proteste sociali.

L’appello alla smobilitazione si inserisce in un contesto di negoziazione tra due poteri: il potere dei dirigenti della classe operaia guidata dalla COB e il potere borghese oligarchico guidato da Paz, in uno scontro in cui il peso dei lavoratori aveva chiaramente la meglio. Ora è la dirigenza della COB a sostenere Paz, non l’oligarchia né l’imperialismo, poiché il potere borghese è stato sconfitto insieme alle sue bande fasciste da una potente lotta nelle strade. Paz rimane in piedi per volontà delle dirigenze di un organismo antagonista di classe, la COB.

Sulla base di questo accordo, si lascia che Paz governi nel tentativo di disarticolare dall’interno il doppio potere venutosi a creare. I blocchi stradali risultano indeboliti. Di questa situazione ha approfittato Paz, che ha decretato lo stato di eccezione nelle prime ore del 20 giugno. Paz, tuttavia, non dispone ancora della forza necessaria per un processo controrivoluzionario in grado di schiacciare le masse, essendo invece vincolato dall’accordo con la COB. Per questo la sua offensiva non può imporre coprifuoco, dovendo invece ricorrere all’uso di agenti chimici di dispersione.

Questa offensiva viene concessa a un governo allo sbando e sull’orlo del baratro. Si tratta di un enorme tradimento, che concede al governo il tempo di riprendersi per tentare di sconfiggere il movimento operaio, contadino e popolare.

Abbasso il patto con il governo!
Riorganizzare la lotta con l’obiettivo del potere!
Abbasso lo stato di eccezione!

La Paz, 20 giugno 2026

Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!