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Dichiarazione della LIS. Il popolo cubano ha bisogno di noi

  Campagna di solidarietà e raccolta fondi per il popolo cubano Per Trump e i suoi compari, Cuba rappresenta molto più di una semplice oppor...

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Global Sumud Flotilla 2026: è iniziata la navigazione

 Domenica 12 aprile le delegazioni internazionali della Global Sumud Flotilla 2026 hanno dato il via alla loro traversata, avente obiettivi umanitari e politici, in un contesto caratterizzato da cambiamenti rispetto all’anno precedente e da una crescente escalation dei conflitti in Medio Oriente. La Lega Internazionale Socialista (LIS) partecipa nuovamente in modo attivo alla missione verso Gaza

È COMINCIATA LA NAVIGAZIONE, CON UNA PARTENZA EMOZIONANTE

Le imbarcazioni con le delegazioni di 52 paesi, ormeggiate al Moll de la Fusta, hanno lasciato Barcellona senza aver ancora raggiunto le acque internazionali. I partecipanti hanno annunciato: «…dovremo aspettare che passi la tempesta proveniente da Minorca; tutte le nostre imbarcazioni sono pronte a proseguire verso l’Italia… dove altre imbarcazioni si uniranno alla flotta».

La manifestazione conclusiva ha sintetizzato lo spirito di solidarietà verso la causa palestinese, con due giorni di laboratori, musica e arte. Le attività hanno fatto da cornice alla presentazione dei partecipanti provenienti da diversi paesi, che nei giorni precedenti si erano preparati e allenati con grande impegno in vista della partenza. Il messaggio di partenza è stato molto chiaro, sottolineando gli obiettivi umanitari, a favore della causa palestinese e con un appello affinché la mobilitazione sul territorio torni ad esprimersi nuovamente con forza, sia per la Palestina che a sostegno della Global Sumud Flotilla (GSF).

UNA SITUAZIONE DIVERSA

Come già avvenuto durante la Flotilla dello scorso anno, gli equipaggi dovranno adeguare il ritmo della navigazione alle condizioni meteorologiche e marine, nonché alle condizioni delle piccole imbarcazioni su cui salgono. Altrettanto determinanti sono i cambiamenti nella situazione politica.

La GSF 2025 si è svolta nel quadro di un massiccio e diffuso processo di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese, in particolare di Gaza. Mentre si intensificavano il genocidio e la pulizia etnica perpetrati dallo Stato di Israele, milioni di persone, soprattutto giovani, studenti e donne, hanno occupato le università, boicottato gli interessi sionisti e si sono mobilitate. Settori della classe lavoratrice, con i portuali in prima linea, hanno organizzato importanti scioperi, in grado di segnare una strada che ha preoccupato molto il potere.

Questa realtà ha sfidato i governi ed è stata fondamentale per fermare i bombardamenti, ma non ha affatto risolto i problemi storici e attuali della colonizzazione sionista, e ha causato perplessità sulla necessità di continuare e approfondire le azioni in corso.

SMARRIMENTI DA SUPERARE

La solidarietà con la Palestina non è scomparsa, e sicuramente tornerà a manifestarsi con forza, come è sempre avvenuto nel corso della storia. Tuttavia, l’ingannevole accordo tra Israele, gli Stati Uniti e Hamas ha legalizzato il genocidio, la pulizia etnica e l’occupazione territoriale, fornendo loro una base per procedere con l’annessione della Cisgiordania, l’invasione del Libano meridionale e gli attacchi contro l’Iran. Di conseguenza, le azioni attuali non hanno la stessa portata di quelle che fecero da sfondo alla prima GSF.

LA GUERRA, UN FATTORE DETERMINANTE

Un altro elemento fondamentale è l’escalation bellica che coinvolge direttamente l’imperialismo statunitense e il suo gendarme, lo Stato di Israele, che aggrediscono l’Iran, il Libano, la Palestina, lo Yemen e altri paesi. Si tratta di fatti che non erano presenti durante la precedente Flotilla, e che impongono che ogni scalo sia accompagnato da valutazioni precise, consultazioni democratiche e decisioni consapevoli sulla sicurezza della missione, sia in relazione alle sue destinazioni intermedie che a quella finale.

MOBITARCI PER LA PALESTINA, PER I PAESI AGGREDITI E PER LA FLOTILLA

Questi fatti ci impongono di rispondere con determinazione all’appello della GSF a promuovere mobilitazioni e azioni, sia per proteggerla sia per esigere che i governi si schierino a suo favore. Il processo dello scorso anno ha dato vita a un circolo virtuoso: la GSF è nata dalle mobilitazioni che, al contempo, essa ha alimentato, in una simbiosi politica di grande impatto mondiale che è necessario ricreare.

Solidarietà per l’Ucraina e la Palestina in occasione della partenza

LA LIS TORNA A PARTECIPARE ATTIVAMENTE

La LIS farà nuovamente parte della Flotilla, questa volta con la compagna deputata Cele Fierro e il compagno medico Raúl Laguna, entrambi del MST (Argentina). Avrà il sostegno a terra di Socialismo y Libertad (SOL, Spagna), ArbeiterInnenmacht (Germania) e Alejandro Bodart, coordinatore della LIS, alla partenza da Barcellona, insieme al Partito Comunista dei Lavoratori (Italia) e a tutte le organizzazioni che compongono la LIS nei cinque continenti.

Il MST e la LIS mobilitati in Argentina

Navighiamo per portare speranza a terra e organizzare solidarietà nella vita quotidiana. Come comunisti all’interno della Flotilla, invitiamo a promuovere mobilitazioni, blocchi e scioperi: solo così potremo proteggere le navi ed esercitare pressione sui governi. Come per la precedente Flotilla, riferiremo su tutti gli avvenimenti fino alla fine della missione.

PALESTINA E MEDIO ORIENTE LIBERI

Con grande determinazione, i partecipanti alla Flotilla si impegnano in prima persona nella missione senza perdere di vista ciò che accade a Gaza e in Medio Oriente. In tal senso, non ci sarà miglio marino durante il quale Cele e Raúl smetteranno di denunciare l’imperialismo e il sionismo per le loro atrocità a Gaza, in Cisgiordania e in tutta la Palestina, tornando a ripetere “via Israele dal Libano” e ad affermare che la sconfitta del sionismo è una causa dell’umanità che richiede solidarietà attiva e unità d’azione, esigendo dai governi che rompano le relazioni con lo Stato di Israele. Nella prospettiva di una soluzione di fondo che passa attraverso la rivoluzione socialista in Medio Oriente, affinché governino i lavoratori e si apra la strada verso una Palestina unica, laica, democratica, non razzista e socialista.

Rubén Tzanoff

Lettera aperta ai compagni e alle compagne della “componente Ferrero” di Rifondazione Comunista


 Cari compagni e care compagne,

l’incredibile richiesta della Federazione di Bologna del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di vietare un pubblico dibattito nel centro sociale Labàs con i compagni del collettivo anarchico ucraino Solidarity Collectives – una richiesta di censura poliziesca – nel nome… della resistenza al nazismo (!!?) ci ha suggerito considerazioni più ampie sulla parabola del PRC, e in particolare della vostra componente di minoranza.

La vostra componente abbraccia una metà del PRC attuale. Formalmente si presenta come ala sinistra del partito. In realtà coinvolge compagni segnati da pulsioni diverse. Una parte di voi è animata prevalentemente da una sana contrapposizione alla prospettiva di ricomposizione col centrosinistra liberalborghese: probabilmente si tratta della maggioranza dei vostri compagni. Un’altra parte invece ha fatto proprie posizioni ideologiche campiste di sostanziale sostegno all’imperialismo russo e cinese quale polo progressivo dello scenario mondiale. Disgraziatamente si tratta del gruppo dirigente della vostra componente, a partire dall’ex ministro Paolo Ferrero. Un gruppo dirigente che fa leva sulla vostra giusta ostilità al centrosinistra per subordinarvi ad una visione ideologica del mondo che ha sostituito il criterio di classe con la geopolitica. Con risvolti davvero imbarazzanti.

Vogliamo dunque distinguere i due ingredienti di questo impasto. Perché sono di segno esattamente opposto.

LA SANA CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA

L’ostilità al centrosinistra liberalborghese muove da una pulsione classista, giustamente contraria all’attuale corso politico del PRC.

La maggioranza dirigente del PRC, a partire dal segretario Maurizio Acerbo, sta perseguendo secondo ogni evidenza un ritorno del PRC nella coalizione di governo del centrosinistra. Potremmo dire: nulla di nuovo sotto il sole, l’eterno richiamo della foresta.

Infatti, nella loro storia politica, i gruppi dirigenti di Rifondazione hanno ciclicamente subordinato la propria opposizione alla ricomposizione di governo. Accadde alla metà degli anni ’90 con l’ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi (1996-1998). Accadde dieci anni dopo con l’ingresso diretto nel secondo governo Prodi (2006-2008). In entrambi i casi i gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione votarono il peggio: finanziarie lacrime e sangue, l’introduzione del lavoro interinale (1997), il record delle privatizzazioni in Europa (1996-1998), i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano del 1997), la più drastica detassazione dei profitti delle imprese (col passaggio dell’IRES dal 33% al 27,5% nella finanziaria del 2007), il finanziamento delle missioni militari e dei bilanci NATO.

In entrambi i casi il compagno Paolo Ferrero sostenne apertamente queste politiche, in un duro contrasto con l’opposizione di sinistra interna al partito. Nel secondo caso (2006-2008) con un ruolo di massima responsabilità: sia in quanto ministro del PRC sia in quanto principale propugnatore da subito della estromissione dalle liste del PRC di chi a sinistra si opponeva. Di chi aveva la “colpa” di rivendicare il diritto della resistenza irachena contro le truppe d’invasione imperialiste, anche italiane.

“Errori” di cui Ferrero avrebbe fatto ammenda? Non risulta. Anche perché non si tratta affatto di “errori”. Si possono commettere infiniti errori nel perseguimento di una linea classista e socialista. Ma quando si vota con l’avversario di classe le misure dell’avversario di classe, della propria borghesia, del proprio imperialismo, non si commette un errore, si commette un crimine politico. Un crimine contro la propria classe e a maggior ragione contro il comunismo.

Il fatto che oggi Ferrero si presenti candidamente come capo della sinistra interna del PRC in opposizione al centrosinistra appartiene al genere letterario del trasformismo. Forse funzionale al tentativo di recupero di un proprio controllo sul partito. Di certo, almeno ai nostri occhi, privo di qualsiasi credibilità politica.

Il compagno Acerbo oggi persegue il ritorno del PRC nel centrosinistra proprio con gli stessi argomenti di fondo usati ogni volta (in primis da Ferrero) per motivare questa scelta: l’esigenza di “contrastare la destra”, di fare “una politica non minoritaria”, di rifiutare la “testimonianza”, di assegnare “un ruolo utile al partito”… ecc. ecc. Il fatto che ogni volta proprio i governi di centrosinistra abbiano colpito i lavoratori, che abbiano spianato la strada alle destre peggiori, che la compromissione sia stata utile solo all’avversario, viene semplicemente rimosso. Nel nome di una coazione a ripetere degna di miglior causa. La vostra opposizione a questa prospettiva è dunque sacrosanta.

Ci permettiamo di ricordare che il Partito Comunista dei Lavoratori nacque esattamente da questa opposizione. Dal rifiuto dell’ingresso del PRC nel governo di centrosinistra. Un ingresso che, come avevamo previsto, avrebbe distrutto il PRC e contribuito a innescare un grande riflusso. Questo riflusso investì l’intero campo della sinistra politica, gravando anche su chi, come noi, si era opposto alla capitolazione. Ma certo la responsabilità politica di quanto è avvenuto ricade interamente sui gruppi dirigenti del PRC. Ed è una responsabilità politica enorme nei confronti dell’intero movimento operaio italiano.

L’INSANA SUBORDINAZIONE ALL’IMPERIALISMO RUSSO E CINESE. E ALLA LORO PROPAGANDA

Invece l’opzione ideologica campista a favore della Russia, della Cina, dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non solo non ha nulla a che spartire con una pulsione classista, ma la capovolge nel suo stesso impianto. Di fatto subordina la classe lavoratrice a uno dei due poli imperialisti oggi in lotta per la spartizione del mondo. In altri termini, nega l’idea stessa di una sinistra di classe indipendente da ogni imperialismo.

Che logica c’è nel combinare la giusta richiesta di indipendenza dal centrosinistra su scala nazionale con la subalternità a un polo imperialista cosiddetto “progressista” su scala mondiale? Nel primo caso giustamente si rigetta il bipolarismo borghese, e dunque la falsa credenza di una alternativa progressista tra i due schieramenti a confronto. Nel secondo caso ci si inchina esattamente al bipolarismo imperialista, teorizzando che uno dei due blocchi svolgerebbe una funzione avanzata, quando non addirittura antimperialista e socialista. Lo stesso schema subalterno che si respinge in Italia lo si assume su scala mondiale. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda.

Soprattutto non può esservi contraddizione più profonda con la realtà. La realtà di una lotta spietata per la spartizione del mondo fra vecchie e nuove potenze imperialiste. Dove sarebbe il polo “progressista” in questa lotta?

Naturalmente non c’è bisogno di ribadire la natura reazionaria dei vecchi imperialismi NATO a guida USA, la loro storia criminale contro la classe lavoratrice e i popoli oppressi, la loro falsa democrazia, il loro sostegno determinante al sionismo genocida… E potremmo continuare a lungo.

Non siamo certo sospetti di indulgenza verso l’imperialismo di casa nostra. A differenza dei gruppi dirigenti del PRC, non abbiamo mai sostenuto governi NATO, aumento delle spese belliche, missioni militari, né abbiamo mai propagandato la falsa illusione di una possibile «riforma sociale e democratica» dell’unione degli imperialismi europei (UE). A differenza delle organizzazioni del Partito della Sinistra europea, le sezioni della Lega Internazionale Socialista in Europa non sostengono il governo del capitalismo spagnolo, non votano l’ingresso della Finlandia nella NATO, non coprono le posizioni filosioniste del governo tedesco come ha fatto la Linke, hanno sempre contrastato la truffa del “due popoli, due stati”, a difesa del diritto incondizionato di autodeterminazione del popolo palestinese, hanno sempre difeso ogni popolo oppresso, ogni paese invaso, dalle aggressioni degli imperialismi USA e NATO, incluso il suo diritto alla resistenza armata. Sempre.

PERCHÉ DUE PESI E DUE MISURE?

Ma per quale ragione contrastare l’imperialismo di casa nostra dovrebbe significare negare e/o abbellire l’imperialismo di casa d’altri? Perché due pesi e due misure?

Dopo il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista in Russia e Cina, nuovi imperialismi sono emersi nel mondo. Non meno reazionari delle vecchie potenze. Non meno ambiziosi. Cina e Russia cercano di capitalizzare la crisi dell’egemonia americana, la disfatta USA in Iraq e in Afghanistan, la crisi dei rapporti tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei, per allargare la propria area di influenza. È naturale.

L’imperialismo cinese ha allargato la propria area d’influenza su scala globale, assoggetta con la leva del debito numerosi paesi dell’Africa e dell’Asia, si accaparra ovunque terre e materie prime, ha esteso la propria presenza in America Latina, ha moltiplicato le proprie esportazioni di capitale in tutte le direzioni. Nei fatti, a partire dalla propria potenza economica, contende agli Stati Uniti l’egemonia planetaria sul mercato mondiale. Non si può comprendere nulla dell’attuale scenario internazionale, tanto meno il trumpismo, se non nel quadro della competizione globale tra USA e Cina.

L’imperialismo russo si è inserito in questa competizione, appoggiandosi sull’imperialismo cinese, per rilanciare le proprie ambizioni imperiali. In Europa, come poi diremo, con la guerra di invasione dell’Ucraina (“contro l’autodeterminazione concessa all’Ucraina dalla follia di Lenin e dei bolscevichi” disse Putin il 22 febbraio 2022); in Medio Oriente nello scorso decennio con la sponsorizzazione alla fine fallita del regime sanguinario di Assad; in Africa offrendo protezione militare e gangsteristica a diversi regimi militari subsahariani – nati dalla crisi del vecchio colonialismo francese – in cambio di concessioni minerarie e altre utilità.

Peraltro sia la Russia che la Cina, come tutte le potenze imperialiste, mercanteggiano le ragioni dei popoli in base ai propri interessi. Pronte ad esempio ad astenersi nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’infame Consiglio di Pace di Trump in Palestina in cambio dell’apertura di Trump sull’invasione dell’Ucraina: una invasione difesa in sede ONU in occasione di ogni suo anniversario, dal voto unitario – guarda caso – di Russia, USA e Israele.

I rapporti della Russia con lo Stato sionista e con lo stesso governo Netanyahu sono peraltro intensi e reciproci. Come lo sono gli affari delle grandi aziende cinesi nella Cisgiordania occupata, col benestare di Israele. Quanto alle rituali frasi di “critica” o di “preoccupazione” per singole scelte o “eccessi”del governo israeliano, valgono quanto quelle dei governi europei: cortina fumogena a copertura della complicità.

Cosa vi è di progressivo in tutto questo? Si aggiunga che il regime cinese, sorretto da una gigantesca pletora di nuovi capitalisti miliardari, si regge su un sistema dittatoriale obiettivamente totalitario, oltretutto sempre più verticalizzato attorno al capo supremo Xi Jinping. Mentre il regime bonapartista reazionario di Putin, che ha messo ormai nella semiillegalità ogni sinistra di opposizione, si caratterizza per un suprematismo grande-russo profondamente misogino e confessionale, nemico dei più elementari diritti civili. La malcelata invidia di Trump per i due regimi politici rivali è per molti aspetti rivelatrice.

Quanto ai BRICS, rappresentano semplicemente un amalgama eterogeneo a porte girevoli dominato da Cina e Russia in funzione dei loro interessi imperialistici. Un amalgama popolato da regimi dispotici spesso tra loro confliggenti (Iran ed Emirati Arabi, Egitto ed Etiopia, ad esempio); regimi che a loro volta usano la propria collocazione nei BRICS quale strumento negoziale di rapporti mutevoli e disinvolti con tutti i poli imperialisti. In ogni caso, rappresentare i BRICS come possibili vettori di democrazia internazionale sembra, da ogni punto di vista, una battuta di pessimo gusto.

Russia, Cina, BRICS, quali vettori di pace dentro un possibile nuovo mondo multipolare e pacificato? Non scherziamo. La compresenza di diversi poli imperialisti (il multipolarismo reale) non è un possibile futuro ma il presente. Un presente che non porta la pace, ma l’acutizzarsi della lotta per la spartizione del pianeta, e con essa la corsa mondiale agli armamenti, che è oggi la corsa di tutti i poli imperialisti, nessuno escluso.

Certo, l’imperialismo USA è ancora militarmente dominante su scala globale. Ma l’imperialismo russo poggia ormai su una economia di guerra. E l’imperialismo cinese ha accresciuto enormemente nell’ultimo quindicennio il proprio bilancio militare. Si tratta di una tendenza planetaria che nella prospettiva storica moltiplica i rischi di una nuova grande guerra. Il multipolarismo imperialista è la forma attuale della corsa alla guerra. Presentarlo come possibile via della pace significa solamente fare il verso alla propaganda russa e cinese. E per di più vendere la fiaba di un possibile mondo pacificato nell’età dell’imperialismo: un’illusione pacifista che i comunisti debbono contrastare, e non assumere.

LA GUERRA DI INVASIONE DELL’UCRAINA: LE MISTIFICAZIONI DEL CAMPISMO

Peraltro Russia e Cina praticano o minacciano la guerra nei propri “cortili di casa” o in quelli che considerano tali. Il caso della Russia è emblematico. Il regime di Putin si è costruito e consolidato attraverso due guerre spietate di annientamento della Cecenia, ha sostenuto attivamente la repressione poliziesca del regime bielorusso di Lukašenko contro gli scioperi operai nel 2020-2021, è intervenuto con le sue truppe speciali a protezione del regime kazako contro la rivolta dei salariati nel 2022.

La guerra d’invasione dell’Ucraina nel 2022, che sicuramente ha segnato un salto, è parte di questo percorso. Non una guerra di difesa delle popolazioni del Donbass, ma una guerra prima mirata alla dominazione sull’Ucraina, poi, fallita questa, all’annessione di parti rilevanti del suo territorio. Presentare questa guerra come guerra per procura dell’Occidente contro la Russia significa non solo negare la realtà ma fare propria la propaganda sciovinista dell’imperialismo invasore. Una propaganda oggi tanto più grottesca a fronte del negoziato fra Trump e Putin per la spartizione del paese invaso, alla ricerca di una… pace per procura. Una pace coloniale stipulata da briganti.

Difendiamo l’Ucraina, e il suo diritto a difendersi, da una guerra imperialista d’invasione. Perché difendiamo i diritti di autodeterminazione di ogni popolo. Come abbiamo difeso le repubbliche del Donbass nel 2014, quando furono aggredite dal governo nazionalista della destra ucraina (nonostante la natura rossobruna dei loro governi e l’appoggio interessato dell’imperialismo russo), così difendiamo l’Ucraina dall’invasione russa (nonostante il carattere borghese del governo Zelensky e l’appoggio interessato degli imperialismi NATO). Non facciamo, per l’appunto, due pesi e due misure. Rivendichiamo il ritiro delle truppe russe di occupazione entro i confini preesistenti all’invasione del febbraio 2022. Così come difendiamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, che è incompatibile con l’occupazione russa.

Il fatto che in quattro anni di guerra il grosso della sinistra italiana, politica e sindacale – a differenza che in tanta parte d’Europa – non abbia rivendicato neppure il ritiro delle truppe russe di occupazione dall’Ucraina è la misura dell’influenza diretta o indiretta di posizioni campiste al suo interno. E persino una contraddizione clamorosa rispetto a un “pacifismo” che volesse essere coerente.

Sì certo, l’Ucraina si difende con armi occidentali. E le armi (in realtà progressivamente decrescenti) che gli imperialismi d’Occidente hanno inviato all’Ucraina mirano a consolidare la propria area di influenza nel paese. È vero. Per questo a differenza di diversi partiti della sinistra europea (inclusa La France Insoumise di Mélenchon), non avremmo mai votato nel Parlamento Europeo a favore dell’invio delle armi. Ma certo non avremmo mai votato contro. Perché riconosciamo all’Ucraina il diritto di difendersi da una guerra imperialista di invasione con tutti i mezzi disponibili, come lo riconosciamo ad ogni popolo e paese invaso. Come l’abbiamo riconosciuto ai curdi. Come lo riconosciamo all’Iran, che avrebbe avuto tutto il diritto di usare armi dell’imperialismo alleato russo cinese (…se mai gli fossero state offerte) contro la guerra d’aggressione sionista americana. Come l’avremmo riconosciuto al Venezuela, se il suo regime bonapartista avesse scelto di resistere e non di capitolare all’imperialismo americano come purtroppo è avvenuto (nel silenzio generale dei campisti e con l’avallo passivo obtorto collo di Russia e Cina, in altre faccende affacendate).

DIFESA DELL’UCRAINA E OPPOSIZIONE A ZELENSKY. LE INFAMIE SULL’UCRAINA “NAZISTA”

La difesa dell’Ucraina dalla guerra d’invasione dell’imperialismo russo non significa affatto difesa politica del governo Zelensky. La sezione ucraina della Lega Internazionale Socialista dirige un sindacato (“Protezione del lavoro”) che è in aperta opposizione al governo, contesta le sue politiche antioperaie, le sue misure antidemocratiche, la sua subordinazione al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi ricatti, le sue privatizzazioni di beni e servizi pubblici per compiacere la UE.

Ma un conto è l’opposizione a Zelensky da un versante di classe, per una alternativa operaia e socialista. Altra cosa è l’opposizione a Zelensky da parte di un regime imperialista neozarista che vuole rimpiazzarlo con un proprio burattino “alla Lukašenko”. In altri termini, è la classe operaia ucraina che ha il diritto di rovesciare Zelensky, non l’imperialismo russo per i propri interessi neoimperiali e coloniali. Opposizione a Zelensky e difesa dell’Ucraina dall’imperialismo russo sono dunque parte di una medesima politica di classe. Come lo sono l’opposizione di massa al regime clerico-fascista dell’Iran (un regime di certo incomparabilmente più a destra di Zelensky) e al tempo stesso la giusta difesa incondizionata dell’Iran dall’imperialismo sionista americano. Non dovrebbe essere questa la posizione naturale dei comunisti?

Non a caso il grosso della sinistra classista in Ucraina unisce l’opposizione a Zelensky con la difesa del paese dall’imperialismo russo. Difesa civile, difesa militare. Anche il contestato anarchismo ucraino, non a caso, è apertamente difensista in tutte le sue principali componenti, anche se la Federazione Anarchica Italiana non se ne è accorta o non lo dice. Come resta difensista del proprio paese la larga maggioranza della popolazione ucraina e della sua classe lavoratrice.

Ucraina “nazista”? Una calunnia vergognosa. Le organizzazioni fasciste in Ucraina (Pravyi Sektor) ebbero un ruolo che noi denunciammo nella rivolta reazionaria di Maidan del 2014. Poi crollarono. Il loro peso elettorale non ha mai superato il 3%. La loro stessa presenza nel governo di destra di Porošenko, poi rimpiazzato dal centrosinistra populista di Zelensky, durò non più di tre mesi. Nelle elezioni del 2019 non presero neppure un seggio. Il famoso battaglione Azov, un tempo egemonizzato da Pravyi Sektor, è stato prima drasticamente disarticolato e poi riassorbito nell’esercito regolare. Il suo ruolo, per intenderci, è oggi pari a quello della Folgore nell’esercito italiano.

Da ogni punto di vista, presentare l’Ucraina e la resistenza dell’Ucraina come naziste è una delle peggiori infamie che circolano nella sinistra italiana. È una pura fotocopia della propaganda di guerra putiniana, e di tutti gli ambienti reazionari che la sostengono (Vannacci, Salvini, Orban, AfD tedesca, settori MAGA…). E si appoggia, alimentandola, su una vera e propria ucrainofobia che attraversa in Italia il senso comune diffuso e politicamente trasversale di una parte significativa dell’opinione pubblica. Sicuramente presente più che in ogni altro paese (ad eccezione ovviamente della Russia).

Arrivare addirittura a chiedere di vietare agli anarchici ucraini il diritto a dibattere in Italia della difesa del proprio paese da una invasione imperialista (per di più facendolo nel nome della Resistenza) è qualcosa di più: una inaccettabile provocazione poliziesca, oltre che un insulto alla Resistenza. Ed è anche la misura di dove può giungere purtroppo la deriva campista del vostro gruppo dirigente.

CLASSISMO E CAMPISMO, DUE FRONTI OPPOSTI E INCONCILIABILI

In conclusione. Classismo e campismo militano più che mai su fronti opposti. Non possono stare insieme. Non sappiamo quanti di voi vorranno combinare la giusta battaglia contro la capitolazione annunciata al centrosinistra col rifiuto del campismo e della sua deriva. A chi lo farà diamo la piena disponibilità a discutere insieme della costruzione e del rilancio di una prospettiva comunista e rivoluzionaria. Per costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Fuori e contro ogni nuova capitolazione al centrosinistra. Contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo. Come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

No alla violenza capitalista e patriarcale sui nostri corpi! Senza consenso è stupro!

 


La senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha stravolto il testo approvato all’unanimità dalla Camera nel novembre 2025, cancellando il concetto di “consenso libero e attuale” e sostituendolo con quello di “volontà contraria” — cioè il dissenso. In altri termini: non basta più l’assenza del sì. Serve la prova di un no.

Si tratta di un rovesciamento ideologico. La donna che subisce violenza dovrà dimostrare di aver resistito, di aver detto no in modo abbastanza manifesto, abbastanza riconoscibile, abbastanza credibile. Il “tenendo conto della situazione e del contesto” inserito nel testo è una porta spalancata alla vittimizzazione secondaria, all’interrogatorio sugli abiti indossati, sull’ora di rientro, sulla storia personale della sopravvissuta. Il fenomeno del freezing, per cui nella vittima di violenza subentra una sorta di blocco fisico e psicologico, verrebbe dunque considerato un elemento per incolpare la vittima e scagionare l’aggressor*.

Non è un caso che questa norma venga da un governo che serve gli interessi del capitale e del profitto, che taglia i servizi sociali, che lascia le donne prive di rifugi antiviolenza, di reddito autonomo, di tutele sul lavoro. Non è un caso che venga dallo stesso governo che, proprio in questi giorni, ha avviato l’iter di discussione parlamentare del disegno di legge Schillaci-Roccella che punta a regolamentare in modo restrittivo l’accesso e l’uso dei farmaci sospensori della pubertà per le persone trans* minorenni. Un altro chiodo sulla bara del diritto alla salute per le persone LGBTQIAP+. Il patriarcato non è un’aberrazione culturale separata dal sistema economico: è uno dei pilastri strutturali del capitalismo. La subordinazione della donna nella famiglia, nel lavoro, nel corpo, è funzionale alla riproduzione del profitto e del consenso sociale alla classe dominante.

Le donne proletarie sono le più esposte alla violenza maschile e le meno protette dalle istituzioni borghesi. Sono quelle che non possono permettersi avvocati, percorsi psicoterapeutici, case protette. Sono quelle che spesso dipendono economicamente dal loro aggressore. Il DDL Bongiorno non fa che aggravare la loro condizione, rendendo ancora più ardua la via giudiziaria e scoraggiando ulteriormente le denunce.

I dati ISTAT 2025 mostrano un aumento vertiginoso delle denunce, specialmente tra giovani e giovanissime. La risposta di questo governo è stata quella di mettere in discussione la legge che avrebbe dovuto rafforzare le protezioni.

Non ci sfugge che il centrosinistra parlamentare si è indignato per il tradimento del centrodestra, ma quella stessa area politica – che fa capo a PD, M5S e AVS – non ha mai messo in discussione le fondamenta di uno Stato che strutturalmente non protegge, ma anzi opprime le donne e le soggettività queer. La fiducia nelle istituzioni dello Stato borghese non libera le donne: le ingabbia nell’attesa di una riforma che non arriverà mai, o arriverà mutilata e sempre troppo tardi.

La nostra difesa dalla violenza di genere e la nostra liberazione possono avvenire solo fuori e contro ogni logica riformista. Dobbiamo costruire un unico fronte di lotta che riunisca le ragioni delle donne e delle persone LGBTQIAP+ a quelle più generali di tutta la classe lavoratrice e abbattere questo governo reazionario e post-fascista, ma non per sostituirlo con un ipocrita governo di centrosinistra. L’unico governo amico dellɜ sfruttatɜ e dellɜ oppressɜ è quello delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica società finalmente libera dal ciseteropatriarcato e da ogni tipo di sfruttamento e oppressione è quella socialista.

Questo è l’obiettivo che come Femministə Rivoluzionariə perseguiamo. Unisciti a noi!

Scarica il nostro volantino:

Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

UE, un altro mattone nel muro della “fortezza Europa”

 


Il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, approfondendo una politica migratoria reazionaria. L’estrema destra e Trump stanno provocando una forte reazione, che si è manifestata con mobilitazioni di massa contro le loro politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’unità d’azione nella mobilitazione e il fronte unico sono strumenti potenti per contrastarli. L’alternativa alla barbarie è il socialismo, in un mondo senza frontiere

UN SALTO NELLA POLITICA DI ESPULSIONE

Dopo aver ottenuto l’approvazione degli Stati membri (il Consiglio) alla fine dello scorso anno, l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, che prevede: la creazione di centri di rimpatrio in paesi terzi, l’estensione della durata della detenzione, la sospensione delle prestazioni sociali, i controlli d’identità, le ispezioni nei luoghi di lavoro e i divieti di ingresso. Inoltre, ha aperto la porta alla cooperazione con regimi extracomunitari, cosa che non è nuova ma che ora ha subito una legittimazione.

Nel testo, che è stato ratificato al Parlamento Europeo con i voti del Partito Popolare Europeo, dei conservatori e dell’estrema destra, è stato eliminato il punto più controverso, ovvero la possibilità di effettuare ricerche porta a porta di persone prive di documenti, come fanno gli agenti incappucciati dell’ICE negli Stati Uniti. Ma è possibile che si tratti solo di una soluzione momentanea, poiché il Consiglio non respinge le retate e gli arresti domiciliari, per cui rimane aperta la possibilità che vengano inclusi in seguito a negoziati istituzionali. Hanno così aggiunto un nuovo mattone alle mura della “fortezza Europa”.

GRADUALE SVOLTA DI NORMALIZZAZIONE DELL’ESTREMA DESTRA

L’idea di esternalizzare la politica di asilo (trasferimento forzoso in paesi diversi da quelli di sbarco e di destinazione, ndt) non è nuova per l’UE. In passato era stata scartata più volte per questioni legali, ma ora è una realtà. Le decisioni adottate continuano a smantellare il “cordone sanitario” contro l’estrema destra e, di conseguenza, contribuiscono alla sua normalizzazione istituzionale e sociale.

Nel corso del 2015 è scoppiata una crisi migratoria quando un milione di rifugiati raggiunse i confini europei. Da allora, il blocco delle entrate ha seguito una via altalenante, ma in una direzione chiaramente reazionaria, manifestatasi con le crisi delle navi come la Ocean Viking e molte altre, bloccate nel Mediterraneo.

L’arrivo di barconi che vengono abbandonati al loro destino o a cui viene impedito l’ingresso dalle autorità europee fa sì che molti finiscano in fondo al mare. I dati di varie ONG, diverse fra loro (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Caminando Fronteras, ecc.) ma concordi nelle stime, danno per scontato che si tratti di cifre sottostimate a causa delle imbarcazioni scomparse e delle morti non registrate. Alcuni dati approssimativi mostrano l’orrore che l’Europa sta alimentando: nel 2025, via mare, sono morti tra 2.000 e 2.500 persone. In rotta verso la Spagna, su piccole imbarcazioni, sono morte 3.090 persone, di cui 437 bambini.

NON SONO EPISODI OCCASIONALI, MA UNA DERIVA DURATURA

La prossima estate entrerà in vigore il Patto sull’asilo e la migrazione, con la creazione di centri di rimpatrio verso paesi terzi – senza che sia necessario alcun tipo di legame con il luogo di destinazione – ma previo accordo con gli Stati membri. Nel 2018 si era tentato di creare delle “piattaforme di sbarco”, progetto che però dovette essere abbandonato a causa dei dubbi sulla sua legalità. Fu allora che gli accordi migratori con la Turchia aprirono la strada a comprare con milioni di euro i governi dei paesi di origine e di transito in cambio del blocco delle imbarcazioni nel Mediterraneo.

La crescente “mano dura” sull’immigrazione è una tendenza che si consolida. Nel 2025 in Francia, Macron ha schierato 4.000 agenti di polizia per effettuare retate nelle stazioni degli autobus e dei treni, e da tempo promuove una legislazione anti-immigrati. Nel Regno Unito, guidato dai pseudoprogressisti del Partito Laburista, si è festeggiato un numero “record” di retate in luoghi come saloni di manicure, lavanderie e parrucchieri. In Belgio, il governo sta valutando la possibilità di consentire alla polizia di perquisire le abitazioni. E la prima ministra italiana Giorgia Meloni è l’avanguardia dell’esternalizzazione delle espulsioni: con l’appoggio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promosso la creazione di centri di detenzione temporanea in Albania.

PEDRO SANCHEZ NON ALTERA LA REGOLA

Il presidente spagnolo Pedro Sánchez (PSOE) ha adottato alcune misure parziali che si allineano rigorosamente alla dinamica dominante, mentre critica Trump. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il suo partito è un pilastro del regime del ’78, plasmato dal franchismo con un’impronta razzista. Non mette in discussione le normative europee, ha accordi con il Regno del Marocco per fermare l’immigrazione in quel paese e reprimere alla frontiera meridionale spagnola, che è la porta d’ingresso in Europa, come hanno fatto le forze di entrambi i paesi uccidendo più di 40 persone alla frontiera di Melilla. Mantiene in vigore la nefasta legge sull’immigrazione ed effettua anche rimpatri immediati. Le quote di migranti che ammette si basano sulla necessità di disporre di manodopera a basso costo che mantenga in piedi i fondi pensionistici. Lo fa perché il suo governo è molto contestato, ha bisogno di riconquistare i settori che si sono allontanati e intende guidare un fronte “progressista” internazionale insieme ad altri riformisti.

In definitiva, le pratiche reazionarie, discriminatorie e violatorie dei diritti umani non sono solo patrimonio dei governi ultranazionalisti, ma anche dei liberali e di coloro che si definiscono falsamente “socialisti” e “di sinistra”.

MOBILITAZIONI DI MASSA NEGLI USA E NEL REGNO UNITO

Il corso degli imperialismi europei procede all’ombra dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il cui operato è noto per le misure razziste e la brutalità disumana dei suoi agenti. Ma questo non è l’unico aspetto della crescente polarizzazione politica e sociale che attraversa il mondo.

Trump è messo sotto scacco dalle mobilitazioni. Centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova ondata di mobilitazioni in tutti gli Stati Uniti, articolate attorno al movimento “No Kings”, con circa 3.300 marce in città grandi, medie e in zone rurali. Si tratta della terza grande mobilitazione nazionale dal 2025. I cortei di massa, con cori, costumi e cartelli, sono un riflesso della repulsione nei confronti di Trump come un fenomeno che trascende i grandi centri urbani e raggiunge persino gli stati tradizionalmente conservatori.

Le cause di questa esplosione sono legate alla svolta autoritaria e bellicista del governo di Trump: l’uso intensivo di ordini esecutivi per aggirare il Congresso, gli interventi militari in Palestina e in Iran, la repressione migratoria — con retate, deportazioni e violenze da parte della polizia — e una politica economica che aggrava la crisi del costo della vita. Trump è un mostro che va sconfitto!

E nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, mezzo milione di persone è sceso in piazza a Londra per protestare contro l’avanzata dell’estrema destra e le guerre in Iran e a Gaza. Gli slogan principali univano il rifiuto del razzismo e dell’islamofobia, la difesa dei rifugiati e una forte denuncia contro figure dell’estrema destra come Nigel Farage (Reform UK), insieme a critiche agli agitatori reazionari e al ruolo delle potenze occidentali nei conflitti internazionali.

La mobilitazione ha anche messo in discussione il governo del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, accusandolo di aver abbandonato i propri principi storici e di mostrare complicità o passività di fronte alle offensive di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. In questo contesto, la protesta ha espresso non solo un rifiuto dell’estrema destra ma anche una crescente rottura con il Labour, che settori della sinistra ritengono responsabile di non offrire una reale alternativa all’avanzata reazionaria.

UNITÀ NELLA MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI E DEMOCRATICI

La svolta reazionaria nell’UE e in altri governi europei riprende il programma e le misure dell’estrema destra. Per questo respingiamo il Regolamento sul rimpatrio, il Patto sull’asilo e la migrazione e ogni politica di esternalizzazione delle frontiere, di detenzione e di espulsione dei migranti. Nessuna persona è illegale!

Difendiamo l’apertura delle frontiere, il pieno diritto a emigrare, all’asilo, la chiusura dei centri di detenzione e la fine immediata dei respingimenti. Lottiamo per la cancellazione delle leggi reazionarie e per il riconoscimento di tutti i diritti politici, sociali e lavorativi per i migranti, a parità di condizioni con la classe lavoratrice autoctona. Documenti per tutti, subito!

Lottiamo per la più ampia unità d’azione per affrontare queste politiche nelle strade, promuovendo l’organizzazione indipendente dei lavoratori, dei migranti e dei rifugiati. Solo attraverso una mobilitazione di massa e prolungata sarà possibile sconfiggere questa offensiva reazionaria. C’è bisogno di un movimento intercontinentale in difesa dei diritti dei migranti!

SOCIALISMO O BARBARIE. PER UN MONDO SENZA FRONTIERE

La radice di queste politiche è in un sistema capitalista in crisi che ha la necessità di dividere la classe lavoratrice per mantenere i propri profitti. Per questo motivo la lotta contro il razzismo, le espulsioni e la “fortezza Europa” è indissolubilmente legata alla lotta per una soluzione socialista, basata sulla solidarietà internazionale e sul governo dei lavoratori. Socialismo o barbarie è un’alternativa sempre più attuale, e che richiede di lottare per un mondo senza frontiere.

Florencia Salgueiro

“No kings! No ICE! No war! No capitalism!”

 


Sabato 28 marzo si è tenuta la terza delle giornate “No Kings” contro Trump. La gente è scesa nelle strade in centinaia di città negli Stati Uniti e nel resto del mondo. A Madison, nel Wisconsin, circa 6.000 persone hanno sfilato per le strade. Kim Gasper-Rabuck, militante a Madison di Socialist Horizon (Lega Internazionale Socialista), ha preso la parola durante il comizio. Di seguito si riporta una trascrizione del suo intervento.

Grazie per avermi concesso la parola. Conosco molte persone a Madison, ma per quelli che non ho ancora conosciuto mi chiamo Kim Gasper-Rabuck. Sono una mamma, un’educatrice, una socialista rivoluzionaria, militante di Socialist Horizon di Madison.

Ci sono centinaia di migliaia, molto probabilmente milioni di persone, in tutto il mondo che protestano oggi contro Donald J. Trump. Sono felice di essere tra questi milioni. Vogliamo tutti protestare contro questo pezzo di merda straordinariamente razzista, misogino, transfobico, imperialista e capitalista.

Il motivo per cui speravo di dire qualcosa oggi è che, a mio modesto parere, Donald J. Trump non è la radice del problema, ma piuttosto è un sintomo di un sistema capitalista in crisi; uno che sfrutta e opprime tutti noi per creare profitti per pochi.

Donald Trump non è il motivo per cui abbiamo un bilancio di guerra da miliardi di dollari. Il bilancio di guerra cresce astronomicamente anno dopo anno, indipendentemente dal governo capitalista al potere.

Trump non ha causato quei 40 milioni di americani affamati. Il dottor Martin Luther King Jr parlò dei 40 milioni di americani affamati già nel 1967. Nessuno dei due partiti del regime ha fatto qualcosa che abbia lasciato il segno per ridurre quel numero.

Trump non ha creato il complesso militar-industriale, il sistema carcerario statunitense, né quel sistema che costituisce un viadotto dalla scuola alla prigione. Tutto questo è esploso in maniera crescente durante le amministrazioni Reagan-Bush-Clinton-Bush-Obama-Biden prima di lui.

Lui e i repubblicani non hanno creato da soli la crisi climatica.

Trump non ha dato inizio ai livelli epidemici di aggressioni sessuali che tutti noi affrontiamo.

Non ha abolito il diritto all’aborto ed è stato “pro-choice” per decenni.

Trump non ha creato l’ICE, né la Border Patrol lungo i confini, né ha iniziato le deportazioni e le detenzioni, anche se le ha portate a proporzioni epiche! Tutta questa mostruosità è stata creata in precedenza. E non è stato lui il presidente che ha avviato il finanziamento e l’armamento del genocidio sistematico del popolo palestinese. Sono stati bensì Joe Biden e Kamala Harris!

Loro hanno dato il via libera al sionista assassino Benjamin Netanyahu più e più volte; hanno mandato navi cariche di bombe e di armi per massacrare oltre 100.000 palestinesi, mentendo spudoratamente alla gente fingendo di “organizzare un cessate il fuoco”.

Trump continua questi crimini, ma l’impero è uno sport di squadra bipartisan.

E’ stato il presidente democratico Harry S. Truman ad uccidere il maggior numero di esseri umani in un solo momento per difendere l’impero USA, sganciando due bombe nucleari su Hiroshima e su Nagasaki incenerendo più di 150.000 persone.

I partiti Repubblicano e Democratico hanno commesso quelle atrocità su richiesta della classe capitalista statunitense, lavorando mano nella mano per realizzare la volontà dei miliardari che vogliono più profitto, più petrolio e più potere.

La regione del Golfo Persico possiede le più grandi riserve complessive di petrolio greggio al mondo. Entrambi i partiti controllano il governo degli Stati Uniti per agire come guardiani che promuovono e difendono militarmente in quella regione gli interessi finanziari di Exxon Mobile, Shell, BP e Chevron. Da decenni desiderano controllare l’Iran e reinstallare un nuovo dittatore fantoccio come il precedente scià di Persia, così da poter governare nuovamente quel paese alle loro condizioni.

Sotto Obama, Trump e Biden, entrambi i partiti hanno supervisionato la costruzione di bombe “bunker-buster” da 30.000 libbre con lo scopo dichiarato di attaccare e distruggere i bunker iraniani e di annientare la loro leadership. La disastrosa guerra di Trump è l’esito inevitabile di un processo già in corso da anni.

Oggi ci troviamo all’apice di una massiccia guerra regionale, potenzialmente mondiale, che costa ai contribuenti più di un miliardo di dollari al giorno. Sono i nostri soldi, spesi per bombardare un paese che la maggior parte degli americani avrebbe difficoltà a trovare sulla carta geografica, e dove, nel primo giorno di bombardamento, sono state martirizzate 185 bambine mentre si trovavano sui banchi di scuola.

Ora il governo si prepara ad autorizzare altri 200 miliardi di dollari per espandere la guerra e inviare forze d’invasione. I politici del Partito Democratico, teoricamente indignati, hanno scelto di non convocare le masse in strada per fermare la guerra, non hanno raccomandato a tutto il paese di scioperare per fermare questa guerra, che è esattamente ciò che potrebbero fare per assicurare che questa guerra sia conclusa immediatamente.

Piuttosto si lamentano ad alta voce di non essere stati invitati ad autorizzare loro stessi questa guerra tramite il “War Powers Act”, e ora hanno scelto di entrare in pausa per due settimane come se fossero studenti universitari nella pausa primaverile.

Bisogna essere onesti al 100%: il Partito Democratico non ha mai realizzato un bilancio per spese militare o di polizia di cui non fosse soddisfatto.

Quindi, mentre palestinesi, iraniani, cubani, venezuelani, libanesi, siriani e altri vengono attaccati, subiscono embargo, subiscono una perdita massiccia di vite umane, patiscono la fame, amputazioni e altre forme di violenza inimmaginabili, i funzionari del Partito Democratico che conducono queste proteste No Kings non si sono mai palesati nell’urlare a pieni polmoni per porre fine a queste guerre imperialiste di aggressione.

Questa manifestazione, oggi 28 marzo, rappresenta il primo giorno del più grande movimento contro la guerra che questo paese abbia mai conosciuto. Avrebbero dovuto farlo i Democratici, ma hanno scelto di non farlo, perché il loro partito è altrettanto entusiasticamente imperialista quanto quello di Donald J Trump. I partiti capitalisti e imperialisti non metteranno fine a questa guerra, ma noi possiamo!

Ci sono quaranta milioni di americani affamati ai quali sono stati tagliati i buoni pasto. Più di 700.000 di queste persone, la maggior parte dei quali sono bambini, anziani e disabili, vivono qui nel piccolo stato del Wisconsin. Più di 40.000 di questi vivono proprio a Madison.

I miei amici non hanno abbastanza soldi per mettere il cibo in tavola per i loro figli e contemporaneamente comprare il detersivo per lavare i vestiti.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo qui a Madison, di cui circa 30.000 donne, uomini e bambini, temono di andare dal medico, al lavoro, a fare la spesa, temono di andare a scuola, a causa del terrore delle pattuglie dell’ICE nei loro quartieri.

Nessuno di noi può permettersi di rimborsare i prestiti studenteschi governativi, con un debito totale attualmente di 1,6 miliardi di dollari: il doppio dell’importo dovuto nel 2016.

I nostri figli adulti sono pagati così male che vivono con noi fino a 30 anni, che essi lo vogliano o meno. Il mese scorso ha registrato il numero più alto di pignoramenti di automobili della storia degli Stati Uniti.

Copriamo le emergenze e gli abbandoni sanitari individuali attraverso le campagne GoFundMe, o con le bancarotte personali, perché circa 30 milioni di persone non hanno assistenza sanitaria, perché non abbiamo un sistema sanitario nazionalizzato.

I banchi alimentari in tutto il paese stanno esaurendo le scorte.

Siamo sovraccarichi di lavoro, con poco personale, sottopagati, e i nostri lavori fanno schifo, con orari estesi, pochi o nessun indennizzo, condizioni di lavoro pessime e padroni oppressivi. Veniamo licenziati o messi nelle liste nere per aver cercato di costituire sindacati.

Abbiamo disastri naturali come inondazioni e incendi, contaminazioni dell’acqua e del suolo con sostanze polifluoroalchiliche (PFAS), e questo a causa del cambiamento climatico.

Non abbiamo le risorse per garantire il diritto all’aborto laddove è ancora legale.

Le persone queer non possono usare il bagno che vogliono, praticare sport o camminare per strada di notte senza il timore di essere picchiate.

Questa è la realtà, ed è una realtà insostenibile con la quale io non sono più disposta a convivere!

Gli Stati Uniti sono il paese più ricco della storia del mondo. Il capitalismo globale potrebbe sfamare tutte le persone del mondo e mantenerle sfamate. Non esiste la penuria, c’è solo il furto legale e organizzato della maggior parte della ricchezza che produciam da parte di miliardari tronfi e dei guerrafondai del capitalismo.

Non c’è motivo perché qualcuno di noi non ne faccia a meno! C’è solo una penuria prodotta dal capitalismo, ovvero una disuguaglianza imposta a causa del sistema guidato dal profitto. Non dovrebbero esserci milionari o miliardari. Non c’è bisogno della classe dominante dei parassiti.

Meritiamo di meglio. Lo meritiamo tutto. E dovremmo riprenderci ciò che è nostro, i frutti del nostro lavoro.

Dobbiamo arrivare tutti a capire che non voteremo per entrare in un nuovo ordine mondiale a nostro vantaggio, è chiaro che il sistema bipartitico ha storicamente garantito, e continuerà a garantire, la nostra sofferenza, maggiori vite perse, più abusi e più stupri di donne e bambini. Ma questo solo finché glielo permetteremo.

Una società bella, libera, collettiva e umana, è davvero possibile, e nascerà solo attraverso la lotta rivoluzionaria. Sono militante di Socialist Horizon qui a Madison, e se ciò che ho detto ha senso per voi, spero che vi unirete a noi per il nostro prossimo incontro pubblico, dove discuteremo di cosa sia il socialismo e di come possiamo arrivarci.
Vi invitiamo, quindi, ad unirvi ad un progetto partecipativo di mutuo soccorso sabato 11 aprile.

Kim Gasper-Rabuck