L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista
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Le espulsioni chiudono un capitolo. Hanno concluso una lotta su quale tipo di formazione sarebbe diventato Your Party, e la risposta è ora inequivocabile: uno strumento elettorale gestito burocraticamente, populista nella forma, politicamente informe nel contenuto e ostile a qualsiasi opposizione organizzata proveniente dalla sua sinistra. L’episodio merita di essere esaminato al di là della Gran Bretagna, perché mostra in forma condensata i riflessi burocratici che il populismo di sinistra esibisce ovunque quando si trova di fronte alla prospettiva della propria politicizzazione.
UN TORTO FATTO A UNO…
La mossa della dirigenza è una dichiarazione di guerra alla base attiva del partito. Si tratta di un tentativo burocratico di schiacciare l’opposizione organizzata, mettere a tacere il dibattito politico interno e garantire che Your Party si sviluppi come una macchina elettorale strettamente controllata, invece che come un partito democratico della classe lavoratrice.
Le forze che stanno dietro a questa dirigenza hanno sprecato la migliore opportunità di un’intera generazione per costruire un partito socialista di massa in Gran Bretagna, e lo hanno fatto proprio nel momento in cui un partito del genere è ancor più necessario. Delle 800.000 persone che inizialmente avevano manifestato interesse per il progetto, la gestione verticistica dall’alto ha fatto sì che ne rimanessero circa 60.000. L’ulteriore allontanamento e demoralizzazione — accelerati dall’assenza di qualsiasi seria campagna politica — hanno portato molti di loro ad abbandonare del tutto la politica organizzata, o a passare al partito dei Verdi, che è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno su una base confusamente populista di sinistra.
Anziché aprire nuove sezioni, agire a sostegno degli scioperi o organizzare una campagna nazionale contro la guerra, il razzismo o il carovita, il Comitato Esecutivo Centrale ha dato priorità a un’epurazione interna che escluderà molti dei membri più attivi del partito. Ha affermato che le espulsioni erano necessarie per «democrazia, trasparenza e responsabilità», con la motivazione che un meccanismo decisionale guidato dai membri del partito è «possibile solo quando ogni membro può fidarsi del fatto che… tutti i membri mettano al primo posto gli interessi di Your Party». La formulazione tratta le aree socialiste organizzate come una minaccia intrinseca all’unità. La realtà è più semplice: la decisione non riguarda l’unità, ma il controllo.
Il diritto alla doppia appartenenza (a Your Party e contemporaneamente ad altre organizzazioni della sinistra di classe, ndt) — sancito nello statuto fondante del partito — viene di fatto strappato, anche se il Comitato Esecutivo Centrale ribadisce che tecnicamente «rimane in vigore» per le organizzazioni approvate dalla leadership. I diritti esistono solo a discrezione del centro.
Proprio durante la conferenza di fondazione di Your Party, una manovra burocratica ha impedito ai delegati di votare l’emendamento che respingeva il divieto dei gruppi rivoluzionari socialisti, nonostante fosse tra gli emendamenti più popolari presentati. Questo è tipico delle procedure pseudodemocratiche e dello stile da “culto del leader” a cui Corbyn e la sua cerchia si abbandonano ora, caratteristiche comuni alle formazioni populiste di sinistra dalla Spagna alla Francia. La richiesta che i membri si impegnino con Your Party solo a titolo individuale, astenendosi dall’organizzarsi con altri membri che la pensano allo stesso modo, è ipocrita. Ma non tutte le correnti saranno soggette alle regole: quelle al potere rimarranno intatte. L’epurazione inizierà con le aree della sinistra rivoluzionaria, ma il suo vero obiettivo è qualsiasi opposizione organizzata che possa emergere in futuro contro l’opportunismo della leadership.
RIFORMISMO BUROCRATICO: DAL PARTITO LABURISTA DI CORBYN A YOUR PARTY
La tendenza a escludere i rivoluzionari da Your Party rispecchia l’esperienza del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn tra il 2015 e il 2020. In entrambi i casi, l’ostacolo decisivo non era solamente la pressione proveniente dalla destra o dai media, ma il potere duraturo di uno strato burocratico riformista radicato nelle istituzioni del movimento operaio britannico. Come abbiamo sostenuto altrove, questo strato ha la funzione di regolare e contenere la lotta, dando priorità al lavoro elettorale e alla stabilità interna rispetto alla chiarezza politica e alla mobilitazione di massa.
Sotto Corbyn, il Partito Laburista diventò per un breve periodo un luogo di politicizzazione di massa e di aspettative radicali. Centinaia di migliaia di persone aderirono al partito, molte delle quali giovani che entravano per la prima volta nella politica organizzata. Eppure il suo nucleo burocratico – il gruppo parlamentare, i funzionari non eletti, le dirigenze sindacali – ha agito ripetutamente per restringere il dibattito, emarginare la sinistra interna e bloccare qualsiasi radicalizzazione programmatica. Il risultato è stata una leadership accerchiata dal suo stesso apparato, retoricamente impegnata nei discorsi sul socialismo ma incapace di trasformare sia il partito che il suo rapporto con la lotta della classe lavoratrice.
In realtà, Corbyn si è adattato a questi vincoli burocratici, e alla fine li ha utilizzati contro la chiara volontà della base del partito: sull’immigrazione, sul secondo referendum sulla Brexit, sulla gestione delle accuse di antisemitismo. Il suo socialismo parlamentare lo ha portato a cedere alla destra del gruppo parlamentare laburista, perché Corbyn ha sempre creduto che solo con la loro base sociale (in gran parte borghese) avrebbe potuto vincere le elezioni, attraverso un programma riformista moderato. Nel Partito Laburista quello schema è andato in frantumi. Ma la sua essenza – il laburismo di sinistra – sopravvive nel Your Party, sotto forma di deputati proprietari terrieri e persino di ex candidati del Partito Conservatore ai consigli comunali scelti per rappresentare il partito.
Your Party sta ora ripetendo la stessa traiettoria in forma compressa e su scala molto più piccola. Ancora una volta, una dirigenza riformista si trova di fronte alla prospettiva che un afflusso di membri politicizzati – specialmente membri organizzati attorno a programmi rivoluzionari – possa costringerla a dibattiti decisivi su cosa significhi socialismo in pratica, su come possa essere realizzato e su quali conflitti con lo Stato, il capitale e l’ordine politico esistente ciò comporti. Come nel caso del Labour, la risposta che la dirigenza dà non è affrontare quei dibattiti, ma chiuderli amministrativamente.
Il linguaggio è cambiato. Laddove il vecchio New Labour di destra (ai tempi di Tony Blair, ndt) parlava di «eleggibilità» e l’apparato di Corbyn di «unità ampia», l’attuale leadership di Your Party parla di «idoneità», «chiarezza» e «fiducia». È una logica familiare. L’azione politica viene considerata una minaccia; le tendenze organizzate vengono dipinte come sleali o estranee; la democrazia viene ridotta a una conferma passiva di decisioni prese altrove. Sia nel Labour sotto Corbyn che nell’odierno Your Party, il riformismo burocratico opera sostituendo la leadership politica con il controllo amministrativo, e trattando il programma come un brand elettorale invece che come il frutto di discussioni e lotte collettive.
Il parallelo non è casuale. L’ambiente di consiglieri, ex membri dello staff laburista, funzionari sindacali e attivisti professionisti che si erano raggruppati attorno a Corbyn nel Labour si è ricomposto attorno a lui nel Your Party. Hanno portato con sé gli istinti acquisiti in un decennio all’interno di un apparato riformista di massa. Questi istinti non sono socialisti; sono i riflessi di uno strato sociale la cui posizione dipende dalla gestione del rapporto tra la classe lavoratrice organizzata e lo Stato capitalista: contenere la prima, rassicurare il secondo.
CHE COSA PUÒ ESSERE SALVATO
La lotta sulla natura di Your Party è ormai giunta al termine, risolta dall’alto. Le espulsioni sono un dato di fatto. La domanda per il periodo a venire è: cosa si può salvare da questa esperienza?
Migliaia di persone hanno aderito a Your Party per costruire qualcosa che mettesse al primo posto la classe lavoratrice, in patria e all’estero, e sfidasse la macchina politica del movimento operaio ufficiale. Quell’aspirazione persiste, anche se questo particolare veicolo è stato paralizzato dalla sua stessa leadership. Sono state costituite sezioni, costruite reti, nuovi militanti sono entrati per la prima volta nella politica organizzata. Nulla di tutto ciò scompare soltanto perché l’apparato ha scelto questa strada.
Il passo successivo più utile per le sezioni sopravvissute, le organizzazioni socialiste e i singoli militanti è quello di orientarsi verso l’esterno, verso le lotte della classe lavoratrice del prossimo periodo: la lotta contro i tagli comunali, la lotta contro il carovita, la solidarietà con i lavoratori in sciopero, la difesa dei migranti, l’opposizione al razzismo e all’estrema destra e la lotta alla corsa al riarmo. Un fronte unito su questa base – rivolto ai sindacati, ai militanti sui posti di lavoro e ai gruppi politici territoriali, non limitato alla sinistra organizzata – potrebbe dare un contenuto politico concreto alla richiesta di un partito dei lavoratori e tenere unite le migliori forze dell’esperienza di Your Party in una lotta comune, affrontando nel mentre le questioni complessive riguardanti il programma e l’organizzazione.
Queste questioni non possono essere affrettate. Possono trovare risposta solo attraverso una discussione politica seria, all’interno di ogni qualsiasi insieme di sezioni e di organizzazioni che emergeranno dalle macerie di Your Party, e sulla base del diritto di costituirsi in tendenza a di organizzarsi per difendere le proprie posizioni. Un’organizzazione rivoluzionaria non deve fingere di avere tutte le risposte; deve essere pronta a imparare dalla classe. Ma un programma politico — una strategia per guidare le lotte di oggi verso il socialismo — non può essere ricavato solo dal lavoro delle sezioni locali. Deve affrontare le grandi questioni del momento, e la questione più importante che il movimento deve affrontare oggi è ancora quella che il collasso di Your Party ha posto ancora una volta: riforma o rivoluzione?
Per i socialisti di tutto il mondo la lezione è ben nota, ma l’esperienza l’ha resa ancora più evidente. Il populismo di sinistra offre una via apparentemente più breve verso il successo politico rispetto alla paziente costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Lo fa sostituendo la vita politica collettiva della classe con l’autorità di un leader, un marchio elettorale e un apparato tecnocratico. Laddove questo tipo di partito viene messo alla prova da una lotta reale – o dalla semplice pressione dei propri membri politicizzati – il suo nucleo burocratico si reimpone contro la propria base. Podemos, La France Insoumise, Syriza e ora Your Party: i dettagli differiscono ma la dinamica di fondo rimane la stessa.
Rimane il compito di costruire, in Gran Bretagna e a livello internazionale, un partito rivoluzionario radicato nella classe lavoratrice, aperto nei suoi dibattiti e armato di un programma in grado di guidare la lotta verso il potere. Qualunque cosa rimanga al di sotto di ciò riprodurrà, sotto un nuovo marchio, gli stessi limiti che hanno ripetutamente bloccato l’emergere di un’alternativa socialista di massa.
Rebecca Anderson e KD Tait
Non si tratta di un fatto isolato, ma della continuità di una politica sostenuta per oltre sei decenni. L’embargo/blocco economico, commerciale e finanziario ha condizionato strutturalmente lo sviluppo di Cuba e, lungi dal colpire i vertici governativi, ha avuto e continua ad avere un impatto diretto sulle condizioni materiali di vita della popolazione. Non è uno strumento di democratizzazione, ma un meccanismo di punizione collettiva.
In questo contesto di asfissia, il 13 marzo 2026 il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha confermato ciò che già si sospettava: L’Avana e Washington erano in «dialogo». Persino dagli Stati Uniti, il deputato cubano-americano Mario Díaz-Balart ha affermato l’esistenza di conversazioni di alto livello con l’entourage di Raúl Castro, in termini simili a quelli che l’amministrazione Trump ha intrattenuto con la cerchia ristretta di Nicolás Maduro.
Meno di 24 ore prima, il governo cubano aveva annunciato la scarcerazione di 51 persone in seguito alla mediazione del Vaticano. Sebbene non sia mai stata utilizzata la categoria di “prigionieri politici”, attivisti e organizzazioni per i diritti umani sostengono che parte di essi faccia parte del gruppo di oltre mille prigionieri di coscienza che, in ripetute occasioni, sono stati usati come moneta di scambio nei negoziati con Washington.
Cuba arriva a questo scenario schiacciata da una doppia pressione: l’aggressione esterna dell’imperialismo statunitense e i limiti interni di un modello sempre più chiuso, gestito da una burocrazia che ha ristretto la partecipazione popolare.
In una situazione di carenza quasi totale di greggio e senza la capacità di coprire un fabbisogno giornaliero di 100.000 barili, i blackout a Cuba raggiungono le 20 ore consecutive, con due interruzioni nazionali in meno di 15 giorni e un totale di 7 in meno di 18 mesi. Una paralisi quasi totale dell’economia e gravi ripercussioni sui servizi di base: salute, istruzione e alimentazione.
La risposta del governo cubano è stata l’applicazione di misure che richiamano il “Periodo speciale” (anni ’90): appelli all’autosufficienza e apertura agli investimenti stranieri nel settore privato, inclusi quelli provenienti da una diaspora storicamente stigmatizzata dallo stesso discorso ufficiale.
In alcune dichiarazioni alla NBC News, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ministro del Commercio Estero e pronipote di Fidel Castro, ha anticipato che il governo cubano è aperto a «mantenere una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi».
La disponibilità a negoziare con Washington non è nuova. Nel 2016, durante il cosiddetto “periodo del disgelo”, imprenditori statunitensi sbarcarono in massa per iniettare dollari nell’industria del turismo. Barack Obama non solo sventolò la bandiera statunitense all’Avana, ma assistette a una partita di baseball tra i Tampa Bay Rays e la nazionale cubana allo Stadio Latinoamericano: alla sua destra la famiglia, alla sua sinistra Raúl Castro, allora presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri.
La notizia di nuovi negoziati — privi di trasparenza sui termini — ha quindi risvegliato un misto di aspettativa e indignazione. Sui social network si ripeteva una frase: “hanno preferito dialogare con il nemico piuttosto che con il popolo”, riaprendo le ferite dell’11 luglio 2021, quando migliaia di persone scesero in strada in una protesta senza precedenti terminata con oltre 1.500 arresti. Tra questi, un numero significativo di minori.
«L’ordine di combattimento è stato dato», disse allora Díaz-Canel.
La rivolta ha messo a nudo la differenza tra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura di un manipolo di politici”. Sono rimasti per strada i resti di una rivoluzione svuotata di contenuto e tradita. Perché, insieme alla richiesta di cibo e medicine, il popolo ha gridato anche “libertà”.
Il processo rivoluzionario del 1959 ha segnato un prima e un dopo nella storia di Cuba e nella lotta contro l’imperialismo statunitense in America Latina. La caduta di Fulgencio Batista fu il risultato dell’azione combinata del movimento operaio, contadino e studentesco, e trovò nello sciopero generale del 1° gennaio un punto di svolta che consolidò il trionfo. La mobilitazione popolare fu il motore delle prime trasformazioni: campagne di alfabetizzazione, impulso all’industrializzazione e un vasto sviluppo culturale.
Per la prima volta nella regione, una rivoluzione espropriò i latifondisti e la borghesia, aprendo un processo di transizione al socialismo a poche miglia dalla principale potenza imperialista del mondo. A soli 90 miglia di distanza, l’esperienza cubana divenne un riferimento per un’intera generazione, uno stimolo per le lotte antimperialiste, anticapitaliste e socialiste, e una sfida diretta al potere degli Stati Uniti.
Tuttavia, quell’energia non si è mai tradotta in un reale controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione. Con il passare del tempo, è stata assorbita da una burocrazia che non ha ceduto il potere, finendo per consolidarsi come una classe privilegiata.
Oggi, questa struttura si esprime in conglomerati come GAESA, sotto il controllo delle Forze Armate e senza meccanismi di controllo pubblico: un intreccio che spazia dai porti al turismo e al settore immobiliare, passando per la rete delle rimesse e i negozi in dollari, notevolmente più riforniti rispetto a quelli che operano in pesos cubani. La saggista e docente Alina López Hernández è arrivata a definire GAESA come un ossimoro all’interno di un paese che si proclama socialista.
Una dirigenza che, inoltre, ha ceduto risorse strategiche ad altri imperialismi come Russia e Cina, e che nel 2022 ha approvato un Codice Penale che ha ampliato i reati sanzionabili nel nome della “sicurezza dello Stato”, limitando ulteriormente le libertà politiche. La maggior parte di essi prevede la pena di morte come misura punitiva.
Ma il ruolo di questa burocrazia trascende l’ambito nazionale. Il suo consolidamento è stato legato alla dottrina stalinista del “socialismo in un solo paese”, che ha implicato la rinuncia all’espansione rivoluzionaria e l’accettazione della coesistenza con l’imperialismo come orizzonte. Sotto questa logica, lo Stato cubano ha agito più come fattore di contenimento che come motore emancipatore. Negli anni ’80, la burocrazia ha aiutato a incanalare i processi insurrezionali verso soluzioni negoziate in America Centrale. E due decenni dopo ha accompagnato il processo bolivariano entro i medesimi limiti: dando priorità alla stabilità dei governi rispetto alla radicalizzazione democratica e al protagonismo popolare.
Il risultato è una burocrazia che ha finito per scavare la fossa del proprio isolamento: un potere chiuso, conservatore e sempre più distante dalla base sociale che dice di rappresentare.
Cuba arriva, dunque, al 2026 in uno scenario critico, dove la pressione esterna si combina con un modello interno esaurito. Una crisi multidimensionale, con una popolazione invecchiata che supera il 20%, pensioni che non coprono il costo base della vita, un sistema sanitario deteriorato, un’istruzione in regresso, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture collassate e un processo di dollarizzazione informale che acuisce le disuguaglianze.
A ciò si aggiunge la persistenza della repressione politica: le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 1.214 persone private della libertà per aver esercitato diritti fondamentali. Un dato parziale, poiché la cifra reale è sconosciuta e il Partito Comunista Cubano ne nega l’esistenza. Tutto ciò ha eroso la fiducia sociale del popolo verso un regime burocratico — e i suoi alleati internazionali campisti e progressisti — che ha sacralizzato concetti come Rivoluzione o Socialismo, ma ha spinto una parte della classe lavoratrice verso un’ultradestra che non offre risposte strutturali, e portando tre milioni di persone all’esodo di massa da Cuba.
Possono essere rivoluzionari coloro che cercano di perpetuare lo status quo? Sono rivoluzionari coloro che limitano le libertà politiche? O sono rivoluzionari coloro che lottano per ampliarle? Un popolo senza autodeterminazione — senza canali reali per deliberare e decidere — manca degli strumenti per resistere alle ingerenze esterne.
In questo contesto, emerge anche una nuova ondata di attivismo: un’avanguardia giovanile di sinistra critica che, dall’interno e dall’esterno dell’isola, inizia a contestare il senso stesso della Rivoluzione. Organizzazioni come Socialistas en Lucha (SeL), un collettivo marxista, anticapitalista, internazionalista e antiautoritario, promuovono da una prospettiva antimperialista e di difesa delle conquiste sociali la richiesta di diritti democratici, pluralismo politico, libertà di organizzazione e di protesta, nonché piena indipendenza dal regime di governo.
SeL ha assunto un ruolo attivo durante lo sciopero nazionale studentesco e dei docenti universitari del maggio 2025, in risposta al “tarifazo” (aumento delle tariffe) del governo sui servizi internet, che mirava a limitare il consumo interno e favorire il pagamento in dollari attraverso ricariche e rimesse.
«Dissentire dal castrismo da sinistra è una posizione politica di estrema coerenza», ha dichiarato Raymar Aguado Hernández, membro del collettivo.
In questa frattura — tra la critica all’autoritarismo interno e il rifiuto dell’ingerenza esterna — si gioca oggi una delle contese più complesse del presente cubano.
Per questo, più che mai è necessario circondare il popolo di solidarietà attiva, senza bé subordinazione al regime né concessioni all’imperialismo. Non una solidarietà astratta, ma impegnata nella difesa dei diritti politici, delle condizioni materiali di vita e dell’autonomia di chi resiste dentro e fuori l’isola.
Riprendersi la rivoluzione non è un gesto nostalgico: è un compito aperto il cui esito dipenderà dalla capacità del popolo cubano di tornare a essere soggetto della propria storia, riconfigurare i propri orizzonti politici e affrontare, dal basso, il senso stesso dell’emancipazione.
Daniella Fernández Realin
“L’Europa” – o, più precisamente, l’Unione Europea – deve quindi aumentare il proprio peso politico, militare ed economico. Eppure, il campanello d’allarme si conclude regolarmente con i postumi di una sbornia. L’ultimo vertice UE rivela ancora una volta che “l’unità” del continente versa in uno stato pietoso, e non solo a causa di Viktor Orbán.
L’Europa è nel mezzo di una crisi profonda e storica. Ciò riguarda soprattutto, sebbene non esclusivamente, l’UE, ma in pratica tutti gli Stati e le potenze del continente.
Di seguito esamineremo le varie manifestazioni di questa crisi, poiché ci aiutano a comprendere le cause più profonde del costante fallimento nel raggiungere gli obiettivi autoimposti e proclamati, e a capire perché la borghesia europea si sta dimostrando incapace di unire il continente economicamente e politicamente.
CRISI ECONOMICA
L’economia europea è in fase di stagnazione e sta perdendo terreno rispetto ai suoi concorrenti Cina e Stati Uniti. Ciò riguarda tutte le principali economie dell’UE e del Regno Unito. La Russia va considerata a parte, ma anche lì si registrano chiari segnali di stagnazione. Il passaggio a un’economia di guerra e la capacità di resistere alle estreme sanzioni economiche imposte dall’UE e dagli Stati Uniti in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina evidenziano, da una parte, il carattere imperialista del capitalismo russo, dall’altra parte, che il passaggio a un’economia di guerra e i costi finanziari e umani del conflitto portano a lungo termine all’esaurimento e al declino economico, come dimostrano l’inflazione, la carenza di manodopera, il supersfruttamento dei lavoratori migranti e il calo dei tassi di accumulazione.
Tuttavia, in termini economici, la Russia è sempre stata una potenza imperialista relativamente debole. Gli Stati dell’UE, al contrario, all’inizio del millennio si sono prefissati di diventare la potenza economica più forte. Con l’euro hanno creato la seconda valuta più importante al mondo, destinata a sfidare il dollaro nel lungo periodo. Ma per quanto significativo possa essere l’euro, da tempo non è in grado di raggiungere il dollaro statunitense, e che riesca a raggiungerlo è del tutto fuori discussione per il prossimo futuro.
Con la Strategia di Lisbona del 2000, le potenze europee, guidate da Germania e Francia, hanno articolato apertamente le loro ambizioni di diventare una potenza globale. Secondo l’allora cancelliere tedesco Schröder, l’UE avrebbe dovuto affermarsi come il più grande e dinamico spazio economico basato sulla conoscenza. Questi obiettivi sono stati accantonati da tempo. Da anni, l’Unione Europea è sottoposta a una pressione crescente derivante dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina sulla ridistribuzione del mondo, e sta cercando in qualche modo di tenere testa e di trovare un modo per arrestare, quantomeno, questo sviluppo.
La quota del PIL globale degli Stati membri dell’UE si attesta attualmente intorno al 17% in termini nominali (e a circa il 14% in termini di parità di potere d’acquisto). A titolo di confronto: nel 2000 era ancora del 29,5%. Questa tendenza è destinata a continuare nei prossimi anni.
Tuttavia, il PIL è solo uno degli indicatori di sviluppo. La quota dell’UE nella produzione industriale globale si attesta al 15-18%, a seconda di come vengono classificati determinati settori. Anche questa cifra è in calo, ed è diminuita del 2,4% nel solo 2024.
Prendendo il 2019 come anno di riferimento, la produzione industriale dei quattro principali Stati imperialisti dell’UE (Germania, Francia, Italia, Spagna) nel 2024 ammonta solo al 92,1% del dato di riferimento. Nel “resto dell’UE” questo calo è in parte compensato (con un aumento al 114,1%), riflettendo uno spostamento della produzione, in particolare verso le semicolonie dell’Europa orientale. Nello stesso periodo anche la produzione industriale negli Stati Uniti si è contratta, attestandosi nel 2024 al 98,2% del dato del 2019. La produzione in Cina, al contrario, ha continuato a crescere in modo massiccio (raggiungendo il 137,2%), mentre quella dei paesi dell’ASEAN-5 (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia, Singapore) è aumentata in misura minore, raggiungendo il 114,1%.
All’interno dell’UE, la Germania e l’Italia in particolare hanno subito un calo della produzione industriale dall’inizio della guerra in Ucraina, una situazione legata anche alla composizione dei settori produttivi e all’andamento dei prezzi dell’energia. Solo in Germania, ad esempio, dal 2019 sono andati persi circa 266.000 posti di lavoro nell’industria (4,7%), senza che siano stati sostituiti.
Tuttavia, l’economia europea non sta perdendo terreno solo nel settore industriale; sta rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina in particolare nei settori del capitale finanziario e dell’alta tecnologia.
Ciò rende quasi inevitabili un ulteriore declino e una continua stagnazione. Il problema per le potenze del continente europeo è che questa base economica della crisi è inestricabilmente legata alle sue dimensioni politiche e militari, e i due aspetti si rafforzano a vicenda.
CRISI POLITICA E MILITARE
Nella politica mondiale, l’UE e i suoi Stati membri svolgono un ruolo secondario rispetto alle principali potenze globali. Ciò non è dovuto solo alla debolezza militare rispetto a Stati Uniti, Cina o Russia, ma soprattutto alle contraddizioni interne all’Europa stessa. La Russia, dal canto suo, è riuscita ad affermarsi come potenza imperialista globale, sebbene a un costo enorme.
La portata della crisi che affligge l’Europa e l’UE diventa chiara se si considera una differenza cruciale rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. A differenza di queste due grandi potenze, l’UE non è uno Stato, ma una confederazione di potenze imperialiste e semicolonie (in particolare nell’Europa orientale). È uno spazio economico con una propria moneta e un grande mercato unico che si estende ben oltre i confini nazionali. A questo proposito, rappresenta un enorme vantaggio per i capitali imperialisti più potenti, soprattutto per la Germania, che domina economicamente i paesi dell’UE dell’Europa orientale e ne ricava giganteschi superprofitti, oltre a una riserva di manodopera qualificata a basso costo che comporta costi di formazione nulli o relativamente bassi per il capitale tedesco.
L’Unione Europea e l’Eurozona rappresentano un tentativo di superare, con mezzi capitalistici, i confini dello Stato-nazione, i quali, come Trotsky aveva giustamente analizzato già prima della Prima guerra mondiale, sono da tempo diventati troppo ristretti per l’ulteriore sviluppo del capitalismo. Eppure l’Europa è un continente di (ex) grandi potenze e potenze coloniali, le quali rivendicano tutte un ruolo di leadership nell’UE, o almeno affermano di essere “su un piano di parità” con le altre potenze. Questi conflitti erano già evidenti quando fu fondata la Comunità Europea (CE), antesignana dell’odierna UE, ma erano anche tenuti a bada dal fatto che la CE era in primo luogo un’entità economica e, in secondo luogo, dal fatto che anche gli Stati Uniti svolgevano un ruolo egemonico nell’Europa occidentale.
Più l’UE si trova di fronte alla questione di andare avanti, più la questione della leadership diventa pressante, non solo all’interno dell’UE, ma anche in relazione alle altre potenze europee, in particolare la Russia e la Gran Bretagna. E poiché l’unificazione capitalista solleva inevitabilmente la questione della leadership tra di loro, l’Europa si scontra con l’interesse singolo di ciascuno Stato nazionale del continente. Tuttavia, ciò non sta avvenendo in uno spazio geografico isolato, ma sullo sfondo del conflitto globale tra Stati Uniti e Cina, che a loro volta esercitano un’influenza aperta e, nel caso degli Stati Uniti, molto aggressiva sull’UE (e naturalmente la Russia sta facendo lo stesso, proprio come le potenze statunitensi e dell’UE si sono espanse verso est fin dalla fine della Guerra Fredda).
Negli ultimi anni, tuttavia, le potenze dell’UE hanno perso costantemente terreno non solo sul piano economico, ma anche politico e strategico. L’imperialismo francese, ad esempio, ha subito una massiccia perdita di influenza in Africa ed è stato costretto a ritirarsi da numerose sue ex colonie. Una volta che nel 2022 sono diventate evidenti le debolezze della macchina da guerra russa, le potenze dell’UE hanno tentato, insieme agli Stati Uniti, di sfruttare la guerra della Russia contro l’Ucraina come un’opportunità per indebolire gravemente la Russia come potenza imperialista ed escluderla di fatto dal mercato mondiale attraverso un regime di sanzioni senza precedenti contro uno Stato imperialista fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia questo tentativo è fallito (il che a sua volta è il riflesso di un cambiamento e una trasformazione nell’economia mondiale).
Con l’insediamento di Donald Trump, la situazione si è ancor più deteriorata drasticamente. Anche prima di Trump le potenze dell’UE avevano difficoltà a sviluppare una posizione indipendente e unitaria sui principali conflitti politici globali. Ma fino ad allora, gli Stati Uniti avevano svolto il loro ruolo nel quadro di un’alleanza transatlantica. Sotto Biden (e prima ancora sotto Obama) era possibile fingere di essere stati compartecipi su un piano di “parità” in tutte le questioni. L’UE e le principali potenze europee hanno così assecondare l’illusione di essere un partner alla pari, una quasi-potenza mondiale. Il primo mandato di Trump è stato minimizzato come uno “scivolone” isolato. Ma il suo secondo mandato ha infranto un altro sogno ad occhi aperti dei leader imperialisti europei.
In questi anni tali divergenze sono diventate ancora più marcate. Ciò vale per la Palestina, l’Ucraina, la conclusione di importanti accordi commerciali come quello con il Mercosur, le questioni chiave della politica economica e industriale europea, la questione della politica migratoria e delle frontiere interne, nonché le relazioni con gli Stati Uniti, il “Consiglio di pace” di Trump, la posizione sul rapimento di Maduro, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran.
L’AMMINISTRAZIONE TRUMP: UN VERO PUNTO DI SVOLTA
Prima di Trump, le potenze dell’UE e l’Unione stessa erano trattate “rispettosamente” dagli Stati Uniti come pari, come quasi-superpotenze. Sotto Trump, solo gli Stati Uniti, la Cina e, con qualche riserva, la Russia sono considerati superpotenze. L’UE e le potenze dell’UE non lo sono.
Ciò indebolisce la posizione dei paesi europei sulla scena politica mondiale. Una “potenza mondiale” che non è riconosciuta come tale dagli altri non è nemmeno lei una pari. Deve piuttosto dimostrarlo attraverso le azioni, attraverso l’unità e il potere economico, politico e militare.
A ciò si aggiunge il fatto che Trump, Vance e l’intera amministrazione statunitense considerano l’UE come un’entità ostile, e cercano di combattere e indebolire, o addirittura distruggere, i più grandi risultati economici delle potenze imperialiste dell’Europa occidentale.
Di conseguenza, l’amministrazione statunitense e il movimento MAGA stanno anche assumendo una posizione offensiva a sostegno della destra in Europa, sia che si tratti di governi di destra come quello di Orbán in Ungheria o di Meloni in Italia, che si presenta come una «mediatrice», sia che si tratti della destra in Germania, Francia e Gran Bretagna. Anche se non è chiaro se Orbán verrà destituito in Ungheria (l’articolo è stato scritto prima delle ultime elezioni in Ungheria, ndt), questa lotta si sta effettivamente svolgendo in tutti i paesi europei, con uno dei prossimi grandi scontri che si verificherà alle elezioni presidenziali francesi.
L’obiettivo degli Stati Uniti non è necessariamente una rottura con l’Europa (occidentale). L’obiettivo è piuttosto quello di stabilire un ordine chiaro nell’“emisfero occidentale”: gli Stati Uniti determinano questa sfera di influenza, proprio come la Cina e la Russia hanno la loro. Pertanto, la minaccia di annettere la Groenlandia è più che simbolica: riassume la situazione, per così dire. Anche se le immediate ambizioni annessionistiche sono attualmente fuori discussione, questo conflitto potrà riemergere. Anzi, riemergerà. Mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha inviato solo forze puramente simboliche in Groenlandia all’inizio dell’anno, gli Stati scandinavi stanno tenendo pronti contingenti di una certa consistenza. I conflitti commerciali ed economici sui dazi, in cui l’UE è stata costretta a fare concessioni massicce, sono ben lungi dall’essere risolti.
Nel documento della “National Security Strategy” del novembre 2025, l’amministrazione Trump definisce chiaramente i propri obiettivi riguardo all’Europa/all’UE.
– Porre fine alla guerra in Ucraina per stabilizzare l’Europa.
– Rendere l’Europa in grado di camminare con le proprie gambe; il che, in parole povere, significa un massiccio programma di riarmo.
– Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale corso (e l’aumento del sostegno ai “partiti patriottici” dimostra che ciò è possibile).
– Costruire nazioni “sane”, bianche in Europa.
Nel loro insieme, tutto ciò costituisce una dichiarazione politica di guerra ai governi esistenti in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e alla Commissione Europea. E costituisce anche una dichiarazione di guerra ai capitali europei, il cui accesso privilegiato e il cui dominio sui mercati europei sono anch’essi sotto attacco. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno modificato radicalmente il loro rapporto con la Russi: si veda la guerra in Ucraina. A ciò si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia ora colpiscono gli Stati dell’UE più di quanto le sanzioni UE colpiscano la Russia, avendo queste ultime dimostrato economicamente di essere un autogol. Mentre l’UE invoca costantemente la “solidarietà con l’Ucraina”, in realtà essa sta svolgendo un ruolo secondario nella mediazione statunitense tra Ucraina e Russia. Sebbene in futuro non sarà necessariamente questo il caso, al momento gli Stati Uniti puntano su una nuova divisione delle sfere di influenza con la Russia (con gli Stati Uniti, ovviamente, che ne traggono vantaggio molto di più) e sperano di liberarsi in qualche modo dalla crescente dipendenza dalla Cina. A tal fine, sono disposti a rispettare gli interessi strategici fondamentali di Putin in Ucraina e nell’Europa orientale.
LA RISPOSTA “DELL’EUROPA”?
Gli Stati membri dell’UE e l’Unione nel suo complesso non hanno una risposta unitaria né tantomeno una strategia in merito, a meno che non si considerino tali i periodici appelli alla sveglia, i periodici “campanelli d’allarme”. Tuttavia, ciò non deve impedirci di vedere i cambiamenti reali che l’UE e le sue potenze principali hanno avviato per riconquistare terreno nella redistribuzione del mondo. Anche se non esiste una strategia unitaria all’interno della borghesia europea su come rispondere alle sfide poste dal trumpismo, dalla Cina e dalla Russia, vi sono comunque alcuni punti in comune tra tutte le fazioni dominanti delle classi dirigenti e dell’establishment politico nell’UE.
In occasione del vertice NATO del giugno 2025, è stato concordato che tutti gli Stati europei avrebbero aumentato la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con il 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto (bilancio della difesa, forniture di armi) e l’1,5% alle infrastrutture. Alcuni Stati, come la Polonia, hanno già raggiunto questo obiettivo e stanno proseguendo nel riarmo. Anche la Germania raggiungerà questo obiettivo ben prima del 2035, e ha di fatto abolito tutte le restrizioni sui finanziamenti all’interno del bilancio della difesa. Anche se le decisioni sono state apparentemente prese sotto la pressione degli Stati Uniti, questi obiettivi sono da tempo in linea con gli interessi delle principali fazioni del capitale nazionale e degli Stati imperialisti, ma sono stati più facili da vendere come “risposta” alla presunta minaccia globale rappresentata da Russia, Stati Uniti e Cina. In realtà, il punto è questo: se l’UE o le singole potenze vogliono svolgere un ruolo centrale nella politica globale, devono possedere enormi capacità militari. Ciò vale per le armi convenzionali, ma varrà anche per l’armamento nucleare. Prima o poi anche la Germania prenderà l’iniziativa di produrre le proprie armi nucleari (un’estensione dell’ombrello nucleare francese è in definitiva vista solo come una soluzione provvisoria).
Questo riarmo non serve solo a fini militari e geostrategici. È destinato anche a fungere da strumento di stimolo economico. Naturalmente, a trarne vantaggio sono innanzitutto i vari produttori di armi. Ma allo stesso tempo anche aziende “civili”, come le case automobilistiche, si stanno inserendo nel settore per compensare il calo delle proprie vendite.
Tuttavia, il riarmo e gli sconvolgimenti economici hanno un costo. Essi vanno di pari passo con un massiccio aumento del debito, che a sua volta deve essere pagato dalla classe lavoratrice, nonché da settori della classe media e della piccola borghesia.
Gli immigrati e le popolazioni delle regioni semicoloniali dell’UE (così come delle regioni emarginate all’interno degli Stati centrali) sono particolarmente colpiti. La crisi colpisce i gruppi socialmente oppressi, le donne, le persone LGBTIAQ, i giovani e i pensionati in misura ancora più grave rispetto alla media, in genere. Ma la concorrenza, la ristrutturazione del capitale europeo e la crisi colpiranno duramente anche i settori “privilegiati” della classe lavoratrice. E, nel frattempo, gli strumenti di ammortizzazione sociale si stanno riducendo.
Inoltre, gli standard ambientali e sociali nell’UE sono stati e continuano ad essere oggetto di imponenti attacchi.
In ogni paese, gli attacchi alle masse salariate vanno di pari passo con una politica deliberata di divisione, che esacerba enormemente la mentalità arretrata e la mancanza di solidarietà già esistenti a seguito di anni di sconfitte e perdite. I risultati ottenuti dai movimenti sociali, le campagne contro le “follie dell’ideologia gender” e soprattutto il razzismo fanno parte del repertorio classico non solo dei partiti populisti di destra e di estrema destra, ma anche dei conservatori. I liberali, i Verdi e i socialdemocratici oscillano tra una finta opposizione e l’effettivo sostegno e complicità in questi attacchi.
Ciò vale soprattutto per il razzismo e il nazionalismo, che si tratti di quello della UE come blocco “unito”, o quello di uno stato-nazione “indipendente”. In ogni caso, il collante del nazionalismo e del razzismo è necessario per portare avanti il riarmo e la mobilitazione interna contro nemici esterni. Chiunque voglia trasformare l’Europa o la Germania in una potenza mondiale non può farne a meno. Nella migliore delle ipotesi, il razzismo e il nazionalismo verranno mascherati con sembianze “socialscioviniste”, “verdi”, “democratiche” o attraverso il “partenariato sociale” fra lavoratori e padroni. Ironia della sorte, questo fenomeno non è affatto limitato agli Stati dell’UE. Esiste anche in Russia, ad esempio, dove si è spinto ancora oltre.
Il razzismo e il nazionalismo vanno di pari passo con un cambiamento delle maggioranze politiche all’interno dell’UE. Fino a pochi anni fa, il blocco politico dominante era costituito da un’alleanza tra conservatori, socialdemocratici, liberali e Verdi. Con l’ascesa della destra, ma anche a causa delle esigenze militari e dell’intensificarsi della lotta per la nuova divisione del mondo, il blocco dominante si è spostato. Aree della destra, guidate da Meloni e Fratelli d’Italia, sono state incorporate nel blocco di potere classico e sono ora considerati dal settore borghese dominante della UE come un’area conservatrice più radicali. Ciò sta attualmente rafforzando non solo la destra, ma soprattutto i conservatori europei, che sono in grado di manovrare tra la destra da un lato e i socialdemocratici, i liberali e i Verdi dall’altro. Il tentativo è quello di rendere “rispettabile” una parte della destra, anche all’interno dei singoli Stati. Le condizioni di base per l’integrazione di questa destra nel blocco dominante sono semplici: adesione all’UE e abbandono di ogni rivendicazione di uscire dall’UE o dall’euro; rifiuto di ogni aspirazione socialdemagogica e sostegno ai tagli e alla deregolamentazione a favore del capitale.
Tuttavia, tutto ciò non costituisce ancora una strategia comune volta ad approfondire l’unità capitalista dell’Europa e a formare un blocco imperialista più potente. Ciò richiederebbe, in ultima analisi, l’indebolimento dei diritti degli Stati nazionali più deboli all’interno dell’UE e una soluzione alla questione della leadership tra le potenze imperialiste. Ma non vi è alcun segno di una tale soluzione.
Pertanto, nel prossimo futuro, gli Stati dell’UE continueranno come prima: oscillando tra appelli all’unità europea, al rafforzamento e alla “sovranità” dell’Europa, e alla politica di appeasement nei confronti di Trump. Se, dal punto di vista di un’unione capitalista, sarebbe effettivamente necessario superare il particolarismo nazionale, assisteremo invece a una rinazionalizzazione a vari livelli, soprattutto sul fronte ideologico. Ma poiché non esiste un vero nazionalismo europeo, si deve ricorrere ai nazionalismi esistenti – e quindi, inevitabilmente, alle loro contraddizioni – per invocare la nazione e oscurare l’antagonismo di classe.
La situazione attuale porterà infatti l’UE a rimanere sempre più indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e, sul piano economico, a perdere terreno persino rispetto a semicolonie emergenti come l’India. Quindi la situazione potrebbe cambiare in modo decisivo se, ad esempio, una delle principali borghesie europee cercasse una via al di fuori dell’UE o tentasse di perseguire la strada di una “Europa centrale”, ovvero, in pratica, una scissione all’interno del blocco.
Nel complesso, tuttavia, ciò chiarisce una cosa: la classe capitalista non ha alcuna risposta ai problemi fondamentali del continente; è incapace di unire e sviluppare l’Europa. Solo la classe lavoratrice può risolvere la questione. Non attraverso un utopistico ritorno alla politica dei piccoli Stati, ma lottando per gli Stati uniti socialisti d’Europa.
Nota finale
Nella prima parte abbiamo esaminato gli elementi chiave della crisi in Europa e, soprattutto, negli Stati dell’UE. Nella prossima parte analizzeremo la situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale.
Intervista realizzata dai compagni del PCL
Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?
Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.
Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.
La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.
Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?
Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?
Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.
Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.
Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?
M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.
Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?
M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.
Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?
M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.
Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?
M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.
Ci sono possibilità che il movimento riemerga?
M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.
Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?
M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.