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VIDEO: Contro il governo Draghi! - Marco Ferrando (18 febbraio 2021) - Piazza S.Silvestro - Roma

  Contro il governo Draghi, per il più ampio fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori! Intervento del compagno Marco Ferrando, porta...

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La politica estera dell'imperialismo italiano

 


La nomina di Marco Minniti a capo della fondazione del gruppo Leonardo

L'ex ministro Marco Minniti si dimette da deputato per presiedere una nuova fondazione della Leonardo (ex Finmeccanica), azienda leader nella produzione militare tricolore. Il suo nome, Med-Or, già ne prefigura il raggio d'azione: «il Mediterraneo allargato fin sotto il Sahara, il Medio e l'Estremo Oriente» (La Repubblica, 27 febbraio). Non è una notizia ordinaria. Si inquadra nella linea di politica estera che Mario Draghi ha indicato nel momento stesso della formazione del governo, quando ha definito proprio in quell'area la zona di interesse primario dell'Italia.


GLI IMPERIALISMI EUROPEI, TRA AUTONOMIA STRATEGICA E NATO

La polarizzazione dello scontro interimperialista fra USA e Cina su scala mondiale produce numerosi effetti. Gli USA cambiano il proprio baricentro strategico. Per concentrare risorse economiche, militari, diplomatiche lungo la rotta del Pacifico, sono costretti a ridurre la propria presenza attiva e diretta sul Mediterraneo e in Medio Oriente. Perciò stesso scatenano nuovi appetiti per la spartizione di quest'area del mondo tra vecchie e nuove potenze: la Turchia si allarga in Siria e in Libia nel nome del revanscismo ottomano; la Russia negozia con la Turchia i nuovi equilibri ed aree di influenza in Libia, in Siria, in Armenia e sul Caucaso.

Ma anche gli imperialismi europei vogliono dire la loro in materia, sgomitando gli uni con gli altri.
La NATO resta un riferimento comune degli imperialismi europei, nel solco dell'alleanza strategica con gli USA, oggi rilanciata dalla vittoria di Biden. Ma l'equilibrio interno dell'alleanza atlantica è oggetto di contenzioso. La Francia sottolinea l'esigenza di un'autonomia strategica dell'Unione Europea in rapporto alla NATO; significa che l'Unione Europea dovrebbe dotarsi della forza militare necessaria e sufficiente per gestire operazioni in proprio nel quadrante mediterraneo e mediorientale. Nei fatti Parigi punta a un'egemonia in Europa mettendo a valore la propria superiorità militare, ancor più evidente dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Gli Stati est-europei si oppongono al disegno francese perché temono un disimpegno USA e NATO dalla frontiera antirussa. La Germania sta in mezzo a queste spinte opposte negoziando con gli uni e con gli altri, incerta se prendere in mano la leadership continentale anche in fatto di politica estera, o se valorizzare un asse con gli USA in funzione del contenimento antifrancese.


IL TRICOLORE SVENTOLA SUL PENNONE DEL GRUPPO LEONARDO

E l'Italia? L'imperialismo italiano è parte attiva del sommovimento in atto. Il suo obiettivo è evitare di restare schiacciata e guadagnare un posto a tavola nella spartizione delle zone di influenza.
La perdita di controllo sulla Libia è stato un colpo per l'Italia, ora cerca di riequilibrarlo col rilancio di relazioni privilegiate con l'Egitto in chiave antiturca, anche per evitare di consegnarlo alla concorrenza francese. Mentre cerca di presentarsi alla nuova amministrazione USA come alleato fiduciario, che si candida a occupare gli spazi liberati dal disimpegno USA per evitare che cadano sotto influenze ostili o competitive. La candidatura italiana alla guida della missione militare in Iraq, come la continuità della presenza italiana in Afghanistan, si pongono in questo quadro.

In questo spazio d'azione l'Italia coltiva gli interessi specifici delle proprie grandi aziende. Il gruppo Leonardo, assieme a Fincantieri e ad ENI, è un gioiello dell'imperialismo italiano. In ogni paese imperialista i grandi gruppi capitalisti hanno un ruolo da protagonisti nella definizione della politica estera. La nuova fondazione aziendale di Leonardo sarà «una seconda gamba della politica estera del sistema Italia», annuncia il quotidiano di FCA. Non sbaglia. La sua missione è quella di «favorire il dialogo costruttivo tra Paesi, culture e sistemi economici ed enfatizzare il ruolo dell'Italia a livello globale», a partire dallo «sviluppo di programmi strutturali nei settori dell'aerospazio, della difesa, della sicurezza». A questo fine si prevede che la fondazione abbia «capacità giuridica, economica e di contenuti culturali che non siano di facciata».
Se si prescinde dal riferimento ridicolo alla “cultura”, che serve solo a nobilitare l'immagine, il contenuto è esplicito: Leonardo cerca commesse per la propria produzione militare attivando un proprio strumento diplomatico, dotato di consistente budget finanziario, da affiancare al ministero degli Esteri e a quello della Difesa.

Marco Minniti è il capo naturale di una struttura di questo tipo. Nel ruolo di ex consigliere principe del presidente del Consiglio D'Alema tra il 1998 e il 2000, di viceministro degli Interni sotto il secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, di ex ministro degli Interni sotto Renzi, Minniti è un quadro dirigente della borghesia italiana di indubbio livello. Ha dimostrato di avere tutto il cinismo necessario per gestire relazioni criminali coi peggiori regimi, e al tempo stesso la necessaria ipocrisia per coprirle col manto di parole auliche e accenti umanitari. Perché lasciare in disparte una professionalità così pregiata? Il gruppo Leonardo ha trovato un ottimo curatore dei propri affari, l'Italia un degno interprete della propria sovranità nazionale. Quando diciamo che “il nemico è in casa nostra” parliamo anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Cosa accade in Catalogna

 


Nel 2017, l’Assemblea della Generalitat catalana, il governo catalano, era stata sciolta causa “l’affronto referendario (dichiarazione di indipendenza)” dal Premier reazionario di Madrid, Mariano Rajoy. Finito, nel maggio 2018, il commissariamento della Catalogna voluto da Madrid, l’amministrazione catalana ha provato a dotarsi di un governo. Le elezioni avevano prodotto una maggioranza indipendentista anche se molto esigua in termini di numeri: 66 favorevoli, 65 contrari e l’astensione dei 4 deputati della CUP (Candidatura di Unità Popolare).


Il Presidente della Generalitat, proposto da Carles Puigdemont (presidente deposto in esilio), Quim Torra, ha avuto comunque breve vita politica. La Corte Suprema spagnola ha deciso, infatti, di condannarlo all’esclusione per un anno dalle cariche istituzionali accusandolo di “disobbedienza” per essersi rifiutato di oscurare, durante il periodo elettorale, alcuni striscioni di solidarietà per gli indipendentisti imprigionati.

L’assenza di una maggioranza stabile, sommata alla questione Torra, hanno indotto le istituzioni a convocare nuove elezioni per il 14 febbraio del 2021, ma un nuovo ostacolo si è presentato di fronte al popolo catalano. Infatti, il 15 gennaio, il governo spagnolo (col sostegno di gran parte dei partiti catalani) ha deciso di posticipare le elezioni al 30 maggio causa emergenza Covid. A distanza di circa due settimane, la Corte Superiore di Giustizia della Catalogna, ha rigettato la decisione di Madrid di spostare le elezioni facendo una vera e propria inversione ad “U”, confermando la data originaria del 14 febbraio e avviando così la campagna elettorale più “breve e intensa” della storia: poco meno di due settimane.


IL RISULTATO DEL VOTO

Un'astensione imponente è stata la reale vincitrice di queste elezioni. Solo il 53,56% dei catalani ha espresso il suo voto, circa 25 punti di percentuale in meno rispetto alle ultime elezioni. Sicuramente va evidenziato che la questione pandemica ha inciso negativamente in questo dato, disincentivando la popolazione ad esprimere il proprio giudizio politico sulla scheda elettorale, ma la paura del Covid non è sufficiente a spiegare una così bassa affluenza. Basta comparare il dato catalano con quello degli USA (affluenza da record, circa 150 milioni di votanti), ove la pandemia ha corso non meno velocemente che in Catalogna. La verità è che il disagio sociale indotto dall’emergenza Covid, unito all’incapacità da parte della povera gente di vedere una reale via d’uscita alla disoccupazione hanno prodotto questo distacco.

Un altro aspetto importante da sottolineare è il congelamento, la cristallizzazione della divisione in blocchi della società in una sorta di bipolarismo. Da un lato la destra ‘liberaleCiudadanos,V istituzionale’, con la formazione liberale Ciudadanos che sino alle precedenti elezioni era la spina nel fianco nel Partido Popular (il centro cattolico), adesso invece si è vista scalzare dall’estrema destra di Vox che cresce polarizzando l’attenzione sullo centralità dello stato (la nazione Spagna), avverso all’indipendentismo. Dall’altro lato invece il vento del separatismo continua a soffiare, sospinto dalla Junts di Carles Puigdemont, il leader “deposto”, ed Esquerra Republicana.

I “vincitori”, il partito che ha preso più voti, sono stati i socialisti di Salvador Illa, in passato ministro della salute durante la pandemia. È proprio nel distretto cittadino di Barcellona che il Partit dels Socialistes de Catalunya ha raccolto i maggiori consensi, raggiungendo il 23%, 33 seggi, 16 in più che nell’ultima legislatura, un buon successo ma non sufficiente per il partito di Illa per avere la maggioranza necessaria a governare.

Le formazioni separatiste radicate in particolar modo nelle province di Girona, Lérida e Tarragona hanno raccolto il 51% per la prima volta (raggiungendo una crescita in termini di seggi, 74 deputati). L'ERC ha ottenuto un ottimo risultato, il miglior da decenni, superando anche la JxCat e divenendo così la prima forza di indipendentista con 33 parlamentari. Nonostante la perdita della presidenza della Generalitat, Puigdemont resiste, la JxCat mantiene un alto consenso con 32 deputati, e solo per poco si è vista detronizzare dalla forza più grande dell’indipendentismo catalano. Sarebbero infatti bastati solo altri 76mila voti per impedirlo.

In questo contesto è, ahimè, da registrare la crescita di consenso dell’estrema destra di Vox, con 215.000 voti e 11 deputati. Questa vera e propria piaga reazionaria, molto pericolosa, è stata capace d’inserirsi nelle contraddizioni di una società lacerata da tempo, in una situazione sempre più complessa e dal futuro incerto e irto di difficoltà. L’estrema destra di Vox con la sua propaganda franchista, anti-catalana, razzista, machista e ultracattolica ha puntato il dito contro i migranti, le femministe e i musulmani artefici del “male della Catologna”.

Lo schema è sempre lo stesso come per tutte le destre, e Vox non è dissimile: populismo becero e intolleranza, questi sono gli ingredienti che hanno fatto gonfiare il suo consenso elettorale. La crescita del trogloditismo reazionario di Vox è anche il frutto dei fallimenti della sinistra sempre più incapace di dare una risposta di classe alla crisi pandemica, e sempre meno capace di dare una prospettiva di classe al popolo catalano.


LA CUP

La coalizione della CUP, blocco elettorale delle forze anticapitaliste e indipendentiste catalane, ha raggiunto un grande risultato, il 6,6% con 9 seggi. La CUP è dunque fondamentale per la formazione di un governo della sinistra indipendentista, i loro seggi porterebbero gli “indipendentisti” ad avere una maggioranza assoluta, necessaria per governare.

Le pressioni riformiste hanno già in parte caratterizzato la campagna elettorale della CUP che ha evidenziato palesi contraddizioni, una dicotomia sempre più ampia tra vertici e base. Da un lato abbiamo leader come Dolors Sabater che non sembrano disdegnare l’ingresso della CUP al governo, e dall’altro abbiamo le risoluzioni votate nei territori dai militanti che chiedono di non tradire le loro aspettative, e quindi di "non entrare in nessun governo, né dare un sostegno esterno” [1].

Una situazione per la CUP instabile come è instabile in questi giorni la situazione a Barcellona, una Barcellona avvitata nella protesta in nome della solidarietà a Pablo Hasel, rapper catalano. Qualche giorno fa, dopo essersi barricato nell'università di Lleida, Hasel è stato braccato e arrestato dalle forze dell'ordine con la doppia accusa di sostegno al terrorismo e di calunnia contro la monarchia. Dovrà scontare nove mesi in carcere. Ad Hasel, come PCL e come trotskisti, va tutta la nostra solidarietà, siamo sempre al fianco di chi dissente da sinistra contro il potere.

La CUP, dunque, si trova di fronte ad un scelta, un dilemma amletico: essere la ruota di scorta di un governo riformista o mettersi al servizio della classe operaia, rilanciando una proposta anticapitalista. Una scelta che solo un partito marxista rivoluzionario ben radicato può risolvere.



Nota:

1 - "La Cup-g no debe de entrar en el gobierno de la generalitat", UIT.

Eugenio Gemmo

I nodi al pettine della vaccinazione

 


La crisi sanitaria si aggrava

26 Febbraio 2021

La nuova ascesa del contagio, aggravata dalle varianti, si incrocia con la battuta d'arresto dei piani di vaccinazione. La risultante è un peggioramento netto dello scenario generale.

Sino a poche settimane fa i governi europei erano impegnati a spiegare il dovere di vaccinarsi a un'opinione pubblica in parte diffidente o scettica. Ora debbono confessare clamorosamente la penuria dei vaccini. Non è uno spiacevole disguido, ma il riflesso della logica capitalista. Dove entra il profitto tutto si complica maledettamente. Come sempre.

L'Unione Europea ha cercato di colmare il ritardo accumulato rispetto ai poli capitalisti concorrenti attraverso un negoziato sui vaccini coi diversi colossi farmaceutici. Pur di procurarsi sulla carta il maggior numero di vaccini possibile, per poterli sbandierare come proprio successo, ha concesso alle case farmaceutiche tutto quello che loro chiedevano. Non solo la segretezza dei contratti dal punto di vista economico e giuridico, già di per sé uno scandalo, ma la rinuncia ad ogni clausola di garanzia in caso di inadempimento o ritardo nelle forniture.
Due sono state le conseguenze. Da un lato, grazie alla segretezza dei prezzi d'acquisto pattuiti, le case farmaceutiche hanno potuto negoziare prezzi più alti con altri clienti, privilegiando la loro fornitura perché più vantaggiosa. È ad esempio il caso del rifornimento di Israele. Dall'altro, al riparo (persino) da ogni sanzione contrattuale, hanno potuto bluffare tranquillamente con la UE con promesse gratuite di forniture irrealistiche.

Il risultato è che i governi europei si trovano ora in braghe di tela. Gli USA hanno coperto con la vaccinazione il 16% della popolazione, grazie alla presenza delle americane Pfizer e Moderna. La Gran Bretagna ha coperto il 26% grazie alla presenza dell'anglo-svedese AstraZeneca. L'Unione Europea appena il 6,6%, l'Italia il 6%.

Il forte rallentamento delle vaccinazioni genera a sua volta effetti multipli.
In primo luogo fioriscono ovunque trattative sottobanco di entità substatali (regione Veneto in primis, ma anche Länder tedeschi o regioni spagnole) con ignoti intermediari che dichiarano grandi disponibilità di vaccini, non si capisce se contraffatti con grave danno per la salute o invece autentici, a riprova che i colossi farmaceutici giocano sporco e su più tavoli pur di massimizzare i profitti.
In secondo luogo si cerca di approntare improvvisate conversioni della propria industria nazionale in direzione della produzione di vaccini, in una sorta di sovranismo sanitario; ma ci si imbatte in uno spiacevole inconveniente, non solo e non tanto per i tempi tecnici della conversione (sei mesi) ma per la dubbia convenienza di mercato: perché i capitalisti del farmaco dovrebbero investire tutto sui vaccini, quando tra sei mesi rischiano di trovarsi un mercato già saturato dai colossi internazionali?
In terzo luogo si accredita improvvisamente la tesi per cui non è necessario doppiare la dose di vaccinazione, basta una dose sola. Come dire che nell'impossibilità di seguire tempestivamente le disposizioni scientifiche, si decide di ignorarle all'insegna dell'avventurismo sanitario.

Da qualunque parte si giri il problema, la sua natura è semplice: si chiama capitalismo.

Via i brevetti e la cosiddetta proprietà privata intellettuale!
Via il segreto industriale e commerciale su farmaci e vaccini!
Nazionalizzazione dell'industria farmaceutica senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
Solo drastiche misure anticapitaliste possono consentire una svolta vera nella lotta contro la pandemia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'uccisione dell'ambasciatore italiano e l'ipocrisia dell'imperialismo tricolore

 


L'uccisione in Congo dell'ambasciatore italiano e del carabiniere di scorta, per responsabilità ancora ignote, occupa in queste ore l'informazione pubblica. Molti sono i riferimenti alla storia professionale e di vita delle due vittime. Spicca su tutte la nota diffusa da Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina: «L’Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e il Carabiniere Vittorio Iacovacci sono rimasti vittime di una violenza che non riusciamo a capire e ad accettare. Un diplomatico e un carabiniere sono morti insieme, in un Paese lontano dove lavoravano al servizio dell’Italia.» (Corriere della Sera, 23 febbraio).


Domanda: qual è invece la violenza che il ministero degli Esteri riesce ad «accettare e capire» in Congo? I milioni di bambini di sette-otto anni che lavorano per 12 ore al giorno nelle miniere congolesi sotto il controllo delle multinazionali? Oppure le bambine di undici anni ammassate nei bordelli delle bidonville minerarie del Paese? Oppure il più alto tasso di stupri al mondo registrato proprio nella Repubblica “Democratica” del Congo? L'indignazione del Ministero degli Esteri scatta evidentemente a corrente alternata.


IL CRIMINE IN CONGO

La Stampa (FCA) parla oggi del Congo, in un suo commosso editoriale, come di un «paese sfortunato». Ipocrita! Si tratta di un paese saccheggiato proprio in ragione delle sue fortune. Il cobalto è la materia prima che sorregge l'intera produzione informatica. La rivoluzione annunciata dell'auto elettrica è affidata al cobalto. Il Congo concentra nella propria terra il 60% del cobalto prodotto nel mondo. È un tasso di concentrazione territoriale che non ha punti di paragone con nessuna altra materia prima sull'intero pianeta. Tutto questo spiega perché il Congo è terra di conquista e di spartizione tra tutte le potenze imperialiste. La Cina controlla da sola con proprie società il 50% del cobalto congolese. Il resto è spartito tra colossi USA ed europei. Apple, Daimer, Huawei, Lenovo, Microsoft, Sony, Vodafone, Volkswagen... tutte le grandi multinazionali del mondo intero attingono al pozzo del Congo. O dispongono direttamente di proprie miniere o si riforniscono da miniere artigianali messe su da signorotti locali che sfruttano manodopera schiavile.
Questo per parlare solo del cobalto. Ma il Congo ha anche invidiabili giacimenti di coltan, oro, diamanti, cassiterite, manganese, argento, zinco, uranio, petrolio. L'italianissima ENI, che è la principale azienda straniera in Africa, ha in Congo propri giacimenti.

Ognuna di queste materie prime trascina una guerra per l'accaparramento senza risparmio di colpi. Le centinaia di milizie private che infestano la Repubblica Democratica del Congo hanno qui la propria radice. Ogni padrone delle miniere si circonda di guardie private che tutelano la sua proprietà. La burocrazia supercorrotta dello Stato lascia fare; l'esercito regolare è connivente.

E l'ONU? L'ONU è presente da vent'anni nella Repubblica Democratica del Congo con ben 15000 soldati di 49 Paesi per “proteggere i civili e mantenere la pace”, come recita formalmente la sua missione. Ma la pace presidiata dalle Nazioni Unite è quella dello sfruttamento e delle guerre per il controllo dello sfruttamento. Per di più, lo stesso Corriere della Sera è costretto a dire a malincuore che la fama delle truppe ONU non è immacolata, perché corruzione e stupri compiuti da caschi blu hanno più volte macchiato la bandiera delle Nazioni Unite, anche in Congo. A proposito di influenze ambientali.


UNA STORIA TERRIBILE DI COLONIALISMO

Nulla di nuovo, in realtà. Il Congo è terra di saccheggio per mano dell'imperialismo da un secolo e mezzo. Dal 1885 al 1908 fu addirittura proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II, che gestì in prima persona lo schiavismo. Dal 1908 divenne colonia statale belga e lo rimase sino al 1960. Diverse generazioni di congolesi passarono sotto le forche caudine di una repressione sanguinosa, la pagina peggiore del colonialismo belga.

L'indipendenza strappata nel 1960 non mutò la condizione del Congo. Il primo presidente eletto Patrice Lumumba fu rovesciato e assassinato dopo meno di un anno da un colpo di stato diretto dalle gerarchie militari e sostenuto da Belgio ed USA. Iniziò allora il regime di Mobutu, il più longevo e spietato regime dittatoriale nell'Africa nera, che durò sino al 1997. Un regime che seppe a lungo equilibrarsi tra i buoni rapporti col blocco sovietico (in particolare col rumeno Ceausescu) e gli ottimi rapporti con l'imperialismo USA, presentandosi agli uni e agli altri come garante dei rispettivi interessi in Africa. Dopo il crollo dell'URSS, saltati i vecchi equilibri continentali, il Congo divenne teatro delle due cosiddette “guerre mondiali africane”, la prima nel 1996-1997, la seconda tra il 1998 e il 2003. Vi presero parte fino a sei stati limitrofi, vi morirono più di quattro milioni di persone. Il terribile conflitto etnico tra Hutu e Tutsi in Ruanda nel 1994, con responsabilità decisive dell'imperialismo francese, ha fornito carburante alle guerre africane per via diretta o indiretta. Anche il Congo ne ha subito gli effetti.


LA FUNZIONE DI UN'AMBASCIATA

Il Congo di oggi è il degno erede di questa storia terribile, la storia di un crimine che si chiama capitalismo. Questo è lo sfondo della stessa uccisione dell'ambasciatore italiano e della sua scorta.

Non sappiamo se gli aggressori sono criminali comuni dediti a rapimenti o se si tratta di milizie politicamente targate, e nel caso quale sia il loro marchio (se quello islamico integralista ugandese delle ADF o quello delle Forze democratiche di liberazione o quello dei cosiddetti Mai-Mai). Sappiamo che il personale diplomatico è esposto a rischi fisiologici per la natura stessa del suo ruolo. L'ex ministra Paola Severino, nel commentare l'accaduto, ha citato en passant la triplice funzione della diplomazia in questi paesi: diplomazia politica, diplomazia giuridica, diplomazia economica. Significa un lavoro di relazione con le strutture dello stato ospitante, ma anche con poteri territoriali, capi tribali, leader di zona.

«Attanasio il giorno prima era stato a Bukavu e aveva incontrato i maggiorenti e i leader della zona. [...] Anche a Ritshuru, dove era diretto, avrebbe dovuto vedere i capi locali e inaugurare alcune strutture donate dall'ONU. [...] Ma tra la popolazione qualcuno ce l'aveva con gli italiani. Molta gente qui è convinta che siano stati firmati dei contratti di estrazione petrolifera tra ENI e governo centrale di Kinshasa. E i notabili del posto, rimasti a bocca asciutta, hanno minacciato ritorsioni e vendette». Così scrive il Fatto Quotidiano (23 febbraio). Non sappiamo quali siano le fonti né se questa sia la pista giusta per individuare gli autori dell'accaduto, ma certo sappiamo che la funzione di un'ambasciata (e di un ambasciatore) è un po' più complicata dell'immagine da libro Cuore che ci confeziona la retorica tricolore di queste ore. E che l'imperialismo è anche questione di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

VIDEO: Contro il governo Draghi! - Marco Ferrando (18 febbraio 2021) - Piazza S.Silvestro - Roma

 


Contro il governo Draghi, per il più ampio fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori!














Intervento del compagno Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione unitaria contro il governo Draghi, tenutasi a Roma il 18 febbraio 2021. L’unità nazionale attorno a Draghi richiede la costruzione del fronte unitario più ampio dell’opposizione di classe. I padroni e il governo hanno paura di una sola cosa: la lotta di classe. Al fronte unico di padroni e governo opponiamo il fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori! L'alternativa vera è tra capitale e lavoro. Lottare coerentemente contro il capitalismo e i suoi governi significa battersi per un'alternativa politica anticapitalista e rivoluzionaria. Significa ricondurre ogni lotta alla prospettiva generale di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione! Avanti!


Partito Comunista dei Lavoratori


Ministero della transizione ecologica: il bazooka mascherato di verde del capitalismo italiano


 I primi a proporre l’idea di un "Ministero della transizione ecologica" arrivano dalle fronde riformiste. Tra i più entusiasti c’è Rossella Muroni ex presidente di lega Ambiente e deputata di Liberi e Uguali che ne parlava da giorni. Il primo febbraio sulla sua pagina facebook si esprime con queste parole: «In queste ore si sta svolgendo un confronto sui temi che devono essere al centro dell’azione del nuovo Governo. I 209 miliardi del Recovery Plan sono una grande occasione: basta litigi, usiamoli per cambiare totalmente il Paese e costruire il futuro, che mi auguro sia fortemente legato all’economia verde».

Ma già da anni si esprimeva per una soluzione di questo genere.

Friday For Future nei giorni ha scritto una lettera direttamente a Draghi: «… Lo scorso agosto, lei ha detto che “privare i giovani del futuro è la più grande forma di disuguaglianza”. Il suo governo agirà per non privarci del nostro futuro, e garantire giustizia climatica, per non far pagare questa crisi ai più fragili e a chi ha meno responsabilità? Non c’è più tempo per “fare il possibile”. Va fatto il necessario. “Whatever it takes”, a qualunque costo. La sentiremo citare di nuovo, tra un po’ di anni, nei video su YouTube o nei libri di storia, come “la frase che ha salvato il clima”? Ai posteri l’ardua sentenza. A questo Governo, però, la scelta di garantirci o negarci un futuro...».

Questa spinta, Draghi e il Presidente Mattarella, non l’hanno lasciata passare invano e l’hanno utilizzata per una fine mossa strategica: imbrigliare la dissidenza del Movimento 5 Stelle contro il futuro governo e muovere le file degli interessi del capitalismo italiano verso 70 miliardi di euro che costituiscono il 37 % del Recovery Fund dentro un piano europeo più vasto chiamato volgarmente Recovery Plan.

Dalle pagine della Commissione Europea all’interno del Recovery Plan si legge: «le transizioni climatiche e digitali eque, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitale». In queste scarne parole è racchiuso tutto il programma capitalistico falsamente tinto di verde del governo Draghi nel suo complesso.

Andiamo, però, con ordine. Draghi ha legato con un filo diretto alla sua supervisione diversi ministeri:

- Il ministero della Transizione ecologica diretto da Roberto Cingolani
- Innovazione tecnologica e la transizione digitale con ministro Vittorio Colao
- Sviluppo economico ministro Giancarlo Giorgetti e ovviamente il Ministero dell’Economia e Finanze diretto dal suo uomo di fiducia Daniele Franco.

Basterebbero le figure e i curricula di questi personaggi, per capire che le visioni “romantiche” di una difesa ambientalista e la trasformazione ecologica da parte del nuovo governo sono una cantonata pazzesca e uno schiaffo che arriva dalla semplice realtà dei fatti.

Chi è Roberto Cingolani? Fisico e Direttore scientifico dell’ITT, Istituto Italiano di Tecnologia dal 2005. Nel 2016 il finanziamento ricevuto dallo Stato, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dell’ITT è stato di circa 94 milioni di euro. I finanziamenti acquisiti direttamente dalla Fondazione ammontano a 213,6 milioni di euro. Nel 2019 diventa Chief Technology and Innovation Officer della società leader del settore difesa e aerospazio Leonardo di proprietà al 30,2 % del ministero di Economia e Finanza che nel 2019 aveva un portafoglio ordini di circa 36.500 milioni di euro, per un ricavo di circa 14.000 milioni di euro.

Un fisico esperto in tecnologie militari e armamenti ai vertici del gioiello imperialista italiano per eccellenza, cosa ha a che fare con la trasformazione ecologica? Infatti, dalla pagina web di Leonardo SpA, si legge testualmente: «Protagonisti nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Proteggere i cittadini, i territori, le infrastrutture. Questo ci rende un protagonista globale nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza...».

Eppure Cingolani è oggi il ministro della Transizione ecologica. Viene esaltato da Matteo Renzi che lo definisce uomo di eccezionali doti. Infatti è proprio Renzi che gli affida l’ITT anni prima, ed è ancora Renzi che caldeggia la nomina di Alessandro Profumo a capo di Finmeccanica/Leonardo (condannato in seguito per le vicende del Monte dei Paschi di Siena) e che a sua volta inserisce nel suo staff proprio Cingolani che diventa un protagonista della Leopolda nel 2018.

Alcuni aspetti inquietanti vedono la Leonardo SpA avere stretti legami con l’Arabia Saudita. Infatti proprio dalle pagine di Leonardo SpA si legge che la società “governativa italiana” ha perfino ottimi rapporti con il regime totalitario e disumano Saudita: «Forniamo soluzioni tecnologiche al Regno dell'Arabia Saudita, a partire dagli elicotteri VIP fino ai sistemi per la gestione del sistema bancario islamico». Armi e soldi sicuramente discussi tra Renzi e il principe saudita Mohammed bin Salman. Da notare come lo stesso Renzi sia “invidioso del costo del lavoro” in Arabia Saudita, vista da lui come nuova culla del “Rinascimento”.

Con Leonardo SpA conduce i suoi fili anche il ministero dell’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Vittorio Colao, ex amministratore delegato di omnitel/vodafone. Colao viene nominato da Giuseppe Conte a capo della Task Force contro la crisi pandemica nel 2020. Tra i suoi 17 membri c’è l’immancabile Cingolani. Guarda caso però Vittorio Colao entra nel CdA di Finmeccanica nel 2000 insieme a Corrado Passera prima di trasformarsi in Leonardo SpA.

Giancarlo Giorgetti leghista legato agli interessi degli imprenditori del nord, ex missino doc e amico personale di Mario Draghi, è il nuovo ministro dello sviluppo economico. Nel Governo Conte I Lega-5 stelle gli viene affidata la delega alle politiche spaziali ed aerospaziali con la presidenza del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale. Anche lui stringe i legami con Leonardo SpA tanto che partecipa negli USA agli incontri preliminari per il progetto finalizzato alla realizzazione di una specie di spazioporto a Taranto-Grottaglie, al quale guarda Leonardo-Finmeccanica per testare i suoi prototipi. Invece della bonifica del polo di Taranto, si investono energie in faraonici progetti spaziali. Ma se questo non bastasse, tra gli alti vertici di Leonardo troviamo Francesco Giorgetti fratello di Giancarlo. Come minimo è un conflitto di interessi.

Il Ministero dell’Economia e Finanze diretto da Daniele Franco risulta essere il principale azionista governativo di Leonardo SpA da dove proviene il ministro Cingolani. Dalla pagina della Camera dei Deputati prendiamo l’ immagine dei loghi delle aziende con partecipazione statale quotate e non in borsa nel 2018 (la trovate anche alla fine dell'articolo, ndr).

Non c’è alcuna impresa che sia impegnata nel settore delle nuove tecnologie “green”. Viceversa sono molte quelle che si occupano del settore energetico, legate all’apparato militare industriale.

Risulta alquanto difficile immaginare che l’apparato economico dello Stato borghese indirizzi le scelte capitalistiche verso politiche con investimenti in un settore a suo dire “green”, nel quale ad oggi non esiste nulla. Viceversa, tutto il suo sforzo è proteso verso scelte di carattere imperialista. Draghi nel suo discorso di insediamento alle camere ha condensato il programma ambientalista del suo Governo in queste scarne parole: «Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane».

È difficile immaginare che l’equipe prescelta per la “transizione” ecologica del Paese si occupi della difesa dell’ambiente e dei territori, quando questi fini esperti e politici fino a ieri si sono occupati di armamenti, sfruttamenti energetici di territori neo colonizzati e di robotica per limitare la presenza dei lavoratori nei centri di produzione. Le strutture e le infrastrutture del capitalismo nazionale dovrebbero essere trasformate in un programma senza profitti. Questo è palesemente impossibile. Già ad ottobre sulle pagine web del MISE veniva descritto il progetto Italia 2030 insieme alla Luiss Business School (l’accademia del Capitalismo italiano) in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna.

«Abbiamo promosso ‘Italia 2030’ per dare vita a un piano di azione congiunto in cui l’economia circolare fosse al centro delle strategie per il futuro del Paese, a partire proprio da conoscenze e competenze. Solo se continueremo ad avvicinare le opportunità dell’economia circolare a cittadini e aziende, le sue potenzialità diventeranno reali. È una necessità per il Paese, che non può permettersi di perdere il treno della sostenibilità, ed è resa ancora più impellente alla luce della direzione green del Recovery Fund», così aveva commentato per l’occasione Stefano Buffagni, Viceministro allo Sviluppo Economico. Uomo di rango del M5Stelle, sottosegretario alla presidenza del consiglio nel primo Governo Conte e vice ministro al MISE nel Conte II.

Le politiche ambientali di transizione ecologica di questo nuovo governo non esistono. L’Italia è l’anello debole dell’imperialismo europeo e deve stare al passo negli scontri degli interessi tra blocchi nel Mediterraneo e in Africa. Le fonti di energia fossile sono al centro di queste mire. In particolare il Gas Naturale e gli Hub di approvvigionamento e stoccaggio. Il nuovo ministro Cingolani lo diceva già nel 2018.

La sua posizione era nettamente contraria perfino alle rinnovabili in chiave capitalistica: fotovoltaico, eolico, auto elettriche. Alla Leopolda di Renzi dichiarava con decisione sulla sostenibilità: «Nel lungo termine non ci sarà [...] Il costo energetico di tutte le cose che desideriamo avere è molto elevato. Da un lato pretendiamo molto dalla tecnologia come se fosse tutto gratuito, dall’altro non vogliamo oleodotti, gasdotti, nucleare...». Una posizione nettamente a favore delle fonti fossili.

Un futuro programma imperialista, quindi falsamente “ecologico”, teso alla riconquista di spazi e domini in nome del profitto e con i costi a carico dei lavoratori. Altro che Recovery Fund per l’ambiente. Una cascata di soldi per la modernizzazione dell’apparato militare industriale sotto la guida dei gioielli di stato Leonardo SpA, ENI, Saipem, multinazionali dell’energia e banche a dettarne le linee guida.

E triste prevedere che la situazione drammatica dei lavoratori di Arcelormittal, delle miriadi di Terre dei Fuochi sparse nel paese, nonché dei vari dissesti idrogeologici rimarranno tali nel tempo.

Solo la ripresa della lotta di classe contro questo governo come tutti i governi della borghesia, potrà abbattere ogni mistificazione e riportare al centro delle scelte la difesa dell’umanità. Ogni chimera riformista falsamente ambientalista e i compromessi ai danni dei più deboli devono essere spazzati via.

Solo un programma rivoluzionario di transizione anticapitalista verso il socialismo potrà raggiungere la salvezza del pianeta.

Ruggero Rognoni