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VENERDI' 27 MARZO ORE 21: COSA SONO E COSA VOGLIONO LE E I COMUNISTI?

 

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Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

Via il governo della reazione!

 


Vertenza generale! Sciopero generale! Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Il governo della postfascista Meloni esce chiaramente sconfitto dal voto referendario

Non si è trattato di un voto tecnico sulla separazione delle carriere ma di un voto politico contro il governo.

Benché sia preoccupante che ancora tanti elettori (tra cui molti lavoratori) sostengano questo governo, la maggioranza si è espressa in modo inequivocabile.

Meloni, prevedendo la possibile sconfitta, si era sperticata ad affermare che non si trattava di un voto politico e che qualunque fosse stato il risultato non si sarebbe dimessa.

Noi dobbiamo dirle un sonoro NO! Il governo se ne deve andare!

E per obbligarlo è necessario da subito che la sinistra politica, sindacale e associativa elabori un piano di lotta basato su una piattaforma unificante, con obiettivi sia economici che politici.

Bisogna rivendicare, in primo luogo, l’abrogazione delle leggi liberticide contro le lotte (decreto sicurezza), un forte recupero salariale di fronte alle drammatiche perdite di questi ultimi anni, una seria riduzione dell’orario a parità di salario, l’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, l’abolizione della legge Fornero, una vera patrimoniale straordinaria sul 10% più ricco per finanziare il raddoppio della spesa sanitaria pubblica. Ma anche l’abbattimento delle spese militari, la rottura con lo Stato coloniale di Israele, il ritiro dai teatri di guerra del Medio Oriente, il diritto di autodeterminazione dei popoli oppressi e della loro resistenza al colonialismo e ad ogni imperialismo. Così come va rivendicato un sistema elettorale interamente proporzionale senza sbarramenti e altri limiti.

Per questo le organizzazioni sindacali devono organizzare una mobilitazione generale. Questo spetta in primo luogo alla CGIL, che raggruppa la maggioranza degli iscritti al sindacato, con l’appoggio senza settarismi dei diversi sindacati di base. Landini deve dimostrare nel concreto se vuole difendere davvero finalmente gli interessi dei lavoratori o tradirli ancora una volta.

Naturalmente la soluzione per sviluppare gli interessi di operai e impiegati, pensionati e studenti, non potrà venire da un nuovo governo di centrosinistra, che come si è visto in quelli degli scorsi decenni, partecipa all’azione contro la classe lavoratrice, a favore di capitalisti e banchieri.

Bisogna creare nella lotta le condizioni per un vero governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato su un programma anticapitalista.

È quello cui si è sempre dedicato il nostro partito e cui ci dedicheremo oggi con rinnovata forza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

English version

“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Addio Fiamma

 


È venuta a mancare la nostra compagna Fiammetta Occhetti. Una compagna che ha attraversato l’intero tragitto della nostra storia politica. Una compagna che ha amato il nostro partito e che il nostro partito ha amato. Come sa chiunque l’abbia conosciuta e frequentata.

Fiamma incrociò la nostra storia politica all’inizio del percorso di Rifondazione. Da elettrice delusa del PCI, come tanti e tante vide nel Partito della Rifondazione Comunista un punto di riferimento: la possibile riscossa da una politica di compromissione, un partito finalmente classista e anticapitalista. Ma Fiamma capì rapidamente che quella aspettativa iniziale si scontrava con un gruppo dirigente di Rifondazione che nei suoi diversi assetti perseguiva una politica istituzionale e governista, profondamente subalterna, tutta interna al quadro della democrazia borghese. Da qui il suo avvicinamento alla corrente trotskista dell’opposizione interna del PRC sin dai primissimi anni ’90. Fiamma fu militante attiva non solo delle nostre battaglie congressuali nel PRC ma anche dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista, ossia dell’organizzazione politica che riconduceva quelle battaglie alla prospettiva di un partito rivoluzionario indipendente. Fiamma svolse un ruolo dirigente nella AMR, nella sua nascita e nel suo sviluppo. A maggior ragione fu militante appassionata del Partito Comunista dei Lavoratori sin dalla sua fondazione.

Fiamma Occhetti portò nelle nostre file il segno di una personalità particolare e ricca. Fiamma aveva lavorato diversi anni all’estero, in particolare in Gran Bretagna. La sua stessa esperienza di vita la portava a una naturale familiarità con un orizzonte politico internazionale e internazionalista. Uno dei fattori che la spinse verso di noi fu l’avversione radicale allo stalinismo e ad ogni sua manifestazione. Nell’ambiente di Rifondazione era tutt’altro che un’avversione scontata. L’idea di una “identità comunista” che abbracciasse indistintamente, come allora si diceva, le diverse famiglie del Novecento esercitava una forte influenza nel senso comune diffuso del corpo militante del partito. E anche in settori che si opponevano al suo gruppo dirigente e si avvicinavano alla nostra corrente. La battaglia per il trotskismo fu allora centrale anche nelle nostre file, contro dubbi e confusioni presenti. Fiamma non solo fu da subito una convinta partigiana della battaglia per il trotskismo ma svolse un ruolo nell’avvicinare ad esso compagni e compagne della sua generazione. Anche per questo fu parte integrante del nostro progetto.

Al di là della sua storia politica, Fiamma fu una grande compagna, di straordinaria semplicità e umanità. I compagni e le compagne della Liguria ricordano ad esempio le sue capacità culinarie in occasione di nostre feste e iniziative. Erano una delle sue forme di relazione umana col partito. Fiamma era tanto netta e intransigente nelle posizioni politiche quanto dolce nelle relazioni interne alla nostra organizzazione. Anche nei momenti difficili, nei passaggi stretti della nostra storia, ha fatto sentire la presenza della sua determinazione. “Ce la faremo anche questa volta, dobbiamo solo continuare a resistere e lottare” ci scrisse alcuni anni or sono. Forza e coraggio furono sempre la sua cifra.

Negli ultimi anni, problemi di salute e di vecchiaia la costrinsero a lasciare la Liguria, dove aveva vissuto e militato a lungo, e a trasferirsi a Milano per avere una maggiore vicinanza dei suoi figli. Ma le rimase dentro l’amore per “il suo mare”, al quale intende donare le proprie ceneri. E anche una profonda concezione materialista della esistenza umana. Quando i medici le dissero che le mancavano ormai due settimane di vita, la sua preoccupazione fu quella di dire ad alcuni di noi, scossi dalla notizia, che non c’era ragione di drammatizzare. “Che problema c’è? Noi siamo materialisti, dunque consapevoli del ciclo naturale della vita”. Anche questo misura la grandezza di Fiamma. Anche questo ce la rende particolarmente vicina.

Addio Fiamma, rimarrai per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori