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Bolivia: “Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta”

 


Intervista a Juan José Villa* del Movimiento Socialista de los Trabajadores della Bolivia

Quali sono le cause della rivolta e le rivendicazioni del popolo e del proletariato boliviano contro il governo di Rodrigo Paz?

JJV: Le cause hanno la loro base in una profonda crisi economica aggravata dalla gestione di un governo lacchè dell’imperialismo statunitense. Con un’inflazione che il governo ufficiale fissa al 20%, ma che nella vita quotidiana, per ciò che riguarda il paniere di beni di prima necessità, si traduce in un aumento dei prezzi che supera il 100%. Il prezzo medio al chilo della carne bovina, che prima oscillava tra i 41 e i 45 bolivianos, ora oscilla tra gli 85 e i 95 bolivianos; il litro di olio, che oscillava tra gli 11 e i 13 bolivianos, oggi raggiunge i 21 e i 26 bolivianos. I trasporti pubblici, i servizi, tutta i costi sono diventati esorbitanti. Se prima lo stipendio non bastava per arrivare a fine mese, oggi la situazione è peggiorata.

Le cause politiche risiedono nel fatto che questo è un governo suddito di Donald Trump, ha assoggettato il Paese ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, rappresentando gli interessi dell’oligarchia nazionale compiacente. Il governo è entrato in carica facendo promesse populiste, dicendo di voler concedere sussidi, preservare le conquiste sociali, mantenere i sussidi alimentari ed energetici, ma una volta insediato, ha applicato le manovre finanziarie neoliberiste, scaricando la crisi sulle spalle di operai, settori popolari e contadini, mentre ha avvantaggiato i più potenti eliminando la tassa sulle grandi fortune, e ha imposto a Natale il Decreto Supremo 5503, più di 120 articoli che permettevano la facile cessione delle risorse naturali alle multinazionali, così come l’aumento dei prezzi del carburante annullando la sovvenzione agli idrocarburi, tra le altre misure filoimperialiste.

La risposta combattiva delle masse non si è fatta attendere. La Federación de Mineros (Federazione dei Minatori) e la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana) avevano tenuto i loro congressi nei quali avevano cambiato la leadership traditrice dell’era del MAS (partito di Morales al governo per anni, ndt) e sostituendo le tesi di conciliazione con quelle basate sull’indipendenza di classe: no al sostegno di alcun governo borghese e un documento di lotta, che segnava l’inizio di un nuovo processo rivoluzionario.

Nel dicembre del 2025, sotto la pressione della propria base e con il proletariato minerario in prima linea, l’assemblea della COB votò all’unanimità a favore dello sciopero generale a tempo indeterminato per l’abrogazione del decreto presidenziale n. 5503. La lotta è culminata nel gennaio del 2026 con una grande vittoria. Si è creata un’alleanza tra operai, contadini e popolo. Il decreto del governo filoimperialista è stato sconfitto. La COB ha smesso di essere un semplice sindacato ed è diventata un organo di doppio potere. Le masse hanno ritenuto che si potesse andare oltre; che le forze fossero sufficienti non solo per abrogare un decreto, ma anche per rovesciare l’intero governo per via rivoluzionaria.

Tuttavia, la nuova direzione della COB ha ordinato di revocare i blocchi. Ciò ha generato malcontento soprattutto tra i contadini. La direzione della COB ha fornito ossigeno puro al governo. In altre parole, Rodrigo Paz non si reggeva più sulle proprie forze, ma grazie all’ossigeno fornito da un organismo antagonista di classe, la COB.

Questa boccata d’aria fresca ha permesso a Paz di riprendersi in vista di un nuovo pacchetto di leggi. L’eliminazione dei sussidi agli idrocarburi è stata riproposta, facendo impennare il prezzo dei trasporti pubblici. Il governo ha abolito i sussidi alla farina, facendo impennare il prezzo del pane, ha varato leggi di svendita che emulano in parte il decreto legge 5503 che era stato abrogato, come quella sull’elettricità, e ha avviato una campagna per dichiarare il fallimento delle imprese statali e la loro privatizzazione, tra le altre cose. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la legge 1720 sulla conversione dei terreni, grazie alla quale l’oligarchia e le banche potevano facilmente appropriarsi delle terre dei piccoli contadini e dei territori indigeni. Insieme a ciò, il governo ha mostrato il suo totale rifiuto dei cabildos (assemblee) contadini e del documento di rivendicazioni della COB basato su richieste salariali, per cui si erano mobilitati innanzitutto insegnanti delle zone urbane e rurali.

A partire dall’assemblea del Primo maggio convocata dalla COB, ha inizio il cosiddetto “sciopero generale a tempo indeterminato e con mobilitazioni” contro le leggi di svendita e per l’aumento salariale, tra le altre rivendicazioni, che si fonderanno rapidamente in un’unica richiesta: le dimissioni di Paz. La base dei sindacati ha fatto pressione sui propri dirigenti affinché non tradissero e ha costretto la direzione della COB, insieme alle organizzazioni contadine e popolari, a firmare il “patto di non tradimento”.

Paz non ha più ossigeno, le base scavalca le direzioni concilianti, l’organo del doppio potere viene riattivato dal basso. Il governo si è visto costretto ad abrogare la legge 1720 e ad offrire bonus al corpo docente in sciopero, ha fatto marcia indietro e ha invitato al dialogo, per poi andare immediatamente a un’offensiva di polizia e militare che ha causato la morte di due leader indigeni, oltre a centinaia di arrestati e feriti. Gli operai, i contadini e il popolo, lungi dall’intimidirsi, hanno accresciuto le loro forze e indicato la strada: non c’è nulla da discutere! Paz deve andarsene.

Il governo ha scatenato una persecuzione contro i principali dirigenti, con ordini di arresto immediato provenienti da organi di giustizia corrotti, illegittimi e ampiamente contestati dalle maggioranze oppresse.

La lotta continua, Paz e l’oligarchia dell’est si appoggiano ora a settori della classe media reazionaria e fascista come l’Unión Juvenil Cruceñista, che incitano a dichiarare lo stato d’assedio. Tuttavia, sono una minoranza e le loro sono risposte difensive. Il processo rivoluzionario può trionfare. Per il potere della COB, della CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), di Túpaj Katari, della Fejuves (Federazione delle giunte di quartiere) e di tutte le istituzioni operaie, contadine e popolari che oggi sono unificate attorno alla COB.

Cosa pensate delle direzioni della COB e della CSUTCB? Quali sono i diversi setUTCBtori sindacali e politici presenti al loro interno?

JJV: La direzione della COB è nata da un processo di rottura con le direzioni del MAS, con Luis Arce e con Evo Morales, che per anni hanno smobilitato il movimento operaio. Questo processo è partito dai settori di base del proletariato minerario. Non è la stessa dirigenza di prima. Per questo le masse li invitano a mettersi alla guida delle lotte. Un processo simile è sorto nel movimento contadino all’interno della Central Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) e della Federación Túpaj Katari, alla ricerca di nuovi leader, inaugurando una nuova fase di lotte che ha superato l’ostacolo del MAS.

L’influenza delle scuole di quadri del MAS, partito che ha governato per vent’anni, è ancora presente, con il sostegno del Partito Comunista e dell’indigenismo piccolo-borghese di García Linera, da cui si spiegano le pratiche di conciliazione con Paz che hanno portato a revocare lo sciopero a tempo indeterminato di gennaio.

Tuttavia, la rivoluzione boliviana si propone oggettivamente di rompere con queste pratiche. La base ha spinto i dirigenti a firmare il “patto di non tradimento”.

È dovere delle attuali direzioni portare il doppio potere al trionfo. Ciò si traduce nel governo della COB e delle organizzazioni contadine e popolari in lotta. L’alleanza concreta che è emersa alla guida della COB deve governare. Non c’è spazio per la successione del vicepresidente Lara, né per il parlamento o per la corte di giustizia oligarchica, quando si tratta di una rivoluzione.

Argollo (COB), Paye (FSTMB), Salazar (Túpaj Katari), Severo (CSUTCB) e i dirigenti di Fejuves e dei settori popolari sono chiamati a condurre la classe lavoratrice alla conquista del potere per via rivoluzionaria.

Quali sono i settori sindacali presenti?

La CSUTCB e tutte le sue federazioni contadine, Túpaj Katari e tutti i Ponchos Rojos delle venti province di La Paz, le combattive Fejuves di El Alto, le federazioni dei trasportatori – liberi, interprovinciali e cittadini (che stanno entrando nella lotta in modo differenziato) – e le federazioni degli artigiani e dei lavoratori di categoria; gli operai delle fabbriche alla guida della CGTFB (Confederación General de Trabajadores Fabriles de Bolivia), tra gli altri, ma ce ne sono anche altri. Tutti questi settori sono affiliati alla Centrale Operaia Boliviana, organo di doppio potere guidato dai minatori salariati che, insieme ai contadini, guidano lo sciopero a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la domanda sui settori politici, è presente l’influenza del MAS e dell’indigenismo piccolo-borghese legato a García Linera che, sebbene incrinata, non è scomparsa ed è responsabile della formazione politica della maggior parte dei dirigenti. Così anche il Partito Comunista, alleato del MAS nelle sue diverse fazioni. Tutti questi settori hanno contrastato le posizioni disfattiste rivoluzionarie del movimento operaio, proponendo al contrario posizioni di difensa e conciliazione con il governo e la borghesia. Sono stati colti di sorpresa dal processo rivoluzionario oggettivo.

All’interno del proletariato minerario e della base della COB, la presenza trotskista si è manifestata attraverso due sole organizzazioni: il Partido Obrero Revolucionario (POR), che propone la soluzione di un’Assemblea Popolare, e la nostra, il Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST), che propone di lottare affinché tutto il potere passi nelle mani dell’organo già creato dalle masse, la COB.

È vero, come sostiene la stampa borghese, che dietro il processo rivoluzionario ci sia una sorta di cospirazione del MAS di Evo Morales?

JJV: La rivoluzione boliviana nasce dalle basi operaie, contadine e popolari, non da Evo Morales. Infatti la COB, la CSUTCB e la federazione Tupaj Katari si sono lanciate nella lotta dopo un processo di rottura con Morales e il suo partito, il MAS.

Morales ha poi fondato un nuovo partito chiamato Evo Pueblo, e vuole approfittare di questo processo per riorganizzarsi dopo la debacle del MAS. L’ascesa rivoluzionaria è favorevole alla costruzione di alternative di sinistra della classe operaia, ma avvantaggia anche i partiti riformisti che cavalcano le proteste. L’area politica di Evo Morales è entrata in ritardo nelle mobilitazioni, dopo aver constatato la potenza dello sciopero a tempo indeterminato. Si è unito alla richiesta di dimissioni di Paz, rivendicazione sulla quale c’è unità d’azione nelle strade, ma propone una via d’uscita politica contraria alla rivoluzione, promuovendo un avvicendamento borghese e di deviare la lotta sul terreno elettorale, una linea politica che storicamente ha solo permesso di spegnere il fuoco della rivoluzione e ricomporre le forze della destra e dell’oligarchia.

Qual è il livello di coscienza e di organizzazione del proletariato e delle masse popolari?

JJV: La risposta a questa domanda è contenuta nelle precedenti: in sintesi, il proletariato ha compiuto progressi nel riconquistare la COB a una prospettiva al servizio delle lotte; ciò ha permesso di rifondarla come potere alternativo, mostrando che un governo dei lavoratori è possibile. Ciò si è sviluppato in modo oggettivo e spontaneo. Tuttavia, il fattore soggettivo, ovvero l’avanguardia dei lavoratori organizzata in un partito rivoluzionario consapevole e con influenza di massa, non è ancora pienamente sviluppato. Ma le condizioni oggettive per realizzare il potere dei lavoratori sono più che mature, e ciò pone le basi per risolvere il problema della direzione rivoluzionaria, a condizione che si costruisca tale alternativa senza negare il processo oggettivo e intervenendo nella lotta all’interno del doppio potere, attraverso la COB.

In gran parte del settore contadino è presente la linea della successione costituzionale del vicepresidente Lara in caso di caduta di Paz, con l’obiettivo di indire elezioni presidenziali. Pesa ancora l’idea di conciliazione di classe.

Ma nella maggior parte della base proletaria mineraria, la figura di Lara viene respinta, insieme a quella di Evo Morales e del MAS. Viene criticata la loro mancanza di chiarezza riguardo all’obiettivo della lotta nel caso della possibile caduta di Paz. È qui che si apre la possibilità di lottare per il governo della COB. Davanti a questa alternativa, i contadini più combattivi possono lottare per il potere operaio e contadino, scartando l’opzione della successione di Lara. Da qui l’importanza di lottare per assemblee democratiche che definiscano l’alternativa del popolo lavoratore. Con queste linee d’azione stiamo intervenendo nel proletariato.

Negare il processo insurrezionale boliviano solo per il fatto che non esiste il “partito bolscevico di influenza di massa” è un errore madornale. Al contrario, quel partito può essere costruito se i quadri che intervengono nella lotta chiariscono in ogni modo il potenziale oggettivo delle stesse forze delle masse, sottolineando che l’unità operaia, contadina e popolare attorno alla COB ha creato un organo di doppio potere, e che le direzioni non devono essere esonerate dalla loro responsabilità, che devono assumersi la presa del potere per aprire il periodo del governo della classe lavoratrice. Devono chiarire che di fronte alla possibile caduta di Paz non bisogna consegnare il potere alla borghesia e ai suoi servitori, Lara e compagnia, ma invece farsi carico della creazione di un governo operaio e contadino.

Negare la situazione rivoluzionaria solo perché il proprio partito è piccolo porta ad essere autoproclamatori, settari fino al midollo. E porta anche ad essere opportunisti verso l’esterno, poiché nega il potenziale oggettivo delle masse, riduce la rivoluzione a concezioni di rivolta o ribellione, rendendo invisibile il ruolo dirigente del proletariato e il doppio potere, favorendo di conseguenza soluzioni politiche piccolo-borghesi ed elettoraliste.

Allo stesso modo, anche le internazionali rivoluzionarie sono chiamate a fare i conti con la rivoluzione boliviana a fare campagna per il potere operaio e contadino in concreto, e non in astratto. Che non si fermino al discorso o a proposte astratte di assemblee popolari o di organi dai nomi allettanti creati solo nella testa dei loro dirigenti, negando l’organo creato concretamente dalle masse. Tutto il potere all’unità effettiva operaia, contadina e popolare in Bolivia! Tutto il potere alla COB!

Qual è la soluzione, in questo momento decisivo, che possa portare a una vittoria operaia e popolare?

JJV: La soluzione politica sta nell’avere fiducia delle forze della classe lavoratrice, nell’unità tra operai, contadini e popolo raggiunta finora. Lottare con determinazione per la presa del potere politico da parte della COB, della CSUTCB e delle organizzazioni in lotta, come effetto della rivoluzione in corso. L’indecisione al riguardo cede l’iniziativa alle soluzioni dell’oligarchia, alle sue trappole parlamentari o elettorali, alla sua ricomposizione e alla sua semina di dubbi sulla rivoluzione, per far credere che questa non avrebbe una propria alternativa cosciente.

Paz, l’imperialismo e l’oligarchia vogliono arrivare al logoramento, alla demoralizzazione, appoggiandosi alla classe media reazionaria per giocare la carta dello stato d’assedio. Ma non sono forti, hanno dovuto arretrare cancellando la legge 1720, offrendo premi al corpo docente. La loro offensiva poliziesca e militare non ha potuto nulla contro El Alto e i blocchi. Gli sfruttatori sono sulla difensiva, l’iniziativa è della lotta nelle strade. Possiamo sconfiggerli. Neanche un passo indietro!

Abbasso il governo neoliberista! Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta!

*Dirigente del Movimiento Socialista de Trabajadores (Movimento Socialista dei Lavoratori) boliviano, ha guidato la costruzione della Juventud Socialista presso l’Università Mayor di San Andrés, promotore dell’alleanza COB-ADEPCOCA-UMSA nel 2017-2018 come organismi di lotta alternativi al governo del MAS. Autore nel 2025 del contributo al XXXIII Congresso Minerario della FSTMB e delle Tesi per il XVIII Congresso della COB del MST, in cui si prevedeva l’attuale ascesa rivoluzionaria.

Intervista a cura della Lega Internazionale Socialista

FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Bolivia, Paz messo alle strette. Prendiamo nelle nostre mani il futuro del paese!

 


Alberto Giovanelli

Guidate dai lavoratori delle miniere, di fabbrica e dal settore dell’istruzione, ieri le proteste si sono intensificate in tutto il Paese. Il governo di Rodrigo Paz cerca di rispondere con la repressione, ma è stato sconfitto nelle strade di La Paz e di El Alto da una resistenza popolare che ha costretto le forze di polizia e militari a ritirarsi.

L’alleanza tra lavoratori e contadini assedia il governo, oggi con oltre ottanta blocchi stradali, e la tendenza è all’aumento. L’alleanza tra operai-contadini si è rafforzata con l’adesione di settori popolari guidati dalle Juntas Vecinales (comitati di quartiere) di El Alto e dalla Confederación de Trabajadores por Cuenta Propia. Le basi di queste organizzazioni lanciano lo slogan: “Fuori Rodrigo Paz! Che si dimetta il governo incapace!”.

Il governo ha perso ogni forza e legittimità per avviare qualsiasi negoziato. Viene sfidato con forza il potere dei ricchi, delle compagnie petrolifere e dell’agroindustria, delle banche e degli oligarchi, delle ingerenze degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Questo movimento si trasforma oggettivamente in un’insurrezione delle maggioranze sfruttate e oppresse.

Il governo è entrato troppo velocemente nella sua china disastrosa e ha subito un’erosione accelerata della sua legittimità.

Il paese entra ancora una volta in un terreno di “dualismo dei poteri”. Assistiamo nuovamente all’esistenza di uno Stato borghese (rimesso in piedi da Paz) e di un potere popolare che si rifiuta di obbedire.

In sintesi, il governo mantiene l’apparato statale, ma in condizioni di grave disorganizzazione e debolezza; i sindacati riacquistano forza nelle piazze insieme ai movimenti sociali, di quartiere e persino agli studenti universitari, che occupano oggettivamente il centro della scena. Ma anche la destra di Tuto Quiroga cerca di trarre vantaggio dall’indebolimento del governo, mentre il malcontento popolare si moltiplica in assenza di una guida unitaria.

Le stesse direzioni sindacali traggono le loro conclusioni dopo essersi accordate con il governo nel mese di gennaio. In quell’occasione, in seguito agli accordi, hanno ricevuto le critiche implacabili delle basi contadine, che hanno iniziato a non dare riconoscimento ai propri dirigenti. I rappresentanti della provincia di Omasuyos hanno attaccato a colpi di frusta l’auto in cui si trovavano i dirigenti dei lavoratori. Persino la COB (Central Obrera Boliviana) ha dovuto autocriticarsi pubblicamente, ed è per questo che oggi esigono le dimissioni di Paz senza alcun tipo di condizionamento.

La base della COB e l’alleanza tra operai e contadini dimostrano di possedere una forza enorme e di poter dare un carattere formale al potere duale che esiste nelle strade.

Ora dopo ora, minuto dopo minuto, man mano che la mobilitazione cresce, diventa sempre più chiaro che è possibile sconfiggere l’intera offensiva imperialista e interventista degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Si può lottare non solo per le rivendicazioni economiche, ma anche per il potere politico delle formazioni della classe lavoratrice, per il potere dell’alleanza operaia e contadina. In concreto, il prossimo periodo è quello in cui rendere cosciente la lotta per il governo della COB, delle organizzazioni contadine, delle organizzazioni di quartiere e giovanili.

Per questo, mentre dichiariamo lo sciopero generale fino alla caduta del governo, dobbiamo preparare allo stesso tempo il programma operaio, popolare e contadino di soluzione a questa crisi, in diretta contrapposizione al programma neoliberista che Paz sta applicando.

Il PIL della Bolivia è il frutto del lavoro delle maggioranze sfruttate e oppresse. Chi si appropria della stragrande maggioranza dei profitti di quella ricchezza non è la classe lavoratrice che la produce, bensì l’oligarchia, la borghesia e l’imperialismo. Quella stessa élite bancaria, agroindustriale, latifondista, farmaceutica e petrolifera, che non intende pagare nemmeno un centesimo per la crisi, colloca i profitti estorti in rifugi finanziari all’estero. Questo non è contribuire, ma saccheggiare. È necessario stabilire una tassa pesante su questi saccheggiatori, è necessario che il Paese si riappropri della ricchezza del proprio lavoro, per il monopolio del commercio estero, un piano di sviluppo superiore nelle mani di un autentico governo operaio, contadino e popolare.

Sciopero generale fino alla caduta del governo!

Assemblee popolari e democratiche nelle quali i lavoratori e i contadini discutano il piano di governo alternativo!

Per un governo di chi sta in basso, di chi non ha mai governato, della COB, delle comunità indigene, dei contadini, dei giovani, delle comitati di quartiere!

Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.

Reform: un partito di padroni in vestiti populisti

 


KD Tait


Il 7 maggio Reform UK ha assunto il controllo di 14 consigli comunali inglesi, ha conquistato 17 seggi a Holyrood (parlamento scozzase) – la sua prima rappresentanza elettiva in quel parlamento – ed è diventata l’opposizione ufficiale nel Senedd (parlamento del Galles) con 34 membri. Altrove abbiamo analizzato i risultati delle elezioni. Qui ci chiediamo che tipo di progetto politico sia Reform, quali interessi serva, e come dovrebbero rispondere i socialisti all’affermazione secondo la quale questo partito stia parlando a nome della classe lavoratrice.

Reform UK è l’ultimo veicolo di una corrente con una storia ben più antica. Le sue radici affondano nello sciovinismo “della piccola Inghilterra” della destra conservatrice postimperiale: il Bruges Group, i ribelli di Maastricht, il Referendum Party, l’UKIP e il Brexit Party. È definito dall’ostilità all’integrazione europea e all’immigrazione, e agli impegni normativi ad esse associate. Per gran parte della sua storia, questa è stata una corrente minoritaria nella destra politica britannica.

La Brexit ha cambiato tutto. Il referendum del 2016 ha trasformato una tradizione marginale in una forza politica di massa e ha fornito a una particolare fazione del capitale britannico uno strumento per un progetto di classe concreto: rompere con l’UE e con il più ampio quadro normativo europeo, le cui regole in materia di lavoro, ambiente e aiuti di stato ponevano dei limiti, per quanto deboli, alla libertà di capitale.

Ciò ha significato deregolamentazione del mercato del lavoro, attacchi alla spesa sociale, accelerazione della mercificazione del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), abbandono dell’obiettivo di zero emissioni nette per proteggere gli interessi dei combustibili fossili, liberazione del settore finanziario dalla supervisione europea e apertura ad accordi commerciali con gli Stati Uniti. La visione positiva, per quanto ve ne fosse una, era quella di un’economia a bassa tassazione e bassa regolamentazione, trainata dalla finanza e orientata verso circuiti di capitale redditizi negli Stati Uniti, nel Golfo e in Asia, piuttosto che verso il mercato europeo.

Il suo patriottismo implicava anche il riarmo e un atteggiamento imperialista più aggressivo all’estero, come dimostrato da Nigel Farage e Richard Tice nel loro iniziale sostegno alla guerra di Trump contro l’Iran, prima di ritirarsi quando si è rivelata impopolare.

Naturalmente, questo progetto non poteva essere dichiarato apertamente. Una campagna per allungare la giornata lavorativa e privatizzare i servizi pubblici non avrebbe vinto un referendum. La fazione di capitalisti dietro la Brexit ha fatto ciò che tali fazioni hanno sempre fatto: ha costruito una base di massa su slogan razzisti, nazionalisti e autoritari, fabbricando una “crisi” per incanalare la legittima rabbia della classe lavoratrice verso politiche reazionarie. “Riprendiamoci il controllo” era la formula, ma il controllo da riprendere era quello del capitale, non quello dei lavoratori.

ANDANDO OLTRE LA BREXIT

Reform UK porta avanti quel progetto. Sebbene i conservatori abbiano realizzato più o meno una “hard Brexit” (Brexit dura), in seguito la pandemia, la guerra in Ucraina e il protezionismo di Trump hanno reso più difficile la realizzazione di una Britannia corsara indipendente. Reform sostiene quindi che la promessa centrale della Brexit – quella di «riprendere il controllo» delle frontiere – sia stata tradita dai conservatori, i cui nuovi accordi commerciali e fallimenti economici hanno ridotto l’immigrazione europea ma aumentato quella non bianca. Reform sostiene inoltre che il Labour desideri segretamente rientrare nell’UE.

I finanziatori di Reform provengono dalla stessa corrente della destra Brexit, ora consolidata attorno al partito: finanza speculativa, hedge fund, ricchezze legate alle criptovalute e interessi legati ai combustibili fossili. Tra questi figurano Jeremy Hosking e Christopher Harborne, insieme a una rete transatlantica che collega la destra britannica all’asse MAGA, alla lobby dei combustibili fossili e all’apparato politico dei think tank di estrema destra e pro libero mercato.

Il partito ha attinto anche all’apparato ideologico che ruota attorno all’ala del nazionalconservatorismo britannico: il teologo di Cambridge James Orr, scrittori postliberali e nazionalconservatori, nonché i conduttori di GB News che fungono da propagandisti interni.

La piattaforma di Reform si è spostata ulteriormente a destra dopo la Brexit, incoraggiata dal crescente sostegno e dall’esempio di Trump. Il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo si accompagna a politiche anti-migranti modellate sull’ICE americano. Tagli fiscali per le imprese e i redditi alti finanziati da tagli alla spesa pubblica. L’abolizione dell’obiettivo zero emissioni protegge gli interessi dei combustibili fossili. La riforma “incentrata sulle assicurazioni” del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) presenta la privatizzazione come una libera scelta. La sua agenda autoritaria di guerra culturale e di controllo poliziesco prende di mira i sindacati, i manifestanti, gli attivisti per il clima e le minoranze.

Il razzismo serve a giustificare la crisi abitativa, la stagnazione salariale e il collasso dei servizi pubblici dopo quattro decenni di neoliberismo. La colpa è dei richiedenti asilo, dei consigli comunali “woke” e della massa informe di Westminster. I proprietari immobiliari, gli azionisti e la City vengono risparmiati.

Il carattere elitario di Reform è dimostrato dal susseguirsi di esponenti di spicco dei Tories che vi hanno aderito. Andrea Jenkyns ha lasciato il Partito Conservatore ed è stata eletta sindaca di Greater Lincolnshire per Reform. Danny Kruger, Robert Jenrick, Suella Braverman e Andrew Rosindell l’hanno seguita, tutti provenienti dall’ala destra parlamentare dei Tories. Malcolm Offord, ex membro della Camera dei Lord con i Tories, è ora a capo di Reform in Scozia e siede a Holyrood.

Si tratta di un partito populista di destra, profondamente capitalista nella sua gestione finanziaria, nella sua ideologia e nella sua leadership, che maschera le sue politiche a favore dei ricchi con pregiudizi di “buon senso” mentre Farage sorride alle telecamere, con un boccale di birra e una sigaretta in mano.

IL MITO DELLA “CLASSE OPERAIA BIANCA”

Nonostante gli sforzi di una lobby ben finanziata per sostenere il contrario, l’ascesa di Reform non è semplicemente una rivolta della classe lavoratrice. La sua base principale comprende ex elettori del Partito Conservatore, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, pensionati ed elettori anziani e socialmente conservatori dell’Inghilterra meridionale e costiera: fasce di popolazione da tempo ricettive alle politiche anti-immigrazione e ostili alla redistribuzione.

Ma Reform sta attirando anche lavoratori anziani provenienti da aree deindustrializzate come Sunderland, Tameside, le valli gallesi e il bacino carbonifero di Durham, dove il ritiro del Partito Laburista e dei sindacati dalla loro base operaia ha svuotato i legami di classe.

La cosiddetta “classe operaia bianca” è una costruzione ideologica, non una realtà sociologica. Essa razzializza la classe, tratta i lavoratori neri e asiatici come anomalie e ignora le reali divisioni di classe tra imprenditori, lavoratori autonomi e salariati. La “guerra al woke” di Reform contrappone gli oppressi e i poveri agli abitanti delle città e dei quartieri “dimenticati”.

Reform, come il Blue Labour (i settori più di destra del Partito Laburista, ndr), usa un linguaggio di classe per presentare gli attacchi ai lavoratori come una difesa dei loro interessi. Il suo scopo è quello di spostare la politica a destra su temi come l’immigrazione, il welfare e la cultura.

Per alcuni elettori, votare per Reform non è tanto un’approvazione di Farage quanto una protesta contro “l’establishment”. Ma è comunque più di una protesta. Significa dare sostegno a un programma sempre più di destra e apertamente razzista: privare i migranti dei loro diritti, attaccare i cittadini britannici non bianchi, espulsioni di massa e campi di detenzione modellati sull’America di Trump. Non è un voto contro l’establishment, è un voto per la reazione populista di destra.

Non c’è dubbio che Reform abbia attratto un numero considerevole di elettori della classe lavoratrice ed ex elettori laburisti. Gran parte della responsabilità è da attribuire al Partito Laburista. Esso non è riuscito a contrastare le politiche anti-immigrati come usate come spiegazione automatica per la carenza di alloggi, la disoccupazione e il declino sociale. Al governo e nei consigli comunali, il Partito Laburista ha anche contribuito a creare le condizioni che ora Reform sfrutta: austerità, tagli, politiche abitative fallimentari e peggioramento dei servizi pubblici.

CHE FARE?

Decenni di arretramento del Partito Laburista dall’insediamento nella classe, di compromessi su welfare e immigrazione, e di assecondamento degli interessi dei padroni hanno creato il vuoto politico che Reform ora colma. In alcune aree, il Partito Laburista sta perdendo elettori in direzioni opposte: a favore di Reform a destra e dei Verdi a sinistra. Sotto Starmer, una retorica più dura su frontiere, proteste, welfare e difesa si è combinata con politiche di austerità che peggiorano le condizioni dei lavoratori. Il partito che afferma di contrastare Reform gli sta spianando la strada.

Ciò che può contrastare Reform è la ricostruzione del potere della classe lavoratrice. Ciò significa lotta di classe, antirazzismo e antifascismo nei luoghi di lavoro, nei sindacati e nelle comunità. Significa un programma anticapitalista sui contenuti che Reform sfrutta: alloggi, salari, servizi pubblici e diritti democratici. E significa rivolgere la rabbia contro i padroni, i proprietari terrieri e le istituzioni statali responsabili della crisi.

Né il Partito Laburista né i Verdi sono disposti o in grado di organizzare questo scontro con il capitale. Il compito spetta ai socialisti, ai militanti sindacali e alle organizzazioni di classe: smascherare Reform come partito dei padroni, combattere il razzismo ovunque si manifesti e costruire un’alternativa politica radicata nella lotta di classe.

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori