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Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.

Reform: un partito di padroni in vestiti populisti

 


KD Tait


Il 7 maggio Reform UK ha assunto il controllo di 14 consigli comunali inglesi, ha conquistato 17 seggi a Holyrood (parlamento scozzase) – la sua prima rappresentanza elettiva in quel parlamento – ed è diventata l’opposizione ufficiale nel Senedd (parlamento del Galles) con 34 membri. Altrove abbiamo analizzato i risultati delle elezioni. Qui ci chiediamo che tipo di progetto politico sia Reform, quali interessi serva, e come dovrebbero rispondere i socialisti all’affermazione secondo la quale questo partito stia parlando a nome della classe lavoratrice.

Reform UK è l’ultimo veicolo di una corrente con una storia ben più antica. Le sue radici affondano nello sciovinismo “della piccola Inghilterra” della destra conservatrice postimperiale: il Bruges Group, i ribelli di Maastricht, il Referendum Party, l’UKIP e il Brexit Party. È definito dall’ostilità all’integrazione europea e all’immigrazione, e agli impegni normativi ad esse associate. Per gran parte della sua storia, questa è stata una corrente minoritaria nella destra politica britannica.

La Brexit ha cambiato tutto. Il referendum del 2016 ha trasformato una tradizione marginale in una forza politica di massa e ha fornito a una particolare fazione del capitale britannico uno strumento per un progetto di classe concreto: rompere con l’UE e con il più ampio quadro normativo europeo, le cui regole in materia di lavoro, ambiente e aiuti di stato ponevano dei limiti, per quanto deboli, alla libertà di capitale.

Ciò ha significato deregolamentazione del mercato del lavoro, attacchi alla spesa sociale, accelerazione della mercificazione del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), abbandono dell’obiettivo di zero emissioni nette per proteggere gli interessi dei combustibili fossili, liberazione del settore finanziario dalla supervisione europea e apertura ad accordi commerciali con gli Stati Uniti. La visione positiva, per quanto ve ne fosse una, era quella di un’economia a bassa tassazione e bassa regolamentazione, trainata dalla finanza e orientata verso circuiti di capitale redditizi negli Stati Uniti, nel Golfo e in Asia, piuttosto che verso il mercato europeo.

Il suo patriottismo implicava anche il riarmo e un atteggiamento imperialista più aggressivo all’estero, come dimostrato da Nigel Farage e Richard Tice nel loro iniziale sostegno alla guerra di Trump contro l’Iran, prima di ritirarsi quando si è rivelata impopolare.

Naturalmente, questo progetto non poteva essere dichiarato apertamente. Una campagna per allungare la giornata lavorativa e privatizzare i servizi pubblici non avrebbe vinto un referendum. La fazione di capitalisti dietro la Brexit ha fatto ciò che tali fazioni hanno sempre fatto: ha costruito una base di massa su slogan razzisti, nazionalisti e autoritari, fabbricando una “crisi” per incanalare la legittima rabbia della classe lavoratrice verso politiche reazionarie. “Riprendiamoci il controllo” era la formula, ma il controllo da riprendere era quello del capitale, non quello dei lavoratori.

ANDANDO OLTRE LA BREXIT

Reform UK porta avanti quel progetto. Sebbene i conservatori abbiano realizzato più o meno una “hard Brexit” (Brexit dura), in seguito la pandemia, la guerra in Ucraina e il protezionismo di Trump hanno reso più difficile la realizzazione di una Britannia corsara indipendente. Reform sostiene quindi che la promessa centrale della Brexit – quella di «riprendere il controllo» delle frontiere – sia stata tradita dai conservatori, i cui nuovi accordi commerciali e fallimenti economici hanno ridotto l’immigrazione europea ma aumentato quella non bianca. Reform sostiene inoltre che il Labour desideri segretamente rientrare nell’UE.

I finanziatori di Reform provengono dalla stessa corrente della destra Brexit, ora consolidata attorno al partito: finanza speculativa, hedge fund, ricchezze legate alle criptovalute e interessi legati ai combustibili fossili. Tra questi figurano Jeremy Hosking e Christopher Harborne, insieme a una rete transatlantica che collega la destra britannica all’asse MAGA, alla lobby dei combustibili fossili e all’apparato politico dei think tank di estrema destra e pro libero mercato.

Il partito ha attinto anche all’apparato ideologico che ruota attorno all’ala del nazionalconservatorismo britannico: il teologo di Cambridge James Orr, scrittori postliberali e nazionalconservatori, nonché i conduttori di GB News che fungono da propagandisti interni.

La piattaforma di Reform si è spostata ulteriormente a destra dopo la Brexit, incoraggiata dal crescente sostegno e dall’esempio di Trump. Il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo si accompagna a politiche anti-migranti modellate sull’ICE americano. Tagli fiscali per le imprese e i redditi alti finanziati da tagli alla spesa pubblica. L’abolizione dell’obiettivo zero emissioni protegge gli interessi dei combustibili fossili. La riforma “incentrata sulle assicurazioni” del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) presenta la privatizzazione come una libera scelta. La sua agenda autoritaria di guerra culturale e di controllo poliziesco prende di mira i sindacati, i manifestanti, gli attivisti per il clima e le minoranze.

Il razzismo serve a giustificare la crisi abitativa, la stagnazione salariale e il collasso dei servizi pubblici dopo quattro decenni di neoliberismo. La colpa è dei richiedenti asilo, dei consigli comunali “woke” e della massa informe di Westminster. I proprietari immobiliari, gli azionisti e la City vengono risparmiati.

Il carattere elitario di Reform è dimostrato dal susseguirsi di esponenti di spicco dei Tories che vi hanno aderito. Andrea Jenkyns ha lasciato il Partito Conservatore ed è stata eletta sindaca di Greater Lincolnshire per Reform. Danny Kruger, Robert Jenrick, Suella Braverman e Andrew Rosindell l’hanno seguita, tutti provenienti dall’ala destra parlamentare dei Tories. Malcolm Offord, ex membro della Camera dei Lord con i Tories, è ora a capo di Reform in Scozia e siede a Holyrood.

Si tratta di un partito populista di destra, profondamente capitalista nella sua gestione finanziaria, nella sua ideologia e nella sua leadership, che maschera le sue politiche a favore dei ricchi con pregiudizi di “buon senso” mentre Farage sorride alle telecamere, con un boccale di birra e una sigaretta in mano.

IL MITO DELLA “CLASSE OPERAIA BIANCA”

Nonostante gli sforzi di una lobby ben finanziata per sostenere il contrario, l’ascesa di Reform non è semplicemente una rivolta della classe lavoratrice. La sua base principale comprende ex elettori del Partito Conservatore, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, pensionati ed elettori anziani e socialmente conservatori dell’Inghilterra meridionale e costiera: fasce di popolazione da tempo ricettive alle politiche anti-immigrazione e ostili alla redistribuzione.

Ma Reform sta attirando anche lavoratori anziani provenienti da aree deindustrializzate come Sunderland, Tameside, le valli gallesi e il bacino carbonifero di Durham, dove il ritiro del Partito Laburista e dei sindacati dalla loro base operaia ha svuotato i legami di classe.

La cosiddetta “classe operaia bianca” è una costruzione ideologica, non una realtà sociologica. Essa razzializza la classe, tratta i lavoratori neri e asiatici come anomalie e ignora le reali divisioni di classe tra imprenditori, lavoratori autonomi e salariati. La “guerra al woke” di Reform contrappone gli oppressi e i poveri agli abitanti delle città e dei quartieri “dimenticati”.

Reform, come il Blue Labour (i settori più di destra del Partito Laburista, ndr), usa un linguaggio di classe per presentare gli attacchi ai lavoratori come una difesa dei loro interessi. Il suo scopo è quello di spostare la politica a destra su temi come l’immigrazione, il welfare e la cultura.

Per alcuni elettori, votare per Reform non è tanto un’approvazione di Farage quanto una protesta contro “l’establishment”. Ma è comunque più di una protesta. Significa dare sostegno a un programma sempre più di destra e apertamente razzista: privare i migranti dei loro diritti, attaccare i cittadini britannici non bianchi, espulsioni di massa e campi di detenzione modellati sull’America di Trump. Non è un voto contro l’establishment, è un voto per la reazione populista di destra.

Non c’è dubbio che Reform abbia attratto un numero considerevole di elettori della classe lavoratrice ed ex elettori laburisti. Gran parte della responsabilità è da attribuire al Partito Laburista. Esso non è riuscito a contrastare le politiche anti-immigrati come usate come spiegazione automatica per la carenza di alloggi, la disoccupazione e il declino sociale. Al governo e nei consigli comunali, il Partito Laburista ha anche contribuito a creare le condizioni che ora Reform sfrutta: austerità, tagli, politiche abitative fallimentari e peggioramento dei servizi pubblici.

CHE FARE?

Decenni di arretramento del Partito Laburista dall’insediamento nella classe, di compromessi su welfare e immigrazione, e di assecondamento degli interessi dei padroni hanno creato il vuoto politico che Reform ora colma. In alcune aree, il Partito Laburista sta perdendo elettori in direzioni opposte: a favore di Reform a destra e dei Verdi a sinistra. Sotto Starmer, una retorica più dura su frontiere, proteste, welfare e difesa si è combinata con politiche di austerità che peggiorano le condizioni dei lavoratori. Il partito che afferma di contrastare Reform gli sta spianando la strada.

Ciò che può contrastare Reform è la ricostruzione del potere della classe lavoratrice. Ciò significa lotta di classe, antirazzismo e antifascismo nei luoghi di lavoro, nei sindacati e nelle comunità. Significa un programma anticapitalista sui contenuti che Reform sfrutta: alloggi, salari, servizi pubblici e diritti democratici. E significa rivolgere la rabbia contro i padroni, i proprietari terrieri e le istituzioni statali responsabili della crisi.

Né il Partito Laburista né i Verdi sono disposti o in grado di organizzare questo scontro con il capitale. Il compito spetta ai socialisti, ai militanti sindacali e alle organizzazioni di classe: smascherare Reform come partito dei padroni, combattere il razzismo ovunque si manifesti e costruire un’alternativa politica radicata nella lotta di classe.

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


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Your Party espelle la sua ala sinistra

 


Il 12 aprile 2026 il Central Executive Commitee (Comitato Esecutivo Centrale) di Your Party — la nuova formazione lanciata lo scorso anno dall’ex leader laburista Jeremy Corbyn e dall’ex deputata laburista Zarah Sultana — ha votato per espellere i membri delle varie tendenze socialiste interne. Migliaia di persone avevano aderito al progetto di Your Party nella speranza che diventasse una vera e propria rottura a sinistra del Partito Laburista britannico, che sotto il Primo ministro Keir Starmer ha continuato la sua accelerata deriva a destra. Invece, a pochi mesi dal congresso di fondazione, la stessa leadership del partito ha abbattuto la ghigliottina sulla sua ala sinistra.

Le espulsioni chiudono un capitolo. Hanno concluso una lotta su quale tipo di formazione sarebbe diventato Your Party, e la risposta è ora inequivocabile: uno strumento elettorale gestito burocraticamente, populista nella forma, politicamente informe nel contenuto e ostile a qualsiasi opposizione organizzata proveniente dalla sua sinistra. L’episodio merita di essere esaminato al di là della Gran Bretagna, perché mostra in forma condensata i riflessi burocratici che il populismo di sinistra esibisce ovunque quando si trova di fronte alla prospettiva della propria politicizzazione.

UN TORTO FATTO A UNO

La mossa della dirigenza è una dichiarazione di guerra alla base attiva del partito. Si tratta di un tentativo burocratico di schiacciare l’opposizione organizzata, mettere a tacere il dibattito politico interno e garantire che Your Party si sviluppi come una macchina elettorale strettamente controllata, invece che come un partito democratico della classe lavoratrice.

Le forze che stanno dietro a questa dirigenza hanno sprecato la migliore opportunità di un’intera generazione per costruire un partito socialista di massa in Gran Bretagna, e lo hanno fatto proprio nel momento in cui un partito del genere è ancor più necessario. Delle 800.000 persone che inizialmente avevano manifestato interesse per il progetto, la gestione verticistica dall’alto ha fatto sì che ne rimanessero circa 60.000. L’ulteriore allontanamento e demoralizzazione — accelerati dall’assenza di qualsiasi seria campagna politica — hanno portato molti di loro ad abbandonare del tutto la politica organizzata, o a passare al partito dei Verdi, che è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno su una base confusamente populista di sinistra.

Anziché aprire nuove sezioni, agire a sostegno degli scioperi o organizzare una campagna nazionale contro la guerra, il razzismo o il carovita, il Comitato Esecutivo Centrale ha dato priorità a un’epurazione interna che escluderà molti dei membri più attivi del partito. Ha affermato che le espulsioni erano necessarie per «democrazia, trasparenza e responsabilità», con la motivazione che un meccanismo decisionale guidato dai membri del partito è «possibile solo quando ogni membro può fidarsi del fatto che… tutti i membri mettano al primo posto gli interessi di Your Party». La formulazione tratta le aree socialiste organizzate come una minaccia intrinseca all’unità. La realtà è più semplice: la decisione non riguarda l’unità, ma il controllo.

Il diritto alla doppia appartenenza (a Your Party e contemporaneamente ad altre organizzazioni della sinistra di classe, ndt) — sancito nello statuto fondante del partito — viene di fatto strappato, anche se il Comitato Esecutivo Centrale ribadisce che tecnicamente «rimane in vigore» per le organizzazioni approvate dalla leadership. I diritti esistono solo a discrezione del centro.

Proprio durante la conferenza di fondazione di Your Party, una manovra burocratica ha impedito ai delegati di votare l’emendamento che respingeva il divieto dei gruppi rivoluzionari socialisti, nonostante fosse tra gli emendamenti più popolari presentati. Questo è tipico delle procedure pseudodemocratiche e dello stile da “culto del leader” a cui Corbyn e la sua cerchia si abbandonano ora, caratteristiche comuni alle formazioni populiste di sinistra dalla Spagna alla Francia. La richiesta che i membri si impegnino con Your Party solo a titolo individuale, astenendosi dall’organizzarsi con altri membri che la pensano allo stesso modo, è ipocrita. Ma non tutte le correnti saranno soggette alle regole: quelle al potere rimarranno intatte. L’epurazione inizierà con le aree della sinistra rivoluzionaria, ma il suo vero obiettivo è qualsiasi opposizione organizzata che possa emergere in futuro contro l’opportunismo della leadership.

RIFORMISMO BUROCRATICO: DAL PARTITO LABURISTA DI CORBYN A YOUR PARTY

La tendenza a escludere i rivoluzionari da Your Party rispecchia l’esperienza del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn tra il 2015 e il 2020. In entrambi i casi, l’ostacolo decisivo non era solamente la pressione proveniente dalla destra o dai media, ma il potere duraturo di uno strato burocratico riformista radicato nelle istituzioni del movimento operaio britannico. Come abbiamo sostenuto altrove, questo strato ha la funzione di regolare e contenere la lotta, dando priorità al lavoro elettorale e alla stabilità interna rispetto alla chiarezza politica e alla mobilitazione di massa.

Sotto Corbyn, il Partito Laburista diventò per un breve periodo un luogo di politicizzazione di massa e di aspettative radicali. Centinaia di migliaia di persone aderirono al partito, molte delle quali giovani che entravano per la prima volta nella politica organizzata. Eppure il suo nucleo burocratico – il gruppo parlamentare, i funzionari non eletti, le dirigenze sindacali – ha agito ripetutamente per restringere il dibattito, emarginare la sinistra interna e bloccare qualsiasi radicalizzazione programmatica. Il risultato è stata una leadership accerchiata dal suo stesso apparato, retoricamente impegnata nei discorsi sul socialismo ma incapace di trasformare sia il partito che il suo rapporto con la lotta della classe lavoratrice.

In realtà, Corbyn si è adattato a questi vincoli burocratici, e alla fine li ha utilizzati contro la chiara volontà della base del partito: sull’immigrazione, sul secondo referendum sulla Brexit, sulla gestione delle accuse di antisemitismo. Il suo socialismo parlamentare lo ha portato a cedere alla destra del gruppo parlamentare laburista, perché Corbyn ha sempre creduto che solo con la loro base sociale (in gran parte borghese) avrebbe potuto vincere le elezioni, attraverso un programma riformista moderato. Nel Partito Laburista quello schema è andato in frantumi. Ma la sua essenza – il laburismo di sinistra – sopravvive nel Your Party, sotto forma di deputati proprietari terrieri e persino di ex candidati del Partito Conservatore ai consigli comunali scelti per rappresentare il partito.

Your Party sta ora ripetendo la stessa traiettoria in forma compressa e su scala molto più piccola. Ancora una volta, una dirigenza riformista si trova di fronte alla prospettiva che un afflusso di membri politicizzati – specialmente membri organizzati attorno a programmi rivoluzionari – possa costringerla a dibattiti decisivi su cosa significhi socialismo in pratica, su come possa essere realizzato e su quali conflitti con lo Stato, il capitale e l’ordine politico esistente ciò comporti. Come nel caso del Labour, la risposta che la dirigenza dà non è affrontare quei dibattiti, ma chiuderli amministrativamente.

Il linguaggio è cambiato. Laddove il vecchio New Labour di destra (ai tempi di Tony Blair, ndt) parlava di «eleggibilità» e l’apparato di Corbyn di «unità ampia», l’attuale leadership di Your Party parla di «idoneità», «chiarezza» e «fiducia». È una logica familiare. L’azione politica viene considerata una minaccia; le tendenze organizzate vengono dipinte come sleali o estranee; la democrazia viene ridotta a una conferma passiva di decisioni prese altrove. Sia nel Labour sotto Corbyn che nell’odierno Your Party, il riformismo burocratico opera sostituendo la leadership politica con il controllo amministrativo, e trattando il programma come un brand elettorale invece che come il frutto di discussioni e lotte collettive.

Il parallelo non è casuale. L’ambiente di consiglieri, ex membri dello staff laburista, funzionari sindacali e attivisti professionisti che si erano raggruppati attorno a Corbyn nel Labour si è ricomposto attorno a lui nel Your Party. Hanno portato con sé gli istinti acquisiti in un decennio all’interno di un apparato riformista di massa. Questi istinti non sono socialisti; sono i riflessi di uno strato sociale la cui posizione dipende dalla gestione del rapporto tra la classe lavoratrice organizzata e lo Stato capitalista: contenere la prima, rassicurare il secondo.

CHE COSA PUÒ ESSERE SALVATO

La lotta sulla natura di Your Party è ormai giunta al termine, risolta dall’alto. Le espulsioni sono un dato di fatto. La domanda per il periodo a venire è: cosa si può salvare da questa esperienza?

Migliaia di persone hanno aderito a Your Party per costruire qualcosa che mettesse al primo posto la classe lavoratrice, in patria e all’estero, e sfidasse la macchina politica del movimento operaio ufficiale. Quell’aspirazione persiste, anche se questo particolare veicolo è stato paralizzato dalla sua stessa leadership. Sono state costituite sezioni, costruite reti, nuovi militanti sono entrati per la prima volta nella politica organizzata. Nulla di tutto ciò scompare soltanto perché l’apparato ha scelto questa strada.

Il passo successivo più utile per le sezioni sopravvissute, le organizzazioni socialiste e i singoli militanti è quello di orientarsi verso l’esterno, verso le lotte della classe lavoratrice del prossimo periodo: la lotta contro i tagli comunali, la lotta contro il carovita, la solidarietà con i lavoratori in sciopero, la difesa dei migranti, l’opposizione al razzismo e all’estrema destra e la lotta alla corsa al riarmo. Un fronte unito su questa base – rivolto ai sindacati, ai militanti sui posti di lavoro e ai gruppi politici territoriali, non limitato alla sinistra organizzata – potrebbe dare un contenuto politico concreto alla richiesta di un partito dei lavoratori e tenere unite le migliori forze dell’esperienza di Your Party in una lotta comune, affrontando nel mentre le questioni complessive riguardanti il programma e l’organizzazione.

Queste questioni non possono essere affrettate. Possono trovare risposta solo attraverso una discussione politica seria, all’interno di ogni qualsiasi insieme di sezioni e di organizzazioni che emergeranno dalle macerie di Your Party, e sulla base del diritto di costituirsi in tendenza a di organizzarsi per difendere le proprie posizioni. Un’organizzazione rivoluzionaria non deve fingere di avere tutte le risposte; deve essere pronta a imparare dalla classe. Ma un programma politico — una strategia per guidare le lotte di oggi verso il socialismo — non può essere ricavato solo dal lavoro delle sezioni locali. Deve affrontare le grandi questioni del momento, e la questione più importante che il movimento deve affrontare oggi è ancora quella che il collasso di Your Party ha posto ancora una volta: riforma o rivoluzione?

Per i socialisti di tutto il mondo la lezione è ben nota, ma l’esperienza l’ha resa ancora più evidente. Il populismo di sinistra offre una via apparentemente più breve verso il successo politico rispetto alla paziente costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Lo fa sostituendo la vita politica collettiva della classe con l’autorità di un leader, un marchio elettorale e un apparato tecnocratico. Laddove questo tipo di partito viene messo alla prova da una lotta reale – o dalla semplice pressione dei propri membri politicizzati – il suo nucleo burocratico si reimpone contro la propria base. Podemos, La France Insoumise, Syriza e ora Your Party: i dettagli differiscono ma la dinamica di fondo rimane la stessa.

Rimane il compito di costruire, in Gran Bretagna e a livello internazionale, un partito rivoluzionario radicato nella classe lavoratrice, aperto nei suoi dibattiti e armato di un programma in grado di guidare la lotta verso il potere. Qualunque cosa rimanga al di sotto di ciò riprodurrà, sotto un nuovo marchio, gli stessi limiti che hanno ripetutamente bloccato l’emergere di un’alternativa socialista di massa.

Rebecca Anderson e KD Tait

Cuba: tra embargo e burocrazia, una rivoluzione contesa

 


All’inizio del 2026, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’offensiva contro Cuba: l’imposizione di dazi a qualunque paese tentasse di fornire petrolio all’isola. La misura, giustificata con la premessa che il governo dell’isola rappresenti una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense, ha aggravato la crisi energetica e portato il paese sull’orlo del collasso.

Non si tratta di un fatto isolato, ma della continuità di una politica sostenuta per oltre sei decenni. L’embargo/blocco economico, commerciale e finanziario ha condizionato strutturalmente lo sviluppo di Cuba e, lungi dal colpire i vertici governativi, ha avuto e continua ad avere un impatto diretto sulle condizioni materiali di vita della popolazione. Non è uno strumento di democratizzazione, ma un meccanismo di punizione collettiva.

In questo contesto di asfissia, il 13 marzo 2026 il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha confermato ciò che già si sospettava: L’Avana e Washington erano in «dialogo». Persino dagli Stati Uniti, il deputato cubano-americano Mario Díaz-Balart ha affermato l’esistenza di conversazioni di alto livello con l’entourage di Raúl Castro, in termini simili a quelli che l’amministrazione Trump ha intrattenuto con la cerchia ristretta di Nicolás Maduro.

Meno di 24 ore prima, il governo cubano aveva annunciato la scarcerazione di 51 persone in seguito alla mediazione del Vaticano. Sebbene non sia mai stata utilizzata la categoria di “prigionieri politici”, attivisti e organizzazioni per i diritti umani sostengono che parte di essi faccia parte del gruppo di oltre mille prigionieri di coscienza che, in ripetute occasioni, sono stati usati come moneta di scambio nei negoziati con Washington.

Cuba arriva a questo scenario schiacciata da una doppia pressione: l’aggressione esterna dell’imperialismo statunitense e i limiti interni di un modello sempre più chiuso, gestito da una burocrazia che ha ristretto la partecipazione popolare.

CUBA PER TUTTI, TRANNE PER I CUBANI

In una situazione di carenza quasi totale di greggio e senza la capacità di coprire un fabbisogno giornaliero di 100.000 barili, i blackout a Cuba raggiungono le 20 ore consecutive, con due interruzioni nazionali in meno di 15 giorni e un totale di 7 in meno di 18 mesi. Una paralisi quasi totale dell’economia e gravi ripercussioni sui servizi di base: salute, istruzione e alimentazione.

La risposta del governo cubano è stata l’applicazione di misure che richiamano il “Periodo speciale” (anni ’90): appelli all’autosufficienza e apertura agli investimenti stranieri nel settore privato, inclusi quelli provenienti da una diaspora storicamente stigmatizzata dallo stesso discorso ufficiale.

In alcune dichiarazioni alla NBC News, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ministro del Commercio Estero e pronipote di Fidel Castro, ha anticipato che il governo cubano è aperto a «mantenere una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi».

La disponibilità a negoziare con Washington non è nuova. Nel 2016, durante il cosiddetto “periodo del disgelo”, imprenditori statunitensi sbarcarono in massa per iniettare dollari nell’industria del turismo. Barack Obama non solo sventolò la bandiera statunitense all’Avana, ma assistette a una partita di baseball tra i Tampa Bay Rays e la nazionale cubana allo Stadio Latinoamericano: alla sua destra la famiglia, alla sua sinistra Raúl Castro, allora presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri.

La notizia di nuovi negoziati — privi di trasparenza sui termini — ha quindi risvegliato un misto di aspettativa e indignazione. Sui social network si ripeteva una frase: “hanno preferito dialogare con il nemico piuttosto che con il popolo”, riaprendo le ferite dell’11 luglio 2021, quando migliaia di persone scesero in strada in una protesta senza precedenti terminata con oltre 1.500 arresti. Tra questi, un numero significativo di minori.

«L’ordine di combattimento è stato dato», disse allora Díaz-Canel.

La rivolta ha messo a nudo la differenza tra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura di un manipolo di politici”. Sono rimasti per strada i resti di una rivoluzione svuotata di contenuto e tradita. Perché, insieme alla richiesta di cibo e medicine, il popolo ha gridato anche “libertà”.

LA LUCE CHE NON È MAI ARRIVATA DEL TUTTO

Il processo rivoluzionario del 1959 ha segnato un prima e un dopo nella storia di Cuba e nella lotta contro l’imperialismo statunitense in America Latina. La caduta di Fulgencio Batista fu il risultato dell’azione combinata del movimento operaio, contadino e studentesco, e trovò nello sciopero generale del 1° gennaio un punto di svolta che consolidò il trionfo. La mobilitazione popolare fu il motore delle prime trasformazioni: campagne di alfabetizzazione, impulso all’industrializzazione e un vasto sviluppo culturale.

Per la prima volta nella regione, una rivoluzione espropriò i latifondisti e la borghesia, aprendo un processo di transizione al socialismo a poche miglia dalla principale potenza imperialista del mondo. A soli 90 miglia di distanza, l’esperienza cubana divenne un riferimento per un’intera generazione, uno stimolo per le lotte antimperialiste, anticapitaliste e socialiste, e una sfida diretta al potere degli Stati Uniti.

Tuttavia, quell’energia non si è mai tradotta in un reale controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione. Con il passare del tempo, è stata assorbita da una burocrazia che non ha ceduto il potere, finendo per consolidarsi come una classe privilegiata.

Oggi, questa struttura si esprime in conglomerati come GAESA, sotto il controllo delle Forze Armate e senza meccanismi di controllo pubblico: un intreccio che spazia dai porti al turismo e al settore immobiliare, passando per la rete delle rimesse e i negozi in dollari, notevolmente più riforniti rispetto a quelli che operano in pesos cubani. La saggista e docente Alina López Hernández è arrivata a definire GAESA come un ossimoro all’interno di un paese che si proclama socialista.

Una dirigenza che, inoltre, ha ceduto risorse strategiche ad altri imperialismi come Russia e Cina, e che nel 2022 ha approvato un Codice Penale che ha ampliato i reati sanzionabili nel nome della “sicurezza dello Stato”, limitando ulteriormente le libertà politiche. La maggior parte di essi prevede la pena di morte come misura punitiva.

Ma il ruolo di questa burocrazia trascende l’ambito nazionale. Il suo consolidamento è stato legato alla dottrina stalinista del “socialismo in un solo paese”, che ha implicato la rinuncia all’espansione rivoluzionaria e l’accettazione della coesistenza con l’imperialismo come orizzonte. Sotto questa logica, lo Stato cubano ha agito più come fattore di contenimento che come motore emancipatore. Negli anni ’80, la burocrazia ha aiutato a incanalare i processi insurrezionali verso soluzioni negoziate in America Centrale. E due decenni dopo ha accompagnato il processo bolivariano entro i medesimi limiti: dando priorità alla stabilità dei governi rispetto alla radicalizzazione democratica e al protagonismo popolare.

Il risultato è una burocrazia che ha finito per scavare la fossa del proprio isolamento: un potere chiuso, conservatore e sempre più distante dalla base sociale che dice di rappresentare.

UNA FORMULA PER RESISTERE ALLE INGERENZE ESTERNE

Cuba arriva, dunque, al 2026 in uno scenario critico, dove la pressione esterna si combina con un modello interno esaurito. Una crisi multidimensionale, con una popolazione invecchiata che supera il 20%, pensioni che non coprono il costo base della vita, un sistema sanitario deteriorato, un’istruzione in regresso, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture collassate e un processo di dollarizzazione informale che acuisce le disuguaglianze.

A ciò si aggiunge la persistenza della repressione politica: le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 1.214 persone private della libertà per aver esercitato diritti fondamentali. Un dato parziale, poiché la cifra reale è sconosciuta e il Partito Comunista Cubano ne nega l’esistenza. Tutto ciò ha eroso la fiducia sociale del popolo verso un regime burocratico — e i suoi alleati internazionali campisti e progressisti — che ha sacralizzato concetti come Rivoluzione o Socialismo, ma ha spinto una parte della classe lavoratrice verso un’ultradestra che non offre risposte strutturali, e portando tre milioni di persone all’esodo di massa da Cuba.

Possono essere rivoluzionari coloro che cercano di perpetuare lo status quo? Sono rivoluzionari coloro che limitano le libertà politiche? O sono rivoluzionari coloro che lottano per ampliarle? Un popolo senza autodeterminazione — senza canali reali per deliberare e decidere — manca degli strumenti per resistere alle ingerenze esterne.

In questo contesto, emerge anche una nuova ondata di attivismo: un’avanguardia giovanile di sinistra critica che, dall’interno e dall’esterno dell’isola, inizia a contestare il senso stesso della Rivoluzione. Organizzazioni come Socialistas en Lucha (SeL), un collettivo marxista, anticapitalista, internazionalista e antiautoritario, promuovono da una prospettiva antimperialista e di difesa delle conquiste sociali la richiesta di diritti democratici, pluralismo politico, libertà di organizzazione e di protesta, nonché piena indipendenza dal regime di governo.

SeL ha assunto un ruolo attivo durante lo sciopero nazionale studentesco e dei docenti universitari del maggio 2025, in risposta al “tarifazo” (aumento delle tariffe) del governo sui servizi internet, che mirava a limitare il consumo interno e favorire il pagamento in dollari attraverso ricariche e rimesse.

«Dissentire dal castrismo da sinistra è una posizione politica di estrema coerenza», ha dichiarato Raymar Aguado Hernández, membro del collettivo.

In questa frattura — tra la critica all’autoritarismo interno e il rifiuto dell’ingerenza esterna — si gioca oggi una delle contese più complesse del presente cubano.

Per questo, più che mai è necessario circondare il popolo di solidarietà attiva, senza bé subordinazione al regime né concessioni all’imperialismo. Non una solidarietà astratta, ma impegnata nella difesa dei diritti politici, delle condizioni materiali di vita e dell’autonomia di chi resiste dentro e fuori l’isola.

Riprendersi la rivoluzione non è un gesto nostalgico: è un compito aperto il cui esito dipenderà dalla capacità del popolo cubano di tornare a essere soggetto della propria storia, riconfigurare i propri orizzonti politici e affrontare, dal basso, il senso stesso dell’emancipazione.

Daniella Fernández Realin