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UE, un altro mattone nel muro della “fortezza Europa”

 


Il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, approfondendo una politica migratoria reazionaria. L’estrema destra e Trump stanno provocando una forte reazione, che si è manifestata con mobilitazioni di massa contro le loro politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’unità d’azione nella mobilitazione e il fronte unico sono strumenti potenti per contrastarli. L’alternativa alla barbarie è il socialismo, in un mondo senza frontiere

UN SALTO NELLA POLITICA DI ESPULSIONE

Dopo aver ottenuto l’approvazione degli Stati membri (il Consiglio) alla fine dello scorso anno, l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, che prevede: la creazione di centri di rimpatrio in paesi terzi, l’estensione della durata della detenzione, la sospensione delle prestazioni sociali, i controlli d’identità, le ispezioni nei luoghi di lavoro e i divieti di ingresso. Inoltre, ha aperto la porta alla cooperazione con regimi extracomunitari, cosa che non è nuova ma che ora ha subito una legittimazione.

Nel testo, che è stato ratificato al Parlamento Europeo con i voti del Partito Popolare Europeo, dei conservatori e dell’estrema destra, è stato eliminato il punto più controverso, ovvero la possibilità di effettuare ricerche porta a porta di persone prive di documenti, come fanno gli agenti incappucciati dell’ICE negli Stati Uniti. Ma è possibile che si tratti solo di una soluzione momentanea, poiché il Consiglio non respinge le retate e gli arresti domiciliari, per cui rimane aperta la possibilità che vengano inclusi in seguito a negoziati istituzionali. Hanno così aggiunto un nuovo mattone alle mura della “fortezza Europa”.

GRADUALE SVOLTA DI NORMALIZZAZIONE DELL’ESTREMA DESTRA

L’idea di esternalizzare la politica di asilo (trasferimento forzoso in paesi diversi da quelli di sbarco e di destinazione, ndt) non è nuova per l’UE. In passato era stata scartata più volte per questioni legali, ma ora è una realtà. Le decisioni adottate continuano a smantellare il “cordone sanitario” contro l’estrema destra e, di conseguenza, contribuiscono alla sua normalizzazione istituzionale e sociale.

Nel corso del 2015 è scoppiata una crisi migratoria quando un milione di rifugiati raggiunse i confini europei. Da allora, il blocco delle entrate ha seguito una via altalenante, ma in una direzione chiaramente reazionaria, manifestatasi con le crisi delle navi come la Ocean Viking e molte altre, bloccate nel Mediterraneo.

L’arrivo di barconi che vengono abbandonati al loro destino o a cui viene impedito l’ingresso dalle autorità europee fa sì che molti finiscano in fondo al mare. I dati di varie ONG, diverse fra loro (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Caminando Fronteras, ecc.) ma concordi nelle stime, danno per scontato che si tratti di cifre sottostimate a causa delle imbarcazioni scomparse e delle morti non registrate. Alcuni dati approssimativi mostrano l’orrore che l’Europa sta alimentando: nel 2025, via mare, sono morti tra 2.000 e 2.500 persone. In rotta verso la Spagna, su piccole imbarcazioni, sono morte 3.090 persone, di cui 437 bambini.

NON SONO EPISODI OCCASIONALI, MA UNA DERIVA DURATURA

La prossima estate entrerà in vigore il Patto sull’asilo e la migrazione, con la creazione di centri di rimpatrio verso paesi terzi – senza che sia necessario alcun tipo di legame con il luogo di destinazione – ma previo accordo con gli Stati membri. Nel 2018 si era tentato di creare delle “piattaforme di sbarco”, progetto che però dovette essere abbandonato a causa dei dubbi sulla sua legalità. Fu allora che gli accordi migratori con la Turchia aprirono la strada a comprare con milioni di euro i governi dei paesi di origine e di transito in cambio del blocco delle imbarcazioni nel Mediterraneo.

La crescente “mano dura” sull’immigrazione è una tendenza che si consolida. Nel 2025 in Francia, Macron ha schierato 4.000 agenti di polizia per effettuare retate nelle stazioni degli autobus e dei treni, e da tempo promuove una legislazione anti-immigrati. Nel Regno Unito, guidato dai pseudoprogressisti del Partito Laburista, si è festeggiato un numero “record” di retate in luoghi come saloni di manicure, lavanderie e parrucchieri. In Belgio, il governo sta valutando la possibilità di consentire alla polizia di perquisire le abitazioni. E la prima ministra italiana Giorgia Meloni è l’avanguardia dell’esternalizzazione delle espulsioni: con l’appoggio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promosso la creazione di centri di detenzione temporanea in Albania.

PEDRO SANCHEZ NON ALTERA LA REGOLA

Il presidente spagnolo Pedro Sánchez (PSOE) ha adottato alcune misure parziali che si allineano rigorosamente alla dinamica dominante, mentre critica Trump. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il suo partito è un pilastro del regime del ’78, plasmato dal franchismo con un’impronta razzista. Non mette in discussione le normative europee, ha accordi con il Regno del Marocco per fermare l’immigrazione in quel paese e reprimere alla frontiera meridionale spagnola, che è la porta d’ingresso in Europa, come hanno fatto le forze di entrambi i paesi uccidendo più di 40 persone alla frontiera di Melilla. Mantiene in vigore la nefasta legge sull’immigrazione ed effettua anche rimpatri immediati. Le quote di migranti che ammette si basano sulla necessità di disporre di manodopera a basso costo che mantenga in piedi i fondi pensionistici. Lo fa perché il suo governo è molto contestato, ha bisogno di riconquistare i settori che si sono allontanati e intende guidare un fronte “progressista” internazionale insieme ad altri riformisti.

In definitiva, le pratiche reazionarie, discriminatorie e violatorie dei diritti umani non sono solo patrimonio dei governi ultranazionalisti, ma anche dei liberali e di coloro che si definiscono falsamente “socialisti” e “di sinistra”.

MOBILITAZIONI DI MASSA NEGLI USA E NEL REGNO UNITO

Il corso degli imperialismi europei procede all’ombra dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il cui operato è noto per le misure razziste e la brutalità disumana dei suoi agenti. Ma questo non è l’unico aspetto della crescente polarizzazione politica e sociale che attraversa il mondo.

Trump è messo sotto scacco dalle mobilitazioni. Centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova ondata di mobilitazioni in tutti gli Stati Uniti, articolate attorno al movimento “No Kings”, con circa 3.300 marce in città grandi, medie e in zone rurali. Si tratta della terza grande mobilitazione nazionale dal 2025. I cortei di massa, con cori, costumi e cartelli, sono un riflesso della repulsione nei confronti di Trump come un fenomeno che trascende i grandi centri urbani e raggiunge persino gli stati tradizionalmente conservatori.

Le cause di questa esplosione sono legate alla svolta autoritaria e bellicista del governo di Trump: l’uso intensivo di ordini esecutivi per aggirare il Congresso, gli interventi militari in Palestina e in Iran, la repressione migratoria — con retate, deportazioni e violenze da parte della polizia — e una politica economica che aggrava la crisi del costo della vita. Trump è un mostro che va sconfitto!

E nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, mezzo milione di persone è sceso in piazza a Londra per protestare contro l’avanzata dell’estrema destra e le guerre in Iran e a Gaza. Gli slogan principali univano il rifiuto del razzismo e dell’islamofobia, la difesa dei rifugiati e una forte denuncia contro figure dell’estrema destra come Nigel Farage (Reform UK), insieme a critiche agli agitatori reazionari e al ruolo delle potenze occidentali nei conflitti internazionali.

La mobilitazione ha anche messo in discussione il governo del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, accusandolo di aver abbandonato i propri principi storici e di mostrare complicità o passività di fronte alle offensive di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. In questo contesto, la protesta ha espresso non solo un rifiuto dell’estrema destra ma anche una crescente rottura con il Labour, che settori della sinistra ritengono responsabile di non offrire una reale alternativa all’avanzata reazionaria.

UNITÀ NELLA MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI E DEMOCRATICI

La svolta reazionaria nell’UE e in altri governi europei riprende il programma e le misure dell’estrema destra. Per questo respingiamo il Regolamento sul rimpatrio, il Patto sull’asilo e la migrazione e ogni politica di esternalizzazione delle frontiere, di detenzione e di espulsione dei migranti. Nessuna persona è illegale!

Difendiamo l’apertura delle frontiere, il pieno diritto a emigrare, all’asilo, la chiusura dei centri di detenzione e la fine immediata dei respingimenti. Lottiamo per la cancellazione delle leggi reazionarie e per il riconoscimento di tutti i diritti politici, sociali e lavorativi per i migranti, a parità di condizioni con la classe lavoratrice autoctona. Documenti per tutti, subito!

Lottiamo per la più ampia unità d’azione per affrontare queste politiche nelle strade, promuovendo l’organizzazione indipendente dei lavoratori, dei migranti e dei rifugiati. Solo attraverso una mobilitazione di massa e prolungata sarà possibile sconfiggere questa offensiva reazionaria. C’è bisogno di un movimento intercontinentale in difesa dei diritti dei migranti!

SOCIALISMO O BARBARIE. PER UN MONDO SENZA FRONTIERE

La radice di queste politiche è in un sistema capitalista in crisi che ha la necessità di dividere la classe lavoratrice per mantenere i propri profitti. Per questo motivo la lotta contro il razzismo, le espulsioni e la “fortezza Europa” è indissolubilmente legata alla lotta per una soluzione socialista, basata sulla solidarietà internazionale e sul governo dei lavoratori. Socialismo o barbarie è un’alternativa sempre più attuale, e che richiede di lottare per un mondo senza frontiere.

Florencia Salgueiro

“No kings! No ICE! No war! No capitalism!”

 


Sabato 28 marzo si è tenuta la terza delle giornate “No Kings” contro Trump. La gente è scesa nelle strade in centinaia di città negli Stati Uniti e nel resto del mondo. A Madison, nel Wisconsin, circa 6.000 persone hanno sfilato per le strade. Kim Gasper-Rabuck, militante a Madison di Socialist Horizon (Lega Internazionale Socialista), ha preso la parola durante il comizio. Di seguito si riporta una trascrizione del suo intervento.

Grazie per avermi concesso la parola. Conosco molte persone a Madison, ma per quelli che non ho ancora conosciuto mi chiamo Kim Gasper-Rabuck. Sono una mamma, un’educatrice, una socialista rivoluzionaria, militante di Socialist Horizon di Madison.

Ci sono centinaia di migliaia, molto probabilmente milioni di persone, in tutto il mondo che protestano oggi contro Donald J. Trump. Sono felice di essere tra questi milioni. Vogliamo tutti protestare contro questo pezzo di merda straordinariamente razzista, misogino, transfobico, imperialista e capitalista.

Il motivo per cui speravo di dire qualcosa oggi è che, a mio modesto parere, Donald J. Trump non è la radice del problema, ma piuttosto è un sintomo di un sistema capitalista in crisi; uno che sfrutta e opprime tutti noi per creare profitti per pochi.

Donald Trump non è il motivo per cui abbiamo un bilancio di guerra da miliardi di dollari. Il bilancio di guerra cresce astronomicamente anno dopo anno, indipendentemente dal governo capitalista al potere.

Trump non ha causato quei 40 milioni di americani affamati. Il dottor Martin Luther King Jr parlò dei 40 milioni di americani affamati già nel 1967. Nessuno dei due partiti del regime ha fatto qualcosa che abbia lasciato il segno per ridurre quel numero.

Trump non ha creato il complesso militar-industriale, il sistema carcerario statunitense, né quel sistema che costituisce un viadotto dalla scuola alla prigione. Tutto questo è esploso in maniera crescente durante le amministrazioni Reagan-Bush-Clinton-Bush-Obama-Biden prima di lui.

Lui e i repubblicani non hanno creato da soli la crisi climatica.

Trump non ha dato inizio ai livelli epidemici di aggressioni sessuali che tutti noi affrontiamo.

Non ha abolito il diritto all’aborto ed è stato “pro-choice” per decenni.

Trump non ha creato l’ICE, né la Border Patrol lungo i confini, né ha iniziato le deportazioni e le detenzioni, anche se le ha portate a proporzioni epiche! Tutta questa mostruosità è stata creata in precedenza. E non è stato lui il presidente che ha avviato il finanziamento e l’armamento del genocidio sistematico del popolo palestinese. Sono stati bensì Joe Biden e Kamala Harris!

Loro hanno dato il via libera al sionista assassino Benjamin Netanyahu più e più volte; hanno mandato navi cariche di bombe e di armi per massacrare oltre 100.000 palestinesi, mentendo spudoratamente alla gente fingendo di “organizzare un cessate il fuoco”.

Trump continua questi crimini, ma l’impero è uno sport di squadra bipartisan.

E’ stato il presidente democratico Harry S. Truman ad uccidere il maggior numero di esseri umani in un solo momento per difendere l’impero USA, sganciando due bombe nucleari su Hiroshima e su Nagasaki incenerendo più di 150.000 persone.

I partiti Repubblicano e Democratico hanno commesso quelle atrocità su richiesta della classe capitalista statunitense, lavorando mano nella mano per realizzare la volontà dei miliardari che vogliono più profitto, più petrolio e più potere.

La regione del Golfo Persico possiede le più grandi riserve complessive di petrolio greggio al mondo. Entrambi i partiti controllano il governo degli Stati Uniti per agire come guardiani che promuovono e difendono militarmente in quella regione gli interessi finanziari di Exxon Mobile, Shell, BP e Chevron. Da decenni desiderano controllare l’Iran e reinstallare un nuovo dittatore fantoccio come il precedente scià di Persia, così da poter governare nuovamente quel paese alle loro condizioni.

Sotto Obama, Trump e Biden, entrambi i partiti hanno supervisionato la costruzione di bombe “bunker-buster” da 30.000 libbre con lo scopo dichiarato di attaccare e distruggere i bunker iraniani e di annientare la loro leadership. La disastrosa guerra di Trump è l’esito inevitabile di un processo già in corso da anni.

Oggi ci troviamo all’apice di una massiccia guerra regionale, potenzialmente mondiale, che costa ai contribuenti più di un miliardo di dollari al giorno. Sono i nostri soldi, spesi per bombardare un paese che la maggior parte degli americani avrebbe difficoltà a trovare sulla carta geografica, e dove, nel primo giorno di bombardamento, sono state martirizzate 185 bambine mentre si trovavano sui banchi di scuola.

Ora il governo si prepara ad autorizzare altri 200 miliardi di dollari per espandere la guerra e inviare forze d’invasione. I politici del Partito Democratico, teoricamente indignati, hanno scelto di non convocare le masse in strada per fermare la guerra, non hanno raccomandato a tutto il paese di scioperare per fermare questa guerra, che è esattamente ciò che potrebbero fare per assicurare che questa guerra sia conclusa immediatamente.

Piuttosto si lamentano ad alta voce di non essere stati invitati ad autorizzare loro stessi questa guerra tramite il “War Powers Act”, e ora hanno scelto di entrare in pausa per due settimane come se fossero studenti universitari nella pausa primaverile.

Bisogna essere onesti al 100%: il Partito Democratico non ha mai realizzato un bilancio per spese militare o di polizia di cui non fosse soddisfatto.

Quindi, mentre palestinesi, iraniani, cubani, venezuelani, libanesi, siriani e altri vengono attaccati, subiscono embargo, subiscono una perdita massiccia di vite umane, patiscono la fame, amputazioni e altre forme di violenza inimmaginabili, i funzionari del Partito Democratico che conducono queste proteste No Kings non si sono mai palesati nell’urlare a pieni polmoni per porre fine a queste guerre imperialiste di aggressione.

Questa manifestazione, oggi 28 marzo, rappresenta il primo giorno del più grande movimento contro la guerra che questo paese abbia mai conosciuto. Avrebbero dovuto farlo i Democratici, ma hanno scelto di non farlo, perché il loro partito è altrettanto entusiasticamente imperialista quanto quello di Donald J Trump. I partiti capitalisti e imperialisti non metteranno fine a questa guerra, ma noi possiamo!

Ci sono quaranta milioni di americani affamati ai quali sono stati tagliati i buoni pasto. Più di 700.000 di queste persone, la maggior parte dei quali sono bambini, anziani e disabili, vivono qui nel piccolo stato del Wisconsin. Più di 40.000 di questi vivono proprio a Madison.

I miei amici non hanno abbastanza soldi per mettere il cibo in tavola per i loro figli e contemporaneamente comprare il detersivo per lavare i vestiti.

Migranti, rifugiati e richiedenti asilo qui a Madison, di cui circa 30.000 donne, uomini e bambini, temono di andare dal medico, al lavoro, a fare la spesa, temono di andare a scuola, a causa del terrore delle pattuglie dell’ICE nei loro quartieri.

Nessuno di noi può permettersi di rimborsare i prestiti studenteschi governativi, con un debito totale attualmente di 1,6 miliardi di dollari: il doppio dell’importo dovuto nel 2016.

I nostri figli adulti sono pagati così male che vivono con noi fino a 30 anni, che essi lo vogliano o meno. Il mese scorso ha registrato il numero più alto di pignoramenti di automobili della storia degli Stati Uniti.

Copriamo le emergenze e gli abbandoni sanitari individuali attraverso le campagne GoFundMe, o con le bancarotte personali, perché circa 30 milioni di persone non hanno assistenza sanitaria, perché non abbiamo un sistema sanitario nazionalizzato.

I banchi alimentari in tutto il paese stanno esaurendo le scorte.

Siamo sovraccarichi di lavoro, con poco personale, sottopagati, e i nostri lavori fanno schifo, con orari estesi, pochi o nessun indennizzo, condizioni di lavoro pessime e padroni oppressivi. Veniamo licenziati o messi nelle liste nere per aver cercato di costituire sindacati.

Abbiamo disastri naturali come inondazioni e incendi, contaminazioni dell’acqua e del suolo con sostanze polifluoroalchiliche (PFAS), e questo a causa del cambiamento climatico.

Non abbiamo le risorse per garantire il diritto all’aborto laddove è ancora legale.

Le persone queer non possono usare il bagno che vogliono, praticare sport o camminare per strada di notte senza il timore di essere picchiate.

Questa è la realtà, ed è una realtà insostenibile con la quale io non sono più disposta a convivere!

Gli Stati Uniti sono il paese più ricco della storia del mondo. Il capitalismo globale potrebbe sfamare tutte le persone del mondo e mantenerle sfamate. Non esiste la penuria, c’è solo il furto legale e organizzato della maggior parte della ricchezza che produciam da parte di miliardari tronfi e dei guerrafondai del capitalismo.

Non c’è motivo perché qualcuno di noi non ne faccia a meno! C’è solo una penuria prodotta dal capitalismo, ovvero una disuguaglianza imposta a causa del sistema guidato dal profitto. Non dovrebbero esserci milionari o miliardari. Non c’è bisogno della classe dominante dei parassiti.

Meritiamo di meglio. Lo meritiamo tutto. E dovremmo riprenderci ciò che è nostro, i frutti del nostro lavoro.

Dobbiamo arrivare tutti a capire che non voteremo per entrare in un nuovo ordine mondiale a nostro vantaggio, è chiaro che il sistema bipartitico ha storicamente garantito, e continuerà a garantire, la nostra sofferenza, maggiori vite perse, più abusi e più stupri di donne e bambini. Ma questo solo finché glielo permetteremo.

Una società bella, libera, collettiva e umana, è davvero possibile, e nascerà solo attraverso la lotta rivoluzionaria. Sono militante di Socialist Horizon qui a Madison, e se ciò che ho detto ha senso per voi, spero che vi unirete a noi per il nostro prossimo incontro pubblico, dove discuteremo di cosa sia il socialismo e di come possiamo arrivarci.
Vi invitiamo, quindi, ad unirvi ad un progetto partecipativo di mutuo soccorso sabato 11 aprile.

Kim Gasper-Rabuck

Un’altra sconfitta del sionismo. I giudici confermano l’assoluzione di Alejandro Bodart


 La magistratura di Buenos Aires ha dichiarato «inammissibili» i ricorsi presentati dalla DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina) e dalla Procura. Questa nuova sentenza è la quarta a favore del nostro compagno Alejandro Bodart. Respinge l’ultimo ricorso, conferma la sua assoluzione e infligge una nuova sconfitta ai tentativi del sionismo di criminalizzare la difesa del popolo palestinese e la denuncia del genocidio

Una nuova e schiacciante sentenza giudiziaria ha appena inflitto una dura sconfitta al sionismo e ai suoi tentativi di censura. Lo scorso 27 marzo 2026 la Prima Sezione della Corte di Cassazione e d’Appello in materia penale della Città Autonoma di Buenos Aires ha deciso di dichiarare totalmente inammissibili i ricorsi di incostituzionalità presentati dalla Procura e dalla parte civile della DAIA. Entrambe le parti cercavano di portare il caso davanti al Truibunale Superiore di Giustizia locale per ribaltare l’assoluzione del nostro compagno Alejandro Bodart.

Questa decisione conferma ancora una volta un principio fondamentale per la nostra attività politica e per i diritti umani, stabilendo che denunciare il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese non costituisce alcun reato.

Per comprendere la portata di questa vittoria è necessario ripercorrere il modo in cui il sionismo ha cercato di criminalizzare la libertà di espressione nel corso di tutti questi anni. Tutto è iniziato con alcuni semplici messaggi sui social network in cui Bodart metteva in discussione le azioni criminali dello Stato di Israele. In un primo momento, il giudice incaricato del caso ha respinto l’accusa, ma l’insistenza della parte civile è riuscita a imporre l’avvio di un processo orale. Durante quel processo sono stati chiamati a testimoniare esperti qualificati, e la forza delle prove ha portato a una prima e indiscutibile assoluzione. Non volendo accettare la realtà, la lobby sionista ha presentato ricorso in appello e ha ottenuto una condanna provvisoria. Quell’enorme ingiustizia è stata rapidamente ribaltata nel settembre 2025, quando la Corte di Cassazione ha annullato la pena e ha nuovamente assolto il nostro compagno. Ora, di fronte al disperato tentativo della DAIA e della Procura di continuare a inasprire il conflitto giudiziario, i giudici chiudono nuovamente loro la porta in faccia respingendo il loro ricorso.

In questa ultima istanza i querelanti hanno cercato di sostenere che la precedente sentenza di assoluzione fosse priva di logica e risultasse arbitraria. Hanno preteso che venisse applicata esclusivamente la definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IRHA) e hanno affermato che i messaggi di Bodart rappresentassero un discorso di odio secondo le linee guida del Piano d’Azione di Rabat (sulle modalità di valutazione dei discorsi d’incitamento all’odio, approvato dall’ONU nel 2012, ndt).

Il tribunale ha smontato completamente queste rozze manovre, spiegando che la denuncia non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un vero e proprio caso costituzionale. In definitiva, la risposta della Giustizia ha smascherato l’inganno della DAIA e della Procura. I denuncianti non avevano alcun argomento costituzionale concreto da presentare, e la loro unica rimostranza era che i giudici precedenti avessero interpretato le pubblicazioni a favore del nostro collega Bodart, riconoscendogli il diritto di esprimere la propria opinione.

Attraverso questo ricorso in appello, i querelanti intendevano utilizzare la massima autorità giudiziaria della città come una sorta di ripescaggio per forzare una condanna per puro capriccio ideologico, che avrebbe costituito anche un tentativo di punire chiunque tenti di difendere la causa palestinese. Il loro è stato un tentativo disperato, che i magistrati hanno bloccato, chiarendo la non disponibilità delle alte sfere giudiziarie ad assecondare i capricci politici frutto della frustrazione sionista. Inoltre, i giudici hanno respinto la questione di gravità istituzionale sollevata dall’accusa, ritenendo che le sue affermazioni fossero generiche e prive di fondamento per giustificare l’intervento della massima autorità giudiziaria locale. Ciò significa che la querela ha cercato di inventarsi che le dichiarazioni del nostro compagno mettessero a rischio l’intera società e minacciassero la convivenza pacifica. Hanno cercato di ingigantire il caso in modo del tutto artificiale per generare allarme e costringere il Tribunale Superiore a occuparsi del caso.

Tutte queste sentenze giungono esattamente alla stessa conclusione. È stato pienamente dimostrato che non vi è stata alcuna azione discriminatoria. L’intero procedimento persecutorio orchestrato dalla DAIA è stato un chiaro intento di criminalizzare un’espressione politica di condanna del genocidio e di difesa del popolo palestinese.

L’enorme lavoro degli avvocati difensori María del Carmen Verdú e Ismael Jalil è stato fondamentale per smontare ogni singola menzogna presentata dal pubblico ministero e dai querelanti. Questo grande trionfo appartiene a loro, al nostro compagno Bodart, ai militanti del MST e della LIS e all’immensa campagna di solidarietà nazionale e internazionale che si è mobilitata per fermare questo abuso istituzionale.

Speriamo che i difensori del genocidio smettano di insistere con i loro ricorsi assurdi e riconoscano una volta per tutte questa assoluzione definitiva. Conoscendo la natura di questi personaggi, e sfruttando la forza che ci dà questa lotta, ci prepariamo a qualsiasi tentativo di continuare la persecuzione. Perché è emerso chiaramente che si è trattato della fabbricazione di un caso esemplare al fine di limitare la libertà di opinione e ogni critica al genocidio, e che ciò è fallito. Indubbiamente tanto accanimento è dovuto al fatto che la realtà del genocidio sta venendo alla luce e che denunciarlo non è un reato.

Oggi il mondo intero si mobilita per condannare il massacro in Medio Oriente. Questa sentenza rappresenta uno scudo indispensabile per proteggere altri attivisti perseguitati dal sionismo a livello mondiale. La forza di questa vittoria legale ci dà molta più forza per esigere l’immediata archiviazione di procedimenti persecutori simili, come quello che sta affrontando attualmente la compagna Vanina Biasi.

Forti di questo importantissimo trionfo, manteniamo alta la guardia e portiamo avanti la campagna e le azioni in difesa di Bodart. Non permetteremo mai che le nostre voci vengano messe a tacere e continueremo a denunciare il genocidio perpetrato da Israele fino alla conquista di una Palestina veramente libera dal fiume al mare.

Gonzalo Zuttión

Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

Abbattere il capitalismo! Socialism for future!

 


Dichiarazione di emergenza ambientale nazionale, subito!

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del 27 marzo

Le condizioni dell’ambiente naturale stanno peggiorando. La crescita di eventi climatici estremi, crisi sanitarie e grandi migrazioni forzate, sono la conseguenza di una economia basata sul profitto, che ignora i bisogni sociali e distrugge la natura. La competizione fra grandi potenze e borghesie nazionali causa guerre e caos globale, aggiungendo altre catastrofi ad un sistema già distruttivo in tempi di pace.

Questo sistema si chiama capitalismo. Un sistema industriale inefficiente che, per moltiplicare i profitti di pochi, saccheggia il pianeta di una quantità sempre maggiore di materie prime, sbanca territori e brucia foreste, per produrre sempre più merci e rifiuti: così, all’infinito. Una follia, che dev’essere fermata con ogni mezzo possibile!

Il new-green-deal europeo, già di per sé inapplicabile, in quanto inserito nella logica del profitto, è crollato di fronte ai più appetitosi investimenti nell’industria bellica dei vampiri guerrafondai. Così come è fallita l’ultima conferenza ONU sul clima (COP29), sabotata dalle grandi potenze, Stati Uniti in testa.

Le vittorie elettorali delle destre, che negano la crisi ambientale, dimostrano che la riforma ecologica del capitalismo è una illusione. Ed è proprio questa illusione la causa della debolezza dei movimenti ambientalisti e della sinistra: il capitalismo non può essere riformato, va distrutto dalle fondamenta. La sorte del pianeta non può dipendere dagli interessi di pochi miliardari. I capitalisti, la borghesia, sono parassiti, che nascondono l’ignoranza con la potenza della tecnologia. Sono buoni soltanto a distruggere!

Che fare per resistere e contrattaccare? Rifiutare le compatibilità stabilite dalla classe dominante, che vuole conservare lo stato di cose presenti e i profitti derivati dalla distruzione dell’ambiente e dallo sfruttamento dei lavoratori. La produzione dei beni deve essere pianificata, secondo i bisogni sociali e i limiti ambientali. La classe proprietaria concentra ricchezza, potere e strumenti di coercizione, ma è la minoranza. La classe che vive del proprio lavoro o che da esso è esclusa è la grande maggioranza della società. Per questo è possibile rovesciare l’ordine esistente: unitevi al PCL e vedrete che il capitalismo è un colosso con le fondamenta di argilla.

Il nostro programma in sei punti

  • Dichiarazione immediata dell’emergenza nazionale socio-ambientale.
  • Per la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, di tutte le aziende che inquinano o licenziano. Ciò include la riqualificazione professionale di tutti i lavoratori delle industrie interessate con garanzia di continuità salariale e il livello dei diritti lavorativi precedenti.
  • Divieto dell’industria pubblicitaria capitalistica che incoraggia il consumo artificiale, confonde e inganna la popolazione. Democratizzazione generale dei mass media, basata sulla proprietà statale con controllo sociale.
  • Per un piano nazionale di riassetto idrogeologico del territorio. Per l’abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Apertura di tutte le frontiere ai flussi migratori climatici.
  • Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può imporre tali misure di svolta, il resto sono solo illusioni!

Partito Comunista dei Lavoratori