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LA GUERRA IMPERIALISTA E PATRIARCALE SULLA PELLE DELLE DONNE E DELLE SOGGETTIVITÀ OPPRESSE

  Il 2026 si è aperto nel segno dell’instabilità geopolitica ed economica determinata dalla crisi dell’ordine capitalistico. Una crisi le cu...

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Nessun coinvolgimento nella guerra sionista americana!

 


Ipocrisia europea e complicità italiana

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Mentre lo Stato sionista e l’imperialismo USA proseguono l’aggressione all’Iran, le basi militari in Italia sono già di fatto operative. Non c’è bisogno di una formale richiesta americana, che tanto potrebbe arrivare come no. L’uso delle base di Sigonella è pienamente attivo: 24 voli militari USA dallo scalo prima del 28 febbraio, diretti alla base di Souda Bay (Creta) in preparazione dell’attacco. Un uso logistico, indiretto, a fini di rifornimento e trasporto truppe. Ma in ogni caso un uso a fini militari nel quadro di un’aggressione di guerra.

Non è certo la prima volta. La stessa Giorgia Meloni ha ricordato gli accordi bilaterali tra Italia ed USA sull’uso delle basi, siglati nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995, e naturalmente ben custoditi dai governi italiani di ogni colore politico. Accordi in larga parte (scandalosamente) secretati, che consentono l’uso logistico e “tecnico” delle basi militari senza alcuna esigenza di particolari permessi politici. Vincoli analoghi coinvolgono peraltro in varie forme tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

L’ipocrisia dei governi imperialisti europei è clamorosa. Formalmente nessuno dei governi imperialisti di Europa è direttamente coinvolto nella guerra israeliano-americana all’Iran. Anche perché la linea Trump emargina i vecchi alleati (Gran Bretagna inclusa) da ogni decisione di politica estera, mettendoli di fronte al fatto compiuto, senza neppure informarli. Ma nessuno tra i grandi d’Europa ha la volontà e l’interesse ad opporsi. In fondo l‘America fa il lavoro sporco che noi non siamo in grado di fare”è stato fatto filtrare ufficiosamente ai margini dei lavori della UE.

Una confessione in piena regola, già rilasciata un anno fa dal governo tedesco a sostegno del genocidio sionista, e oggi ribadita per la guerra all’Iran. Una sintesi di invidia, impotenza, complicità.

Parlano i fatti. La stessa Germania di Merz che a Monaco qualche settimana fa aveva lamentato la rottura americana del Patto transatlantico è corsa precipitosamente alla Casa Bianca nel quarto giorno di guerra per ostentare le relazioni con Trump. Al punto che persino la compiacente stampa tedesca parla di una figura umiliante per Merz. La Francia di Macron ha parlato dell’attacco americano all’Iran come di un atto estraneo al cosiddetto diritto internazionale, ma ha concluso che l’Iran non deve difendersi, per evitare escalation. Mentre la portaerei Charles De Gaulle prende il largo per tutelare gli interessi della Francia. Solo il governo di Spagna – che pure ha anch’esso accresciuto le proprie spese militari – dichiara il proprio no alla guerra sull’onda di sondaggi che rivelano l’opposizione alla guerra dell’80% della popolazione spagnola. Ma la dissociazione non si traduce in rottura, e si combina con la richiesta di rispetto per la Spagna quale membro leale della NATO. Nel mentre navi militari francesi, olandesi, italiane, spagnole, si dirigono verso Cipro.

Il governo italiano partecipa all’ipocrisia europea da una angolazione particolare, e con crescente difficoltà. Nel corso dell’ultimo anno Giorgia Meloni ha coperto la figura e la linea di Trump in tutte le forme possibili, presentandosi come pontiere tra America ed Europa nel nome dell’Occidente. Ma il corso politico banditesco di Donald Trump sia in politica interna (Minneapolis) che in politica estera, e la conseguente reazione al trumpismo nell’ultima fase in settori crescenti dell’opinione pubblica, complicano il sostegno di Meloni al Presidente americano. Ed anzi lo espongono ad un rischio di rigetto, tanto più preoccupante alla vigilia di un referendum decisivo per il governo.

Da qui il silenzio imbarazzato della Presidente del Consiglio sulla guerra all’Iran, le sue contorsioni, il suo arrampicamento sugli specchi. Da un lato “non siamo in guerra e non ci vogliamo entrare”. Dall’altro aiuti militari alle monarchie del Golfo e difesa degli accordi bilaterali tra Italia e USA circa l’uso delle basi. Con una logica di scambio: non è un caso se poche settimane fa la NATO ha riconosciuto all’Italia il ruolo di guida della sua base di Napoli, il più grande presidio militare occidentale del Sud Europa.

Solo sudditanza verso gli USA? Solo complicità ideologica col trumpismo? No, non c’è solo questo. C’è anche l’interesse specifico dell’imperialismo italiano nella politica estera del governo Meloni. La proiezione dell’Italia in Medio Oriente ha fatto un salto col piano Mattei. Gli affari con le monarchie del Golfo coinvolgono tutte le grandi aziende energetiche e tutta l’industria bellica tricolore. I viaggi del ministro Crosetto negli Emirati Arabi non sono turistici, seguono la rotta degli appalti nelle infrastrutture, nella logistica, nella cantieristica, nella produzione militare. La flotta navale del Qatar, ad esempio, è in larga parte di produzione italiana. Tutto ciò non significa solo profitti, ma anche allargamento di proprie aree di influenza, maggiori entrature e peso diplomatico, a scapito di altri imperialismi concorrenti, come quello francese. Un bottino da difendere tanto più in un contesto di guerra.

La ragione per cui l’Italia partecipa al Board of Peace di Trump, a differenza di altri imperialismi europei, non nasce solo dal fatto che è l’imperialismo USA a distribuire le carte in Medio Oriente dopo la macelleria in Palestina. Nasce anche dal fatto che l’imperialismo italiano ha oggi nuove carte da preservare in regione e nuove ambizioni. E proprio l’attuale scenario di guerra e di possibili sconvolgimenti regionali rende la partecipazione italiana ancor più importante per gli interessi (imperialistici) nazionali. Il vero scandalo politico a sinistra è che a settembre il piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu da cui sarebbe nato il Board of Peace non ha registrato nel Parlamento italiano un solo voto contrario. Non uno.

La partecipazione italiana alla missione navale Aspides in Golfo Persico, per di più con un ruolo di guida, risponde alla stessa logica. Non è solo militanza militare al fianco di Israele contro gli houthi e contro i palestinesi. È anche tutela di un proprio ruolo negoziale su diversi tavoli del Medio Oriente. Ed oggi rappresenta oltretutto un coinvolgimento nello scenario di guerra, col serio rischio di arruolamento diretto.

Domanda: è un caso se nella primavera del 2024, in pieno genocidio, quella missione militare fu votata in Parlamento da un fronte di unità nazionale che andava da Giorgia Meloni al M5S passando per il PD? Altro che opposizione! Il “pacifismo” si è inchinato al tricolore, persino di fronte a un governo a guida postfascista. E ad oggi, non a caso, nessuna “opposizione” parlamentare chiede il ritiro da quella missione.

Il rifiuto della guerra sionista-americana all’Iran deve allora saldarsi con la rivendicazione della rottura con l’imperialismo italiano, i suoi interessi, le sue compromissioni. La lotta contro la guerra o è anche lotta contro il proprio imperialismo o non è.

Via l’Italia dal Board of Peace, dalla missione in Golfo Persico, da ogni teatro di guerra!

Via l’Italia dalla NATO, via la NATO dall’Italia!

Partito Comunista dei Lavoratori

LA GUERRA IMPERIALISTA E PATRIARCALE SULLA PELLE DELLE DONNE E DELLE SOGGETTIVITÀ OPPRESSE

 


Il 2026 si è aperto nel segno dell’instabilità geopolitica ed economica determinata dalla crisi dell’ordine capitalistico. Una crisi le cui conseguenze più nefande ricadono sul proletariato e soprattutto sulle fasce più deboli: le donne e le persone queer proletarie, insieme ai popoli oppressi dall’insaziabile macchina imperialista.

All’interno di questa dinamica assistiamo da anni al montare della competizione interimperialista – che ha portato, per esempio, all’invasione dell’Ucraina, al genocidio del popolo palestinese, all’escalation militare in Medio Oriente Iran e Libano -, all’intervento USA in Venezuela, alla guerra civile in Sudan -, ma anche alla progressiva riduzione degli spazi democratici all’interno degli stessi stati imperialisti con la conseguente stretta repressiva che colpisce chiunque osi mettere in dubbio il mantra dello sviluppo illimitato e del profitto. Una postura muscolare e violenta che va a peggiorare le condizioni materiali in cui vive il proletariato, rappresentato e percepito come nemico interno da sorvegliare e, quando necessario, punire in modo esemplare. In Italia abbiamo assistito alla trasformazione di ogni emergenza sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con un “decreto sicurezza”, con la militarizzazione e con l’inasprimento delle pene. Questa impostazione ha interessato anche la questione di genere (vedi la L. 181/2025 sul femminicidio o l’assurdo emendamento Bongiorno sulla violenza sessuale) con risultati aberranti che sembrano semplici provocazioni nei confronti dei movimenti femminista e LGBTQIAP+. Il peggioramento delle condizioni di esistenza del proletariato e l’appiattimento dei bilanci pubblici sulla tutela dei profitti delle borghesie nazionali e sul riarmo finisce per pesare ancora una volta sulle spalle delle proletarie, dato che la scomparsa di qualunque forma residuale di stato sociale impone il lavoro di cura domestico. Nel frattempo la costante richiesta di pace sociale e stabilità fatta dalla borghesia ha dato la stura alle peggiori pulsioni dell’estrema destra reazionaria e sciovinista, ormai sdoganata in tutto il mondo. Sono così iniziate campagne contro i diritti civili, spesso di carattere sovranazionale, e movimenti volti a implementare la falsa coscienza reazionaria oggi dominante: dalle teorie suprematiste e razziste (come la cosiddetta “remigrazione”), che fanno da stampella ideologica alle politiche xenofobe di diversi governi europei e all’operazione di deportazioni di massa attuata da Trump, alla crociata “antigender” e “antiwoke” che oggi prende di mira, oltre alla comunità LGBTQIAP+, anche la proposta di introdurre l’educazione sessuo-affettiva e la cultura del consenso nei programmi scolastici, passando per l’emergere di movimenti apertamente antifemministi (la cosiddetta “maschiosfera”) e legati al fanatismo religioso che contribuiscono a normalizzare ideali e comportamenti misogini, omolesbobitransafobici, machisti e xenofobi, portando in molti casi a forme di violenza (bullismo, molestie, stupri, femminicidi, trans*cidi, pestaggi motivati da odio razziale o omolesbobitransafobia, in alcuni casi atti terroristici). Senza poi dimenticare la sempreverde lotta antiabortista che, complice l’arretramento del movimento operaio e il dilagare delle destre radicali, ha incassato vittorie fondamentali negli ultimi anni (annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022) e riesce in modo sempre più efficace, anche in Italia, a limitare il diritto delle donne all’autodeterminazione riproduttiva.

Nonostante le recenti perturbazioni degli equilibri voluti dall’imperialismo (le cosiddette “rivolte della Gen Z” in diversi paesi, il movimento globale in solidarietà alla resistenza palestinese, il forte movimento contro gli ayatollah in Iran, le partecipate manifestazioni in numerose città statunitensi contro il governo Trump e poi contro le operazioni dell’ICE, l’ancora timido risveglio del movimento operaio registrato anche in Italia nell’autunno 2025) ad ora manca una prospettiva capace di riunire tutte queste lotte dando loro un obiettivo comune.

L’UNICA VERA ALTERNATIVA? QUELLA DI SISTEMA!

Questa prospettiva deve essere anticapitalista e rivoluzionaria, capace di superare gli steccati ideologici del femminismo piccolo-borghese e di contrapporsi alla via riformista e gradualista, che ha disperso la forza dei movimenti femministi e LGBTQIAP+ sui frangiflutti delle compatibilità di sistema. Infatti la prospettiva della rivoluzione socialista internazionale è l’unica in grado di sciogliere tutte le contraddizioni di questa società a partire da quella fondamentale: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi, ovvero l’esistenza di sfruttatori e sfruttatɜ e di oppressori e oppressɜ. Nessun governo borghese, nemmeno il più progressista, potrà sostenerci nella lotta contro il patriarcato, perché non potrà mai risolvere le cause dell’esistenza del patriarcato e di ogni altra forma di oppressione. Solo l’unione della lotta femminista e queer con la lotta di classe può farlo. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può sostenerci nella liberazione dallo sfruttamento capitalistico e dall’oppressione ciseteropatriarcale.

È necessario confrontarsi e costruire collettivamente l’organizzazione rivoluzionaria, indispensabile nella realizzazione di quella nuova società in cui le donne e le persone queer saranno libere dall’uomo e tuttɜ insieme saranno liberɜ dal capitale. Per questa ragione abbiamo deciso, in questo otto marzo, di rilanciare la costruzione di una tendenza femminista marxista rivoluzionaria come primo, piccolo passo del lungo cammino verso la nostra autodeterminazione.

Il nostro programma?

  • Diritto ad un lavoro stabile e dignitoso. Abolizione di ogni forma di precarietà e flessibilità: ripristino dei diritti sindacali conquistati e perduti dal movimento operaio, abolizione delle leggi antioperaie e repressive
  • Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, ridistribuire il lavoro tra chi non ce l’ha e avere piùtempo libero
  • Salario di disoccupazione dignitoso per chi il lavoro l’ha perso
  • Salario minimo ben oltre la soglia del lavoro necessario, a favore delle/dei lavoratorɜ e non dei padroni!
  • Reintroduzione della scala mobile: adeguamento del salario all’aumento dell’inflazione.
  • Lottiamo per un sistema retributivo, per una pensione minima sopra i livelli della mera sussistenza, contro l’allungamento dell’età pensionabile.
  • Riduzione dell’età pensionabile per i lavori usuranti
  • Nazionalizzazione sotto il controllo operaio e senza indennizzo delle imprese che licenziano o delocalizzano.
  • Sicurezza e tutela sul lavoro sotto il controllo operaio, per condizioni di lavoro più sicure e più salubri
  • Abolizione di tutte le leggi che comprimono i diritti sindacali e di sciopero, abolizione del reato di blocco stradale, no alle precettazioni illegittime
  • Istituzione del reato di omicidio sul lavoro
  • Lotta alla schiavitù, al caporalato e alle molestie, ai ricatti e alla violenza sessuale nei luoghi di lavoro
  • Socializzazione del lavoro di cura contro qualsiasi proposta di salario alle casalinghe o reddito di esistenza. Compiti di cura socializzati.
  • Congedi parentali prolungati e retribuiti al 100% estesi a tutti i genitori, la responsabilità genitoriale non è solo delle donne!
  • Nazionalizzare sotto il controllo sociale i servizi privati legati alla cura, abolizione del welfare aziendale e dirottamento dei fondi verso i servizi pubblici
  • Istituzione di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare scuola e sanità, e tutti i servizi legati alla cura della persona.
  • Abolizione di tutte le leggi che patologizzano le soggettività LGBTQIAP+ (come la L. 164/82) e istituzione di percorsi di autodeterminazione tutelati, gratuiti e garantiti
  • Lotta allo sfruttamento della prostituzione e alla tratta di esseri umani
  • Creazione di un percorso garantito per le vittime della violenza eterocispatriarcale ma rifiuto della denuncia obbligatoria
  • Aborto libero, sicuro, gratuito e garantito, promozione dell’aborto farmacologico, abolizione del colloquio preliminare – Contraccezione gratuita, liberamente disponibile e garantita
  • Sostegno effettivo alla maternità con la socializzazione dei compiti di cura e adeguate strutture a sostegno delle madri – Lotta alla violenza ostetrica, misogina e omolesbobitransafobica nelle cure alle donne e alle persone LGBTQIAP+. Contro la medicina ciseteropatriarcale!
  • Educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole indipendentemente dalla morale reazionaria dominante. Contrastare attivamente ogni forma di discriminazione e violenza ciseteropatriarcale all’interno del mondo della scuola e dell’università.
  • Blocco a tempo indeterminato degli sfratti. No alla criminalizzazione di chi occupa e alle leggi repressive e securitarie contro i movimenti per la casa
  • Contro lo sgombero degli spazi sociali – luoghi dove spesso la comunità LGBTQIAP+, le donne e le persone razzializzate possono autodeterminarsi – e la repressione del movimento di solidarietà anti-imperialista con la Palestina.
  • Libertà di migrare, abolizione dei CPR e dei centri di detenzione per migranti
  • Accoglienza e tutela delle donne e delle soggettività LGBTQIAP+ migranti e ius soli, permessi di soggiorno, documenti e diritto alla residenza
  • No alle guerre dell’imperialismo e alle spese militari, cessate il fuoco immediato in Palestina, Ucraina e tutti i teatri di guerra del capitale. A fianco della resistenza di tutti i popoli contro l’imperialismo e per l’autodecisione: dalla Palestina all’Ucraina, dal Kurdistan al Sahara Occidentale, fino alla lotta dei kanak in Nuova Caledonia
  • No all’ondata reazionaria del postfascismo mondiale, per la ripresa delle lotte antifasciste, in saldatura diretta con l’anticapitalismo
  • Per un mondo pulito: produrre e consumare ciò che serve, accesso a acqua, terra, aria puliti, esproprio e nazionalizzazione delle imprese che inquinano.

Contro ogni forma di oppressione e pregiudizio verso le persone disabili e neurodivergenti. Per il diritto al lavoro, unica forma di autodeterminazione, senza categorie speciali ghettizzanti. Per la costruzione di percorsi educativi e didattici realmente inclusivi.

Costruiamo il movimento femminista marxista rivoluzionario!

Stellantis, la crisi la vogliono scaricare su chi produce

 


Per noi la sola via d’uscita è la nazionalizzazione sotto controllo operaio

La misura è colma. Dopo anni di cassa integrazione a singhiozzo, contratti di solidarietà e salari limati fino all’osso, i lavoratori e le lavoratrici di Stellantis si vedono sottrarre anche il premio di risultato. Non è un incidente: è l’esito coerente di un modello che trasferisce i costi degli errori manageriali sulle spalle di chi produce valore, mentre garantisce ai vertici stipendi faraonici e ai grandi azionisti la tutela del “proprio” capitale.

La fotografia è nitida: il 2025 segna un buco di bilancio gigantesco, prodotto da una marcia indietro tardiva e costosa sulla strategia elettrica; per mettere in sicurezza i conti si tagliano le quote variabili del salario (il premio di risultato), ma gli stipendi dei top manager restano milionari e la “liquidità prudenziale” non manca. È la socializzazione delle perdite nella sua forma più grezza.

UN ANNO NERO, UN PREMIO CANCELLATO. CHI DECIDE DOVE INVESTIRE DECIDE CHI DEVE STRINGERE LA CINGHIA

I fatti: il gruppo chiude il 2025 con perdite mostruose e con oneri straordinari dovuti alla correzione della rotta sull’elettrico. La direzione comunica ai sindacati che non è stato raggiunto il livello minimo dell’indicatore operativo europeo su cui si calcola il premio, e dunque niente erogazione. Tradotto: buste paga più leggere, dopo mesi di fermate e cassintegrazione. Laddove l’azienda ha continuato a investire — Sud America, Nord Africa, Medio Oriente — i premi arrivano; dove ha disinvestito, come in Italia, si incassa la beffa. Non la “fatalità del mercato”, ma una scelta precisa di localizzazione degli investimenti e di abbandono selettivo dei siti storici.

Nel frattempo, stabilimenti come Mirafiori, Pomigliano, Cassino e Melfi oscillano tra ripartenze annunciate e blocchi ricorrenti, con scioperi e mobilitazioni che fanno la loro timida comparsa. L’operaio italiano è diventato il parafulmine dei fallimenti di chi ha deciso le linee strategiche: produce meno perché si investe altrove, poi viene punito perché ha prodotto meno. È la spirale perfetta del capitale in crisi: si deprime la produzione per comprimere il lavoro e si “giustifica” la compressione del lavoro con la produzione depressa.

LA VERITÀ DI CLASSE DIETRO I NUMERI: QUANDO LA VALORIZZAZIONE SI INCEPPA, IL CAPITALE ATTACCA IL SALARIO

La lettura marxiana non è un vezzo ideologico: è la bussola che rende intellegibile il presente. Il profitto nasce dall’estrazione di plusvalore; quando la valorizzazione si inceppa perché le scelte direzionali falliscono, il capitale cerca di ripristinare i margini colpendo il costo del lavoro, precarizzando, esternalizzando, sospendendo premi e variabili. Ecco spiegato perché, di fronte a una perdita record, la prima “soluzione” è azzerare il premio di risultato e tenere i reparti in apnea con la cassa integrazione permanente. Non c’è neutralità: c’è un conflitto tra chi vive vendendo forza-lavoro e chi accumula appropriandosi dei suoi frutti.

La stessa dinamica si riflette sul terreno territoriale. Dove si addensano investimenti e nuovi modelli, la retribuzione si mantiene e i siti vivono; dove si ritirano investimenti e si rinviano scelte, si congelano i salari e si spegne la fabbrica. La geografia dei bonus coincide con la geografia del capitale, non con quella dei bisogni sociali.

MANAGER PAGARI A PESO D’ORO, OPERAI A PREMIO ZERO: L’OLTRAGGIO PERMANENTE

Mentre ai reparti si spiega che “mancano le condizioni” per il premio, ai piani alti scorrono compensi a più zeri per l’attuale amministratore delegato e per il presidente. Il precedente CEO è stato esonerato con una buonuscita cospicua, dopo aver impresso la rotta che oggi si dichiara superata. Si dirà: retribuzioni “di mercato”. Ma se il mercato premia chi sbaglia e punisce chi produce, allora è il mercato il problema, e con esso la forma-impresa che trasferisce automaticamente i fallimenti della direzione sulle vite di migliaia di famiglie operaie. Questa asimmetria non è un effetto collaterale: è una funzione. E chi la subisce ha diritto non solo a indignarsi, ma a rovesciare il tavolo.

MIRAFIORI, TORINO, L’ITALIA OPERAIA. DICIANNOVE ANNI DI ECCEZIONE DIVENTATA REGOLA

A Torino — laboratorio e simbolo — la cassa integrazione è diventata quasi una condizione strutturale. Diciannove anni di fermate ricorrenti hanno eroso competenze, redditi, prospettive; l’avvio della 500 ibrida e l’ingresso di giovani assunzioni precarie non bastano a cambiare la sostanza se non arrivano modelli popolari a volumi e investimenti massicci. In questo contesto, azzerare il premio significa spingere più giù chi è già sul ciglio, trasformando un diritto salariale in una lotteria dipendente dalle oscillazioni dei boardroom.

Il nodo però non può essere affrontato limitandosi a chiedere una tantum riparatorie o a inseguire la “neutralità tecnologica” come se il problema fosse la tecnologia in sé e come tanta parte del sindacato rivendica. Il punto non è scegliere tra elettrico e ibrido: il punto è chi decide perché e per chi si produce. L’asse strategico da rivendicare è un altro, ovvero spostare il comando sui mezzi di produzione dalle sale dei consigli d’amministrazione alle assemblee dei lavoratori. Questo significa costruire potere dal basso all’alto, dall’officina alla filiera, fino al livello nazionale, con organismi eletti e revocabili che esercitino controllo reale su piani, conti, investimenti, ritmi, sicurezza, qualità. Non “partecipazione” consultiva, ma potere decisionale.

NAZIONALIZZAZIONE SOTTO CONTROLLO OPERAIO: RIVENDICAZIONE TRANSITORIA, NON MASSIMA UTOPIA

Di fronte a un gruppo che può bruciare decine di miliardi in svalutazioni, fermare stabilimenti, sospendere premi e continuare a retribuire i vertici a livelli siderali, chi parla di “non c’è alternativa” ripete il mantra dell’impotenza. L’alternativa c’è e va detta senza timidezze: nazionalizzazione di Stellantis, sotto controllo operaio e con gestione diretta dei lavoratori. Non statalizzazione burocratica, non salvataggio con soldi pubblici per poi restituire il giocattolo agli azionisti. Esproprio senza indennizzo punto e basta; direzione operaia dei siti, apertura dei libri contabili e trasparenza totale.

La narrazione attuale prova a coprire il disastro con l’argomento della “libertà di scelta del cliente”: elettrico, ibrido o termico, la gamma si adegua. Ma chi decide dove produrre, con quali investimenti, con quali tempi e a quale costo sociale? Non il cliente, bensì un vertice, che ha dimostrato di poter sbagliare in grande e imporre a migliaia di famiglie le conseguenze.

La libertà che ci interessa è un’altra: libertà dei lavoratori di determinare l’orientamento della produzione, sottraendo i territori al pendolo della finanza e restituendo alla fabbrica una funzione sociale. E qui Marx è cristallino: senza proprietà collettiva dei mezzi di produzione, la democrazia finisce ai cancelli dello stabilimento.

FRONTE UNICO DI FABBRICA. O SI VINCE INSIEME O SI ARRETRA DA SOLI

In queste settimane gli scioperi e le assemblee mostrano che il corpo operaio reagisce. Bisogna fare un passo oltre: costruire un fronte unico tra tutti gli stabilimenti e tutti i reparti, superando appartenenze e microsettarismi, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

La crisi che stiamo vivendo non è l’inevitabile correzione di un ciclo. È il prodotto di scelte sbagliate compiute da chi non pagherà mai il prezzo che oggi si pretende di imporre agli operai. Per questo la risposta non può essere la rassegnazione contrattuale. Serve uno scatto politico: riprendere il controllo. Nazionalizzare con controllo operaio significa spezzare il meccanismo per cui i successi si privatizzano e gli insuccessi si scaricano sulla collettività del lavoro. Significa, soprattutto, riaffermare un principio semplice e rivoluzionario: chi fa la ricchezza deve decidere come si produce e come si distribuisce.

Questa è la linea del Partito Comunista dei Lavoratori. Non chiediamo il permesso di esistere in una filiera in cui valiamo solo quando si deve tagliare. Pretendiamo il potere di trasformare la produzione in un bene sociale, sottraendola al capriccio di strategie fallimentari.

La crisi non la devono pagare i lavoratori ! Via il capitale e i capitalisti, i lavoratori riprendano le fabbriche, il controllo della produzione e quello delle loro vite!

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Per un 8 marzo di lotta rivoluzionaria e internazionalista! Contro l’estrema destra e Trump!

 


Questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice, si svolge nel contesto di un’offensiva reazionaria dell’estrema destra in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, ci sono forti iniziative di lotta e mobilitazione in risposta a tale offensiva. Noi donne della LIS scendiamo in piazza questo 8 marzo per lottare per i diritti che abbiamo conquistato, con una strategia chiara contro il patriarcato e il capitale, per un femminismo rivoluzionario, internazionalista e socialista!

L’OFFENSIVA REAZIONARIA DELL’ESTREMA DESTRA CONTRO I DIRITTI DI GENERE

L’estrema destra avanza nella sua offensiva globale diretta contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQIA+. Ciò fa parte di un programma più ampio antisociale e antidemocratico. Sotto la guida di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Giorgia Meloni in Italia, l’obiettivo è lo stesso: attaccare i diritti conquistati con decenni di lotte. Le politiche contro la violenza di genere vengono ridotte, l’educazione sessuale viene smantellata, il diritto all’aborto viene criminalizzato e la comunità LGBTQIA+ viene stigmatizzata.

Questi governi e movimenti non agiscono in modo isolato: sono l’espressione di un sistema capitalista in crisi. Attaccano le infrastrutture di assistenza con i loro tagli e promuovono i valori familiari “tradizionali” per scaricare l’austerità sulle masse lavoratrici e rafforzare l’ordine patriarcale come chiave di volta del controllo sociale.

LA RISPOSTA È NELLE STRADE!

Questa offensiva accende la fiamma della lotta. Ogni attacco provoca una risposta. Ogni loro tentativo di farci arretrare rafforza la nostra organizzazione. Le donne e la comunità LGBTQIA+ si ribellano per difendere i diritti che abbiamo conquistato e per ottenerne altri, articolando le nostre rivendicazioni con le lotte della classe lavoratrice e dei popoli oppressi.

La lotta per una Palestina libera e contro il genocidio perpetrato dal sionismo e sostenuto dall’imperialismo statunitense ed europeo; l’eroica resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa senza smettere di combattere contro la NATO e i suoi piani imperialisti nell’Europa orientale; la solidarietà dei popoli con il popolo venezuelano contro l’intervento imperialista e contro il criminale blocco statunitense di Cuba, o le crescenti mobilitazioni contro Trump e l’ICE, sono esempi di questa risposta che continua a crescere. Allo stesso modo, le proteste di massa in Iran contro il regime repressivo e in difesa della propria indipendenza dagli attacchi statunitensi e israeliani, la difesa del Rojava in Kurdistan o la lotta del popolo saharawi per la propria autodeterminazione mostrano come, di fronte alla violenza e alla reazione dello Stato, le donne siano in prima linea nella lotta per i propri diritti, la propria libertà e la propria vita.

PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA

L’emancipazione delle donne e della comunità LGBTQIA+ non sarà il risultato di riforme parziali o concessioni dall’alto. Richiede un orientamento socialista e rivoluzionario che parta dal riconoscimento che l’oppressione di genere, sebbene profondamente intrecciata con lo sfruttamento di classe, ha una sua dinamica propria. Integrare entrambe le dimensioni in una strategia comune è una condizione necessaria per una reale trasformazione della società.

La lotta contro i femminicidi, per il diritto all’aborto legale e gratuito, per la parità salariale, per il pieno riconoscimento delle identità LGBTQIA+ e contro ogni forma di violenza non può essere isolata o frammentata. Deve essere articolata, mirata a smantellare le basi materiali che sostengono il patriarcato e il capitalismo. Non si tratta solo di ottenere diritti all’interno del sistema, ma di mettere in discussione il sistema che riproduce disuguaglianza, violenza e oppressione.

Affrontare questa struttura implica combattere in modo globale il capitalismo in crisi, l’ordine patriarcale che lo permea, il razzismo strutturale, l’eredità coloniale e l’imposizione eteronormativa. Non si tratta di oppressioni scollegate tra loro: fanno parte di una rete che organizza lo sfruttamento e gerarchizza le vite. Pertanto, la nostra risposta non può essere frammentaria o meramente difensiva.

Affinché le lotte non vengano diluite o assorbite da progetti istituzionali che amministrano ciò che già esiste, è necessario costruire uno strumento politico rivoluzionario, organizzato su scala nazionale e internazionale. Solo una leadership consapevole, con un programma e una strategia, può portare avanti la lotta per una società senza sfruttatori e oppressi.

Ecco perché diciamo: non lottiamo solo per difendere le briciole che cadono dalla tavola del regime borghese, lottiamo per conquistare il mondo intero, per tutt* noi.

Diciamo no a tutti i tagli alle infrastrutture sociali, perché sono le donne, i migranti e la comunità LGBTQIA+ a dover assorbire il peso della crisi, e chiediamo massicci investimenti pubblici finanziati dall’espropriazione dei ricchi e soggetti al controllo democratico dei lavoratori.

Diciamo no ai licenziamenti, ai tagli salariali e all’aumento dei ritmi di lavoro che colpiscono in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici; al contrario, lottiamo per la parità salariale, la riduzione dell’orario di lavoro con piena compensazione salariale e la ridistribuzione del lavoro tra tutt*.

Diciamo no al carico infinito di cure, educazione e lavoro domestico non retribuito che ricade sulle donne; al contrario, lottiamo per la socializzazione del lavoro riproduttivo, per l’assistenza collettiva all’infanzia, l’assistenza medica, le mense e per strutture di assistenza e educazione organizzate socialmente e collettivamente, affinché ciò sia riconosciuto come lavoro sociale essenziale e cessi di essere un obbligo privato delle donne.

Le varianti riformiste che sperano di umanizzare il capitalismo finiscono per scontrarsi con i propri limiti. La storia dimostra che non è possibile sradicare l’oppressione di genere senza attaccare le relazioni sociali che la sostengono. Né è possibile porre fine al capitalismo senza la partecipazione attiva e organizzata delle donne e degli oppressi come soggetto politico centrale della trasformazione.

Questo 8 marzo ribadiamo questa prospettiva. Ci mobilitiamo non solo per resistere agli attacchi dell’estrema destra, ma anche per rafforzare un’alternativa rivoluzionaria e internazionalista. La nostra lotta è volta a una profonda riorganizzazione della società, per un mondo in cui la vita valga più del profitto e per porre fine all’oppressione, allo sfruttamento e alla violenza.


Commissione donne e LGBTQIA+ della Lega Internazionale Socialista

NO ALLE MISURE DI POLIZIA CONTRO I DIFENSORI DEL PARCO

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori – Sez. di Bologna, esprime tutta la propria solidarietà agli attivisti e ai cittadini colpiti dall’aggressione della polizia e dagli arresti.

La loro “colpa” è quella di difendere il parco Mitilini, Moneta e Stefanini, del quartiere Pilastro, dalla devastazione prevista per la costruzione del MUBA voluta dal sindaco Lepore

Questo parco è un autentico polmone verde per il quartiere e d un luogo essenziale di svago e socializzazione.

Contro chi resiste è stata mandata un’imponente forza di polizia che ha aggredito i manifestanti e ha proceduto ad arresti indiscriminati. Si tratta di una manifestazione di quell’autoritarismo poliziesco che il governo post-fascista sta promuovendo con leggi e decreti ad hoc, ma che non disdegnano di utilizzare all’occorrenza anche amministrazioni di opposto colore politico, come quella del sindaco Lepore.

Quando si tratta di portare avanti progetti-vetrina per un’amministrazione affaristica del territorio il colore politico scompare, lo scivolamento autoritario è il medesimo e l’impiego della polizia è sempre più violento.

Nessuna protezione può venire da nessun partito dell’arco parlamentare, letteralmente incapaci di contrastare la deriva autoritaria del Paese.

L’unica vera e fattiva solidarietà può venire dalla classe lavoratrice e dalle classi popolari. Solo un programma anticapitalista può realmente mettere al centro la difesa dell’ambiente e degli spazi verdi.

Nessun governo può correre in soccorso di chi difende le istanze ambientali e del proprio territorio. L’unico governo amico di queste istanze è un tipo completamente diverso di governo, il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

Addio Alfonsina


 È venuta a mancare la nostra compagna Alfonsina Palumbo, militante storica del nostro partito. Per tutti noi, per chi l’ha conosciuta, una perdita molto dolorosa.

Alfonsina incontrò la nostra corrente politica ben prima della fondazione del Partito Comunista dei Lavoratori. Ci incontrò nel Partito della Rifondazione Comunista degli anni ’90, nel quale era confluita come tanti compagni e compagne di provenienza PCI con la domanda di una politica classista e anticapitalista. Quando comprese che quella domanda veniva tradita da una linea compromissoria e governista si avvicinò all’opposizione interna trotskista del PRC. Prima alla sua piattaforma congressuale, poi alla sua organizzazione politica (Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista) nella quale sviluppò nel corso degli anni la propria formazione e militanza.

Nel 2004 fu una degli otto delegati/e della AMR al Congresso fondativo del Coordinamento per Rifondazione della Quarta Internazionale a Buenos Aires. Vogliamo ricordare la sua gioia in quella occasione nel partecipare ad una grande assemblea nazionale di tremila piqueteros in lotta.

Con la nascita del Partito Comunista dei Lavoratori, Alfonsina fu da subito parte integrante della sua causa e delle sue battaglie. Ha fatto parte della Direzione nazionale e del Comitato Politico Nazionale del PCL fra il 2008 e il 2011, e successivamente ancora del suo Comitato Centrale.

Da militante rivoluzionaria è stata attivista sindacale dell’opposizione interna alla CGIL, contro ogni forma di accodamento più o meno “critico” alla sua burocrazia, anche con un ruolo nel Direttivo Nazionale della FISAC-CGIL dopo il 2014. Più in generale, ha avuto una presenza costante nelle iniziative di lotta della classe lavoratrice e della sua avanguardia. In particolare, lo vogliamo ricordare, sul terreno delle lotte contro la guerra e a sostegno della Palestina e di tutti i popoli oppressi.

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute non le hanno permesso di partecipare come avrebbe voluto, e ne ha molto sofferto. Ma non ha mai fatto mancare, in tutte le forme possibili, il proprio sostegno al partito e alla prospettiva di rivoluzione. Anche per questo resterà nella nostra memoria collettiva.

Addio Alfonsina, un forte abbraccio da tutto il tuo partito.

Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton