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Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

  Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di ...

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Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Bolivia: “Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta”

 


Intervista a Juan José Villa* del Movimiento Socialista de los Trabajadores della Bolivia

Quali sono le cause della rivolta e le rivendicazioni del popolo e del proletariato boliviano contro il governo di Rodrigo Paz?

JJV: Le cause hanno la loro base in una profonda crisi economica aggravata dalla gestione di un governo lacchè dell’imperialismo statunitense. Con un’inflazione che il governo ufficiale fissa al 20%, ma che nella vita quotidiana, per ciò che riguarda il paniere di beni di prima necessità, si traduce in un aumento dei prezzi che supera il 100%. Il prezzo medio al chilo della carne bovina, che prima oscillava tra i 41 e i 45 bolivianos, ora oscilla tra gli 85 e i 95 bolivianos; il litro di olio, che oscillava tra gli 11 e i 13 bolivianos, oggi raggiunge i 21 e i 26 bolivianos. I trasporti pubblici, i servizi, tutta i costi sono diventati esorbitanti. Se prima lo stipendio non bastava per arrivare a fine mese, oggi la situazione è peggiorata.

Le cause politiche risiedono nel fatto che questo è un governo suddito di Donald Trump, ha assoggettato il Paese ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, rappresentando gli interessi dell’oligarchia nazionale compiacente. Il governo è entrato in carica facendo promesse populiste, dicendo di voler concedere sussidi, preservare le conquiste sociali, mantenere i sussidi alimentari ed energetici, ma una volta insediato, ha applicato le manovre finanziarie neoliberiste, scaricando la crisi sulle spalle di operai, settori popolari e contadini, mentre ha avvantaggiato i più potenti eliminando la tassa sulle grandi fortune, e ha imposto a Natale il Decreto Supremo 5503, più di 120 articoli che permettevano la facile cessione delle risorse naturali alle multinazionali, così come l’aumento dei prezzi del carburante annullando la sovvenzione agli idrocarburi, tra le altre misure filoimperialiste.

La risposta combattiva delle masse non si è fatta attendere. La Federación de Mineros (Federazione dei Minatori) e la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana) avevano tenuto i loro congressi nei quali avevano cambiato la leadership traditrice dell’era del MAS (partito di Morales al governo per anni, ndt) e sostituendo le tesi di conciliazione con quelle basate sull’indipendenza di classe: no al sostegno di alcun governo borghese e un documento di lotta, che segnava l’inizio di un nuovo processo rivoluzionario.

Nel dicembre del 2025, sotto la pressione della propria base e con il proletariato minerario in prima linea, l’assemblea della COB votò all’unanimità a favore dello sciopero generale a tempo indeterminato per l’abrogazione del decreto presidenziale n. 5503. La lotta è culminata nel gennaio del 2026 con una grande vittoria. Si è creata un’alleanza tra operai, contadini e popolo. Il decreto del governo filoimperialista è stato sconfitto. La COB ha smesso di essere un semplice sindacato ed è diventata un organo di doppio potere. Le masse hanno ritenuto che si potesse andare oltre; che le forze fossero sufficienti non solo per abrogare un decreto, ma anche per rovesciare l’intero governo per via rivoluzionaria.

Tuttavia, la nuova direzione della COB ha ordinato di revocare i blocchi. Ciò ha generato malcontento soprattutto tra i contadini. La direzione della COB ha fornito ossigeno puro al governo. In altre parole, Rodrigo Paz non si reggeva più sulle proprie forze, ma grazie all’ossigeno fornito da un organismo antagonista di classe, la COB.

Questa boccata d’aria fresca ha permesso a Paz di riprendersi in vista di un nuovo pacchetto di leggi. L’eliminazione dei sussidi agli idrocarburi è stata riproposta, facendo impennare il prezzo dei trasporti pubblici. Il governo ha abolito i sussidi alla farina, facendo impennare il prezzo del pane, ha varato leggi di svendita che emulano in parte il decreto legge 5503 che era stato abrogato, come quella sull’elettricità, e ha avviato una campagna per dichiarare il fallimento delle imprese statali e la loro privatizzazione, tra le altre cose. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la legge 1720 sulla conversione dei terreni, grazie alla quale l’oligarchia e le banche potevano facilmente appropriarsi delle terre dei piccoli contadini e dei territori indigeni. Insieme a ciò, il governo ha mostrato il suo totale rifiuto dei cabildos (assemblee) contadini e del documento di rivendicazioni della COB basato su richieste salariali, per cui si erano mobilitati innanzitutto insegnanti delle zone urbane e rurali.

A partire dall’assemblea del Primo maggio convocata dalla COB, ha inizio il cosiddetto “sciopero generale a tempo indeterminato e con mobilitazioni” contro le leggi di svendita e per l’aumento salariale, tra le altre rivendicazioni, che si fonderanno rapidamente in un’unica richiesta: le dimissioni di Paz. La base dei sindacati ha fatto pressione sui propri dirigenti affinché non tradissero e ha costretto la direzione della COB, insieme alle organizzazioni contadine e popolari, a firmare il “patto di non tradimento”.

Paz non ha più ossigeno, le base scavalca le direzioni concilianti, l’organo del doppio potere viene riattivato dal basso. Il governo si è visto costretto ad abrogare la legge 1720 e ad offrire bonus al corpo docente in sciopero, ha fatto marcia indietro e ha invitato al dialogo, per poi andare immediatamente a un’offensiva di polizia e militare che ha causato la morte di due leader indigeni, oltre a centinaia di arrestati e feriti. Gli operai, i contadini e il popolo, lungi dall’intimidirsi, hanno accresciuto le loro forze e indicato la strada: non c’è nulla da discutere! Paz deve andarsene.

Il governo ha scatenato una persecuzione contro i principali dirigenti, con ordini di arresto immediato provenienti da organi di giustizia corrotti, illegittimi e ampiamente contestati dalle maggioranze oppresse.

La lotta continua, Paz e l’oligarchia dell’est si appoggiano ora a settori della classe media reazionaria e fascista come l’Unión Juvenil Cruceñista, che incitano a dichiarare lo stato d’assedio. Tuttavia, sono una minoranza e le loro sono risposte difensive. Il processo rivoluzionario può trionfare. Per il potere della COB, della CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), di Túpaj Katari, della Fejuves (Federazione delle giunte di quartiere) e di tutte le istituzioni operaie, contadine e popolari che oggi sono unificate attorno alla COB.

Cosa pensate delle direzioni della COB e della CSUTCB? Quali sono i diversi setUTCBtori sindacali e politici presenti al loro interno?

JJV: La direzione della COB è nata da un processo di rottura con le direzioni del MAS, con Luis Arce e con Evo Morales, che per anni hanno smobilitato il movimento operaio. Questo processo è partito dai settori di base del proletariato minerario. Non è la stessa dirigenza di prima. Per questo le masse li invitano a mettersi alla guida delle lotte. Un processo simile è sorto nel movimento contadino all’interno della Central Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) e della Federación Túpaj Katari, alla ricerca di nuovi leader, inaugurando una nuova fase di lotte che ha superato l’ostacolo del MAS.

L’influenza delle scuole di quadri del MAS, partito che ha governato per vent’anni, è ancora presente, con il sostegno del Partito Comunista e dell’indigenismo piccolo-borghese di García Linera, da cui si spiegano le pratiche di conciliazione con Paz che hanno portato a revocare lo sciopero a tempo indeterminato di gennaio.

Tuttavia, la rivoluzione boliviana si propone oggettivamente di rompere con queste pratiche. La base ha spinto i dirigenti a firmare il “patto di non tradimento”.

È dovere delle attuali direzioni portare il doppio potere al trionfo. Ciò si traduce nel governo della COB e delle organizzazioni contadine e popolari in lotta. L’alleanza concreta che è emersa alla guida della COB deve governare. Non c’è spazio per la successione del vicepresidente Lara, né per il parlamento o per la corte di giustizia oligarchica, quando si tratta di una rivoluzione.

Argollo (COB), Paye (FSTMB), Salazar (Túpaj Katari), Severo (CSUTCB) e i dirigenti di Fejuves e dei settori popolari sono chiamati a condurre la classe lavoratrice alla conquista del potere per via rivoluzionaria.

Quali sono i settori sindacali presenti?

La CSUTCB e tutte le sue federazioni contadine, Túpaj Katari e tutti i Ponchos Rojos delle venti province di La Paz, le combattive Fejuves di El Alto, le federazioni dei trasportatori – liberi, interprovinciali e cittadini (che stanno entrando nella lotta in modo differenziato) – e le federazioni degli artigiani e dei lavoratori di categoria; gli operai delle fabbriche alla guida della CGTFB (Confederación General de Trabajadores Fabriles de Bolivia), tra gli altri, ma ce ne sono anche altri. Tutti questi settori sono affiliati alla Centrale Operaia Boliviana, organo di doppio potere guidato dai minatori salariati che, insieme ai contadini, guidano lo sciopero a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la domanda sui settori politici, è presente l’influenza del MAS e dell’indigenismo piccolo-borghese legato a García Linera che, sebbene incrinata, non è scomparsa ed è responsabile della formazione politica della maggior parte dei dirigenti. Così anche il Partito Comunista, alleato del MAS nelle sue diverse fazioni. Tutti questi settori hanno contrastato le posizioni disfattiste rivoluzionarie del movimento operaio, proponendo al contrario posizioni di difensa e conciliazione con il governo e la borghesia. Sono stati colti di sorpresa dal processo rivoluzionario oggettivo.

All’interno del proletariato minerario e della base della COB, la presenza trotskista si è manifestata attraverso due sole organizzazioni: il Partido Obrero Revolucionario (POR), che propone la soluzione di un’Assemblea Popolare, e la nostra, il Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST), che propone di lottare affinché tutto il potere passi nelle mani dell’organo già creato dalle masse, la COB.

È vero, come sostiene la stampa borghese, che dietro il processo rivoluzionario ci sia una sorta di cospirazione del MAS di Evo Morales?

JJV: La rivoluzione boliviana nasce dalle basi operaie, contadine e popolari, non da Evo Morales. Infatti la COB, la CSUTCB e la federazione Tupaj Katari si sono lanciate nella lotta dopo un processo di rottura con Morales e il suo partito, il MAS.

Morales ha poi fondato un nuovo partito chiamato Evo Pueblo, e vuole approfittare di questo processo per riorganizzarsi dopo la debacle del MAS. L’ascesa rivoluzionaria è favorevole alla costruzione di alternative di sinistra della classe operaia, ma avvantaggia anche i partiti riformisti che cavalcano le proteste. L’area politica di Evo Morales è entrata in ritardo nelle mobilitazioni, dopo aver constatato la potenza dello sciopero a tempo indeterminato. Si è unito alla richiesta di dimissioni di Paz, rivendicazione sulla quale c’è unità d’azione nelle strade, ma propone una via d’uscita politica contraria alla rivoluzione, promuovendo un avvicendamento borghese e di deviare la lotta sul terreno elettorale, una linea politica che storicamente ha solo permesso di spegnere il fuoco della rivoluzione e ricomporre le forze della destra e dell’oligarchia.

Qual è il livello di coscienza e di organizzazione del proletariato e delle masse popolari?

JJV: La risposta a questa domanda è contenuta nelle precedenti: in sintesi, il proletariato ha compiuto progressi nel riconquistare la COB a una prospettiva al servizio delle lotte; ciò ha permesso di rifondarla come potere alternativo, mostrando che un governo dei lavoratori è possibile. Ciò si è sviluppato in modo oggettivo e spontaneo. Tuttavia, il fattore soggettivo, ovvero l’avanguardia dei lavoratori organizzata in un partito rivoluzionario consapevole e con influenza di massa, non è ancora pienamente sviluppato. Ma le condizioni oggettive per realizzare il potere dei lavoratori sono più che mature, e ciò pone le basi per risolvere il problema della direzione rivoluzionaria, a condizione che si costruisca tale alternativa senza negare il processo oggettivo e intervenendo nella lotta all’interno del doppio potere, attraverso la COB.

In gran parte del settore contadino è presente la linea della successione costituzionale del vicepresidente Lara in caso di caduta di Paz, con l’obiettivo di indire elezioni presidenziali. Pesa ancora l’idea di conciliazione di classe.

Ma nella maggior parte della base proletaria mineraria, la figura di Lara viene respinta, insieme a quella di Evo Morales e del MAS. Viene criticata la loro mancanza di chiarezza riguardo all’obiettivo della lotta nel caso della possibile caduta di Paz. È qui che si apre la possibilità di lottare per il governo della COB. Davanti a questa alternativa, i contadini più combattivi possono lottare per il potere operaio e contadino, scartando l’opzione della successione di Lara. Da qui l’importanza di lottare per assemblee democratiche che definiscano l’alternativa del popolo lavoratore. Con queste linee d’azione stiamo intervenendo nel proletariato.

Negare il processo insurrezionale boliviano solo per il fatto che non esiste il “partito bolscevico di influenza di massa” è un errore madornale. Al contrario, quel partito può essere costruito se i quadri che intervengono nella lotta chiariscono in ogni modo il potenziale oggettivo delle stesse forze delle masse, sottolineando che l’unità operaia, contadina e popolare attorno alla COB ha creato un organo di doppio potere, e che le direzioni non devono essere esonerate dalla loro responsabilità, che devono assumersi la presa del potere per aprire il periodo del governo della classe lavoratrice. Devono chiarire che di fronte alla possibile caduta di Paz non bisogna consegnare il potere alla borghesia e ai suoi servitori, Lara e compagnia, ma invece farsi carico della creazione di un governo operaio e contadino.

Negare la situazione rivoluzionaria solo perché il proprio partito è piccolo porta ad essere autoproclamatori, settari fino al midollo. E porta anche ad essere opportunisti verso l’esterno, poiché nega il potenziale oggettivo delle masse, riduce la rivoluzione a concezioni di rivolta o ribellione, rendendo invisibile il ruolo dirigente del proletariato e il doppio potere, favorendo di conseguenza soluzioni politiche piccolo-borghesi ed elettoraliste.

Allo stesso modo, anche le internazionali rivoluzionarie sono chiamate a fare i conti con la rivoluzione boliviana a fare campagna per il potere operaio e contadino in concreto, e non in astratto. Che non si fermino al discorso o a proposte astratte di assemblee popolari o di organi dai nomi allettanti creati solo nella testa dei loro dirigenti, negando l’organo creato concretamente dalle masse. Tutto il potere all’unità effettiva operaia, contadina e popolare in Bolivia! Tutto il potere alla COB!

Qual è la soluzione, in questo momento decisivo, che possa portare a una vittoria operaia e popolare?

JJV: La soluzione politica sta nell’avere fiducia delle forze della classe lavoratrice, nell’unità tra operai, contadini e popolo raggiunta finora. Lottare con determinazione per la presa del potere politico da parte della COB, della CSUTCB e delle organizzazioni in lotta, come effetto della rivoluzione in corso. L’indecisione al riguardo cede l’iniziativa alle soluzioni dell’oligarchia, alle sue trappole parlamentari o elettorali, alla sua ricomposizione e alla sua semina di dubbi sulla rivoluzione, per far credere che questa non avrebbe una propria alternativa cosciente.

Paz, l’imperialismo e l’oligarchia vogliono arrivare al logoramento, alla demoralizzazione, appoggiandosi alla classe media reazionaria per giocare la carta dello stato d’assedio. Ma non sono forti, hanno dovuto arretrare cancellando la legge 1720, offrendo premi al corpo docente. La loro offensiva poliziesca e militare non ha potuto nulla contro El Alto e i blocchi. Gli sfruttatori sono sulla difensiva, l’iniziativa è della lotta nelle strade. Possiamo sconfiggerli. Neanche un passo indietro!

Abbasso il governo neoliberista! Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta!

*Dirigente del Movimiento Socialista de Trabajadores (Movimento Socialista dei Lavoratori) boliviano, ha guidato la costruzione della Juventud Socialista presso l’Università Mayor di San Andrés, promotore dell’alleanza COB-ADEPCOCA-UMSA nel 2017-2018 come organismi di lotta alternativi al governo del MAS. Autore nel 2025 del contributo al XXXIII Congresso Minerario della FSTMB e delle Tesi per il XVIII Congresso della COB del MST, in cui si prevedeva l’attuale ascesa rivoluzionaria.

Intervista a cura della Lega Internazionale Socialista

FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Bolivia, Paz messo alle strette. Prendiamo nelle nostre mani il futuro del paese!

 


Alberto Giovanelli

Guidate dai lavoratori delle miniere, di fabbrica e dal settore dell’istruzione, ieri le proteste si sono intensificate in tutto il Paese. Il governo di Rodrigo Paz cerca di rispondere con la repressione, ma è stato sconfitto nelle strade di La Paz e di El Alto da una resistenza popolare che ha costretto le forze di polizia e militari a ritirarsi.

L’alleanza tra lavoratori e contadini assedia il governo, oggi con oltre ottanta blocchi stradali, e la tendenza è all’aumento. L’alleanza tra operai-contadini si è rafforzata con l’adesione di settori popolari guidati dalle Juntas Vecinales (comitati di quartiere) di El Alto e dalla Confederación de Trabajadores por Cuenta Propia. Le basi di queste organizzazioni lanciano lo slogan: “Fuori Rodrigo Paz! Che si dimetta il governo incapace!”.

Il governo ha perso ogni forza e legittimità per avviare qualsiasi negoziato. Viene sfidato con forza il potere dei ricchi, delle compagnie petrolifere e dell’agroindustria, delle banche e degli oligarchi, delle ingerenze degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Questo movimento si trasforma oggettivamente in un’insurrezione delle maggioranze sfruttate e oppresse.

Il governo è entrato troppo velocemente nella sua china disastrosa e ha subito un’erosione accelerata della sua legittimità.

Il paese entra ancora una volta in un terreno di “dualismo dei poteri”. Assistiamo nuovamente all’esistenza di uno Stato borghese (rimesso in piedi da Paz) e di un potere popolare che si rifiuta di obbedire.

In sintesi, il governo mantiene l’apparato statale, ma in condizioni di grave disorganizzazione e debolezza; i sindacati riacquistano forza nelle piazze insieme ai movimenti sociali, di quartiere e persino agli studenti universitari, che occupano oggettivamente il centro della scena. Ma anche la destra di Tuto Quiroga cerca di trarre vantaggio dall’indebolimento del governo, mentre il malcontento popolare si moltiplica in assenza di una guida unitaria.

Le stesse direzioni sindacali traggono le loro conclusioni dopo essersi accordate con il governo nel mese di gennaio. In quell’occasione, in seguito agli accordi, hanno ricevuto le critiche implacabili delle basi contadine, che hanno iniziato a non dare riconoscimento ai propri dirigenti. I rappresentanti della provincia di Omasuyos hanno attaccato a colpi di frusta l’auto in cui si trovavano i dirigenti dei lavoratori. Persino la COB (Central Obrera Boliviana) ha dovuto autocriticarsi pubblicamente, ed è per questo che oggi esigono le dimissioni di Paz senza alcun tipo di condizionamento.

La base della COB e l’alleanza tra operai e contadini dimostrano di possedere una forza enorme e di poter dare un carattere formale al potere duale che esiste nelle strade.

Ora dopo ora, minuto dopo minuto, man mano che la mobilitazione cresce, diventa sempre più chiaro che è possibile sconfiggere l’intera offensiva imperialista e interventista degli Stati Uniti e del loro governo fantoccio. Si può lottare non solo per le rivendicazioni economiche, ma anche per il potere politico delle formazioni della classe lavoratrice, per il potere dell’alleanza operaia e contadina. In concreto, il prossimo periodo è quello in cui rendere cosciente la lotta per il governo della COB, delle organizzazioni contadine, delle organizzazioni di quartiere e giovanili.

Per questo, mentre dichiariamo lo sciopero generale fino alla caduta del governo, dobbiamo preparare allo stesso tempo il programma operaio, popolare e contadino di soluzione a questa crisi, in diretta contrapposizione al programma neoliberista che Paz sta applicando.

Il PIL della Bolivia è il frutto del lavoro delle maggioranze sfruttate e oppresse. Chi si appropria della stragrande maggioranza dei profitti di quella ricchezza non è la classe lavoratrice che la produce, bensì l’oligarchia, la borghesia e l’imperialismo. Quella stessa élite bancaria, agroindustriale, latifondista, farmaceutica e petrolifera, che non intende pagare nemmeno un centesimo per la crisi, colloca i profitti estorti in rifugi finanziari all’estero. Questo non è contribuire, ma saccheggiare. È necessario stabilire una tassa pesante su questi saccheggiatori, è necessario che il Paese si riappropri della ricchezza del proprio lavoro, per il monopolio del commercio estero, un piano di sviluppo superiore nelle mani di un autentico governo operaio, contadino e popolare.

Sciopero generale fino alla caduta del governo!

Assemblee popolari e democratiche nelle quali i lavoratori e i contadini discutano il piano di governo alternativo!

Per un governo di chi sta in basso, di chi non ha mai governato, della COB, delle comunità indigene, dei contadini, dei giovani, delle comitati di quartiere!

Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.