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USA. La situazione politica e le elezioni di metà mandato


 Justin Akers Chacon

Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni di metà mandato (midterm), emergono segnali che indicano che Trump e il Partito Repubblicano siano destinati a subire una sconfitta significativa, perdendo forse il controllo di entrambe le camere del Congresso. E ciò sta accadendo nonostante il tentativo autoritario e repressivo di Trump di limitare il voto in vari modi.

Ciò sta avvenendo inoltre in un contesto di corruzione dilagante – con Trump che, ad esempio, ha promesso di pagare 5.000 dollari a ciascun elettore statunitense in caso di vittoria dei repubblicani – e nel mezzo di una campagna di repressione statale contro gli attivisti anti-ICE e pro Palestina, volta a soffocare il dissenso. Il tasso di gradimento di Trump è sceso recentemente, in alcuni sondaggi, fino al 32%, il quarto più basso mai registrato per un presidente in carica nella storia. Il 55% degli elettori ritiene che le politiche di Trump abbiano avuto un impatto negativo diretto sulla propria vita.

Alcuni settori del Partito Repubblicano stanno rompendo apertamente con Trump su questioni politiche, specialmente in luoghi elettoralmente in bilico come Florida, Iowa, Kentucky, Maine, Michigan, Ohio, Pennsylvania, Utah e Wisconsin. In particolare, si stanno distanziando da Trump sulla guerra contro l’Iran, sui dazi, sulla crisi economica e sull’inflazione in aumento, con particolare riferimento al costo degli alloggi e ai prezzi del carburante. La base sociale che nel 2024 ha portato Trump alla vittoria si è incrinata e indebolita, con settori del suo elettorato che lo avevano votato in massa e che ora si stanno allontanando da lui.

Ad esempio, il tasso di approvazione di Trump tra gli elettori delle zone rurali è sceso dal 54% nei sondaggi di giugno al 42% in quelli di agosto, mentre la disapprovazione è salita dal 42% al 52%. I sondaggi mostrano inoltre che la maggioranza degli elettori bianchi della classe operaia non approva più la gestione dell’economia da parte di Trump. I sondaggi utilizzano la categoria degli «elettori bianchi senza titolo di studio universitario» come indicatore degli elettori della classe operaia. I principali sondaggi mostrano indici di disapprovazione compresi tra il 57% e il 67% in questa fascia demografica. Un terzo indicatore è il sostegno tra gli elettori latini, che nel 2024 hanno votato in numero maggiore per Trump. Anche il sostegno da parte della comunità latina sta crollando.

Secondo i sondaggi nazionali dell’ultimo mese, i democratici superavano i repubblicani tra i probabili elettori latini di 35 punti percentuali, con il 64% contro il 29%. È inoltre interessante notare che diversi siti di sondaggi e persino i siti di scommesse online attribuiscono tutti ai democratici una maggiore probabilità di ottenere una vittoria schiacciante. Ad esempio, Kalshi attribuisce ai democratici una probabilità del 62% di conquistare entrambe le camere del Congresso. Anche i sondaggi della NBC News e altri siti di sondaggi apartitici attribuiscono ai democratici circa il 60% di probabilità di conquistare entrambe le camere del Congresso.

Questo è quindi il quadro generale emerso dai sondaggi. Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni, si presta molta attenzione anche a ciò che Trump sta facendo e a ciò che potrebbe fare per cercare di influenzare i risultati, qualora questi fossero sfavorevoli al Partito Repubblicano. Trump e il Partito Repubblicano stanno cercando di limitare il voto in ogni modo possibile. Ma con un sostegno in rapido calo, soprattutto all’interno della sua stessa base, le possibili azioni al di fuori della legalità che potrebbe intraprendere per controllare, influenzare o addirittura respingere i risultati elettorali potrebbero solo provocare opposizione e resistenza di massa.

IL PARTITO DEMOCRATICO E I DEMOCRATIC SOCIALISTS OF AMERICA (DSA)

Il calo di consensi nei confronti del regime di Trump, della destra e del Partito Repubblicano non ha nulla a che vedere direttamente con il fatto che il Partito Democratico possa rappresentare una sorta di alternativa sostanziale. In realtà, il partito sta offrendo solo gesti simbolici di opposizione alle principali politiche di Trump. Sta conducendo una campagna volta a far sì che Trump si candidi contro se stesso. Mentre se ne stanno in disparte senza offrire alcuna alternativa reale e tangibile, l’unica eccezione è l’ascesa e l’impennata dei Democratic Socialists of America (DSA) all’interno del Partito Democratico. I DSA costituisce ora l’ala sinistra del Partito Democratico, un partito politico palesemente capitalista e di destra.

Soprattutto dopo l’elezione di Mamdani a sindaco di New York, si è registrato un ulteriore aumento delle adesioni ai DSA. Le stime oscillano ora tra i 120.000 e i 160.000 membri. È importante riconoscere che la maggior parte delle persone che si iscrivono ai DSA si registrano di fatto come elettori del DSA (negli USA è necessario dichiarare un’affiliazione politica al momento del voto, ndt). Si iscrivono online e poi votano. Fino a 5.000 membri dei DSA, forse anche di più, sono coinvolti in attività politiche od organizzative, la maggior parte delle quali consiste nell’organizzazione di campagne elettorali a livello locale e statale.

Al 22 settembre, secondo il DSA Election Tracker, che monitora tutte le elezioni del 2026, dalle primarie alle elezioni generali, 67 membri dei DSA hanno vinto e 60 hanno perso finora nella corsa alle primarie del Partito Democratico. Altre 64 competizioni elettorali, tra cui molte delle più importanti, si decideranno in occasione delle elezioni. Le sezioni territoriali dei DSA presentano 191 propri candidati in tutto il Paese, per lo più alle elezioni locali, ma anche a quelle statali e in alcune elezioni federali. Inoltre i DSA stanno appoggiando ufficialmente altri circa 100 democratici che si candidano alla loro destra. Nazionalmente i DSA hanno appoggiato solo 29 di essi.

Allo stesso tempo, nella sinistra tradizionale e in quella socialista riformista c’è grande attesa che Alexandria Ocasio-Cortez annunci presto la propria candidatura alla presidenza nel 2028.

Ci sono numerosi indicatori in tal senso, tra cui il fatto che abbia preso pubblicamente le distanze dalla sua precedente linea politica “di sinistra”, allontanandosi da slogan come “tagliare i fondi alla polizia”, “abolire l’ICE” e altri simili, affermando che questi erano il prodotto della pandemia, del «woke 1.0», e definendoli «tempi folli». In realtà, sta reinventando se stessa e si sta presentando come una gestrice responsabile dello Stato capitalista. Lei e Bernie Sanders, in qualità di detentori del potere e del denaro di questa ala del Partito Democratico, cercano di disciplinare e moderare le frange più di sinistra dei DSA, scegliendo chi sostenere in base alla “ragionevolezza” delle loro politiche.

Ma continua a esserci uno spostamento verso sinistra nel quadro della polarizzazione della società statunitense. Un sondaggio pubblicato di recente dalla rivista Time riporta che «il 43% degli americani ha un’opinione positiva del socialismo, la percentuale più alta da quando Gallup ha iniziato a monitorare questo dato nel 2010». L’ultima indagine, condotta dal 3 al 24 agosto scorso, ha rilevato che il socialismo ha guadagnato terreno con il passare del tempo, mentre diversi concetti economici pro mercato hanno perso popolarità. Il socialismo si colloca ora davanti alle grandi imprese negli Stati Uniti, il cui indice di gradimento è sceso al 35% dal picco del 58% registrato nel 2012.

Pertanto, l’ascesa dell’ala sinistra DSA all’interno del Partito Democratico capitalista e un crescente orientamento favorevole al socialismo tra molti elettori della classe lavoratrice del Partito Democratico hanno portato alcuni settori all’interno di questo partito a dichiarare guerra ai DSA e al socialismo invece di combattere la destra, con l’obiettivo di espellere dal partito i DSA e le posizioni favorevoli al socialismo. Ad esempio, il think tank democratico di destra Third Way ha stanziato 15 milioni di dollari, a partire dalle elezioni di novembre fino alle elezioni generali del 2028, per contrastare e screditare i DSA.

Quindi, in sostanza, un’ala del Partito Democratico sta ora combattendo contro la propria ala sinistra. Otto membri democratici della Camera dei Rappresentanti hanno recentemente votato insieme ai repubblicani per adottare una risoluzione che denuncia formalmente il socialismo e i DSA. E negli Stati Uniti, in questo momento, Trump e l’estrema destra, attraverso tutta la base MAGA stanno ovviamente intensificando la retorica contro i DSA e il socialismo. L’antisocialismo e l’anticomunismo sono una caratteristica fissa e permanente della politica statunitense dal punto di vista storico, tirata fuori e trasformata in arma soprattutto quando il malcontento sociale e la polarizzazione di classe si intensificano.

La retorica antisocialista e anticomunista viene espressa come obiettivo politico primario in vista delle elezioni. Trump ha recentemente dichiarato che i DSA sono «la più grande minaccia per gli Stati Uniti. Una minaccia più grande di qualsiasi guerra, compreso l’11 settembre». Subito dopo è andato a incontrare Mamdani alla Gracie Mansion di New York City. È chiaro che ci sono evidenti contraddizioni in tutto ciò.

LA GUERRA ALL’IRAN E L’IMPERIALISMO USA

Nel complesso, il 74% degli elettori statunitensi dichiara di opporsi alla guerra di Trump contro l’Iran. Si tratta del 97% dei democratici e dell’82% degli indipendenti. Gran parte del recente calo di sostegno proviene dai repubblicani. Nel marzo di quest’anno, il 73% dei repubblicani approvava il modo in cui Trump stava gestendo la situazione. Ora, quella percentuale è scesa al 60%, con il 40% che ora si dichiara contrario alla guerra. Il 76% degli intervistati, complessivamente, ritiene che la guerra sia stata un errore. La debacle della guerra contro l’Iran sta provocando significative ripercussioni nella politica statunitense. Si sta diffondendo sempre più la consapevolezza che essa abbia indebolito l’impero e creato una frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo.

La guerra ha dato fiducia agli houthi yemeniti per portare avanti una campagna, finora coronata da successo, contro l’Arabia Saudita e i suoi alleati nello Yemen. A quanto pare, gli Stati Uniti hanno avuto le mani legate sulla questione saudita, in parte perché Trump teme ulteriori sconfitte e imbarazzi qualora riprendesse gli attacchi contro l’Iran o venisse coinvolto direttamente nel conflitto yemenita, con conseguenti ulteriori contrattacchi e restrizioni alla circolazione del petrolio, specialmente attraverso lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab al-Mandab.

Vi sono considerazioni di natura militare, quali una significativa riduzione dei missili intercettori disponibili, il basso morale delle truppe e, naturalmente, la massiccia opposizione interna. Ciò limita le opzioni degli Stati Uniti. La sconfitta e la ritirata degli Stati Uniti hanno creato un vuoto, accrescendo l’influenza e il ruolo globale della Cina, nonché un vuoto militare che si sta tentando di colmare, ad esempio, con l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, che unisce l’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan in un patto di difesa reciproca. Queste potenze capitalistiche regionali si stanno affrettando a stringere nuovi accordi di difesa e ad allontanarsi dall’affidamento esclusivo all’ombrello militare imperialista statunitense.

Le battute d’arresto in Medio Oriente non hanno impedito all’Impero di proseguire faticosamente in altre parti del mondo, specialmente in America Latina, dove ha continuato la guerra contro Cuba, ha affermato il proprio controllo sul Venezuela e sul suo petrolio e sta rafforzando alleanze politiche e militari con regimi di estrema destra in tutta la regione. Tutto ciò prosegue nell’ambito dell’attuazione della “dottrina Trump”, che vede la costruzione di queste alleanze per combattere il “narcoterrorismo” come un pretesto per condurre future guerre di aggressione nella regione e, in ultima analisi, per reprimere potenziali rivolte e movimenti rivoluzionari futuri.

Purtroppo, il livello di protesta attiva contro la guerra rimane ancora basso rispetto a questa opposizione. Esiste quindi una contraddizione, un divario tra il sentimento contro la guerra e la sua manifestazione in un movimento contro la guerra.

SOCIALIST HORIZON E LA UNITED LEFT PLATFORM

In questo contesto, Socialist Horizon (sezione statunitense della LIS, ndt) è cresciuta nell’ultimo anno. Siamo un’organizzazione socialista militante che cerca, apertamente e con fiducia, di ricostruire un movimento socialista rivoluzionario all’interno dello spostamento generale a sinistra e della polarizzazione. Stiamo cercando, insieme ai nostri compagni della United Left Platform, di rappresentare un audace polo socialista rivoluzionario per i lavoratori e gli studenti che guardano e si muovono verso sinistra.

Ci sono importanti opportunità di intervento politico per la sinistra socialista e rivoluzionaria, opportunità di contribuire a guidare il movimento e crescere in modo significativo. Se interveniamo con sicurezza attraverso la nostra politica, dimostriamo la capacità di condurre la lotta di classe proporzionalmente alle nostre dimensioni e al nostro intervento, laddove siamo organizzati.

Questa è la direzione che Socialist Horizon sta cercando di seguire all’interno della Unided Left Platform, riconoscendo che, anche in questo momento, la sinistra rivoluzionaria può operare al di sopra e oltre le nostre attuali dimensioni, esercitare influenza e relazionarsi con un numero maggiore di persone. Ci aspettiamo e speriamo che queste possibilità aumentino nel prossimo periodo.

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In questo numero:

Editoriale. Fare come in Francia – Marco Ferrando

Democrazia e borghesia, un amore finito – Federico Bacchiocchi

D’Orsi russi e d’altre bestialità – Salvo Lo Galbo

Meat to, caporalato metropolitano – PCL Torino

Ex Ilva, la sentenza di Milano inchioda il capitale – Diego Pace

Ucraina. Dalla lotta contro l’oppressione zarista al convoglio internazionale – Alessio Ecoretti

Ecocidio e genocidio – Giuseppe D’Amico

À la guerre comme à la guerre – Mauro Penoncelli

1956: la rivoluzione in Ungheria – Natale Azzaretto

A cento anni dalla morte di Larisa Reisner – Lupus

Recensione. «Palestina 36. Quando tutto ebbe inizio» – Vincenzo Cimmino

…e poi Il Fatto Quotidiano e la Russia, la Rete dei Comunisti e il Venezuela, Argentina, Cuba e altro ancora.

La nostra via maestra

 


Non la via del “campo largo” coi partiti borghesi, né quella del settarismo autocentrato.

Ma la via del fronte unico e del programma anticapitalista.
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

Partito Comunista dei Lavoratori

Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione nazionale “La via maestra” del 17 ottobre

Questa manifestazione è la stessa ricorrente in ogni autunno. Cui (forse) seguirà il tradizionale sciopero simbolico in occasione della finanziaria.

Naturalmente partecipiamo a questa manifestazione, come ad ogni sciopero. Ma si tratta di un rituale che non sposta di una virgola i rapporti di forza fra le classi nella vita politica italiana.

L’OCCASIONE DISPERSA DI UN ANNO FA

Un anno fa a fine settembre e inizio ottobre fece irruzione una mobilitazione vera, spinta dall’indignazione contro il genocidio sionista, accompagnata finalmente per la prima volta da uno sciopero generale unitario promosso dall’intero arco dei sindacati di classe. Purtroppo quel grande sussulto di massa che ruppe gli argini del vecchio rituale fu rapidamente disperso da chi avrebbe dovuto dirigerlo. Il suo unico risultato postumo fu la sconfitta del governo Meloni nella prova referendaria. Poi il nulla. La direzione della CGIL ha ripiegato sul proprio calendario d’apparato. USB ha fatto altrettanto.

Lo scontro politico col governo è stato di fatto delegato ai partiti borghesi del campo largo e alla loro interminabile contesa su chi guiderà il futuro governo (virtuale). Mentre il governo reale a guida postfascista, senza nessuna reale opposizione, continua a mulinare regalie ai padroni, decreti reazionari e pose militariste, assieme a pacchi dono preelettorali su bollo auto e consimili, alla rincorsa di un ex generale xenofobo che plaude alla Xª MAS.

Di fronte a tutto questo non basta denunciare le malefatte del governo ed evocare “valori” democratici . Occorre preparare una lotta vera, unitaria, di massa, sul terreno della lotta di classe. Una lotta capace di mobilitare il sentimento collettivo dell’indignazione democratica ma anche le ragioni sociali di milioni di oppressi e di sfruttati. Una lotta fatta non per partecipare ma per vincere.

PER UNA VERA RIVOLTA SOCIALE

Guardiamo in faccia la realtà. I salari sono in picchiata e i profitti alle stelle, si moltiplicano gli attacchi al lavoro in centinaia di aziende, il caro affitti e mutui colpisce il diritto alla casa, milioni di giovani precari sono sotto ricatto quotidiano, istruzione, sanità e ambiente cedono il passo all’economia di guerra… Eppure dopo quattro anni il blocco sociale su cui si regge il governo ancora tiene, caso unico in Europa. Perché? Per un destino cinico e baro? No, accade perché milioni di oppressi e di sfruttati, più volte traditi e sfiduciati, non vedono una prospettiva per cui battersi, una piattaforma di lotta in cui riconoscersi, una bandiera attorno a cui raggrupparsi. La stessa ragione per cui tra i salariati, in base ai sondaggi, il 58% si astiene dal voto e il 39% di chi vota opta per… Fratelli d’Italia. È la misura del disastro compiuto dalle sinistre politiche e sindacali dopo anni e decenni di passività e compromissioni.

Si tratta allora di voltare pagina. Di ridare al mondo del lavoro la coscienza della propria forza e una nuova direzione che abbia il coraggio di usarla. L’evocazione di “una rivolta sociale” annunciata ogni anno dal Segretario della CGIL per usi comiziali o televisivi deve trasformarsi finalmente in una mobilitazione vera attorno ad una piattaforma generale unificante. Contro il governo, contro il padronato, per rivendicazioni sociali e democratiche

PER UNA RADICALITÀ UGUALE E CONTRARIA A QUELLA DEL GOVERNO E DEI PADRONI

  • Per un forte aumento generale dei salari di almeno 500 euro netti, a carico dei profitti, e il ritorno alla scala mobile delle retribuzioni
  • Per una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga a 32 ore settimanali
  • Per la cancellazione di tutte le forme di precariato, a pari lavoro pari diritti
  • Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco al fine di finanziare il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, nell’istruzione, nel risanamento ambientale
  • Per l’abbattimento delle spese militari, l’uscita dalla NATO, la revoca delle missioni, la cancellazione di ogni diplomazia segreta, la nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica
  • Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano, che inquinano, che ignorano i diritti sindacali
  • Per l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari al fine di garantire il diritto universale alla casa
  • Per la rottura di ogni relazione con lo Stato coloniale di Israele e il sostegno alla piena autodeterminazione del popolo palestinese, come di ogni popolo oppresso
  • Per una legge elettorale integralmente proporzionale ad ogni livello istituzionale, l’unica che può garantire l’eguaglianza di ogni voto

Una piattaforma “troppo radicale”? No, è tanto radicale quanto lo è da quarant’anni la politica del padronato e dei suoi governi. Semplicemente è una radicalità di segno contrario. L’unica che possa rimotivare larghi settori di massa, aprire contraddizioni nel blocco avversario, strappare cammin facendo risultati parziali, riaprire dal basso lo scenario politico. L’unica che possa ricomporre un blocco sociale alternativo attorno al mondo del lavoro, a partire dalla giovane generazione.

FARE COME IN FRANCIA, PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

I fatti di Francia e di Spagna dimostrano che la rivolta sociale è possibile. Un ampio settore della nuova generazione, che in questi anni ha battuto le strade con la Palestina nel cuore, rivela una volontà di ribellione alla propria condizione. Può essere per la scuola come in Francia, può essere per la casa come in Spagna, ma in entrambi i casi ciò che tracima in quelle piazze va ben oltre i fattori di innesco della mobilitazione, e travalica ampiamente il bipolarismo istituzionale e la dimensione elettorale. Chiama nei fatti in causa la natura stessa del capitalismo, l’ipocrisia della democrazia borghese, la dittatura onnipresente del profitto.

Il movimento operaio in Italia e in Europa è chiamato allora a una prova d’appello dai fatti di Francia e di Spagna. O investe nella loro propagazione nel nome di un’egemonia di classe anticapitalista o rischia di esporsi ad un nuovo contraccolpo reazionario.

Questo vale tanto più per il movimento operaio italiano.

Lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali del 30 ottobre contro i carichi d’armi per Israele, lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre contro il militarismo e l’economia di guerra, sono appuntamenti di grande rilevanza anche in Italia. Ma vanno incorporati in una svolta generale di indirizzo sul piano politico e sindacale. Fuori dall’ennesima subordinazione al campo largo del centrosinistra (AVS e Rifondazione Comunista) come fuori da ogni logica settaria e autocentrata (Potere al Popolo).

Occorre combinare il fronte unico di classe e di massa con un programma d’azione anticapitalista, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici: questa è l’unica risposta che si ponga all’altezza dell’attuale livello dello scontro. È la politica del Partito Comunista dei Lavoratori. L’unica via maestra.

Electrolux. Il “tavolo” si inclina solo con la lotta!

 


Se le burocrazie sindacali latitano, o peggio, si dedicano a ostacolare la lotta e le RSU combattive, devono pensarci i lavoratori e le lavoratrici! È ora di abbandonare le illusioni: ci si salva lottando insieme, non con l’ennesimo sacrificio!

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione Romagna

È ora di capire che dai tavoli non uscirà la soluzione in grado di salvare i posti di lavoro: i precedenti tentativi di trattativa e confronto tecnico che si sono tenuti presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) hanno visto il sostanziale fallimento del tavolo negoziale. Electrolux non solo non ha ritirato il proprio famigerato “piano industriale”, ma lo ha in massima parte confermato offrendo solo limitatissime e irrilevanti modifiche. La multinazionale pretende però di superare e azzerare gli accordi sindacali esistenti che pongono limiti alla saturazione e alla ritmica di fabbrica. Vuole aumentare le cadenze delle linee di montaggio fino a 140 pezzi all’ora (123 nello stabilimento di Forlì) e stabilizzare l’assetto produttivo su un unico turno giornaliero, imponendo pesantissimi e insostenibili sacrifici ai lavoratori.

Ciò che l’azienda spaccia per “ottimizzazione” si traduce in un immediato peggioramento delle condizioni di vita in fabbrica: il miglioramento è solo nel portafoglio del padrone, che spreme gli operai fino all’ultimo prima di andarsene.

È necessaria una svolta. Non c’è più nulla da negoziare. Tutte le organizzazioni di fabbrica devono unire la propria azione a sostegno di una lotta finalmente decisa e serrata, che chieda la nazionalizzazione della Electrolux sotto il controllo operaio. Se l’azienda delocalizza dopo aver ricevuto milioni di soldi pubblici, pubblica deve essere la sua proprietà!

Va costituita una cassa nazionale di resistenza a sostegno di una lotta prolungata e dell’occupazione degli stabilimenti che la multinazionale vuole chiudere, a partire da Cerreto d’Esi, una cassa che sia rigorosamente sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta. Non si può proseguire in ordine sparso, perciò va creato un coordinamento delle RSU del gruppo Electrolux. Chi rischia il salario e il lavoro è il solo ad avere il diritto di decidere cosa fare, non i sindacalisti di professione che non rischiano niente.

La vertenza Electrolux deve essere esemplare per tutto il mondo del lavoro. È necessario allargare la lotta a livello nazionale: la vertenza Electrolux deve essere simbolica per tutto il mondo del lavoro. I lavoratori dell’ILVA, e delle altre fabbriche in crisi, non hanno bisogni diversi. Fuori da questa prospettiva c’è solo l’eterno ripetersi di un film già visto troppe volte negli ultimi decenni: quello della sconfitta degli operai e delle operaie e la fuga dell’azienda all’estero dopo l’ennesima estorsione. Non si può più proseguire in ordine sparso. Se i padroni licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento dei padroni.

È necessario, mai come ora, un vero sciopero generale. Non è possibile che le direzioni delle organizzazioni sindacali confederali (e non solo) non stiano ancora lavorando in questa direzione. Se la burocrazia sindacale è latitante, devono pensarci i lavoratori! Occorre far ripartire una vertenza generale del lavoro, contro l’erosione del potere d’acquisto, per il salario minimo intercategoriale, per condizioni di vita dignitose!

PER UNO SCIOPERO GENERALE NAZIONALE! SE I PADRONI LICENZIANO, NOI BLOCCHIAMO TUTTO!
BLOCCO DELLA PRODUZIONE! COLPIRE ELECTROLUX DOVE FA MALE: IL PORTAFOGLIO!
I LAVORATORI NON FINANZIERANNO LA SPECULAZIONE DEL PADRONATO: NAZIONALIZZARE LE IMPRESE CHE CHIUDONO O DELOCALIZZANO!

Verso il 10 ottobre

 


🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼


🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Palestina libera, laica e socialista in un Medio Oriente socialista 🇵🇸 


#noddlantisemitismo #palestinalibera #socialismoobarbarie #partitocomunistadeilavoratori #legainternazionalesocialista

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Via l’Italia dal Mar Rosso e dal Golfo Persico! Ritiro da tutte le missioni militari!

 


Per una campagna unitaria a sinistra, rimuovendo complicità e ambiguità

Partito Comunista dei Lavoratori

“Colpito un caccia italiano in Arabia Saudita!” grida la stampa borghese con aria di scandalo. Ma cosa ci fanno le forze militari italiane nel Regno Saudita, per di più in un contesto di guerra? “Difendiamo i nostri interessi nazionali!” tuona il possente ministro Crosetto. Ma quali sono esattamente gli interessi italiani in Arabia Saudita e più in generale nella regione mediorientale? Questo è il punto che i governi borghesi tricolori – tutti – pudicamente nascondono sotto un velo di retorica ipocrita.

Partiamo da un dato oggettivo. La presenza militare italiana in Medio Oriente è massiccia e prolungata nel tempo: missione Unifil in Libano aggiornata dal governo Prodi nel 2006; missione EuNavfor-Operazione Atalanta al largo della Somalia approvata dal governo Berlusconi nel 2008; missione militare in Libano (Mibil) varata nel 2015 dal governo Renzi; Prima Parthica-Inherent Resolve in Iraq approvata nel 2014 dal governo Letta; partecipazione a missione NATO in Iraq e Kuwait dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Emasoh-Agenor nello stretto di Hormuz dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Aspides in Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, varata dal governo Meloni con voto bipartisan in Parlamento di PD e M5S nel 2024.

Il tutto si aggiunge a presenze militari ereditarie addirittura pluridecennali: come la presenza nella Multinational Force e Observers (MFO) nel Sinai egiziano che risale al 1981 e la missione Combined Maritime Forces (CMF) attorno alla Penisola Arabica che inizia nel 2002.

I governi di ogni colore hanno rinnovato e finanziato nel tempo tutte queste missioni in occasione di ogni finanziaria. Tutti i partiti borghesi di ogni colore hanno votato a favore del loro rinnovo. Incluse le sinistre cosiddette “radicali”, quando sono state coinvolte in responsabilità di governo, come in occasione del primo e secondo governo Prodi per il Partito della Rifondazione Comunista (cinque anni complessivamente), e in occasione del secondo governo Conte per Alleanza Verdi Sinistra.

La verità è che tutti i governi borghesi hanno agito, secondo natura, come comitati d’affari dell’imperialismo italiano. Certo, dentro il quadro delle sue alleanze internazionali (NATO, UE). Ma anche in funzione dei propri specifici interessi nazionali. Tanto più oggi.

Il Medio Oriente, assieme all’Africa, è attualmente il principale teatro operativo del cosiddetto Piano Mattei. Un piano dettato principalmente dai grandi monopoli energetici (ENI, ENEL) e dall’industria bellica tricolore. Il piano non si riduce affatto alla salvaguardia delle rotte commerciali. Riguarda anche e soprattutto investimenti diretti nell’estrazione delle materie prime, in gigantesche operazioni immobiliari (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), in costruzioni militari. Fincantieri costruisce la flotta militare del Qatar, Leonardo spazia in tutta la regione a partire dallo Stato sionista, ENI ed ENEL si muovono nel solco aperto dall’industria bellica, e viceversa. Non a caso l’Arma dei Carabinieri si candida a partecipare alla “nuova struttura militare” prevista dal Board of Peace per Gaza, mentre ha operato già in Cisgiordania nell’addestramento della polizia filosionista dell’ANP. Mentre l’Italia contende alla Francia la spartizione della sua vecchia area coloniale nell’Africa Subsahariana oggi in declino: incluso il Niger (ricco di uranio), dove le truppe italiane sono oggi l’unica presenza militare occidentale rimasta dopo l’obbligato ritiro francese.

Si potrebbe continuare a lungo…

Perché oggi dunque cinquecento militari italiani stanziano in Arabia Saudita, e i suoi aerei da guerra sono ospitati dalla basa arabica di King Fahd? Perché sono lì da ben dodici anni nel quadro di una presenza militare multiforme. Una presenza oggi rinforzata grazie allo spostamento di truppe dal Kuwait in occasione della guerra USA-Iran.

«Le monarchie del Golfo sono nostre alleate, gli attacchi di Iran e houthi sono inammissibili e li condanniamo con forza» esclama Tajani. Una confessione in piena regola. Sta a dire che l’Italia partecipa di fatto con una propria presenza militare diretta alla protezione del proprio alleato saudita contro l’Iran e contro gli houthi. Rei di difendersi legittimamente dalla guerra d’aggressione sionista americana con tutti i mezzi disponibili: incluso il bombardamento delle basi militari americane (e non solo) ospitate da tutte le monarchie del Golfo; incluso il blocco di Hormuz da parte iraniana, e il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb da parte degli houthi. Solo la fine dell’aggressione sionista americana può rimuovere i suoi effetti e ripristinare le vie commerciali.

Il questo quadro l’annuncio del ministro Crosetto di un rafforzamento della missione militare italiana nel Mar Rosso, sia essa autonoma o interna ad Aspides, va in direzione esattamente opposta. Crosetto si muove sotto la pressione diretta degli armatori, al prezzo di accrescere di fatto il coinvolgimento italiano nella guerra sionista americana in Medio Oriente. Purtroppo può far leva sul voto parlamentare di larga unità nazionale (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, PD, M5S) a favore della missione navale Aspides nella primavera del 2024: un fatto che dimostra solamente la subordinazione di tutti i partiti borghesi all’interesse superiore dell’imperialismo tricolore. È la riprova della complicità fra destra e “campo largo” in politica estera, al di là di tutte le loro contraddizioni trasversali.

Colpisce che quelle sinistre ucrainofobe che si oppongono a ogni indiretto aiuto italiano alla difesa della Ucraina dall’imperialismo russo (in quasi cinque anni 3 miliardi, in tutto 50 euro pro capite) tacciano o balbettino sulla diretta presenza militare italiana in Medio Oriente, infinitamente più costosa nel suo complesso e nella sua durata, oggi a sostegno di fatto di un’aggressione imperialista USA. E addirittura votino regolarmente il suo rifinanziamento annuale, comunque coalizzandosi con chi lo vota (PD, M5S, Renzi).

A tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento, proponiamo invece pubblicamente una campagna unitaria che dica: via i militari italiani dal Medio Oriente, e da tutte le missioni all’estero! Revoca immediata della missione Aspides!