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La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante
Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell...
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La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante
Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino
I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.
LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE
La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.
Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:
Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?
«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.
Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.
Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.
LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA
Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.
Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.
La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.
Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.
L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.
QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA
Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.
Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.
La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.
Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.
L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.
Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.
Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.
In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.
Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.
La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.
La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.
Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.
Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.
Marco Ferrando
Putin benedice il governo siriano e il massacro dei curdi
Per i campisti un’altra dura lezione dei fatti
Il nuovo capo della Siria, l’ex jihadista Al-Jolani, oggi impegnato nel massacro dei curdi del Rojava, non è solo un beniamino del governo reazionario di Erdoğan, e un interlocutore di primo piano di Donald Trump e dell’imperialismo USA. È anche nelle grazie di Vladimir Putin e dell’imperialismo russo, con tanto di reciproci riconoscimenti. Lo rivela l’incontro fra Putin e Al-Jolani, accolto al Cremlino con tutti gli onori.
«La Russia svolge un ruolo storico nel raggiungimento dell’unità e nella stabilizzazione della situazione non solo in Siria ma anche nell’intera regione» ha dichiarato Al Jolani. «Vorrei congratularmi con lei per il fatto che questo processo sta guadagnando forza» ha ricambiato Putin.
Lo scambio è tutt’altro che insignificante. Al-Jolani cerca la copertura di Putin per la propria offensiva contro i curdi nel nord-est siriano, dopo aver incassato il via libera degli americani. Putin offre ad Al-Jolani la copertura richiesta in cambio di garanzie per le basi militari russe rimaste in Siria, a Latakia e Tartus, le uniche basi russe affacciate sul Mediterraneo, e dunque di valenza strategica per la Russia.
Non è un caso che la Russia nei giorni scorsi abbia abbandonato la propria base militare di al-Qamishli nell’area controllata dai curdi: un esplicito semaforo verde per le truppe siriane e la loro mattanza. In cambio, la Russia ha ottenuto il mantenimento di una propria presenza in Siria: una sorta di compensazione, sia pure molto parziale, dello smacco subito con la caduta di Assad.
Per gli imperialismi, vecchi e nuovi, i popoli oppressi sono solo merci di scambio nei loro cinici negoziati. La realtà dei fatti assegna un nuovo colpo alle fantasie demenziali dei campisti.
Partito Comunista dei Lavoratori
Venezuela. Dichiarazione congiunta dell’opposizione di sinistra
No all’aggressione militare e all’offensiva imperialista! No alla collaborazione neocoloniale del governo venezuelano con quello di Trump! Libertà democratiche per lottare contro le pretese neocoloniali e per tutti i diritti del popolo lavoratore!
VENEZUELA. DICHIARAZIONE CONGIUNTA
Noi organizzazioni che compongono l’Encuentro Nacional en Defensa de los Derechos del Pueblo (Incontro Nazionale in Difesa dei Diritti del Popolo) e altre correnti antimperialiste, da una posizione di indipendenza di classe e indipendenza da qualsiasi altro elemento dell’attuale potere oppressivo, prendiamo posizione di fronte alla grave situazione che sta attraversando il nostro Paese dopo gli attacchi criminali perpetrati dagli Stati Uniti e dal governo di Donald Trump sul suolo venezuelano; rivendichiamo la difesa del diritto all’autodeterminazione del Venezuela, la difesa della sua sovranità nazionale, e chiediamo di respingere l’aggressione militare e l’offensiva imperialista contro il Paese.
1. Condanna della vile aggressione militare statunitense sul suolo venezuelano
Esprimiamo la nostra più categorica condanna dei bombardamenti effettuati dal governo di Donald Trump nelle prime ore del mattino del 3 gennaio su Caracas e diverse zone del territorio nazionale. Denunciamo questa azione come una flagrante violazione della sovranità, un’aggressione criminale contro il popolo venezuelano, la cui conseguenza si sta traducendo nell’imposizione di un governo sotto tutela imperialista in Venezuela, la cui missione è quella di imporre un’agenda coloniale sulla nazione, sul nostro petrolio e sulle sue risorse strategiche.
L’esteso attacco militare contro il Paese, con l’uccisione di un centinaio di persone tra militari e civili, è la continuazione e il punto culminante di una sistematica aggressione imperialista che va dalle diverse misure coercitive (“sanzioni”) applicate per lunghi anni, all’assedio militare nei Caraibi, ai bombardamenti e agli omicidi a sangue freddo in mare aperto. Questi fatti rientrano in un programma di dominio continentale, nella rinascita della nefasta “dottrina Monroe”, che rivendica il diritto degli Stati Uniti di ottenere i propri interessi a scapito dei popoli del continente, come risorsa nella loro competizione con altre potenze. L’attacco e la sottomissione nazionale del Venezuela vengono così utilizzati come esempio per intimidire altri paesi della regione.
Siamo solidali con i familiari delle vittime dell’aggressione, così come con le persone colpite dalla distruzione delle loro case o delle strutture delle istituzioni statali. Lo siamo anche con coloro che sono stati colpiti emotivamente dai bombardamenti.
Esprimiamo inoltre la nostra solidarietà alle comunità di Fuerte Tiuna, El Hatillo, alle parrocchie civili (municipi) di El Paraíso, San Juan, 23 de Enero, alle zone vicine a La Carlota e alla popolazione di Caracas, Mirandino e La Guaira in generale, che da quel giorno vivono nello smarrimento e nell’angoscia di un possibile nuovo attacco.
Come organizzazioni che si oppongono al governo venezuelano, condanniamo con forza i politici padronali che, dall’opposizione pro imperialista, applaudono l’aggressione militare contro il Paese e il piano di sottomissione nazionale di Trump. María Corina Machado, Leopoldo López, Antonio Ledezma e tutti coloro che sostengono questa politica meritano la più risoluta condanna da parte del popolo lavoratore venezuelano.
2. Condanna del sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores
Nonostante le profonde differenze politiche che abbiamo con il governo, respingiamo il sequestro di Nicolás Maduro Moros e Cilia Flores da parte delle forze militari straniere. Chiediamo vengano fornite informazioni ufficiali e il rispetto dei loro diritti umani, nonché la loro liberazione, poiché non concediamo in alcun modo all’imperialismo il diritto di arrestare e giudicare un governante venezuelano, cosa che può essere solo di competenza del nostro popolo.
Esigiamo il rispetto dei principi di autodeterminazione del popolo venezuelano. Nessuna potenza straniera ha la giurisdizione per agire come “gendarme del mondo” né per applicare le proprie leggi in modo extraterritoriale sul suolo venezuelano.
3. Il popolo venezuelano ha il diritto inalienabile di discutere e decidere il proprio destino
Con la brutale offensiva neocoloniale sul Paese non è in gioco solo il destino di un governo, ma anche il presente e il futuro del popolo venezuelano. È in discussione la condizione più elementare di Paese sovrano. Ciò che viene proposto è che la gestione delle risorse nazionali e dei frutti del lavoro nazionale venga effettuata a Washington dagli uffici del presidente degli Stati Uniti, nelle sue riunioni con i magnati statunitensi e di altri Paesi. Si tratta di un regresso storico senza precedenti.
È inaccettabile che la classe lavoratrice, i giovani e i settori popolari del Paese siano messi da parte! Chiediamo piene libertà democratiche per poter discutere e lottare contro le insolenti pretese neocoloniali sul Paese. Chiediamo il diritto di tenere assemblee libere da coercizioni nei luoghi di lavoro, di studio e nelle comunità, per discutere la situazione e definire le misure da adottare in risposta ai propositi di sottomissione nazionale. Libero diritto di riunione e di manifestazione.
4. La nostra condanna dell’imperialismo è espressa a partire un’opposizione realmente democratica e di sinistra al governo venezuelano
La nostra condanna dell’aggressione imperialista non implica alcun sostegno politico alla leadership finora al potere né al governo collaborazionista instaurato dopo l’intervento degli Stati Uniti. Concordiamo nel sottolineare che:
– Il governo ha attuato una brutale politica di austerità che ha completamente distrutto i diritti della classe lavoratrice conquistati in anni di lotte. Alla drastica politica di austerità del governo per pagare il debito estero si sono poi aggiunte le misure di soggiogamento imperialiste (“sanzioni”), che mirano a soffocare l’economia nazionale già in crisi, aggravando le difficoltà. La politica del governo ha scaricato le conseguenze dell’intera crisi sui diritti della classe lavoratrice e sulle condizioni di vita del popolo, mentre invece vengono preservati gli interessi delle classi proprietarie dentro e fuori il Paese, generando una disuguaglianza sociale sempre maggiore: tutto per le imprese e i padroni, niente per i lavoratori. Questa è stata di fatto la logica del governo. È quindi urgente il recupero dei salari e delle pensioni, il ripristino delle prestazioni sociali e la restituzione dei diritti sindacali e lavorativi sottratti.
– Allo stesso modo, contestiamo la persistente situazione di incarcerazione di militanti, o di altre persone, per motivi politici. Questi meccanismi di repressione utilizzati dal governo hanno contribuito ad approfondire la sua deriva autoritaria. Sono meccanismi che devono, come la Ley del Odio (Legge sull’Odio), che devono essere abrogati.
– Le scarcerazioni che stanno avvenendo sotto la pressione dell’imperialismo devono essere accolte con solidarietà e mobilitazione popolare per accelerare questo processo e garantire la piena libertà a tutti i detenuti rilasciati.
– Chiediamo il riconoscimento di tutti i diritti democratici del popolo venezuelano. Occorre accelerare la piena libertà dei prigionieri politici e rispondere alle richieste dei familiari, delle organizzazioni sociali e politiche che hanno lottato per la loro liberazione, alleviando il dolore causato a migliaia di famiglie venezuelane che si trovano ad affrontare questa dura e ingiusta situazione.
– Devono cessare immediatamente gli arresti e le perquisizioni arbitrarie, le sparizioni forzate e le perquisizioni senza mandato da parte delle forze di polizia e dei gruppi paramilitari.
– Denunciamo l’inaccettabile opacità riguardante la risposta dei sistemi di difesa nazionale e l’impatto reale (vittime e danni) degli attacchi USA del 3 gennaio. Chiediamo all’attuale governo di Delcy Rodríguez di spiegare con totale trasparenza i fatti, di informare la popolazione sull’identità delle persone uccise in questo criminale attentato e di fornire informazioni sui danni strutturali, sui costi e sulle stime degli effetti sulla popolazione.
– Come elemento essenziale, chiediamo che venga ripristinato il salario minimo come diritto della classe lavoratrice venezuelana, come stabilito dall’articolo 91 della Constitución de la República Bolivariana de Venezuela, e altre misure di emergenza per ripristinare condizioni di vita dignitose per l’intera popolazione.
5. Ci opponiamo a qualsiasi tipo di governo controllato dagli Stati Uniti
Nel contesto del brutale attacco e del ricatto militare imperialista, il governo Trump sta imponendo misure drastiche per la gestione delle risorse del Paese, che vengono accettate docilmente dal governo venezuelano. La «collaborazione» e la «cordialità» con l’imperialismo sono le linee guida proposte dal governo di Delcy Rodríguez, che in questo modo facilita l’avanzata neocoloniale, agendo nella pratica come un governo sotto tutela degli Stati Uniti che cede il nostro petrolio e le altre ricchezze naturali del Paese.
Rifiutiamo qualsiasi tipo di cooperazione con le imposizioni di Washington, sia che si tratti di come intendono imporci la gestione dell’industria petrolifera nazionale e del resto delle risorse naturali ed energetiche venezuelane, sia che si tratti del controllo dell’economia nazionale e delle relazioni internazionali.
Mettiamo in guardia sulla sottomissione del governo venezuelano, che con il suo collaborazionismo e la sua «cooperazione» con Trump, sta consegnando ad esso il nostro petrolio e le altre ricchezze naturali ed energetiche del Paese.
6. Appello alla mobilitazione del popolo venezuelano e alla solidarietà internazionale. È necessaria una risposta di massa e internazionalista
Trump pretende arrogantemente di calpestare il popolo venezuelano e la sua storia di lotta indipendentista e antimperialista, autoproclamandosi «presidente ad interim del Venezuela» e imponendo alla nostra nazione pressioni colonialiste abusive.
Ora più che mai abbiamo l’impellente e improrogabile necessità di lavorare per l’unità della classe lavoratrice e del popolo venezuelano sfruttato attorno ai suoi interessi di classe e per il recupero della sovranità nazionale.
L’organizzazione e la mobilitazione popolare e della classe lavoratrice sono indispensabili per superare il dominio imperialista al quale siamo soggetti. Per questo è necessario riottenere la possibilità di realizzare assemblee e promuovere spazi di incontro per il popolo venezuelano, in modo che si opponga chiaramente agli interventi di aggressione, spazi dove si discuta di ciò che è accaduto e si mettano in campo, da parte dei settori popolari e di classe, una serie di richieste per risolvere la crisi.
In questi tempi dobbiamo prepararci a sviluppare forme diverse ed efficaci di lotta in difesa della sovranità nazionale e dei diritti del nostro popolo, denunciando e organizzandoci contro tutto ciò che implica la cessione delle risorse petrolifere, minerarie, naturali o il controllo straniero.
Il destino del Venezuela non deve essere deciso da negoziati di vertice né sotto imposizioni di Washington, ma attraverso la volontà sovrana del suo popolo.
Esortiamo il popolo lavoratore venezuelano, i popoli dell’America Latina e le forze democratiche del mondo a manifestare contro questa aggressione militare. La via d’uscita dalla crisi deve essere operaia e popolare, rifiutando sia l’interventismo neocoloniale di Trump sia la continuità di un modello che sostiene e privilegia gli interessi degli imprenditori di qualsiasi origine nazionale, dei ricchi e dei nuovi ricchi, a forza di sopprimere i diritti economici, sociali e politici delle masse lavoratrici.
Tutta l’America Latina è minacciata, e i nostri popoli devono unirsi per affrontare e fermare l’invasore statunitense, le sue nuove forme di colonizzazione e l’estensione dei suoi interessi imperialisti sulle nazioni latinoamericane.
Facciamo appello alla più ampia mobilitazione in America Latina e negli stessi Stati Uniti. In questo senso proponiamo una grande mobilitazione internazionale in grado di fermare l’aggressione imperialista. Ai giovani, alla classe lavoratrice e all’intellettualità progressista degli Stati Uniti chiediamo di opporsi con determinazione al proprio imperialismo.
Caracas, gennaio 2026
Partido Patria Para Todos, Marea Socialista, PCV, Partido Socialismo y Libertad, Liga de Trabajadores por el Socialismo, Revolución Comunista, Bloque Histórico Popular, Movimiento Popular Alternativo, Unidad Socialista de Los Trabajadores
Forum di Davos: offensiva di Trump, tensioni e negoziati sulla Groenlandia
Dal 19 al 23 gennaio 2026 si è tenuta a Davos-Klosters (Svizzera) la cinquantaseiesima edizione del Forum economico mondiale. Lungi dal segnare la rotta economica del capitalismo globale, il Forum funziona oggi come uno specchio delle crisi, delle tensioni e delle dispute tra i partner atlantici, in un contesto di rivalità interimperialista e crescente polarizzazione politica e sociale.
LA GROENLANDIA AL CENTRO DELLA SCENA
Dopo l'aggressione al Venezuela, Donald Trump ha reso esplicita la sua ambizione di appropriarsi della Groenlandia, con le buone o con le cattive. Ha minacciato i suoi partner europei di un'occupazione militare della Groenlandia e dell'applicazione di dazi del 100% se non avessero facilitato il trasferimento della sovranità dell'isola artica. È così arrivato a Davos, spavaldo e arrogante, riferendosi alla Groenlandia come a un “pezzo di ghiaccio”, ma considerandola una risorsa strategica per le sue terre rare, il suo potenziale energetico legato allo scioglimento dei ghiacci e il suo valore geopolitico fondamentale.
TRA LIMITI E SUBORDINAZIONE
I mercati finanziari e settori delle istituzioni borghesi avevano già reagito con allarme a tale atteggiamento. Tuttavia, la risposta è venuta dalle autorità dell'Unione Europea, che sono sbarcate a Davos brandendo posizioni di difesa della sovranità europea, della sicurezza, dell'energia e dell'economia, minacciando di attivare a loro volta dazi, istituire sussidi e aprire nuovi mercati in Asia e nel Mercosur. Non hanno nemmeno sostenuto il rilancio del Consiglio di Pace in contrapposizione al ruolo dell'ONU – cosa che invece hanno fatto gli estremisti di destra Orbán e Milei –, strumento che si aggiunge ad altre decisioni di Trump a scapito della NATO, dell'UE e di tutte le istituzioni che non controlla direttamente. Allo stesso tempo, i leader UE hanno chiarito la loro volontà di negoziare e raggiungere accordi per non continuare a deteriorare la strategica Alleanza Transatlantica.
CONCESSIONI DENTRO IL SACCO
Dopo aver incontrato a Davos il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha affermato di aver raggiunto un accordo quadro su Groenlandia e sicurezza nell'Artico, che garantirebbe agli Stati Uniti “accesso totale” all'isola. Il presidente americano ha dichiarato che la bozza dell'accordo è ancora in fase di stesura “senza limiti di tempo”, per via dei “dettagli”.
Secondo i media, Rutte avrebbe concesso a Trump il rafforzamento della sicurezza nell'Artico, la cessione di territorio per nuove installazioni militari, la revisione dell'accordo sullo schieramento di truppe in Groenlandia per includere uno scudo antimissile, e il potere degli Stati Uniti di intervenire nel controllo degli investimenti sull'isola, con l'obiettivo di sfruttare le risorse naturali e impedire la presenza di capitali russi e cinesi.
La verità è che Trump fa e disfa, mentendo e facendo pressione. Non ci sono inoltre conferme ufficiali dei punti in discussione da parte di nessuno dei protagonisti. Tuttavia, non sembra che Trump abbia lasciato Davos a mani vuote; ha annunciato che avrà tutto ciò che vuole, che annullerà l'imposizione dei dazi all'UE, dichiarando, alludendo alla Groenlandia: «Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza».
OFFENSIVA, DISORDINE E POLARIZZAZIONE
Dentro e fuori le sale di Davos è stato nuovamente confermato che Trump cerca di seppellire l'ordine mondiale emerso dopo la Seconda guerra mondiale e le istituzioni che hanno governato per decenni, per imporre un nuovo schema di dominio sotto l'egemonia statunitense nella lotta interimperialista con Cina e Russia e con i vecchi imperialismi europei, ormai in ritardo e indeboliti.
Il processo in corso è quello dell'approfondimento della polarizzazione politica e sociale nei paesi di tutti i continenti. Trump e altre espressioni della destra e dell'estrema destra vengono affrontati dai lavoratori e dalle popolazioni, che organizzano scioperi, mobilitazioni e ribellioni, come in Iran, anche se ancora prive di una direzione rivoluzionaria. Anche nelle strade degli Stati Uniti cresce la rivolta sociale contro l'ICE, contro l'aggressione al Venezuela e contro le politiche dell'amministrazione repubblicana.
FERMARE TRUMP
In definitiva, il Forum di Davos ha rispecchiato la crisi economica e politica del capitalismo, confermando la sua essenza di strumento estraneo agli interessi dei lavoratori e dei popoli, per cui merita di essere seppellito dal rifiuto e dalla mobilitazione delle masse.
È necessario respingere le ambizioni imperialiste dell'occupazione statunitense, l'oppressione della popolazione Inuit da parte della Danimarca e dell'UE – che approfittano della situazione per avanzare nel riarmo – e anche l'ingerenza della Russia e della Cina.
Come comunisti rivoluzionari abbiamo il compito di sostenere e promuovere le lotte unitarie e l'autorganizzazione per fermare Trump, costruire forti partiti di sinistra radicale e raggruppare i rivoluzionari a livello internazionale, come sta facendo la Lega Internazionale Socialista (LIS), sotto le bandiere del governo dei lavoratori e di una soluzione comunista.
Rubén Tzanoff
Giù le mani dal Rojava! Autodeterminazione per il popolo curdo!
Volantino distribuito nelle manifestazioni per il Rojava
Negli ultimi giorni, l'esercito siriano ha ripetutamente attaccato quartieri e città in Siria dove vivono curdi o che sono sotto autogestione curda.
L'esercito siriano è stato supportato nei suoi attacchi dalla Turchia, le cui milizie “proxy” sono coinvolte in modo significativo. È chiaro che la Turchia ha un interesse significativo a strappare l'autogoverno democratico ai curdi, nel nord e nell'est della Siria (Rojava), ed è sempre stata determinata a impedire qualsiasi forma di autogoverno curdo.
Il 18 gennaio, il presidente del governo di transizione siriano, Ahmed al-Scharaa, ha proposto quindi un cessate il fuoco che di fatto priva di potere le SDF (Forze Democratiche Siriane) guidate dai curdi in Siria. In base a questo accordo, le SDF devono essere pienamente integrate nell'esercito siriano. Solo un'unità di polizia locale nelle aree curde, integrata nell'apparato di polizia siriano, potrà continuare ad esistere. In definitiva, tutti gli accordi mirano a disarmare le SDF e anche le unità curde di autodifesa YPG e YPJ.
Inoltre, aree di autogoverno curdo, in particolare Raqqa e Deir ez-Zor, saranno poste sotto il dominio dello stato siriano e l'autonomia curda cesserà. Il controllo sulle prigioni che ospitano sostenitori dell'ISIS e i loro familiari, così come l'accesso a infrastrutture e risorse importanti, sarà trasferito. Sebbene la regione sia stata gravemente danneggiata dalla guerra contro l'ISIS, possiede ancora risorse considerevoli come giacimenti petroliferi e di gas e terreni agricoli particolarmente fertili
Per placare i curdi, al-Scharaa ha riconosciuto ufficialmente il curdo come lingua in un decreto emesso il 16 gennaio. Secondo questo decreto, il curdo può ora essere insegnato come materia secondaria nelle scuole delle aree dove la maggioranza della popolazione è curda. Newroz è stata anche dichiarata festa nazionale, queste sono briciole che non potrebbero essere più piccole.
L'escalation della situazione e gli attacchi all'autogestione democratica della Siria settentrionale e orientale hanno diverse ragioni tattiche. Secondo alcuni resoconti dei media, al-Sharaa sta attualmente negoziando un accordo a Parigi che consentirebbe e legittimerebbe l'occupazione del sud della Siria da parte dell'esercito israeliano. L'attacco alla regione autonoma fungerebbe anche da perfida distrazione per nascondere questo tradimento.
Ma alla fine, questo è solo un aspetto secondario. Gli sforzi di al-Sharaa derivano dallo stesso nazionalismo siriano, che sostiene anche il governo islamista e rifiuta il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse. Nel migliore dei casi, il nuovo regime si sente costretto a fare concessioni tattiche e solo temporanee ai curdi.
In secondo luogo, l’escalation è anche strettamente legata al cambiamento nei rapporti di potere imperialisti. Gli Stati Uniti, che un tempo sostenevano militarmente le SDF guidate dai curdi nella lotta contro l'ISIS, stanno voltando loro le spalle. Poiché l'ISIS è stato sconfitto, almeno militarmente, e l'autogoverno curdo non interessa più agli Stati Uniti – al contrario, anzi – il loro atteggiamento è cambiato di conseguenza. I risultati democratici del Rojava non hanno alcuna importanza per gli Stati Uniti, né uno stato decentralizzato che non sia nel loro interesse strategico. Al contrario, gli USA vogliono un governo vassallo filo-occidentale in Siria attraverso il quale possano controllare indirettamente il paese. Non sono solo gli Stati Uniti; anche la comunità internazionale sta diventando sempre più solidale verso il governo siriano. Con questo sostegno, è più facile attaccare i presunti oppositori di uno stato siriano "stabile". L'obiettivo è aprire la Siria al capitale straniero.
Ciò significa anche che al-Sharaa vuole rappresentare uno stato centralizzato in cui il potere è concentrato nelle sue mani. La crisi sociale ed economica in corso e le contraddizioni interne tra le diverse fazioni del governo su cui si basa al-Sharaa rendono praticamente necessaria la necessità di un regime bonapartista che, inoltre, dipende per il bene o per il male dagli Stati Uniti, da altri imperialismi occidentali e da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Qualsiasi forma di autogoverno o struttura federalista, come richiesto dalle SDF e dal PYD, si oppone a questo. L'argomento secondo cui tali strutture metterebbero in discussione il nuovo stato emergente e scoraggerebbero gli investitori stranieri viene ripetutamente utilizzato dal regime come giustificazione per sopprimere i risultati.
Ci opponiamo fermamente agli attacchi dell'esercito siriano contro la popolazione e le regioni curde che sono state principalmente sotto autogestione curda da quasi un decennio. Come ogni popolo oppresso, hanno diritto all'autodeterminazione nazionale. È inaccettabile che le strutture relativamente "progressiste" (non pienamente socialiste) e il diritto all'autodifesa vengano minati in questo modo! Questi attacchi non sono solo terribili, ma sono anche di fatto un tradimento: nel marzo 2025, l'accordo tra le SDF e al-Sharaa prometteva di costruire uno stato "democratico, pluralista, decentralizzato". Anche questo fu una sconfitta per il popolo curdo, poiché già prevedeva l'integrazione delle istituzioni o delle strutture amministrative civili curde, e quindi i risultati raggiunti dalle SDF nel corso degli anni, nel governo di transizione.
Nessuna potenza imperialista può essere affidabile per difendere i diritti delle nazioni oppresse – né in Kurdistan né in Ucraina, figuriamoci in Palestina. Solo la classe lavoratrice autorganizzata può sostenere i propri diritti fino alla fine. È nell'interesse di tutti i lavoratori siriani alzarsi ora per i diritti uguali per tutti e, soprattutto, difendere i diritti e i risultati democratici della popolazione curda.
I lavoratori siriani hanno già dimostrato coraggio e tenacia nell'istituire sindacati indipendenti e comitati dei lavoratori, oltre che nel resistere ai tagli di posti di lavoro e alla chiusura delle fabbriche. Ora devono mostrare la stessa fermezza nella lotta per i diritti democratici.
Solo difendendo chiaramente i diritti di tutte le persone oppresse, come le minoranze nazionali e religiose e le donne, potranno costruire una vera alternativa al nazionalismo, all'islamismo e all'imperialismo.
Solo un governo operaio basato su consigli e proprie milizie armate, che includerebbero molti combattenti del movimento curdo, ma anche le restanti forze democratiche in Siria, può offrire una soluzione.
• Giù dal le mani dal Rojava!
• Solidarietà con il popolo curdo e vittoria ai combattenti!
• Sostegno concreto, compreso armamento, al SDF
• Per il diritto all'autodeterminazione nazionale, incluso il diritto all'armamento della popolazione!
• Ritiro immediato dell’esercito siriano dalle aree curde!
• Ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria!
• Per un Kurdistan unito e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente






