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VENERDI' 27 MARZO ORE 21: COSA SONO E COSA VOGLIONO LE E I COMUNISTI?

 

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Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

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“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Addio Fiamma

 


È venuta a mancare la nostra compagna Fiammetta Occhetti. Una compagna che ha attraversato l’intero tragitto della nostra storia politica. Una compagna che ha amato il nostro partito e che il nostro partito ha amato. Come sa chiunque l’abbia conosciuta e frequentata.

Fiamma incrociò la nostra storia politica all’inizio del percorso di Rifondazione. Da elettrice delusa del PCI, come tanti e tante vide nel Partito della Rifondazione Comunista un punto di riferimento: la possibile riscossa da una politica di compromissione, un partito finalmente classista e anticapitalista. Ma Fiamma capì rapidamente che quella aspettativa iniziale si scontrava con un gruppo dirigente di Rifondazione che nei suoi diversi assetti perseguiva una politica istituzionale e governista, profondamente subalterna, tutta interna al quadro della democrazia borghese. Da qui il suo avvicinamento alla corrente trotskista dell’opposizione interna del PRC sin dai primissimi anni ’90. Fiamma fu militante attiva non solo delle nostre battaglie congressuali nel PRC ma anche dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista, ossia dell’organizzazione politica che riconduceva quelle battaglie alla prospettiva di un partito rivoluzionario indipendente. Fiamma svolse un ruolo dirigente nella AMR, nella sua nascita e nel suo sviluppo. A maggior ragione fu militante appassionata del Partito Comunista dei Lavoratori sin dalla sua fondazione.

Fiamma Occhetti portò nelle nostre file il segno di una personalità particolare e ricca. Fiamma aveva lavorato diversi anni all’estero, in particolare in Gran Bretagna. La sua stessa esperienza di vita la portava a una naturale familiarità con un orizzonte politico internazionale e internazionalista. Uno dei fattori che la spinse verso di noi fu l’avversione radicale allo stalinismo e ad ogni sua manifestazione. Nell’ambiente di Rifondazione era tutt’altro che un’avversione scontata. L’idea di una “identità comunista” che abbracciasse indistintamente, come allora si diceva, le diverse famiglie del Novecento esercitava una forte influenza nel senso comune diffuso del corpo militante del partito. E anche in settori che si opponevano al suo gruppo dirigente e si avvicinavano alla nostra corrente. La battaglia per il trotskismo fu allora centrale anche nelle nostre file, contro dubbi e confusioni presenti. Fiamma non solo fu da subito una convinta partigiana della battaglia per il trotskismo ma svolse un ruolo nell’avvicinare ad esso compagni e compagne della sua generazione. Anche per questo fu parte integrante del nostro progetto.

Al di là della sua storia politica, Fiamma fu una grande compagna, di straordinaria semplicità e umanità. I compagni e le compagne della Liguria ricordano ad esempio le sue capacità culinarie in occasione di nostre feste e iniziative. Erano una delle sue forme di relazione umana col partito. Fiamma era tanto netta e intransigente nelle posizioni politiche quanto dolce nelle relazioni interne alla nostra organizzazione. Anche nei momenti difficili, nei passaggi stretti della nostra storia, ha fatto sentire la presenza della sua determinazione. “Ce la faremo anche questa volta, dobbiamo solo continuare a resistere e lottare” ci scrisse alcuni anni or sono. Forza e coraggio furono sempre la sua cifra.

Negli ultimi anni, problemi di salute e di vecchiaia la costrinsero a lasciare la Liguria, dove aveva vissuto e militato a lungo, e a trasferirsi a Milano per avere una maggiore vicinanza dei suoi figli. Ma le rimase dentro l’amore per “il suo mare”, al quale intende donare le proprie ceneri. E anche una profonda concezione materialista della esistenza umana. Quando i medici le dissero che le mancavano ormai due settimane di vita, la sua preoccupazione fu quella di dire ad alcuni di noi, scossi dalla notizia, che non c’era ragione di drammatizzare. “Che problema c’è? Noi siamo materialisti, dunque consapevoli del ciclo naturale della vita”. Anche questo misura la grandezza di Fiamma. Anche questo ce la rende particolarmente vicina.

Addio Fiamma, rimarrai per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nessun coinvolgimento nella guerra sionista americana!

 


Ipocrisia europea e complicità italiana

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Mentre lo Stato sionista e l’imperialismo USA proseguono l’aggressione all’Iran, le basi militari in Italia sono già di fatto operative. Non c’è bisogno di una formale richiesta americana, che tanto potrebbe arrivare come no. L’uso delle base di Sigonella è pienamente attivo: 24 voli militari USA dallo scalo prima del 28 febbraio, diretti alla base di Souda Bay (Creta) in preparazione dell’attacco. Un uso logistico, indiretto, a fini di rifornimento e trasporto truppe. Ma in ogni caso un uso a fini militari nel quadro di un’aggressione di guerra.

Non è certo la prima volta. La stessa Giorgia Meloni ha ricordato gli accordi bilaterali tra Italia ed USA sull’uso delle basi, siglati nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995, e naturalmente ben custoditi dai governi italiani di ogni colore politico. Accordi in larga parte (scandalosamente) secretati, che consentono l’uso logistico e “tecnico” delle basi militari senza alcuna esigenza di particolari permessi politici. Vincoli analoghi coinvolgono peraltro in varie forme tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

L’ipocrisia dei governi imperialisti europei è clamorosa. Formalmente nessuno dei governi imperialisti di Europa è direttamente coinvolto nella guerra israeliano-americana all’Iran. Anche perché la linea Trump emargina i vecchi alleati (Gran Bretagna inclusa) da ogni decisione di politica estera, mettendoli di fronte al fatto compiuto, senza neppure informarli. Ma nessuno tra i grandi d’Europa ha la volontà e l’interesse ad opporsi. In fondo l‘America fa il lavoro sporco che noi non siamo in grado di fare”è stato fatto filtrare ufficiosamente ai margini dei lavori della UE.

Una confessione in piena regola, già rilasciata un anno fa dal governo tedesco a sostegno del genocidio sionista, e oggi ribadita per la guerra all’Iran. Una sintesi di invidia, impotenza, complicità.

Parlano i fatti. La stessa Germania di Merz che a Monaco qualche settimana fa aveva lamentato la rottura americana del Patto transatlantico è corsa precipitosamente alla Casa Bianca nel quarto giorno di guerra per ostentare le relazioni con Trump. Al punto che persino la compiacente stampa tedesca parla di una figura umiliante per Merz. La Francia di Macron ha parlato dell’attacco americano all’Iran come di un atto estraneo al cosiddetto diritto internazionale, ma ha concluso che l’Iran non deve difendersi, per evitare escalation. Mentre la portaerei Charles De Gaulle prende il largo per tutelare gli interessi della Francia. Solo il governo di Spagna – che pure ha anch’esso accresciuto le proprie spese militari – dichiara il proprio no alla guerra sull’onda di sondaggi che rivelano l’opposizione alla guerra dell’80% della popolazione spagnola. Ma la dissociazione non si traduce in rottura, e si combina con la richiesta di rispetto per la Spagna quale membro leale della NATO. Nel mentre navi militari francesi, olandesi, italiane, spagnole, si dirigono verso Cipro.

Il governo italiano partecipa all’ipocrisia europea da una angolazione particolare, e con crescente difficoltà. Nel corso dell’ultimo anno Giorgia Meloni ha coperto la figura e la linea di Trump in tutte le forme possibili, presentandosi come pontiere tra America ed Europa nel nome dell’Occidente. Ma il corso politico banditesco di Donald Trump sia in politica interna (Minneapolis) che in politica estera, e la conseguente reazione al trumpismo nell’ultima fase in settori crescenti dell’opinione pubblica, complicano il sostegno di Meloni al Presidente americano. Ed anzi lo espongono ad un rischio di rigetto, tanto più preoccupante alla vigilia di un referendum decisivo per il governo.

Da qui il silenzio imbarazzato della Presidente del Consiglio sulla guerra all’Iran, le sue contorsioni, il suo arrampicamento sugli specchi. Da un lato “non siamo in guerra e non ci vogliamo entrare”. Dall’altro aiuti militari alle monarchie del Golfo e difesa degli accordi bilaterali tra Italia e USA circa l’uso delle basi. Con una logica di scambio: non è un caso se poche settimane fa la NATO ha riconosciuto all’Italia il ruolo di guida della sua base di Napoli, il più grande presidio militare occidentale del Sud Europa.

Solo sudditanza verso gli USA? Solo complicità ideologica col trumpismo? No, non c’è solo questo. C’è anche l’interesse specifico dell’imperialismo italiano nella politica estera del governo Meloni. La proiezione dell’Italia in Medio Oriente ha fatto un salto col piano Mattei. Gli affari con le monarchie del Golfo coinvolgono tutte le grandi aziende energetiche e tutta l’industria bellica tricolore. I viaggi del ministro Crosetto negli Emirati Arabi non sono turistici, seguono la rotta degli appalti nelle infrastrutture, nella logistica, nella cantieristica, nella produzione militare. La flotta navale del Qatar, ad esempio, è in larga parte di produzione italiana. Tutto ciò non significa solo profitti, ma anche allargamento di proprie aree di influenza, maggiori entrature e peso diplomatico, a scapito di altri imperialismi concorrenti, come quello francese. Un bottino da difendere tanto più in un contesto di guerra.

La ragione per cui l’Italia partecipa al Board of Peace di Trump, a differenza di altri imperialismi europei, non nasce solo dal fatto che è l’imperialismo USA a distribuire le carte in Medio Oriente dopo la macelleria in Palestina. Nasce anche dal fatto che l’imperialismo italiano ha oggi nuove carte da preservare in regione e nuove ambizioni. E proprio l’attuale scenario di guerra e di possibili sconvolgimenti regionali rende la partecipazione italiana ancor più importante per gli interessi (imperialistici) nazionali. Il vero scandalo politico a sinistra è che a settembre il piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu da cui sarebbe nato il Board of Peace non ha registrato nel Parlamento italiano un solo voto contrario. Non uno.

La partecipazione italiana alla missione navale Aspides in Golfo Persico, per di più con un ruolo di guida, risponde alla stessa logica. Non è solo militanza militare al fianco di Israele contro gli houthi e contro i palestinesi. È anche tutela di un proprio ruolo negoziale su diversi tavoli del Medio Oriente. Ed oggi rappresenta oltretutto un coinvolgimento nello scenario di guerra, col serio rischio di arruolamento diretto.

Domanda: è un caso se nella primavera del 2024, in pieno genocidio, quella missione militare fu votata in Parlamento da un fronte di unità nazionale che andava da Giorgia Meloni al M5S passando per il PD? Altro che opposizione! Il “pacifismo” si è inchinato al tricolore, persino di fronte a un governo a guida postfascista. E ad oggi, non a caso, nessuna “opposizione” parlamentare chiede il ritiro da quella missione.

Il rifiuto della guerra sionista-americana all’Iran deve allora saldarsi con la rivendicazione della rottura con l’imperialismo italiano, i suoi interessi, le sue compromissioni. La lotta contro la guerra o è anche lotta contro il proprio imperialismo o non è.

Via l’Italia dal Board of Peace, dalla missione in Golfo Persico, da ogni teatro di guerra!

Via l’Italia dalla NATO, via la NATO dall’Italia!

Partito Comunista dei Lavoratori

LA GUERRA IMPERIALISTA E PATRIARCALE SULLA PELLE DELLE DONNE E DELLE SOGGETTIVITÀ OPPRESSE

 


Il 2026 si è aperto nel segno dell’instabilità geopolitica ed economica determinata dalla crisi dell’ordine capitalistico. Una crisi le cui conseguenze più nefande ricadono sul proletariato e soprattutto sulle fasce più deboli: le donne e le persone queer proletarie, insieme ai popoli oppressi dall’insaziabile macchina imperialista.

All’interno di questa dinamica assistiamo da anni al montare della competizione interimperialista – che ha portato, per esempio, all’invasione dell’Ucraina, al genocidio del popolo palestinese, all’escalation militare in Medio Oriente Iran e Libano -, all’intervento USA in Venezuela, alla guerra civile in Sudan -, ma anche alla progressiva riduzione degli spazi democratici all’interno degli stessi stati imperialisti con la conseguente stretta repressiva che colpisce chiunque osi mettere in dubbio il mantra dello sviluppo illimitato e del profitto. Una postura muscolare e violenta che va a peggiorare le condizioni materiali in cui vive il proletariato, rappresentato e percepito come nemico interno da sorvegliare e, quando necessario, punire in modo esemplare. In Italia abbiamo assistito alla trasformazione di ogni emergenza sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con un “decreto sicurezza”, con la militarizzazione e con l’inasprimento delle pene. Questa impostazione ha interessato anche la questione di genere (vedi la L. 181/2025 sul femminicidio o l’assurdo emendamento Bongiorno sulla violenza sessuale) con risultati aberranti che sembrano semplici provocazioni nei confronti dei movimenti femminista e LGBTQIAP+. Il peggioramento delle condizioni di esistenza del proletariato e l’appiattimento dei bilanci pubblici sulla tutela dei profitti delle borghesie nazionali e sul riarmo finisce per pesare ancora una volta sulle spalle delle proletarie, dato che la scomparsa di qualunque forma residuale di stato sociale impone il lavoro di cura domestico. Nel frattempo la costante richiesta di pace sociale e stabilità fatta dalla borghesia ha dato la stura alle peggiori pulsioni dell’estrema destra reazionaria e sciovinista, ormai sdoganata in tutto il mondo. Sono così iniziate campagne contro i diritti civili, spesso di carattere sovranazionale, e movimenti volti a implementare la falsa coscienza reazionaria oggi dominante: dalle teorie suprematiste e razziste (come la cosiddetta “remigrazione”), che fanno da stampella ideologica alle politiche xenofobe di diversi governi europei e all’operazione di deportazioni di massa attuata da Trump, alla crociata “antigender” e “antiwoke” che oggi prende di mira, oltre alla comunità LGBTQIAP+, anche la proposta di introdurre l’educazione sessuo-affettiva e la cultura del consenso nei programmi scolastici, passando per l’emergere di movimenti apertamente antifemministi (la cosiddetta “maschiosfera”) e legati al fanatismo religioso che contribuiscono a normalizzare ideali e comportamenti misogini, omolesbobitransafobici, machisti e xenofobi, portando in molti casi a forme di violenza (bullismo, molestie, stupri, femminicidi, trans*cidi, pestaggi motivati da odio razziale o omolesbobitransafobia, in alcuni casi atti terroristici). Senza poi dimenticare la sempreverde lotta antiabortista che, complice l’arretramento del movimento operaio e il dilagare delle destre radicali, ha incassato vittorie fondamentali negli ultimi anni (annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022) e riesce in modo sempre più efficace, anche in Italia, a limitare il diritto delle donne all’autodeterminazione riproduttiva.

Nonostante le recenti perturbazioni degli equilibri voluti dall’imperialismo (le cosiddette “rivolte della Gen Z” in diversi paesi, il movimento globale in solidarietà alla resistenza palestinese, il forte movimento contro gli ayatollah in Iran, le partecipate manifestazioni in numerose città statunitensi contro il governo Trump e poi contro le operazioni dell’ICE, l’ancora timido risveglio del movimento operaio registrato anche in Italia nell’autunno 2025) ad ora manca una prospettiva capace di riunire tutte queste lotte dando loro un obiettivo comune.

L’UNICA VERA ALTERNATIVA? QUELLA DI SISTEMA!

Questa prospettiva deve essere anticapitalista e rivoluzionaria, capace di superare gli steccati ideologici del femminismo piccolo-borghese e di contrapporsi alla via riformista e gradualista, che ha disperso la forza dei movimenti femministi e LGBTQIAP+ sui frangiflutti delle compatibilità di sistema. Infatti la prospettiva della rivoluzione socialista internazionale è l’unica in grado di sciogliere tutte le contraddizioni di questa società a partire da quella fondamentale: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi, ovvero l’esistenza di sfruttatori e sfruttatɜ e di oppressori e oppressɜ. Nessun governo borghese, nemmeno il più progressista, potrà sostenerci nella lotta contro il patriarcato, perché non potrà mai risolvere le cause dell’esistenza del patriarcato e di ogni altra forma di oppressione. Solo l’unione della lotta femminista e queer con la lotta di classe può farlo. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può sostenerci nella liberazione dallo sfruttamento capitalistico e dall’oppressione ciseteropatriarcale.

È necessario confrontarsi e costruire collettivamente l’organizzazione rivoluzionaria, indispensabile nella realizzazione di quella nuova società in cui le donne e le persone queer saranno libere dall’uomo e tuttɜ insieme saranno liberɜ dal capitale. Per questa ragione abbiamo deciso, in questo otto marzo, di rilanciare la costruzione di una tendenza femminista marxista rivoluzionaria come primo, piccolo passo del lungo cammino verso la nostra autodeterminazione.

Il nostro programma?

  • Diritto ad un lavoro stabile e dignitoso. Abolizione di ogni forma di precarietà e flessibilità: ripristino dei diritti sindacali conquistati e perduti dal movimento operaio, abolizione delle leggi antioperaie e repressive
  • Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, ridistribuire il lavoro tra chi non ce l’ha e avere piùtempo libero
  • Salario di disoccupazione dignitoso per chi il lavoro l’ha perso
  • Salario minimo ben oltre la soglia del lavoro necessario, a favore delle/dei lavoratorɜ e non dei padroni!
  • Reintroduzione della scala mobile: adeguamento del salario all’aumento dell’inflazione.
  • Lottiamo per un sistema retributivo, per una pensione minima sopra i livelli della mera sussistenza, contro l’allungamento dell’età pensionabile.
  • Riduzione dell’età pensionabile per i lavori usuranti
  • Nazionalizzazione sotto il controllo operaio e senza indennizzo delle imprese che licenziano o delocalizzano.
  • Sicurezza e tutela sul lavoro sotto il controllo operaio, per condizioni di lavoro più sicure e più salubri
  • Abolizione di tutte le leggi che comprimono i diritti sindacali e di sciopero, abolizione del reato di blocco stradale, no alle precettazioni illegittime
  • Istituzione del reato di omicidio sul lavoro
  • Lotta alla schiavitù, al caporalato e alle molestie, ai ricatti e alla violenza sessuale nei luoghi di lavoro
  • Socializzazione del lavoro di cura contro qualsiasi proposta di salario alle casalinghe o reddito di esistenza. Compiti di cura socializzati.
  • Congedi parentali prolungati e retribuiti al 100% estesi a tutti i genitori, la responsabilità genitoriale non è solo delle donne!
  • Nazionalizzare sotto il controllo sociale i servizi privati legati alla cura, abolizione del welfare aziendale e dirottamento dei fondi verso i servizi pubblici
  • Istituzione di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare scuola e sanità, e tutti i servizi legati alla cura della persona.
  • Abolizione di tutte le leggi che patologizzano le soggettività LGBTQIAP+ (come la L. 164/82) e istituzione di percorsi di autodeterminazione tutelati, gratuiti e garantiti
  • Lotta allo sfruttamento della prostituzione e alla tratta di esseri umani
  • Creazione di un percorso garantito per le vittime della violenza eterocispatriarcale ma rifiuto della denuncia obbligatoria
  • Aborto libero, sicuro, gratuito e garantito, promozione dell’aborto farmacologico, abolizione del colloquio preliminare – Contraccezione gratuita, liberamente disponibile e garantita
  • Sostegno effettivo alla maternità con la socializzazione dei compiti di cura e adeguate strutture a sostegno delle madri – Lotta alla violenza ostetrica, misogina e omolesbobitransafobica nelle cure alle donne e alle persone LGBTQIAP+. Contro la medicina ciseteropatriarcale!
  • Educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole indipendentemente dalla morale reazionaria dominante. Contrastare attivamente ogni forma di discriminazione e violenza ciseteropatriarcale all’interno del mondo della scuola e dell’università.
  • Blocco a tempo indeterminato degli sfratti. No alla criminalizzazione di chi occupa e alle leggi repressive e securitarie contro i movimenti per la casa
  • Contro lo sgombero degli spazi sociali – luoghi dove spesso la comunità LGBTQIAP+, le donne e le persone razzializzate possono autodeterminarsi – e la repressione del movimento di solidarietà anti-imperialista con la Palestina.
  • Libertà di migrare, abolizione dei CPR e dei centri di detenzione per migranti
  • Accoglienza e tutela delle donne e delle soggettività LGBTQIAP+ migranti e ius soli, permessi di soggiorno, documenti e diritto alla residenza
  • No alle guerre dell’imperialismo e alle spese militari, cessate il fuoco immediato in Palestina, Ucraina e tutti i teatri di guerra del capitale. A fianco della resistenza di tutti i popoli contro l’imperialismo e per l’autodecisione: dalla Palestina all’Ucraina, dal Kurdistan al Sahara Occidentale, fino alla lotta dei kanak in Nuova Caledonia
  • No all’ondata reazionaria del postfascismo mondiale, per la ripresa delle lotte antifasciste, in saldatura diretta con l’anticapitalismo
  • Per un mondo pulito: produrre e consumare ciò che serve, accesso a acqua, terra, aria puliti, esproprio e nazionalizzazione delle imprese che inquinano.

Contro ogni forma di oppressione e pregiudizio verso le persone disabili e neurodivergenti. Per il diritto al lavoro, unica forma di autodeterminazione, senza categorie speciali ghettizzanti. Per la costruzione di percorsi educativi e didattici realmente inclusivi.

Costruiamo il movimento femminista marxista rivoluzionario!