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Verso il 10 ottobre

  🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼 🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Pal...

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La nostra via maestra

 


Non la via del “campo largo” coi partiti borghesi, né quella del settarismo autocentrato.

Ma la via del fronte unico e del programma anticapitalista.
Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

Partito Comunista dei Lavoratori

Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione nazionale “La via maestra” del 17 ottobre

Questa manifestazione è la stessa ricorrente in ogni autunno. Cui (forse) seguirà il tradizionale sciopero simbolico in occasione della finanziaria.

Naturalmente partecipiamo a questa manifestazione, come ad ogni sciopero. Ma si tratta di un rituale che non sposta di una virgola i rapporti di forza fra le classi nella vita politica italiana.

L’OCCASIONE DISPERSA DI UN ANNO FA

Un anno fa a fine settembre e inizio ottobre fece irruzione una mobilitazione vera, spinta dall’indignazione contro il genocidio sionista, accompagnata finalmente per la prima volta da uno sciopero generale unitario promosso dall’intero arco dei sindacati di classe. Purtroppo quel grande sussulto di massa che ruppe gli argini del vecchio rituale fu rapidamente disperso da chi avrebbe dovuto dirigerlo. Il suo unico risultato postumo fu la sconfitta del governo Meloni nella prova referendaria. Poi il nulla. La direzione della CGIL ha ripiegato sul proprio calendario d’apparato. USB ha fatto altrettanto.

Lo scontro politico col governo è stato di fatto delegato ai partiti borghesi del campo largo e alla loro interminabile contesa su chi guiderà il futuro governo (virtuale). Mentre il governo reale a guida postfascista, senza nessuna reale opposizione, continua a mulinare regalie ai padroni, decreti reazionari e pose militariste, assieme a pacchi dono preelettorali su bollo auto e consimili, alla rincorsa di un ex generale xenofobo che plaude alla Xª MAS.

Di fronte a tutto questo non basta denunciare le malefatte del governo ed evocare “valori” democratici . Occorre preparare una lotta vera, unitaria, di massa, sul terreno della lotta di classe. Una lotta capace di mobilitare il sentimento collettivo dell’indignazione democratica ma anche le ragioni sociali di milioni di oppressi e di sfruttati. Una lotta fatta non per partecipare ma per vincere.

PER UNA VERA RIVOLTA SOCIALE

Guardiamo in faccia la realtà. I salari sono in picchiata e i profitti alle stelle, si moltiplicano gli attacchi al lavoro in centinaia di aziende, il caro affitti e mutui colpisce il diritto alla casa, milioni di giovani precari sono sotto ricatto quotidiano, istruzione, sanità e ambiente cedono il passo all’economia di guerra… Eppure dopo quattro anni il blocco sociale su cui si regge il governo ancora tiene, caso unico in Europa. Perché? Per un destino cinico e baro? No, accade perché milioni di oppressi e di sfruttati, più volte traditi e sfiduciati, non vedono una prospettiva per cui battersi, una piattaforma di lotta in cui riconoscersi, una bandiera attorno a cui raggrupparsi. La stessa ragione per cui tra i salariati, in base ai sondaggi, il 58% si astiene dal voto e il 39% di chi vota opta per… Fratelli d’Italia. È la misura del disastro compiuto dalle sinistre politiche e sindacali dopo anni e decenni di passività e compromissioni.

Si tratta allora di voltare pagina. Di ridare al mondo del lavoro la coscienza della propria forza e una nuova direzione che abbia il coraggio di usarla. L’evocazione di “una rivolta sociale” annunciata ogni anno dal Segretario della CGIL per usi comiziali o televisivi deve trasformarsi finalmente in una mobilitazione vera attorno ad una piattaforma generale unificante. Contro il governo, contro il padronato, per rivendicazioni sociali e democratiche

PER UNA RADICALITÀ UGUALE E CONTRARIA A QUELLA DEL GOVERNO E DEI PADRONI

  • Per un forte aumento generale dei salari di almeno 500 euro netti, a carico dei profitti, e il ritorno alla scala mobile delle retribuzioni
  • Per una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga a 32 ore settimanali
  • Per la cancellazione di tutte le forme di precariato, a pari lavoro pari diritti
  • Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco al fine di finanziare il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, nell’istruzione, nel risanamento ambientale
  • Per l’abbattimento delle spese militari, l’uscita dalla NATO, la revoca delle missioni, la cancellazione di ogni diplomazia segreta, la nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica
  • Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano, che inquinano, che ignorano i diritti sindacali
  • Per l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari al fine di garantire il diritto universale alla casa
  • Per la rottura di ogni relazione con lo Stato coloniale di Israele e il sostegno alla piena autodeterminazione del popolo palestinese, come di ogni popolo oppresso
  • Per una legge elettorale integralmente proporzionale ad ogni livello istituzionale, l’unica che può garantire l’eguaglianza di ogni voto

Una piattaforma “troppo radicale”? No, è tanto radicale quanto lo è da quarant’anni la politica del padronato e dei suoi governi. Semplicemente è una radicalità di segno contrario. L’unica che possa rimotivare larghi settori di massa, aprire contraddizioni nel blocco avversario, strappare cammin facendo risultati parziali, riaprire dal basso lo scenario politico. L’unica che possa ricomporre un blocco sociale alternativo attorno al mondo del lavoro, a partire dalla giovane generazione.

FARE COME IN FRANCIA, PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

I fatti di Francia e di Spagna dimostrano che la rivolta sociale è possibile. Un ampio settore della nuova generazione, che in questi anni ha battuto le strade con la Palestina nel cuore, rivela una volontà di ribellione alla propria condizione. Può essere per la scuola come in Francia, può essere per la casa come in Spagna, ma in entrambi i casi ciò che tracima in quelle piazze va ben oltre i fattori di innesco della mobilitazione, e travalica ampiamente il bipolarismo istituzionale e la dimensione elettorale. Chiama nei fatti in causa la natura stessa del capitalismo, l’ipocrisia della democrazia borghese, la dittatura onnipresente del profitto.

Il movimento operaio in Italia e in Europa è chiamato allora a una prova d’appello dai fatti di Francia e di Spagna. O investe nella loro propagazione nel nome di un’egemonia di classe anticapitalista o rischia di esporsi ad un nuovo contraccolpo reazionario.

Questo vale tanto più per il movimento operaio italiano.

Lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali del 30 ottobre contro i carichi d’armi per Israele, lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre contro il militarismo e l’economia di guerra, sono appuntamenti di grande rilevanza anche in Italia. Ma vanno incorporati in una svolta generale di indirizzo sul piano politico e sindacale. Fuori dall’ennesima subordinazione al campo largo del centrosinistra (AVS e Rifondazione Comunista) come fuori da ogni logica settaria e autocentrata (Potere al Popolo).

Occorre combinare il fronte unico di classe e di massa con un programma d’azione anticapitalista, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici: questa è l’unica risposta che si ponga all’altezza dell’attuale livello dello scontro. È la politica del Partito Comunista dei Lavoratori. L’unica via maestra.

Electrolux. Il “tavolo” si inclina solo con la lotta!

 


Se le burocrazie sindacali latitano, o peggio, si dedicano a ostacolare la lotta e le RSU combattive, devono pensarci i lavoratori e le lavoratrici! È ora di abbandonare le illusioni: ci si salva lottando insieme, non con l’ennesimo sacrificio!

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione Romagna

È ora di capire che dai tavoli non uscirà la soluzione in grado di salvare i posti di lavoro: i precedenti tentativi di trattativa e confronto tecnico che si sono tenuti presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) hanno visto il sostanziale fallimento del tavolo negoziale. Electrolux non solo non ha ritirato il proprio famigerato “piano industriale”, ma lo ha in massima parte confermato offrendo solo limitatissime e irrilevanti modifiche. La multinazionale pretende però di superare e azzerare gli accordi sindacali esistenti che pongono limiti alla saturazione e alla ritmica di fabbrica. Vuole aumentare le cadenze delle linee di montaggio fino a 140 pezzi all’ora (123 nello stabilimento di Forlì) e stabilizzare l’assetto produttivo su un unico turno giornaliero, imponendo pesantissimi e insostenibili sacrifici ai lavoratori.

Ciò che l’azienda spaccia per “ottimizzazione” si traduce in un immediato peggioramento delle condizioni di vita in fabbrica: il miglioramento è solo nel portafoglio del padrone, che spreme gli operai fino all’ultimo prima di andarsene.

È necessaria una svolta. Non c’è più nulla da negoziare. Tutte le organizzazioni di fabbrica devono unire la propria azione a sostegno di una lotta finalmente decisa e serrata, che chieda la nazionalizzazione della Electrolux sotto il controllo operaio. Se l’azienda delocalizza dopo aver ricevuto milioni di soldi pubblici, pubblica deve essere la sua proprietà!

Va costituita una cassa nazionale di resistenza a sostegno di una lotta prolungata e dell’occupazione degli stabilimenti che la multinazionale vuole chiudere, a partire da Cerreto d’Esi, una cassa che sia rigorosamente sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta. Non si può proseguire in ordine sparso, perciò va creato un coordinamento delle RSU del gruppo Electrolux. Chi rischia il salario e il lavoro è il solo ad avere il diritto di decidere cosa fare, non i sindacalisti di professione che non rischiano niente.

La vertenza Electrolux deve essere esemplare per tutto il mondo del lavoro. È necessario allargare la lotta a livello nazionale: la vertenza Electrolux deve essere simbolica per tutto il mondo del lavoro. I lavoratori dell’ILVA, e delle altre fabbriche in crisi, non hanno bisogni diversi. Fuori da questa prospettiva c’è solo l’eterno ripetersi di un film già visto troppe volte negli ultimi decenni: quello della sconfitta degli operai e delle operaie e la fuga dell’azienda all’estero dopo l’ennesima estorsione. Non si può più proseguire in ordine sparso. Se i padroni licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento dei padroni.

È necessario, mai come ora, un vero sciopero generale. Non è possibile che le direzioni delle organizzazioni sindacali confederali (e non solo) non stiano ancora lavorando in questa direzione. Se la burocrazia sindacale è latitante, devono pensarci i lavoratori! Occorre far ripartire una vertenza generale del lavoro, contro l’erosione del potere d’acquisto, per il salario minimo intercategoriale, per condizioni di vita dignitose!

PER UNO SCIOPERO GENERALE NAZIONALE! SE I PADRONI LICENZIANO, NOI BLOCCHIAMO TUTTO!
BLOCCO DELLA PRODUZIONE! COLPIRE ELECTROLUX DOVE FA MALE: IL PORTAFOGLIO!
I LAVORATORI NON FINANZIERANNO LA SPECULAZIONE DEL PADRONATO: NAZIONALIZZARE LE IMPRESE CHE CHIUDONO O DELOCALIZZANO!

Verso il 10 ottobre

 


🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼


🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Palestina libera, laica e socialista in un Medio Oriente socialista 🇵🇸 


#noddlantisemitismo #palestinalibera #socialismoobarbarie #partitocomunistadeilavoratori #legainternazionalesocialista

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Via l’Italia dal Mar Rosso e dal Golfo Persico! Ritiro da tutte le missioni militari!

 


Per una campagna unitaria a sinistra, rimuovendo complicità e ambiguità

Partito Comunista dei Lavoratori

“Colpito un caccia italiano in Arabia Saudita!” grida la stampa borghese con aria di scandalo. Ma cosa ci fanno le forze militari italiane nel Regno Saudita, per di più in un contesto di guerra? “Difendiamo i nostri interessi nazionali!” tuona il possente ministro Crosetto. Ma quali sono esattamente gli interessi italiani in Arabia Saudita e più in generale nella regione mediorientale? Questo è il punto che i governi borghesi tricolori – tutti – pudicamente nascondono sotto un velo di retorica ipocrita.

Partiamo da un dato oggettivo. La presenza militare italiana in Medio Oriente è massiccia e prolungata nel tempo: missione Unifil in Libano aggiornata dal governo Prodi nel 2006; missione EuNavfor-Operazione Atalanta al largo della Somalia approvata dal governo Berlusconi nel 2008; missione militare in Libano (Mibil) varata nel 2015 dal governo Renzi; Prima Parthica-Inherent Resolve in Iraq approvata nel 2014 dal governo Letta; partecipazione a missione NATO in Iraq e Kuwait dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Emasoh-Agenor nello stretto di Hormuz dal 2020 approvata dal governo Conte; missione Aspides in Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, varata dal governo Meloni con voto bipartisan in Parlamento di PD e M5S nel 2024.

Il tutto si aggiunge a presenze militari ereditarie addirittura pluridecennali: come la presenza nella Multinational Force e Observers (MFO) nel Sinai egiziano che risale al 1981 e la missione Combined Maritime Forces (CMF) attorno alla Penisola Arabica che inizia nel 2002.

I governi di ogni colore hanno rinnovato e finanziato nel tempo tutte queste missioni in occasione di ogni finanziaria. Tutti i partiti borghesi di ogni colore hanno votato a favore del loro rinnovo. Incluse le sinistre cosiddette “radicali”, quando sono state coinvolte in responsabilità di governo, come in occasione del primo e secondo governo Prodi per il Partito della Rifondazione Comunista (cinque anni complessivamente), e in occasione del secondo governo Conte per Alleanza Verdi Sinistra.

La verità è che tutti i governi borghesi hanno agito, secondo natura, come comitati d’affari dell’imperialismo italiano. Certo, dentro il quadro delle sue alleanze internazionali (NATO, UE). Ma anche in funzione dei propri specifici interessi nazionali. Tanto più oggi.

Il Medio Oriente, assieme all’Africa, è attualmente il principale teatro operativo del cosiddetto Piano Mattei. Un piano dettato principalmente dai grandi monopoli energetici (ENI, ENEL) e dall’industria bellica tricolore. Il piano non si riduce affatto alla salvaguardia delle rotte commerciali. Riguarda anche e soprattutto investimenti diretti nell’estrazione delle materie prime, in gigantesche operazioni immobiliari (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), in costruzioni militari. Fincantieri costruisce la flotta militare del Qatar, Leonardo spazia in tutta la regione a partire dallo Stato sionista, ENI ed ENEL si muovono nel solco aperto dall’industria bellica, e viceversa. Non a caso l’Arma dei Carabinieri si candida a partecipare alla “nuova struttura militare” prevista dal Board of Peace per Gaza, mentre ha operato già in Cisgiordania nell’addestramento della polizia filosionista dell’ANP. Mentre l’Italia contende alla Francia la spartizione della sua vecchia area coloniale nell’Africa Subsahariana oggi in declino: incluso il Niger (ricco di uranio), dove le truppe italiane sono oggi l’unica presenza militare occidentale rimasta dopo l’obbligato ritiro francese.

Si potrebbe continuare a lungo…

Perché oggi dunque cinquecento militari italiani stanziano in Arabia Saudita, e i suoi aerei da guerra sono ospitati dalla basa arabica di King Fahd? Perché sono lì da ben dodici anni nel quadro di una presenza militare multiforme. Una presenza oggi rinforzata grazie allo spostamento di truppe dal Kuwait in occasione della guerra USA-Iran.

«Le monarchie del Golfo sono nostre alleate, gli attacchi di Iran e houthi sono inammissibili e li condanniamo con forza» esclama Tajani. Una confessione in piena regola. Sta a dire che l’Italia partecipa di fatto con una propria presenza militare diretta alla protezione del proprio alleato saudita contro l’Iran e contro gli houthi. Rei di difendersi legittimamente dalla guerra d’aggressione sionista americana con tutti i mezzi disponibili: incluso il bombardamento delle basi militari americane (e non solo) ospitate da tutte le monarchie del Golfo; incluso il blocco di Hormuz da parte iraniana, e il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb da parte degli houthi. Solo la fine dell’aggressione sionista americana può rimuovere i suoi effetti e ripristinare le vie commerciali.

Il questo quadro l’annuncio del ministro Crosetto di un rafforzamento della missione militare italiana nel Mar Rosso, sia essa autonoma o interna ad Aspides, va in direzione esattamente opposta. Crosetto si muove sotto la pressione diretta degli armatori, al prezzo di accrescere di fatto il coinvolgimento italiano nella guerra sionista americana in Medio Oriente. Purtroppo può far leva sul voto parlamentare di larga unità nazionale (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, PD, M5S) a favore della missione navale Aspides nella primavera del 2024: un fatto che dimostra solamente la subordinazione di tutti i partiti borghesi all’interesse superiore dell’imperialismo tricolore. È la riprova della complicità fra destra e “campo largo” in politica estera, al di là di tutte le loro contraddizioni trasversali.

Colpisce che quelle sinistre ucrainofobe che si oppongono a ogni indiretto aiuto italiano alla difesa della Ucraina dall’imperialismo russo (in quasi cinque anni 3 miliardi, in tutto 50 euro pro capite) tacciano o balbettino sulla diretta presenza militare italiana in Medio Oriente, infinitamente più costosa nel suo complesso e nella sua durata, oggi a sostegno di fatto di un’aggressione imperialista USA. E addirittura votino regolarmente il suo rifinanziamento annuale, comunque coalizzandosi con chi lo vota (PD, M5S, Renzi).

A tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento, proponiamo invece pubblicamente una campagna unitaria che dica: via i militari italiani dal Medio Oriente, e da tutte le missioni all’estero! Revoca immediata della missione Aspides!

Legge elettorale e democrazia borghese

 


Contro la tagliola della quadruplicazione delle firme. Per una legge elettorale integralmente proporzionale, senza sbarramenti, senza impedimenti, senza premi di maggioranza

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo a guida postfascista vuole decuplicare il numero di firme necessarie per depositare una lista elettorale da parte di partiti non rappresentati in Parlamento. Dalle 1500/2000 firme attuali per collegio a 6000/7000 per collegio plurinominale della Camera e del Senato. I collegi della Camera sono 49, quelli del Senato 26. Per presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera occorrerebbero 294000 firme. Nei fatti ben oltre 300000, considerando i fisiologici annullamenti. Una enormità. Cui si aggiunge la clausola per cui ci si può presentare nazionalmente solo se si raccolgono le firme necessarie in almeno il 50% delle circoscrizioni.

Il combinato disposto di queste due clausole è uno solo: l’eliminazione dalla competizione elettorale di un ampio arco di forze minori, diversamente collocate, oggi prive di rappresentanza istituzionale. In altri termini, i partiti borghesi di governo che siedono in Parlamento decidono di escludere a priori persino dalla competizione elettorale i partiti che oggi ne sono fuori. È un passo verso l’americanizzazione del sistema politico.

Consideriamo arcireazionaria questa proposta e chiediamo il suo immediato ritiro. Anche attraverso l’appello alla Corte Costuzionale.

Non ci sfuggono le ragioni politiche miserabili della soluzione proposta. Ragioni incrociate. Il governo aveva proposto in prima battuta di escludere persino dal calcolo dei voti di coalizione le liste che non avessero raggiunto la soglia del 3% dei consensi (con la eccezione della prima sotto soglia), col possibile effetto di una coalizione vincente nei voti ma perdente nei calcoli. Una soluzione che Mattarella ha fatto sapere che non avrebbe firmato, anche per timore di una bocciatura della Consulta. Da qui la vendetta del governo: “Va bene, calcoleremo i loro voti ma… alzeremo l’asticella delle firme per impedire che si presentino”. Forza Italia in particolare ha spinto questa soluzione per timore di perdere voti a vantaggio di liste centriste del campo largo. Italia Viva di Renzi appoggia la misura perché così incassa il monopolio della rappresentanza di centro del campo largo. Il M5S la contrasta solo perché Conte gioca di sponda col “progetto civico” dell’assessore romano Onorato che gli ha promesso il voto in occasione delle primarie. Ogni partito borghese gioca per sé sulla pelle dei diritti democratici più elementari.

Ma al di là della superficie politica contingente, occorre una valutazione di fondo.

Le normative reazionarie in fatto di leggi elettorali non nascono col governo Meloni. Il progetto di legge Meloni (cosiddetto Stabilicum) elimina i collegi uninominali dell’attuale Rosatellum in cambio di una legge a base proporzionale truccata con un forte premio di maggioranza. Un premio che trasformerebbe il 42% dei voti almeno nel 55% dei seggi parlamentari. Assolutamente inaccettabile. Ma la legge elettorale attualmente vigente (Rosatellum), proposta e votata dal PD sotto il governo Gentiloni, ha fatto di peggio: ha dato al 44% dei voti della destra ben il 59% dei parlamentari. Se Meloni ha governato l’Italia per cinque anni è anche grazie a una legge elettorale del PD, oltre alle porcherie votate negli anni dai partiti del centrosinistra. Con che faccia il centrosinistra denuncia oggi il progetto di legge Meloni?

Si dirà: la differenza sta nel fatto che Meloni, con la sua nuova proposta di legge, punta scopertamente al premierato, attraverso l’indicazione obbligata del candidato Premier della coalizione. Verissimo. E indubbiamente il progetto di premierato, assieme a quello dell’autonomia differenziata, è un progetto reazionario di stampo bonapartista che va respinto con la massima determinazione.

E tuttavia l’attuale configurazione delle istituzioni locali, a livello comunale e regionale, non disegna forse piccoli premierati? I sindaci-podestà con maggioranza certa nei consigli comunali, e i governatori delle Regioni con maggioranza certa nei consigli regionali, ben al di là dei voti ricevuti, non sono forse la prefigurazione locale di un bonapartismo nazionale? È così. Ed è bene ricordare, per amore di verità, che fu il centrosinistra degli anni ’90 e dei primi anni 2000 il principale proponente dei bonapartismi locali, con in testa il Partito Democratico della Sinistra, poi Democratici di Sinistra, poi Partito Democratico, nel nome del primato della governabilità sul principio di rappresentanza. Per questo le leggi elettorali maggioritarie accompagnarono la seconda Repubblica ad ogni livello istituzionale. Ciò che oggi Meloni vuol fare è semplicemente estendere al piano nazionale il sistema istituzionale locale. Con un salto qualitativo reazionario che raccolga ed amplifichi tutto il peggio di quei modelli.

Occorre allora andare alla radice del problema, fuori da ogni ipocrisia.

Significa rilanciare una battaglia generale per un sistema elettorale integralmente proporzionale, ad ogni livello istituzionale, senza alcuna soglia di sbarramento, senza alcun premio di maggioranza, senza impedimenti a un libero confronto e partecipazione elettorale. Significa affermare il principio elementare della rappresentanza contro il totem della governabilità borghese.

“Ma allora non vi interessa la stabilità dei governi?” No, non ci interessa, perché non stiamo parlando di governi dei lavoratori ma di governi della borghesia, comitati d’affari dei suoi interessi, come diceva Marx. La loro stabilità è solo la stabilità delle politiche di rapina a vantaggio di capitalisti, grandi azionisti, banchieri. Come documentano gli ultimi trent’anni, e non solo in Italia.

La classe operaia, i giovani, le donne, colpiti quotidianamente da queste politiche, hanno un interesse esattamente opposto: quello di rafforzare la propria opposizione ai governi borghesi, quale che sia il loro colore politico. Per questo hanno interesse a una propria rappresentanza politica indipendente, basata su un proprio autonomo programma per una vera alternativa di società: che è anticapitalistica, o non è.

La battaglia per una legge elettorale integralmente proporzionale è l’unica che garantisca la parità di rappresentanza di ogni voto. Certo, nessuna legge elettorale nella società borghese, anche la più democratica, può cancellare in quanto tale il potere della borghesia, che nasce dalla proprietà dei grandi mezzi di produzione, di credito, di commercio. A differenza delle sinistre riformiste tutte, che esaltano la Costituzione di De Gasperi e Togliatti come le colonne d’Ercole della democrazia politica, noi ci battiamo da comunisti per una democrazia dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione.

E tuttavia i comunisti non ignorano le battaglie per la democrazia. Se la Costituzione formalmente stabilisce l’uguaglianza di ogni voto, chiediamo a tutte le sinistre di essere almeno su questo aspetto coerentemente… “costituzionali”. Così purtroppo non è stato e non è. Alleanza Verdi Sinistra custodisce il proprio ruolo di sinistra del campo largo dentro il sistema istituzionale e bipolare della Seconda Repubblica. Il Partito della Rifondazione Comunista, dopo vent’anni di digiuno, si candida a rientrarvi, fosse pure dalla porta di servizio. È la riprova, se ve ne era bisogno, che solo i rivoluzionari possono essere conseguenti sullo stesso terreno democratico.

In ogni caso, è sempre utile un banco di prova: proponiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento una battaglia comune per il ritorno a una legge elettorale proporzionale integrale, ad ogni livello istituzionale. L’unica, oltretutto, che oggi può privare le destre reazionarie di una maggioranza parlamentare di governo. E che se fosse stata in vigore avrebbe impedito a Meloni di governare per cinque anni contro i lavoratori, i loro diritti, le loro ragioni.

La vertenza ex Ilva in un passaggio cruciale

 


Per la difesa di tutti i posti di lavoro! Blocco generale dei licenziamenti! Per la nazionalizzazione integrale della ex Ilva, sotto il controllo degli operai, a garanzia del loro lavoro e della loro salute!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sugli operai dell’Ilva continua a gravare un infinito gioco del cerino. Da decenni. Senza che nessun attore di questa partita voglia prendersi le proprie responsabilità.

I gruppi capitalistici che si sono succeduti ai vertici dell’azienda dopo la sua privatizzazione si sono occupati, com’è naturale, di massimizzare i profitti. Prima i Riva, poi Arcelor Mittal, ora chissà. I governi borghesi di ogni colore hanno assicurato i gruppi capitalistici acquirenti. Le cordate politiche dominanti sul piano nazionale e locale hanno mirato a raggranellare il consenso elettorale necessario per tenersi in piedi e riprodursi, in accordo coi padroni dell’Ilva e coi governi: contrapponendo per lo più la salute al lavoro (o il lavoro alla salute), come se gli operai dovessero scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Il risultato è che il risanamento ambientale è stato mancato, e il diritto al lavoro di ventimila operai, tra azienda e indotto, è finito sotto sequestro. Un disastro.

Ora la Corte d’Appello di Milano, su esposto di un’associazione di cittadini, ha decretato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto per l’inosservanza delle tutele ambientali, a meno di atti riparativi.

Ma nessuno dei grandi gruppi capitalistici che hanno mostrato interesse all’acquisto vuole farsi carico degli investimenti necessari a tutelare insieme salute e lavoro. L’indiana Jindal prenderebbe tutto a un costo irrisorio, area a caldo inclusa, per massimizzare l’affare col minimo impegno. La cordata dei capitalisti italiani punta esclusivamente alla cosiddetta area a freddo, con forni elettrici e preridotto, mirando a sottrarsi a ogni contenzioso giudiziario. Ma significherebbe un pesante abbattimento dei posti di lavoro, in azienda e nel relativo indotto, oltre che un abbandono della produzione d’acciaio da altoforno, l’unica rimasta in Italia. Con ricadute a cascata sull’intero ciclo integrato dell’acciaio, e dunque su tutti gli stabilimenti.

C’è peraltro chi ritiene possibile riconvertire la produzione a caldo con forni elettrici, come nel caso di Andrea Colli, professore di Storia dell’industria alla Bocconi (La Repubblica, 9 settembre). Semplicemente, a suo dire, la riconversione sarebbe «costosa, con tempi che eccedono i cicli della politica». Il superesperto di siderurgia professor Carlo Malpelli mette nero su bianco tempi necessari e cifre: «come minimo 4 o 5 anni, considerate anche bonifiche e demolizioni, e investimenti da 2,5 a 5,5 miliardi. Una mole che nessun investitore privato è in grado di sostenere». (La Repubblica, 5 agosto).

Detto in soldoni, significa che né i capitalisti né i loro governi sono disponibili a caricarsi i costi dell’operazione. Questa verità non ha radici nella tecnologia, ma nelle regole del capitale. Cioè nelle regole del profitto. Oggi la siderurgia mondiale soffre di una gigantesca sovrapproduzione, per via soprattutto dell’espansione cinese. Tutti i grandi gruppi siderurgici competono tra loro per abbattere i costi, in posti di lavoro come in tutele ambientali. Il paradosso è che nel resto d’Europa il livello di tutele ambientali nella produzione d’acciaio da altoforno è più basso che a Taranto, non più alto. A rigore, se chiude Taranto dovrebbero chiudere tutti. Sperare tanto più oggi nei capitalisti buoni, “sociali” ed “ecologici”, significa credere alle favole.

L’unica soluzione nell’interesse dei lavoratori dell’ex Ilva passa per la immediata nazionalizzazione integrale dell’azienda, sotto il controllo dei lavoratori stessi, quale premessa di una sua riconversione attraverso gli investimenti pubblici necessari, a garanzia di lavoro e salute. Con la salvaguardia, nel tempo della transizione, di tutti i posti di lavoro a stipendio pieno. E con la successiva ripartizione della produzione siderurgica fra tutti i lavoratori del settore attraverso una riduzione d’orario a parità di paga.

Si dirà che “sono costi insostenibili per le finanze pubbliche”. Niente affatto. Sono costi sicuramente inferiori alla mole di miliardi pubblici versata per decenni ai padroni privati della siderurgia. Sicuramente inferiori a quelli previsti dai grandi piani di riarmo. Sicuramente inferiori al costo dell’enorme debito pubblico (in Italia, di soli interessi, cento miliardi l’anno) versati nel portafoglio delle banche, delle assicurazioni, dei grandi fondi finanziari che hanno comprato i titoli di Stato. Un indebitamento, peraltro, cresciuto in misura proporzionale alla progressiva detassazione dei redditi da capitale (a partire da Ires).

Si obietterà che i vincoli dell’Unione Europea dei capitalismi continentali privilegiano il risanamento finanziario a garanzia dei capitalisti creditori piuttosto che gli investimenti pubblici nella riconversione produttiva dell’acciaio. Verissimo. Ma ciò significa semplicemente che le regole del capitalismo tricolore ed europeo sono incompatibili con gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. L’avevamo capito da tempo. È ora di portare questa verità nella coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Nessuna subordinazione alle regole del capitale!

La prima necessità è far emergere la rivendicazione della nazionalizzazione integrale della ex Ilva e dell’intera produzione di acciaio quale unica vera soluzione della crisi siderurgica dal punto di vista degli interessi dei lavoratori. Basta con i passaggi di proprietà da capitalista a capitalista, da pescecane a pescecane, con gli operai che ogni volta ne pagano il prezzo. Basta con lo Stato che si fa comitato d’affari degli interessi privati, socializzando le perdite e garantendo i profitti. È ora di voltare pagina. L’intera produzione siderurgica sia nazionalizzata, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto il controllo degli operai. Tutti i sindacati che dicono di rappresentare gli operai dovrebbero battersi unitariamente per tale rivendicazione. E soprattutto dovrebbero sostenerla con la forza di massa di una mobilitazione vera. Non il classico presidio rituale di testimonianza. Ma un’azione radicale e prolungata capace di incidere realmente sui rapporti di forza ponendo un tema di ordine pubblico alle autorità di governo.

Quando i lavoratori di Genova un anno fa fermarono la produzione a Cornigliano bloccando la città per sette giorni costrinsero il governo a più miti consigli. Il punto è che non si può procedere in ordine sparso, stabilimento per stabilimento, magari nella illusione, o nella speranza, di scampare allo spezzatino aziendale a scapito dei lavoratori di altri siti. La prima necessità è quella dell’unità tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti ex Ilva e dell’indotto. Il blocco generale dei licenziamenti, nell’azienda e nell’indotto, è il primo e più urgente obiettivo unitario. Occorre una lotta unitaria che si ponga all’altezza di questo obiettivo.

Quando anni fa gli operai della GKN occuparono la fabbrica contro i licenziamenti e istituirono una cassa di resistenza indicarono l’unica risposta possibile che si ponesse all’altezza dello scontro. Se le direzioni sindacali avessero generalizzato questo livello di risposta in tutte le vertenze esposte ai processi di ristrutturazione, non ci troveremmo nella situazione attuale di atomizzazione e dispersione delle lotte. La crisi dell’ex Ilva ripropone su un piano diverso la stessa esigenza. Certo, fra gli operai, soprattutto a Taranto, serpeggia oggi delusione e disorientamento, frutto anche di una direzione sindacale inconcludente e rassegnata. Quasi che ormai l’unico negoziato possibile fosse sul salvagente degli ammortizzatori. Ma un cambio di direzione della lotta, una piattaforma unificante per tutti gli stabilimenti, una forma d’azione dirompente potrebbe innescare una ripresa di fiducia e di motivazione. E in ogni caso persino sul terreno difensivo, persino in una logica di riduzione del danno, i risultati migliori possono venire solo dalla radicalizzazione della lotta, dalla modifica sul campo dei rapporti di forza. Non dalle passerelle istituzionali.

Il governo a guida postfascista ha celebrato in Puglia i fasti dei suoi quattro anni, con l’unica preoccupazione dei fischi operai. Meloni e D’Urso vogliono disinnescare in silenzio la “bomba sociale” di Taranto per timore che esploda loro in mano in prossimità delle elezioni politiche. È una ragione in più per realizzare una svolta unitaria e radicale della mobilitazione. L’unica di cui il governo ha paura. L’unica che può strappare un risultato.