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Per un 8 marzo di lotta rivoluzionaria e internazionalista! Contro l’estrema destra e Trump!

 


Questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice, si svolge nel contesto di un’offensiva reazionaria dell’estrema destra in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, ci sono forti iniziative di lotta e mobilitazione in risposta a tale offensiva. Noi donne della LIS scendiamo in piazza questo 8 marzo per lottare per i diritti che abbiamo conquistato, con una strategia chiara contro il patriarcato e il capitale, per un femminismo rivoluzionario, internazionalista e socialista!

L’OFFENSIVA REAZIONARIA DELL’ESTREMA DESTRA CONTRO I DIRITTI DI GENERE

L’estrema destra avanza nella sua offensiva globale diretta contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQIA+. Ciò fa parte di un programma più ampio antisociale e antidemocratico. Sotto la guida di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Giorgia Meloni in Italia, l’obiettivo è lo stesso: attaccare i diritti conquistati con decenni di lotte. Le politiche contro la violenza di genere vengono ridotte, l’educazione sessuale viene smantellata, il diritto all’aborto viene criminalizzato e la comunità LGBTQIA+ viene stigmatizzata.

Questi governi e movimenti non agiscono in modo isolato: sono l’espressione di un sistema capitalista in crisi. Attaccano le infrastrutture di assistenza con i loro tagli e promuovono i valori familiari “tradizionali” per scaricare l’austerità sulle masse lavoratrici e rafforzare l’ordine patriarcale come chiave di volta del controllo sociale.

LA RISPOSTA È NELLE STRADE!

Questa offensiva accende la fiamma della lotta. Ogni attacco provoca una risposta. Ogni loro tentativo di farci arretrare rafforza la nostra organizzazione. Le donne e la comunità LGBTQIA+ si ribellano per difendere i diritti che abbiamo conquistato e per ottenerne altri, articolando le nostre rivendicazioni con le lotte della classe lavoratrice e dei popoli oppressi.

La lotta per una Palestina libera e contro il genocidio perpetrato dal sionismo e sostenuto dall’imperialismo statunitense ed europeo; l’eroica resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa senza smettere di combattere contro la NATO e i suoi piani imperialisti nell’Europa orientale; la solidarietà dei popoli con il popolo venezuelano contro l’intervento imperialista e contro il criminale blocco statunitense di Cuba, o le crescenti mobilitazioni contro Trump e l’ICE, sono esempi di questa risposta che continua a crescere. Allo stesso modo, le proteste di massa in Iran contro il regime repressivo e in difesa della propria indipendenza dagli attacchi statunitensi e israeliani, la difesa del Rojava in Kurdistan o la lotta del popolo saharawi per la propria autodeterminazione mostrano come, di fronte alla violenza e alla reazione dello Stato, le donne siano in prima linea nella lotta per i propri diritti, la propria libertà e la propria vita.

PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA

L’emancipazione delle donne e della comunità LGBTQIA+ non sarà il risultato di riforme parziali o concessioni dall’alto. Richiede un orientamento socialista e rivoluzionario che parta dal riconoscimento che l’oppressione di genere, sebbene profondamente intrecciata con lo sfruttamento di classe, ha una sua dinamica propria. Integrare entrambe le dimensioni in una strategia comune è una condizione necessaria per una reale trasformazione della società.

La lotta contro i femminicidi, per il diritto all’aborto legale e gratuito, per la parità salariale, per il pieno riconoscimento delle identità LGBTQIA+ e contro ogni forma di violenza non può essere isolata o frammentata. Deve essere articolata, mirata a smantellare le basi materiali che sostengono il patriarcato e il capitalismo. Non si tratta solo di ottenere diritti all’interno del sistema, ma di mettere in discussione il sistema che riproduce disuguaglianza, violenza e oppressione.

Affrontare questa struttura implica combattere in modo globale il capitalismo in crisi, l’ordine patriarcale che lo permea, il razzismo strutturale, l’eredità coloniale e l’imposizione eteronormativa. Non si tratta di oppressioni scollegate tra loro: fanno parte di una rete che organizza lo sfruttamento e gerarchizza le vite. Pertanto, la nostra risposta non può essere frammentaria o meramente difensiva.

Affinché le lotte non vengano diluite o assorbite da progetti istituzionali che amministrano ciò che già esiste, è necessario costruire uno strumento politico rivoluzionario, organizzato su scala nazionale e internazionale. Solo una leadership consapevole, con un programma e una strategia, può portare avanti la lotta per una società senza sfruttatori e oppressi.

Ecco perché diciamo: non lottiamo solo per difendere le briciole che cadono dalla tavola del regime borghese, lottiamo per conquistare il mondo intero, per tutt* noi.

Diciamo no a tutti i tagli alle infrastrutture sociali, perché sono le donne, i migranti e la comunità LGBTQIA+ a dover assorbire il peso della crisi, e chiediamo massicci investimenti pubblici finanziati dall’espropriazione dei ricchi e soggetti al controllo democratico dei lavoratori.

Diciamo no ai licenziamenti, ai tagli salariali e all’aumento dei ritmi di lavoro che colpiscono in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici; al contrario, lottiamo per la parità salariale, la riduzione dell’orario di lavoro con piena compensazione salariale e la ridistribuzione del lavoro tra tutt*.

Diciamo no al carico infinito di cure, educazione e lavoro domestico non retribuito che ricade sulle donne; al contrario, lottiamo per la socializzazione del lavoro riproduttivo, per l’assistenza collettiva all’infanzia, l’assistenza medica, le mense e per strutture di assistenza e educazione organizzate socialmente e collettivamente, affinché ciò sia riconosciuto come lavoro sociale essenziale e cessi di essere un obbligo privato delle donne.

Le varianti riformiste che sperano di umanizzare il capitalismo finiscono per scontrarsi con i propri limiti. La storia dimostra che non è possibile sradicare l’oppressione di genere senza attaccare le relazioni sociali che la sostengono. Né è possibile porre fine al capitalismo senza la partecipazione attiva e organizzata delle donne e degli oppressi come soggetto politico centrale della trasformazione.

Questo 8 marzo ribadiamo questa prospettiva. Ci mobilitiamo non solo per resistere agli attacchi dell’estrema destra, ma anche per rafforzare un’alternativa rivoluzionaria e internazionalista. La nostra lotta è volta a una profonda riorganizzazione della società, per un mondo in cui la vita valga più del profitto e per porre fine all’oppressione, allo sfruttamento e alla violenza.


Commissione donne e LGBTQIA+ della Lega Internazionale Socialista

Il Covid e le 'povere donne'. E se parte della soluzione fosse la cara e vecchia socializzazione del lavoro domestico?

 


Che le crisi del capitale colpiscano le classi subalterne, e in particolare le donne, non è una novità. Il Covid non fa eccezione. Il governo a targa 5 Stelle-PD ha preso ben pochi provvedimenti per tutelare le persone nei luoghi dove si ammalano di più: trasporti, luoghi di lavoro, scuola e famiglia.


All’ovvio criterio della tutela della salute di tutti e tutte si è sfacciatamente anteposta la strenua difesa del profitto della classe padronale, già da subito, con la mancata chiusura delle zone più colpite della bergamasca, e ancora più esplicitamente adesso, con il continuo riferimento alla “ripresa” che è necessario “agganciare”.

Il primo argine all’emergenza sanitaria è stato ed è ancora scontato nell’attuale sistema: spingere fuori dal mercato del lavoro decine di migliaia di donne e ricacciarle senza distrazioni “accanto al camino”, alle funzioni di babysitter, assistente, infermiera e insegnante richieste dalla crisi. Dopo il primo lockdown tante donne non sono più tornate ai propri posti di lavoro, ma hanno dovuto forzatamente “scegliere” di rimanere a casa a fare il welfare gratuito, nel tentativo funambolico di conciliare sopravvivenza sanitaria, lavoro e famiglia. Il 72% di chi è tornato al lavoro il 4 maggio era uomo.

Il coro di prefiche su quanto il Covid abbia colpito le donne è stato trasversale: le povere donne sono state compatite da sinistra a destra, dall’Avvenire al Manifesto. Tuttavia ben pochi hanno proposto soluzioni concrete a questo problema bifronte: da un lato di impedire o almeno ostacolare la trasmissione del contagio, soprattutto ai soggetti più deboli, dall’altro garantirsi un reddito. Un problema che smaschera l’impossibilità di trovare soluzioni efficaci nella cornice di questo sistema economico. I due pilastri su cui si doveva intervenire energicamente dovevano essere stato sociale e lavoro. Nessuno dei due è stato seriamente preso in considerazione.

Il primo pilastro, anche e soprattutto per le donne, doveva essere quindi la tutela del posto lavoro. Da un lato si dovevano rinforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non solo posticipare i licenziamenti, norma peraltro facilmente aggirabile. Occorreva ripristinare tutta una serie di diritti che sono stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, a partire dall’articolo 18, dal precariato, dalle norme del Jobs Act.

Il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza, in modo da non essere veicolo di contagio. Questa garanzia deve essere verificata dai lavoratori stessi, non dal padronato, perfettamente indifferente da sempre alla salute di chi lavora per loro.

Le donne hanno costituito una parte fondamentale delle figure professionali che hanno consentito al sistema che le sfrutta di andare avanti, pagando un prezzo altissimo in termini di sacrifici e salute: operaie, commesse, cameriere, cuoche, dottoresse, addette alle pulizie, infermiere, maestre, badanti… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Nessuno ha dato loro qualche tutela in più, nessuno ha esteso qualche diritto negato, qualche aumento di stipendio, qualche riconoscimento contrattuale.

Anche se rimangono al lavoro, le donne (e i lavoratori in genere) devono sacrificarsi per niente, perché questo ci si aspetta che facciano.

L’altro pilastro è lo stato sociale, la cui assenza si fa così drammaticamente sentire in questo momento.

Le misure deboli, inutili e caotiche adottate dal governo borghese non sono bastate alle famiglie, che vedono la chiusura delle scuole come una prospettiva agghiacciante e che sono forzate, per chi un lavoro ancora ce l’ha, a decidere se licenziarsi o far ammalare i genitori.

È ormai opinione diffusa che gran parte dell’impatto di questa pandemia sia dovuta allo smantellamento della sanità pubblica e dello stato sociale. È un’argomentazione facile, ormai anche i più strenui difensori del liberismo condannano i taglia alla sanità che per primi avevano rivendicato, perché il “privato” doveva essere più efficiente. Ma non è possibile illudersi che un po’ più di stato sociale ci avrebbe tenuto al riparo dalle conseguenze delle crisi – sanitarie o finanziarie – generate dal sistema capitalista. Nessun paese capitalista, con una quota maggiore o minore di stato sociale, ha retto all’urto della pandemia.

Questa pandemia ha mostrato il vero volto del capitalismo in ogni paese, ha dimostrato che a prescindere dal grado e dall’intensità con cui il capitalismo viene annacquato con un po’ di stato sociale, il risultato non cambia: dalla civilissima Svezia al Brasile di Bolsonaro, questa organizzazione economica quando va bene fa migliaia di morti al giorno (morti sul lavoro, morte per violenza domestica, morti economici, morti da migrazione, morti da povertà, morti da mancate cure) e quando va male, quando un virus si diffonde, i morti si contano a milioni. Ma il sistema continua con la stessa imperterrita disumanità. È il capitalismo che impedisce all’umanità di reagire al meglio davanti a un disastro sanitario che la sua stessa sete di profitto ha creato, grazie alla distruzione sistematica dell’ambiente.

Se un po’ più di stato sociale non basta, allora che fare?

Forse bisognerebbe rispolverare una “vecchia” rivendicazione del femminismo marxista, ossia la socializzazione del lavoro domestico. Occorre pretendere l’esternalizzazione di tutti quei lavori che le donne compiono da millenni ma che in realtà sono lavori volti alla collettività, sono lavori di cura riproduttivi e produttivi, senza retribuzione e senza riconoscimento. Questo lavoro deve essere retribuito e ricondotto alla sfera pubblica, in condizioni di sicurezza e controllo, ossia deve essere socializzato: l’intera collettività deve farsene carico perché quel lavoro oggi, oltre che di oppressione di genere, è più che mai veicolo di contagio e di morte. Solo un massiccio programma di esternalizzazione dei servizi sociali in condizioni controllate può bloccare i contagi all’interno delle famiglie e tutelare le fasce più deboli della popolazione.

Nonostante forzature e semplificazioni, la socializzazione del lavoro domestico è ben altro che uno stipendio alle casalinghe, da rigettare esattamente come il reddito alle madri di Forza Nuova.

La socializzazione del lavoro domestico non è un’elemosina per continuare a essere forzate nel ruolo di angelo tuttofare. È riconoscere quel lavoro, esternalizzarlo, retribuirlo e renderlo sicuro.

«La famiglia attualmente consuma senza produrre. Le faccende domestiche essenziali di una donna di casa si sono ridotte a quattro: pulizia (pavimento, mobili, stoviglie, ecc.), cucina (preparazione di pranzo e cena), lavaggio e cura della biancheria e dei vestiti della famiglia (rammendare o rattoppare). Questi lavori sono molto stancanti. Consumano tutte le energie, e tutto il tempo della donna lavoratrice che, per di più, deve lavorare in fabbrica. […] Invano la donna lavoratrice passa le giornate da mattina a sera pulendo casa, lavando e stirando i vestiti, consumando energie per sistemare la biancheria rovinata, ammazzandosi per preparare con i suoi scarsi mezzi il miglior pasto possibile, poiché, quando finirà il giorno, non rimarrà alcun risultato materiale di tutto il suo lavoro giornaliero; con le sue mani infaticabili non avrà creato durante il giorno, nulla che possa essere considerato merce nel mercato commerciale. Potrebbe vivere mille anni, ma tutto sarebbe uguale per la donna lavoratrice. Ogni mattina rimuovere la polvere dai mobili, il marito verrebbe la sera con voglia di cenare i bambini tornerebbero a casa con le scarpette piene di fango. Il lavoro della donna di casa diventa ogni giorno meno utile e ogni giorno più improduttivo.[…] Le mogli dei ricchi vivono da molto tempo vivono libere da queste sgradevoli e faticose mansioni. Perché la donna lavoratrice deve continuare a portare questo pesante fardello?» (A. Kollontaj, 1921)

Sono passati quasi cento anni, ma la donna è ancora lì a fare le stesse cose, pochi avanzamenti si sono ottenuti sul lavoro non pagato delle donne.

Quando si avanza la rivendicazione che tale lavoro va pagato ed esternalizzato tutti gridano all’utopia. In realtà però il lavoro domestico è da sempre socializzato. Ma per una classe sola, quella degli sfruttatori. A loro è concesso sfuggire dal destino biologico di genere scaricando su forza lavoro sfruttata tutti quei compiti che non vogliono svolgere. Il lockdown non è stato quello raccontato dalla vulgata dei balconi e dei proclami di unità nazionale al telegiornale: una classe di più o meno ricchi, più o meno borghesi, che poteva permetterselo, ha ricevuto a casa tutti quei beni e servizi che la classe lavoratrice ha continuato a produrre e a consegnare sulla porta di casa. A prezzo della propria salute e di quella dei propri famigliari.

Insomma quando ci dicono che la socializzazione del lavoro domestico è un’utopia, bisogna chiedersi: Per chi? Perché per una certa classe sociale è da sempre una realtà molto concreta.

Eppure, quando si parla di socializzazione del lavoro domestico pare una bestemmia. Quasi avessimo interiorizzato così tanto il destino di vittime sacrificali da non saper immaginare un sistema diverso, in cui siamo libere e liberi da quelle schiavitù e delle fatiche che la classe sfruttatrice ci subappalta per salari ridicoli.

La socializzazione del lavoro domestico è difficilmente rivendicabile, anche a sinistra, perché si capisce immediatamente che, per ottenerla, occorre polverizzare il principio su cui è fondata la nostra società, ossia lo sfruttamento. È una rivendicazione sociale che non ammette una mezza misura, che non si può ottenere per gradi, perché stiamo già verificando in prima persona che le mezze misure non ci hanno tutelato.

E allora bisogna cominciare a pensare che forse non è così sbagliato cambiare completamente paradigma sociale. In prospettiva futura, una volta allentata la necessità del distanziamento sociale, occorre imparare la lezione e fare come all’indomani della Rivoluzione russa, quando i servizi di mensa, asilo, lavanderia, farmacia, ristoranti e servizi assistenziali di varia natura erano collettivizzati e disponibili gratuitamente per tutti.

Non è forse così utopico pensare che sia la vita e la salute dei lavoratori a dover essere tutelata con le misure più efficaci. Non è ammissibile operare un compromesso con interessi diversi da quelli della classe lavoratrice, da quelli di chi produce e lavora. Non è possibile fare rientrare nell’equazione i profitti del padronato.

Anche in tempi di pandemia e di emergenza sanitaria non è utopico pensare di gestire il lavoro domestico in condizioni di sicurezza.

Non solo baby sitter, doposcuola, servizi di assistenza per malati e disabili, ma anche una rete capillare di lavanderie, mense, farmacie e servizi di cura di varia natura per chi ne ha bisogno. Un servizio di pasti che possa raggiungere chi non può più fare la spesa o che deve essere isolato, una rete capillare di luoghi in cui è possibile mangiare gratuitamente in sicurezza, una rete di operatori professionisti che si prendono cura di anziani, disabili e malati, sollevando le famiglie da compiti impossibili da svolgere in solitudine e con la sicurezza necessaria. Questo sistema di socializzazione di tutti quei compiti di cura normalmente assegnati alle donne devono essere svolti in costante collaborazione con un sistema sanitario completamente pubblico e gratuito. Un sistema che ha requisito e nazionalizzato senza indennizzo la sanità privata, ulteriore strumento di profitto del padronato, persino in un momento come questo.

Quanto costa tutto ciò? Pochissimo. Meno di quanto ci costa attualmente essere sfruttate/i. Basta abolire ciò che in un sistema capitalista viene dato per scontato pur essendo incongruo e inutile: il profitto privato ed esorbitante di pochi, l’arricchimento costante di una fascia della popolazione a scapito di un’altra, l’allargamento di una forbice dei redditi che a livello mondiale non conosce pause, la speculazione che ha accelerato persino durante la pandemia.

Il Covid ha messo a dura prova, in negativo, la nostra immaginazione. È tempo di usare la nostra capacità di concepire soluzioni diverse, soluzioni che possono apparire impensabili, com’è utopico e impensabile proseguire con il sistema attuale. Soluzioni che presuppongono che ognuno di noi prenda consapevolezza più concreta dell’assurdità di voler preservare i privilegi di pochi in cambio della vita di molti.

M.G.

La parità? In Russia e nel 1917

Quando ottenemmo tutto quello che ora non osiamo chiedere
27 Dicembre 2017
Mai, in nessuna epoca e in nessun paese, le donne hanno avuto una parità maggiore rispetto alla Russia all’indomani della Rivoluzione di Ottobre. Non adesso in Italia, non negli anni 70, in nessun tempo in nessun luogo.
Cosa volevano dunque i bolscevichi per le donne?

Marx e Engels si occuparono prestissimo della questione della famiglia e delle donne. Già nella Condizione della classe operaia in Inghilterra del 1844, Engels descrisse le puerpere che, dopo aver appena partorito, tornavano in fabbrica, con i seni che grondavano latte mentre i loro bambini a casa soffrivano la fame; descrisse le donne incinte costrette a lavorare fino al termine, che non di rado partorivano accanto alle macchine.

Tuttavia fu nell’Ideologia tedesca che Marx e Engels diedero maggiore struttura alla loro visione della condizione femminile, affermando che la famiglia è qualcosa di più di una serie di relazioni biologiche, svelandone lo strettissimo legame con i modi di produzione.

Per la prima volta, la famiglia non era più immutabile: come ogni altro oggetto finito sotto la lente del materialismo marxista, la famiglia venne trattata empiricamente in tutte le fasi storiche e non considerata un assoluto, innato, sempre uguale a se stesso. La famiglia diventò un costrutto sociale determinato dalla dinamica dello scontro tra classi.

In quel meraviglioso libro che è l’Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Engels spiegò come la prima forma di proprietà privata avesse origine proprio nella nascita della famiglia, proprio nel momento in cui le comunità umane divennero stanziali, in quel preciso momento in cui si produsse un surplus di beni da tramandare l’interno della propria linea dinastica. Monogamia, patriarcato, proprietà privata hanno un’origine comune e, a cascata, innescano la nascita della schiavitù, del debito, della moneta, in sintesi di quella società capitalista e patriarcale in cui ci troviamo a vivere ancora oggi. È quel preciso punto storico in cui patriarcato e capitalismo intrecciano le proprie radici che Engels definì come “la sconfitta storica del sesso femminile”.

Su queste basi teoriche marxiste e materialiste, qui solo accennate, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, i teorici bolscevichi basarono il proprio intervento sul versante della lotta contro l’oppressione di genere, immaginando una società completamente diversa. Era imperativo liberare la donna dalla famiglia, e in generale le relazioni umane dalle pastoie dello Stato borghese. I rapporti umani dovevano essere liberi, non fungere da strutture di controllo sociale. Per farlo occorreva liberare i rapporti interpersonali dai lacci imposti dalla struttura economica della società precedente, che rendeva il calcolo e l’interesse una componente irrinunciabile di qualsiasi relazione amorosa o famigliare.

E i bolscevichi agirono da subito su questo terreno, nonostante avessero tantissimi problemi molto importanti di cui occuparsi all’indomani di una rivoluzione epocale.

Fin da subito risulta ovvio che le aspirazioni di liberazione sociale dei bolscevichi si discostano nettamente dal femminismo borghese suffragista di quegli anni per saldarsi senza tentennamenti alle rivendicazioni della lotta di classe. Questa è la chiave che ha consentito alle donne di ottenere così tanto in quell’epoca: saldare la lotta di classe alle rivendicazioni femministe e femminili significa abbattere alla radice i modi di produzione e la struttura economico politica e sociale che produce il patriarcato.

È la strada rivoluzionaria e non quella riformista a garantire la liberazione delle donne: lo si evince chiaramente dai dialoghi di Lenin con Clara Zetkin, con Inessa Armand e dalle opere di Aleksandra Kollontaj. Questo “matrimonio” tra lotta di classe e lotta femminista è un caposaldo che noi marxisti rivoluzionari non possiamo dimenticare, perché è valido oggi come allora: solo il rovesciamento del modo di produzione capitalistica può rovesciare contemporaneamente anche il patriarcato e liberare gli sfruttati, donne comprese.

Cosa ottennero dunque le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre? Prestissimo, con due decreti del dicembre 1917 si abolì da un lato il matrimonio religioso e dall’altro si istituì quello civile. Chi voleva, poteva ancora sposarsi con i riti ecclesiastici che però non avevano alcun valore legale. Centinaia di anni di dominio della Chiesa sulla vita più intima delle persone vennero così spazzati via con un colpo di penna.

La seconda misura fu l’introduzione del divorzio su richiesta di una delle due parti. È quasi incredibile pensare che, a due mesi dalla presa del Palazzo d’Inverno, siano proprio queste le misure che si preoccupano di prendere i bolscevichi.

Nel 1918, più precisamente in agosto (in piena turbolenza), viene varato il Codice sul matrimonio la famiglia e la tutela. Tale codice:

Aboliva lo status di inferiorità delle donne, conferendo quindi loro la parità sul piano formale e legale (primo paese al mondo).
Concedeva il divorzio alla richiesta di uno dei due coniugi senza motivazione, istituendo gli alimenti per entrambi, a prescindere da chi fosse la parte più debole.
Abolì lo status di illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio (questa misura in Italia è stata introdotta con decreto legislativo n. 154 del… 2013).
Tutte queste misure vennero varate in un profondo clima di scambio, dialogo e dibattito all’interno del partito bolscevico, come sempre. Alcuni volevano abolire completamente il matrimonio, eliminando anche la procedura civile. Altri ne difendevano l’utilità. Si decise infine, giustamente, di garantire il matrimonio civile, anche come strumento per combattere l’egemonia ecclesiastica e come fase di transizione verso una società in cui il matrimonio sarebbe stato superfluo.

Questo codice familiare, come molte altre leggi bolsceviche, era un incipit per una società diversa che doveva ancora essere creata e testimonia la lungimiranza dei bolscevichi all’indomani della Rivoluzione. Era un codice di transizione verso un futuro in cui ogni individuo avrebbe avuto la propria indipendenza economica e la propria libertà affettiva e personale.

E funzionò. Nel 1925 solo un terzo dei matrimoni era accompagnato dalla funzione religiosa.

I bolscevichi riservarono un’attenzione particolare anche all’infanzia. Nonostante il paese versasse in una situazione terribile, in cui orde di orfani si aggiravano per le strade vivendo di furti, i bolscevichi scelsero di attuare una politica estremamente lungimirante in termini pedagogici. Anzi, operarono una vera e propria rivoluzione anche nella pedagogia, mettendo al centro il bambino e i suoi interessi, il suo sviluppo psicofisico e le sue inclinazioni, affermando che lo Stato doveva farsi carico di garantire il pieno sviluppo del bambino in tutto ciò che avrebbe voluto intraprendere nella vita. Una visione estremamente avanzata per l’epoca.

Un altro punto fondamentale del programma di liberazione sociale attuato dopo la Rivoluzione fu la socializzazione del lavoro domestico. Oggi non si riesce a parlare di questo argomento, neppure nei circoli femministi più avanzati, senza suscitare sguardi ironici o aperta disapprovazione. Lo si ritiene, nel migliore dei casi, un’utopia irrealizzabile (e nel sistema capitalista lo è). Nella Russia sovietica divenne, seppur per poco tempo, una realtà. Il lavoro domestico è lavoro e come tale deve essere retribuito e collettivizzato.

Fin dall’autunno del 1918 è stato adottato in tutto il paese un sistema di mense pubbliche. Certo, tali mense erano carenti, grazie al blocco che gli Stati imperialisti avevano imposto al neonato Stato rivoluzionario, tuttavia erano presenti e diffuse. Nel 1919-20, il 90% degli abitanti di San Pietroburgo mangiava regolarmente alle mense statali.

La Kollontaj scrive: “Nella storia della donna la separazione della cucina dal matrimonio è una grande riforma non meno importante della separazione dello Stato dalla Chiesa.”

Furono istituiti alloggi comunitari, per famiglie e persone sole. I lavori di casa venivano svolti da donne delle pulizie salariate, in molte di queste abitazioni vi erano lavanderie centralizzate, asili, scuole.

I bolscevichi fecero tanto anche per la liberazione della sfera sessuale degli individui. Nella stesura del 1926, il codice prevede gli stessi diritti per le coppie di fatto, i conviventi non sposati, cancellando sostanzialmente la differenza tra convivenza e matrimonio. Noi occidentali progrediti abbiamo dovuto aspettare fino all’anno scorso. L’omosessualità fu depenalizzata già nel 1917 e gli omosessuali potevano entrare nel partito bolscevico.

Un altro diritto fondamentale che conquistarono le donne russe fu l’aborto, persino in un momento di forte arretramento demografico. Nella Russia prerivoluzionaria il ricorso a metodi casalinghi per abortire era molto diffuso, tanto che nel 1920 i bolscevichi, guardando in faccia la realtà, riconobbero che la repressione era inutile e resero l’aborto legale e gratuito negli ospedali. Al di fuori di queste strutture l’aborto era pesantemente perseguito soprattutto a carico di chi lo provocava. Anche in questo caso l’Unione Sovietica è stata il primo paese al mondo a garantire alle donne questo diritto.

Anche se l’aborto era legale, libero e gratuito, i bolscevichi miravano a costruire una solida rete di aiuto per le madri, in modo da limitare il ricorso a questa pratica. I bolscevichi si impegnarono affinché la maternità fosse una scelta come un’altra e non con una condanna all’estromissione dalla vita sociale e lavorativa della donna.

La salute stessa della donna divenne importante come mai prima: nella Russia zarista vi erano 6 consultori per le donne incinte, nella Russia del 1921 ce n’erano 200, oltre a 138 centri per l’allattamento.

Ma non finisce qui. Vi erano apposite strutture di accompagnamento al parto, veri e propri “asili per madri” (135 nel 1921), per tutelare le donne in un periodo delicatissimo della loro vita prima e per settimane dopo la nascita, a discrezione delle donne. Qui venivano curate, seguite, nutrite, o semplicemente ospitate se non avevano voglia di aggiungere alla maternità gli altri lavori di casa. In queste strutture potevano trovare rifugio anche donne sposate in fuga dalla violenza ed erano prese d’assalto anche da donne celibi che qui trovavano cure e riposo.

Cosa è accaduto a tutte queste conquiste?

Lo sappiamo: il soffocamento della rivoluzione in un solo paese, la burocratizzazione staliniana e il tradimento dello spirito e della prassi rivoluzionaria hanno portato alla sgretolazione della società bolscevica, sostituita da quell’orrore grigio, autoritario e povero che ora nell’immaginario collettivo mondiale è purtroppo collegato al comunismo.

Nel 1936 sui giornali veniva propagandato uno Stato forte, basato sulla solida famiglia sovietica.

Il Zhenotdel, la sezione femminile e femminista del partito che tanto aveva fatto per l’avanzamento delle donne venne chiuso nel 1930. Nel 1933 l’omosessualità divenne nuovamente reato.

La pluralità di visioni e di opinioni presenti sui giornali terminò nel 1934. Molti di coloro che collaborarono alla scrittura del codice sulla famiglia o che ne discussero i principi vennero uccisi dal terrore staliniano.

Nel 1936 venne abolito l’aborto e con la legge sulla famiglia del 1944 morì definitivamente la liberazione della donna come concepita dai rivoluzionari e dalle rivoluzionarie bolsceviche: venne re-introdotta la differenza fra figli legittimi e non, si abbandonò l’educazione collettiva dei bambini e si aprì la strada alla concezione della donna e della famiglia in salsa fascio-staliniana, con relativo apparato propagandistico.

Una fine ingloriosa per un modello sociale che non era un sogno, ma che si avviava ad essere realtà concreta anche in uno stato poverissimo, affamato e arretrato.

In ciò che ottennero le donne all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre è contenuta la risposta al “che fare” di oggi. Solo l’abbattimento congiunto di patriarcato e capitale può rovesciare concretamente l’odierna oppressione femminile. Il resto è la solita favoletta riformista che tante lotte ha infilato in un vicolo cieco.
MG