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L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum CGIL. La nostra linea e proposta

 


Come è noto, la CGIL ha promosso quattro quesiti referendari in materia di lavoro. Rivendicando l'abrogazione del “contratto a tutele crescenti” (cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) introdotto dal governo Renzi col famigerato decreto 23/2015, il cuore del Jobs act; la cancellazione del tetto massimo di risarcimento ai lavoratori delle piccole imprese (previsto dalla legge 604 del 1966); l'abrogazione delle norme che liberalizzano i contratti a termine (articolo 19 del decreto legislativo 81/2015), anch'esse introdotte dal governo Renzi; l'abolizione delle norme che impediscono di estendere la responsabilità degli infortuni sul lavoro all'impresa appaltante, un tema quanto mai tragicamente attuale. Da notare che in quest'ultimo caso si tratta di norme varate a suo tempo dal governo Prodi, sostenuto da Rifondazione Comunista.


I referendum hanno dunque una natura progressiva nel loro contenuto. Il fatto, indubbio, che la burocrazia CGIL li abbia promossi in una logica sostitutiva dell'azione diretta nella lotta di classe non cambia la natura dei referendum; semmai conferma, se ve ne era bisogno, la natura della burocrazia. Certo, se la CGIL non avesse la direzione burocratica che si ritrova, se avesse avuto e avesse una direzione coerentemente classista e anticapitalista, l'intero scenario italiano sindacale e politico avrebbe preso negli anni un'altra piega, e con ogni probabilità non dovremmo ora occuparci di referendum. Ma i marxisti rivoluzionari si battono nella realtà qual è, non in quella che loro vorrebbero. E oggi i referendum sono e saranno, nelle condizioni date, uno dei terreni di scontro reale.

Non si tratta allora, per parte nostra, di contrapporre la lotta di classe ai referendum, ma di utilizzare ogni momento della battaglia referendaria per rivendicare la centralità di una proposta di svolta sul terreno della lotta di classe: per la vertenza generale, per una piattaforma di lotta unificante, per un vero sciopero generale. Mettendo in discussione apertamente la linea della burocrazia sindacale e ponendo l'esigenza di una direzione alternativa. Ciò che purtroppo l'attuale guida della minoranza CGIL (Le Radici del sindacato) non fa e non intende fare.

In questo quadro, compatibilmente coi nostri mezzi, intendiamo impegnarci per un ruolo attivo e riconoscibile nella battaglia referendaria. Partecipando ove possibile ai banchetti della raccolta firme, proponendo iniziative pubbliche a sostegno dei referendum, ponendo il tema di comitati unitari referendari come strutture di fronte unico. Ogni iniziativa può diventare infatti un'occasione di presentazione della proposta di lotta generale, ben al di là dei limiti del referendum. Più le avanguardie svolgeranno un ruolo riconoscibile nella battaglia referendaria, in questa o quella situazione e iniziativa, più potranno guadagnare uno spazio di ascolto e di attenzione per le proprie posizioni alternative.

Lo scontro referendario ha e avrà peraltro non solo una valenza sindacale ma politica.
Il governo a guida postfascista e l'intero fronte padronale si schierano per loro natura contro i referendum CGIL. Il PD, al di là della firma apposta dalla sua attuale segretaria, non può e non vuole appoggiare i referendum come partito, per il semplice fatto di aver promosso a suo tempo proprio il Jobs act. Il M5S di Conte, che ha preservato il Jobs act nella legislatura precedente pur detenendo a lungo la Presidenza del Consiglio, appone ora una firma pro forma giocando a scavalcare il PD per ragioni elettorali. A sinistra del PD, Alleanza Verdi e Sinistra e Rifondazione Comunista sostengono i referendum, ma su una linea totalmente schiacciata sulla burocrazia sindacale, senza avanzare alcuna proposta di svolta sul terreno della mobilitazione. Infine Potere al Popolo, in una logica settaria e autocentrata, ignora il terreno di scontro dei referendum per il solo fatto che sono promossi dalla CGIL, col risultato di lasciare campo libero alla politica della burocrazia.

Come PCL abbiamo dunque una nuova occasione per valorizzare la cifra caratterizzante della nostra politica nella combinazione dei suoi elementi fondanti: unità di classe e alternativa anticapitalista. La massima proiezione unitaria sul terreno del fronte unico di massa, contro ogni isolazionismo minoritario, e al tempo stesso la massima radicalità nell'indicazione dell'unica vera alternativa: la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fuori e contro ogni illusione riformista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nasce un governo della reazione

 


Per il fronte unico di classe e di massa

Un ministro della difesa tratto dalla lobby dell'industria militare tricolore. Un ministro degli interni pescato dall'entourage di Matteo Salvini, che già rivendica il controllo della Guardia Costiera come indennizzo per la mancata conquista del Viminale. Un ministero dell'ambiente da cui scompare persino la dizione di “transizione ecologica”. Una ministra del lavoro consulente delle aziende in materia di licenziamenti, da sempre fanatica del Jobs Act e già componente del CdA di Leonardo. Un ministro dell'istruzione già collaboratore di Gelmini e degli 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica, che ora contrappone “il merito” al bisogno. Una ministra della “Famiglia e della Natalità”, già portavoce del Family Day, che nega anche formalmente il diritto all'aborto, peraltro accompagnata da altri esponenti dell'integralismo cattolico più reazionario, da Alfredo Mantovano ad Alessandra Locatelli. Più in generale, una pletora di ministri di estrazione missina, in omaggio alle diverse cordate che hanno sospinto la scalata di Giorgia Meloni. Il baricentro del nuovo governo è questo. Un governo a guida postfascista.

La nuova Presidente del Consiglio intende preservare il filo di continuità della politica liberal-confindustriale di Mario Draghi nei suoi assi portanti: PNRR, fedeltà alla UE, atlantismo. Ma il suo margine di manovra sul versante economico-sociale è estremamente limitato dalla recessione annunciata, dal peso ingombrante del debito pubblico, dall'indisponibilità tedesca e olandese a un nuovo indebitamento europeo per affrontare la crisi energetica, dal profilo che si va delineando per il nuovo Patto di stabilità sulle politiche di bilancio, principalmente fondato sul contenimento della spesa pubblica. Le promesse elettorali un tanto al chilo alla propria base sociale (flat tax) sono già in cavalleria, e la catastrofe del governo inglese non consiglia avventure in fatto di conti pubblici. Già il nodo pensioni si stringe al collo del nuovo governo, che non sa come quadrare il cerchio, mentre la crisi delle bollette colpisce frontalmente il lavoro salariato e ampi settori di piccola borghesia. La verità è che il nuovo governo della destra dovrà gestire politiche di austerità tradizionalmente affidate al centrosinistra.

Per questo il governo agirà sul terreno compensativo di politiche reazionarie ideologicamente marcate, funzionali a preservare la riconoscibilità della destra agli occhi di un blocco sociale altrimenti deluso. Il militarismo patriottico in fatto di Difesa registrerà un salto. L'asse di Meloni col governo polacco in fatto di politica atlantista e di asse diretto con gli USA serve a incassare la contropartita di un rafforzamento italiano sul fronte Sud della NATO, in Nord Africa e in Africa. Le politiche “della famiglia e della natalità” celebreranno la funzione della donna madre, finanzieranno e sosterranno le organizzazioni pro life, colpiranno in varie forme i diritti di aborto, e i diritti LGBT. Vedremo con quale tempistica e intensità. Ma la traccia appare segnata dalla stessa composizione del governo.

È il tempo di promuovere contro il nuovo governo a guida postfascista una vera opposizione di massa, che richiede non un “blocco democratico” coi borghesi liberali oggi al macero, né il bricolage routinario di tante iniziative autocentrate in ordine sparso, spesso tra loro concorrenziali, ma piuttosto la costruzione di un fronte di classe e di massa, che unisca nell'azione tutte le sinistre politiche e sindacali. Un fronte che intrecci le battaglie democratiche con le ragioni del proletariato. Solo così si può alzare un argine alla destra. Solo così si può riaprire dal basso un nuovo scenario politico. Le lotte salariali in Gran Bretagna, in Belgio, in Francia, negli stessi USA, sono un punto di riferimento esemplare per la classe lavoratrice italiana, un vento che va raccolto.

Il governo della destra ha il sacro terrore di un'esplosione sociale, perché capisce che è l'unico evento che può sbarrarle la strada. Lavorare all'innesco di una mobilitazione di massa e darle una prospettiva anticapitalista è la necessità del momento. Sicuramente è e sarà il terreno di impegno del PCL.

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: A tutte le organizzazioni sindacali: sottoscriviamo la cassa di resistenza della Whirlpool

 


Appello di lavoratori dei sindacati di base a sostegno della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Whirlpool e della cassa di resistenza

Come compagni/e attivi nei sindacati di base invitiamo i lavoratori e le lavoratrici di questi sindacati, oltre che ovviamente i loro gruppi dirigenti, a sostenere concretamente la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Whirlpool, impegnati a difendere il loro lavoro, il loro reddito, il loro futuro.

Circa mille dipendenti, tra produzione e indotto licenziati in tronco dalla grande multinazionale con la complicità del governo, dopo che sono stati illusi che solo con le mediazioni istituzionali avrebbero salvato il loro posto di lavoro.
Questa solidarietà materiale dovrebbe essere pane quotidiano per tutti i proletari, a prescindere dalle loro collocazioni sindacali o meno. In un momento in cui la grande e prolungata crisi capitalistica si abbatte su tutto il mondo del lavoro sosteniamo e invitiamo a sostenere la cassa di resistenza pro-lavoratori Whirpool.

La vertenza Whirlpool deve essere simbolica ed esemplare per tutto il mondo del lavoro.
Simbolica in quanto grazie al recupero di questo classico strumento di lotta, la cassa di resistenza, si indica una strada di resistenza alla pesante offensiva padronale della Confindustria di Bonomi, che vorrebbe fare delle vite dei lavoratori e lavoratrici carne da macello.
Esemplare in quanto, potrebbe essere l’inizio di una ripresa dell'iniziativa operaia e della coscienza di classe: in un momento di forte arretramento del mondo del lavoro, dopo decenni di pacchetti Treu, legge 30, Jobs Act, cancellazione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, da parte dei governi di centrosinistra e di centrodestra, questa lotta potrebbe segnare l'inversione di una tendenza, l'inizio di una faticosa ma determinata resistenza e controffensiva per ricreare un tessuto di solidarietà di classe e sociale, che potrebbe essere seguita da altre decine di vertenze sparse e frammentate nel mondo del lavoro.

Unifichiamo le lotte, generalizzando anche la costruzione delle casse di resistenza .
Parafrasando la parola d'ordine dei lavoratori partenopei dobbiamo innalzare lo striscione "il proletariato non molla"!



Di seguito gli estremi bancari per la sottoscrizione:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli
Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810



Preghiamo tutti i sottoscrittori di far pervenire la loro adesione scrivendo al seguente indirizzo:

appellocassaWhirlpool@gmail.com


Le compagne e i compagni (seguono le prime adesioni):

Maurizio Aprea – USB Marcegaglia
Federico Bacchiocchi – SGB Sanità - Bologna
Antonio Della Pietra – FLAICA CUB - Palermo
Giacomo Di Leo – CUB Scuola
Angela La Bella – USB Sanità - Potenza
Orazio Leotta – USB Pubblico Impiego - Messina
Isidoro Migliorati – SICobas
Luca Nanfria – USB Sanità - Genova
Crescenzo Papale – USB Pubblico Impiego - Marche
Giuseppe Ranieri – CUB Pensionati - Milano
Riccardo Spadano – SGB Pubblico Impiego
Antonio Tralongo – CUB Informazione e Spettacolo
CUB Venezia


Dopo aver inviato questo appello alla RSU della Whirlpool abbiamo ricevuto questa risposta, di cui siamo grati:

Cari compagni, la rsu e le lavoratrici ed i lavoratori della Whirlpool di Napoli vi ringraziano per il vostro nobile gesto. La nostra lotta è la lotta della resistenza operaia contro le angherie del padrone capitalista che schiaccia i diritti e toglie la dignità del lavoro. Combattiamo assieme a tutte le donne e gli uomini che uniti a noi cercano il riscatto sociale per riportare al centro i diritti, e l'eguaglianza sociale. Whirlpool Napoli non molla, uniti si vince.

appellocassawhirlpool@gmail.com

Il Covid e le 'povere donne'. E se parte della soluzione fosse la cara e vecchia socializzazione del lavoro domestico?

 


Che le crisi del capitale colpiscano le classi subalterne, e in particolare le donne, non è una novità. Il Covid non fa eccezione. Il governo a targa 5 Stelle-PD ha preso ben pochi provvedimenti per tutelare le persone nei luoghi dove si ammalano di più: trasporti, luoghi di lavoro, scuola e famiglia.


All’ovvio criterio della tutela della salute di tutti e tutte si è sfacciatamente anteposta la strenua difesa del profitto della classe padronale, già da subito, con la mancata chiusura delle zone più colpite della bergamasca, e ancora più esplicitamente adesso, con il continuo riferimento alla “ripresa” che è necessario “agganciare”.

Il primo argine all’emergenza sanitaria è stato ed è ancora scontato nell’attuale sistema: spingere fuori dal mercato del lavoro decine di migliaia di donne e ricacciarle senza distrazioni “accanto al camino”, alle funzioni di babysitter, assistente, infermiera e insegnante richieste dalla crisi. Dopo il primo lockdown tante donne non sono più tornate ai propri posti di lavoro, ma hanno dovuto forzatamente “scegliere” di rimanere a casa a fare il welfare gratuito, nel tentativo funambolico di conciliare sopravvivenza sanitaria, lavoro e famiglia. Il 72% di chi è tornato al lavoro il 4 maggio era uomo.

Il coro di prefiche su quanto il Covid abbia colpito le donne è stato trasversale: le povere donne sono state compatite da sinistra a destra, dall’Avvenire al Manifesto. Tuttavia ben pochi hanno proposto soluzioni concrete a questo problema bifronte: da un lato di impedire o almeno ostacolare la trasmissione del contagio, soprattutto ai soggetti più deboli, dall’altro garantirsi un reddito. Un problema che smaschera l’impossibilità di trovare soluzioni efficaci nella cornice di questo sistema economico. I due pilastri su cui si doveva intervenire energicamente dovevano essere stato sociale e lavoro. Nessuno dei due è stato seriamente preso in considerazione.

Il primo pilastro, anche e soprattutto per le donne, doveva essere quindi la tutela del posto lavoro. Da un lato si dovevano rinforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non solo posticipare i licenziamenti, norma peraltro facilmente aggirabile. Occorreva ripristinare tutta una serie di diritti che sono stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, a partire dall’articolo 18, dal precariato, dalle norme del Jobs Act.

Il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza, in modo da non essere veicolo di contagio. Questa garanzia deve essere verificata dai lavoratori stessi, non dal padronato, perfettamente indifferente da sempre alla salute di chi lavora per loro.

Le donne hanno costituito una parte fondamentale delle figure professionali che hanno consentito al sistema che le sfrutta di andare avanti, pagando un prezzo altissimo in termini di sacrifici e salute: operaie, commesse, cameriere, cuoche, dottoresse, addette alle pulizie, infermiere, maestre, badanti… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Nessuno ha dato loro qualche tutela in più, nessuno ha esteso qualche diritto negato, qualche aumento di stipendio, qualche riconoscimento contrattuale.

Anche se rimangono al lavoro, le donne (e i lavoratori in genere) devono sacrificarsi per niente, perché questo ci si aspetta che facciano.

L’altro pilastro è lo stato sociale, la cui assenza si fa così drammaticamente sentire in questo momento.

Le misure deboli, inutili e caotiche adottate dal governo borghese non sono bastate alle famiglie, che vedono la chiusura delle scuole come una prospettiva agghiacciante e che sono forzate, per chi un lavoro ancora ce l’ha, a decidere se licenziarsi o far ammalare i genitori.

È ormai opinione diffusa che gran parte dell’impatto di questa pandemia sia dovuta allo smantellamento della sanità pubblica e dello stato sociale. È un’argomentazione facile, ormai anche i più strenui difensori del liberismo condannano i taglia alla sanità che per primi avevano rivendicato, perché il “privato” doveva essere più efficiente. Ma non è possibile illudersi che un po’ più di stato sociale ci avrebbe tenuto al riparo dalle conseguenze delle crisi – sanitarie o finanziarie – generate dal sistema capitalista. Nessun paese capitalista, con una quota maggiore o minore di stato sociale, ha retto all’urto della pandemia.

Questa pandemia ha mostrato il vero volto del capitalismo in ogni paese, ha dimostrato che a prescindere dal grado e dall’intensità con cui il capitalismo viene annacquato con un po’ di stato sociale, il risultato non cambia: dalla civilissima Svezia al Brasile di Bolsonaro, questa organizzazione economica quando va bene fa migliaia di morti al giorno (morti sul lavoro, morte per violenza domestica, morti economici, morti da migrazione, morti da povertà, morti da mancate cure) e quando va male, quando un virus si diffonde, i morti si contano a milioni. Ma il sistema continua con la stessa imperterrita disumanità. È il capitalismo che impedisce all’umanità di reagire al meglio davanti a un disastro sanitario che la sua stessa sete di profitto ha creato, grazie alla distruzione sistematica dell’ambiente.

Se un po’ più di stato sociale non basta, allora che fare?

Forse bisognerebbe rispolverare una “vecchia” rivendicazione del femminismo marxista, ossia la socializzazione del lavoro domestico. Occorre pretendere l’esternalizzazione di tutti quei lavori che le donne compiono da millenni ma che in realtà sono lavori volti alla collettività, sono lavori di cura riproduttivi e produttivi, senza retribuzione e senza riconoscimento. Questo lavoro deve essere retribuito e ricondotto alla sfera pubblica, in condizioni di sicurezza e controllo, ossia deve essere socializzato: l’intera collettività deve farsene carico perché quel lavoro oggi, oltre che di oppressione di genere, è più che mai veicolo di contagio e di morte. Solo un massiccio programma di esternalizzazione dei servizi sociali in condizioni controllate può bloccare i contagi all’interno delle famiglie e tutelare le fasce più deboli della popolazione.

Nonostante forzature e semplificazioni, la socializzazione del lavoro domestico è ben altro che uno stipendio alle casalinghe, da rigettare esattamente come il reddito alle madri di Forza Nuova.

La socializzazione del lavoro domestico non è un’elemosina per continuare a essere forzate nel ruolo di angelo tuttofare. È riconoscere quel lavoro, esternalizzarlo, retribuirlo e renderlo sicuro.

«La famiglia attualmente consuma senza produrre. Le faccende domestiche essenziali di una donna di casa si sono ridotte a quattro: pulizia (pavimento, mobili, stoviglie, ecc.), cucina (preparazione di pranzo e cena), lavaggio e cura della biancheria e dei vestiti della famiglia (rammendare o rattoppare). Questi lavori sono molto stancanti. Consumano tutte le energie, e tutto il tempo della donna lavoratrice che, per di più, deve lavorare in fabbrica. […] Invano la donna lavoratrice passa le giornate da mattina a sera pulendo casa, lavando e stirando i vestiti, consumando energie per sistemare la biancheria rovinata, ammazzandosi per preparare con i suoi scarsi mezzi il miglior pasto possibile, poiché, quando finirà il giorno, non rimarrà alcun risultato materiale di tutto il suo lavoro giornaliero; con le sue mani infaticabili non avrà creato durante il giorno, nulla che possa essere considerato merce nel mercato commerciale. Potrebbe vivere mille anni, ma tutto sarebbe uguale per la donna lavoratrice. Ogni mattina rimuovere la polvere dai mobili, il marito verrebbe la sera con voglia di cenare i bambini tornerebbero a casa con le scarpette piene di fango. Il lavoro della donna di casa diventa ogni giorno meno utile e ogni giorno più improduttivo.[…] Le mogli dei ricchi vivono da molto tempo vivono libere da queste sgradevoli e faticose mansioni. Perché la donna lavoratrice deve continuare a portare questo pesante fardello?» (A. Kollontaj, 1921)

Sono passati quasi cento anni, ma la donna è ancora lì a fare le stesse cose, pochi avanzamenti si sono ottenuti sul lavoro non pagato delle donne.

Quando si avanza la rivendicazione che tale lavoro va pagato ed esternalizzato tutti gridano all’utopia. In realtà però il lavoro domestico è da sempre socializzato. Ma per una classe sola, quella degli sfruttatori. A loro è concesso sfuggire dal destino biologico di genere scaricando su forza lavoro sfruttata tutti quei compiti che non vogliono svolgere. Il lockdown non è stato quello raccontato dalla vulgata dei balconi e dei proclami di unità nazionale al telegiornale: una classe di più o meno ricchi, più o meno borghesi, che poteva permetterselo, ha ricevuto a casa tutti quei beni e servizi che la classe lavoratrice ha continuato a produrre e a consegnare sulla porta di casa. A prezzo della propria salute e di quella dei propri famigliari.

Insomma quando ci dicono che la socializzazione del lavoro domestico è un’utopia, bisogna chiedersi: Per chi? Perché per una certa classe sociale è da sempre una realtà molto concreta.

Eppure, quando si parla di socializzazione del lavoro domestico pare una bestemmia. Quasi avessimo interiorizzato così tanto il destino di vittime sacrificali da non saper immaginare un sistema diverso, in cui siamo libere e liberi da quelle schiavitù e delle fatiche che la classe sfruttatrice ci subappalta per salari ridicoli.

La socializzazione del lavoro domestico è difficilmente rivendicabile, anche a sinistra, perché si capisce immediatamente che, per ottenerla, occorre polverizzare il principio su cui è fondata la nostra società, ossia lo sfruttamento. È una rivendicazione sociale che non ammette una mezza misura, che non si può ottenere per gradi, perché stiamo già verificando in prima persona che le mezze misure non ci hanno tutelato.

E allora bisogna cominciare a pensare che forse non è così sbagliato cambiare completamente paradigma sociale. In prospettiva futura, una volta allentata la necessità del distanziamento sociale, occorre imparare la lezione e fare come all’indomani della Rivoluzione russa, quando i servizi di mensa, asilo, lavanderia, farmacia, ristoranti e servizi assistenziali di varia natura erano collettivizzati e disponibili gratuitamente per tutti.

Non è forse così utopico pensare che sia la vita e la salute dei lavoratori a dover essere tutelata con le misure più efficaci. Non è ammissibile operare un compromesso con interessi diversi da quelli della classe lavoratrice, da quelli di chi produce e lavora. Non è possibile fare rientrare nell’equazione i profitti del padronato.

Anche in tempi di pandemia e di emergenza sanitaria non è utopico pensare di gestire il lavoro domestico in condizioni di sicurezza.

Non solo baby sitter, doposcuola, servizi di assistenza per malati e disabili, ma anche una rete capillare di lavanderie, mense, farmacie e servizi di cura di varia natura per chi ne ha bisogno. Un servizio di pasti che possa raggiungere chi non può più fare la spesa o che deve essere isolato, una rete capillare di luoghi in cui è possibile mangiare gratuitamente in sicurezza, una rete di operatori professionisti che si prendono cura di anziani, disabili e malati, sollevando le famiglie da compiti impossibili da svolgere in solitudine e con la sicurezza necessaria. Questo sistema di socializzazione di tutti quei compiti di cura normalmente assegnati alle donne devono essere svolti in costante collaborazione con un sistema sanitario completamente pubblico e gratuito. Un sistema che ha requisito e nazionalizzato senza indennizzo la sanità privata, ulteriore strumento di profitto del padronato, persino in un momento come questo.

Quanto costa tutto ciò? Pochissimo. Meno di quanto ci costa attualmente essere sfruttate/i. Basta abolire ciò che in un sistema capitalista viene dato per scontato pur essendo incongruo e inutile: il profitto privato ed esorbitante di pochi, l’arricchimento costante di una fascia della popolazione a scapito di un’altra, l’allargamento di una forbice dei redditi che a livello mondiale non conosce pause, la speculazione che ha accelerato persino durante la pandemia.

Il Covid ha messo a dura prova, in negativo, la nostra immaginazione. È tempo di usare la nostra capacità di concepire soluzioni diverse, soluzioni che possono apparire impensabili, com’è utopico e impensabile proseguire con il sistema attuale. Soluzioni che presuppongono che ognuno di noi prenda consapevolezza più concreta dell’assurdità di voler preservare i privilegi di pochi in cambio della vita di molti.

M.G.

La fabbrica ai tempi del coronavirus. Intervista a un operaio di FCA

L'emergenza sanitaria che ha colpito l'Italia e altri paesi ha creato dei grandi problemi ai proletari di tutto il mondo. Molti lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni sanitarie precarie. Un operaio di FCA di Torino ci ha parlato del suo contesto lavorativo durante la pandemia.

Da quanto tempo lavori come operaio in FCA?

Oramai sono passati svariati anni. Sono entrato come interinale per poi essere definitamente assunto con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Appena si entra in questa realtà, ci si rende velocemente conto della differenza di diritti fra i nuovi assunti e quelli che lavorano con il vecchio contratto a tempo indeterminato. Col quale contratto si veniva tutelati grazie all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non è un caso che, nonostante la crisi, si continui a cercare personale per disfarsi di quei lavoratori che sono ancora sotto le tutele garantite dal vecchio contratto.


Cosa è cambiato nella fabbrica dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19?

Inizialmente poco e niente, nel senso che appena iniziò la crisi in Cina ci fu un picco di lavoro e un aumento dei volumi. Con l'arrivo del virus in Italia la gente incominciò a spaventarsi: arrivarono le prime mutue con l'effetto di avere praticamente un intero reparto chiuso per assenza di lavoratori. Poi nel mio reparto abbiamo incominciato a chiederci cosa ne sarà di noi come operai e azienda. Così si sono riuniti i sindacati e hanno incominciato a parlare di questa cosa qua. Inizialmente non hanno detto praticamente nulla, visto che non c'era nessuna ordinanza; in un secondo momento, circa una settimana fa, avevano detto che avrebbero intensificato un po' di più la pulizia (due giri di pulizie per turno) e hanno poi cambiato le dispense del sapone in bagno. Tuttavia avevano detto che avrebbero preso la temperatura corporea all'ingresso dell'azienda, cosa mai fatta, e avrebbero controllato il flusso negli spogliatoi, uno dei luoghi più pericolosi per il contagio assieme alla mensa, dove si crea sempre affollamento. I flussi in spogliatoio non sono mai stati controllati, e l'unica cosa che è stata fatta in mensa fu il disporre delle strisce a terra per segnalare un metro di distanza. Quindi, come avevano chiuso tante attività commerciali, pensavo che potessero chiudere la nostra, ma così non è stato. L'ordinanza di Conte non ha cambiato niente: in fabbrica si continua a lavorare. Stamattina [13 marzo] vengo a sapere che chiudono i colossi di FCA come Pomigliano, Melfi, Grugliasco e persino la Maserati a Modena; nel mentre ci dicono che dal momento che noi produciamo i motori non si può chiudere.


Hai detto che alcune precauzioni sono state prese. Tuttavia sono insufficienti, giusto?

Esattamente. Per esempio, i dispenser per il sapone igienizzante, in teoria, dovevano essere sparsi per tutta l'azienda, quando invece sono rimasti i soliti due o tre che avevo visto. Di mascherine non ce ne sono più da tanto tempo, e anche se le postazioni sono ben distanziate, rimane sempre il problema dello spogliatoio. Non ci hanno dato neanche tute e guanti ad hoc per contrastare il contagio. Il tutto rende il posto di lavoro poco sicuro, e nessuno ci ha dato delle soluzioni, a meno che uno per iniziativa personale decida di rimanere a casa. So che diverse aziende hanno fatto una riunione con gli operai per fare informazione. A noi non hanno detto nulla di ciò, nemmeno ci hanno informati sul fatto che c'è la possibilità della cassa integrazione, pagata dallo Stato, per affrontare l'emergenza. Evidentemente non gli interessa, perché vogliono sfruttare questo picco di lavoro per aumentare i profitti finché è possibile.


Quindi immagino che nel tuo posto di lavoro ci sia una forte preoccupazione. Come stai vivendo tu e i tuoi colleghi questa situazione?

Sì, c'è una grande preoccupazione. Anche il capo stesso capisce perché molti stanno a casa. Mi tengo in contatto con i colleghi tramite Whatsapp, dove mi mandano notizie sulla situazione. Ci si chiede: vado o non vado? Ho preferito mettermi in mutua e, se tutti decidessero di non andare, si potrebbe avere un impatto importante e magari convincere della necessità di chiudere.


Quali sono i sindacati presenti in azienda? I vostri rappresentanti sindacali si stanno muovendo a tal proposito?

I sindacati sono i soliti che ruotano intorno a CGIL, CISL e UIL. Durante tutto questo, i sindacalisti non è che sono venuti a informarci o chiedere se avevamo bisogno. In generale vengono solo quando si tratta di raccogliere i loro voti e gareggiare per avere i permessi e non andare a lavorare. Inoltre, proprio oggi ho saputo che uno di loro è risultato positivo al coronavirus.


E nonostante un lavoratore sia risultato positivo, l'azienda non ha fatto nulla?

Praticamente nulla: c'è stato giusto un comunicato venerdì per informarci della chiusura dell'impianto per disinfettare e tornare a lavorare poi di martedì.


Recentemente ci sono stati vari scioperi spontanei da parte degli operai, come quello di FCA a Pomigliano. Scioperi fatti proprio per denunciare le condizioni di lavoro non sicure. Pensi che sia possibile e utile replicare questo tipo di esperienze dove lavori adesso?

È molto difficile, soprattutto per il Jobs Act, che è stato creato proprio per queste evenienze. A Pomigliano non hanno paura di fare quegli scioperi lì. Noi invece abbiamo paura delle ritorsioni, vieni minacciato continuamente in maniera indiretta dal capo-officina che fa battutine e che se gli stai antipatico ti manda a fare i lavori più schifosi. Un altro problema è che anche quando si vogliono fare le cose, ci si ritrova sempre in due o tre. Il fatto di non essere tutelati dal licenziamento paralizza tutti.


L'ultima dichiarazione di Conte ti rassicura un po'? Credi che quelle disposizioni verranno applicate anche se non vincolanti?

Non mi rassicura per niente, perché continua a dare credito alla mia tesi che sono le multinazionali che decidono anche per lui. Anche se i decreti portano la sua firma, è sempre la multinazionale che decide. Mi sembra una buffonata che si chiuda a Pomigliano e Melfi, che assieme alla Maserati formano parte del cuore di FCA, e noi no perché produciamo i motori. Motori che stanno riempiendo magazzini interi continuamente, quelli che stanno mandando in Polonia adesso sono di settembre, per dire. Questo per far capire che fermare la produzione per l'emergenza coronavirus non creerebbe quel danno enorme che ci vogliono far credere.


In precedenza hai parlato della paura di scioperare per le ritorsioni del padronato. Cosa ne pensi però della prospettiva di uno sciopero generale organizzato?

Si potrebbe fare. Il punto è che dev'essere corposo e partecipato. Purtroppo, nella mia realtà da qualche anno si è creato un clima piuttosto brutto, dove i capo-reparti più che avere dei collaboratori hanno delle spie che mettono paura ai lavoratori, soprattutto quelli più giovani. Da quando è iniziata la produzione di motori ibridi questo aspetto è peggiorato ancora di più: con i turni notturni facevamo tre turni con riposo, sabato e domenica pagati come giorni normali; inoltre non permettono cambi turno in modo che il notturno venga usato come una sorta di punizione.


Hai qualche parola da dire ai lavoratori, anche di altri settori, che stanno in una condizione simile alla tua?

Un buon inizio per migliorare sarebbe parlare fra tutti noi e organizzarci e far presente certe cose al personale. Se riuscissimo a ottenere qualcosa prima di dover andare ad attaccarci ai cancelli per farci sentire e rifiutarci di lavorare, sarebbe ottimo. Se no significherebbe che i veri scioperi fatti in passato e le lotte degli anni '70 non sono servite a nulla.
Juan Catracho Malverde, PCL Torino

Assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione







Dopo le importanti adesioni, nei giorni scorsi, di Potere al Popolo!, Fronte Popolare, La Città Futura, Democrazia Atea, Laboratorio Politico Iskra, e l'annuncio della partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, hanno comunicato la loro adesione all'iniziativa del 7 dicembre a Roma anche le seguenti organizzazioni:

Resistenze Internazionali

Collettivo Guevara

Collettivo marxista rivoluzionario “Assalto al cielo”

Risorgimento Socialista-Lega dei Socialisti

Associazione culturale Casa Rossa - Spoleto

Collettivo Syntagma - Milano

Circolo ARCI Interzona Fuori Luogo - Torino

Cobas Pubblico Impiego - Comune di Cologno Monzese



Per adesioni: assemblea7dicembre2019@gmail.com

Unire le lotte! Contro un governo padronale! Contro le destre reazionarie!

10 Novembre 2019
Roma, 7 dicembre, ore 10:00, Teatro de' Servi
Il governo Conte bis è un governo dei poteri forti, nazionali ed europei, col sostegno del capitale finanziario e del Vaticano. Il PD è il loro punto di riferimento organico, il M5S un utile comprimario, per di più capace di assumere su alcune tematiche posizioni ancor più di destra. La legge di stabilità è il loro manifesto: riduzione del cuneo fiscale senza che i padroni paghino un euro, e dunque a carico dei lavoratori; ripristino e allargamento delle agevolazioni fiscali a vantaggio dei profitti; rispetto ossequioso del Patto di stabilità concordato con la UE. Nel mentre resta intatto tutto il lavoro sporco dei governi precedenti: Jobs Act, Legge Fornero, decreti sicurezza contro i migranti e le lotte dei lavoratori, accordi con la Libia, autonomia differenziata.

Se la soddisfazione per la caduta del governo M5S-Lega, un governo reazionario e liberticida, è ben comprensibile, non c’è davvero alcuna ragione (un vero paradosso) per esultare a sinistra, come pure è avvenuto da parte di alcune organizzazioni, per la nascita di questo nuovo governo padronale. Ma paradosso ancora più tragico è che il governo si regge sul sostegno diretto delle direzioni sindacali e sul coinvolgimento della sinistra parlamentare. Ciò che regala alle destre peggiori, Salvini e Meloni, un ampio spazio di demagogia reazionaria presso gli strati popolari in funzione della propria rivincita. Come sempre, il “meno peggio” spiana la strada al peggio. Lo stesso risultato delle elezioni regionali in Umbria conferma questa verità.

C'è allora urgente bisogno di ricostruire un'opposizione di massa al governo Conte dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici. Un'opposizione radicale e senza equivoci. Un'opposizione che punti a unire tutto ciò che padroni e governo vogliono dividere, a partire dalle lotte di resistenza a difesa del lavoro (ex Ilva, Whirlpool...) per contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista. Una opposizione che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista. Una opposizione che possa diventare riferimento utile per connettere i movimenti sociali, ambientalisti, femministi, contro la repressione e la reazione, a partire dal movimento contro il cambiamento climatico e di quello delle donne, dando continuità alle mobilitazioni di novembre. Una opposizione che possa saldare attorno alla classe lavoratrice la più vasta insoddisfazione popolare sbarrando la strada alla destra.

In funzione di questa prospettiva, e su queste basi di chiarezza, riteniamo necessaria la più vasta unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, sociali e politiche (comuniste, socialiste, anticapitaliste, libertarie). Per coordinare l'azione nelle lotte e unire nelle lotte il nostro campo sociale.


Per questo promuoviamo un'ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE, per affermare questo impegno unitario e quale occasione di confronto, iniziativa, mobilitazione.

Roma, 7 dicembre, presso il Teatro de' Servi (Via del Mortaro 22), dalle ore 10:00



Promotori:

Partito Comunista dei Lavoratori
Partito Comunista Italiano
Sinistra Anticapitalista






Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

Jabil di Marcianise (Caserta), ennesima multinazionale che licenzia

Piena solidarietà alle lavoratorici e ai lavoratori della Jabil Circuit Italia dello stabilimento di Marcianise
La lotta di tutti i lavoratori dello stabilimento di Marcianise della Jabil ha la piena solidarietà del PCL.
Non siamo in presenza di un caso isolato. In tutta Italia, nel settore privato come nel settore pubblico stanno dilagando licenziamenti, delocalizzazioni, cessioni di ramo d’azienda, chiusure indiscriminate: i casi Whirlpool, Mercatone Uno, Ilva, Almaviva, Knorr… solo per citare i più recenti.
I padroni fanno ciò che vogliono e il governo regala loro un altro taglio alle tasse nei profitti e regala centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche (pagate dai lavoratori) per poi lasciare delocalizzare e licenziare centinaia di lavoratori.
Governi di ogni colore hanno offerto legislazioni favorevoli ai padroni, aventi come unico obiettivo l’attacco al costo e al valore del lavoro: Pacchetto Treu del 1997; Decreto Sacconi 368/2001; legge Biagi 30/2003; riforma Fornero 92/2012; decreto Poletti 78/2014; Jobs Act 81/2015.
Dicevano: meno diritti, più crescita. Abbiamo solo meno diritti, più povertà, più disuguaglianze.
La chiamano pace sociale. È solo la loro pace che consente di continuare a fare profitto sulle spalle dei lavoratori.
È arrivata l’ora di fare pulizia: il lavoro è la questione fondamentale del nostro tempo. Ma se questa offensiva dilaga è perché le tante lotte di resistenza, come quella della Jabil, sono state abbandonate, soprattutto da chi doveva guidare, organizzare ed attuare queste lotte.
Riapriamo una nuova radicale stagione di lotta, unitaria, di tutte le categorie, con la speranza che questa presa di coscienza collettiva possa diffondersi e raggiungere i tanti, i molti che hanno diritto ad un riscatto. Altrimenti non sarà lavoro, ma solo sfruttamento.
Ecco perché rivendichiamo la proclamazione di uno sciopero generale ad oltranza, sostenuto da questo programma:

– Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano, licenziano e che violano i diritti dei lavoratori
– Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarizzazione, ritorno dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori
– Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di € 1,500
– Parità di diritto tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

È pertanto necessario battersi per la prospettiva di un altro modello di società, basato sulla forza dei lavoratori e che risponda alle esigenze ed ai bisogni delle classi lavoratrici, ossia dell’immensa maggioranza della popolazione.
Altrimenti non sarà lavoro, ma solo sfruttamento.
Giovanni Ferraro


Sconfiggere padronato e governo reazionario è una necessità della classe lavoratrice

14 giugno sciopero dei metalmeccanici Lo sciopero dei metalmeccanici del 14 giugno indetto da FIM, FIOM, e UILM è sicuramente un fatto importante. Lo è nel quadro segnato da un arretramento e frammentazione generale di tutta la classe lavoratrice, che in questi anni non è riuscita a resistere di fronte ad attacchi pesanti da parte di tutti i governi che si sono alternati, compreso l’attuale governo reazionario a trazione Lega-Movimento 5 Stelle, che si è presentato come governo del cambiamento ma ha continuato a fare gli interessi del capitale, riducendo le tasse alle imprese, e a ingannare i lavoratori attraverso la truffa del reddito di cittadinanza e della "quota 100", e da parte di un padronato sempre più agguerrito contro chi lavora. 

Ma l’arretramento e la sconfitta dei lavoratori hanno una responsabilità ben precisa, la responsabilità dei sindacati confederali – in primis della CGIL – di non avere voluto affrontare il toro per le corna, di non avere voluto seriamente organizzare il fronte di chi lavora contro il fronte di chi distrugge il lavoro, i diritti e le conquiste storiche del movimento operaio.

La stessa impostazione di questo sciopero e la piattaforma che lo sostiene sono segnati dalla linea di questi ultimi anni, e ripropongono l’impianto dell’ultimo contratto dei metalmeccanici, il peggiore contratto mai firmato, che ha determinato un forte arretramento nelle rivendicazioni salariali e che lascia per strada conquiste storiche del movimento operaio, per i metalmeccanici e di conseguenza per tutta la classe lavoratrice. Questo è stato il lascito di Landini, che poco prima di abbandonare la FIOM, in virtù della scalata a segretario generale della CGIL, ha concluso la tornata contrattuale in piena unità con FIM e UILM. In continuità, la piattaforma di oggi è centrata su una chiave di convergenza tra gli interessi dei lavoratori e del padronato: aumenti salariali tramite defiscalizzazione (a spese di tutti e non sottraendoli al padronato), difesa dell’occupazione e risposta alla crisi capitalistica attraverso investimenti pubblici (soldi dei lavoratori) e privati, nel quadro di una logica sciagurata di aiuto alle imprese. Tutto questo contro l’autonomia di classe dei lavoratori.

Bisogna ricordare che le sconfitte subite alla FIAT (ora in cassa integrazione) e alla Fincantieri sono causate dal fatto che i lavoratori sono stati lasciati soli, stabilimento per stabilimento, cantiere per cantiere, a subire l’aggressione padronale, a causa della mancata volontà di trasformare queste lotte in lotte di resistenza generale.

Pure l’accordo Ilva, firmato e magnificato da FIOM, FIM, UILM, USB compresa, segna un altro disastro: dopo aver di fatto espulso dalla fabbrica più di tremila lavoratori, dopo aver tagliato i salari anche attraverso la nuova assunzione di tutta la forza lavoro rimasta, dopo aver ottenuto i soliti tempi per adeguamenti ambientali e messa in sicurezza dello stabilimento (che infatti sostanzialmente non è ancora partita), oggi ancora 1.400 lavoratori finiscono in cassa integrazione a zero ore.

Anche la vicenda Whirlpool è una vera tragedia. L’azienda, dopo avere intascato 27 milioni di risorse pubbliche, straccia gli accordi pattuiti e mette sulla strada 400 famiglie. La vendita e riconversione dell'azienda è il massacro dei posti di lavoro, con totale assenza di una strategia efficace di lotta.

Di fronte a questo tragico scenario, il nuovo mantra di Landini è l’unità sindacale. Ma di quale unità hanno bisogno i lavoratori? Noi pensiamo che l’unità delle burocrazie senza la messa in campo di un programma di lotta reale sia una unità a danno della classe lavoratrice.

Contro una lunga crisi che non è ancora finita e di cui non si vedono gli sbocchi, necessita quindi ricostruire una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, con la costruzione di una mobilitazione generale che unifichi tutte le lotte in corso a partire da Ilva, Whirlpool, Mercatone Uno, Unilever, Almaviva, e che porti ad uno sciopero generale a oltranza sostenuto su punti di programma:

– Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano, licenziano e che violano i diritti dei lavoratori e le norme sulla sicurezza

– Unificazione di tutte le lotte e costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenerle

– Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori e lavoratrici

– Redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro

– Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

– Un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

– Abolizione della legge Fornero. In pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite



Su tali parole d'ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori facendo loro comprendere che queste rivendicazioni fondamentali, nel loro complesso, non sono però realizzabili all'interno del quadro del sistema capitalista.

È pertanto necessario battersi per la prospettiva di un altro modello di società, fondato su un'economia pianificata democraticamente dai lavoratori, per la prospettiva di un governo dei lavoratori sul piano nazionale e internazionale, basato sulla forza dei lavoratori e che risponda alle esigenze ed ai bisogni della classe lavoratrice, ossia dell'immensa maggioranza della popolazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d'insieme. Doveva essere "la manovra del popolo", è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell'indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all'assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell'operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre). Siamo al punto che persino Matteo Renzi sulle colonne del Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact - cioè il patto col capitale finanziario - i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l'operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull'Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021. Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari”, o attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazzasalari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l'«abolizione della povertà», l'«orgoglio ritrovato dell'Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l'anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata. La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell'edilizia scolastica. Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previsti sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici. Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità. Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi. Si tagliano verticalmente, com'è noto, le spese per l'assistenza e l'integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro ne vengono decurtati da 18 a 24, su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All'altro capo della società le cose vanno diversamente. Le imprese incassano la deducibilità dell'Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l'ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro. Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65.000 euro nel 2019, e ai 100.000 nel 2020. Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell'aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d'interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l'intero edificio della società borghese. Nulla muterà per loro. Continueranno a pagare l'80% del carico fiscale. Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico. Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall'abolizione dell'articolo 18. Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l'uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell'organico aziendale). Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale. Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l'interrogativo su quale classe governerà l'Italia: se i padroni o i lavoratori.
2 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo del cambianiente (se non in peggio)

Doveva essere “la Waterloo del precariato”. Invece...

Resta la soppressione dell'articolo 18, che è l'architrave del Jobs act.
Il tetto massimo dei contratti a termine sull'organico aziendale passa dal 20% del Decreto Poletti al 30%. Dunque un allargamento dei contratti a termine.
Viene esteso l'uso dei voucher da tre a dieci giorni (per aziende agricole, alberghi, strutture recettive e enti locali) ed allargata la soglia degli occupati, da cinque a otto dipendenti, per il loro uso da parte degli alberghi. Dunque si rimpiazzano forme di lavoro contrattualizzate con buoni lavoro senza diritti, a copertura di lavoro nero, supersfruttamento, evasione fiscale.
Permane intatta la giungla degli altri contratti precari, a partire dalle cooperative.
Si estendono i massicci sgravi contributivi alle imprese del governo Gentiloni per le assunzioni a tutele crescenti - in realtà a tutele declinanti - alzando il limite di età a 35 anni anche per il 2019/2020. Nuovi massicci regali al profitto dei padroni, senza alcun vantaggio occupazionale reale, come dimostrano i dati impietosi del primo semestre 2018.

Conclusione: il governo del cambiamento si conferma governo del cambianiente. Se non in peggio.
Milioni di giovani e di lavoratori che hanno votato M5S prendano atto della realtà. Le chiacchiere stanno a zero. Contano i fatti.
Né vale coprirsi - come fa Di Maio - col fatto che il PD critica il decreto dal punto di vista delle imprese, perché non voleva neppure la foglia di fico/elemosina delle causali (peraltro al secondo rinnovo). Il fatto che il PD sia un partito padronale è ben noto, anche se la CGIL non vuol rompere i ponti con quel partito. Ma chi vota perché l'articolo 18 resti soppresso, cosa ha a che vedere con la dignità del lavoro?
Partito Comunista dei Lavoratori

Decreto dignità: un'elemosina truffaldina che brilla grazie... al PD

Di Maio ha il coraggio di dire che il decreto dignità «seppellisce precariato e Jobs act». Chi vuol prendere in giro?

Tre milioni di contratti a termine restano intatti. I limiti di durata e generiche causali (solo in caso di rinnovo) non cambiano nulla di sostanziale. Nulla impedisce a un padrone di rimpiazzare un lavoratore a termine “scaduto” con un altro. Fuori uno, avanti un altro, come oggi. Così resta intatta la giungla delle altre forme di precarietà, e soprattutto l'abolizione dell'articolo 18, pilastro del Jobs act. Altro che sua cancellazione! L'aumento dell'indennizzo in caso di licenziamento arbitrario serve solo ad abbellire il suo mantenimento. Cosa cambia per i nuovi assunti se il padrone può liberarsene quando vuole monetizzando la distruzione di un diritto? Intanto si annuncia il ritorno dei voucher. Sarebbe questa la distruzione del precariato? Sarebbe questo il governo del cambiamento?

Certo, il padronato mima una “protesta” per questi timidi ritocchi, ma solo per chiedere compensazioni su altri tavoli: nuovi regali fiscali e contributivi nella prossima legge finanziaria. Quelli che Di Maio e Salvini già annunciano. Il fatto che il PD (e Berlusconi) sventolino la bandiera delle imprese “tradite”, dopo aver loro assicurato coi propri governi tutto il possibile bengodi, ha un solo effetto: abbellire il governo Salvini-Di Maio e le sue elemosine agli occhi dei lavoratori, mentre la totale passività delle burocrazie sindacali produce lo stesso risultato. La verità è che un governo reazionario si avvantaggia sia di un'opposizione politica liberale e filopadronale sia dell'assenza di un'opposizione di massa nelle piazze, dalla parte degli sfruttati e degli oppressi.

Occorre spezzare questo circolo vizioso. Si può farlo solo ricostruendo un'opposizione dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, non da quello dei padroni come fa il PD.
Solo ricostruendo una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati con la costruzione di una mobilitazione generale, unificando tutte le trincee di resistenza e di lotta in un fronte unico di massa e di classe. Solo ripartendo da una piattaforma generale che tracci un confine chiaro tra chi sta di qua e chi sta di là, chi sta con i lavoratori e chi sta con i padroni. Una piattaforma che unisca tutto ciò che l'avversario vuole dividere: lavoratori del privato e del pubblico, del Nord e del Sud, precari e stabili, italiani e immigrati. E con essi i disoccupati e tutti gli sfruttati.
E solo costruendo questa piattaforma con un'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate eletti/e nei luoghi di lavoro è possibile garantire l'autonomia della classe lavoratrice dal padronato - grande e piccolo - e dai suoi agenti, siano esse burocrazie sindacali o politiche.


- Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell'articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici

- Redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro

- Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

- Un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

- Abolizione della legge Fornero. In pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano

Questa piattaforma può unire la maggioranza della società contro la piccola minoranza di grandi azionisti e banchieri che oggi detta legge. Tutti i governi, in forme diverse, sono agenti di questa minoranza. Occorre un governo della maggioranza, quello dei lavoratori e delle lavoratrici: l'unico governo che rompendo col capitalismo può restituire al lavoro la sua dignità. Perché la vera dignità del lavoro è questa: il diritto e il potere di chi lavora a decidere gli indirizzi della società, a partire dal proprio controllo sulle leve della economia. Questa è l'unica vera democrazia, alternativa alle truffe delle democrazie del web e dei governi borghesi e padronali di ogni colore.
Partito Comunista dei Lavoratori

Sul Decreto dignità di Luigi Di Maio

Un “Decreto dignità dei lavoratori e delle imprese”. Così recita il titolo-immagine del decreto che il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio presenta oggi in Consiglio dei ministri. Un decreto sbandierato per ragioni elettorali come "lotta al precariato”. 


Falso. Si tratta di piccoli ritocchi formali che non incidono affatto sulla condizione reale di milioni di sfruttati. Il ritorno della causale per i contratti a termine è previsto solo per il rinnovo del contratto. Resta la possibile estensione del contratto sino a 36 mesi, con l'unica riduzione del numero di proroghe da 5 a 4 e con la crescita del costo contributivo (+0,5) a partire dal secondo rinnovo. Resta inalterato il lavoro a somministrazione, smentendo i precedenti annunci, con soddisfazione delle agenzie interinali. Resta sullo sfondo soprattutto la soppressione dell'articolo 18, architrave del Jobs Act e della precarizzazione reale dei nuovi assunti. Mentre il Ministro del Turismo Centinaio, col plauso di Coldiretti, annuncia il ritorno dei voucher in agricoltura.
Sarebbe questa la lotta al precariato?

Si è fatto molto rumore attorno al contrasto delle delocalizzazioni (restituzione maggiorata degli incentivi pubblici). Ma il tempo di applicazione della misura deterrente è stato ridotto da 10 a 5 anni su pressione padronale: dal sesto anno l'impresa può andare dove vuole col malloppo in tasca. Peraltro i vantaggi strutturali della delocalizzazione sono spesso tali - in termini di manodopera a prezzi stracciati, concessione gratuita dei terreni, aliquote fiscali vicine allo zero - da ridurre la multa a un costo relativamente marginale, in ogni caso non determinante. In più le delocalizzazioni restano libere e impunite per le aziende non incentivate dallo Stato.
Sarebbe questa la difesa del lavoro?

Infine alle imprese si regala il disboscamento fiscale e la promessa solenne della flat tax a carico dei servizi sociali e dei salariati, che già reggono sulle proprie spalle l'80% delle tasse. La “dignità” dei profitti, a spese di chi lavora, è dunque ben tutelata, come prima e meglio di prima.

È vera però una cosa: la memoria delle politiche di austerità, la loro profondità, le sofferenze che hanno prodotto, possono riverberare paradossalmente una luce positiva sul “decreto dignità” nell'immaginario di settori di massa, abbellendone la realtà. Grazie anche a burocrazie sindacali del tutto passive, colluse coi padroni, incapaci di offrire una prospettiva alternativa ai lavoratori.

Costruire allora una piattaforma di lotta generale della classe lavoratrice attorno a proprie rivendicazioni unificanti e riconoscibili è l'unica via per tracciare la linea di demarcazione verso il governo giallo-verde e le sue elemosine truffaldine. Per ridefinire la linea di frontiera del movimento operaio sul terreno della lotta di classe. Per riaprire lo scenario politico italiano.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il nuovo governo e le prospettive dello scenario politico

Risoluzione sulla situazione politica votata dal Comitato Centrale del PCL

26 Giugno 2018

Il nuovo governo Conte-M5S-Lega è il portato del terremoto politico del 4 marzo. Riflette al tempo stesso la profondità della rottura politica prodottasi e le nuove contraddizioni di cui è gravida.


NUOVO GOVERNO E GRANDE CAPITALE 

La soluzione di governo della crisi politica non rappresenta la soluzione preferita dal grande capitale. Dopo il risultato del 4 marzo la grande borghesia aveva puntato sull'incontro tra M5S e il PD, in funzione di una “costituzionalizzazione” del M5S quale nuovo possibile baricentro politico, sotto la spinta e il controllo del Partito Democratico. L'operazione, difficile in termini di numeri parlamentari, è stata affossata dal renzismo, preoccupato di preservare il proprio controllo sul PD e in ogni caso la propria rendita politica di posizione. Il nuovo governo è nato dal fallimento di quella operazione. La sua composizione è interamente affidata a forze politiche estranee al tradizionale centro borghese. La mediazione politica e programmatica tra loro intercorsa ha proceduto per sommatoria delle rispettive promesse elettorali, senza il filtro politico diretto del grande capitale.
La guida del governo (Giuseppe Conte) è la risultante posticcia del loro equilibrio.

La Presidenza della Repubblica cerca di porsi come una sorta di contrappeso istituzionale delle forze populiste in rappresentanza del grande capitale, e sotto la pressione degli ambienti UE. Il lavoro di controbilanciamento agisce su piani diversi e complementari: limatura e contenimento delle spinte più populiste sul terreno del programma, in funzione della tenuta del quadro UE e della collocazione internazionale dell'imperialismo italiano; controllo su ministeri strategici, o condizionamento attivo delle relative nomine, a presidio di questa collocazione (Esteri, Economia); pressione sul nuovo premier per investirlo di un ruolo autonomo rispetto alla maggioranza politica di cui è espressione.
Ma la dinamica di questi mesi ha dimostrato che il margine di manovra di cui Mattarella dispone è obiettivamente limitato dal quadro politico e dall'assenza di alternative disponibili. Ciò che ha esposto la stessa Presidenza della Repubblica a dinamiche di crisi istituzionale.

L'Italia è l'unico paese imperialista della UE sotto il controllo di un esecutivo populista, sullo sfondo della crisi e decomposizione del centro politico borghese. Ciò rappresenta un fattore critico sia per il capitalismo italiano in un contesto negoziale difficile sul terreno europeo (negoziazione del bilancio comunitario e dell'unione bancaria, alla viglia dell'annunciata ritirata del Quantitative Easing da parte della BCE); sia per le ricadute del caso italiano sugli assetti malfermi dell'Unione (spinta del gruppo di Visegrad; irrigidimento olandese sulle politiche di bilancio; contraddizioni interne all'asse franco tedesco; diversificazione delle reazioni al trumpismo...).

In questo quadro generale è maturato il posizionamento critico e diffidente di Confindustria, CEI e grande stampa borghese verso il nuovo governo. La stessa apertura manifestata a suo tempo verso il M5S è al momento congelata.


IL PROFILO REAZIONARIO DEL NUOVO GOVERNO 

Il contratto di governo del nuovo esecutivo pentaleghista ha un timbro di destra sociale.

Per un verso configura elementi redistributivi (cosiddetto reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, salario minimo orario) combinati con elementi statalisti (potenziamento della CDP, banca pubblica per gli investimenti, rafforzamento del Tesoro nelle partecipate...), con un liberismo radicale sul piano fiscale (cosiddetta flat tax) a favore del padronato e delle grandi ricchezze, con la preservazione delle leggi di precarizzazione del lavoro (reintroduzione dei voucher), seppur combinate con qualche loro temperamento (cancellazione annunciata del decreto Poletti).
Dall'altro prevede una politica iperreazionaria sul terreno dell'ordine pubblico, delle misure securitarie, della legislazione giudiziaria e carceraria, e soprattutto della immigrazione (segregazione e respingimento di 500.000 migranti; discriminazione etnica per gli stessi immigrati “regolari”, in fatto di reddito e asili).

Mentre la somma degli elementi reazionari Di M5S e Lega (giustizialismo e xenofobia) ha massimizzato il timbro politico reazionario del programma, la somma delle promesse sociali ai rispettivi blocchi elettorali (reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, flat tax) cozza coi parametri tradizionali sul terreno delle politiche economiche.
Di certo la suddivisione degli incarichi ministeriali (Salvini agli Interni, Di Maio a Lavoro e Sviluppo economico unificati) è funzionale alla gestione propagandistica delle rispettive bandiere e al rapporto con i rispettivi blocchi sociali.

L'aspetto più evidente del programma economico è l'assenza delle coperture. Tutte le voci di copertura sono indeterminate o rimandano ad una trattativa in sede UE che si scontra con spazi negoziali obiettivamente ridotti e in ogni caso massimamente incerti. Questa contraddizione è il portato obbligato dell'accordo M5S-Lega, e ne misura al tempo stesso la difficoltà di gestione. La prossima Legge finanziaria sarà il primo serio banco di prova di questa difficoltà annunciata.

Il governo cercherà di mascherare la difficoltà di gestione delle proprie promesse sociali con due strumenti principali. Il primo è la diluizione nel tempo dell'applicazione del programma attraverso la sua proiezione sulla legislatura. Il secondo è il ricorso parallelo alle misure “esemplari” sul terreno dell'ordine pubblico (migranti) e demagogiche (vitalizi), utili ai riflettori e alla tenuta del consenso, come leva di compensazione delle difficoltà sociali.

Il ministero degli Interni nelle mani della Lega segnerà in ogni caso un nuovo livello della campagna reazionaria, in particolare contro i migranti. L'apertura delle organizzazioni fasciste (CasaPound) al nuovo governo si pone in una logica di inserimento e cavalcamento del nuovo contesto ai fini del proprio radicamento sociale e organizzazione militante.


LE PROSPETTIVE DEL NUOVO SCENARIO POLITICO 

Il nuovo governo e la sua dinamica incideranno sull'evoluzione dell'intero scenario politico. Tre sono le possibili ipotesi di prospettiva.

La prima è quella di una dinamica di crisi relativamente rapida della nuova esperienza di governo (esplosione delle contraddizioni sulla prossima Legge finanziaria, dissoluzione della coalizione entro l'anno). In questo caso si delineerebbero probabilmente elezioni politiche anticipate all'inizio del 2019, con la possibile ricomposizione dello schieramento di centrodestra.

La seconda è una dinamica di crisi egualmente rapida, ma gestita di comune accordo dalla maggioranza M5S-Lega in chiave populista, anti-UE e antiestablishment (“non vogliono che governiamo”, “ci vogliono imporre nuova austerità che noi rifiutiamo”, ecc.): in questo caso le elezioni politiche anticipate vedrebbero l'esordio di un blocco populista unificato alla ricerca di un proprio rilancio e di un nuovo accumulo di forze.

La terza ipotesi è quella di una relativa stabilizzazione dell'attuale quadro politico di governo (tenuta della coalizione, contenimento gestito delle sue contraddizioni, consolidamento del punto di equilibrio interno all'asse populista). È un'ipotesi di non facile realizzazione, ma che non può essere esclusa. Potrebbe capitalizzare la crisi profonda di consenso del vecchio establishment, l'assenza di alternative politiche praticabili, la capacità di attrazione anche in sede parlamentare di nuovi apporti trasformisti (in particolare da FI), l'arretramento profondo del movimento operaio. È un'ipotesi oggi considerata dal gruppo dirigente attuale di M5S, quale via praticabile per la stabilizzazione di un proprio ruolo di governo e l'inserimento profondo nell'apparato di Stato borghese; ed è apertamente considerata dal gruppo dirigente salviniano della Lega, che certo cerca di preservare una possibile via di fuga in direzione della ricomposizione del centrodestra, ma vuole prioritariamente verificare sul campo il possibile investimento di prospettiva nel blocco con il M5S. Lo sganciamento di Salvini da Berlusconi muove da questa ricerca. L'opposizione di FI muove dal tentativo di ostruirla. Mentre l'avvicinamento di Fratelli d'Italia all'area di governo (astensione sulla fiducia) misura la disarticolazione in atto nel centrodestra.

Certo l'eventuale stabilizzazione di un blocco populista M5S-Lega segnerebbe una ristrutturazione profonda del quadro politico, in direzione di un un nuovo bipolarismo tra blocco populista e partiti dell'establishment, oggi disarticolati e in crisi. E potrebbe influenzare profondamente le stesse dinamiche di classe sul fronte sociale.


UN GOVERNO FORTE DELLA CRISI DELL'OPPOSIZIONE 

Il nuovo governo nasce col vento in poppa di un vasto consenso sociale di massa, anche tra i lavoratori salariati.

Le odiose politiche di austerità del passato alimentano attese e illusioni sulle misure sociali annunciate, mentre il posizionamento ostile del capitale finanziario, italiano ed europeo, agisce come fattore di consolidamento del blocco sociale interclassista su cui il governo si appoggia.
Naturalmente le contraddizioni interne a questo blocco sociale saranno esposte all'esperienza di massa del nuovo governo (a partire dalla prossima Finanziaria), alle dinamiche della lotta di classe, e a variabili imprevedibili (possibile ritorno della turbolenza finanziaria). Ma il piede di partenza del nuovo esecutivo sul fronte sociale dispone di un punto di forza.

Il livello iniziale di consenso sociale del nuovo governo presso il lavoro salariato è nettamente superiore a quello che accompagnò il decollo dei governi tradizionali di centrodestra a trazione berlusconiana, mentre l'opposizione politica del popolo della sinistra è indebolita dai processi di ridimensionamento e dispersione che l'attraversano e che l'esito elettorale del 4 marzo ha registrato.

La passività della burocrazia sindacale regala al governo un più ampio spazio di manovra, mentre l'opposizione democratica sul terreno dei diritti civili, volutamente separata dalla questione sociale, ha una bassa incidenza sull'orientamento di massa dei lavoratori e sui rapporti di forza complessivi.


PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE E DI MASSA 

La costruzione dell'opposizione di classe e di massa contro il nuovo governo è il terreno centrale di intervento e proposta del nostro partito.

A livello di massa, la nostra linea di intervento e proposta deve intrecciare la denuncia del carattere reazionario del governo e il contrasto delle illusioni sociali di cui si circonda.

Ambienti sovranisti della sinistra minimizzano la valenza reazionaria del nuovo governo dentro la rappresentazione dello scontro tra Italia e UE come “contraddizione principale”, mentre ambienti editoriali “progressisti” (Il Fatto Quotidiano) coprono il M5S e il suo blocco con la Lega nel nome della discriminante antiberlusconiana e antirenziana, o a sostegno delle misure giustizialiste e panpenaliste.
In aperto contrasto di queste posizioni, il PCL fa della denuncia della natura reazionaria del governo M5S Lega un'articolazione del proprio intervento controcorrente a livello di massa. In questo contesto assume una valenza particolare la battaglia per la difesa dei migranti e dei loro diritti, per lo sviluppo e generalizzazione della loro mobilitazione (manifestazioni di Napoli e Caserta, iniziativa dei braccianti di Gioia Tauro), e la battaglia di tutela dei diritti civili, delle donne, di tutte le minoranze oppresse (contro le posture omofobe del nuovo Ministro della Famiglia)

Al tempo stesso tanto più oggi la battaglia democratica controcorrente è inseparabile dalla caratterizzazione classista dell'opposizione al governo. Ciò che significa il contrasto di ogni logica di fronte popolare col PD in funzione della contrapposizione alle destre. L'opposizione del PD al nuovo governo muove dagli interessi dell'establishment. Oggi quell'opposizione concorre di fatto alla tenuta e consolidamento del blocco sociale reazionario su cui il governo si regge. Si tratta di impostare e costruire un'opposizione di segno opposto, dal versante della classe lavoratrice e dei suoi interessi sociali. Un'opposizione che miri ad entrare nelle contraddizioni dei blocchi sociali interclassisti, ad aprire ed approfondire una loro linea interna di frattura, a liberare i lavoratori dall'egemonia reazionaria per ricomporre attorno ad essi un blocco sociale alternativo.

Da un lato occorre demistificare il carattere truffaldino delle posture sociali delle destre (a partire dallo scandaloso regalo fiscale alle grandi ricchezze e ai profitti); dall'altro è necessario rilanciare una piattaforma di mobilitazione indipendente della classe lavoratrice che parta da rivendicazioni riconoscibili a livello di massa per volgerle contro governo e padronato:

- Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore pagate 40 per ripartire il lavoro tra tutti
- Abolizione della Legge Fornero, età pensionabile a 60 anni o 35 anni di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti
- Un vero salario ai disoccupati, finanziato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private
- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano

Su questa piattaforma va rivendicata l'apertura di una vera mobilitazione, nella logica della vertenza generale. Per tale ipotesi di vertenza generale resta centrale la nostra storica parola d'ordine dell'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate eletti nelle aziende e centralizzati a vari livelli, come strumento di elaborazione democratica della piattaforma e delle forme di lotta.
Il passaggio della prossima Legge di stabilità, lo scontro annunciato sulla vicenda Ilva, possono rappresentare un contesto di rilancio e di articolazione di questa proposta, entro la linea generale del fronte di classe e di massa. La CGIL in particolare va posta di fronte alle sue responsabilità politiche, non solo sindacali.


L'UNITÀ D'AZIONE NELL'AVANGUARDIA 
Sul terreno specifico dell'azione politica nell'avanguardia, va ricercata ogni occasione utile di caratterizzazione del profilo classista e internazionalista della nostra politica, anche attraverso il ricorso a momenti di interlocuzione e unità d'azione con altre forze classiste.

Questa unità d'azione non configura logiche di cartello, né rimpiazza la proposta generale e centrale di fronte unico di massa. Punta da un lato a segnare la linea di demarcazione dalle impostazioni populiste di sinistra e/o sovraniste, in un contesto in cui questo elemento di confronto è riproposto in tutta la sua attualità e significato dal nuovo scenario politico; dall'altro a favorire, ove possibile, un allargamento delle nostre relazioni in settori di avanguardia in funzione della costruzione del partito e del suo autonomo programma generale.

Un aspetto specifico del nostro intervento riguarda Potere al Popolo. Potere al Popolo è sopravvissuto all'insuccesso elettorale e prova a consolidarsi. L'orientamento politico dei partiti che lo compongono conferma la confusa sommatoria di culture e programmi diversi, riformisti e centristi (mutualismo popolare aclassista, sovranismo di sinistra, europeismo progressista), coi loro diversi riferimenti internazionali. La postura populista con impronta sociale rimane il tratto dominante. Al tempo stesso attorno a PaP si mantiene un bacino di avanguardia, diversamente assortito, su cui possiamo avere interesse a intervenire con le nostre posizioni indipendenti. Ciò vale in particolare in occasione di iniziative pubbliche di iniziativa e confronto, nella comune opposizione al nuovo governo M5S-Lega.


Bologna, 10 giugno
Partito Comunista dei Lavoratori