Post in evidenza

Verso il 10 ottobre

  🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼 🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Pal...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta sistema sanitario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sistema sanitario. Mostra tutti i post

La legge finanziaria del governo Meloni

 


La legge di stabilità del governo Meloni è la prima legge finanziaria dopo il varo del nuovo Patto di stabilità europeo, sottoscritto da tutti i governi capitalisti dell'Unione Europea e dall'insieme della vecchia e nuova maggioranza che sorregge la Commissione Europea (per intenderci, dal PD a Giorgia Meloni, sul versante italiano).


L'obiettivo della manovra economica è dichiarato: ottenere il placet di Bruxelles, dopo la procedura d'infrazione subita in estate, e un giudizio positivo del capitale finanziario e delle relative agenzie di rating, quelle che debbono certificare il grado di solvibilità di un paese sul proprio debito pubblico.
Su entrambi i lati, il governo ha ottenuto ciò che cercava. Ursula Von Der Leyen ha tutto l'interesse a incassare il sostegno di Giorgia Meloni e di buona parte del blocco del Partito dei Conservatori Europei, guadagnando uno spazio di azione più ampio. Meloni a sua volta ha interesse a proseguire sulla linea del proprio accreditamento politico e personale presso le cancellerie del continente, valorizzando la stabilità del proprio governo, a fronte della crisi politica di Francia e Germania, e quindi attestandosi quale diretta interlocutrice della nuova amministrazione americana. La nomina di Fitto tra i vicepresidenti della Commissione UE è un obiettivo successo di questa politica di scambio.

In tale cornice si colloca la manovra Meloni-Giorgetti, che la stessa stampa borghese saluta, con linguaggio improprio ma significativo, come “ritorno dell'austerità”.
7,7 miliardi di tagli ai ministeri, con conseguenze multiple, tra cui 702 milioni di tagli all'università e alla ricerca, e il blocco del turnover al 75% in una pubblica amministrazione già disossata; 5,6 miliardi di tagli agli enti locali, che significano riduzione della spesa sociale, ulteriore ridimensionamento dei servizi essenziali (asili, trasporto locale, welfare) e spinta a un nuovo aumento della tassazione comunale e regionale (IRPEF); continuità dei tagli al disastrato sistema sanitario, ormai ridotto al 6,2% del PIL; ulteriore peggioramento del sistema pensionistico, con l'innalzamento prima a 25 e poi a 30 anni degli anni di contributi necessari (per chi è in regime solo contributivo) al fine di poter accedere alla pensione anticipata a 64 anni, con parallelo rafforzamento della previdenza privata. L'unica spesa pubblica che sale è quella militare, ed in particolare in armamenti, in sintonia con lo scenario mondiale e l'indirizzo UE.

Parallelamente il governo offre un concordato fiscale biennale alle partite IVA (tassazione preventivamente concordata indipendentemente dalla crescita dei profitti, quindi detassazione preventiva degli stessi), combinata con la diretta riduzione dell'IRES sugli utili aziendali (dal 24% al 20%): la cosiddetta “IRES premiale” chiesta a gran voce da Confindustria. Un ulteriore abbassamento, seppur condizionato, della tassa piatta sui profitti, in sé scandalosa. Una tassa peraltro già ridotta verticalmente negli ultimi vent'anni: prima dal secondo governo di Romano Prodi che nel 2007 la portò addirittura dal 34% al 27% (col sostegno di Rifondazione); poi da tutti i governi successivi, in particolare dal governo Renzi.
È la risultante della concorrenza fiscale tra gli stati capitalisti della stessa UE nell'offrire condizioni di favore al capitale. La manovra Meloni è solo l'ennesimo passaggio di questa partita infinita. Le banche italiane sono chiamate a favorire l'operazione con un semplice anticipo, senza pagare un euro in più sui propri utili.

La grancassa propagandistica del governo (“abbiamo aumentato i salari”) ruota attorno al famoso taglio del cuneo fiscale, ora reso “strutturale”, attraverso una combinazione di taglio contributivo e detrazioni fiscali. Si tratta in realtà di una truffa, perchè finge di aumentare i salari quando in realtà mette a loro carico l'operazione attraverso il fisco: in altri termini, una fiscalizzazione della vecchia decontribuzione varata da Draghi, una grande partita di giro a saldo zero. E per di più, nell'ultima versione, persino peggiorativa: perché agendo attraverso il gioco delle detrazioni finisce per ridurre i salari di un'ampia fascia di salariati.
Il vero fine del taglio del cuneo fiscale era ed è quello di proteggere i profitti d'impresa dal rischio di forti rivendicazioni salariali. È un caso che Confindustria sia la più convinta sostenitrice del taglio del cuneo, che infatti vorrebbe ancor più consistente?

Tutto ciò acquista il suo pieno significato nel quadro più generale della cosiddetta dinamica dei redditi. Lo studio condotto al riguardo da un gruppo di ricerca della Facoltà di Ingegneria dell'Università La Sapienza in ottobre, e presentato con disinvoltura dal quotidiano di Confindustria, è eloquente: «Il travaso di ricchezza dal lavoro al capitale è stato pazzesco. I soci hanno prelevato come dividendi l'80% degli utili netti e hanno lasciato il 20% come autofinanziamento di nuovi investimenti... Oltretutto i rari investimenti delle imprese sono stati per il 40% materiali nelle fabbriche e per il 60% finanziari in partecipazioni» (Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2024). Lo scrivono i padroni. È la confessione testuale del parassitismo della borghesia.

A ciò si aggiunge una altrettanto eloquente informativa dell'Istat (29 ottobre): «I 46 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 47,5% dei dipendenti... i contratti che a fine settembre 2024 sono in attesa di rinnovo ammontano a 29 e coinvolgono il 52,5% del totale dei dipendenti». Significa che la maggioranza dei salariati lavora con contratti scaduti. Con una ennesima diminuzione dei salari.
L'attuale aggravamento della crisi recessiva in Germania, a partire dall'industria automobilistica, viene usata dal padronato come ulteriore leva di chiusura verso le richieste contrattuali, come mostra lo stallo del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici.

La richiesta di un forte aumento salariale per tutti i lavoratori e le lavoratrici, di almeno 400 euro netti, si impone sempre più come esigenza generale della classe lavoratrice, al di là dei confini di categoria, assieme alla rivendicazione di una tassa patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato. Paghino i profitti di banche e imprese. È la voce necessaria di una piattaforma unificante per la vertenza generale dell'intero lavoro salariato, pubblico e privato. L'unica via per prendere sul serio l'evocazione della “rivolta sociale”. Evitando di ridurla a recita ipocrita da talk show, o a comizio di piazza una tantum.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il crollo della sanità pubblica in Italia

 


L'emergenza sanitaria, l'urgenza di una svolta

20 Giugno 2023

Il disastro del sistema sanitario italiano non è una notizia. Lo è la precipitazione che l'investe, a partire dalla condizione di chi ci lavora. Il taglio di trentamila posti letto negli ultimi dieci anni ha falcidiato i posti di lavoro nel momento stesso in cui il ciclone della pandemia ha accumulato un gigantesco ritardo e abbattimento delle prestazioni ordinarie. Mediamente sono trecento le ore di lavoro extra non retribuite accumulate dal personale medico. Il personale infermieristico non è da meno. Gli stipendi sono in picchiata. Il contratto 2019/2021 è già scaduto e non viene rinnovato. Il governo offre un aumento del 4% che è esattamente la metà di quanto è stato già mangiato dall'inflazione. Un insulto.

Lo stanziamento previsto per la sanità dal famigerato PNRR è di una modestissima manciata di miliardi, per di più a debito. Le cosiddette Case di comunità che dovrebbero fare da maxiambulatori sono disegnate sulla carta ma non sono finanziate. Del resto il PNRR è un'operazione una tantum, non può farsi carico di un investimento strutturale in nuove assunzioni. La risultante è la fuga del personale sanitario in direzione delle cliniche private, quelle invece lautamente retribuite con risorse pubbliche. Il tutto sullo sfondo di una divaricazione sempre più ampia tra regione e regione, che l'autonomia differenziata minaccia di accrescere drammaticamente.

È necessaria una svolta. Non si può rispondere all'emergenza sanitaria con misure ordinarie. Occorre un sistema di misure straordinarie in fatto di massicce assunzioni e di aumento delle retribuzioni. La riapertura delle duecento strutture sanitarie tagliate nell'ultimo decennio. La nazionalizzazione dell'intero sistema sanitario. Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, che da sola libererebbe 400 miliardi per opere sociali. La cancellazione del debito pubblico verso le banche (80 miliardi annui di soli interessi) e la devoluzione delle risorse così risparmiate in sanità pubblica, risanamento ambientale, istruzione.

È necessaria una grande mobilitazione del movimento operaio attorno a una piattaforma di svolta. L'emergenza sanitaria deve rappresentare un riferimento essenziale di questa piattaforma. Una piattaforma di lotta che non abbia paura di sfidare le compatibilità di questo sistema capitalista, che è capace di aumentare le spese militari, di detassare i profitti dei capitalisti, di saccheggiare l'ambiente naturale, ma non di curare chi ha bisogno e di dare dignità a chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà segnare una svolta complessiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulle elezioni amministrative 2021

 


Un’occasione per opporsi al governo unito del capitale con un programma di rivoluzione

27 Maggio 2021

Le elezioni amministrative, che vedranno in ottobre le “cittadine e i cittadini” esprimersi per il rinnovo dei consigli comunali di numerosi comuni, tra cui molte città capoluogo, da Roma a Milano, Napoli, Torino, Bologna, etc., cadono a ridosso della combinazione della più grave crisi sanitaria e la più grande crisi economica del dopoguerra.

La crisi sanitaria si è trasformata in una tragedia dettagliata dall’elevatissimo numero di morti e persone debilitate in permanenza, provocato sicuramente dall’aggressività del Coronavirus, ma altrettanto indubbiamente dallo sfacelo del sistema sanitario nazionale debilitato da decenni di tagli e privatizzazioni. Un sistema sanitario che già prima dell’epidemia contava decine centinai di ospedali in meno e la carenza di decine di migliaia tra medici, infermieri e personale sanitario.

Semplicemente il sistema sanitario non ha retto l’impatto del contagio e la risultante è stata la conta dei morti.

A ciò si sono aggiunte le incompetenze del governo e la sua acquiescenza alle criminali interessi dei capitalisti che, finché hanno potuto, si sono opposti al lockdown in molti territori, continuando a fare lavorare i propri dipendenti spesso in assenza dei presidi sanitari essenziali.

Nonostante le resistenze, il governo ha dovuto prendere misure di restrizione sanitaria drastiche che hanno bloccato interi settori industriali (il settore del turismo, il settore dell’auto, il settore dei servizi, etc.) determinando una crisi che ha colpito tutti, anche se, come sempre, alcuni settori capitalistici si sono ingrassati proprio grazie ad essa (industria farmaceutica, le grandi piattaforme per il commercio on-line come Amazon, la logistica, le banche che speculano sul debito pubblico in crescita esponenziale).

La crisi economica è divenuta così l’ombra di quella pandemica.

Large fasce di piccola borghesia (piccoli commercianti, del settore turistico, dei servizi alla persona, etc.) sono stati rovinati, e dovendo garantire il grande capitale (garanzie pubbliche sul credito ed ulteriori defiscalizzazioni) il governo ha concesso loro risorse insufficienti (ristori) per di più caricandoli sulla fiscalità generale (anche con condoni e minori controlli sull’evasione fiscale), ossia sulle spalle del lavoro dipendente che vi contribuisce all’80%.

La crisi, dunque, è come un cerino acceso che dal grande capitale viene passato alla piccola borghesia per finire immancabilmente per scottare le mani alle lavoratrici e ai lavoratori, in definitiva la solita vittima sacrificale.

Le misure prese dalle grandi centrali imperialistiche, la UE e gli Usa, sono straordinarie. Nell’ambito del Recovery Plan all’Italia spettano 248 miliardi di euro in 6 anni, oltre alla possibilità dello scostamento del rapporto debito-PIL permesso dalla sospensione del patto di stabilità.

La misura per dimensioni appare una sorta di riedizione del piano Marshall. Si connota sostanzialmente per una parte di un vero e proprio prestito “agevolato” (a basso interesse) e per un’altra di un esborso a fondo perduto, caricato sulla socializzazione del debito a livello europeo. Ciò significa che da una parte il prestito contratto si dovrà restituire, con gli interessi, direttamente, andando a gravare sulle disponibilità finanziarie per il futuro; dall’altra occorrerà metter mano a “riforme” che sostanzialmente taglieranno ulteriormente lo stato sociale, dalle pensioni ai servizi (scuola, sanità).

Insomma, questi finanziamenti sono carburante per far ripartire l’economia capitalista e la proiezioni imperialista italiana (Libia, Medioriente), unitamente ad una loro ristrutturazione (Industria 4.0) a scapito delle condizioni di vita e dei diritti della classe lavoratrice e del complesso del mondo del lavoro.

La macelleria sociale conseguente è già in corso e non potrà che aggravarsi con lo sblocco dei licenziamenti, necessario a questa ristrutturazione, secondo l’ineluttabile logica del capitale.

La borghesia italiana e i suoi partiti si sono attrezzati a questo durissimo passaggio di fase. Il varo del governo Draghi, un governo di unità nazionale sostenuto dalla grande maggioranza dei partiti dell’arco parlamentare, rappresenta esattamente il varo di un autentico comitato di gestione delle misure abnormi per il rilancio e la ristrutturazione del capitalismo italiano.

Da tempo il PCL è impegnato in diversi percorsi e iniziative di unità d’azione d’avanguardia, sempre con l’obbiettivo e nella prospettiva della costruzione del più ampio fronte unitario di classe che avanzi un la vertenza generale sulla base delle rivendicazioni del programma transitorio, quale principio tattico per creare un ponte tra i bisogni immediati della classe lavoratrice e la prospettiva della rivoluzione socialista. L’unità dei capitalisti e dei partiti borghesi dietro il vessillo del governo Draghi rende ancora più urgente la risposta della classe operaia con la forza della sua mobilitazione unitaria, ciò che implica l’ulteriore attivazione delle forze del Partito.

Tuttavia, il programma di rivoluzione del Partito non si limita solo alle misure rivendicative che il fronte unico di classe dovrebbe portare avanti per aprirsi la strada verso un’inversione degli attuali rapporti di forza tra le classi, ma indica l’unica soluzione politica che possa assicurare l’alternativa di società: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza organizzata.

Le elezioni amministrative rappresentano l’occasione per presentare questo programma di rivoluzione all’attenzione della più vasta platea di lavoratrici e di lavoratori e delle classi popolari. Di fronte alla portata della crisi l’appuntamento elettorale assume un significato nazionale e non può essere ridotto ad un fatto locale. Lo stesso commentario mass-mediatico lo afferma quotidianamente. Dappertutto bisogna far crescere l’opposizione al governo Draghi. Ciò è assolutamente necessario.

Ma non basta: senza un programma di rivoluzione che non tragga conforto dal bilancio politico del disastro compiuto negli ultimi decenni dalle sinistre riformiste, con il loro appoggio nei più diversi paesi dell’Europa a governi borghesi e alle loro politiche di sacrifici ai danni della classe lavoratrice, si è condannati a ripetere gli stessi errori e ad indebolire le possibilità del risveglio della mobilitazione operaia.

Per questo, sul terreno elettorale non è possibile l’unità con i riformisti, destinata immancabilmente ad un mercato di programmi e di parole d’ordine sul terreno del minimo comune denominatore. Un minimo comune denominatore di cui oggi misuriamo la drammatica sproporzione e inadeguatezza di fronte alla catastrofe sociale.

La sirena unitaria per liste genericamente di sinistra può esercitare un’attrattiva anche nei confronti di tante compagne e compagni del tutto in buona fede, ma ciò che vien sempre rimosso al piede di partenza della composizione di tali liste è appunto il bilancio politico del riformismo. Alcune compagne e compagni possono credere, con tutta onestà, che la candidatura in liste unitarie possa facilitare la visibilità del Partito laddove non avesse le forze per la presentazione elettorale autonoma. Tuttavia, il prezzo da pagare è troppo salato: proprio le ragioni del Partito verrebbero messe da parte, a partire dal suo impegno per l’unità d’azione delle avanguardie per il fronte unico di classe e lo sbocco politico che dovrebbe avere per garantire le sue rivendicazioni: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il vantaggio sarebbe solo delle organizzazioni riformiste, che, come un’agenzia interna al movimento operaio, lavorano incessantemente, ora con frasi scarlatte, ora con argomenti “ragionevoli” e concreti, a consegnarlo mani e piedi nelle mani della politica borghese e degli interessi capitalistici.

Le militanti e i militanti del PCL, senza smentire per un attimo, anzi proprio per rilanciare il loro impegno unitario riferito a tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe lavoratrice, rifiutano il metodo delle liste unitarie con i riformisti, riaffermano la tattica elettorale leninista, che vuole utilizzare le elezioni come una tribuna rivoluzionaria, e lavorano controcorrente per la presentazione elettorale autonoma delle liste del Partito Comunista dei Lavoratori alle prossime elezioni amministrative.

Partito Comunista dei Lavoratori

Vaccinazione di massa e società borghese

 


La natura capitalistica della società ostacola ogni passo della vaccinazione

La vaccinazione di massa contro il Covid-19 è e sarà un'esperienza storica dell'umanità. Ma proprio per questo un'esperienza che mette a nudo una volta di più l'irrazionalità dell'attuale sistema sociale. Un sistema funzionale a sospingere nel mondo la corsa agli armamenti per spartire zone di influenza e fette di mercato si rivela inadatto a vaccinare l'umanità contro la pandemia.

A ogni passo la vaccinazione di massa inciampa sulla legge del profitto.


IL LUNA PARK DELLE BORSE ALL'INSEGUIMENTO DEL VACCINO

I colossi mondiali della farmaceutica, spalleggiati dai rispettivi stati, gareggiano senza risparmio di colpi per la spartizione del gigantesco mercato. Gli stati imperialisti, a partire dagli USA, si assicurano i primi stock della distribuzione attraverso contratti privilegiati con le proprie multinazionali. Il grosso dell'umanità resta in coda, a partire dall'Africa e dall'America Latina. Ma questi contratti sono in larga parte coperti da segreto negli stessi paesi imperialisti. Vengono rese pubbliche in linea di massima le quantità di dosi pattuite, non la parte economica e giuridica dei contratti stipulati. I lavoratori pagano i costi dei contratti, attraverso la tassazione – che ovunque grava principalmente sui salariati – ma sono privati del diritto di conoscere ciò che pagano, persino quando si tratta di vaccini. Del resto, il segreto industriale e commerciale protegge a monte i grandi monopoli dagli sguardi indiscreti di salariati e consumatori. Vale per gli articoli sanitari ciò che vale per ogni altra merce.

Pubblica è stata invece la concorrenza spietata tra gli azionisti di Pzifer, Moderna, Astrozeneca, in uno spregiudicato gioco a scavalco usando dichiarazioni di stampa sui gradi di copertura vaccinale offerti. La copertura giudicata sufficiente dagli scienziati era il 70%? Pzifer ha annunciato di riuscire a coprire il 90%, Moderna ha rilanciato due giorni dopo annunciando la copertura del 94%, Pzifer a questo punto ventiquattrore dopo proclamava il 95%. Nessuno di questi annunci al rialzo, sia chiaro, aveva allora validazione scientifica. Ma che importa? L'importante è che avessero successo in Borsa, con l'impennata straordinaria del valore delle azioni, con banche, imprese, compagnie di assicurazione, speculatori e faccendieri di ogni risma, che hanno comprato azioni di Pzifer e Moderna in attesa dei dividendi promessi. Eppure non stiamo parlando di profumi o di moda, stiamo parlando del vaccino contro la più grande pandemia dell'ultimo secolo, che ha già fatto quasi due milioni di morti al mondo. La verità è che tutto è merce nella società capitalista. I vaccini sono quotati nel luna park di Borsa al pari della Coca Cola o di un tappeto, perché il valore di scambio di una merce è indifferente al suo valore d'uso.


SISTEMI SANITARI DISOSSATI OVUNQUE INADATTI A GESTIRE LA VACCINAZIONE

Ma proprio l'uso del vaccino presenta ora grandi difficoltà.

Di fronte alla grande recessione mondiale, i governi borghesi hanno ricoperto d'oro i monopoli della farmaceutica ed esercitato pressioni sulle autorità sanitarie di validazione perché si operasse con la massima celerità. E il risultato è stato ottenuto. Ma non hanno fatto i conti coi sistemi sanitari che ora debbono gestire la vaccinazione, gli stessi sistemi sanitari disossati negli ultimi decenni per ingrassare sanità privata e banche.

Non parliamo dei paesi dipendenti e dei continenti arretrati. Parliamo dei principali paesi capitalisti. E non solo degli USA, ma di tutta l'Europa capitalista. La Germania, indicata dai liberali progressisti come modello ed esempio di welfare, conosce in questi giorni il cedimento clamoroso del proprio sistema sanitario: una sanità semiprivatizzata, con grave carenza di personale, decine di migliaia di infermieri con contratti interinali, un numero di letti pesantemente inferiore alla bisogna. Francia e Spagna seguono a ruota. Il problema ovunque è lo stesso: un sistema sanitario che si è mostrato incapace di contrastare adeguatamente la pandemia può ora affrontare lo sforzo gigantesco della vaccinazione, per di più nel momento in cui il Covid rialza la testa con nuove minacciose mutazioni del virus?

Il caso italiano è da manuale. Il 27 dicembre come in tutta Europa inizia la vaccinazione. La prima fascia di popolazione interessata, tra personale sanitario e degenti delle case di riposo, ammonta a un milione e ottocentomila unità. Sono ore frenetiche in cui le diverse ASL regionali rincorrono affannosamente il tempo perduto per predisporre le condizioni necessarie per partire. Il primo problema sono i frigo per conservare le dosi. Sul mercato si trovano freezer con prezzi da 7000 a 16000 euro, ovviamente lievitati verso l'alto, come in ogni logica speculativa; i loro tempi di consegna variano da pochi giorni a diversi mesi. Significa che il 27 dicembre diversi hub per la distribuzione si troveranno scoperti. Lo stesso dicasi per i congelatori.


LA MANCANZA DI PERSONALE SANITARIO IN ITALIA

Ma il problema più grande resta, guarda caso, la carenza di personale. E non si tratta solo dei somministratori del vaccino, di cui già ci siamo occupati, scelti da agenzie interinali ripagate con trenta milioni di euro, e ad oggi in larga parte mancanti, ma del personale sanitario nel suo insieme.

Il problema è semplice. Le disposizioni mediche prevedono che le persone cui viene inoculato il vaccino debbano tornare a casa dopo l'iniezione. Ma al primo giro sono proprio gli operatori sanitari che sono interessati dalla vaccinazione. Se vanno a casa dopo la puntura i medici e gli infermieri degli ospedali, chi provvede al loro rimpiazzo? Pare che nessuno avesse pensato a questo piccolo dettaglio. La penuria cronica delle piante organiche ospedaliere, che già costringono il personale a lavorare per più di dodici ore al giorno, diventa esplosiva proprio nel momento della vaccinazione di massa.

La vaccinazione prevede una rigida scansione temporale di lavoro, con passaggi tra loro incastrati, come in una catena di montaggio. Per ogni turno di cinque ore servono un medico, un infermiere, un amministrativo, un operatore socio-sanitario. Questa è l'unità di vaccinazione, per una media di 15 iniezioni all'ora, da replicare dopo 21 giorni. Serve una stanza per l'attesa e la registrazione, una stanza per l'inoculazione, una stanza dove il paziente riposa per una mezz'ora, per verificare la possibile manifestazione di reazioni allergiche. Tutto questo in aggiunta al normale servizio sanitario e contestualmente al suo esercizio ordinario. Dove si trovano persone, strutture, mezzi necessari?

Non è tutto. La vaccinazione non è solo inoculazione. Implica la costruzione di un'anagrafe vaccinale, con la storia sanitaria di ciascuno. Richiede soprattutto il controllo medico successivo dei vaccinati. Com'è possibile affrontare questa esigenza elementare quando la medicina territoriale è semplicemente scomparsa, perché smantellata per decenni? Certo, c'è la medicina privata, le strutture convenzionate con soldi pubblici, quelle cui molti hanno dovuto ricorrere pagando fior di quattrini per ottenere il sospirato tampone che la sanità pubblica collassata non è in grado di offrire. Ma anche il decorso medico dei vaccinati dev'essere affidato alle mani del profitto? E gli operai che non possono permettersi i costi del trattamento privato?

A ciò si sovrappone in Italia (ma in Germania coi Länder non è molto diverso) la moltiplicazione delle autorità di riferimento. Ventuno Regioni sono ventuno sistemi sanitari diversi con diverse disposizioni e livelli di trattamento. La vaccinazione è disposta dal ministero, ma saranno le Regioni a gestirla (convocazioni dei residenti, firma dei consensi, iniezioni e verifiche...).
«Sono giorni di confusione, stiamo impazzendo con la pianificazione. Non sappiamo neanche come porteremo le dosi nelle RSA, dobbiamo ancora completare la lista delle adesioni e il calendario delle vaccinazioni» esclama il dottor manager di una delle ASL laziali intervistato da Repubblica (20 dicembre), ad appena sei giorni dal V-Day. Ma la pianificazione è impossibile nell'anarchia del capitalismo, capace di tagliare trentasette miliardi alla sanità ma incapace di organizzare la vaccinazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Covid e le 'povere donne'. E se parte della soluzione fosse la cara e vecchia socializzazione del lavoro domestico?

 


Che le crisi del capitale colpiscano le classi subalterne, e in particolare le donne, non è una novità. Il Covid non fa eccezione. Il governo a targa 5 Stelle-PD ha preso ben pochi provvedimenti per tutelare le persone nei luoghi dove si ammalano di più: trasporti, luoghi di lavoro, scuola e famiglia.


All’ovvio criterio della tutela della salute di tutti e tutte si è sfacciatamente anteposta la strenua difesa del profitto della classe padronale, già da subito, con la mancata chiusura delle zone più colpite della bergamasca, e ancora più esplicitamente adesso, con il continuo riferimento alla “ripresa” che è necessario “agganciare”.

Il primo argine all’emergenza sanitaria è stato ed è ancora scontato nell’attuale sistema: spingere fuori dal mercato del lavoro decine di migliaia di donne e ricacciarle senza distrazioni “accanto al camino”, alle funzioni di babysitter, assistente, infermiera e insegnante richieste dalla crisi. Dopo il primo lockdown tante donne non sono più tornate ai propri posti di lavoro, ma hanno dovuto forzatamente “scegliere” di rimanere a casa a fare il welfare gratuito, nel tentativo funambolico di conciliare sopravvivenza sanitaria, lavoro e famiglia. Il 72% di chi è tornato al lavoro il 4 maggio era uomo.

Il coro di prefiche su quanto il Covid abbia colpito le donne è stato trasversale: le povere donne sono state compatite da sinistra a destra, dall’Avvenire al Manifesto. Tuttavia ben pochi hanno proposto soluzioni concrete a questo problema bifronte: da un lato di impedire o almeno ostacolare la trasmissione del contagio, soprattutto ai soggetti più deboli, dall’altro garantirsi un reddito. Un problema che smaschera l’impossibilità di trovare soluzioni efficaci nella cornice di questo sistema economico. I due pilastri su cui si doveva intervenire energicamente dovevano essere stato sociale e lavoro. Nessuno dei due è stato seriamente preso in considerazione.

Il primo pilastro, anche e soprattutto per le donne, doveva essere quindi la tutela del posto lavoro. Da un lato si dovevano rinforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non solo posticipare i licenziamenti, norma peraltro facilmente aggirabile. Occorreva ripristinare tutta una serie di diritti che sono stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, a partire dall’articolo 18, dal precariato, dalle norme del Jobs Act.

Il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza, in modo da non essere veicolo di contagio. Questa garanzia deve essere verificata dai lavoratori stessi, non dal padronato, perfettamente indifferente da sempre alla salute di chi lavora per loro.

Le donne hanno costituito una parte fondamentale delle figure professionali che hanno consentito al sistema che le sfrutta di andare avanti, pagando un prezzo altissimo in termini di sacrifici e salute: operaie, commesse, cameriere, cuoche, dottoresse, addette alle pulizie, infermiere, maestre, badanti… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Nessuno ha dato loro qualche tutela in più, nessuno ha esteso qualche diritto negato, qualche aumento di stipendio, qualche riconoscimento contrattuale.

Anche se rimangono al lavoro, le donne (e i lavoratori in genere) devono sacrificarsi per niente, perché questo ci si aspetta che facciano.

L’altro pilastro è lo stato sociale, la cui assenza si fa così drammaticamente sentire in questo momento.

Le misure deboli, inutili e caotiche adottate dal governo borghese non sono bastate alle famiglie, che vedono la chiusura delle scuole come una prospettiva agghiacciante e che sono forzate, per chi un lavoro ancora ce l’ha, a decidere se licenziarsi o far ammalare i genitori.

È ormai opinione diffusa che gran parte dell’impatto di questa pandemia sia dovuta allo smantellamento della sanità pubblica e dello stato sociale. È un’argomentazione facile, ormai anche i più strenui difensori del liberismo condannano i taglia alla sanità che per primi avevano rivendicato, perché il “privato” doveva essere più efficiente. Ma non è possibile illudersi che un po’ più di stato sociale ci avrebbe tenuto al riparo dalle conseguenze delle crisi – sanitarie o finanziarie – generate dal sistema capitalista. Nessun paese capitalista, con una quota maggiore o minore di stato sociale, ha retto all’urto della pandemia.

Questa pandemia ha mostrato il vero volto del capitalismo in ogni paese, ha dimostrato che a prescindere dal grado e dall’intensità con cui il capitalismo viene annacquato con un po’ di stato sociale, il risultato non cambia: dalla civilissima Svezia al Brasile di Bolsonaro, questa organizzazione economica quando va bene fa migliaia di morti al giorno (morti sul lavoro, morte per violenza domestica, morti economici, morti da migrazione, morti da povertà, morti da mancate cure) e quando va male, quando un virus si diffonde, i morti si contano a milioni. Ma il sistema continua con la stessa imperterrita disumanità. È il capitalismo che impedisce all’umanità di reagire al meglio davanti a un disastro sanitario che la sua stessa sete di profitto ha creato, grazie alla distruzione sistematica dell’ambiente.

Se un po’ più di stato sociale non basta, allora che fare?

Forse bisognerebbe rispolverare una “vecchia” rivendicazione del femminismo marxista, ossia la socializzazione del lavoro domestico. Occorre pretendere l’esternalizzazione di tutti quei lavori che le donne compiono da millenni ma che in realtà sono lavori volti alla collettività, sono lavori di cura riproduttivi e produttivi, senza retribuzione e senza riconoscimento. Questo lavoro deve essere retribuito e ricondotto alla sfera pubblica, in condizioni di sicurezza e controllo, ossia deve essere socializzato: l’intera collettività deve farsene carico perché quel lavoro oggi, oltre che di oppressione di genere, è più che mai veicolo di contagio e di morte. Solo un massiccio programma di esternalizzazione dei servizi sociali in condizioni controllate può bloccare i contagi all’interno delle famiglie e tutelare le fasce più deboli della popolazione.

Nonostante forzature e semplificazioni, la socializzazione del lavoro domestico è ben altro che uno stipendio alle casalinghe, da rigettare esattamente come il reddito alle madri di Forza Nuova.

La socializzazione del lavoro domestico non è un’elemosina per continuare a essere forzate nel ruolo di angelo tuttofare. È riconoscere quel lavoro, esternalizzarlo, retribuirlo e renderlo sicuro.

«La famiglia attualmente consuma senza produrre. Le faccende domestiche essenziali di una donna di casa si sono ridotte a quattro: pulizia (pavimento, mobili, stoviglie, ecc.), cucina (preparazione di pranzo e cena), lavaggio e cura della biancheria e dei vestiti della famiglia (rammendare o rattoppare). Questi lavori sono molto stancanti. Consumano tutte le energie, e tutto il tempo della donna lavoratrice che, per di più, deve lavorare in fabbrica. […] Invano la donna lavoratrice passa le giornate da mattina a sera pulendo casa, lavando e stirando i vestiti, consumando energie per sistemare la biancheria rovinata, ammazzandosi per preparare con i suoi scarsi mezzi il miglior pasto possibile, poiché, quando finirà il giorno, non rimarrà alcun risultato materiale di tutto il suo lavoro giornaliero; con le sue mani infaticabili non avrà creato durante il giorno, nulla che possa essere considerato merce nel mercato commerciale. Potrebbe vivere mille anni, ma tutto sarebbe uguale per la donna lavoratrice. Ogni mattina rimuovere la polvere dai mobili, il marito verrebbe la sera con voglia di cenare i bambini tornerebbero a casa con le scarpette piene di fango. Il lavoro della donna di casa diventa ogni giorno meno utile e ogni giorno più improduttivo.[…] Le mogli dei ricchi vivono da molto tempo vivono libere da queste sgradevoli e faticose mansioni. Perché la donna lavoratrice deve continuare a portare questo pesante fardello?» (A. Kollontaj, 1921)

Sono passati quasi cento anni, ma la donna è ancora lì a fare le stesse cose, pochi avanzamenti si sono ottenuti sul lavoro non pagato delle donne.

Quando si avanza la rivendicazione che tale lavoro va pagato ed esternalizzato tutti gridano all’utopia. In realtà però il lavoro domestico è da sempre socializzato. Ma per una classe sola, quella degli sfruttatori. A loro è concesso sfuggire dal destino biologico di genere scaricando su forza lavoro sfruttata tutti quei compiti che non vogliono svolgere. Il lockdown non è stato quello raccontato dalla vulgata dei balconi e dei proclami di unità nazionale al telegiornale: una classe di più o meno ricchi, più o meno borghesi, che poteva permetterselo, ha ricevuto a casa tutti quei beni e servizi che la classe lavoratrice ha continuato a produrre e a consegnare sulla porta di casa. A prezzo della propria salute e di quella dei propri famigliari.

Insomma quando ci dicono che la socializzazione del lavoro domestico è un’utopia, bisogna chiedersi: Per chi? Perché per una certa classe sociale è da sempre una realtà molto concreta.

Eppure, quando si parla di socializzazione del lavoro domestico pare una bestemmia. Quasi avessimo interiorizzato così tanto il destino di vittime sacrificali da non saper immaginare un sistema diverso, in cui siamo libere e liberi da quelle schiavitù e delle fatiche che la classe sfruttatrice ci subappalta per salari ridicoli.

La socializzazione del lavoro domestico è difficilmente rivendicabile, anche a sinistra, perché si capisce immediatamente che, per ottenerla, occorre polverizzare il principio su cui è fondata la nostra società, ossia lo sfruttamento. È una rivendicazione sociale che non ammette una mezza misura, che non si può ottenere per gradi, perché stiamo già verificando in prima persona che le mezze misure non ci hanno tutelato.

E allora bisogna cominciare a pensare che forse non è così sbagliato cambiare completamente paradigma sociale. In prospettiva futura, una volta allentata la necessità del distanziamento sociale, occorre imparare la lezione e fare come all’indomani della Rivoluzione russa, quando i servizi di mensa, asilo, lavanderia, farmacia, ristoranti e servizi assistenziali di varia natura erano collettivizzati e disponibili gratuitamente per tutti.

Non è forse così utopico pensare che sia la vita e la salute dei lavoratori a dover essere tutelata con le misure più efficaci. Non è ammissibile operare un compromesso con interessi diversi da quelli della classe lavoratrice, da quelli di chi produce e lavora. Non è possibile fare rientrare nell’equazione i profitti del padronato.

Anche in tempi di pandemia e di emergenza sanitaria non è utopico pensare di gestire il lavoro domestico in condizioni di sicurezza.

Non solo baby sitter, doposcuola, servizi di assistenza per malati e disabili, ma anche una rete capillare di lavanderie, mense, farmacie e servizi di cura di varia natura per chi ne ha bisogno. Un servizio di pasti che possa raggiungere chi non può più fare la spesa o che deve essere isolato, una rete capillare di luoghi in cui è possibile mangiare gratuitamente in sicurezza, una rete di operatori professionisti che si prendono cura di anziani, disabili e malati, sollevando le famiglie da compiti impossibili da svolgere in solitudine e con la sicurezza necessaria. Questo sistema di socializzazione di tutti quei compiti di cura normalmente assegnati alle donne devono essere svolti in costante collaborazione con un sistema sanitario completamente pubblico e gratuito. Un sistema che ha requisito e nazionalizzato senza indennizzo la sanità privata, ulteriore strumento di profitto del padronato, persino in un momento come questo.

Quanto costa tutto ciò? Pochissimo. Meno di quanto ci costa attualmente essere sfruttate/i. Basta abolire ciò che in un sistema capitalista viene dato per scontato pur essendo incongruo e inutile: il profitto privato ed esorbitante di pochi, l’arricchimento costante di una fascia della popolazione a scapito di un’altra, l’allargamento di una forbice dei redditi che a livello mondiale non conosce pause, la speculazione che ha accelerato persino durante la pandemia.

Il Covid ha messo a dura prova, in negativo, la nostra immaginazione. È tempo di usare la nostra capacità di concepire soluzioni diverse, soluzioni che possono apparire impensabili, com’è utopico e impensabile proseguire con il sistema attuale. Soluzioni che presuppongono che ognuno di noi prenda consapevolezza più concreta dell’assurdità di voler preservare i privilegi di pochi in cambio della vita di molti.

M.G.

Lo scandalo dei morti fantasma

Un'organizzazione sociale che non protegge i vivi è incapace di rispettare i morti

Pensavamo di aver scandagliato tutte le possibili connessioni tra pandemia e società borghese. Il ruolo delle deforestazioni nel salto di specie; l'interruzione della ricerca scientifica sulla famiglia dei coronavirus da parte delle case farmaceutiche dopo la fine della SARS nel 2003; l'impatto della pandemia su sistemi sanitari smantellati dalle politiche di austerità per finanziare banche e imprese, con la conseguente moltiplicazione dei morti; la ricaduta della crisi sanitaria sull'economia, con una nuova pesante recessione di portata mondiale, che viene scaricata sulle condizioni del lavoro; la condanna di milioni di salariati alla continuità della produzione in fabbrica senza le minime garanzie di sicurezza, peraltro negate agli stessi medici e paramedici; la scelta criminale di non recintare Bergamo e Brescia con la soluzione Codogno sotto la pressione di Confindustria lombarda e dei suoi interessi...

Ma ci siamo sbagliati. Ciò che sta emergendo clamorosamente in questi giorni apre un altro squarcio di verità. Nella bergamasca e nel bresciano, ma anche a Como, a Pavia, in innumerevoli centri minori della Lombardia, si registra un divario impressionante tra i decessi di questi mesi e la media dei decessi nel periodo corrispondente del passato decennio. Città per città, paese per paese, il divario è infinitamente più ampio di quello coperto dai dati ufficiali sui morti per coronavirus. È un dato confermato dai sindaci dei comuni interessati, a partire dal sindaco di Bergamo, e da tutte le indagini in corso a livello giornalistico.
Questo dato ha un solo possibile significato: vi sono complessivamente migliaia di morti per coronavirus non registrati e classificati come tali. Per lo più persone anziane, sole, abbandonate nelle proprie case, senza assistenza e cure dovute. Oppure ospiti di residenze per anziani e case di riposo, per lo più private, assistite da personale sanitario non protetto oltre che insufficiente, e per questo veicolo di contagio e di morte. Persone cui non è stato fatto neppure il tampone per accertare la causa del decesso. Oppure persone di cui è stata accertata la positività ma la cui morte è stata attribuita ad altre cause. “Morti col coronavirus, non per coronavirus” è stata a lungo la formula di copertura della realtà. Una formula ambigua. Se il virus favorisce un infarto mortale è indubbio che la causa del decesso è l'infarto, ma anche che l'infarto non ci sarebbe stato senza il virus. Se un malato oncologico vede precipitare la propria situazione per mano del virus, è indubbio che muore di cancro ma è il virus il fattore agente di quella morte... Tuttavia la formula cattedratica rassicurante serviva a minimizzare e nascondere la verità.

Tanti avevano interesse a nascondere questa verità. Avevano interesse a nasconderla le autorità sanitarie nazionali per edulcorare il fallimento di un sistema sanitario di cui hanno avallato negli anni tagli brutali a non finire. Aveva interesse a nasconderla il governo regionale lombardo, per non rovinare l'immagine del modello sanitario lombardo-veneto più di quanto non sia già rovinata. Avevano interesse a nasconderla le proprietà delle case private di riposo, per il buon nome del proprio marchio (e delle relative rette). Se non fosse che poi la verità si fa strada attraverso le testimonianze dei parenti e del loro dolore. E quando emerge, gli stessi che avevano cercato di nasconderla si mostrano improvvisamente costernati e sorpresi, magari invocando “le dovute indagini” per evitare di esserne sepolti. Ipocrisia su ipocrisia, senza fine.

Resta il fatto che migliaia di persone morte di Covid-19 e non registrate come tali non sono solo un fatto rilevante ai fini statistici per misurare le dimensioni reali dell'epidemia, sopratutto in Lombardia. Misurano anche il cinismo sprezzante di una organizzazione sociale incapace non solo di proteggere i vivi ma persino di conteggiare (e rispettare) i morti.

Ricordiamoci anche di questo per quando tutto sarà finito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il virus è cieco, ma i padroni ci vedono benissimo

Solo gli imbecilli possono sottovalutare l'emergenza del coronavirus e la necessità di misure straordinarie di contenimento. Ma solo i ciechi possono rimuovere la connessione tra il dramma in corso e l'organizzazione capitalista della società, il suo passato e il suo presente.

Il contesto che stiamo vivendo in questi giorni in Italia non ha precedenti nel dopoguerra. La drammatica progressione dell'epidemia si sovrappone al crollo del sistema sanitario e alla recessione economica. Un ciclone che si abbatte non solo sulla vita politica e sociale ma sulla esperienza quotidiana di ciascuno, domina le sue preoccupazioni, il suo conversario, il suo immaginario. Milioni di lavoratori e lavoratrici, già provati da decenni di sacrifici, sono sottoposti a una nuova durissima prova.


I LAVORATORI DELLA SANITÀ E I PADRONI FILANTROPI

Primi fra tutti i lavoratori e le lavoratrici della sanità.
Esposti sul fronte di guerra, costretti a lavorare più di 12 ore al giorno, spesso privi degli strumenti adeguati di protezione, falcidiati per questo da un tasso di contagio doppio rispetto alla media della popolazione, costretti a scegliere chi intubare e chi no non dalle esigenze del malato ma dall'assenza di posti letto, di ventilatori, di spazi. Obbligati dunque a decidere ogni giorno della vita e della morte di un malato in piena solitudine, con uno stress emotivo devastante, a causa dei 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica praticati negli ultimi dieci anni.

La stessa stampa borghese che per decenni ha lamentato gli “sprechi” della spesa sanitaria e ha appoggiato la chiusura di centinaia di ospedali del territorio – sempre nel nome del debito pubblico da pagare alle banche – scopre improvvisamente l'eroismo di medici e infermieri.

Di più. Si diffondono gesti pubblici di carità filantropica da parte delle banche e delle grandi imprese. Banca Intesa, che ha fatto da sola in un solo anno quattro miliardi di utili, dona qualche milione al servizio sanitario di cui ha chiesto a lungo la demolizione; e il Corriere, di sua proprietà, dedica una pagina intera a questo esempio amorevole di patriottismo. Il gruppo Pirelli, Armani, Dolce Gabbana, il fior fiore del made in Italy, l'intero mondo delle imprese quotate che ha fatto in Borsa nel 2019 ventiquattro miliardi di utili si premurano di far sapere che hanno destinato qualche spicciolo all'acquisto di mascherine e ventilatori. “Da Armani a Yamamay, le aziende riscoprono la responsabilità sociale” titola La Repubblica (9 marzo). Una gara di umanesimo davvero commovente.


L'EMERGENZA IGNORATA NELLE FABBRICHE

Se non fosse che le stesse imprese “socialmente responsabili” (da Confindustria a Confcommercio) chiedono al governo di garantire ad ogni costo la continuità della produzione nelle zone più contagiate senza garantire ai dipendenti neppure gli strumenti più elementari di sicurezza. Guanti e mascherine monouso, peraltro rare, sono previsti solo per gli autisti del trasporto merci, non per i lavoratori in produzione. Le fabbriche restano zona franca: nessun rispetto del distanziamento, assenza di disinfettanti, incuria criminale. L'emergenza cessa improvvisamente di essere tale se si parla di produzione e di profitti, e il lavoro diventa così un moltiplicatore del contagio, innanzitutto tra operai e operaie. In compenso riposi e ferie sono messi a disposizione del padrone, mentre i congedi parentali, per chi ne può usufruire, coprono solo il 30% del salario.


MA I CAPITALISTI BATTONO CASSA

Non contenti, i padroni “socialmente responsabili” battono cassa.
Rastrellano il grosso dei 7,5 miliardi stanziati (moratoria dei debiti verso le banche, copertura pubblica dei crediti delle banche stesse), lasciando un solo miliardo alla sanità. Chiedono l'indennizzo pieno per il fatturato perso (Confcommercio) mentre procedono a licenziamenti collettivi, a partire dal turismo, dalla ristorazione, dai trasporti. Chiedono la defiscalizzazione degli investimenti dei fondi, nel mentre invocano commesse pubbliche e investimenti infrastrutturali. E già che ci sono, sempre nel nome dell'emergenza, rivendicano la cancellazione di ogni causale per i contratti a termine, la liberalizzazione dei voucher e mano libera in fatto di appalti (CONFAPI). Il tutto, naturalmente, a spese del lavoro, e della maggioranza della società. Se poi i soldi pubblici non bastassero per tanta manna, si prendano in prestito dalle banche, facendo altro debito e altri interessi sul debito, caricandoli sul portafoglio degli operai. E se per questo l'aumento del debito nell'anno in corso dovesse far lievitare lo spread, “si tranquillizzino i mercati” annunciando da subito l'abolizione delle elemosine sociali (quota 100 e reddito di cittadinanza), come chiede oggi Confindustria (Il Sole 24 Ore, 9 marzo).

Insomma, il virus è cieco, ma i padroni ci vedono benissimo. Anche in tempi di emergenza che peraltro hanno contribuito a creare. È vero, i confini di classe sfumano nella percezione di molti, per l'arretramento della coscienza e la pressione della paura. Ma nella realtà sono ancor più profondi di ieri. Ricostruire controcorrente una piattaforma di mobilitazione del movimento operaio, sviluppare la sua coscienza, ridisegnare una prospettiva anticapitalista è allora una necessità tanto più ineludibile oggi. Di questo ci occuperemo ogni giorno, anche nell'attuale stato d'eccezione. Anche attraverso la voce libera di questo sito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l'economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana. L'immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus. Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo '900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime). Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt'altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.
Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria. Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell'1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l'effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale. Vi sono stati e vi sono paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d'occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell'Africa subsahariana dove nel solo 2001 l'AIDS fece oltre due milioni di morti. Solo per dare l'ordine delle proporzioni.
Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio. Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell'Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920. Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull'economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l'emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell'austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all'industria farmaceutica; alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto nelle zone interessate dal contagio a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).
Nulla più del coronavirus rende evidente l'irrazionalità della società borghese. Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell'acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro). In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l'ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.
Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un'emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l'emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori