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La legge finanziaria del governo Meloni

 


La legge di stabilità del governo Meloni è la prima legge finanziaria dopo il varo del nuovo Patto di stabilità europeo, sottoscritto da tutti i governi capitalisti dell'Unione Europea e dall'insieme della vecchia e nuova maggioranza che sorregge la Commissione Europea (per intenderci, dal PD a Giorgia Meloni, sul versante italiano).


L'obiettivo della manovra economica è dichiarato: ottenere il placet di Bruxelles, dopo la procedura d'infrazione subita in estate, e un giudizio positivo del capitale finanziario e delle relative agenzie di rating, quelle che debbono certificare il grado di solvibilità di un paese sul proprio debito pubblico.
Su entrambi i lati, il governo ha ottenuto ciò che cercava. Ursula Von Der Leyen ha tutto l'interesse a incassare il sostegno di Giorgia Meloni e di buona parte del blocco del Partito dei Conservatori Europei, guadagnando uno spazio di azione più ampio. Meloni a sua volta ha interesse a proseguire sulla linea del proprio accreditamento politico e personale presso le cancellerie del continente, valorizzando la stabilità del proprio governo, a fronte della crisi politica di Francia e Germania, e quindi attestandosi quale diretta interlocutrice della nuova amministrazione americana. La nomina di Fitto tra i vicepresidenti della Commissione UE è un obiettivo successo di questa politica di scambio.

In tale cornice si colloca la manovra Meloni-Giorgetti, che la stessa stampa borghese saluta, con linguaggio improprio ma significativo, come “ritorno dell'austerità”.
7,7 miliardi di tagli ai ministeri, con conseguenze multiple, tra cui 702 milioni di tagli all'università e alla ricerca, e il blocco del turnover al 75% in una pubblica amministrazione già disossata; 5,6 miliardi di tagli agli enti locali, che significano riduzione della spesa sociale, ulteriore ridimensionamento dei servizi essenziali (asili, trasporto locale, welfare) e spinta a un nuovo aumento della tassazione comunale e regionale (IRPEF); continuità dei tagli al disastrato sistema sanitario, ormai ridotto al 6,2% del PIL; ulteriore peggioramento del sistema pensionistico, con l'innalzamento prima a 25 e poi a 30 anni degli anni di contributi necessari (per chi è in regime solo contributivo) al fine di poter accedere alla pensione anticipata a 64 anni, con parallelo rafforzamento della previdenza privata. L'unica spesa pubblica che sale è quella militare, ed in particolare in armamenti, in sintonia con lo scenario mondiale e l'indirizzo UE.

Parallelamente il governo offre un concordato fiscale biennale alle partite IVA (tassazione preventivamente concordata indipendentemente dalla crescita dei profitti, quindi detassazione preventiva degli stessi), combinata con la diretta riduzione dell'IRES sugli utili aziendali (dal 24% al 20%): la cosiddetta “IRES premiale” chiesta a gran voce da Confindustria. Un ulteriore abbassamento, seppur condizionato, della tassa piatta sui profitti, in sé scandalosa. Una tassa peraltro già ridotta verticalmente negli ultimi vent'anni: prima dal secondo governo di Romano Prodi che nel 2007 la portò addirittura dal 34% al 27% (col sostegno di Rifondazione); poi da tutti i governi successivi, in particolare dal governo Renzi.
È la risultante della concorrenza fiscale tra gli stati capitalisti della stessa UE nell'offrire condizioni di favore al capitale. La manovra Meloni è solo l'ennesimo passaggio di questa partita infinita. Le banche italiane sono chiamate a favorire l'operazione con un semplice anticipo, senza pagare un euro in più sui propri utili.

La grancassa propagandistica del governo (“abbiamo aumentato i salari”) ruota attorno al famoso taglio del cuneo fiscale, ora reso “strutturale”, attraverso una combinazione di taglio contributivo e detrazioni fiscali. Si tratta in realtà di una truffa, perchè finge di aumentare i salari quando in realtà mette a loro carico l'operazione attraverso il fisco: in altri termini, una fiscalizzazione della vecchia decontribuzione varata da Draghi, una grande partita di giro a saldo zero. E per di più, nell'ultima versione, persino peggiorativa: perché agendo attraverso il gioco delle detrazioni finisce per ridurre i salari di un'ampia fascia di salariati.
Il vero fine del taglio del cuneo fiscale era ed è quello di proteggere i profitti d'impresa dal rischio di forti rivendicazioni salariali. È un caso che Confindustria sia la più convinta sostenitrice del taglio del cuneo, che infatti vorrebbe ancor più consistente?

Tutto ciò acquista il suo pieno significato nel quadro più generale della cosiddetta dinamica dei redditi. Lo studio condotto al riguardo da un gruppo di ricerca della Facoltà di Ingegneria dell'Università La Sapienza in ottobre, e presentato con disinvoltura dal quotidiano di Confindustria, è eloquente: «Il travaso di ricchezza dal lavoro al capitale è stato pazzesco. I soci hanno prelevato come dividendi l'80% degli utili netti e hanno lasciato il 20% come autofinanziamento di nuovi investimenti... Oltretutto i rari investimenti delle imprese sono stati per il 40% materiali nelle fabbriche e per il 60% finanziari in partecipazioni» (Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2024). Lo scrivono i padroni. È la confessione testuale del parassitismo della borghesia.

A ciò si aggiunge una altrettanto eloquente informativa dell'Istat (29 ottobre): «I 46 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 47,5% dei dipendenti... i contratti che a fine settembre 2024 sono in attesa di rinnovo ammontano a 29 e coinvolgono il 52,5% del totale dei dipendenti». Significa che la maggioranza dei salariati lavora con contratti scaduti. Con una ennesima diminuzione dei salari.
L'attuale aggravamento della crisi recessiva in Germania, a partire dall'industria automobilistica, viene usata dal padronato come ulteriore leva di chiusura verso le richieste contrattuali, come mostra lo stallo del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici.

La richiesta di un forte aumento salariale per tutti i lavoratori e le lavoratrici, di almeno 400 euro netti, si impone sempre più come esigenza generale della classe lavoratrice, al di là dei confini di categoria, assieme alla rivendicazione di una tassa patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato. Paghino i profitti di banche e imprese. È la voce necessaria di una piattaforma unificante per la vertenza generale dell'intero lavoro salariato, pubblico e privato. L'unica via per prendere sul serio l'evocazione della “rivolta sociale”. Evitando di ridurla a recita ipocrita da talk show, o a comizio di piazza una tantum.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il decreto del primo maggio

 


Misure padronali e balbettio sindacale

Il "decreto del primo maggio" sottolinea una volta di più lo scarto tra la determinazione del governo e il balbettio delle burocrazie sindacali.

Il governo ha esteso innanzitutto l'uso dei contratti a termine, la forma più classica di lavoro precario, esattamente come chiede Confindustria. Il Sole 24 Ore non a caso esulta.
In secondo luogo ha smantellato, come annunciato, il vecchio reddito di cittadinanza, sostituendolo con una misura che limita pesantemente la platea interessata, l'importo erogato, la durata dell'importo. Con ciò ha accolto la richiesta pressante del padronato, che vuole eliminare ogni possibile intralcio, per quanto debole, ai salari da fame, e capitalizzare a proprio vantaggio quote ancor più ampie di spesa pubblica.
In terzo luogo ha realizzato il famoso taglio del cuneo fiscale, cioè il taglio dei contributi previdenziali, presentandolo come grande sostegno ai salari. Una truffa bella e buona, per la ragione più semplice: i contributi sono messo a carico del debito pubblico (scostamento di bilancio) e della fiscalità generale, cioè sostanzialmente a carico dei salariati “beneficiari”. In compenso si chiede ai “beneficiari” di non rivendicare aumenti salariali, per i quali infatti non è previsto un euro in relazione al rinnovo dei contratti pubblici. È la ragione per cui Confindustria plaude al taglio del cuneo fiscale, e anzi lo chiede ancor più consistente. Si tratta di una misura di protezione dei profitti, gli stessi profitti in forte crescita che stanno trainando l'aumento dei prezzi e falcidiando i salari.

Vi sarebbero dunque tutte le condizioni di una forte mobilitazione. Tanto più contro un governo a guida postfascista che non ha regalato alle burocrazie neppure la finzione di una trattativa, limitandosi alla pura comunicazione delle decisioni prese.
Ma i burocrati sindacali non vanno al di là di garbatissime parole di insoddisfazione per il trattamento subito, unite alla solita preghiera a futura memoria di un proprio riconoscimento di ruolo, mentre nel merito coprono l'operazione sul cuneo fiscale che li vede allineati a Confindustria, contro ogni vero aumento dei salari a carico dei profitti. Uno scenario di pace sociale che il quadro di mobilitazioni in Europa per forti aumenti salariali – come in Gran Bretagna e persino in Germania – rende ancor impressionante.

Non solo. Questa scandalosa passività delle burocrazie sindacali di casa nostra rischia di regalare al governo Meloni uno spazio d'immagine agli occhi di molti lavoratori. “I sindacati chiacchierano, noi aumentiamo le buste paga di chi lavora, scegliete voi con chi stare”, ha dichiarato la capa del governo a reti unificate. Una manovra propagandistica tanto più insidiosa perché combinandosi col taglio del reddito di cittadinanza mira a contrapporre i salariati ai disoccupati, quindi a dividere ancor di più il blocco delle classi subalterne.

Lo ribadiamo. La lotta per una vertenza unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, contro il padronato e il suo governo reazionario, è inseparabile dalla battaglia per un'altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

DEF Meloni, briciole e macigni

 


Via libera al Documento di Economia e Finanza 2023 del governo Meloni.


La demagogia governativa parla di grandi agevolazioni per i lavoratori, a cominciare dalla manovra sul cuneo fiscale.
In realtà, i tagli per i redditi medio-bassi sono la classica foglia di fico. I redditi più alti avranno molto di più. Il disegno strutturale sulla flat tax sarà una vera e propria regalia per i ricchi.
Inoltre l'estinzione dell'IRAP liquiderà ancor più la già disastrata sanità pubblica. In più il combinato con l'autonomia differenziata porterà nuovi squilibri e miseria per i più
poveri, soprattutto del Sud.

Insomma, briciole e macigni. A fronte di qualche piccolo beneficio per il salario nominale, si apre una vera e propria voragine per il salario reale, con tagli e privatizzazioni.

Landini, invece di curare i rapporti di buon vicinato con la Meloni, dovrebbe lavorare per una mobilitazione di massa e per un vero sciopero generale contro il nuovo governo dei ricchi.

Partito Comunista dei Lavoratori

La manovra economica della destra

 


Una truffa per i salariati. Un colpo alla popolazione povera

I conti in tasca alla manovra della destra sono molto semplici. Una manovra di 32 miliardi di cui ventuno sulle bollette, recita lo spartito di Palazzo Chigi. Ma non vuol dire nulla. Il punto è capire da chi prendono i soldi e a chi vanno, a fronte di una mattanza salariale senza precedenti (+13% di aumenti sul carrello della spesa con stipendi in calo).

Ventun miliardi “sulle bollette” sono in deficit, cioè ricavati dalla vendita di titoli di stato a banche e assicurazioni, che andranno ripagate con tanto di interessi (a tassi accresciuti). Dunque messi a carico della fiscalità generale (che grava all'80% su salariati e pensionati) o finanziati dal taglio futuro alle spese sociali. In ogni caso pagati da lavoratori e lavoratrici.

In cosa consiste il beneficio, e a chi va? Una prima voce riguarda il sussidio per benzina e gasolio alla pompa. Un sussidio che però si riduce del 40%. Dai 25 centesimi attuali a 15 centesimi, per la durata di tre o quattro mesi. Il mantenimento del sussidio integrale “costerebbe un miliardo al mese” dichiara Fazzolari, responsabile economico di Fdi, e dunque l'elemosina viene dimezzata. I risparmi ricavati andranno in aiuti per il caro bollette di ospedali e amministrazioni locali (costi extra del trasporto pubblico): 1,9 miliardi alla sanità, a fronte di un calo progressivo della spesa sanitaria sul PIL già programmato dal DEF; 350 milioni ai trasporti; più 200 milioni alla regione Marche per le recenti alluvioni. In poche parole qualche cerotto mal messo sulle emergenze sociali a spese della popolazione povera, mentre si alza a 5000 euro il tetto al contante a vantaggio degli evasori, e si revoca persino la misura annunciata del taglio dell'IVA su pane e latte perché “troppo costosa”.

Una voce centrale della manovra riguarda le imprese, che si vedono confermati e maggiorati i benefici elargiti da Draghi. Maggiorazione del credito d'imposta (dal 30% al 35%) per bar, ristoranti, piccole attività. Maggiorazione dal 35% al 40% dei bonus fiscali alle imprese a forte consumo di energia elettrica e gas. Rifinanziamento per 500 milioni delle agevolazioni fiscali per le imprese che investono in macchinari. Rinnovo di un anno del credito d'imposta per attività di formazione 4.0. Sostegno con nuove risorse (pubbliche) al made in Italy. Inoltre si prevede l'estensione della flat tax al 15% per le partite IVA che raggiungono gli 85000 euro l'anno, e una flat tax sempre per le partite IVA sui cosiddetti redditi incrementali, cioè sull'aumento di reddito annuo rispetto alla media dei tre anni precedenti. A fronte di un fisco che già si appoggia quasi integralmente sui salariati, si amplia ulteriormente il principio discriminatorio a loro danno.

Il governo cerca di mascherare la realtà, vantando l'investimento di 4,2 miliardi per aumentare la busta paga dei dipendenti attraverso la riduzione del cuneo fiscale. È una truffa. Si tratta di un taglio dei contributi previdenziali a carico dell'erario pubblico senza che i padroni debbano scucire un solo euro. Non a caso l'operazione cuneo fiscale è una bandiera di Confindustria, che chiede formalmente una riduzione di 16 miliardi pagata col taglio del 4% della spesa pubblica. Il governo dà un primo acconto al padronato muovendosi nella direzione richiesta. Per i salariati un apparente beneficio di 10 euro netti al mese in busta paga (a proprie spese), per i padroni la decontribuzione totale per le assunzioni under 36. Un'operazione simbolo dell'età renziana che ha saccheggiò il bilancio pubblico senza un solo vero occupato in più.

L'abbattimento del reddito di cittadinanza finanzia la riduzione del cuneo fiscale. Il governo muove verso la soppressione del reddito nel 2024 per tutti “gli occupabili”. Ossia per coloro che, tra i 18 e i 59 anni, “possono lavorare”. La misura è odiosa. Colpisce chi non trova lavoro, attribuendogli la colpa della propria miseria. Colpisce coloro che lavorano per 3/4 euro all'ora e per questo beneficiano di un sussidio di integrazione. Complessivamente milioni di persone, concentrate soprattutto nel Sud ma non solo, a fronte di una crescita impressionante della povertà assoluta documentata da tutti i rilevatori. L'operazione risponde a un duplice scopo. Da un lato ricava risorse da destinare alle imprese, dall'altro abbatte uno scudo, per quanto precario, di difesa sociale dal supersfruttamento. Che è la vera ragione della canea piccolo e medio-borghese a favore dell'abolizione del reddito. Il governo onora una cambiale presso il proprio elettorato, ma si espone al rischio di un contraccolpo sociale.

Sulle pensioni la truffa è non meno scoperta. “Evitare il ritorno della legge Fornero” è stata una bandiera propagandistica della destra, in particolare di Salvini. In realtà, com'è noto, la legge Fornero non è stata mai abrogata da nessuno, e nessuno dei partiti borghesi rivendica la sua cancellazione. In una società che invecchia, anche in ragione della miseria crescente, la previdenza è un costo troppo grande (più 50 miliardi entro il 2025) per chi deve pagare il debito pubblico alle banche. Si ragiona pertanto solo di finestre per piccole quote di salariati. La soluzione fresca di giornata è quella di quota 63, 41 anni di anzianità contributiva e 62 di vecchiaia, con penalizzazione per chi ne usufruisce. Per di più, siccome, al netto del deficit sulle bollette, ogni spesa si deve autofinanziare all'interno del proprio settore, l'obolo di quota 63 viene pagato dalla riduzione dell'indicizzazione delle pensioni per chi riceve una pensione di 2100 euro lordi. Mentre le pensioni minime vengono portate a 570 euro: il nulla rispetto ai 1000 euro promessi in campagna elettorale.

La conclusione è una sola. Nel momento della nuova precipitazione della crisi sociale, il governo non ha nulla da offrire alla classe operaia. La sua manovra combina la continuità della politica economica di Draghi con le marchette offerte alla piccola e media borghesia, ai suoi privilegi, ai suoi umori reazionari. La sola rendita di posizione di cui l'esecutivo dispone è la pace sociale offerta dalle burocrazie sindacali. Una piattaforma di lotta generale che possa unire gli sfruttati è l'unico modo di sbarrare la strada alla reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La democrazia di Carlo Bonomi

Confindustria va all'attacco ma chiede alla CGIL di disarmare le resistenze

In Italia occorre «una democrazia negoziale costruita e radicata su una grande alleanza pubblico-privato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze del mondo dell'impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura. [...] una solida cornice di impegni decennali.» (Carlo Bonomi, Il Sole 24 Ore, 17 giugno)

Questo concetto della democrazia negoziale è la cifra della nuova politica di Confindustria. A Bonomi non basta la democrazia borghese tradizionale, quella per cui il parlamento “democraticamente eletto” (con leggi elettorali più o meno truffaldine, coi mezzi di informazione in mano ai capitalisti, coi mille strumenti di condizionamento e controllo della classe lavoratrice, dalle burocrazie sindacali al clero sino ai partiti borghesi, che son tutti sul libro paga dei padroni, come rivelano i loro stessi bilanci) esprime a sua volta il governo quale comitato d'affari della borghesia. No, Bonomi non si accontenta di soluzioni ordinarie. Vuole tenere il governo borghese sotto pressione, sottoporlo alla propria vigilanza, costringerlo a un rapporto vincolante e quotidiano con le richieste di Confindustria. Cui non basta un proprio governo, vuole anche dettargli direttamente il passo, i tempi, la direzione di marcia (gli «impegni decennali»), ben oltre i limiti della legislatura. In altri termini, vuole commissariare l'esecutivo. Quello di oggi e di domani.

Non è una petizione casuale. È in arrivo una massa gigantesca di risorse finanziarie di provenienza europea che Confindustria vuole intascare. Ma soprattutto avanza la più grande crisi del dopoguerra che scuote il capitalismo italiano come nessun altro in Europa. E Confindustria chiede infatti misure di guerra.

Confindustria chiede un impegno decennale nella riduzione del debito pubblico (gonfiato dai trasferimenti alle imprese, dalle garanzie statali sui crediti alle imprese, dai continui tagli di tasse ai capitalisti, oltre che dalla profonda recessione), e per questo denuncia una spesa sociale troppo sbilanciata sulla spesa previdenziale. Colpire la spesa per le pensioni è dunque il primo impegno decennale che Confindustria chiede al governo; la condizione per incassare la fiducia di banche e assicurazioni che investono sui titoli pubblici, tenere bassi gli interessi, ottenere finanziamenti a buon mercato.
Confindustria chiede l'abbattimento del costo del lavoro: taglio del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, e a carico della fiscalità generale (dunque dei lavoratori); cancellazione definitiva delle causali sui contratti a termine, visti da ora in poi come unica vera forma contrattuale e la via più agile per i licenziamenti; taglio delle ferie in agosto e massima flessibilità degli orari per recuperare produttività, ordini e commesse; distruzione annunciata di un milione e mezzo di posti di lavoro (secondo cifre confindustriali); ammortizzatori a più basso costo (“basta finanziamenti a pioggia” a sostegno del reddito) per liberare altri miliardi a favore dei profitti. Perché la pioggia di miliardi è produttiva se ingrassa i capitalisti, è assistenziale se sorregge i disoccupati, tra i quali i licenziati dai capitalisti. Questo è il secondo impegno decennale.

Ma Confindustria non si avventura da sola su questa linea d'attacco. Non segue la linea Marchionne del 2010-2011, quella dello scontro frontale con la FIOM e la CGIL. Al contrario. Prova a coinvolgere la CGIL nella «democrazia negoziale», ad assorbirla nella «solida cornice di impegni decennali»: Bonomi offre a Landini un posto al tavolo della concertazione, in cambio della sua funzione di ammortizzatore e controllore delle possibili resistenze della classe al programma confindustriale. “Non è il momento del conflitto, è il momento della mediazione sociale” ha replicato prontamente Landini, mostrando di aver colto e raccolto il segnale. La direzione è chiara: l'emergenza della grande crisi sospinge l'unità nazionale tra padroni e burocrazie, dove i padroni guidano e i burocrati seguono. Come sempre.

Rompere il patto sociale in gestazione, unire l'azione delle forze d'avanguardia attorno a una piattaforma indipendente, portare la piattaforma di lotta tra le masse per costruire un grande fronte unico di mobilitazione e resistenza, costruire nella lotta una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale: sono i compiti dell'avanguardia di classe nella prova di forza che si prepara in autunno.
Partito Comunista dei Lavoratori

La legge di stabilità del Conte 2: ordinaria manutenzione del capitalismo italiano

La legge di stabilità varata dal governo Conte 2 è la cartina di tornasole della natura dell'esecutivo PD-M5S-IV-LeU: un governo di ordinaria manutenzione del capitalismo italiano.

La struttura di fondo della manovra è già di per sé eloquente. Essa ruota attorno alla necessità di disinnescare le famigerate clausole Iva poste a garanzia dei parametri europei, clausole che com'è noto ammontano a 23 miliardi per il 2020. Di cosa si tratta? Si tratta delle garanzie offerte al capitale finanziario, cioè alle banche creditrici (anche italiane), circa la regolarità del debitore, cioè dello Stato. Come è stata coperta questa cifra? Con vari mezzi: ulteriori tagli alle spese dei ministeri (che hanno tutte ricadute sociali dirette o indirette), qualche maggiorazione di imposte indirette (prima presentate come virtuose, come su zuccheri, plastica, auto aziendali, poi assottigliate e spalmate negli anni)... Ma soprattutto con altre due misure: facendo altro deficit, cioè ricorrendo ad altri prestiti sul mercato finanziario per ben 14 miliardi (vendendo titoli alle banche e indebitandosi con queste, con relativi interessi); e offrendo altre garanzie al capitale finanziario per gli anni a venire, cioè altre clausole di salvaguardia per ben 47 miliardi (quarantasette!) per il 2021 e 2022. Come si vede, in una società capitalista in cui si recita la retorica della massima flessibilità quando si tratta di lavoro salariato, vige la massima rigidità quando si tratta di capitale finanziario. I vincoli del debito pubblico, cioè le garanzie offerte alle banche, sono l'alfa e l'omega di ogni manovra. Un principio assoluto e inderogabile. In particolare per un governo retto dal PD, garante diretto e sperimentato delle compatibilità di sistema, col ruolo comprimario del M5S, allo sbando.

Dentro questa cornice strutturale, la legge di stabilità ha manovrato in limiti molto angusti. Ma anche qui con un criterio di classe. Tre miliardi sono stati investiti nella cosiddetta riduzione del cuneo fiscale: circa 30/40 euro di riduzione del prelievo fiscale sulle buste paga, senza che il padronato abbia speso un euro. Un'operazione non solo irrisoria nelle quantità (la metà del bonus Renzi), ma a carico della fiscalità generale, che continua a poggiare, com'è noto, per l'80% su lavoratori e pensionati. In altri termini una partita di giro a tutela dei profitti. Tanto è vero che Confindustria ha salutato con favore l'operazione, utilizzandola oltretutto per delegittimare le rivendicazioni contrattuali in fatto di salario: “già avete avuto dal governo e volete ulteriori aumenti?”. Altri spiccioli sono stati investiti nei bonus, come l'aumento del bonus bebè e la maggiorazione dei bonus per gli asili nido, in un paese in cui gli asili spesso mancano, come in tutto il Sud. A questo si aggiunge l'eliminazione del superticket sanitario, a fronte della continuità delle politiche di definanziamento strutturale della sanità pubblica che dura dal 2008/2009; ogni volta mascherata da un aumento reale in termini assoluti del fondo sanitario nazionale, ma sempre minore dell'incremento della spesa necessaria a fronte dell'invecchiamento della popolazione. Quindi in realtà una riduzione. I dieci miliardi in più nella sanità annunciati dal ministro Speranza sono spalmati, non a caso, negli anni futuri. Una promessa, non una realtà. E una promessa oltretutto dalla credibilità assai dubbia, se si considera la zavorra dei 47 miliardi garantiti al capitale finanziario nel prossimo biennio.

A fronte di queste miserie ingannevoli, e nonostante la ristrettezza dei margini di manovra, la legge di stabilità è riuscita a destinare altri 7 miliardi alle imprese, sotto forma di agevolazioni fiscali e contributive. Un miliardo alla Banca Popolare di Bari, ricapitalizzandola con risorse pubbliche pagate dai lavoratori. Altri miliardi messi in preventivo per interventi pubblici su Ilva ed Alitalia, a carico dei lavoratori, e a vantaggio dei grandi azionisti privati che hanno acquistato o si candidano ad acquistare aziende strategiche e servizi nazionali. L'ennesima socializzazione delle perdite, talvolta a vantaggio di proprietà criminali come nel caso di ArcelorMittal, già indagata per truffa contro lo Stato da due procure della Repubblica, e al prezzo di altre migliaia di esuberi richiesti dai privati come condizione dell'acquisto. Il tutto a vantaggio di un sistema di imprese che nel solo 2019 ha realizzato in Borsa qualcosa come 21 miliardi di dividendi (netti)!
Eppure Confindustria non è soddisfatta. Voleva un grande investimento nelle infrastrutture, soprattutto al Nord. Ma questo investimento non è stato possibile nella camicia di forza delle politiche di bilancio che la stessa Confindustria chiede di rispettare. Sarebbe stato possibile ad una sola condizione: l'eliminazione del reddito di cittadinanza e l'abrogazione immediata di "quota 100". È ciò che proponeva infatti Italia Viva di Renzi, che cerca di scavalcare il PD nell'accreditamento presso Confindustria. Ma il governo PD-M5S era ed è troppo debole politicamente per avventurarsi in una politica d'urto. Da qui la linea di prudente galleggiamento, con l'effetto di scontentare tutti. I lavoratori salariati da un lato, che restano oggi purtroppo in quota maggioritaria Lega, cui sono stati regalati dalle politiche di austerità del PD. E Confindustria dall'altro, che con una mano continua a intascare e con l'altra continua a battere cassa. Perché un comitato d'affari vale l'altro, per i padroni. Da questo si aspettavano di più, al prossimo chiederanno di più. Tanto più se a presiederlo, prima o poi, fosse Salvini. Cioè l'unico vero beneficiario di un governo padronale sostenuto dalla sinistra parlamentare. E da Landini.
Partito Comunista dei Lavoratori

Landini, Furlan, Barbagallo... Così è se vi pare

Mentre la crisi di governo si aggroviglia, la burocrazia sindacale piatisce una sponda politico istituzionale purchessia.
Nessuna piattaforma di lotta, nessuna rivendicazione chiara, nessuna linea di demarcazione di classe. Ma una lunga nota unitaria targata CGIL CISL UIL (13 agosto) con la quale i dirigenti sindacali esprimono «preoccupazione per la situazione di instabilità politica».

Curioso. In un anno di governo “stabile” guidato da Salvini e Di Maio, le direzioni sindacali hanno fatto tappezzeria, tra balbettii, connivenze (Ilva), critiche di velluto, con l'unica preoccupazione di ottenere la propria legittimazione presso il governo. Al punto di accorrere incredibilmente all'invito politico di Salvini, nelle vesti di segretario della Lega, presso le sale del Viminale. E già prima, di magnificare l'accordo Ilva, a vantaggio di Di Maio, e di revocare uno sciopero della scuola, già convocato, col pubblico ringraziamento del ministro leghista dell'istruzione.

Ora, dopo che questa linea subalterna ha ingrassato il consenso attorno a Salvini presso milioni di salariati, consentendogli di invocare pieni poteri, le burocrazie sindacali, spaventate, manifestano «preoccupazione», chiedono un «un governo nel pieno delle sue funzioni», dichiarano «sostegno incondizionato» a Mattarella, individuato al solito come figura salvifica. Ma i governi “nel pieno delle loro funzioni” (Prodi, Berlusconi, Monti, Renzi, Letta, Gentiloni, Conte) sono quelli che negli ultimi tredici anni hanno colpito il lavoro, hanno privatizzato, hanno tagliato la sanità e la scuola, per tutelare i profitti degli industriali e delle banche, col sostegno attivo (Napolitano) o passivo (Mattarella) dei Presidenti della Repubblica (...e la complicità dei sindacati). La “piena funzione” dei governi è quella di comitati d'affari dei capitalisti. La “piena funzione” dei sindacati dovrebbe essere quella di difendere i lavoratori, non di augurarsi governi “stabili” dei loro avversari.

Ma il contorsionismo della nota confederale va più in là. Siccome non è chiaro quale sarà lo sbocco politico della crisi in corso, la nota di CGIL CISL UIL si premura di risultare equanime e sibillina, all'insegna del “così è se vi pare”. Da un lato biasima l'instabilità e chi l'ha provocata, fornendo sponda a PD e M5S e alla possibile formazione di un loro governo (che in realtà fornirebbe nuovo grasso alla crescita di Salvini). Ma dall'altro, per paura di precludersi rapporti futuri, evita di chiamare per nome il progetto reazionario del “capitano”, e si limita a richiedere «una indispensabile forma di governo» e «in tempi utili».
L'importante insomma è un governo a breve purchessia con cui interloquire. Su tutto infatti primeggia l'unica vera rivendicazione incondizionata: «il coinvolgimento delle parti sociali» nella «definizione della prossima legge di stabilità» per «contribuire a delineare nuove politiche europee che escano dalla logica dell'austerità» (formulazione retorica vuota che potrebbero sottoscrivere tutti, europeisti borghesi e sovranisti).
La verità è che la sola bussola della burocrazia sindacale è proteggere il proprio patto sociale con Confindustria, mettendolo al riparo della crisi politica. Quale che sia il futuro governo, l'essenziale sarà sedere al suo tavolo in compagnia degli industriali attorno a richieste comuni: innanzitutto la riduzione del cuneo fiscale (a carico dell'erario pubblico e/o delle pensioni future, dunque dei lavoratori) e le grandi opere infrastrutturali, TAV in primis.

Per 17 milioni di lavoratori salariati nessuna rivendicazione e prospettiva autonoma. Chi può meravigliarsi se Salvini pascola liberamente nel nostro campo sociale?
Partito Comunista dei Lavoratori

Landini & Salvini

I burocrati sindacali fanno tappezzeria a una cerimonia della Lega - Il punto non è se Salvini invita i sindacati alla corte del ministero degli interni. Il punto è se i sindacati ci vanno. 


L'incontro di ieri non era affatto un incontro negoziale tra governo e sindacati. Era l'incontro voluto dalla Lega con sindacati e padronato, a esclusivo interesse politico della Lega (e dei padroni). Evidenti gli obiettivi: consolidare l'immagine di Salvini come Presidente del Consiglio in pectore, rafforzare la Lega nell'equilibrio negoziale con Di Maio, distrarre l'attenzione dai rubli russi, coprire con un abito “sociale” il ruolo di sceriffo reazionario, ribadire l'asse della Lega col padronato del centro-nord. In altri termini: rafforzare il peso politico e istituzionale del ministro degli interni quale baricentro dello scenario nazionale, lo stesso ministro degli Interni in divisa di polizia che vuole costruire un regime orbaniano in Italia.

Che Confindustria e associazioni padronali siano accorse all'invito di Salvini è comprensibile: hanno omaggiato il loro principale referente oggi, e il possibile capo del (proprio) governo domani, cogliendo lo spunto oltretutto per ricordare alla Lega le sue promesse. Ma che ci faceva a quel tavolo Maurizio Landini? Fare tappezzeria alla cerimonia imbandita dal ministro degli interni più reazionario dell'ultimo mezzo secolo non è stato forse un passaggio penoso?

Penoso, ma non casuale. Se i padroni vanno da Salvini, meglio seguirli per evitare malintesi. È la linea del "patto per la fabbrica", già inaugurato con l'appello congiunto tra burocrazie sindacali e Confindustria in occasione delle elezioni europee, con la celebrazione dell'accordo Ilva, con la richiesta comune di una riduzione del cuneo fiscale, a spese dell'erario e a tutela dei profitti. Confindustria usa la burocrazia sindacale per battere cassa. La burocrazia si riduce a zerbino di Confindustria. La presenza di Landini al tavolo di Salvini è il risvolto indiretto di questo patto.

È paradossale: il governo Salvini-Di Maio non vuole e non può negoziare realmente con la burocrazia sindacale, perché non può esporre a interferenze esterne il fragile equilibrio di maggioranza tra Lega e M5S. In compenso la burocrazia sindacale non solo non sviluppa una mobilitazione reale contro il governo, fosse pure sulla propria piattaforma fantasma, ma è disposta a far regali di immagine al suo ministro più reazionario pur di proteggere il proprio patto coi padroni.

Matteo Salvini si serve anche della pavidità di burocrati da tappezzeria.
Lavoratori, donne, migranti sapranno chi ringraziare.
Partito Comunista dei Lavoratori