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CONTRO I LICENZIAMENTI COLLETTIVI DI YOOX NET-A-PORTER!

 


I primi di settembre uno dei maggiori siti di e-commerce di moda online Yoox Net-a-Porter, di recente acquisito dal gruppo tedesco LuxExperience, consegna ai sindacati un documento di 10 pagine in cui annuncia una procedura di licenziamenti collettivi: si tratta di 700 dipendenti in tutto il mondo (il 20% della forza lavoro complessiva) e 211 fra Bologna e Milano: circa 150 solo nella sede di Interporto, dove ci sono lavoratori e lavoratrici che rischiano di perdere il lavoro, anche dopo 20 anni di attività per la cosiddetta azienda “unicorno” del bolognese, come viene definita dalla stampa, creata da Federico Marchetti nei primi anni del 2000, e venduta nel 2021 al gruppo svizzero Richemont per 5,3 miliardi di euro.

Un numero spropositato, ma la cosa ancora più sconcertante è il fatto che l’azienda faccia scattare questi licenziamenti collettivi senza aver dichiarato lo stato di crisi e assolutamente in barba alle normali procedure, che avrebbero previsto degli incontri preliminari con i sindacati, e per giunta senza nemmeno prendere in considerazione l’uso di ammortizzatori sociali. 

No, niente di tutto questo: si sono limitati a comunicare questi tagli della forza lavoro adducendo come motivazioni le difficoltà di mercato e le perdite di bilancio.

Siamo alle solite: i padroni scelgono di scaricare il peso delle riorganizzazioni e dei loro errori strategici degli ultimi anni sui lavoratori, che nella loro idea dovrebbero accettarne passivamente le conseguenze. Tutto questo è vergognoso.

I sindacati Filcams-GGIL, Uiltucs-UIL e Fisascat-CISL hanno avuto un incontro con l’azienda mercoledì 10 settembre, in cui hanno presentato una diffida e richiesto, non una revisione della procedura di licenziamento, bensì la sua cancellazione e, come prevedibile, la dirigenza è rimasta sulle sue posizioni, con una generica apertura agli ammortizzatori sociali. Inaccettabile.

Nel frattempo, YNAP ha raccolto la solidarietà del sindaco di Zola Predosa Dall’Olmo che ha definito la situazione come “un pugno nello stomaco che non ci aspettavamo”, la Regione Emilia-Romagna ha convocato un altro incontro per il 17 settembre, e ora la vicenda ha assunto un rilievo nazionale, visto che di recente si è espresso anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso annunciando l’apertura di un tavolo di crisi per il 23 settembre.

Ma non ci facciamo illusioni e non ci aspettiamo grandi ribaltamenti da un governo che ci ha dimostrato a più riprese di essere dalla parte delle aziende e delle banche. Se si vogliono ottenere dei risultati i lavoratori e le lavoratrici uniti devono scendere in piazza e far sentire la loro voce, e rispondere all’arroganza di questi padroni che pensano di poter prendere qualsiasi decisione senza colpo ferire, trattando i dipendenti come fossero numeri per far quadrare i loro conti.

I sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione e sono state già previste almeno 16 ore di sciopero, di cui 4 sono già state usate lunedì 8 settembre con presidi davanti alle sedi bolognesi di Interporto e Zola Predosa, e un prossimo sciopero dell’intera giornata lavorativa è previsto per mercoledì 17, con concentramento davanti alla sede dell’Emilia-Romagna, dove si terrà il tavolo con l’azienda.

Bisogna essere compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale: occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacale.

Per questo il PCL dà piena solidarietà ai lavoratori e delle lavoratrici di YNAP in lotta: i licenziamenti massivi non devono passare!

CONTRO L’ARROGANZA DEI PADRONI SOLTANTO LA MOBILITAZIONE DELLA

CLASSE LAVORATRICE UNITA PUÒ OTTENERE DEI RISULTATI

Liguria, i lavoratori irrompono nella campagna elettorale

 


Nella mattinata di oggi, i lavoratori del bar ristorante Moody di Genova hanno fatto irruzione a Palazzo Ducale all'inizio del confronto promosso dal quotidiano Il Secolo XIX tra i candidati presidenti della Regione, sfidando pubblicamente i candidati a prendere posizione sulla loro vicenda.


La nuova proprietà del locale, subentrata alla Qui! Group (società che ha seminato negli ultimi anni una lunga scia di disastri a catena, non solo a Genova, con licenziamenti e chiusure, a seguito del suo fallimento), ha deciso di chiudere definitivamente il bar ristorante senza nemmeno un'ombra di investimento, mettendo lavoratori e lavoratrici davanti alla scelta fra il licenziamento puro e semplice o il trasferimento in altre regioni.

Il sindaco Bucci, ora candidato della destra alla successione a Toti, ha avuto come unica preoccupazione quella di spegnere la contestazione con la promessa di un incontro martedì prossimo (guardacaso, a elezioni archiviate). Orlando, candidato di PD e alleati, ha auspicato un tavolo di confronto tra i padroni di Moody e i sindacati.
Nell'un caso come nell'altro, raccomandazioni a futura memoria, senza alcuna conseguenza concreta e immediata per i lavoratori, secondo un minuetto già sperimentato con la chiusura della Rinascente anni fa. Promesse rinnovate a ogni occasione utile (magari sotto elezioni, appunto) che non deviano di un millimetro il corso degli eventi. "Tavoli di confronto" annunciati per anni, e licenziamenti che procedevano intatti.

Anche Marco Ferrando, candidato per il PCL, ha discusso con i lavoratori durante la loro azione di protesta, confrontandosi con le loro proposte e tentando di contrastare le promesse a buon mercato degli altri candidati. Durante il confronto con i lavoratori, Ferrando è stato l'unico a rivendicare il blocco dei licenziamenti, e in caso contrario, la requisizione della proprietà, a difesa incondizionata del lavoro.

Accettare l'ipotesi dell'utilizzo degli ammortizzatori sociali (che comunque la nuova proprietà ha già dichiarato di non voler attivare), come chiesto fin da subito dal segretario della FILCAMS-CGIL Genova, significa accettare in partenza l'ipotesi della chiusura, e quindi di conseguenza l'inevitabilità dei licenziamenti. È una logica della sconfitta, che non può e non deve trovare spazio. Occorre invece dare ai lavoratori e alle lavoratrici una prospettiva di vittoria contro l'arroganza padronale, che raccolga la loro volontà di mobilitazione e la faccia valere per una lotta che miri in primo luogo, senza cedimenti, alla salvaguardia del loro lavoro e dei loro diritti.

Il sostegno alla lotta e all'organizzazione dei lavoratori (di Moody e non solo), per un'alternativa di potere e di società, è la ragione della presenza del Partito Comunista dei Lavoratori alle elezioni, in Liguria e altrove.

Partito Comunista dei Lavoratori

No ai licenziamenti alla Bennet di Origgio!

 


10 Agosto 2023

Nelle scorse settimane, Essem e Michele, due lavoratori della Feynman, la cooperativa che gestisce la logistica alla Bennet di Origgio (Va), ed iscritti allo SLAI Cobas, sono stati licenziati per essere, a detta della società, “passati alla vie di fatto”, mentre si è trattato nei fatti di null'altro che una discussione animata tra due lavoratori, per giunta alla fine del turno. Un licenziamento che invece è stato definito politico-amministrativo dalle RSA SLAI Cobas dell'azienda, per cui hanno indetto lo stato di agitazione.

Nei fatti la società lamenta costantemente un esubero di personale, che a suo dire andrebbe ridimensionato alla ricerca di maggior produttività. Le solite logiche del padronato che provano a calpestare ogni diritto e tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Che ciò avvenga nel settore della logistica, uno di quelli nei quali il proletariato, soprattutto immigrato, ha dato grande prova di protagonismo, non è affatto un caso.

Come Partito Comunista dei Lavoratori auspichiamo la massima unità dei lavoratori della Feynman e della Bennet di Origgio e non solo in solidarietà con i due lavoratori licenziati, affinché nessun licenziamento costituisca il banco di prova per tagli e ristrutturazioni sempre più adoperate dal padronato, troppo spesso con l'avallo delle burocrazie confederali, perché solo con la lotta ed il suo allargamento i lavoratori possono difendere la loro dignità e costruire nuovi rapporti di forza.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Giù le mani dal sindacalismo combattivo!

 


Testo del volantino distribuito oggi a Piacenza durante la manifestazione per i sindacalisti arrestati

23 Luglio 2022

La violenta azione giudiziaria e repressiva contro gli otto dirigenti e militanti del SI C0BAS e dell’USB perpetrata dalla procura di Piacenza è un ulteriore feroce attacco a un combattivo settore della classe lavoratrice, quello della logistica, e a tutto il sindacalismo conflittuale e di classe. E un monito per milioni di salariati e sfruttati.

La posta in gioco è la criminalizzazione delle lotte, la repressione di chi alza la testa contro l’abuso padronale e l’oppressione dello Stato, mettendo in discussione la pace sociale, cioè la guerra quotidiana contro le condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice e delle masse popolari.

In questi giorni, in queste ore, si approfondisce il solco tra chi è pronto a dare una risposta di classe al teorema giudiziario in corso con scioperi, picchetti, presidi davanti alle prefetture, e chi, come i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL, dichiarano piena fiducia alla magistratura, avallando l’operazione repressiva dello Stato.

A fronte di questo attacco e dello scandalo della totale subalternità delle burocrazie sindacali alle ragioni dei capitalisti e del potere statale che ne cura gli interessi, secondo il principio di stabilità e governabilità, bisogna dare una risposta immediata e adeguata: le lotte non si processano; Aldo, Arafat, Bruno, Carlo, Fisal, Issa, Riadh e Roberto liberi subito!

Allo stesso tempo tutto il movimento sindacale e politico di classe deve lanciare la proposta di un ampio fronte e una piattaforma generale di lotta che punti a unificare tutte le vertenze in campo nell’ottica di coinvolgere milioni di salariati, ad aggregare attorno ad essi la maggioranza della società.

Perché solo l'irruzione dell'azione di massa, che metta al centro le ragioni dei salariati e delle masse popolari contro il carovita, le politiche economiche del governo e la militarizzazione in corso, aprirebbe dal basso un nuovo scenario politico. È lo spettro della ribellione sociale d'autunno, quella che i padroni temono, assieme a tutti i loro partiti; quella che le burocrazie sindacali in modo truffaldino evocano per vendere ai padroni il proprio ruolo di pompieri; quella che purtroppo le sinistre riformiste rimuovono, per non contrapporsi alle burocrazie sindacali limitandosi a criticare i padroni.

No alla repressione antioperaia!
Facciamo fronte unico contro la dittatura padronale e dello Stato borghese!

• Giù le mani dal sindacalismo combattivo e di classe: unifichiamo tutte le vertenze in un solo blocco!
• Contro l’economia di guerra, contro il caro prezzi e bollette: No ai piani di riarmo, blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina, Controllo operaio sui prezzi, forti aumenti salariali e reintroduzione della scala mobile dei salari,
• Blocco dei licenziamenti e riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario.
• Salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame.
• Patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni.
• Eliminazione del razzismo istituzionale a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto del lavoro.
• Via le leggi di precarizzazione del lavoro; basta appalti e sub-appalti!
• Istituzione di una cassa nazionale di resistenza per sostenere le lotte.
• Occupazione delle aziende che licenziano, battersi per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ci impegneremo nelle lotte per il completo ritiro di tutte le misure giudiziarie e contro ogni forma di repressione padronale e istituzionale. Altrettanto ci impegneremo in ogni fronte unitario di avanguardia per sostenere la proposta del fronte unico di classe e di massa nella prospettiva di una alternativa anticapitalista. L’unica alternativa vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per uno sciopero generale di massa

 


Per la costruzione di un movimento di classe e di massa contro la guerra e le politiche di riarmo!

Volantino che distribuiremo venerdì 20 maggio durante lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base


L'invasione imperialista russa dell'Ucraina è oggi usata come pretesto per una grande campagna di riarmo da parte della NATO e degli imperialismi d'Occidente, Italia inclusa.

Le sanzioni e le spese di riarmo sono scaricate sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici e delle masse popolari: da un lato ci sono aumenti delle bollette; nuovi tagli a sanità, istruzione, pensioni; ulteriori colpi all'occupazione, mentre le aziende energetiche e le banche gonfiano il portafoglio degli azionisti, con scalate di Borsa e profitti da record.

Questo sciopero, che trova la convergenza di quasi tutto il sindacalismo di base e il sostegno di gran parte della sinistra politica, sociale e di movimento, è sicuramente un fatto importante, sia per il carattere della piattaforma classista e radicale contro l’avanzare dello scontro interimperialistico e l'economia di guerra, sia per la possibilità di creare attorno a questo programma la convergenza di tante avanguardie e lavoratori e lavoratrici che non si arrendono alla gravissima e vergognosa passività della burocrazia CGIL, intenta ancora una volta a coprire il governo Draghi, dopo uno sciopero generale autoreferenziale e senza alcun seguito.

Da questo sciopero si deve investire per la costruzione di una mobilitazione di lotta generale unitaria; tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le sinistre politiche e sindacali, sono chiamate a questo compito e debbono unire nell'azione le proprie forze.

Il PCL lavorerà per la costruzione di questo percorso, per far emergere la necessità di uno sciopero generale continuativo e di massa, per l'allargamento del fronte di classe, per una piattaforma d'azione che si contrapponga a tutti gli imperialismi, a partire dall'imperialismo di casa nostra.

Contro il caro prezzi e bollette è necessario battersi per rivendicazioni drastiche • No ai piani di riarmo • Blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina • Controllo operaio sui prezzi • Forti aumenti salariali e reintroduzione della scala mobile dei salari • Esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dei grandi monopoli dell'energia: una misura di igiene sociale ed anche una condizione decisiva per la riorganizzazione radicale del settore energetico in direzione delle fonti rinnovabili • Blocco dei licenziamenti e riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario - 30 ore pagate 40 - per redistribuire il lavoro tra tutti e tutte • Istituire una cassa nazionale di resistenza per sostenere le lotte • Occupare le aziende che licenziano, battersi per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio • Via le leggi di precarizzazione del lavoro • Controllo operaio sulla sicurezza contro le morti sul lavoro • Patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco che finanzi sanità, istruzione, lavoro, sviluppo delle energie rinnovabili.

UNIRE TUTTE LE VERTENZE IN UNA VERTENZA GENERALE: fare come in GKN ed espandere questa esperienza lanciando un’assemblea nazionale di delegati e di delegate per decidere il percorso della lotta!

Per imporre queste misure è necessaria una svolta radicale. Contro l'economia di guerra, contro i piani di riarmo, contro le speculazioni del capitale occorre definire una piattaforma di mobilitazione indipendente del movimento operaio capace di unire il lavoro salariato e di aggregare attorno ad esso la maggioranza della società e tutti i settori di lotta.

Il PCL è impegnato a far emergere nell'avanguardia di classe e tra le masse la consapevolezza della necessità di questa svolta. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per un'alternativa di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia di guerra? La paghino i padroni

 


No ai sacrifici per l'imperialismo tricolore. Per un piano d'emergenza anticapitalista

Dopo due anni di Covid, l'emergenza guerra. Tutti i governi capitalisti scaricano sulla classe operaia i costi diretti o indiretti della guerra in Ucraina. Il Presidente Draghi in conferenza stampa non esclude per il futuro persino piani di razionamento viveri. Si prepara l'opinione pubblica a possibili “economie di guerra”.

Intendiamoci, “non siamo in guerra”, nel senso che ad oggi tra Russia e NATO non c'è una guerra diretta e dispiegata. La NATO sostiene l'Ucraina per i propri interessi imperialistici, ma non muove la guerra alla Russia (niente no fly zone, come vorrebbe Zelensky). La Russia attacca l'Ucraina per assoggettarla ai propri interessi imperialisti ma non muove guerra alla NATO (niente attacco a Polonia e repubbliche baltiche). La terza guerra mondiale non è affatto già iniziata, e chi lo afferma non sa quello che dice, scambiando una terribile possibilità futura con la realtà presente

Tuttavia fenomeni da economia di guerra stanno compiendo primi passi in più direzioni, anche in Italia. I prezzi del gas, della corrente elettrica, degli idrocarburi, erano già in forte ascesa per l'effetto combinato della ripresa capitalista (aumento della domanda), della strozzatura di forniture e approvvigionamenti, delle speculazioni finanziarie (mercato dei future). La precipitazione della guerra russa all'Ucraina ha moltiplicato tutti questi fenomeni. Tutti i generi di prima necessità conoscono un'inflazione sconosciuta negli ultimi decenni. Il pane è colpito dal crollo dell'importazione di grano da Ucraina e Russia. La produzione agroalimentare è sconvolta dal disinvestimento nella filiera del pomodoro a vantaggio della ben più remunerativa produzione sostitutiva del grano ucraino. Ovunque avanza la ricerca del massimo profitto.

I capitalisti scaricano l'aumento dei costi sul prezzo delle merci, cioè innanzitutto sui salariati. Un ruolo indubbio lo giocano le speculazioni, che persino il ministro Cingolani a denti stretti ha dovuto riconoscere come “scandalo”, salvo poi minimizzare. In realtà la speculazione finanziaria non solo è consentita ma è pratica corrente della società borghese. Se gli operatori finanziari prevedono che gas, petrolio, carbone aumenteranno di prezzo in futuro, si affrettano a comprare quote di gas e petrolio sul mercato finanziario per poi rivenderle e guadagnarci. È quello che sta accadendo. Gas, petrolio, carbone, elettricità promettono affari d'oro, dunque vanno alla grande su questo mercato parallelo, al di là e al di sopra del mondo reale delle merci. Ma sulle merci e sul loro prezzo si scarica anche il costo di quell'operazione speculativa. I capitalisti si arricchiscono, i salariati si impoveriscono.

Naturalmente i capitalisti che si arricchiscono maggiormente sono i produttori di energia elettrica, gas e carburanti. Le loro azioni vanno a ruba e dunque il loro patrimonio si gonfia. Le loro merci sono sempre più care e dunque garantiscono profitti straordinariamente elevati. Poiché si tratta di materie prime che rappresentano un costo anche per i capitalisti delle aziende energivore (a partire dalla siderurgia), Confindustria ha chiesto al governo un intervento a favore delle imprese. Il governo ha subito provveduto stanziando nuovi fondi pubblici come credito d'imposta e garanzia del credito bancario (la banca faccia pure libero credito all'impresa, se l'impresa non paga provvede lo stato a pagare la banca). Fondi che si aggiungono ai 140 miliardi di risorse pubbliche messe a disposizione dei capitalisti nei due anni della pandemia. Risorse pagate dai salariati: o perché messe a carico del debito pubblico che va poi ripagato (coi relativi interessi) o perché finanziate dai tagli sociali.

La cosiddetta tassa sugli extraprofitti sbandierata dal governo è una truffa. La tassa interviene su produttori, distributori, venditori e importatori di energia elettrica, gas, prodotti petroliferi. Ma dura solamente fino a giugno, riguarda solo il 10% dell'extraprofitto realizzato, non vale sotto la soglia di 5 milioni di extraguadagno. Più che la tassa del 10%, è la piena salvaguardia del 90% degli enormi extraprofitti realizzati. Non a caso il vantaggio per i consumatori è minimo: la miseria di 25 centesimi al litro fino al 30 aprile, mentre le imprese avranno uno sgravio del credito d'imposta del 12% sulla bolletta elettrica e del 20% di quella del gas. Un altro ordine di grandezza. Tutto questo a fronte di aziende energetiche che hanno già realizzato nel 2021 profitti d'oro: la sola ENI 4,12 miliardi di profitto netto e dividendi da favola per gli azionisti.

Parallelamente il governo porta la spesa militare al 2% del PIL, che equivale a 38 miliardi annui dai 25 attuali, nel momento stesso in cui la spesa in sanità vedrà una contrazione di 6 miliardi a regime col completamento del famigerato PNRR. Uno scandalo. Ma anche una festa per l'industria militare italiana. Il gruppo Leonardo si è visto riconoscere un ruolo guida nel riarmo continentale, grazie alla triangolazione con imprese francesi e tedesche. Le azioni del gruppo, come le azioni di tutto il complesso industrial-militare su scala mondiale, vedono crescere verticalmente il proprio valore.
Se negli anni della pandemia si sono arricchite le aziende farmaceutiche, gli anni del riarmo e della guerra vedranno la moltiplicazione dei profitti militari. È la legge eterna del capitalismo e dell'imperialismo, di un ordine capovolto della società in cui sofferenza e morte sono fattori di guadagno di pochi a spese dei molti. Non a caso la corsa al riarmo si combina con la riattivazione delle centrali a carbone e delle trivellazioni senza limiti, anche questo nel segno dell'emergenza bellica.

Intanto le sanzioni degli imperialismi occidentali contro l'imperialismo russo moltiplicano le crisi industriali. Le imprese italiane più esposte sul mercato russo (siderurgia, pelletteria, calzaturiero, mobilifici, tessile e moda) annunciano «inevitabili ristrutturazioni» sulla pelle dei propri operai. In parte per mungere nuove risorse pubbliche, in parte con l'obiettivo reale di riorganizzare la produzione, delocalizzare altrove, licenziare. Alcune economie di distretto, tipiche del capitalismo italiano, registrano già una sostanziale paralisi, come nel caso di Fermo. Ed è solo l'inizio.
Se la guerra si prolungherà, chiusure e ristrutturazioni si moltiplicheranno in diversi paesi. Tanto più che le banche mondiali a partire dalla Fed stanno alzando i tassi di interesse, o stanno riducendo gli acquisti di titoli pubblici (BCE), per cercare di contenere l'inflazione e l'abnorme indebitamento mondiale (pubblico e privato), ciò che esporrà la stessa ripresa capitalista a molte incognite.

Di fronte a tutto questo, le burocrazie sindacali non fanno che balbettare, mentre le sinistre riformiste, cosiddette radicali, sanno solo evocare l'intervento «di pace» dell'ONU imperialista o gesti simbolici e innocui.
È necessaria invece una mobilitazione vera del movimento operaio e dell'insieme delle sue organizzazioni che ponga al centro l'interesse dei salariati attorno a una piattaforma di lotta indipendente.

Nel mentre sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro l'imperialismo russo, fuori da ogni logica di puro pacifismo, ci contrapponiamo all'“economia di guerra” dell'imperialismo di casa nostra, che è sempre per noi il nemico principale. La guerra in corso dell'imperialismo russo contro l'Ucraina è parte della contesa tra poli imperialisti per la spartizione delle zone d'influenza nella stessa Europa. Non possono essere i proletari a pagare i costi della lotta tra imperialismi per il controllo del pianeta. Né in Russia né in Ucraina né in Occidente. Se la guerra è scatenata dal capitalismo, siano i capitalisti a pagarne i costi. Ovunque. Se c'è l'emergenza si impongono misure di emergenza, ma contro i capitalisti, non contro i proletari.

- Abolizione del segreto commerciale e controllo operaio sui prezzi.

- Blocco delle tariffe di gas, luce, benzina.

- Ripristino della scala mobile dei salari.

- Patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, per finanziare un piano di riconversione energetica fondato sulle energie rinnovabili.

- Nessun licenziamento per ragioni di guerra: le aziende che licenziano siano nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori.

- Requisizione integrale dei sovraprofitti realizzati dalle grandi aziende energetiche e loro investimento nella protezione ambientale. Nazionalizzazione senza indennizzo di tali aziende, a partire da ENI, sotto il controllo dei lavoratori.

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle grandi aziende del complesso industrial-militare, a partire dal gruppo Leonardo.



Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare queste misure.

IL NEMICO PRINCIPALE È IN CASA NOSTRA!

Partito Comunista dei Lavoratori

Tutti a Firenze il 26 marzo

 


Con i lavoratori GKN, contro tutti gli imperialismi

Il 26 marzo i lavoratori GKN hanno convocato a Firenze una manifestazione nazionale a sostegno delle ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il PCL sarà presente a questa manifestazione e invita a parteciparvi tutte le avanguardie di classe e di lotta, e tutte le organizzazioni del movimento operaio.

I lavoratori di GKN di Campo Bisenzio hanno condotto una lotta di valore esemplare a difesa del lavoro e della propria dignità. Questa lotta non è conclusa con l'annunciato cambio di proprietà aziendale. Ma a differenza che altrove i licenziamenti sono stati respinti, i lavoratori hanno preservato la propria unità e combattività, tenendo alto il proprio morale. Se questo è accaduto è perché a differenza che altrove il collettivo di fabbrica non ha seguito il rituale delle burocrazie sindacali durante le crisi (affidamento al buon cuore del padrone, preghiere al governo, meline istituzionali, benedizione dei parroci...), ma ha diretto la lotta su una linea di fatto alternativa: occupazione immediata della fabbrica, creazione immediata di una cassa di resistenza, e infine la richiesta della sua nazionalizzazione sotto controllo operaio. È grazie a questa azione di lotta che è stato possibile creare attorno alla vertenza una vasta campagna di solidarietà e di sostegno. È grazie a questa azione che il governo si è visto costretto a intercedere sulla proprietà per il ritiro dei licenziamenti. È la prova che solo quando metti paura all'avversario è possibile strappare un risultato.

Ma allora questi metodi di lotta e queste rivendicazioni esemplari vanno messi al servizio di tutto il movimento dei lavoratori. Per questo come partito non ci siamo limitati alla solidarietà e al plauso, ma abbiamo posto l'esigenza di una generalizzazione nazionale dell'esperienza della GKN per una svolta radicale di indirizzo del movimento operaio italiano. Per questo sosteniamo convintamente l'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti" promosso in questo senso da centinaia di delegati sindacali e di avanguardie di diversa collocazione politica e sindacale.

Una svolta del movimento operaio è imposta anche dai drammatici fatti di guerra in Ucraina. La guerra imperialista della Russia contro l'Ucraina è la misura non solo della barbarie del capitalismo ma anche dei nuovi tempi di ferro e di fuoco che si preparano su scala mondiale. Il riarmo generale degli imperialismi ne è un tragico riflesso. Il riarmo degli imperialismi europei, sotto l'egida della NATO, sarà finanziato una volta di più dal taglio delle spese sociali e da nuovo indebitamento pubblico a carico dei proletari, mentre i venti dell'inflazione e del protezionismo taglieggiano i salari a favore dei profitti. Lavoro e ambiente saranno le prime vittime dei grandi piani di riarmo. Guerra e sfruttamento crescono insieme.

Tanto più scandaloso in questo quadro è il balbettio delle burocrazie sindacali. Come balbettano di fronte allo sfruttamento così balbettano di fronte al riarmo. È la misura della comune subalternità al proprio imperialismo, quello pronto ad arruolare un domani i salariati che oggi sfrutta per farne carne da cannone contro i salariati degli imperialismi rivali.

Per questa ragione, nel mentre da comunisti rivoluzionari sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro la criminale guerra d'invasione dell'imperialismo russo, ci contrapponiamo con tutte le nostre forze all'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale. Non riconosciamo al “nostro” imperialismo alcun diritto di sanzione contro gli imperialismi rivali. Non partecipiamo in alcun modo alla sua guerra, ma rivendichiamo la nostra guerra. Che è la guerra dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni paese per rovesciare la borghesia, distruggere l'imperialismo, imporre il proprio potere sulle rovine di questa società. Una guerra di classe, capace di candidarsi all'egemonia di tutte le lotte delle nazioni oppresse contro tutti gli imperialismi.

Per questo parteciperemo come PCL a quello specifico spezzone del corteo del 26 marzo che sarà caratterizzato da posizioni internazionaliste: né atlantiste né putiniane né pacifiste.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani del capitale e della finanza dal lavoro e dalla montagna!


 Il copione che abbiamo visto recitato dal padronato alla Saga Coffee di Gaggio Montano si è ripetuto in questi giorni a Marradi, piccolo centro montano, sede dello stabilimento produttivo dell’Ortofrutticola del Mugello, in provincia di Firenze

Marradi è la patria del Marron Buono (marchio IGP), eccellenza del territorio punteggiato dai castagneti. Anche in questo caso, come a Gaggio Montano, la fabbrica è in attivo, quindi non si può parlare di alcuna “crisi” che giustifichi il licenziamento dei lavoratori, anzi, delle lavoratrici, perché come alla Saga Coffee, a perdere il lavoro sarebbero principalmente donne, spesso impiegate nello stabilimento da tanti anni, in gran parte stagionali, che lavorano dieci mesi all’anno nel ciclo produttivo dello stabilimento.

Come a Gaggio, la chiusura dell’ dell’Ortofrutticola del Mugello di Marradi significherebbe un colpo mortale all’economia del territorio, che vede svolgersi qui l’intera catena di produzione dei marron glacé, dalla coltivazione alla raccolta alla vendita. Quella che si fa a Marradi è una vera e propria produzione di eccellenza, unica in Italia, una lavorazione lenta, messa a punto con attenzione. Il capitale spesso straparla di km 0 e produzioni locali e poi le chiude laddove funzionano, per la sola ragione di incrementare ulteriormente i profitti.

E come alla GKN e a Gaggio, anche a Marradi di «capitale» si deve parlare, dato che l’Ortofrutticola del Mugello, nata come azienda pubblica, è passata prima in mani private e ora è controllata da un fondo finanziario, la Investindustrial, guidato dal manager Andrea Bonomi, oggi principale azionista di società come B&B Italia, Flos, Aston Martin, Sergio Rossi, PortAventura, Artsana e Valtur. Fondo finanziario che, come da copione, al primo tavolo convocato in Regione non si è fatto vedere. E non si è mai fatto vedere da quando ha acquisito lo stabilimento.

Non sorprende quindi che anche questa comunità, come quella di Gaggio Montano, abbia reagito con forza, stringendosi intorno alle lavoratrici e ai lavoratori, in un presidio h24 in condizioni durissime, comprendendo una verità molto semplice: se muore la fabbrica muore il territorio, il lavoro è ben più di uno scambio tempo-salario, è dignità, è collettività: anche il fruttivendolo, il macellaio, il coltivatore diretto subirebbero un danno irreparabile se la fabbrica dovesse chiudere.

I perversi meccanismi del capitale, forse per alcuni meno visibili in un grande tessuto urbano o internazionale, rivelano tutta la loro distruttività se osservati attraverso la lente di ingrandimento di queste piccole e caparbie comunità montane.

La fabbrica è in attivo, addirittura il fatturato nell’anno di crisi 2021 ha toccato il 6%, un risultato mai raggiunto. Ora non basta più neppure che una fabbrica produca profitti per sentirsi al sicuro. Ai fondi finanziari viene consentito di speculare non solo sul lavoro, ma direttamente sulle persone, distruggendo intere famiglie, intere filiere produttive, interi paesi.

In una crisi pandemica in cui chi ha perso il lavoro è per il 98% donna, i licenziamenti di Gaggio Montano e di Marradi aggiungono un’ulteriore beffa alla crudeltà: queste donne avranno una difficoltà doppia a trovare un nuovo posto di lavoro, molte di loro lavorano nella fabbrica da quando erano ragazzine, e ora hanno figli e genitori anziani a carico.

I balbettii delle autorità non devono trarre in inganno, al di là delle meschine diatribe politiche di bottega, il potere borghese non ostacolerà il capitale finanziario e anche a livello nazionale non è possibile farsi illusioni: non sarà questo governo di banchieri e finanzieri a fermare i licenziamenti (lo ha già dimostrato con la legge farsa “contro” le delocalizzazioni). Sarà solo tramite la lotta che le lavoratrici di Marradi potranno difendere il posto di lavoro. Durare un minuto in più dei padroni diventa più difficile quando il padrone è un fondo finanziario apparentemente senza volto, disumano, completamente disinteressato alla logica della produzione di un bene, ma solo alla monetizzazione di persone, territori, scorte, macchinari. Ma è necessario.

Davanti a un padronato che non si nasconde più neppure dietro la foglia di fico dell’essere “imprenditori” ma solo “proprietari”, ­­occorrono forme di lotta decise e radicali, come quelle messe in atto dai lavoratori di tante realtà che stanno attraversando la stessa situazione: blocco della fabbrica, presidio permanente, occupazione.

GKN, Whirlpool, Saga Coffee, Speedline e adesso Ortofrutticola del Mugello… Si tratta di decine e centinaia di vertenze operaie che attraversano il balletto di tavoli e tavolini istituzionali, accordi e compratori fantasma, speranze e amare disillusioni, una strategia di sfinimento volta a piegarle una ad una, impedendo che queste lotte si riconoscano sorelle e si uniscano in una vertenza generalizzata contro i licenziamenti e contro una narrazione falsa della crisi pandemica, che è stata un’ulteriore occasione di profitto per i soliti noti.

È il momento di unire queste lotte in una vertenza generale a tutela del lavoro e della sua dignità, occupare le aziende che licenziano o delocalizzano, rivendicare il loro esproprio sotto controllo operaio, di costruire una cassa nazionale di resistenza.

Il PCL Romagna ha portato la propria solidarietà alle operaie e agli operai di Marradi sabato 8 gennaio, con la nostra adesione a tutte le iniziative di lotta che le operaie intenderanno portare avanti. Ma la solidarietà per quanto ci riguarda non può limitarsi alle parole vuote, alle sfilate delle autorità o alla sola solidarietà civile. Serve sostenere la lotta delle operaie: noi che lavoriamo in tanti altri posti di lavoro, insieme alle lavoratrici di Marradi, di Gaggio, e di ogni altra vertenza. L’unificazione delle lotte in una vertenza generale contro i licenziamenti è per noi ormai non più rinviabile.


Invitiamo chi può a sostenere le lavoratrici e i lavoratori dell’Ortofrutticola del Mugello tramite la cassa di resistenza, in loco, o con un versamento.

IBAN: IT45P0200837941000401384771

Causale: PRESIDIO ORTOFRUTTICOLA

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

Non c'è alternativa all'azione e alla mobilitazione!

 


Una classe, una lotta

5 Gennaio 2022

Prosegue la raccolta di firme per l'appello Unire la lotta contro i licenziamenti

Come era facile prevedere, l'annunciata legge Todde-Orlando “contro le delocalizzazioni” non solo non le contrasta ma le agevola, come hanno giustamente osservato i lavoratori di GKN. Mentre l'emendamento che raccoglieva la proposta avanzata dai lavoratori è stato respinto a larghissima maggioranza.

I fatti dimostrano che questo governo, come i precedenti, sa garantire solo padroni, azionisti, banchieri. Non a caso gode come nessun altro della loro fiducia.

Non c'è alternativa, dunque, all'azione e alla mobilitazione.

L'appello Unire la lotta contro i licenziamenti va esattamente in questa direzione.

Centinaia di RSU, RSA, RSL, dirigenti ad ogni livello del sindacalismo di classe e combattivo, interno ed esterno alla CGIL,

Chiedono l'unificazione del fronte delle vertenze a difesa del lavoro, contro le delocalizzazioni e i licenziamenti;
Chiedono si “faccia come alla GKN”, dando l'indicazione unificante di occupare le aziende che licenziano, di rivendicare la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio, di istituire una cassa nazionale di resistenza;
Chiedono che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe uniscano le proprie forze su questa linea d'azione comune, al di là di ogni divisione;
Chiedono che le direzioni sindacali si assumano le proprie responsabilità, contro ogni passività, rassegnazione, compromissione.

GKN, Whirlpool, Saga Coffee, Caterpillar, Speedline... decine e centinaia di vertenze operaie non possono essere abbandonate alla propria solitudine, in una giostra infinita di incontri e promesse senza futuro, per essere piegate l'una dopo l'altra. È il momento di unire queste lotte in una lotta sola a tutela del lavoro e della sua dignità.

Solo la forza può imporre un diritto, e la forza è tale solo se viene unita ed usata.

Invitiamo tutte le avanguardie del movimento dei lavoratori (RSU, RSA, RSL, membri di direttivi sindacali, ad ogni livello) ad aderire all'appello "Unire la lotta contri i licenziamenti"; ad allargare le adesioni nei propri luoghi di lavoro, sindacati, categorie; a costruire una campagna unitaria attorno a questa proposta di svolta; a creare le condizioni di una assemblea nazionale attorno all'appello, che possa costituire un momento di amplificazione delle sue ragioni e di più largo coinvolgimento.


Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/appellocontroilicenziamenti

I promotori dell'appello "Unire la lotta contro i licenziamenti"


LICENZIAMENTI, POVERTA DI MASSA, MORTI E CONTAGI SUL LAVORO, ATTACCO ALLE PENSIONI:

 

Padroni e governo marciano letteralmente sulla pelle di lavoratrici e lavoratori.

Persino la vaccinazione di massa viene gestita con il solo scopo di far ripartire l’economia capitalistica, proprio quella che con le sue crisi ricorrenti, finanziarie e pandemiche, condanna i salariati al calvario dei licenziamenti, del ritorno della povertà di massa, dello stillicidio dei morti sul lavoro e l’attacco al diritto alla pensione dopo una vita logorante di fatiche.

I padroni hanno trovato il loro campione in Draghi, il banchiere dal cuore di moneta.

La classe lavoratrice deve rispondere unitariamente sulla base delle proprie autonome rivendicazioni.

Lo sciopero generale indetto da CGIL e UIL non basta. Occorre uno sciopero generale vero, unitario,

di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale.

L’esempio oggi e’ la lotta alla GKN.

È necessario costruire, a partire anche da questa esperienza esemplare, il più ampio fronte di

massa della classe lavoratrice sulla base di un programma di rivendicazioni transitorie:

• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza

indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici!

• Coordinamento nazionale per unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate!

• Costituzione di casse di resistenza per sostenere le lotte!

• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro! Via le leggi antisciopero!

• Cancellazione di tutte le esternalizzazioni, con l’assunzione diretta del personale in appalto!

• Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro!

• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!

• Salario medio garantito a tutte le categorie di lavoratori! Salario pieno ai cassaintegrati!

• Tutela sotto il controllo di chi lavora della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro!

• Abolizione della legge Fornero, diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro!

• Facciamo pagare la crisi a chi non ha mai pagato, patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

• Costruzione di una assemblea nazionale di delegati per decidere il percorso di lotta!

Anche per raccontare l’esperienza dell’ultimo anno di lotte intorno alle più significative vertenze aperte nel nostro Paese ne parliamo con:

• Marco Ferrando:

Portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori

• Riccardo Spadano: SGB - Direttivo Nazionale

• Renato Pomari: Direttivo FIOM Milano


DOMENICA 19 DICEMBRE—ORE 16

CENTRO SOCIALE COMUNALE " CATÒMES TÒT "

VIA GUIDO PANCIROLI 12 ( PIAZZALE FIUME )

REGGIO EMILIA



Lo sciopero generale del 16 dicembre non basta!

 


Per uno sciopero generale prolungato su una piattaforma di lotta unificante. Attraversare il 16 dicembre con una proposta di svolta vera

CGIL e UIL si sono decise a proclamare lo sciopero generale per la giornata del 16 dicembre. Uno sciopero generale contro la Legge di Stabilità del governo è di per sé un fatto positivo. Tanto più a distanza di sette anni dall’ultimo sciopero generale confederale (12 dicembre 2014), e a fronte di un governo Draghi idolatrato da tutta la stampa borghese e dalla UE come salvatore della nazione (“il governo dei migliori”).

Di certo non mancano le ragioni per scioperare contro Draghi e Bonomi. Dopo due anni di pandemia la sanità pubblica è l’ultima voce di spesa, mentre si liberalizza ulteriormente la sanità privata, si sbloccano i licenziamenti, si peggiora il reddito di cittadinanza, si prevede una riforma fiscale che non dà nulla a lavoratori e pensionati; mentre si taglia l’IRAP, si bloccano i contratti del pubblico impiego a partire dalla scuola, si annuncia il “ritorno alla normalità” in fatto di pensioni, cioè una legge Fornero a pieno regime. PNRR e la Legge di Stabilità sono in realtà grandi operazioni a debito a tutto vantaggio di imprese e banche e a carico dei salariati.

Ma proprio per questo lo sciopero del 16 dicembre è del tutto inadeguato. Innanzitutto, lo sciopero giunge tardi rispetto ai tempi di una Legge di Stabilità in dirittura d’arrivo. Ma soprattutto lo sciopero giunge male, dopo l’avallo fornito da CGIL, CISL e UIL allo sblocco dei licenziamenti, la gestione disastrosa di tante vertenze aziendali (da Whirlpool ad Alitalia), persino l’assenza di una seria campagna di massa per la massima estensione della vaccinazione. Su ogni terreno la burocrazia sindacale ha assicurato a padronato e governo la pace sociale. Il risultato è che nei due anni di pandemia i padroni hanno incassato 170 miliardi dai governi in carica e hanno visto impennarsi il valore di Borsa delle proprie azioni, mentre i salari sono in picchiata, un milione di lavoratori precari sono stati buttati per strada, la precarietà del lavoro dilaga con la cosiddetta “ripresa”, si moltiplicano gli omicidi bianchi nelle fabbriche, le delocalizzazioni restano all’ordine del giorno (GKN). Tutto questo dimostra non solo la crudeltà della società borghese, ma anche la subalternità delle burocrazie sindacali, il completo fallimento della loro politica di collaborazione di classe e dei gruppi dirigenti che ne sono responsabili.

Non basta allora uno sciopero generale simbolico, che serva unicamente a informare che un sindacato esiste, e a prenotare un prossimo incontro con Draghi. Occorre uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale. Che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente, a partire da alcune rivendicazioni centrali:

• Blocco dei licenziamenti, occupazione delle aziende che licenziano (come in GKN) e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori;
• Coordinamento nazionale di tutte le vertenze e lotte di resistenza a difesa del lavoro;
• Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazione, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti;
• Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazione di genere nei luoghi di lavoro;
• Il lavoro che c’è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga. 30 ore pagate 40;
• Abolizione della legge Fornero. Diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro;
• Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, a partire dal risanamento ambientale: riassetto idrogeologico del territorio, bonifiche, riparazione della rete idrica, messa in sicurezza antisismica del patrimonio edilizio;
• Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, con l’esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione;
• Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

È importante che la giornata di sciopero del 16 dicembre sia attraversata dalla rivendicazione di uno sciopero generale vero. È importante che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe convergano sulla giornata di sciopero per portarvi una proposta di svolta, contro la recita delle burocrazie sindacali. È importante costruire una assemblea nazionale di delegati per definire il percorso di lotta e di mobilitazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: 4 DICEMBRE NO DRAGHI DAY - CORTEO A BOLOGNA

 


Sabato 4 dicembre

giornata nazionale di mobilitazione del sindacalismo di base e conflittuale, contro le politiche del Governo Draghi

Bologna CORTEO Concentramento ore 10.00 P.zza dell'unità – Bologna

 






Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta, ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione che escono rafforzati dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.   

ü PPer investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporto pubblico locale, fondamentali oltre ai necessari vaccini per contrastare la diffusione della pandemia

ü CContro le misure economiche del governo Draghi che confermano la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze anziché ridistribuire la ricchezza, garantire un reddito dignitoso a tutti, adeguare i contratti e le pensioni al reale costo della vita.

ü CContro licenziamenti, precarietà, Legge Fornero, privatizzazioni e delocalizzazioni.

ü CContro l’autonomia differenziata destinata ad aumentare le differenze territoriali e sociali.

Per la giustizia climatica e sociale



ADL COBAS, COBAS CONFEDERAZIONE, SGB, SI COBAS, USB, USI-CIT


 

La nostra cura? Abbattere il capitalismo e spezzare le catene dell’oppressione!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere

L'aggravarsi della crisi con il prolungamento della situazione pandemica continua a restituirci uno scenario inquietante.
Nel più ampio contesto internazionale il Covid-19 impatta ancora sull'alto numero di decessi e richiama in alcuni paesi alla necessità di lockdown e restrizioni, non solo per la renitenza al vaccino ma soprattutto per l'incapacità dei sistemi sanitari di far fronte alla situazione, indeboliti da anni di tagli e dal progressivo smantellamento del servizio pubblico. In alcune zone del mondo le popolazioni non hanno ancora avuto la possibilità di accedere alla prima dose di vaccino a causa delle dinamiche concorrenziali mirate al profitto delle case farmaceutiche, che detengono i brevetti su questi farmaci.

Questi due anni hanno mostrato chiaramente come la pandemia abbia colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici: in Italia nel 2020 si registrava il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa per fronteggiare le difficoltà delle chiusure. Ancora nei primi mesi del 2021 si rimarcava un calo dei posti di lavoro (su 101mila nuovi disoccupati, 99mila erano donne) e un divario salariale crescente a cui si aggiungeva l'aumento dei lavori di cura non retribuiti e l'assenza di un sistema di welfare in grado di offrire soluzioni.
La ripresa nel settembre 2021 segnalata dall'Istat non deve farci illudere: i 59.000 posti di lavoro recuperati sono ovviamente a tempo determinato e i posti occupati dalle donne sono ancora inferiori rispetto ai livelli pre-Covid (370mila occupate in meno).
Gli ultimi provvedimenti del governo Draghi inoltre annullano qualsiasi ipotesi di miglioramento: dopo aver consegnato un lauto bottino ad imprese e sanità privata con i decreti varati in estate, la traiettoria segnata per le pensioni punta al solo calcolo dei contributi, senza tenere conto della parte retributiva, penalizzando dunque i settori più precarizzati della società: donne, giovani e persone con disabilità.
A ciò si aggiunge il “contributo universale per i figli” a partire da marzo 2022, con il quale si punta a sostenere l'aumento demografico, elargendo elemosine in base alla fascia ISEE e al numero di figli per famiglia, senza cercare soluzioni strutturali che puntino a migliorare le condizioni di vita de* lavorator*.
Insomma lo stato borghese non ha soluzioni da offrire per uscire dalla crisi e soprattutto dimostra come in questa lunga fase di recessione non sia possibile trovare soluzioni di miglioramento se non con rivendicazioni inserite in un percorso di lotta su un programma anticapitalista.

Le nostre vite sono quindi segnate dalla violenza, dai suoi tanti volti. A quella economica si somma la violenza subita quotidianamente, frutto di sessismo e di omo-bi-lesbo-transfobia, agita spesso entro le mura domestiche, alle quali siamo espost* per colpa della precarietà e della disoccupazione. La causa principale è la natura del sistema capitalistico ed eterocispatriarcale. Un sistema che vive e si riproduce proprio su queste dinamiche di violenza e sfruttamento. 103 donne uccise solo in Italia, a cui si sommano 5 persone trans e gender diverse e i numerosi episodi di discriminazione e violenza subite nei vari contesti sociali. Questa situazione è fomentata dalla becera propaganda clericale e dei partiti reazionari, in primo luogo Lega e FDI, come dimostrato dall'affossamento del DDL Zan e dai continui attacchi alla salute riproduttiva delle donne.

Donne e persone LGBT*QIA+ migranti hanno pagato il prezzo più alto dell’aggravamento della crisi generato dalla fase pandemica, per la difficoltà di accesso alle cure sanitarie e la maggiore esposizione al Covid-19, e per l’aumento della disoccupazione e della precarietà delle loro condizioni lavorative.

Per rispondere radicalmente alle violenze e alle oppressioni che subiamo sotto ogni aspetto nelle nostre vite, dobbiamo organizzare un fronte che unisca tutte le lotte in corso, da quelle transfemministe a quelle per il lavoro e la difesa dell’ambiente:


• Per la difesa del lavoro: blocco permanente dei licenziamenti e cancellazione di tutte le controriforme del lavoro; cancellazione degli appalti e nazionalizzazione senza indennizzo delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano, sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori;

• Contro l'elemosina di Stato, lavorare meno lavorare tutt*: ripartizione del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario a 30 ore e con l’introduzione di un salario intercategoriale di 1500 euro; salario garantito in disoccupazione o inoccupazione, contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro; copertura salariale del 100% in caso di malattia, cassa integrazione, congedi parentali.

• Cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• Servizi sociali (scuola, sanità...) pubblici e sotto il controllo de* lavorator* e dell* utenti per i servizi legati alla cura. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura, da finanziare con la patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e con un sistema di aliquote fortemente progressivo;

• Accesso all'IVG libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita; abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici; accesso ai consultori anche per le donne T*.

• Contro la violenza e l'oppressione di genere: autorganizzazione della autodifesa femminista e queer; fondi ai centri antiviolenza autogestiti, senza nessun finanziamento a enti privati e case-famiglia religiose;

• Contro la violenza e l'oppressione omo-lesbo-bi-transfobica: per un movimento queer autorganizzato e rivoluzionario in grado di contrastare gli attacchi reazionari, l'invisibilizzazione e il rainbow-washing; contro i trattamenti patologizzanti nei confronti delle persone T*, contro la cancellazione delle soggettività Bi e Pan e anche contro la misoginia, il razzismo e la transfobia dentro la comunità LGBT*QIA+;

• Eliminazione di tutte le leggi securitarie e delle forme di lavoro schiavistico che violano i diritti delle donne immigrate;

• Per il libero amore e la libera sessualità: lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione, contro i Daspo urbani e la criminalizzazione delle prostitute. Abbattimento della famiglia borghese, cellula di riproduzione capitalistica: per nuovi legami basati sull'affetto e la condivisione.

• Per il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, che unisca tutte le lotte per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente, in una lotta sola!

Solo rovesciando questo sistema basato sul capitalismo e l'etero-cis-patriarcato è possibile spezzare le catene dell'oppressione. Solo la rivoluzione socialista può liberarci dallo sfruttamento e dalla violenza e garantire la nostra piena emancipazione!


ANTIPATRIARCALI, ANTICAPITALIST*, ANTIFASCIST*,

ANTICLERICALI FEMMINIST* RIVOLUZIONARI*


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere