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L'autunno caldo negli USA

 


L'ascesa delle lotte salariali nel cuore del capitalismo mondiale

«Un'ondata di scioperi agita l'autunno degli Stati Uniti» titola il quotidiano di Confindustria (14 settembre). È una preoccupazione fondata.

Per la prima volta i ferrovieri americani minacciano uno sciopero generale continuativo per forti aumenti salariali. Biden è costretto ad attivare un piano d'emergenza antisciopero per garantire il traffico di uomini e merci. I tre ministeri di Trasporti, Energia, Agricoltura sono mobilitati contro lo sciopero. Il governo ha denunciato lo sciopero come «un esito inaccettabile» offrendo un aumento salariale del 24% in cinque anni. Ma le unions hanno respinto l'offerta a fronte dei profitti record delle compagnie. Il braccio di ferro è appena iniziato. Uno sciopero dei ferrovieri costerebbe al governo due miliardi di dollari al giorno.

Il punto è che non si tratta solo dei ferrovieri. Dopo gli anni della pandemia si leva tra i salariati americani una reazione liberatoria. Migliaia di infermieri in Minnesota stanno picchettando i centri sanitari con tre giorni di sciopero continuativo. La vittoria sindacale riportata in Pennsylvania in tredici case di riposo ha contagiato il settore della sanità. Le rivendicazioni sono aumenti salariali, nuove assunzioni, rifiuto di turni di lavoro massacranti. Parallelamente scioperano gli insegnanti, da Seattle all'Ohio, per aumenti di paga, ritardando di cinque giorni l'inizio dell'anno scolastico per cinquantamila studenti. Protestano gli operai dell'auto nel Midwest, mentre in Indiana lo sciopero in un impianto Stellantis ha costretto gli azionisti a fare concessioni salariali.

Cresce ovunque la domanda di sindacato. Le unions americane hanno conosciuto una crisi profonda negli ultimi decenni, con un netto calo delle iscrizioni. Il tasso di iscrizione è basso: il 6% nel settore privato e il 10% nel settore pubblico. Ma ora sembra prodursi un'inversione di segno. Da gennaio sono aumentate del 58% le richieste del National Labor Relations Board alle autorità federali di tenere e certificare elezioni per l'ingresso di sindacati in azienda. I sondaggi Gallup parlano di un consenso del 71% per il sindacato, record dal 1965. Le agitazioni sindacali si sono moltiplicate in tutto il paese, anche in settori meno tradizionali: in Amazon, Apple, nelle caffetterie Starbucks.

La ripresa capitalista ha favorito le lotte, rafforzando il peso negoziale degli scioperanti. Le disuguaglianze sociali accresciute diventano ragione di scandalo e suscitano reazioni. Biden è in difficoltà sul nuovo fronte. Si era presentato come amico dei sindacati, a differenza di Trump, ma ora i lavoratori battono cassa e le burocrazie sindacali debbono assecondarli in parte per preservarne il controllo.

Mentre le sinistre italiane oscillano tra sovranismi nazionali e cittadinanze progressiste, noi abbiamo la nostra patria fra i salariati americani, britannici, francesi che stanno alzando la testa. E assumiamo le loro lotte come esempio per i proletari italiani. Il bisogno di un'Internazionale anticapitalista non è mai stata tanto attuale quanto oggi.

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: 4 DICEMBRE NO DRAGHI DAY - CORTEO A BOLOGNA

 


Sabato 4 dicembre

giornata nazionale di mobilitazione del sindacalismo di base e conflittuale, contro le politiche del Governo Draghi

Bologna CORTEO Concentramento ore 10.00 P.zza dell'unità – Bologna

 






Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta, ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione che escono rafforzati dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.   

ü PPer investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporto pubblico locale, fondamentali oltre ai necessari vaccini per contrastare la diffusione della pandemia

ü CContro le misure economiche del governo Draghi che confermano la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze anziché ridistribuire la ricchezza, garantire un reddito dignitoso a tutti, adeguare i contratti e le pensioni al reale costo della vita.

ü CContro licenziamenti, precarietà, Legge Fornero, privatizzazioni e delocalizzazioni.

ü CContro l’autonomia differenziata destinata ad aumentare le differenze territoriali e sociali.

Per la giustizia climatica e sociale



ADL COBAS, COBAS CONFEDERAZIONE, SGB, SI COBAS, USB, USI-CIT


 

La lotta contro il Covid-19

 


Ordine del giorno approvato dal Comitato Centrale del PCL (22/23/24 gennaio 2021)

Il Covid-19 costituisce una gravissima pandemia, la più grave conosciuta dall’umanità contemporanea dopo la cosiddetta influenza spagnola del 1919/’20. In termini di morti reali ha probabilmente raggiunto i 3 milioni, e anche in percentuale sulla popolazione vivente ha presumibilmente superato le vittime della terribile influenza asiatica del 1957/’58. Tra l’altro ciò è stato possibile solo grazie alle sia pur limitate e parziali misure di contenimento prese nella maggioranza degli Stati. Altrimenti il numero di vittime sarebbe stato certamente moltiplicato per diverse volte.

Tuttavia, l’epidemia è lungi dall’essere terminata né si vede una riduzione reale delle curve di contagio. La terza ondata rischia di essere peggiore delle prime due. Solo i vaccini presentano una prospettiva di uscita a positivo da questa tragica situazione.

Come PCL abbiamo denunciato le basi oggettive dello sviluppo dell’epidemia: la devastazione ambientale prodotta dal capitalismo moderno, la distruzione della sanità pubblica da parte dei governi ad ogni latitudine, i ritardi e inefficienze del regime totalitario neocapitalista cinese, etc. Ma la lotta contro queste radici obiettive non può essere vincente nel brevissimo termine. Per questo il PCL sostiene fortemente la vaccinazione di massa. Allo stato attuale noi accettiamo la volontarietà della vaccinazione. Tuttavia, se alla fine dell’estate risultasse inferiore a soglia di garanzia (circa il 70% della popolazione) non escludiamo che sia necessario, e noi appoggeremmo, un obbligo vaccinale per determinate categorie di persone, fortemente a rischio o in contatto (come nelle RSA o nei reparti ospedalieri) con tali persone. In ogni caso, nel periodo da adesso alla conclusione della vaccinazione di massa, è necessario sviluppare le più prudenti regole di contenimento della pandemia.

Per questo il PCL appoggia le proposte che vengono dai migliori scienziati, come in primo luogo i professori Galli e Crisanti, di un lockdown totale per realizzare in sicurezza una vaccinazione di massa.

In ogni caso il PCL continua a difendere le posizioni già sostenute in questi mesi:

- apertura delle fabbriche solo con rigidi protocolli di garanzia sanitaria e sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori;

- una tassa patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione;

- riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga e blocco generale dei licenziamenti, contro ogni minaccia di sblocco;

- in ogni caso garanzia del 100% dei salari e stipendi. Copertura delle perdite di esercizi commerciali ed artigiani, sulla base del reddito (dichiarato) degli anni precedenti;

- chiusura di tutte le scuole medie inferiori e superiori, vista l’assenza di condizioni di sicurezza, innanzitutto, ma non solo, in fatto di trasporti. La didattica a distanza è certamente molto negativa ma la salute e la vita valgono di più. In questo senso come PCL ci dissociamo dalle mobilitazioni studentesche e dei genitori, spinte in particolare dal circuito Priorità alla Scuola e organizzazioni studentesche, per la riapertura “ad oltranza” delle scuole in presenza. Condanniamo pertanto le organizzazioni sindacali, come la Confederazione Cobas e la FLC-CGIL, che hanno dato sostegno a tali manifestazioni e alle loro rivendicazioni;

- permessi familiari a tempo parziale o pieno pagati al 100% del salario o stipendio per i familiari che debbano assistere bambini di età inferiore a quella di ingresso nella scuola media;

- per una distribuzione proporzionale e gratuita, a carico dei paesi più ricchi, dei vaccini tra i diversi paesi del mondo;

- centomila nuove assunzioni immediate a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale (tracciatori, medici di base, personale di laboratorio, infermieri, anestesisti, pneumologi...) con l'immediato ingresso in servizio degli specializzandi del terzo, quarto e quinto anno;

- requisizione immediata delle strutture della sanità privata per metterle al servizio dell'emergenza, a partire dai pronto soccorso;

- requisizione immediata delle compagnie di trasporto private, sull'intero territorio nazionale, per riorganizzare il trasporto locale di pendolari e studenti in condizioni di sicurezza;

- riapertura immediata dei 200 ospedali che sono stati soppressi negli ultimi 15 anni per pagare il debito alle banche;

- controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni del proprio lavoro e della propria sicurezza, anche negli ospedali. Via le norme punitive contro i lavoratori che denunciano il degrado della sanità;

- nazionalizzazione, senza indennizzo, della grande industria farmaceutica, e controllo pubblico sulla produzione dei dispositivi individuali (mascherine), dei test rapidi, dei vaccini antinfluenzali, tutti a somministrazione gratuita.

Partito Comunista dei Lavoratori - Comitato Centrale

Scuola e trasporti, è già troppo tardi

 


11 Gennaio 2021

La questione dei luoghi di contagio è malposta e pretestuosa, quando agitata dai rappresentanti dei partiti parlamentari. Il punto è che da marzo non hanno fatto nulla a riguardo, lasciando tutto immutato e così aggravando le condizioni di lavoratori e studenti

Il punto non è quando riaprire le scuole per la didattica in presenza, il punto è come. O, almeno, la questione è dirimente soprattutto per quel che concerne le grandi città.

Il 7 dicembre è stato pubblicato un «documento tecnico sulla scuola» (1) connesso ad un «focus sul trasporto pubblico locale» da parte dell'INAIL e dall’Istituto superiore di sanità (ISS), recepito il 4 dicembre dello stesso anno dal Comitato tecnico scientifico (CTS) nominato dal governo, struttura che abbiamo imparato a conoscere nel corso di questa pandemia. Si tratta, come pure è stato riportato sull’elaborazione digitale da parte dei due istituti, di un «documento tecnico sulla gestione del rischio di contagio da Sars-Cov-2 nelle attività correlate all’ambito scolastico con particolare riferimento al trasporto pubblico locale» (2).

La riflessione dell’ISS e dell’INAIL trae spunto dal fatto evidente di come le studentesse e gli studenti siano esposti al rischio del contagio nel momento in cui mettono piede in un autobus per recarsi a scuola. La soluzione parrebbe essere quella degli orari differenziati riguardo l’inizio delle lezioni presso i plessi scolastici, o anche di mezzi aggiuntivi e più personale per i controlli.
Stando a quanto riporta il documento, «secondo l’ultima indagine “Aspetti della vita quotidiana” realizzata dall’ISTAT, nel 2019, 11,1 milioni di studenti si sono mossi quotidianamente sul territorio nazionale per raggiungere i luoghi di studio; tra questi, 3,5 milioni di studenti si sono spostati fuori dal proprio Comune, soprattutto residenti dei piccoli centri, delle periferie delle aree metropolitane e del Nord. La maggior parte degli spostamenti avviene nella fascia oraria tra le 7:30 e le 8:00 in cui si muove il 70% degli studenti. Scolari e studenti del Nord escono mediamente prima: alle 7:30 hanno già intrapreso il viaggio 2 studenti su 3. Relativamente all’utilizzo dei diversi mezzi di trasporto, 4 milioni di studenti hanno usato l’auto (da passeggero o conducente) o la moto per raggiungere la scuola o l’università. Oltre 3,5 milioni di studenti (35% circa) si sono, invece, spostati con mezzi pubblici; di questi, circa 1 milione risiede tra Lombardia e Lazio».

Se incrociamo questi numeri con gli ulteriori dati provenienti dall’ISTAT (e riportati nel documento dell’ISS/INAIL) riguardo la frequentazione delle fermate della metropolitana di Roma tra le 06:00 e le 08:00 di mattina, ci si può facilmente rendere conto della portata della questione. La fermata capolinea “Anagnina” conta più di 800 accessi tra le 06:00 e le 07:00, una delle più frequentate di tutta la linea A di Roma: «i numeri più elevati - si legge nel documento dell’INAIL e dell’ISS - si concentrano in poche stazioni e in determinate fasce orarie». Secondo i promotori, questo dato può «offrire elementi di grande rilievo al fine della modulazione dell’offerta e della collaborazione con le strutture scolastiche per differenziare gli orari di ingresso e uscita».

Sembra evidente, dunque, come le periferie metropolitane e i piccoli centri abitati in cui, in entrambi i casi, gli studenti devono ricorrere al mezzo pubblico per raggiungere il plesso scolastico, rappresentino una criticità maggiore rispetto al centro delle città.
Fermo restando il fatto ovvio che i centri storici, ad oggi, siano molto meno popolati delle periferie. Tra le varie misure che il rapporto afferma come necessarie vi sono le seguenti, oltre alla necessaria modulazione degli orari di ingresso dei plessi scolastici già citata:

«potenziare l’offerta di trasporto pubblico, anche attraverso l’impiego di mezzi aggiuntivi di superficie resi disponibili dal privato in maniera mirata rispetto alla mappatura delle criticità emerse per linee, stazioni ed orari; potenziare il personale dedicato alle stazioni di scambio (tra metropolitana, ferrovie e capolinea bus) più critiche per afflusso, al fine di assicurare maggiore controllo per la prevenzione di assembramenti».


IL CASO ROMA

È sempre positivo quando istituti come INAIL e ISS si rendono conto e si accorgono dell’evidente sovraffollamento nei mezzi pubblici delle grandi città, anche grazie all’utilizzo dei dati forniti da ISTAT e dai big data provenienti dall’utilizzo di smartphone geolocalizzati in quelle determinate fermate delle linee metropolitane in questione (*).
È sempre positivo quando ci si accorge, dati alla mano, dell’estrema arretratezza, nonché inadeguatezza, del trasporto pubblico locale delle grandi città rispetto alla domanda dell’utenza e alla necessità di un servizio che sia parimenti capillare e realmente utile per la realtà metropolitana nella sua interezza.

Il caso di Roma è emblematico nonostante la complessità e la sua granulosità non rappresenti un caso tra i più felici, dato che la viabilità e le infrastrutture viarie sono, in parte, ferme alle consolari degli anni ’60: si pensi alla Casilina o alla Prenestina dentro e fuori dal Grande Raccordo Anulare. Attorno a queste due arterie su cui si sviluppa uno dei più popolati municipi di Roma (il VI) la popolazione è cresciuta esponenzialmente passando dai 198mila circa del 2001 ai 257mila del 2016.
Secondo l’indice INRIX (3) citato da un articolo del Sole 24 ore del 2019: «Il caso di Roma resta quello più drammatico: “nel 2018 gli abitanti di Roma hanno perso 254 ore nel traffico, essendo la seconda città al mondo, dopo Bogotà, dove si trascorrono più ore nel traffico. Anche il resto d’Italia non si posiziona bene. Sono ben 5 le città italiane nella classifica delle prime 25 città al mondo per ore perse nel traffico. Oltre a Roma, si tratta di Milano (7° posto), Firenze (14°), Napoli (17°) e Torino (23°)”» (4).

E c’è chi si ostina a dire che il tragitto casa-lavoro, e viceversa, non andrebbe conteggiato come orario di lavoro. Ma questa è un’altra storia.
Il trasporto pubblico della città di Roma è sotto attacco da svariati decenni, ma lo è ancor di più da poco meno di un lustro, ovvero da quando venne proposto il referendum della messa a bando del servizio concernente il trasporto pubblico locale della Capitale. La proposta non ottenne il quorum e la situazione permane immutata.
Immutata significa a Roma il privato nella gestione del trasporto pubblico esiste già ed è al 25%, gestito dalla «società consortile» Roma TPL, controllata al 66,67% da Cotri e dal 33,33% da Umbria mobilità. L’azienda, un tempo nota come Tevere TPL, gestisce circa 83 linee, perlopiù periferiche, come le linee che percorrono Torre Angela, Torre Spaccata, Cesano di Roma, Ponte di nona nonché alcune linee cimiteriali (5).

I romani, dunque, già conoscono gli effetti della privatizzazione del servizio di trasporto pubblico: a maggio 2018, ad esempio, l’azienda non ha somministrato lo stipendio ai lavoratori per diversi mesi.
Le linee gestite da Roma TPL, azienda privata che dovrebbe supplire al lavoro svolto (male) da ATAC, rappresentano un servizio ancora peggiore di quello fornito dalla municipalizzata in questione. La stessa ATAC (e TPL), nel 2013, razionalizzarono (lemma che spesso viene utilizzato al posto del verbo “tagliare” al fine di «aspergere di soavi licor gli orli del vaso») molte linee periferiche poiché alcuni autobus transitavano in zone a bassa densità abitativa (6). La realtà si tradusse in un taglio lineare delle linee dell’estrema periferia così come del suo quadrante più densamente abitato e popolato, ovvero quello a sud-est.
La privatizzazione del trasporto pubblico ha fatto sì che - evidentemente - il servizio globale ne abbia risentito, con buona pace di chi sostenne il “sì” al referendum radicale per la messa a gara del trasporto. Si parla sempre (forse troppo) di ritorno alla “normalità” ma non si può evidentemente tornare alla “normalità” se la intendiamo come costellazione di città inquinate, travolte dal caos urbano e dal traffico impazzito. Vale nella storia globale e nei rapporti fra Stati come nelle piccole cose, nonché nell’amministrazione di città e suoi relativi municipi.

Da qui, possiamo tornare al punto di partenza. Non è quando riaprire le scuole ma come: il contagio non si propaga tanto nei plessi scolastici, quanto piuttosto sui mezzi pubblici. Discorso equanime e che vale sia per chi si deve recare a scuola che a lavoro.
Procrastinare la data della riapertura non fa altro che dare la prova di estremo smarrimento delle istituzioni di fronte ad una situazione certamente inedita, ma a cui non si è saputo contrapporre né una strategia, né una pianificazione. Men che meno un’inversione di tendenza. D’altra parte Conte lo disse chiaramente nella conferenza stampa di fine ottobre: per il Presidente del Consiglio pareva fosse “velleitario” arrivare alla somma di zero contagi, positivi e guariti.
Il punto è che non c’è niente di velleitario nel rivendicare condizioni igienico-sanitarie adeguate alla vita quotidiana, al lavoro delle persone nonché alla sicurezza di migliaia di studentesse e studenti. Velleitarie sono – come lo sono sempre state da inizio pandemia – le posizioni di Confindustria.

Non vorremmo autodefinirci Cassandra, ma quel che avevamo previsto ad ottobre, ovvero un lockdown non dichiarato, per cui le persone potevano semplicemente recarsi presso il proprio posto di lavoro, tornare a casa e fare la spesa, è già realtà.

La strumentale polemica di queste settimane proveniente dagli scranni del Parlamento in cui siede Italia Viva, il partito personale di Matteo Renzi, che denuncia lo stato del trasporto pubblico locale delle città italiane, odora di inconsistente e mefitica propaganda, d’altronde lo stesso Renzi si dichiarò “liberista di sinistra” al Foglio, quando era in corsa per la [prima volta] segreteria democratica. Il come è la questione centrale: l’esecutivo, in questi mesi antecedenti alla seconda ondata, si è limitato a prendere atto della situazione attuale del Paese senza essere conseguente. Le politiche basate su tagli ed esternalizzazioni (dunque privatizzazioni) dei settori fondamentali per la vita quotidiana rappresentano l’arrendevolezza dello stato borghese di fronte al grande capitale che, a breve, non si accontenterà più di sussurrare all’orecchio dei capi di governo o di stato quanto bisogna mettere in atto, in termini di politica economica e sociale, agirà in prima persona attraverso i suoi personaggi più in vista.
Mario Draghi incombe. Così come Monti al crepuscolo dell’era berlusconiana. E, siamo certi, ci sarà chi stapperà bottiglie facendo festa. Ricordiamoci di costoro quando tutto sarà finito. Quando presenteremo il conto.


(*) Si aprirebbe un’altra questione legata al controllo sociale e alla gestione dei dati provenienti dagli smartphone, ma per questo rimandiamo a varie posizioni ed articoli presenti sul nostro sito.




(1) https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-documento-tecnico-scuola-tpl-covid-19-2020.html

(2) https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-documento-tecnico-trasporto-pubblico-locale-scuola.pdf

(3) https://inrix.com/scorecard/

(4) https://www.ilsole24ore.com/art/per-bus-e-metro-14-miliardi-via-spinta-pil-02percento-e-110mila-posti-ABFopBsB

(5) https://www.romatpl.it/?page_id=366

(6) https://www.romatoday.it/cronaca/elenco-linee-atac-soppresse.html

Marco Piccinelli

La seconda ondata e il fallimento del governo

 


Un programma di svolta per l'emergenza sanitaria

17 Ottobre 2020

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. Tutto è rimasto come prima, al di là di chiacchiere e promesse che non nascondono il fallimento e l'impotenza di un intero sistema. Non se ne esce se non rovesciandolo da cima a fondo

A giugno erano 8966, ora sono 9251. Sono i tracciatori dei contatti del coronavirus sull'intero territorio nazionale. Stando a un numero quotidiano di nuovi contagi giunto ormai a 10000, questo infimo gruppo di tracciatori dovrebbe telefonare, registrare, monitorare 160000 persone ogni giorno. Invece ne coprono complessivamente 1300 circa. In questi numeri sta la misura e la natura del dramma in corso: il crollo della prima linea di resistenza a fronte della seconda ondata dell'epidemia. In questi numeri sta anche la responsabilità del governo, che per sei mesi ha annunciato “nulla sarà più come prima” e invece ha lasciato immutata la condizione di fondo del Servizio Sanitario Nazionale sotto ogni aspetto, con un effetto domino a cascata.


NON DOVEVA PIÙ ACCADERE MA ACCADE

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. La stessa stampa borghese è attonita di fronte al disastro.
Il virus dilaga in misura esponenziale, anche nei luoghi relativamente risparmiati dalla prima ondata (Milano città, Campania).
La medicina territoriale è inesistente e non può far da filtro.
Il famoso sistema Immuni si è rivelato un fiasco, inapplicabile su molti cellulari, disattivo di fatto quando applicato.
Non ci sono tamponi se non in misura inadeguata, nonostante il governo abbia ridotto da due ad uno i test necessari per l'uscita dalla quarantena.
Non ci sono i medici che fanno i test, perché solo il 25% dei medici di base si è detto disponibile a farli.
Mancano sedi e luoghi protetti dove i test possano essere fatti in condizioni di sicurezza per medico e paziente, e questo spiega l'indisponibilità dei medici.
Non ci sono luoghi protetti per l'isolamento di decine di migliaia di positivi, spesso reclusi in abitazioni sovraffollate che diventano nuovi veicoli di contagio.
Le unità mediche che dovrebbero controllare i malati in casa (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) sono in numero irrisorio (14 medici USCA in tutta Milano!), sicché decine di migliaia di malati non solo vivono sequestrati in casa ma sono privi di assistenza medica.

Tutto questo disastro si riversa fatalmente sugli ospedali, con una massa di positivi, o sospetti tali, che si ammassa presso i Pronto Soccorso, quale unica sede di assistenza. I Pronto Soccorso a loro volta crollano sotto la pressione della massa, dirottando migliaia di persone su altri ospedali limitrofi, o chiudendo le porte a malati non Covid, con un effetto domino inevitabile. Intanto il crescente numero dei ricoveri Covid, seppur ancora inferiore a quello di marzo, allunga ulteriormente i tempi di trattamento di altre patologie, con decine di migliaia di malati oncologici, reali o possibili, ormai parcheggiati in liste d'attesa infinite o che si vedono respingere persino la prenotazione degli esami necessari. Mentre anche le terapie intensive si trovano nuovamente minacciate, oltre a essere spesso prive di ventilatori e personale necessari.

Questa vera e propria catastrofe sanitaria non è una condanna del destino. È il prodotto di 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica degli ultimi dieci anni, della trasformazione degli ospedali in aziende attente più al fatturato che alle cure, della riduzione delle piante organiche ospedaliere, del massiccio allargamento della sanità privata, la stessa che copre ormai il 50% delle prestazioni grazie ai fondi sottratti alla sanità pubblica, e che in Borsa moltiplica i propri dividendi.


IL FALLIMENTO SANITARIO DEL GOVERNO

Crollata la diga delle chiacchiere e delle promesse, il governo non sa più che fare. Non può e non vuole ricorrere a nuovi lockdown generalizzati dopo il crollo economico pauroso del 2020: tutti i governi d'Europa hanno stretto un accordo di ferro su questo; ma non riesce a gestire in forma ordinata e protetta la convivenza col virus, in attesa di un vaccino che non sarà disponibile a livello di massa per larga parte del 2021 (secondo l' ipotesi più ottimista), tra scoperta, validazione, produzione, distribuzione di massa.

Preso dal panico, il governo oscilla tra misure simboliche dagli effetti improbabili (le raccomandazioni sulle frequentazioni domestiche) e la tentazione di concentrare l'affondo sull'anello debole della catena: l'istruzione pubblica. Un'istruzione pubblica già colpita al pari della sanità da decenni di tagli, classi pollaio, precariato cronico, e ora minacciata da nuovi lockdown col relativo ricorso alla didattica a distanza: quella che nell'ultimo anno ha discriminato di fatto il 30% degli studenti delle famiglie più povere.
In questa direzione si è mosso il governo campano, in un luogo in cui la chiusura della scuola è spesso l'apertura al degrado della strada. Nella stessa direzione muovono ora altri governi regionali, in particolare nel Nord, pressati dalla crisi del trasporto urbano: se non ci sono bus e metropolitane in numero sufficiente, se il trasporto degli studenti a scuola diventa fonte di contagio, la soluzione è semplice. Non predisporre altri mezzi di trasporto, ma chiudere, in tutto o in parte, le scuole. Del resto, le fabbriche “non possono chiudere”, come l'esperienza di marzo dimostra, neppure in presenza di focolai epidemici abnormi, la bergamasca insegna. Se i Bonometti e i Bonomi misero un veto criminale già allora, immaginiamoci oggi di fronte al crollo economico. Invece si possono chiudere le scuole, magari mantenendo in piedi un concorso grottesco. E tutto questo per cosa? Per coprire con misure tampone il fallimento di un intero sistema. Lo stesso sistema che ovunque è incapace di affrontare la pandemia se non al prezzo di nuove ingiustizie, inuguaglianze, umiliazioni.


MISURE NECESSARIE E URGENTI DI FRONTE AL COLLASSO SANITARIO

La verità è che non esiste soluzione progressiva possibile dell'emergenza sanitaria in atto senza misure di rottura. Non il ritorno alla “normalità”, quella che ci ha portato dove siamo ora, ma il ribaltamento radicale della “normalità” degli ultimi quarant'anni.

Immediato reclutamento di 10000 unità del personale medico e infermieristico. Non coi vergognosi contratti a termine, usa e getta, della primavera scorsa, ma con assunzione a tempo indeterminato e l'ampliamento di tutte le piante organiche. Tracciamenti, test, laboratori, medicina territoriale, terapie intensive, trattamento ospedaliero di tutte le gravi patologie, fine delle liste d'attesa, richiedono un raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, a partire da un grande piano di assunzioni. Altro che numero chiuso a Medicina.

Riapertura dei 200 ospedali soppressi nell'ultimo decennio e immediata requisizione, senza indennizzo, delle strutture della sanità privata, per ampliare e riorganizzare i pronto soccorso, i reparti ospedalieri, i trattamenti sanitari, le sedi e gli strumenti della diagnostica. La salute non è merce, via il profitto dalla sanità!

Nazionalizzazione, senza indennizzo, della grande industria farmaceutica, e controllo pubblico sulla produzione dei dispositivi individuali (mascherine), dei test rapidi, dei vaccini antinfluenzali, tutti a somministrazione gratuita. Una famiglia povera di quattro persone non può spendere tra 200 e 500 euro al mese di sole mascherine FFP2. La protezione della vita non può dipendere dalla classe sociale di appartenenza.

Requisizione del grande patrimonio immobiliare necessario (spesso di proprietà delle banche e delle assicurazioni) per consentire l'isolamento protetto in quarantena per i positivi, l'ampliamento dei presidi sanitari territoriali, il tetto massimo dei 15 alunni per classe, che oggi è anche una misura sanitaria.

Gratuità e universalità del servizio sanitario, finanziate dall'abbattimento delle spese militari e dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, a partire da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato, non la salute o il lavoro.

Requisizione immediata delle compagnie di trasporto private, sull'intero territorio nazionale, per riorganizzare il trasporto locale di pendolari e studenti in condizioni di sicurezza. Bus, metropolitane, treni regionali possono non essere fonte di contagio se si impone il controllo pubblico sull'intero sistema dei trasporti.

Controllo operaio sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori: nelle fabbriche, nella logistica, nei trasporti, negli ospedali, nelle scuole, e ovunque. Perché il primo presidio sanitario è il controllo dei lavoratori sulle condizioni del proprio lavoro.

Questo non è un insieme di consigli al governo dei capitalisti, che ha fallito sul fronte sanitario, o ai governi regionali che vogliono chiudere le scuole. È una piattaforma di lotta per il movimento operaio, da portare in ogni organizzazione di classe e di massa, come in ogni ambito di avanguardia politica e sindacale. Con un elemento di coscienza da introdurre ovunque: queste misure, necessarie e urgenti, reclamano un altro ordine di società. Una società in cui a comandare siano i lavoratori e le lavoratrici, non i capitalisti e i loro politicanti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ripartenza di cosa?

La società borghese inciampa a ogni passo sulle contraddizioni che crea

Il Presidente del Consiglio ha annunciato la ripresa generale del lavoro il 4 maggio. Indistintamente, su tutto il territorio nazionale, quindi anche nelle regioni tuttora segnate da un alto tasso di contagio e mortalità, che peraltro sono le regioni in cui si concentra guarda caso il cuore della produzione industriale, e dove è più forte la pressione di Confindustria per la ripartenza.

Grande è lo sforzo della comunicazione pubblica nell'annunciare che la ripresa avverrà “ in sicurezza”. La raccomandano le autorità sanitarie, la garantiscono gli industriali. Gli stessi industriali che hanno posto il veto sulla zona rossa nel bergamasco, che hanno chiesto alle prefetture di produrre in deroga, che hanno licenziato operai che denunciavano la mancata osservanza delle regole. C'è qualcuno che oggi può credere alle loro "preoccupazioni"?


L'INCIAMPO DELLE MASCHERINE

Non è solo un problema di credibilità, ma anche di contraddizioni plateali. Persino sui temi più elementari.

Prendiamo il caso delle arcinote mascherine. A due mesi dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la seconda potenza industriale d'Europa è ancora alle prese con la loro insufficienza. Una insufficienza macroscopica. Il giornale di Confindustria ci informa (21 aprile) che con la ripresa generalizzata saranno necessari 40 milioni di mascherine al giorno (due a testa per 20 milioni di lavoratori). Secondo la task force di Colao ne occorreranno 953 milioni al mese. «Fabbisogni impossibili da soddisfare», riconosce il quotidiano confindustriale, perché le 80 aziende che si sono buttate sul mercato per produrle, allettate dagli incentivi offerti, ne producono appena 3 milioni al giorno, mentre il commercio mondiale delle mascherine è ormai intasato dalla competizione di tutti contro tutti. Solo una larga riconversione produttiva di altri settori potrebbe far fronte al bisogno. Ma ciò richiederebbe misure drastiche e immediate di nazionalizzazione a garanzia della riconversione. Una bestemmia per Confindustria.


TAMPONI, TEST, LABORATORI. LA CRISI DELLA DIAGNOSTICA

Il problema dei tamponi e dei test sierologici non è da meno.

Il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha sempre accompagnato la richiesta della riapertura con la garanzia della diagnostica. Di cui peraltro si occupa, guarda caso, la sua azienda. Questa garanzia è clamorosamente assente. La ripresa richiederebbe un esame tampone generalizzato a tutti i lavoratori, perché non si possono portare in fabbrica i positivi. Ma il numero dei tamponi oggi effettuato, a partire dalla Lombardia, resta irrisorio. Non dipende dalla mancata disponibilità dei tamponi, ma dall'assenza dei laboratori per l'esame dei dati: i laboratori pubblici sono stati tagliati, quelli privati prendono cifre da capogiro e sono comunque insufficienti.

Ancor più complicato è il quadro dei test sierologici, fondamentali per individuare gli immuni. Qui c'è una autentica guerra per bande tra aziende produttrici per accaparrarsi il mercato. In particolare in Lombardia. Da un lato la Diasorin, sponsorizzata dalla regione, che punta all'esclusiva di monopolio. Dall'altro la TecnoGenetcs che ha fatto ricorso al TAR contro la Diasorin. Parallelamente è in corso anche una gara nazionale gestita dall'Istituto Superiore della Sanità, che non si capisce come interagisca con lo scontro in Lombardia. L'unica cosa certa in questa guerra di mercato è che non esiste ad oggi un test sierologico nazionalmente validato e riconosciuto. E questo a pochi giorni dalla “ripartenza”. Solo una immediata nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, un investimento concentrato su laboratori e ricerca pubblica, una massiccia assunzione di nuovi ricercatori e specialisti, risponderebbe alle necessità.


L'ENIGMA DEI TRASPORTI

Non ci sono solo problemi sanitari, ma anche di organizzazione del lavoro, e soprattutto di trasporto sul lavoro. Tutta la stampa borghese è costretta a riconoscere che non può esserci una condizione minima di sicurezza senza una riorganizzazione del trasporto: bus, tram, metropolitane, ferrovie regionali. Tuttavia le aziende di settore, largamente privatizzate, mettono le mani avanti.

ASSTRA, l'associazione nazionale maggiormente rappresentativa delle imprese di trasporto pubblico in Italia, è lapidaria: non sarà possibile incrementare il parco mezzi. La produzione richiederebbe tempi variabili che vanno dai 18 a 36 mesi a seconda della tipologia di mezzi, bus o treni. Peccato che le aziende che producevano mezzi pubblici siano state smantellate nello scorso decennio, a partire da Irisbus.
Si potranno allora, a parità di mezzi, aumentare le corse? No. «Non si potranno aumentare le corse come qualcuno ipotizza, perché mancano i mezzi, il personale e la capacità delle reti» dichiara al Corriere Andrea Gibelli, presidente di ASSTRA. Il distanziamento di sicurezza di un metro non sarà dunque possibile. Peraltro, ci informa Gibelli, «non sarebbe economicamente sostenibile». Il che taglia la testa al toro, dal punto di vista confindustriale. Dunque al lavoro con l'auto privata, in un nuovo vortice di inquinamento urbano? Alla faccia della salute.


TUTTI CERCANO DI PARARSI IL CULO

Non a caso in questa babele ogni attore in scena cerca di pararsi il culo scaricando sugli altri le proprie responsabilità. Il governo nazionale scarica le responsabilità delle scelte sui comitati di esperti, peraltro internamente divisi. Gli industriali cercano la copertura delle burocrazie sindacali per disincentivare sia gli scioperi che le cause giudiziarie. I governi regionali dicono che comanda il governo nazionale, e viceversa. In realtà tutti sanno che la ripartenza oggi è un'avventura, e nessuno vuole intestarsi la scelta senza chiamate di correo. L'unico punto di accordo generale è che gli operai devono tornare il fabbrica, mentre le scuole restano chiuse per tutelare gli studenti. Inutile cercare la logica, perché è solo quella del capitale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Luoghi di lavoro o di contagio?

Cosa ci dice lo sciopero di Pomigliano

12 Marzo 2020
La vera notizia delle ultime misure del governo non è il fatto che chiudono i bar e i ristoranti, ma che restano aperte le fabbriche, la logistica, i trasporti, le banche, oltre naturalmente ai servizi alimentari e sanitari. Dopo tante chiacchiere sulla fine della classe operaia, emerge una verità incontestabile: la produzione e circolazione delle merci resta la base materiale della società, quella di cui non si può fare a meno. L'unico piccolo dettaglio è che proprietà e controllo del lavoro restano nelle mani dei padroni. E lo si vede anche ai tempi del coronovirus.


LA CONFINDUSTRIA VUOLE MANO LIBERA

La Confindustria ha ottenuto dal governo mano libera nella gestione del lavoro. Le “raccomandazioni” sull'igiene nelle fabbriche non contano nulla. Conta il cosiddetto principio di autodeterminazione, già sancito, guarda caso, da un accordo interno a Confindustria lombarda e oggi esteso a livello nazionale. Quello per cui in buona sostanza è il padrone che decide, fabbrica per fabbrica, cosa tenere aperto e cosa chiudere, e soprattutto quali sono le condizioni del lavoro. Questo principio è inaccettabile e va respinto. Sono i lavoratori e le lavoratrici che producono le merci, che le trasportano, che le distribuiscono. Devono poterlo fare in sicurezza. E la sicurezza non può essere affidata ai capitalisti, dev'essere sotto il controllo dei lavoratori.

Il diario della crisi è eloquente. Nella manifattura, nella logistica, nei trasporti, ovunque. Gli stessi padroni che ostentano gesti umanitari di beneficenza sono quelli che calpestano la sicurezza di chi lavora.

Padroni che rifiutano di fornire le mascherine protettive “perché l'OMS ha detto che non servono”. Che raccolgono a sera le mascherine dei dipendenti per rifilarle il giorno dopo. Che rifiutano di sanificare le postazioni di lavoro. Che mantengono la produzione di reparto dopo casi accertati di positività, ignorando la richiesta di estendere accertamento medico. Che inviano i dipendenti a consegnare pacchi anche a persone in quarantena senza strumenti di protezione. Che privano di protezione macchinisti e ferrovieri. Che non dispongono i distanziamenti in mensa, o che semplicemente non assicurano il servizio mensa perché “alle 18 la ristorazione chiude” e ai dipendenti si dice "arrangiatevi"...

Da tutta Italia centinaia di testimonianze raccontano di angherie e soprusi dei padroni, fregandosene delle stesse “raccomandazioni” del governo. Perché il vero governo sono loro, in situazione normale e in emergenza.


MA SI SCIOPERA ANCHE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Ma non sempre i lavoratori subiscono. In molti luoghi di lavoro iniziano a reagire. In diversi magazzini della logistica in Lombardia e in Emilia, nei porti di Genova e di Napoli, negli stabilimenti Whirlpool... Ovunque la rivendicazione è una sola: pretendiamo sicurezza. È il terreno su cui tutti i sindacati di massa e di classe dovrebbero unire la propria azione per unificare un fronte di lotta su scala generale, senza alcuna subordinazione ai padroni e al governo. Altro che comunicati congiunti tra sindacati e Confindustria, o il timido sussurro di qualche distinguo! È il momento di rivendicare un controllo sindacale indipendente sulle condizioni del lavoro. Anche perché la sicurezza sul lavoro è decisiva nella guerra contro il virus.

Certo, la situazione è difficile in questo scenario cupo di emergenza, ma vi sono episodi che gettano un fascio di luce. In particolare ne sottolineiamo uno.
In FCA di Pomigliano martedì scorso gli operai hanno fatto sciopero spontaneamente contro l'assenza delle mascherine, costringendo la FIOM a coprire lo sciopero. È avvenuto non in una fabbrica qualunque, ma nel regno della ex FIAT, dove la voce del padrone è formalmente legge dal 2010. Dove ricatto, intimidazione, reparti confino sono pane quotidiano. E deve esservi stata sorpresa e spavento ai piani alti se il giorno dopo, la direzione FCA annuncia di voler mettere in regola le condizioni sanitarie delle proprie aziende sospendendo la produzione. L'allargamento dello sciopero è in fondo l'unico contagio che li preoccupa.


IL SEME E IL GERMOGLIO

Certo, è un episodio piccolo, sullo sfondo di un clima generale di paura e dopo una lunga stagione di passività. Ma è un episodio significativo.
Ci dice che che sotto la coltre di una lunga gelata il braciere della ribellione non è mai spento. E le stagioni passano, anche quando sembrano interminabili.
All'inizio le guerre sono sempre subite, con un carico di sofferenze, umiliazioni, paura. Ma la paura prima o poi svanisce, e può risolversi in ribellione. E la ribellione si vendica delle umiliazioni subite. Non a caso i dopoguerra sono spesso rivoluzionari.

Naturalmente l'emergenza straordinaria del coronavirus è ben diversa da una guerra vera. Ma così è vissuta da milioni di lavoratori e lavoratrici in un'esperienza drammatica e nuova. E quando finirà – magari dopo un lungo tunnel – non tutto tornerà necessariamente come prima.
Ciò che si semina oggi può germogliare domani. Questo è il lavoro dei rivoluzionari.
Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI DIFFONDIAMO:CORRISPONDENZA DA PARIGI

Volentieri diffondiamo il report informativo reperibile sul sito
http://www.sindacatosgb.it/it/internazionale
a cura della compagna Marta Positò

Un report informativo sulla mobilitazione sindacale in Francia , fatto da una nostra compagna sul luogo, Marta.
Siamo vicino ai lavoratori francesi e ci auguriamo che lo sciopero si generalizzi sempre più, fino alla vittoria


Sciopero generale 5 dicembre in Francia : on lache rien, on continue!
Il 5 dicembre in Francia, secondo la CGT, 1,5 milioni di persone hanno riempito le strade di varie città in occasione dello sciopero generale proclamato da tutte le sigle sindacali riunite in un fronte intersindacale(CGT, Solidaires, FO, FSU a cui si sono aggiunti anche la CFE-CGC e la CFDT), di cui 250,000 a Parigi.
L’opposizione alla riforma del sistema pensionistico annunciata dal governo Macron da qualche mese unito in un solo fronte un enorme quantità di settori, oltre ai ferrovieri (SNCF) e ai lavoratori dei trasporti (RATP) direttamente sotto attacco: gli insegnanti di ogni ordine e grado, i lavoratori della sanità, del sociale, i pompieri, i lavoratori dell’ elettricità (EDF) e del gas (IEG), raffinerie, gli studenti… Un fronte unico di lotta all’insegna dello sciopero ad oltranza, come emerso dalle assemblee nazionali dei lavoratori dell’SNCF e della RATP: la giornata del 5 non è stata che una tappa, è stata votata la continuazione dello sciopero il 6 e fino a lunedì 10, quando nuove manifestazioni si svolgeranno in più città, all’iniziativa della CGT,FO,Solidaires e FSU, secondo quando deciso dalle AG (assémblées générales) di settore nazionalmente.
La parola d’ordine di continuare fino al ritiro del progetto di legge di riforma delle pensioni, riporta all’ atmosfera dello sciopero generale di dicembre 1995 che costrinse il governo a ritirare la riforma e l’enorme partecipazione al 5 supera probabilmente quella della prima manifestazione contro la loi Travail del 2016. Quello che è certo è i numeri delle piazze del 5 dicembre superano di gran lunga quelli delle prime cinque manifestazioni della protesta contro la precedente riforma del sistema pensionistico e previdenziale del 2010.
La riforma delle pensioni è una delle punte di diamante del governo Macron. Dietro l’annuncio demagogico di un sistema pensionistico ‘’universale’’, con gli ‘’stessi diritti per tutti’’, si nasconde il vero obiettivo del governo: cercare di dividere il mondo del lavoro in generale, rafforzando il corporativismo, cercando di ostacolare le mobilitazioni e le iniziative di fronte unico. Dietro questa retorica, si nasconde anche la volontà di assestare un duro colpo ad alcuni delle categorie più combattive, ovvero i ferrovieri della SNCF resisi protagonisti dello sciopero storico nel 2018 e i lavoratori dei trasporti, che già il 13 settembre avevano lanciato una giornata di sciopero molto seguita sempre contro la riforma in questione, considerabile un po’ come la piattaforma di lancio dello sciopero del 5 dicembre. Ne erano scaturite altre giornate di sciopero il 21 e il 24 settembre.
Infatti, i ferrovieri e i lavoratori dei trasporti beneficiano di due degli undici regimi pensionistici speciali (i lavoratori del minerario, notarile, culto, bancari Banque de France, ex dipendenti della Société d’exploitation industrielle des tabacs et des allumettes (Seita), operai degli stabilimenti industriali dello Stato (FSPOEIE) o i lavoratori del regime temporaneo dell’insegnamento privato (Retrep)…), senza contare i dipendenti pubblici, enti locali, ospedalieri, indipendenti o agricoli.
Dal 2010 infatti, l’età pensionistica è stata aumentata in generale da 60 anni a 62 anni, fatti salvi alcuni settori, per l’appunto per cui, dove l’età media di pensionamento è di 55,7 anni alla RATP, di 56,9 anni alla SNCF e di 57,7 anni all’ EDF e IEG, rispetto ai 61,3 nel pubblico e 63 anni del settore generale.
Quindi sia la destra (LREM) che il governo hanno cominciato una crociata contro questi lavoratori sostenendo che si tratti di privilegiati, che non solo andrebbero in pensione prima degli altri, ma avrebbero anche una pensione più elevata. In realtà tutto dipende dalle ritenute effettivamente versate e anche dal fatto che, data la natura usurante delle condizioni di questi settori, i lavoratori vanno in pensione prima e senza aver maturato il massimo dei contributi, cosa che in che in media, comporta uno scarto di circa 900 euro in media rispetto ai pensionati sotto il sistema generale ( 2160 euro rispetto a 1260 euro in media, secondo i dati ministeriali del 2019). Senza dimenticare che si parla di categorie che fanno notturno, week-end, turni molto lunghi e in ambienti non necessariamente salubri.
A questo proposito recentemente, da ultimo il 21 ottobre 2019, i lavoratori della SNCF hanno esercitato il diritto di recesso, ovvero la cessazione delle mansioni in presenza di un contesto lavorativo non sicuro, di un pericolo ‘’grave e imminente’’, per tre giorni, a seguito di un incidente, ovvero la collisione di un regionale veloce TER sulla linea Reims-Charleville con un convoglio merci eccezionale che era restato bloccato di traverso su un passaggio a livello. L’incidente aveva provocato 11 feriti non gravi su 70 passeggeri. Il macchinista si era trovato ad occuparsi dei passeggeri e, allo stesso tempo, ad attivare un dispositivo a 1,5 km da dove si trovava per dare l’allerta agli altri treni.

Contro l’azione demagogica e di attacco del governo, contro l’intento di innescare divisioni corporativiste e mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, un fronte unico delle sigle sindacali ha lanciato l’appello al 5 dicembre.
Nel frattempo, precedentemente e nei prossimi giorni, ci sono state iniziative di costruzione e raggruppamento per rafforzare la risposta intercategoriale all’avanzata distruttiva del governo: la promozione di un’assemblea generale intercategoriale (AG interprofessionnelle Front de Lutte) ha cercato di riunire vari settori, soprattutto a Parigi e nel 92° dipartimento. Delegati, rappresentanti sindacali, lavoratori di vari settori, come i postini e le postine di Sud Poste 92, e studenti si sono riuniti in un quadro di rilancio e costruzione del 5 dicembre e oltre, al di là delle rispettive direzioni sindacali. Al fine di rafforzare i legami intercategoriali ed elaborare una piattaforma rivendicativa condivisa e solidale fra le varie categorie con la parola d’ordine dello sciopero generale ad oltranza. Dopo la manifestazione, l’ AG Interpro et des fronts de lutte ha visto la partecipazione di almeno 700 persone.
Dal 5 dicembre, i lavoratori della SNCF e della RATP (il 70%) sono determinati a continuare a scioperare: il ‘’giovedì nero’’ dei mezzi secondo i media, continua con la maggior parte dei treni annullati e su Parigi due linee di metro funzionanti su 14 (perché automatiche) e RER ferme o pressoché inesistenti, con intere stazioni chiuse, molti autobus sospesi. Senza contare anche cinque raffinerie, istituti scolastici e altri settori.
Il momento è cruciale: il 7 dicembre ci saranno almeno due manifestazioni a Parigi (una all’iniziativa della CGT contro la precarietà e una chiamata dai gilets gialli, che hanno sostenuto e partecipato allo sciopero del 5 dicembre).
La portata durissima della riforma, unita alle riforme peggiorative che toccano varie categorie, come la scuola, ha dato vita ad una manifestazione unitaria, enorme e molto importante. I prossimi giorni saranno decisivi nel coinvolgimento attivo delle varie categorie, degli studenti: nella messa in pratica di una dinamica collettiva di sciopero ad oltranza come proclamato dalle AG dei lavoratori SNCF, RATP, dal fronte sindacale unitario e dagli attori che portano avanti un’azione di fronte unico di lotta intercategoriale, come l’AG Interpro.

No alla privatizzazione del trasporto pubblico!




Sciopero generale dei trasporti

15 Giugno 2017
Testo del volantino per lo sciopero generale dei trasporti di venerdì 16 giugno

(N.b.: riteniamo utile rimandare anche al comunicato del Sindacato Generale di Base tra i promotori dello sciopero: 
https://www.sindacatosgb.it/502-16-giugno-2017-viva-lo-sciopero-generale)


Lo scontro che si è aperto in Italia nel settore dei trasporti è determinato in primo luogo dalla ristrutturazione che il capitalismo italiano deve concludere anche in questo settore, come ha già fatto negli altri settori industriali. 


TRASPORTO FERROVIARIO

La ristrutturazione delle ferrovie si inserisce nel più alto progetto di privatizzazione che ha segnato la politica neoliberista, sviluppatasi in Italia dagli anni '80, e presentata come necessaria a superare l'inefficienza dello Stato nella erogazione dei servizi. La realtà è però diversa: è sotto gli occhi di tutti come la ristrutturazione sia stata fatta pagare, oltre che ai ferrovieri, con un peggioramento della loro condizione di lavoro, anche agli utenti che usufruiscono del trasporto ferroviario.

TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

La manovra licenziata alla fine di aprile dal governo dedica alcuni articoli al TPL, che in particolar modo viene determinata con una riduzione fino al 20% dei trasferimenti finanziari da parte dello Stato rispetto a quanto percepito l’anno precedente.

Ci sarà una ulteriore riduzione del 15% della quota regionale, qualora le regioni non affidino il servizio tramite bando di gara, ponendo in essere di fatto un incentivo alla privatizzazione del trasporto pubblico.

Tali ultimi provvedimenti sono in perfetta continuità con la politica dei tagli ai finanziamenti del trasporto pubblico messa in atto negli ultimi vent'anni, causa principale delle condizioni disastrose in cui versa il settore, che hanno prodotto un significativo peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e del servizio offerto agli utenti e l’aumento delle tariffe, e che hanno portato le aziende di trasporto, dove il tema manutentivo è notizia quotidiana, sull’orlo del fallimento, scaricando i costi e gli effetti di scelte sbagliate determinate dall’inseguimento dei profitti sulla pelle dei lavoratori, degli utenti e di tutta la collettività.

Il continuo smantellamento della competenza del pubblico sulla gestione dei trasporti come nelle ferrovie, nel TPL, con la scellerata deregulation negli aeroporti, dei vettori aerei come Alitalia, ha portato inevitabilmente alla diminuzione dei servizi offerti all’utenza e allo scadimento della qualità di quelli esistenti, con il conseguente aumento delle tariffe e all’espulsione dei lavoratori dai posti di lavoro.

TRASPORTO AEREO

Nuovo capitolo della vicenda Alitalia. Ennesima operazione di ristrutturazione aziendale sulla pelle di chi lavora. Ulteriore regalia di soldi pubblici ai capitalisti. Nel 2008, a seguito di un durissimo scontro sindacale, governo Berlusconi e burocrazie sindacali imposero la privatizzazione della compagnia di bandiera, quale premessa del futuro rilancio. I fatti hanno dimostrato il contrario. Da qui il nuovo intervento del governo Renzi e poi di Gentiloni per l'ennesimo salvataggio di Alitalia e il varo del nuovo piano di lacrime e sangue contro i lavoratori: tagli di salari, di diritti e diminuzione di organici. Questi i termini dell’ennesimo accordo al ribasso di CGIL-CISL-UIL e UGL col governo ed il fallimentare management della società, accordo sottoposto a referendum e bocciato a larghissima maggioranza dai lavoratori.

Una volta di più si conferma che la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell'azienda Alitalia e la ripubblicizzazione di tutti i servizi di trasporto è l'unica via per salvaguardare i lavoratori (e gli utenti) dagli effetti del barbaro mercato capitalistico, riorganizzando alla radice il trasporto aereo e tutti i servizi dei trasporti in generale come trasporto pubblico al servizio esclusivo della collettività, secondo un piano razionale.

Per queste ragioni il Partito Comunista dei Lavoratori è al fianco dei lavoratori, delle lavoratrici e delle organizzazioni sindacali che hanno promosso lo sciopero generale dei trasporti.
Partito Comunista dei Lavoratori