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Dichiarazione della LIS. Il popolo cubano ha bisogno di noi

  Campagna di solidarietà e raccolta fondi per il popolo cubano Per Trump e i suoi compari, Cuba rappresenta molto più di una semplice oppor...

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Abbattere il capitalismo! Socialism for future!

 


Dichiarazione di emergenza ambientale nazionale, subito!

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del 27 marzo

Le condizioni dell’ambiente naturale stanno peggiorando. La crescita di eventi climatici estremi, crisi sanitarie e grandi migrazioni forzate, sono la conseguenza di una economia basata sul profitto, che ignora i bisogni sociali e distrugge la natura. La competizione fra grandi potenze e borghesie nazionali causa guerre e caos globale, aggiungendo altre catastrofi ad un sistema già distruttivo in tempi di pace.

Questo sistema si chiama capitalismo. Un sistema industriale inefficiente che, per moltiplicare i profitti di pochi, saccheggia il pianeta di una quantità sempre maggiore di materie prime, sbanca territori e brucia foreste, per produrre sempre più merci e rifiuti: così, all’infinito. Una follia, che dev’essere fermata con ogni mezzo possibile!

Il new-green-deal europeo, già di per sé inapplicabile, in quanto inserito nella logica del profitto, è crollato di fronte ai più appetitosi investimenti nell’industria bellica dei vampiri guerrafondai. Così come è fallita l’ultima conferenza ONU sul clima (COP29), sabotata dalle grandi potenze, Stati Uniti in testa.

Le vittorie elettorali delle destre, che negano la crisi ambientale, dimostrano che la riforma ecologica del capitalismo è una illusione. Ed è proprio questa illusione la causa della debolezza dei movimenti ambientalisti e della sinistra: il capitalismo non può essere riformato, va distrutto dalle fondamenta. La sorte del pianeta non può dipendere dagli interessi di pochi miliardari. I capitalisti, la borghesia, sono parassiti, che nascondono l’ignoranza con la potenza della tecnologia. Sono buoni soltanto a distruggere!

Che fare per resistere e contrattaccare? Rifiutare le compatibilità stabilite dalla classe dominante, che vuole conservare lo stato di cose presenti e i profitti derivati dalla distruzione dell’ambiente e dallo sfruttamento dei lavoratori. La produzione dei beni deve essere pianificata, secondo i bisogni sociali e i limiti ambientali. La classe proprietaria concentra ricchezza, potere e strumenti di coercizione, ma è la minoranza. La classe che vive del proprio lavoro o che da esso è esclusa è la grande maggioranza della società. Per questo è possibile rovesciare l’ordine esistente: unitevi al PCL e vedrete che il capitalismo è un colosso con le fondamenta di argilla.

Il nostro programma in sei punti

  • Dichiarazione immediata dell’emergenza nazionale socio-ambientale.
  • Per la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, di tutte le aziende che inquinano o licenziano. Ciò include la riqualificazione professionale di tutti i lavoratori delle industrie interessate con garanzia di continuità salariale e il livello dei diritti lavorativi precedenti.
  • Divieto dell’industria pubblicitaria capitalistica che incoraggia il consumo artificiale, confonde e inganna la popolazione. Democratizzazione generale dei mass media, basata sulla proprietà statale con controllo sociale.
  • Per un piano nazionale di riassetto idrogeologico del territorio. Per l’abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Apertura di tutte le frontiere ai flussi migratori climatici.
  • Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può imporre tali misure di svolta, il resto sono solo illusioni!

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione sulla crisi afghano-pakistana


 In un comunicato stampa congiunto della Campagna per la Difesa dei Sindacati del Pakistan (PTUDC), dal Fronte Studentesco Rivoluzionario (RSF), dalla Federazione Nazionale degli Studenti del Jammu Kashmir (JKNSF) e dal Fronte Popolare Rivoluzionario (PRF), è stato affermato che l’escalation della disputa pakistano-afghana verso una guerra aperta sulla questione del terrorismo transfrontaliero costituisce a tutti gli effetti una tragedia. Ancora una volta saranno le masse povere su entrambi i lati della Linea Durand (1) – in particolare le popolazioni pashtun – a sopportare il peso di questo conflitto. Questa situazione non è maturata dall’oggi al domani: essa è piuttosto il risultato di politiche decennali perseguite dall’imperialismo statunitense, dalle monarchie del Golfo e dagli Stati regionali, incluso il Pakistan, politiche che hanno portato a questo punto critico.

Dall’inizio della “Jihad del dollaro” (2) per schiacciare la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (3) perseguendo la cosiddetta politica di “profondità strategica” (da parte dello stato pakistano), questi gruppi fondamentalisti armati (operanti in varie forme e sotto nomi diversi, incluse diverse fazioni dei talebani e dell’ISIS) sono stati patrocinati e utilizzati per procura da parte degli imperialisti. A tal proposito, è stata istituita una vasta rete di migliaia di madrasse (seminari religiosi) per il reclutamento e il finanziamento. Sono stati facilitati i cosiddetti gruppi fondamentalisti, politici o missionari “pacifici”, e con la collaborazione della CIA fu avviata l’impresa criminale di produzione e contrabbando di droga. Disoccupazione diffusa, povertà, alienazione di milioni di giovani, insieme all’offensiva di retoriche e di ideologie reazionarie, attraverso l’uso di istituzioni educative e media, crearono un ambiente favorevole a questo progetto imperialista. Questi sono i fatti storici amari che sono stati costantemente nascosti. Oggi, tuttavia, rappresentanti chiave degli USA e del Pakistan — inclusi coloro che hanno celebrato la ripresa del potere dei talebani a Kabul nell’agosto 2021 — sono ora costretti a riconoscerli.

Col tempo, tuttavia, tutto questo processo ha acquisito una logica relativamente autonoma. Questi gruppi jihadisti sono cresciuti non solo in numero ma anche in capacità militare e forza finanziaria, sfuggendo gradualmente al controllo dei loro ex patrocinatori. Con il coinvolgimento di nuove potenze imperialiste e subimperialiste, come Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, questa nuova era del “Grande gioco” è diventata ancora più complessa. Dopo due decenni di spargimenti di sangue in Afghanistan, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati sono fuggiti da un giorno all’altro, lasciando dietro di sé grandi quantità di sistemi d’arma tra i più avanzati. Questo ha incoraggiato non solo i talebani ma anche altri gruppi fondamentalisti, concedendo loro maggiore autonomia e un ambiente operativo più favorevole. Dopo aver conquistato Kabul, i talebani hanno scatenato una brutale repressione contro il popolo afghano – in particolare le donne – e sono determinati a riportare l’Afghanistan all’età della pietra. Nel frattempo, gli attacchi terroristici in Pakistan da parte di gruppi affiliati come il TTP (i talebani pakistani, per lo più operanti dall’Afghanistan) si sono moltiplicati. In questi attacchi, non solo poliziotti e personale di sicurezza (la maggior parte dei quali proviene da famiglie operaie povere) ma anche civili comuni vengono uccisi in gran numero.

Non solo l’esperienza dell’ultimo decennio e mezzo, ma anche una comprensione appena sommaria della mentalità, dei metodi e delle fondamenta economiche di questi gruppi terroristici, rende chiaro che qualsiasi negoziazione o riconciliazione con loro è impossibile. L’insistenza sulle “negoziazioni” – fino a tempi recenti – da parte di alcune fazioni all’interno dello Stato e di forze filofondamentaliste, come Jamaat-e-Islami e Imran Khan, equivaleva a facilitare e incoraggiare questi gruppi. La confusione è stata diffusa deliberatamente nel nome dei colloqui e, insieme alla politica della distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi’, ha giocato un ruolo nel portare la situazione a questo punto. Come esito di queste esitazioni, ambiguità, e dell’approccio di limare parzialmente piuttosto che eliminare alla radice il problema, le operazioni militari non hanno prodotto risultati significativi, nonostante le pesanti perdite umane e materiali tra le popolazioni tribali e le forze di sicurezza. Anzi, la situazione è peggiorata. Tuttavia, contrariamente al pensiero ufficiale e alle illusioni liberali, vogliamo chiarire che questa questione non può essere risolta con mezzi puramente militari. Finché non si intraprenderà una massiccia lotta politica, sociale, economica e culturale – sostenuta dalle ampie masse della regione – non solo contro tali fanatici religiosi armati ma contro ogni forma di fondamentalismo, non sarà possibile una pace e una stabilità durature.

A questo proposito, chiediamo:

– L’abbandono della dottrina della “profondità strategica” e delle relative politiche di distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi”, dei gruppi agenti per procura o i cosiddetti “asset”.

– Fine del sostegno e di indirette agevolazioni a tali gruppi “jihadisti” non solo lungo il confine occidentale ma anche in Kashmir e in altre parti del paese e dei territori amministrati. Le loro reti di finanziamento – le cosiddette donazioni e associazioni benefiche, attività commerciali legali e illegali, rapimenti a scopo di estorsione, traffico di droga, omicidi su commissione – devono essere smantellate.

– Nelle aree colpite dal terrorismo, amministrazione locale, polizia e difesa devono essere organizzate tramite panchayat/jirga (sostanzialmente forme locali di consigli popolari) elette su base territoriale. Comitati armati di difesa sotto il controllo e la partecipazione di studenti, lavoratori e delle più ampie fasce popolari sono l’unico mezzo per affrontare e sconfiggere elementi perturbatori, fascisti e terroristici.

– La trasparenza nelle indagini sugli attentati transfrontalieri e sulle operazioni antiterrorismo interne deve essere garantita attraverso il coinvolgimento di rappresentanti popolari di base (e, quando necessario, di altre persone non colluse e affidabili). Le azioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate devono cessare, e coloro che sono coinvolti nel terrorismo devono essere perseguiti attraverso i tribunali regolari. Rimuovere ritardi e ostacoli procedurali è responsabilità dello Stato.

– Siamo convinti che i talebani non abbiano nulla a che fare con la sicurezza e la sovranità dell’Afghanistan. Sono una forza fanatica, fascisteggiante e occupante, imposta al popolo afghano dall’imperialismo, e rappresentano la più grande minaccia all’integrità dell’Afghanistan. È quindi dovere di lavoratori, studenti e attivisti politici progressisti in tutto il Pakistan, incluso il Punjab, offrire solidarietà e sostegno politico alla lotta del popolo afghano contro questo mostro.

– Decine di migliaia di madrasse in tutto il paese sono diventate delle fabbriche di fondamentalismo, dove bambini indigenti provenienti da contesti poveri sono sottoposti alle peggiori forme di abuso e usati come materia prima per il terrorismo. Questa è una gigantesca tragedia umana che nasce sia dalle agevolazioni di Stato sia dall’abdicazione di responsabilità. Fintanto che queste istituzioni non sono nazionalizzate e integrate in un sistema educativo moderno, il fondamentalismo e la violenza ad esso associata non possono essere sradicati.

– Le condizioni sociali oggettive che sostengono il fanatismo religioso e il terrorismo – povertà, disoccupazione, disperazione e alienazione – devono essere affrontate. Ogni forma di capitalismo in Pakistan, incluso il modello neoliberista, ha fallito, portando a inflazione, difficoltà economiche e un accesso sempre più ristretto a un impiego dignitoso, all’istruzione e alla sanità. Queste condizioni spingono molti giovani verso droghe, criminalità, o tendenze fondamentaliste al fine di un sostegno sociale ed economico. Chiediamo l’abbandono delle politiche imperialiste neoliberiste basate su privatizzazioni, austerità, trappole del debito pubblico e leggi antioperaie. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di istruzione, sanità, abitazione e occupazione, come diritti umani fondamentali attraverso una pianificazione economica concreta.

– Tutte le organizzazioni politiche e non politiche, istituzioni e congregazioni, che promuovono direttamente o indirettamente l’estremismo religioso, il fanatismo e la violenza – e che spesso fungono da nido per gruppi terroristici armati – devono perdere il sostegno pubblico. I loro beni devono essere confiscati dallo Stato e i loro canali televisivi e i giornali correlati devono essere interdetti.

– Il materiale reazionario, dogmatico e non scientifico, va rimosso dai programmi educativi e dal sistema educativo, che deve essere allineato ai requisiti contemporanei.

– Invece di spendere enormi risorse in guerre e in operazioni militari, deve essere avviato un piano di sviluppo d’emergenza da cinque a dieci anni per le aree tribali (precedentemente FATA) (4) sotto la supervisione e il controllo di rappresentanti eletti localmente. Queste aree devono essere dotate di adeguati sistemi di approvvigionamento idrico e di drenaggio, ospedali e istituzioni educative moderne (incluse università), industrie e istituti di servizi adatti alle risorse e alle esigenze locali (dando priorità all’occupazione locale), trasporti pubblici accessibili e dignitosi e unità abitative. Coloro che si occupano della coltivazione e del commercio di droga devono essere forniti di mezzi di sussistenza alternativi. I piccoli agricoltori e le piccole imprese devono ricevere prestiti facilitati e senza interessi.

– L’interdizione dei sindacati studenteschi imposta durante la oscura dittatura di Zia-ul-Haq non solo ha facilitato le tendenze fondamentaliste, ma ha permesso anche la fioritura di tendenze fasciste e del culto della personalità, come quelle associate al PTI (5). La repressione dell’attività politica e della sindacalizzazione nelle istituzioni educative hanno gravemente danneggiato la coscienza degli studenti e portato a crisi ideologiche e culturali. Pertanto, il divieto dei sindacati studenteschi deve essere revocato nella pratica – e non solo retoricamente – per promuovere processi politici sani, valori democratici e dibattiti intellettuali.

– L’attuale clima di guerra e di operazioni militari ha alimentato pregiudizi linguistici reciproci e odio nazionale. Questo è profondamente preoccupante e deplorevole. L’ostilità reciproca tra gli oppressi avvantaggia sempre le classi sfruttatrici e dominanti, sia lo Stato pakistano che i talebani afghani. Nelle condizioni attuali, alcuni circoli nazionalisti e liberali pashtun, insieme a elementi reazionari come il PTI, sostengono i talebani solo per ostilità verso lo Stato pakistano o sulla base di uno sciovinismo nazionale. Questa è una posizione antipopolare, reazionaria e opportunistica. D’altra parte, non mancano i sciovinisti punjabi/pakistani che spargono veleno contro afghani o pashtun, una posizione altrettanto tossica e condannabile. Queste tendenze apparentemente opposte sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, che si rafforzano e si completano a vicenda. Ogni individuo cosciente deve opporsi a queste tendenze e combattere non gli oppressi di un’altra nazione ma il vero nemico in casa propria.

– Rifiutiamo tutte le forme di pregiudizio etnico, odio e ostilità nazionalista o statale tra i popoli di Afghanistan e Pakistan. Vogliamo anche chiarire che, nel caso in cui il regime talebano dovesse ipoteticamente cadere a seguito di un attacco esterno del Pakistan o di qualsiasi altra potenza, esso non sarebbe automaticamente sostituito da un governo sano, democratico e favorevole alle masse popolari. Come abbiamo già visto sotto la forma di un governo fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti, tali risultati non portano a un cambiamento reale. La crisi è diventata così grave che non può essere curata senza un intervento chirurgico rivoluzionario. Solo attraverso la solidarietà di classe tra gli oppressi e gli sfruttati di tutte le nazioni, e la lotta contro il sistema capitalista imperialista che genera guerre, terrorismo, povertà e fame, si può garantire una pace duratura, uno sviluppo e una prosperità di vasta portata.

Asian Marxist Review (The Struggle, LIS Pakistan)

Note del traduttore

(1) Linea Durand. Tipica creatura imperialistica, la “Linea” è nata da un accordo del 1893 tra l’emiro afghano Abdur Rahman e il diplomatico inglese Mortimer Durand (dopo i vani sforzi militari della Gran Bretagna di occupare il paese). È il confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan. Oggetto di contesa annosa tra i due Stati a partire dagli anni ’30 del XX secolo. Subì varie ratifiche con i trattati del 1905, 1919 e 1921. Il Pakistan sostiene di aver acquisito la piena sovranità sulle aree e sul popolo a est della Linea Durand in quanto Stato successore dell’India britannica. La locale presenza militare USA svolge un ruolo di mediazione tra i governi di Islamabad e quello talebano sulle spalle dell’autodeterminazione del Pashtunistan.

(2) “Jihad del dollaro”, ovvero i massicci finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Arabia Saudita, e transitati operativamente tramite i servizi di intelligence pakistani, per sostenere l’azione armata dei mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica e l’allora governo di Kabul del PDPA tra il 1979 e il 1992. I fondi hanno sostenuto la crescita delle madrasse nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, che sono diventate centri chiave di reclutamento e anche oggi svolgono un ruolo nell’attività terroristica islamista.

(3) La Rivoluzione di Saur (Rivoluzione d’aprile) è il colpo di stato avvenuto in Afghanistan il 27-28 aprile 1978 che ha portato al potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA).

(4) FATA, Federally Administered Tribal Areas. Aree tribali di amministrazione federale. Comprese tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-Occidentale, riguardavano essenzialmente il territorio della popolazione pashtun. Le FATA sono state soppresse con l’emendamento alla Costituzione pakistana del 31 maggio 2018.

(5) PTI, Pakistan Tehreek-e-Insaf, Movimento per la Giustizia del Pakistan. Partito fondato nel 1996 dal miliardario filantropo Imran Kahn, già primo ministro tra l’agosto 2018 e l’aprile 2022 e arrestato in una vicenda legata a fondi ricevuti dagli Emirati Arabi Uniti. Il partito è radicato particolarmente nel Punjab, di cui Kahn fu anche governatore, ed è tra i principali attori politici del paese. Formazione borghese di orientamento islamista e populista, alle ultime elezioni per l’Assemblea Nazionale del febbraio 2024 si è confermato il primo partito.

Dichiarazione della LIS. Il popolo cubano ha bisogno di noi

 


Campagna di solidarietà e raccolta fondi per il popolo cubano

Per Trump e i suoi compari, Cuba rappresenta molto più di una semplice opportunità commerciale per i monopoli che vogliono lucrare da una potenziale restaurazione capitalista. È un simbolo di dignità antimperialista per aver respinto il tentativo di invasione statunitense ed espropriato multinazionali e grandi proprietari terrieri. Sottomettere il suo popolo e riportare l’isola sotto il controllo americano ha lo scopo di lanciare un monito ai popoli dell’America Latina, nell’ambito della loro offensiva globale contro la regione per impadronirsi delle sue risorse comuni e consolidare il loro potere imperiale. Questa strategia è appoggiata dai governi di estrema destra della regione, da Milei a Bukele. L’intensificarsi del blocco, ora con dazi e sanzioni contro chi vende petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente, rappresenta un nuovo colpo volto a sconfiggere per disperazione questo popolo fratello. Il petrolio è una risorsa fondamentale per il funzionamento dell’elettricità, dei trasporti, degli ospedali, delle università, delle scuole, dell’acqua potabile e di tutto ciò che è essenziale per la vita quotidiana. Si tratta di un assedio crudele e disumano e, pertanto, abbiamo il dovere antimperialista elementare di schierarci al fianco del popolo minacciato.

DALLE PAROLE AI FATTI

È innegabile che questa arroganza neocoloniale non operi nel vuoto: al sostegno dell’estreme destre latinoamericane si unisce il ruolo del regime guidato da Díaz-Canel. Le politiche che stanno attuando rafforzano la presenza del capitale privato sull’isola e garantiscono privilegi alla casta burocratica che governa, ciò che contrasta nettamente con la miseria e la mancanza di servizi essenziali di cui soffre la maggior parte della popolazione. A questo si aggiunga la brutale repressione di coloro che sull’isola stessa mettono in discussione questa direzione. Tutto ciò facilita l’offensiva di Trump. Lo stesso si può dire dei cosiddetti governi progressisti della regione, che cedono alle pressioni del loro padrone del nord. Così, né il governo messicano di Sheinbaum né quello brasiliano di Lula garantiscono l’approvvigionamento di petrolio greggio all’isola tramite Pemex e Petrobras, cosa che potrebbero facilmente fare. Dal canto loro, Russia e Cina, al di là di mere dichiarazioni in ambito diplomatico, non hanno adottato nemmeno le misure più elementari per sostenere il Paese sotto attacco. Questi paesi devono abbandonare questa passività e passare a un sostegno materiale concreto, fornendo tutto il necessario per contrastare gli effetti del blocco criminale. Indubbiamente, di fronte a questa situazione, l’urgente soluzione politica risiede nel promuovere la più ampia mobilitazione internazionale antimperialista possibile contro le minacce di Trump e dei suoi accoliti in ogni Paese del mondo.

NESSUN ACCORDO CON TRUMP: VERA DEMOCRAZIA PER RESISTERE

Trump ha ripetutamente insistito sul fatto che fossero in corso negoziati con il governo Díaz-Canel. Inoltre, ha indicato Marco Rubio, il reazionario numero uno, come suo attuale interlocutore con i rappresentanti del Partito Comunista di Cuba. Non crediamo a nulla di ciò che dice l’imperialismo, ma c’è l’umiliante precedente del chavismo in Venezuela, che ha sfacciatamente e vigliaccamente stretto un accordo con Trump. Il governo cubano non deve accettare nulla alle spalle del popolo cubano. Allo stesso tempo, per garantire una risposta forte e organizzata da parte di un popolo con una tradizione antimperialista e rivoluzionaria, deve rilasciare immediatamente i prigionieri politici sull’isola e assicurare le più ampie garanzie di diritti democratici, si mezzi di comunicazione, riunione e organizzazione per i gruppi e gli attivisti del paese che si impegnano nella difesa sovrana di Cuba contro ogni interferenza. Allo stesso modo, si deve porre fine a ogni forma di repressione, controllo e spionaggio, soprattutto contro i giovani che rifiutano l’impero statunitense ma mantengono un’indipendenza critica riguardo alla direzione del processo politico nel paese. In nessun caso si può pretendere di contrastare l’impero opprimendo al contempo il proprio popolo. La prospettiva di una rivoluzione politica antiburocratica è parte integrante della difesa di Cuba contro l’imperialismo e a favore delle conquiste rivoluzionarie ancora esistenti, seppur notevolmente ridotte a causa del blocco criminale e delle politiche restaurazioniste del governo Díaz-Canel.

TRUMP LA STA STRANGOLANDO, NOI LA STIAMO ABBRACCIANDO

In definitiva, c’è un’emergenza umanitaria che richiede la nostra piena solidarietà. La situazione sull’isola è quella di un vero e proprio soffocamento imperialista: blackout, carenza di beni di prima necessità e interruzioni nell’assistenza medica. A Cuba, oltre l’80% delle pompe idrauliche dipende dall’elettricità, e le interruzioni di corrente stanno compromettendo l’accesso all’acqua potabile, ai servizi sanitari e all’igiene. La carenza di carburante sta avendo un impatto sul sistema di razionamento e sul paniere alimentare di base regolamentato, e ha colpito le reti di sicurezza sociale (mense scolastiche, case di maternità e case di riposo), colpendo in modo particolarmente duro i settori più vulnerabili. Non possiamo rimanere indifferenti.

Come Lega Internazionale Socialista, proponiamo di lanciare una Campagna di solidarietà con il popolo di Cuba per raccogliere fondi e inviarli autonomamente come sostegno economico da qualsiasi parte del mondo. Organizziamo sottoscrizioni di solidarietà nelle fabbriche e nelle aziende, negli ospedali, nelle università e nelle scuole. Portiamo avanti diverse iniziative, come le Giornate di solidarietà, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione e raccogliere fondi per raggiungere questo popolo dignitoso che ha resistito con tanta ammirevole tenacia per decenni. Oppure, semplicemente, incanaliamo l’impegno individuale di chi desidera collaborare personalmente. Ogni piccolo contributo è importante.

Di fronte alla politica imperialista di strangolamento, la destra cubana, operando da Miami e attraverso i suoi vasi comunicanti con il settore privato capitalista dell’isola, mira a minare il morale del popolo. Noi della Lega Internazionale Socialista vogliamo essere la voce della sinistra antiburocratica e indipendente, una voce che ripudia il blocco e denuncia Trump, ma che sia anche in prima linea nella concreta solidarietà internazionalista con questo popolo minacciato.

Non c’è spazio per l’indifferenza.

Il popolo cubano ha bisogno di noi.

Il denaro raccolto verrà devoluto a un gruppo di giovani che svolgono attività di volontariato nei quartieri più svantaggiati.

Per contribuire alla campagna, si prega di inviare un’e-mail a info@lis-isl.org

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

Via il governo della reazione!

 


Vertenza generale! Sciopero generale! Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Il governo della postfascista Meloni esce chiaramente sconfitto dal voto referendario

Non si è trattato di un voto tecnico sulla separazione delle carriere ma di un voto politico contro il governo.

Benché sia preoccupante che ancora tanti elettori (tra cui molti lavoratori) sostengano questo governo, la maggioranza si è espressa in modo inequivocabile.

Meloni, prevedendo la possibile sconfitta, si era sperticata ad affermare che non si trattava di un voto politico e che qualunque fosse stato il risultato non si sarebbe dimessa.

Noi dobbiamo dirle un sonoro NO! Il governo se ne deve andare!

E per obbligarlo è necessario da subito che la sinistra politica, sindacale e associativa elabori un piano di lotta basato su una piattaforma unificante, con obiettivi sia economici che politici.

Bisogna rivendicare, in primo luogo, l’abrogazione delle leggi liberticide contro le lotte (decreto sicurezza), un forte recupero salariale di fronte alle drammatiche perdite di questi ultimi anni, una seria riduzione dell’orario a parità di salario, l’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, l’abolizione della legge Fornero, una vera patrimoniale straordinaria sul 10% più ricco per finanziare il raddoppio della spesa sanitaria pubblica. Ma anche l’abbattimento delle spese militari, la rottura con lo Stato coloniale di Israele, il ritiro dai teatri di guerra del Medio Oriente, il diritto di autodeterminazione dei popoli oppressi e della loro resistenza al colonialismo e ad ogni imperialismo. Così come va rivendicato un sistema elettorale interamente proporzionale senza sbarramenti e altri limiti.

Per questo le organizzazioni sindacali devono organizzare una mobilitazione generale. Questo spetta in primo luogo alla CGIL, che raggruppa la maggioranza degli iscritti al sindacato, con l’appoggio senza settarismi dei diversi sindacati di base. Landini deve dimostrare nel concreto se vuole difendere davvero finalmente gli interessi dei lavoratori o tradirli ancora una volta.

Naturalmente la soluzione per sviluppare gli interessi di operai e impiegati, pensionati e studenti, non potrà venire da un nuovo governo di centrosinistra, che come si è visto in quelli degli scorsi decenni, partecipa all’azione contro la classe lavoratrice, a favore di capitalisti e banchieri.

Bisogna creare nella lotta le condizioni per un vero governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato su un programma anticapitalista.

È quello cui si è sempre dedicato il nostro partito e cui ci dedicheremo oggi con rinnovata forza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

English version

“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Addio Fiamma

 


È venuta a mancare la nostra compagna Fiammetta Occhetti. Una compagna che ha attraversato l’intero tragitto della nostra storia politica. Una compagna che ha amato il nostro partito e che il nostro partito ha amato. Come sa chiunque l’abbia conosciuta e frequentata.

Fiamma incrociò la nostra storia politica all’inizio del percorso di Rifondazione. Da elettrice delusa del PCI, come tanti e tante vide nel Partito della Rifondazione Comunista un punto di riferimento: la possibile riscossa da una politica di compromissione, un partito finalmente classista e anticapitalista. Ma Fiamma capì rapidamente che quella aspettativa iniziale si scontrava con un gruppo dirigente di Rifondazione che nei suoi diversi assetti perseguiva una politica istituzionale e governista, profondamente subalterna, tutta interna al quadro della democrazia borghese. Da qui il suo avvicinamento alla corrente trotskista dell’opposizione interna del PRC sin dai primissimi anni ’90. Fiamma fu militante attiva non solo delle nostre battaglie congressuali nel PRC ma anche dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista, ossia dell’organizzazione politica che riconduceva quelle battaglie alla prospettiva di un partito rivoluzionario indipendente. Fiamma svolse un ruolo dirigente nella AMR, nella sua nascita e nel suo sviluppo. A maggior ragione fu militante appassionata del Partito Comunista dei Lavoratori sin dalla sua fondazione.

Fiamma Occhetti portò nelle nostre file il segno di una personalità particolare e ricca. Fiamma aveva lavorato diversi anni all’estero, in particolare in Gran Bretagna. La sua stessa esperienza di vita la portava a una naturale familiarità con un orizzonte politico internazionale e internazionalista. Uno dei fattori che la spinse verso di noi fu l’avversione radicale allo stalinismo e ad ogni sua manifestazione. Nell’ambiente di Rifondazione era tutt’altro che un’avversione scontata. L’idea di una “identità comunista” che abbracciasse indistintamente, come allora si diceva, le diverse famiglie del Novecento esercitava una forte influenza nel senso comune diffuso del corpo militante del partito. E anche in settori che si opponevano al suo gruppo dirigente e si avvicinavano alla nostra corrente. La battaglia per il trotskismo fu allora centrale anche nelle nostre file, contro dubbi e confusioni presenti. Fiamma non solo fu da subito una convinta partigiana della battaglia per il trotskismo ma svolse un ruolo nell’avvicinare ad esso compagni e compagne della sua generazione. Anche per questo fu parte integrante del nostro progetto.

Al di là della sua storia politica, Fiamma fu una grande compagna, di straordinaria semplicità e umanità. I compagni e le compagne della Liguria ricordano ad esempio le sue capacità culinarie in occasione di nostre feste e iniziative. Erano una delle sue forme di relazione umana col partito. Fiamma era tanto netta e intransigente nelle posizioni politiche quanto dolce nelle relazioni interne alla nostra organizzazione. Anche nei momenti difficili, nei passaggi stretti della nostra storia, ha fatto sentire la presenza della sua determinazione. “Ce la faremo anche questa volta, dobbiamo solo continuare a resistere e lottare” ci scrisse alcuni anni or sono. Forza e coraggio furono sempre la sua cifra.

Negli ultimi anni, problemi di salute e di vecchiaia la costrinsero a lasciare la Liguria, dove aveva vissuto e militato a lungo, e a trasferirsi a Milano per avere una maggiore vicinanza dei suoi figli. Ma le rimase dentro l’amore per “il suo mare”, al quale intende donare le proprie ceneri. E anche una profonda concezione materialista della esistenza umana. Quando i medici le dissero che le mancavano ormai due settimane di vita, la sua preoccupazione fu quella di dire ad alcuni di noi, scossi dalla notizia, che non c’era ragione di drammatizzare. “Che problema c’è? Noi siamo materialisti, dunque consapevoli del ciclo naturale della vita”. Anche questo misura la grandezza di Fiamma. Anche questo ce la rende particolarmente vicina.

Addio Fiamma, rimarrai per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Partito Comunista dei Lavoratori