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Referendum giustizia, votiamo NO


 Ci pronunciamo per il no al referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario promossa dal governo Meloni. Ci impegniamo per il successo del no, come altre organizzazioni politiche e

sindacali del movimento operaio. Ma, a differenza loro, lo facciamo partendo da un punto di vista indipendente, classista, anticapitalista, e quindi coerentemente democratico. Senza subordinazioni e genuflessioni alla magistratura borghese e alla retorica costituzionale che le accompagna.

La logicità democratica della separazione è, a nostro avviso, di elementare semplicità e comprensione. In un processo esistono tre parti: accusa, difesa e giudicante. È chiaro che per un processo almeno formalmente equo esse devono essere il più distante possibile.
Del resto così è negli ordinamenti giudiziari della maggioranza degli stati, in particolare quelli di democrazia borghese. In essi infatti la separazione è in vigore.

Le affermazioni secondo cui la separazione metterebbe l’accusa in mano al governo è demagogia. Non solo la subordinazione gerarchica non è prevista nella riforma Nordio, ma, per fare un esempio importante, in uno stato dove esiste non solo la separazione ma anche la subordinazione formale, cioè in Francia, la pubblica accusa ha mandato sotto processo un pezzo da novanta del sistema politico, come l’ex presidente Sarkozy (che poi la parte giudicante ha condannato alla galera, e non a farsi una passeggiata tra gli anziani una volta alla settimana, come è successo a Berlusconi in Italia).

Del resto la separazione delle carriere era storicamente una rivendicazione delle forze di sinistra, su cui si spesero particolarmente giuristi come Piero Calamandrei e il senatore socialista ed ex partigiano Giuliano Vassalli. Fu dall’epoca di Mani pulite, quando la sinistra riformista, invece di denunciare (come fece Marx) la presenza strutturale della corruzione nella politica borghese (e le sue esasperazioni del periodo craxiano), si mise a far da reggicoda alla magistratura e alle sue posizioni di casta, che ciò cambiò.

Ma allora perché la destra ha voluto questa riforma?
C’è certamente un elemento di demagogia liberale. Però non è centrale. Più importante è l’ormai trentennale scontro con la magistratura come istituzione (sui cui passaggi particolari non siamo in generale indifferenti, nella misura in cui colpivano le forze reazionarie). E infine è chiaro che la destra ha il suo interesse a staccare il settore giudicante dall’accusa, a cui il primo ha sempre più teso a subordinarsi.

Ma allora perché noi siamo, come la sinistra una volta, favorevoli alla totale separazione? In primo luogo il discorso sull’influenza dei pubblici ministeri sui giudici vale anche per i militanti della sinistra, non solo quella più radicale. Esempi recenti ci dimostrano la cosa e presumibilmente aumenteranno nel prossimo futuro, anche grazie alla legislazione emergenziale di questo governo. Ma soprattutto, i marxisti rivoluzionari sono i più conseguenti difensori, nell’ambito dello stato borghese, della democrazia, e non ci accodiamo a nessuno, tantomeno ad una delle strutture dello stato, come la
magistratura, che sia pure da un versante “progressista”, difende solo i suoi interessi di casta. Poco importa che anche i criminali siano contro il giustizialismo. Se facessimo il contrario di quello che loro vogliono, si tornerebbe alla pena di morte.

Del resto la sinistra borghese e piccolo-borghese, sacrificando al giustizialismo le concezioni democratiche, non pone richieste di cambiamenti rispetto alle regole che sono addirittura peggiori e più repressive rispetto a quelle di altre nazioni. Per fare solo due esempi. In molti paesi il ricorso in appello è limitato al condannato. In altri è possibile per l’accusa solo se ci sono nuovi elementi di prova. Invece in Italia una persona può essere assolta addirittura per due volte, ma essere condannata per un rinvio in un terzo grado (si veda il famoso caso Garlasco, ovviamente senza entrare nel giudizio sui fatti). Secondo, in tutti gli altri paesi per essere condannati è necessaria una maggioranza significativa tra i giudicanti, 10 su 12 in Inghilterra, 7 su 9 in Francia. In Italia addirittura in caso di parità (3 a 3), se il presidente del collegio giudicante è per la condanna, passa la sua posizione.

Perché allora votiamo e invitiamo a votare no al referendum? Perché noi non isoliamo i singoli aspetti di un problema dal quadro generale della situazione. Da materialisti dialettici, sappiamo che un successo del sì sarebbe un importante risultato di conferma politica generale per questo governo. E che, al contrario, un successo del no lo porrebbe in una situazione di almeno parziale difficoltà.

Poiché siamo i più acerrimi nemici del governo delle destre, e poiché la separazione delle carriere, pur essendo un elemento positivo, non è una questione democratica fondamentale (come per fare alcuni esempi la proporzionalità del voto, senza sbarramenti, né premi di maggioranza, a differenza delle proposte sia delle destre che delle cosiddette “sinistre”), subordiniamo il particolare al generale, che in questo caso è la sconfitta del governo Meloni. Il punto infatti è che il governo agita strumentalmente una bandiera paradossalmente “corretta” per perseguire e mascherare il proprio disegno reazionario. Quello dei pieni poteri nelle mani dell’esecutivo. Perché è indubbio che, al di là del contenuto di merito della riforma, un successo del governo Meloni nel referendum rafforzerebbe enormemente il suo disegno politico generale.

Per questo le ragioni democratiche del no al referendum contro il governo Meloni prevalgono su ogni altra considerazione. E impegnano noi marxisti rivoluzionari nella battaglia referendaria senza riserve, in piena autonomia dalla magistratura borghese e dalla falsa sinistra ad essa subordinata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Non è il nostro Stato, non è il nostro lutto

 


Per una analisi di classe della parabola del berlusconismo, fuori da ogni lettura liberale e giustizialista

Non ci meravigliano i funerali di Stato e il lutto nazionale per Berlusconi. Quello che a noi interessa è un bilancio di verità sulla storia del berlusconismo e delle sue resurrezioni

Il governo a guida postfascista di Giorgia Meloni ha tributato un'autentica celebrazione alla memoria di Berlusconi. Come neppure alla regina Elisabetta. Molte le ragioni di questa scelta politica: un ringraziamento all'uomo che sdoganò la famiglia missina nel lontano 1994; un tributo a Forza Italia quale partito della maggioranza alla vigilia delle elezioni europee; e soprattutto una prenotazione del suo elettorato in (prevedibile) uscita dopo la morte del mitico Cavaliere. In altri termini, un investimento sul proprio futuro.
Questa celebrazione a reti unificate, senza precedenti istituzionali, trova peraltro un riscontro nel senso comune di una parte dell'opinione popolare, in particolare piccolo-borghese. Un capitalista di grande successo nei diversi campi della sua attività è oggetto fisiologico dell'invidia ammirata del piccolo-borghese, una proiezione spesso inconfessata dei suoi sogni e delle sue frustrazioni. Uno dei segreti del fascino berlusconiano.
La morte di Berlusconi ha fatto da stura a questa parte del sentimento pubblico con un carico suggestivo di nostalgia e incantamento.

Più complesso il posizionamento del cosiddetto campo avverso al berlusconismo, sia quello borghese liberale (PD) che quello di matrice giustizialista.
Il primo ha oscillato tra un imbarazzata reverenza istituzionale per i funerali di Stato e i dubbi manifesti sugli “eccessi” del cerimoniale.
Il secondo ha rispolverato il proprio armamentario tradizionale contro la indubbia delinquenza di Berlusconi in fatto di evasione fiscale, di relazioni mafiose, di leggi ad personam, di onnipotenza televisiva, attribuendo il successo dell'uomo alla potenza dei suoi mezzi economici e alla spregiudicatezza impunita del loro utilizzo. Tutti elementi veri, intendiamoci, ma parziali. Perché ciò che rimuovono è l'aspetto essenziale: la dinamica di classe che ha sospinto il fenomeno Berlusconi.

L'ascesa e durata del fenomeno Berlusconi vanno ricondotte alle responsabilità decisive delle forze egemoni dell'antiberlusconismo: le responsabilità del liberalismo borghese progressista (PDS, DS, PD), come in parte di quello giustizialista. Sono loro che hanno spianato la strada prima allo sfondamento politico del Cavaliere negli anni '90, poi alle sue ripetute resurrezioni. Col contributo decisivo, ogni volta, dei gruppi dirigenti della sinistra politica, inclusa quella cosiddetta radicale.

Vediamo allora di ricapitolare questa dinamica.

Il PCI venne sciolto dopo il crollo del Muro di Berlino perché il suo gruppo dirigente, nel nuovo contesto, vide sgombra la via per il proprio ingresso al governo del capitalismo italiano. I governi Amato (1992) e Ciampi (1993) tennero a battesimo il nuovo Partito Democratico della Sinistra (PDS), coinvolgendolo indirettamente nel primo attacco alle pensioni, nel prelievo notturno dai conti correnti, nel patto di concertazione contro i salari, nella distruzione della scala mobile. Ciò che scatenò nel 1992 l'autunno dei bulloni contro una burocrazia sindacale complice della svendita. La sinistra si identificò con l'establishment nel momento stesso in cui il crollo dei vecchi partiti borghesi della prima Repubblica (DC, PSI), trascinato da Tangentopoli, creava un'enorme vuoto di rappresentanza politica. La distruzione del sistema elettorale proporzionale, voluta dal PDS in funzione della propria ambizione di governo, fece il resto.

Certo, Berlusconi si buttò nell'arena politica per tutelare i propri interessi aziendali. Ma poté farlo ed avere successo proprio perché i liberalprogressisti gli avevano spianato la strada, consentendo a un grande capitalista senza scrupoli di presentarsi paradossalmente come "l'uomo nuovo", dentro un sistema elettorale ideale per la sua scalata.
Peraltro vale la pena ricordare ai giustizialisti che Berlusconi usò nel 1992 la stessa inchiesta di Mani Pulite per salire in groppa alla domanda di cambiamento, e alla fine intestarsela. Un'operazione populista consentita dal disarmo parallelo del movimento operaio. L'ingresso della neonata Rifondazione Comunista nel Polo dei progressisti occhettiano-ciampista (1994) avallò questo disarmo.

Il primo governo Berlusconi, 1994, intraprese da subito un attacco frontale al sistema pensionistico, sulla scia delle misure di Amato. Ne scaturì un duro scontro sociale dall'esito incerto. Gianni Agnelli coniò la famosa espressione: "Se Berlusconi vince, vince per tutti; se perde, perde da solo”. Era un affidamento alla prova di forza intentata dal Cavaliere, ma senza identificazione nelle sue fortune.
I sindacati, sfidati frontalmente, promossero lo sciopero generale. Lo sciopero registrò una partecipazione enorme. Il governo fece marcia indietro e la dissociazione della Lega di Bossi lo affondò precocemente.
Ma il nuovo governo Dini, 1995, nato dall'inedita alleanza tra PDS e Lega (“costola della sinistra” la definì D'Alema) esordì proprio con il varo della riforma contributiva della previdenza pubblica, quella contro cui i lavoratori avevano scioperato. La CGIL di Sergio Cofferati coprì il governo con tanto di brogli nelle assemblee operaie per far passare l'accordo. Un disastro.

La legislatura di centrosinistra (1996-2001), coi governi Prodi, D'Alema, Amato, completò su tutta la linea l'opera di restaurazione antioperaia: lavoro interinale, privatizzazioni, tagli sociali a sanità e istruzione, parità tra scuola pubblica e privata, bombardamento di Belgrado, riforma costituzionale filoleghista (articolo V). Era la linea del grande capitale italiano, vero mandante del centrosinistra dopo la breve parentesi berlusconiana del 1994. L'ingresso di Rifondazione nella maggioranza del governo Prodi, e poi del Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta e Rizzo nei governi D'Alema e Amato, coprirono a sinistra questa politica. La grande delusione operaia e popolare che ne scaturì sospinse nel 2001 il ritorno di Berlusconi al governo.

La nuova legislatura Berlusconi (2001-2006) preservò e appesantì le misure antioperaie del centrosinistra. In particolare col varo della legge 30 (legge Maroni), che estese a dismisura la precarizzazione del lavoro, con un nuovo intervento sulle pensioni, e con l'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Parallelamente, il sostegno e la partecipazione italiana alle missioni militari imperialiste in Afghanistan e in Iraq, e già prima lo scontro frontale col movimento no global nelle giornate di Genova 2001, concorsero a segnare una linea di frattura tra il governo e un vasto sentimento popolare.
Fu una stagione intensa di movimenti: il movimento operaio con la grande piazza CGIL di San Giovanni a Roma a difesa dell'articolo 18 che costrinse Berlusconi a un passo indietro; il movimento contro la guerra, il più grande nell'Europa capitalista; persino un movimento democratico (i “girotondi” di Nanni Moretti), che fiancheggiava criticamente il centrosinistra in opposizione a Berlusconi. Ma a partire dal 2004, un nuovo accordo tra i DS e Rifondazione Comunista mise la sordina alla mobilitazione sociale per preparare la comune alternanza di governo. Alleanza che per pochi voti, nel 2006, aprì la nuova stagione dell'Ulivo e dell'Unione.

Il nuovo governo di centrosinistra (2006-2008), con la presenza ministeriale di Rifondazione, mantenne tutte le misure antioperaie varate da Berlusconi. Vi aggiunse un intervento a favore della previdenza integrativa col coinvolgimento del TFR, l'aumento delle spese militari e del finanziamento delle missioni, una straordinaria detassazione dei profitti di banche e imprese (con l'IRES che passò dal 34% al 27,5% nella sola finanziaria del 2007). Un programma contro i lavoratori combinato con la promozione dei massimi responsabili della repressione del G8 di Genova ( De Gennaro). Una doccia gelida per tutti i movimenti che si erano battuti negli anni precedenti per la cacciata di Berlusconi. Un autentico tradimento di aspettative e interessi, come tale avvertito da grandi masse, fonte di disincanto e passivizzazione. La caduta precoce del secondo governo Prodi, per l'eterogeneità di una maggioranza che andava da Turigliatto a Mastella, segnò la disfatta dell'Unione e in particolare di Rifondazione, che ne uscì distrutta. Ancora una volta fu Berlusconi, nelle elezioni del 2008, a capitalizzare la disfatta della sinistra.

Il terzo governo Berlusconi (2008-2011), ancora una volta resuscitato dai liberali, preservò tutte le misure già varate dal centrosinistra, aggiungendovi un attacco pesantissimo alla scuola pubblica, con la riforma Gelmini e i suoi 8 miliardi di tagli. Una riforma mantenuta da tutti i governi successivi. Ma la grande crisi capitalistica iniziata nel 2008, e precipitata in Italia nel 2010-2011, portò ad una conclusione traumatica l'esperienza di governo, con l'avvento del governo Monti e le sue terapie d'urto contro i lavoratori, votate insieme da centrodestra – Meloni inclusa – e centrosinistra.
Fu l'inizio dello sfaldamento del bipolarismo italiano, e l'irruzione di un lungo ciclo populista, segnato prima dal M5S di Grillo, poi dall'ascesa di Salvini, infine dal trionfo di Giorgia Meloni. Un ciclo che si è combinato con un riflusso prolungato del movimento operaio, senza pari in Europa per profondità e durata, e una penetrazione di suggestioni reazionarie in vasti settori di salariati.
Il ripiegamento della sinistra “radicale” nei blocchi giustizialisti con Di Pietro e Ingroia, con l'abbandono della centralità del lavoro, lasciò campo libero a questa deriva. In ogni caso fu incapace di contrastarla.

Quanto alla stella di Berlusconi, aveva iniziato a declinare già nel 2011. L'egemonia berlusconiana sul centrodestra si esaurì a metà del decennio, a vantaggio di Salvini e Meloni.
La rapida consumazione della parentesi di unità nazionale a guida Draghi, col pieno coinvolgimento del PD ("l'agenda Draghi”) ha preparato lo sbocco annunciato di un governo a guida postfascista, il più a destra dell'Italia repubblicana.
Forza Italia è sopravvissuta a questo ciclone, e oggi partecipa al governo. Sopravvivrà alla morte di Berlusconi? Vedremo presto il dipanarsi della sua crisi annunciata e/o della sua possibile deflagrazione. Non è di questo che qui ci occupiamo.

Ciò che qui vogliamo evidenziare è che, ieri come oggi, le fortune del centrodestra e ora della destra non sono mai state il portato di una forza intrinseca, ma del lungo corso della politica delle sinistre, del loro accodamento a forze estranee alle ragioni del lavoro o apertamente avversarie del lavoro.
La destra raccoglie quello che la sinistra semina.

Solo una ripresa della lotta di classe, solo una egemonia della classe operaia nella stessa battaglia democratica contro la destra, possono disgregare il blocco sociale reazionario, cambiare i rapporti di forza, dischiudere una vera alternativa. Ciò che richiede lo sviluppo di un partito indipendente della classe lavoratrice attorno a un programma anticapitalista: una sinistra rivoluzionaria.

Non ci meravigliano i funerali di Stato e il lutto nazionale per Berlusconi. Di certo non è il nostro Stato e non è il nostro lutto. Ci interessa un bilancio di verità sulla storia del berlusconismo e delle sue ripetute resurrezioni. Ci interessa una svolta della nostra classe, per una alternativa di società e di potere. Per una Repubblica dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unica che possa fondarsi sul lavoro, l'unica che possa recidere le basi materiali della reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

LA PRIGIONE DEL CONSENSO


Una fame bulimica di giustizialismo attraversa la società italiana. I manettari si moltiplicano, aiutati nel sostegno alle loro tesi da un certo genere di stampa e di politica. Il tema della giustizia dura e pura, che non guarda in faccia nessuno, è davvero in salute. Porta con sé un valore aggiunto che molto interessa il potere: genera una idea di efficienza, rendendo della dea bendata una immagine incorrotta e monolitica. Una giustizia forte legittima, forse è meglio dire evoca, istituzioni muscolose e integerrime.
Curiosamente, con una piccola indagine, che ciascuno di noi può compiere in proprio, è davvero facile trovare persone disposte a “buttare via la chiave” per somministrare punizioni esemplari verso i propri simili, a prescindere dal reato commesso, dalle condizioni di salute, dalla durezza della carcerazione. Questi tombaroli, sono però gli stessi, che come naturale, se incappati nelle maglie della giustizia, proveranno a ricevere la sanzione più benevola, sfruttando tutte le possibilità previste dalla legge, magari bordeggiando ai limiti. Pagheranno il migliore avvocato nella loro disponibilità, non indispettiranno in qualsiasi modo il giudice, rappresenteranno nel dibattimento la via del pentimento. Non troverete nessun tombarolo pronto a invocare per sé stesso il massimo della pena, la condanna esemplare, il supplizio peggiore fonte di massima espiazione.
Già questo primo aspetto della questione ci pone di fronte a un paradosso bello e buono. Non siamo tutti uguali di fronte alla legge. Per il soggetto deve essere clemenza, per l’altro da noi sia pure rigore. Io sono buono, tu sei il cattivo.
Di certo non è automatico apparire sani nel vigore e puri, al fine di generare consenso. Un consenso che nella abitudine odierna si tende a misurare attraverso indicatori diversi dall'esercizio del diritto elettorale. È una facilitazione per chi esercita il potere politico, dal momento che questi indicatori, corrispondenti allo strumento del sondaggio, all'agire dei social, e al consueto addomesticamento del contesto da parte dell’informazione televisiva, possono essere controllati e indirizzati arbitrariamente e senza efficaci forme di controllo.  
Il meccanismo più utilizzato per serrare le fila dell’opinione pubblica, o se preferite del popolo, o ancora dei singoli cittadini, è quello di costruire un nemico, assoluto e facilmente spendibile, da combattere almeno in apparenza, con rigore. Fino all'emergenza Covid hanno funzionato bene i migranti. Il passato governo giallo-verde ne ha costruito una rappresentazione di guerra che ha retto in maniera egregia e ha generato consenso.
Il nemico ideale deve essere inoffensivo, fragile, non avere appigli nel sistema, esecrabile nella diversità, e possibilmente generare sentimenti di sottinteso razzismo, non dichiarato esplicitamente. Il nemico deve essere diverso, non assimilabile, possibilmente reo di colpe più o meno precisate. Portatore di malattie, di illegalità, immorale, pronto a delinquere. Facile a essere passivo e sfruttato. La logica capitalista rimesta in politica, e al suo linguaggio si adatta bene. 
La pandemia ha interrotto questa comoda situazione. Mancavano i migranti, pur restando gli stilemi. Assenza di sbarchi, un lock down che guarda caso ha interessato anche le organizzazioni criminali, prime sfruttatrici del bisogno di emancipazione delle masse provenienti dai paesi sottosviluppati.
Si era per questo alla ricerca di un nuovo nemico. Quanto meno di un nuovo argomento in grado di accomunare le componenti più qualunquiste dell’opinione pubblica, di tenere in sordina una sinistra sempre più debole nel promuovere idee vicine a quella che dovrebbe essere l’identità ideale.
A cavallo dell’emergenza Covid, il tema della giustizia si è rivelato il luogo più adatto dove pescare. In particolare, per le caratteristiche di fragilità e impotenza dei soggetti che vi appartengono si è rivelato l’universo carcerario. Rigore dunque.
Un sondaggio pubblicato dall’Istat nel giugno 2018, e dedicato alla percezione d’insicurezza dei cittadini, indica che il 39,4% del campione si sente poco sicuro, fino ad arrivare a non uscire di casa. Il dato si articola in successive declinazioni. A fronte, solo il 6,4% del campione ha vissuto la paura concreta di essere sul punto di subire un reato. La differenza è notevole, indicando un terreno fertile dove cercare di cercare consenso. Come dire un pesce su due abbocca.

Ogni tempo ha la sua legge
Ettore Messana nell'aprile del 1941 diventa questore di Lubiana. Fino al maggio del 1942. Il fascismo vuole una Slovenia italianizzata. Messana organizza una rete di campi di concentramento, dove le vittime stimate saranno 19.000. La Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ne chiede l’incriminazione. Nel 1945 anziché il carcere lo aspetta una promozione. Diventa Ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia. Ulteriori dettagli e atrocità sul personaggio, se interessati, non mancano. 
Che a ogni tempo corrisponda una concezione specifica di giustizia è un fatto che non deve sorprenderci. Così come la soggettività e l’originalità del giudizio del colpevole anche all'interno del medesimo ordinamento. Oggi l’impunità del signor Messana, rappresenterebbe un evento insostenibile. Nel 1945 è stata possibile.
La mutazione dei valori sociali di riferimento fa variare l’entità del castigo. In altri casi, sporadici in termini di numeri, entrano in gioco considerazioni che esulano il postulato della legge. In Italia si parla molto e troppo si è parlato di riforma della giustizia. Il dibattito si concentra sui tempi. Nel 2016 il processo penale durava in media tre anni e nove mesi. In media. Questo è certamente un problema rilevante, che ha pure un risvolto classista. I meno abbienti, i poveri, difficilmente possono sostenere per un tempo così lungo le spese per la loro difesa. Faranno ricorso all'avvocato d’ufficio. In ogni caso la disponibilità economica condiziona la qualità della difesa di un imputato.
La legge è uguale per tutti, ma se possibile scegliete il miglior avvocato che potete permettervi. Per esempio.
L’unica primaria soluzione a questo stato di cose è quella di destinare risorse al meccanismo giudiziario. Informatizzare le procedure, ampliare le garanzie giuridiche, rendere i linguaggi adottati più consoni e comprensibili alle consuetudini odierne, semplificare i meccanismi che regolamentano le attività.
Il tema vero e forte è però un altro: la necessità di una rinnovata valutazione delle pene, legate oggi a una legislazione scaturita all'emergenza istituzionale della lotta alla mafia e al terrorismo. Oggi, 2020, da un punto di vista umanitario, e stante la situazione politica corrente, è ancora sostenibile l’entità di alcune condanne e la modalità della loro esecuzione all'interno dell’istituzione carceraria?
Questo si dimostra essere il vero punctum da discutere. Proprio ricordando il vecchio adagio che vuole la pena intenta a produrre gli effetti più intensi presso coloro che non hanno commesso l’errore. Focault, già nel 1975 centrava il problema. Il detenuto è ormai l’elemento annientato, qualsiasi sia il reato commesso. Seppure risultasse combattivo, irredento, aggressivo, violento, irriducibile, è sconfitto. Non dispone più del suo corpo, e la mente spesso vacilla. Il detenuto non conta più in sé stesso, ma vale il peso mediatico del simbolo che rappresenta. Un file da gestire, che sia oggetto di clemenza, oppure di accanimento. Quello che importa è il messaggio spedito verso l’esterno. La pena rimanda alla paura di subirla. E questo timore riguarda più l’innocente del colpevole. L’innocente porta in sé un doppio timore: della pena ingiusta e dell’errore. Il colpevole sta invece pagando un prezzo che ha messo in conto. È preparato al peggio.
Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla.
Cesare Beccaria, non era uomo di spiccata vocazione democratica. Anzi. Però sull'esercizio della giustizia il suo pensiero utilitarista è ancora attuale.
Parafrasando. Se l’innocente ha doppia paura, la sua libertà è vissuta come un bene incerto e da conservare a qualunque condizione, come accadrebbe in guerra per la propria vita. La migliore condizione di tutela del bene è quella del consenso al più forte. Ovvero appartenenza al sistema, insieme alla speranza o alla presunzione di intangibilità.
Quello che viviamo oggi, rispetto all'amministrazione della giustizia, è il riflesso dell’impotenza della classe politica di generare decisioni autonome, probabilmente impopolari, ma lungimiranti, e portatrici di benefici per l’intera società. Nel dibattito regna poi l’incultura totale, obbligata o voluta non è dato capire, da parte dei diversi soggetti. 
Una guerra inizia e finisce. Vincitori e vinti. Armistizio e resa. Ricostruzione e prosperità. Questi sono i passaggi. Nel nostro paese la giustizia, è l’impressione di chi scrive, continua una guerra ancorata ai fantasmi del passato, che ha già vinto. Non ci si accorge che il nemico è sconfitto, o pesantemente ridimensionato. Si pugna verso i fantasmi, senza cogliere, forse a pieno, le priorità del presente.
S’intende che ci riferiamo a certe modalità di agire illegalmente, intese tali come comuni, mafiose o politiche, che appartengono al passato, e non sono certo assimilabili alle nuove forme di criminalità, che non intendiamo certo sconfitte, e tanto meno emerse nella loro completa geografia.
Con i dovuti distinguo, è forse il momento di attenuare eventuali livori, e iniziare a valutare un diverso atteggiamento dell’istituzione che possa essere assimilabile a iniziative di alleggerimento dei più duri regimi carcerari. Ci riferiamo in particolare all'applicazione del carcere duro, o 41 bis. Una misura emergenziale, che ha come obiettivo principale l’impedimento a mantenere contatti con l’organizzazione criminale di provenienza. Nei casi che citeremo più avanti, tra i vivi, questa necessità sembra essere venuta decisamente meno.
Per quanto la colpa sia stata grave, va sempre ricordato che ogni tempo ha la sua legge. L’opportunità che offre questo periodo storico allo stato è l’oggettivo riconoscimento della sconfitta di ogni manifestazione terroristica, e lo ripetiamo lo sbandamento di alcune fazioni appartenenti alla criminalità organizzata.
Tra i magistrati e i politici c’è chi sostiene che le leggi speciali e il carcere duro abbiano fortemente contribuito al successo dell’istituzione. È probabile. Ma forse ora è tempo di rivedere quei dispositivi, almeno nei termini che riguardano la quotidianità carceraria e l’entità delle condanne. Mostrare pietas verso chi è stato sconfitto, permetterebbe di avviare un percorso di pacificazione e comprensione rispetto a quanto accaduto negli anni di piombo. E soprattutto consentirebbe alla società civile, di aprire un vero dibattito sulle istanze che muovevano in quel periodo, e che sono rimaste sepolte dalla repressione della violenza. Il nostro paese ha una fame enorme di comprendere con chiarezza cosa è accaduto, storicizzando finalmente eventi che rimangono per sempre cronaca, e per questo soggetti a diverse interpretazioni. Anche la storia lo è, ma in misura minore, e maggiore è in essa l’immanenza di una verità condivisa.
Difendere gli indifendibili
Se proviamo a portare alla memoria le figure dei condannati che più frequentemente emergono dall'immaginario collettivo, troviamo Totò Riina e Giuseppe Provenzano, morti in carcere, rispettivamente nel 2017 e nel 2016, dopo lunga detenzione. Meno presente, in tutti i sensi, il fantasma di Matteo Messina Denaro, capomafia latitante dal 1993, e che certamente gode di importanti protezioni. Riaffiora ciclicamente il nome di Raffaele Cutolo. Sono difficili da rappresentare le vicende che riguardano la presunta trattativa Stato-mafia. Nell'ambito politico, alle cronache restano i nomi di Nadia Desdemona Lioce, più sfumati quelli di Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, membri nel 2003 delle BR-Pcc. I viventi sono detenuti in regime di 41 bis.
Attenzione, chi scrive tiene a precisare, che i nomi sono citati in riferimento all'entità dell’emersione di una sorta di memoria collettiva. Ovvero, a parte il caso di cronaca presentato nel quotidiano da televisione e carta stampata, quanti di noi ricordano o conoscono con precisione, quei nomi e quelle trame delittuose, che a oggi dobbiamo ritenere essere ben più vive e pericolose?
Curiosamente, ed è giusto riflettere nel merito, nel paese dove la distrazione fiscale è stimata nell'ordine di circa cento miliardi di euro, la più alta d’Europa, se cerchiamo tra gli archivi della cronaca il nome di un grande evasore non lo troviamo. Così come è giusto domandarci quando conosceremo i colpevoli del crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto del 2018 ha causato 43 morti. Ancora è bene ricordare nell'elenco, i quattordici detenuti morti in carcere, durante le rivolte di marzo, generate dalla sospensione dei colloqui. La versione ufficiale parla di decessi causati da intossicazione da overdose. Tutti. Qualche commento? L’elenco, eterogeneo a dire il vero, potrebbe continuare, pur accolto con una certa distrazione da parte della pubblica opinione. Però subito l’attenzione si ravviva quando trattiamo di persone confinate nella loro immagine.
Non unica nel suo genere, la vicenda che ha interessato le sorti di Raffaele Cutolo è stata centrale nei giorni scorsi. La sua richiesta di arresti domiciliari ha sbancato nei talk, generato milioni di post nei social, sollevato le orde degli indignati a gettone di presenza. La ricordiamo brevemente, scivolando nella cronaca. Citiamo Raffaele Cutolo, proprio perché suo malgrado è giudicato un simbolo, e forse troppo facilmente può essere considerato un indifendibile. Di certo è un uomo di settantotto anni, recluso da oltre quaranta. Le sue colpe non si possono negare, il curriculum criminale è di tutto rispetto. Fino al 1982, e al trasferimento al carcere dell’Asinara Cutolo è stato un uomo potente. Ma da quella data inizio il suo declino. Oggi cosa ne resta? Un uomo malato, questo è accertato. Intervistato telefonicamente, l’avvocato Aufiero, il suo legale ne descrive così la condizione:
“… Cutolo viene ricoverato più o meno alle cinque del mattino, con massima urgenza il 18 febbraio. Per un 41 bis essere ricoverato alle cinque del mattino, significa che le condizioni di salute debbono essere particolarmente gravi. Esistono dei protocolli da rispettare, e se un detenuto viene portato in ospedale a quell'ora le sue condizioni sono particolarmente gravi. Riguardo a Cutolo, ne ho la certezza, avendo parlato con alcuni sanitari del carcere, nei giorni successivi. Mi è stato detto che è stato preso per i capelli. Anche se il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, su questa mia affermazione non conveniva. Oltre questo aspetto sa qual è la diagnosi per la quale Cutolo veniva trasferito in ospedale? Glielo dico io: per episodi di incontinenza, e perché si sono verificati ripetuti episodi di caduta dal letto.
Io quando ho letto questo mi sono detto: Cutolo lo hanno portato in ospedale alle cinque del mattino perché era incontinente e cadeva dal letto?  Non mi sembrava possibile, e in effetti quando arriva in ospedale gli viene diagnosticata una polmonite bilaterale. Quando dico che il carcere di Parma non è idoneo a curare un detenuto di settantotto anni, non dico una cretinata. Mi ha riferito la moglie che già prima di Natale aveva questa tosse molto forte, e se lo ricoverano alle cinque del mattino perché bagna il letto, della polmonite evidentemente non si sono proprio accorti. Quando affermo tutto questo non dico una bestialità, ma porto dati oggettivi. Cutolo arriva alle cinque del mattino in gravi condizioni di salute, per me in fin di vita perché così mi è stato riferito. E se non fossero state gravi, non lo avrebbero ricoverato dal 41 bis, Cutolo Raffaele”.
 “… Che Cutolo abbia una condizione di salute incompatibile con il carcere, non lo dico soltanto io. C’è una nota della Direzione sanitaria del carcere del 15 aprile 2020, che anche il Tribunale di Bologna richiama, che afferma come lo stato di salute di Cutolo sia incompatibile con il carcere. L’Asl di Parma, con tre distinte note, dice che il carcere della città non è idoneo per curare una serie di detenuti, tra cui il mio assistito”.
Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto il ricorso della difesa.
Chi scrive non intende commentare.
La vera questione è che in uno stato di diritto bisogna avere il coraggio di difendere gli indifendibili. Che loro malgrado rimangono simboli. Completamente svuotati del loro potere, ma utili a chi politicamente vuole alimentare vecchie e nuove paure.

Mario De Pasquale

Il nuovo governo e le prospettive dello scenario politico

Risoluzione sulla situazione politica votata dal Comitato Centrale del PCL

26 Giugno 2018

Il nuovo governo Conte-M5S-Lega è il portato del terremoto politico del 4 marzo. Riflette al tempo stesso la profondità della rottura politica prodottasi e le nuove contraddizioni di cui è gravida.


NUOVO GOVERNO E GRANDE CAPITALE 

La soluzione di governo della crisi politica non rappresenta la soluzione preferita dal grande capitale. Dopo il risultato del 4 marzo la grande borghesia aveva puntato sull'incontro tra M5S e il PD, in funzione di una “costituzionalizzazione” del M5S quale nuovo possibile baricentro politico, sotto la spinta e il controllo del Partito Democratico. L'operazione, difficile in termini di numeri parlamentari, è stata affossata dal renzismo, preoccupato di preservare il proprio controllo sul PD e in ogni caso la propria rendita politica di posizione. Il nuovo governo è nato dal fallimento di quella operazione. La sua composizione è interamente affidata a forze politiche estranee al tradizionale centro borghese. La mediazione politica e programmatica tra loro intercorsa ha proceduto per sommatoria delle rispettive promesse elettorali, senza il filtro politico diretto del grande capitale.
La guida del governo (Giuseppe Conte) è la risultante posticcia del loro equilibrio.

La Presidenza della Repubblica cerca di porsi come una sorta di contrappeso istituzionale delle forze populiste in rappresentanza del grande capitale, e sotto la pressione degli ambienti UE. Il lavoro di controbilanciamento agisce su piani diversi e complementari: limatura e contenimento delle spinte più populiste sul terreno del programma, in funzione della tenuta del quadro UE e della collocazione internazionale dell'imperialismo italiano; controllo su ministeri strategici, o condizionamento attivo delle relative nomine, a presidio di questa collocazione (Esteri, Economia); pressione sul nuovo premier per investirlo di un ruolo autonomo rispetto alla maggioranza politica di cui è espressione.
Ma la dinamica di questi mesi ha dimostrato che il margine di manovra di cui Mattarella dispone è obiettivamente limitato dal quadro politico e dall'assenza di alternative disponibili. Ciò che ha esposto la stessa Presidenza della Repubblica a dinamiche di crisi istituzionale.

L'Italia è l'unico paese imperialista della UE sotto il controllo di un esecutivo populista, sullo sfondo della crisi e decomposizione del centro politico borghese. Ciò rappresenta un fattore critico sia per il capitalismo italiano in un contesto negoziale difficile sul terreno europeo (negoziazione del bilancio comunitario e dell'unione bancaria, alla viglia dell'annunciata ritirata del Quantitative Easing da parte della BCE); sia per le ricadute del caso italiano sugli assetti malfermi dell'Unione (spinta del gruppo di Visegrad; irrigidimento olandese sulle politiche di bilancio; contraddizioni interne all'asse franco tedesco; diversificazione delle reazioni al trumpismo...).

In questo quadro generale è maturato il posizionamento critico e diffidente di Confindustria, CEI e grande stampa borghese verso il nuovo governo. La stessa apertura manifestata a suo tempo verso il M5S è al momento congelata.


IL PROFILO REAZIONARIO DEL NUOVO GOVERNO 

Il contratto di governo del nuovo esecutivo pentaleghista ha un timbro di destra sociale.

Per un verso configura elementi redistributivi (cosiddetto reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, salario minimo orario) combinati con elementi statalisti (potenziamento della CDP, banca pubblica per gli investimenti, rafforzamento del Tesoro nelle partecipate...), con un liberismo radicale sul piano fiscale (cosiddetta flat tax) a favore del padronato e delle grandi ricchezze, con la preservazione delle leggi di precarizzazione del lavoro (reintroduzione dei voucher), seppur combinate con qualche loro temperamento (cancellazione annunciata del decreto Poletti).
Dall'altro prevede una politica iperreazionaria sul terreno dell'ordine pubblico, delle misure securitarie, della legislazione giudiziaria e carceraria, e soprattutto della immigrazione (segregazione e respingimento di 500.000 migranti; discriminazione etnica per gli stessi immigrati “regolari”, in fatto di reddito e asili).

Mentre la somma degli elementi reazionari Di M5S e Lega (giustizialismo e xenofobia) ha massimizzato il timbro politico reazionario del programma, la somma delle promesse sociali ai rispettivi blocchi elettorali (reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero, flat tax) cozza coi parametri tradizionali sul terreno delle politiche economiche.
Di certo la suddivisione degli incarichi ministeriali (Salvini agli Interni, Di Maio a Lavoro e Sviluppo economico unificati) è funzionale alla gestione propagandistica delle rispettive bandiere e al rapporto con i rispettivi blocchi sociali.

L'aspetto più evidente del programma economico è l'assenza delle coperture. Tutte le voci di copertura sono indeterminate o rimandano ad una trattativa in sede UE che si scontra con spazi negoziali obiettivamente ridotti e in ogni caso massimamente incerti. Questa contraddizione è il portato obbligato dell'accordo M5S-Lega, e ne misura al tempo stesso la difficoltà di gestione. La prossima Legge finanziaria sarà il primo serio banco di prova di questa difficoltà annunciata.

Il governo cercherà di mascherare la difficoltà di gestione delle proprie promesse sociali con due strumenti principali. Il primo è la diluizione nel tempo dell'applicazione del programma attraverso la sua proiezione sulla legislatura. Il secondo è il ricorso parallelo alle misure “esemplari” sul terreno dell'ordine pubblico (migranti) e demagogiche (vitalizi), utili ai riflettori e alla tenuta del consenso, come leva di compensazione delle difficoltà sociali.

Il ministero degli Interni nelle mani della Lega segnerà in ogni caso un nuovo livello della campagna reazionaria, in particolare contro i migranti. L'apertura delle organizzazioni fasciste (CasaPound) al nuovo governo si pone in una logica di inserimento e cavalcamento del nuovo contesto ai fini del proprio radicamento sociale e organizzazione militante.


LE PROSPETTIVE DEL NUOVO SCENARIO POLITICO 

Il nuovo governo e la sua dinamica incideranno sull'evoluzione dell'intero scenario politico. Tre sono le possibili ipotesi di prospettiva.

La prima è quella di una dinamica di crisi relativamente rapida della nuova esperienza di governo (esplosione delle contraddizioni sulla prossima Legge finanziaria, dissoluzione della coalizione entro l'anno). In questo caso si delineerebbero probabilmente elezioni politiche anticipate all'inizio del 2019, con la possibile ricomposizione dello schieramento di centrodestra.

La seconda è una dinamica di crisi egualmente rapida, ma gestita di comune accordo dalla maggioranza M5S-Lega in chiave populista, anti-UE e antiestablishment (“non vogliono che governiamo”, “ci vogliono imporre nuova austerità che noi rifiutiamo”, ecc.): in questo caso le elezioni politiche anticipate vedrebbero l'esordio di un blocco populista unificato alla ricerca di un proprio rilancio e di un nuovo accumulo di forze.

La terza ipotesi è quella di una relativa stabilizzazione dell'attuale quadro politico di governo (tenuta della coalizione, contenimento gestito delle sue contraddizioni, consolidamento del punto di equilibrio interno all'asse populista). È un'ipotesi di non facile realizzazione, ma che non può essere esclusa. Potrebbe capitalizzare la crisi profonda di consenso del vecchio establishment, l'assenza di alternative politiche praticabili, la capacità di attrazione anche in sede parlamentare di nuovi apporti trasformisti (in particolare da FI), l'arretramento profondo del movimento operaio. È un'ipotesi oggi considerata dal gruppo dirigente attuale di M5S, quale via praticabile per la stabilizzazione di un proprio ruolo di governo e l'inserimento profondo nell'apparato di Stato borghese; ed è apertamente considerata dal gruppo dirigente salviniano della Lega, che certo cerca di preservare una possibile via di fuga in direzione della ricomposizione del centrodestra, ma vuole prioritariamente verificare sul campo il possibile investimento di prospettiva nel blocco con il M5S. Lo sganciamento di Salvini da Berlusconi muove da questa ricerca. L'opposizione di FI muove dal tentativo di ostruirla. Mentre l'avvicinamento di Fratelli d'Italia all'area di governo (astensione sulla fiducia) misura la disarticolazione in atto nel centrodestra.

Certo l'eventuale stabilizzazione di un blocco populista M5S-Lega segnerebbe una ristrutturazione profonda del quadro politico, in direzione di un un nuovo bipolarismo tra blocco populista e partiti dell'establishment, oggi disarticolati e in crisi. E potrebbe influenzare profondamente le stesse dinamiche di classe sul fronte sociale.


UN GOVERNO FORTE DELLA CRISI DELL'OPPOSIZIONE 

Il nuovo governo nasce col vento in poppa di un vasto consenso sociale di massa, anche tra i lavoratori salariati.

Le odiose politiche di austerità del passato alimentano attese e illusioni sulle misure sociali annunciate, mentre il posizionamento ostile del capitale finanziario, italiano ed europeo, agisce come fattore di consolidamento del blocco sociale interclassista su cui il governo si appoggia.
Naturalmente le contraddizioni interne a questo blocco sociale saranno esposte all'esperienza di massa del nuovo governo (a partire dalla prossima Finanziaria), alle dinamiche della lotta di classe, e a variabili imprevedibili (possibile ritorno della turbolenza finanziaria). Ma il piede di partenza del nuovo esecutivo sul fronte sociale dispone di un punto di forza.

Il livello iniziale di consenso sociale del nuovo governo presso il lavoro salariato è nettamente superiore a quello che accompagnò il decollo dei governi tradizionali di centrodestra a trazione berlusconiana, mentre l'opposizione politica del popolo della sinistra è indebolita dai processi di ridimensionamento e dispersione che l'attraversano e che l'esito elettorale del 4 marzo ha registrato.

La passività della burocrazia sindacale regala al governo un più ampio spazio di manovra, mentre l'opposizione democratica sul terreno dei diritti civili, volutamente separata dalla questione sociale, ha una bassa incidenza sull'orientamento di massa dei lavoratori e sui rapporti di forza complessivi.


PER UN'OPPOSIZIONE DI CLASSE E DI MASSA 

La costruzione dell'opposizione di classe e di massa contro il nuovo governo è il terreno centrale di intervento e proposta del nostro partito.

A livello di massa, la nostra linea di intervento e proposta deve intrecciare la denuncia del carattere reazionario del governo e il contrasto delle illusioni sociali di cui si circonda.

Ambienti sovranisti della sinistra minimizzano la valenza reazionaria del nuovo governo dentro la rappresentazione dello scontro tra Italia e UE come “contraddizione principale”, mentre ambienti editoriali “progressisti” (Il Fatto Quotidiano) coprono il M5S e il suo blocco con la Lega nel nome della discriminante antiberlusconiana e antirenziana, o a sostegno delle misure giustizialiste e panpenaliste.
In aperto contrasto di queste posizioni, il PCL fa della denuncia della natura reazionaria del governo M5S Lega un'articolazione del proprio intervento controcorrente a livello di massa. In questo contesto assume una valenza particolare la battaglia per la difesa dei migranti e dei loro diritti, per lo sviluppo e generalizzazione della loro mobilitazione (manifestazioni di Napoli e Caserta, iniziativa dei braccianti di Gioia Tauro), e la battaglia di tutela dei diritti civili, delle donne, di tutte le minoranze oppresse (contro le posture omofobe del nuovo Ministro della Famiglia)

Al tempo stesso tanto più oggi la battaglia democratica controcorrente è inseparabile dalla caratterizzazione classista dell'opposizione al governo. Ciò che significa il contrasto di ogni logica di fronte popolare col PD in funzione della contrapposizione alle destre. L'opposizione del PD al nuovo governo muove dagli interessi dell'establishment. Oggi quell'opposizione concorre di fatto alla tenuta e consolidamento del blocco sociale reazionario su cui il governo si regge. Si tratta di impostare e costruire un'opposizione di segno opposto, dal versante della classe lavoratrice e dei suoi interessi sociali. Un'opposizione che miri ad entrare nelle contraddizioni dei blocchi sociali interclassisti, ad aprire ed approfondire una loro linea interna di frattura, a liberare i lavoratori dall'egemonia reazionaria per ricomporre attorno ad essi un blocco sociale alternativo.

Da un lato occorre demistificare il carattere truffaldino delle posture sociali delle destre (a partire dallo scandaloso regalo fiscale alle grandi ricchezze e ai profitti); dall'altro è necessario rilanciare una piattaforma di mobilitazione indipendente della classe lavoratrice che parta da rivendicazioni riconoscibili a livello di massa per volgerle contro governo e padronato:

- Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore pagate 40 per ripartire il lavoro tra tutti
- Abolizione della Legge Fornero, età pensionabile a 60 anni o 35 anni di lavoro, finanziata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti
- Un vero salario ai disoccupati, finanziato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private
- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano

Su questa piattaforma va rivendicata l'apertura di una vera mobilitazione, nella logica della vertenza generale. Per tale ipotesi di vertenza generale resta centrale la nostra storica parola d'ordine dell'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate eletti nelle aziende e centralizzati a vari livelli, come strumento di elaborazione democratica della piattaforma e delle forme di lotta.
Il passaggio della prossima Legge di stabilità, lo scontro annunciato sulla vicenda Ilva, possono rappresentare un contesto di rilancio e di articolazione di questa proposta, entro la linea generale del fronte di classe e di massa. La CGIL in particolare va posta di fronte alle sue responsabilità politiche, non solo sindacali.


L'UNITÀ D'AZIONE NELL'AVANGUARDIA 
Sul terreno specifico dell'azione politica nell'avanguardia, va ricercata ogni occasione utile di caratterizzazione del profilo classista e internazionalista della nostra politica, anche attraverso il ricorso a momenti di interlocuzione e unità d'azione con altre forze classiste.

Questa unità d'azione non configura logiche di cartello, né rimpiazza la proposta generale e centrale di fronte unico di massa. Punta da un lato a segnare la linea di demarcazione dalle impostazioni populiste di sinistra e/o sovraniste, in un contesto in cui questo elemento di confronto è riproposto in tutta la sua attualità e significato dal nuovo scenario politico; dall'altro a favorire, ove possibile, un allargamento delle nostre relazioni in settori di avanguardia in funzione della costruzione del partito e del suo autonomo programma generale.

Un aspetto specifico del nostro intervento riguarda Potere al Popolo. Potere al Popolo è sopravvissuto all'insuccesso elettorale e prova a consolidarsi. L'orientamento politico dei partiti che lo compongono conferma la confusa sommatoria di culture e programmi diversi, riformisti e centristi (mutualismo popolare aclassista, sovranismo di sinistra, europeismo progressista), coi loro diversi riferimenti internazionali. La postura populista con impronta sociale rimane il tratto dominante. Al tempo stesso attorno a PaP si mantiene un bacino di avanguardia, diversamente assortito, su cui possiamo avere interesse a intervenire con le nostre posizioni indipendenti. Ciò vale in particolare in occasione di iniziative pubbliche di iniziativa e confronto, nella comune opposizione al nuovo governo M5S-Lega.


Bologna, 10 giugno
Partito Comunista dei Lavoratori

Il mercoledì da leoni del sindaco De Magistris

 
Il sindaco del "popolo" contro gli operai

Ci sono a volte piccoli episodi nella vicenda politica che finiscono con assumere un significato che li trascende. È il caso del “mercoledì da leoni” di Luigi De Magistris.

Mercoledì 24 gennaio il sindaco di Napoli dichiarava il proprio sostegno alla lista elettorale di Potere al Popolo. Nessuna sorpresa. Il centro sociale Je so' pazzo, promotore di Potere al Popolo, ha appoggiato da sempre De Magistris (privatizzazioni delle municipalizzate incluse). Del tutto naturale dunque un atto di riconoscenza, sia pure formulato con distacco istituzionale.

Sta di fatto che lo stesso mercoledì, a Napoli, gli operai delle pulizie della ditta Samir intraprendevano uno sciopero contro il mancato pagamento degli stipendi, bloccando i trasporti della città. Uno sciopero duro e compatto, con occupazione di binari ferroviari, che è stato oggetto di cariche poliziesche piuttosto pesanti con diversi feriti tra gli scioperanti. Cariche giustamente denunciate da sindacalisti USB.

Anche De Magistris è intervenuto. Contro la polizia, penserà qualcuno. No, contro gli operai. E con un comunicato durissimo che denuncia lo sciopero dei lavoratori Samir come «azione criminale», dichiara testualmente tolleranza zero contro gli scioperanti, annuncia provvedimenti punitivi ad ogni livello nei loro confronti. Gli operai della Samir, già in lotta per la paga, dovranno ora vedersela in sede giudiziaria. Una vergogna.

L'episodio è piccolo, naturalmente, ma il suo significato è grande. Dimostra che un populismo elettoralista che rimuove il riferimento di classe nel nome del 'popolo' è esposto per sua natura a equivoci esplosivi, al di là di ogni illusione. De Magistris si è posto a tutore del popolo indistinto dei propri elettori contro la lotta e gli interessi dei salariati. Ha agito come garante dell'ordine pubblico della città contro uno sciopero che lo ha turbato. Con toni e argomenti francamente identici a quelli usati dal PD e dalle destre, ma in più con la diretta minaccia verso gli operai consentita dal suo potere istituzionale. Del resto, è il naturale riflesso condizionato del giustizialismo dipietrista e legalista da cui De Magistris proviene.

Il PCL non si aspetta nulla di diverso dal chavismo in salsa napoletana, a cui hanno capitolato tante sinistre (anche in ambienti di estrema sinistra). Ma invece chi pensa alla giunta De Magistris come metafora del “potere del popolo” ha forse una occasione in più per riflettere, ben al di là del perimetro partenopeo. Non può esistere un potere del popolo al di sopra delle classi. Il potere, ogni potere, o è dei lavoratori o è contro di loro. È in fondo la ragione di una sinistra rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori