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Un'analisi da Cuba sulle proteste dell'11 luglio

 


Un'analisi da Cuba sulle proteste dell'11 luglio

Riproduciamo un'analisi approfondita delle recenti manifestazioni pubblicata con il titolo "Sulle proteste dell'11 luglio a Cuba" dal blog cubano Comunistas, di cui fa parte Frank García Hernández, arrestato insieme ad altri militanti e attivisti di sinistra durante le proteste. Comunistas si definisce «una piattaforma di espressione e incontro» per le voci impegnate nella costruzione del socialismo a Cuba.



Sei giorni dopo gli eventi e a seguito di un'analisi approfondita, Comunistas rende nota la sua posizione ufficiale sulle proteste che hanno avuto luogo a Cuba domenica scorsa, 11 luglio.

Quasi simultaneamente e con maggiore o minore intensità, domenica 11 luglio Cuba ha vissuto una serie di esplosioni sociali che hanno interessato almeno sei delle quattordici province che compongono il paese. Nei sessantadue anni dal trionfo della rivoluzione guidata dal comandante Fidel Castro, Cuba non aveva mai affrontato una situazione come questa.

Anche se le prime proteste sono iniziate in modo pacifico, quasi tutte le manifestazioni hanno finito per essere segnate dalla violenza, che è stata esercitata da entrambe le parti. Questa serie di manifestazioni antigovernative simultanee è un evento mai visto prima nella Cuba socialista. Questo è un fattore necessario da prendere in considerazione per capire gli eventi.

Vale la pena ricordare che le ultime proteste di massa a Cuba risalgono al 5 agosto 1994, conosciute poi come il Maleconazo. Queste proteste furono contenute in poche ore dalla la presenza di Fidel Castro sul luogo dei fatti.
Una manifestazione di duecento persone che scandiscono slogan antigovernativi in un luogo centrale è quasi inconcepibile nella società cubana. Tuttavia, per lo meno all'Avana, ha avuto luogo una marcia spontanea di almeno 3.000 persone.


GLI EVENTI ALL'AVANA

Le proteste – innescate da una manifestazione nella città di San Antonio de los Baños, situata a non più di 100 chilometri dalla capitale – si sono rapidamente diffuse all'Avana. Poco dopo le 15:00 ora locale, circa duecento persone hanno occupato il centrale Parque de La Fraternidad, per poi spostarsi al Campidoglio (la sede ufficiale del Parlamento).

Durante la prima ora della protesta, gli arresti della polizia sono stati isolati, permettendo almeno tacitamente ai manifestanti di muoversi verso il centrale Parco Máximo Gómez, situato tra l'ambasciata spagnola e la sede dell'ufficio nazionale dell'Unione dei Giovani Comunisti (organizzazione giovanile del Partito Comunista di Cuba, ndt). In quel momento, più di cinquecento persone erano riunite pacificamente sulla spianata del parco, mentre continuavano singoli casi di arresto.

Più tardi, un gruppo di circa cento persone, sventolando bandiere cubane e del Movimento 26 Luglio, con slogan socialisti e filogovernativi, si è impadronito pacificamente del Parco Máximo Gómez. Nello stesso momento, altri gruppi legati al Partito Comunista e l'Unione dei Giovani Comunisti, insieme ai cadetti del Ministero dell'Interno, hanno occupato la zona.

I manifestanti si sono smobilitati volontariamente, e sembrava che all'Avana, almeno dove avevano avuto origine, le proteste fossero finite, quasi pacificamente. Più tardi, però, si è saputo che la marcia si era trasformata in una lunga manifestazione, che ha percorso importanti strade dell'Avana. Man mano che la marcia di protesta procedeva, la gente si è unita, con fonti non ufficiali che riportano tra i 2000 e i 3000 dimostranti che cantavano slogan antigovernativi.

Ad un certo punto i manifestanti hanno deciso di dirigersi verso l'emblematica Plaza de la Revolución, dove si trovano la sede della presidenza, il Comitato Centrale del Partito Comunista, il Ministero dell'Interno, il Ministero delle Forze Armate e i principali giornali nazionali. Nelle vicinanze di Plaza de la Revolución, la manifestazione è stata respinta dalle forze dell'ordine e dai gruppi civili filogovernativi, portando a violenti scontri tra le due parti, che hanno provocato un numero imprecisato di arresti e feriti.

Allo stesso tempo, nella Calzada de 10 de Octubre, all'Avana, si sono verificate gravi violenze, nel corso delle quali sono state rovesciate due auto della polizia. Successivamente sono stati diffusi video di gravi atti di vandalismo, tra cui il lancio di pietre verso un ospedale per bambini. La morte del civile Diubis Laurencio Tejeda è stata confermata durante le proteste. Finora non sono stati segnalati altri morti dovuti alle manifestazioni. La violenza, soprattutto con pietre e bastoni, è stata esercitata sia dai manifestanti che dai civili che sono usciti per affrontarli. Il numero di persone ferite da entrambe le parti è sconosciuto. Anche il numero di persone arrestate sulla scena è sconosciuto, così come i successivi arresti legati alle proteste. Non sappiamo ancora il numero di cittadini che sei giorni dopo sono ancora detenuti in modo irregolare.

Mentre le proteste si svolgevano all'Avana, manifestazioni simili hanno avuto luogo nelle città di Bayamo, Manzanillo, Camagüey, Santiago de Cuba, Holguín, e altre di minore intensità, che sono anche finite, se non iniziate, in modo violento.


ORIGINE E NATURA DELLE PROTESTE

Le proteste che hanno avuto luogo a Cuba l'11 luglio non possono essere intese come uno scontro tra controrivoluzionari e comunisti, come il governo ha cercato di far credere; né di uno scontro tra popolo oppresso contro dittatura, come ha insistito la propaganda borghese; e nemmeno di classe operaia rivoluzionaria contro burocrazia politicamente degenerata.

Le proteste dell'11 luglio hanno riunito tutte e tre le prospettive contemporaneamente: organizzazioni controrivoluzionarie – pagate dagli Stati Uniti – che attaccano violentemente il Partito Comunista; gruppi di intellettuali che combattono la censura sentendo le loro libertà civili gravemente limitate; e la classe operaia che chiede al governo miglioramenti nelle sue condizioni di vita. Tuttavia, anche se quest'ultima componente era la stragrande maggioranza, non può essere intesa come una massa socialista politicamente consapevole, che chiedeva più socialismo alla burocrazia fossilizzata

Le proteste dell'11 luglio possono essere caratterizzate in nove punti essenziali:

1. La grande maggioranza dei manifestanti non era legata a organizzazioni controrivoluzionarie, né le proteste erano guidate da organizzazioni controrivoluzionarie. La causa principale delle manifestazioni era il malcontento generato dalle terribili carenze causate dalla crisi economica, dalle sanzioni economiche imposte dal governo statunitense e dalla discutibile e inefficiente gestione della burocrazia statale. Sono stati la carenza di cibo e di prodotti per l'igiene, l'esistenza di negozi in moneta liberamente convertibile, a cui si può accedere solo attraverso la valuta estera e che accumulano una parte importante dell'offerta di prodotti di base; le lunghe file per comprare alimenti di base come il pane; la carenza di medicinali; la restrizione al deposito di dollari in contanti nelle banche; gli aumenti dei prezzi dei servizi pubblici (il prezzo dei trasporti all'Avana è aumentato del 500%); la riduzione dei servizi gratuiti; il drastico aumento dell'inflazione; l'aumento del prezzo dei prodotti essenziali; le lunghe interruzioni di corrente, i fattori oggettivi che hanno provocato uno scenario favorevole a un'esplosione sociale.

Allo stesso tempo, non dimentichiamo che Cuba sta vivendo la sua più grande crisi economica degli ultimi trent'anni. Cuba avrebbe avuto bisogno di quattro milioni e cinquecentomila turisti e di prezzi stabili sul mercato internazionale perché il suo prodotto interno lordo crescesse almeno dell'1% nel 2020. Nel 2020 Cuba ha ricevuto solo il 23% dei turisti necessari, cioè 1,5 milioni di turisti, e l'economia mondiale è entrata in crisi. Il calo dei visitatori stranieri ha portato alla perdita di circa tremila milioni di dollari nel 2020. Cuba importa circa l'80% del suo cibo, e il governo spende duemila milioni di dollari per questo.

Tranne una modesta ripresa in Cina, tutti gli altri partner commerciali di Cuba sono caduti in recessione economica. Fino al giugno 2021 Cuba aveva ricevuto solo poco più di 130.000 turisti. La maggior parte delle riserve del paese è stata consumata entro il 2020. I costi delle cure pubbliche per affrontare il coronavirus hanno provocato gravi perdite all'economia cubana. A questo bisogna aggiungere le severe sanzioni imposte da Donald Trump, che non sono state revocate dal presidente Joe Biden, aumentando l'impatto del bloqueo.

Tuttavia, i motivi per cui l'economia cubana è in crisi non hanno importanza per la famiglia lavoratrice al momento di mangiare, e ancor meno quando la legittimità politica del governo si sta progressivamente deteriorando.

2. La legittimità politica del governo è notevolmente diminuita. Il discorso politico ufficiale è tutt'altro che efficace. Non raggiunge i giovani. La propaganda politica delle organizzazioni giovanili ufficiali risulta estranea ai giovani. Come misura di questo, c'era un gran numero di giovani tra i partecipanti alle proteste (una cifra esatta è impossibile da dare al momento).

Allo stesso tempo, hanno inciso il logoramento politico di diversi anni di crisi e degli errori accumulati dall'amministrazione statale in generale. Inoltre, è un segnale del fatto che l'attuale governo non gode della legittimità politica della leadership storica della rivoluzione. La separazione tra la leadership del paese e la classe operaia sta diventando sempre più visibile, e mette in discussione il divario nelle condizioni di vita.

3. Le proteste sono nate nei quartieri della classe operaia e con maggiori problemi sociali. La disuguaglianza sociale è un problema sempre più crescente nella società cubana. La povertà, l'abbandono sociale, la precarietà delle politiche pubbliche e sociali, l'offerta limitata di cibo e prodotti di base da parte dello Stato, così come le politiche culturali impoverite, sono caratteristiche predominanti nei quartieri periferici o a basso reddito. In queste zone la coscienza politica tende a diminuire, con il rigore della precarietà e della sopravvivenza che ha la meglio sull'ideologia. A ciò si aggiunge che il discorso politico corre spesso parallelo alle necessità quotidiane del popolo lavoratore. Rispetto a questa situazione socio-economica, nell'immaginario di questi quartieri economicamente vulnerabili la leadership del paese è associata a un alto tenore di vita.

4. Le proteste non hanno avuto un carattere maggioritario. La maggioranza della popolazione cubana continua a sostenere il governo. Se è vero che i manifestanti hanno avuto il sostegno di alcuni dei residenti delle zone in cui si sono svolti i fatti, allo stesso tempo un settore importante della popolazione ha rifiutato le proteste. Anche se le proteste all'Avana hanno generalmente raccolto circa 5.000 persone, sarebbe una completa mancanza di obiettività dire che le manifestazioni hanno avuto un sostegno maggioritario. Nonostante il deterioramento politico subito dal governo cubano, quest'ultimo sfrutta il capitale politico della rivoluzione, capitalizzando l'immagine di Fidel Castro e mantenendo l'egemonia sull'immaginario socialista. È in gran parte grazie a questi fattori che ha raggiunto una notevole legittimità politica nella maggioranza della popolazione.

5. Non c'erano slogan socialisti nelle proteste. Gli slogan lanciati nelle manifestazioni erano incentrati su "Patria y Vida", "Libertad", "Abbasso la dittatura" e offese al presidente Miguel Díaz-Canel. "Patria y Vida" è uno slogan nato da una canzone apertamente di destra, propagandata da Miami e dall'opposizione di destra. Gli altri slogan menzionati hanno il carattere di richieste di libertà dei cittadini, il che non implica richieste socialiste. Al di là delle richieste contro la censura e la richiesta di maggiori libertà civili, lo slogan "Abbasso la dittatura" è uno slogan utilizzato e capitalizzato dalla destra cubana e dalla controrivoluzione. I membri della redazione di Comunistas hanno parlato con diversi manifestanti che non erano contro Fidel Castro o il socialismo ma chiedevano migliori condizioni di vita. Tuttavia questa differenziazione non si è resa esplicita nelle proteste.

6. Un settore minoritario di intellettuali è stato coinvolto nelle proteste. Un gruppo minoritario di intellettuali, raggruppati principalmente nel movimento 27N, ha reclamato libertà civili, incentrate sul diritto alla libera creazione ed espressione. Tuttavia questo non è stato il motivo centrale delle proteste. In buona misura ciò è dovuto al fatto che le richieste dell'intellighenzia dissidente non rispondevano ai bisogni della maggioranza, che invece invocava richieste elementari per una vita migliore.

7. Il sottoproletariato ha giocato un ruolo significativo. Nelle proteste il sottoproletariato ha giocato un ruolo importante. Alcuni gruppi si sono impegnati in saccheggi e in atti vandalici aggressivi, che hanno distorto l'inizio pacifico delle manifestazioni all'Avana.

8. È sempre più certo che la propaganda della controrivoluzione è stato un fattore organizzativo delle proteste. Anche se questo non è stato il fattore principale che ha scatenato le proteste, è innegabile che una forte campagna reazionaria è stata orchestrata dagli Stati Uniti sui social, apertamente mirata al rovesciamento del governo cubano. Questa campagna ha avuto un forte impatto su un settore significativo della popolazione. Bisogna considerare che 4,4 milioni di cubani hanno accesso dai loro telefoni cellulari ai social.

9. Le manifestazioni hanno finito per essere segnate dalla violenza. All'Avana, inizialmente, salvo eventi isolati, le manifestazioni nel centro della capitale sono state pacifiche. Tuttavia nella capitale la manifestazione è degenerata in un grave scontro con le forze di polizia e i cittadini filogovernativi quando i manifestanti hanno cercato di accedere alla Plaza de la Revolución dove si trovano il Comitato Centrale del Partito Comunista, la sede del governo, il Ministero dell'Interno, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie e la sede della maggior parte dei giornali nazionali. In quel momento, la violenza è scoppiata da entrambe le parti, causando gravi feriti tra i civili. Allo stesso tempo, gruppi violenti hanno compiuto atti di vandalismo e attaccato militanti comunisti e sostenitori del governo con bastoni e pietre.

Perché il compagno Frank García Hernández, fondatore del nostro comitato editoriale, è stato arrestato?

Il compagno Frank García Hernández, che si stava recando a casa di un'amica con la quale era stato fin dall'inizio della manifestazione, è finito accidentalmente sul luogo degli scontri vicino alla Plaza de la Revolución, ma proprio mentre stavano per terminare. Il compagno Frank era stato presente alla protesta fin dall'inizio, ma come membro del Partito Comunista. Quando i manifestanti stavano lasciando il Parco Máximo Gómez (verso le 18:00), Frank e la sua amica immaginavano che la protesta fosse finita, e per questo motivo si dirigevano entrambi verso casa della ragazza, che vive a meno di 200 metri da dove sono avvenuti i violenti scontri tra i manifestanti e la polizia che cercava di impedire alla protesta di entrare in Plaza de la Revolución.

Secondo il compagno Frank, mentre si trovavano all'angolo delle vie Ayestarán e Aranguren, venivano sparati dei colpi in aria. Entrambi sono finiti dentro un gruppo filogovernativo che marciava accompagnato da agenti di polizia. In quel momento, il compagno Frank incontra casualmente Maykel González, direttore della rivista pro diritti LGBTIQ Tremenda Nota, una pubblicazione che ha riprodotto i testi di Comunistas. Maykel González aveva partecipato al corso degli eventi, dalla nascita della marcia agli scontri violenti tra i due gruppi, unendosi ai manifestanti anche se senza compiere alcun atto violento.

Proprio mentre le proteste si stavano concludendo alla presenza del compagno Frank García, un poliziotto ha arrestato Maykel González, accusandolo falsamente di aver lanciato pietre contro le forze dell'ordine. Di fronte a ciò, il compagno Frank García, come militante del Partito Comunista, ha cercato di intercedere con calma tra l'ufficiale e Maykel González. Mentre cercava di convincere il poliziotto, chiedendogli di non arrestare Maykel Gonzalez, anche Frank Garcia è stato arrestato dall'agente. Il poliziotto ha accusato Frank di atti violenti e di essere dalla parte dei manifestanti. Questa accusa è stata poi dimostrata falsa dalle autorità.

L'arresto è avvenuto intorno alle 19:00. Entrambi sono stati portati alla stazione di polizia più vicina. Successivamente, all'1:30 circa del mattino, Frank è stato portato in un altro centro di detenzione, dove i fatti sono stati immediatamente chiariti, dimostrando che non aveva preso parte ad alcun atto violento, né al gruppo che si opponeva alle manifestazioni. Insieme al direttore di Tremenda Nota, Maykel González Vivero, il compagno Frank García Hernández è stato rilasciato lunedì 12 luglio intorno alle ore 20:00. Durante la sua detenzione di poco più di 24 ore, Frank afferma che NON è stato maltrattato fisicamente o torturato in alcun modo. Attualmente Frank García non è tenuto agli arresti domiciliari, ma è sotto una misura precauzionale in cui la sua capacità di muoversi è regolata, limitata al suo posto di lavoro e all'accesso medico. Tuttavia Frank non è tenuto a fare alcuna dichiarazione alle autorità sui suoi movimenti quotidiani. La misura legale fa parte della procedura da seguire fino a quando la sua non partecipazione ad atti violenti e alla manifestazione non sia ufficialmente provata.

La redazione di Comunistas è grata per la travolgente ondata di solidarietà internazionale che si è levata per chiedere la liberazione di Frank García Hernández. Comunistas pubblicherà presto un rapporto dettagliato sulla campagna internazionalista, in cui daremo il giusto riconoscimento alle persone e alle organizzazioni che hanno combattuto per la libertà del nostro compagno.

Vale la pena notare che nessun altro membro della redazione, collaboratore o compagno vicino alla nostra pubblicazione è stato arrestato durante le proteste. In base al nostro fondamentale senso di giustizia rivoluzionaria, questo non ci impedisce di chiedere l'immediata liberazione del resto degli arrestati durante le manifestazioni dell'11 luglio, purché non abbiano commesso azioni che hanno attentato alla vita di altre persone.


Da qualche parte a Cuba, 17 luglio 2021, comitato editoriale di Comunistas


Nota: Mentre questo comunicato viene pubblicato, Comunistas viene al conoscenza dell'appello sia del governo che dell'opposizione a scendere in piazza. Sembra che entrambe le parti abbiano convocato un raduno nello stesso punto dell'Avana, noto come La Piragua. Comunistas respinge entrambi gli appelli come irresponsabili, considerando la gravità della situazione sanitaria del coronavirus, con più di 6.000 casi al giorno. Ma condanniamo ancora più fortemente qualsiasi possibile atto di violenza che possa verificarsi nello scontro tra i due gruppi.

Comunistas

LA PRIGIONE DEL CONSENSO


Una fame bulimica di giustizialismo attraversa la società italiana. I manettari si moltiplicano, aiutati nel sostegno alle loro tesi da un certo genere di stampa e di politica. Il tema della giustizia dura e pura, che non guarda in faccia nessuno, è davvero in salute. Porta con sé un valore aggiunto che molto interessa il potere: genera una idea di efficienza, rendendo della dea bendata una immagine incorrotta e monolitica. Una giustizia forte legittima, forse è meglio dire evoca, istituzioni muscolose e integerrime.
Curiosamente, con una piccola indagine, che ciascuno di noi può compiere in proprio, è davvero facile trovare persone disposte a “buttare via la chiave” per somministrare punizioni esemplari verso i propri simili, a prescindere dal reato commesso, dalle condizioni di salute, dalla durezza della carcerazione. Questi tombaroli, sono però gli stessi, che come naturale, se incappati nelle maglie della giustizia, proveranno a ricevere la sanzione più benevola, sfruttando tutte le possibilità previste dalla legge, magari bordeggiando ai limiti. Pagheranno il migliore avvocato nella loro disponibilità, non indispettiranno in qualsiasi modo il giudice, rappresenteranno nel dibattimento la via del pentimento. Non troverete nessun tombarolo pronto a invocare per sé stesso il massimo della pena, la condanna esemplare, il supplizio peggiore fonte di massima espiazione.
Già questo primo aspetto della questione ci pone di fronte a un paradosso bello e buono. Non siamo tutti uguali di fronte alla legge. Per il soggetto deve essere clemenza, per l’altro da noi sia pure rigore. Io sono buono, tu sei il cattivo.
Di certo non è automatico apparire sani nel vigore e puri, al fine di generare consenso. Un consenso che nella abitudine odierna si tende a misurare attraverso indicatori diversi dall'esercizio del diritto elettorale. È una facilitazione per chi esercita il potere politico, dal momento che questi indicatori, corrispondenti allo strumento del sondaggio, all'agire dei social, e al consueto addomesticamento del contesto da parte dell’informazione televisiva, possono essere controllati e indirizzati arbitrariamente e senza efficaci forme di controllo.  
Il meccanismo più utilizzato per serrare le fila dell’opinione pubblica, o se preferite del popolo, o ancora dei singoli cittadini, è quello di costruire un nemico, assoluto e facilmente spendibile, da combattere almeno in apparenza, con rigore. Fino all'emergenza Covid hanno funzionato bene i migranti. Il passato governo giallo-verde ne ha costruito una rappresentazione di guerra che ha retto in maniera egregia e ha generato consenso.
Il nemico ideale deve essere inoffensivo, fragile, non avere appigli nel sistema, esecrabile nella diversità, e possibilmente generare sentimenti di sottinteso razzismo, non dichiarato esplicitamente. Il nemico deve essere diverso, non assimilabile, possibilmente reo di colpe più o meno precisate. Portatore di malattie, di illegalità, immorale, pronto a delinquere. Facile a essere passivo e sfruttato. La logica capitalista rimesta in politica, e al suo linguaggio si adatta bene. 
La pandemia ha interrotto questa comoda situazione. Mancavano i migranti, pur restando gli stilemi. Assenza di sbarchi, un lock down che guarda caso ha interessato anche le organizzazioni criminali, prime sfruttatrici del bisogno di emancipazione delle masse provenienti dai paesi sottosviluppati.
Si era per questo alla ricerca di un nuovo nemico. Quanto meno di un nuovo argomento in grado di accomunare le componenti più qualunquiste dell’opinione pubblica, di tenere in sordina una sinistra sempre più debole nel promuovere idee vicine a quella che dovrebbe essere l’identità ideale.
A cavallo dell’emergenza Covid, il tema della giustizia si è rivelato il luogo più adatto dove pescare. In particolare, per le caratteristiche di fragilità e impotenza dei soggetti che vi appartengono si è rivelato l’universo carcerario. Rigore dunque.
Un sondaggio pubblicato dall’Istat nel giugno 2018, e dedicato alla percezione d’insicurezza dei cittadini, indica che il 39,4% del campione si sente poco sicuro, fino ad arrivare a non uscire di casa. Il dato si articola in successive declinazioni. A fronte, solo il 6,4% del campione ha vissuto la paura concreta di essere sul punto di subire un reato. La differenza è notevole, indicando un terreno fertile dove cercare di cercare consenso. Come dire un pesce su due abbocca.

Ogni tempo ha la sua legge
Ettore Messana nell'aprile del 1941 diventa questore di Lubiana. Fino al maggio del 1942. Il fascismo vuole una Slovenia italianizzata. Messana organizza una rete di campi di concentramento, dove le vittime stimate saranno 19.000. La Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ne chiede l’incriminazione. Nel 1945 anziché il carcere lo aspetta una promozione. Diventa Ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia. Ulteriori dettagli e atrocità sul personaggio, se interessati, non mancano. 
Che a ogni tempo corrisponda una concezione specifica di giustizia è un fatto che non deve sorprenderci. Così come la soggettività e l’originalità del giudizio del colpevole anche all'interno del medesimo ordinamento. Oggi l’impunità del signor Messana, rappresenterebbe un evento insostenibile. Nel 1945 è stata possibile.
La mutazione dei valori sociali di riferimento fa variare l’entità del castigo. In altri casi, sporadici in termini di numeri, entrano in gioco considerazioni che esulano il postulato della legge. In Italia si parla molto e troppo si è parlato di riforma della giustizia. Il dibattito si concentra sui tempi. Nel 2016 il processo penale durava in media tre anni e nove mesi. In media. Questo è certamente un problema rilevante, che ha pure un risvolto classista. I meno abbienti, i poveri, difficilmente possono sostenere per un tempo così lungo le spese per la loro difesa. Faranno ricorso all'avvocato d’ufficio. In ogni caso la disponibilità economica condiziona la qualità della difesa di un imputato.
La legge è uguale per tutti, ma se possibile scegliete il miglior avvocato che potete permettervi. Per esempio.
L’unica primaria soluzione a questo stato di cose è quella di destinare risorse al meccanismo giudiziario. Informatizzare le procedure, ampliare le garanzie giuridiche, rendere i linguaggi adottati più consoni e comprensibili alle consuetudini odierne, semplificare i meccanismi che regolamentano le attività.
Il tema vero e forte è però un altro: la necessità di una rinnovata valutazione delle pene, legate oggi a una legislazione scaturita all'emergenza istituzionale della lotta alla mafia e al terrorismo. Oggi, 2020, da un punto di vista umanitario, e stante la situazione politica corrente, è ancora sostenibile l’entità di alcune condanne e la modalità della loro esecuzione all'interno dell’istituzione carceraria?
Questo si dimostra essere il vero punctum da discutere. Proprio ricordando il vecchio adagio che vuole la pena intenta a produrre gli effetti più intensi presso coloro che non hanno commesso l’errore. Focault, già nel 1975 centrava il problema. Il detenuto è ormai l’elemento annientato, qualsiasi sia il reato commesso. Seppure risultasse combattivo, irredento, aggressivo, violento, irriducibile, è sconfitto. Non dispone più del suo corpo, e la mente spesso vacilla. Il detenuto non conta più in sé stesso, ma vale il peso mediatico del simbolo che rappresenta. Un file da gestire, che sia oggetto di clemenza, oppure di accanimento. Quello che importa è il messaggio spedito verso l’esterno. La pena rimanda alla paura di subirla. E questo timore riguarda più l’innocente del colpevole. L’innocente porta in sé un doppio timore: della pena ingiusta e dell’errore. Il colpevole sta invece pagando un prezzo che ha messo in conto. È preparato al peggio.
Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla.
Cesare Beccaria, non era uomo di spiccata vocazione democratica. Anzi. Però sull'esercizio della giustizia il suo pensiero utilitarista è ancora attuale.
Parafrasando. Se l’innocente ha doppia paura, la sua libertà è vissuta come un bene incerto e da conservare a qualunque condizione, come accadrebbe in guerra per la propria vita. La migliore condizione di tutela del bene è quella del consenso al più forte. Ovvero appartenenza al sistema, insieme alla speranza o alla presunzione di intangibilità.
Quello che viviamo oggi, rispetto all'amministrazione della giustizia, è il riflesso dell’impotenza della classe politica di generare decisioni autonome, probabilmente impopolari, ma lungimiranti, e portatrici di benefici per l’intera società. Nel dibattito regna poi l’incultura totale, obbligata o voluta non è dato capire, da parte dei diversi soggetti. 
Una guerra inizia e finisce. Vincitori e vinti. Armistizio e resa. Ricostruzione e prosperità. Questi sono i passaggi. Nel nostro paese la giustizia, è l’impressione di chi scrive, continua una guerra ancorata ai fantasmi del passato, che ha già vinto. Non ci si accorge che il nemico è sconfitto, o pesantemente ridimensionato. Si pugna verso i fantasmi, senza cogliere, forse a pieno, le priorità del presente.
S’intende che ci riferiamo a certe modalità di agire illegalmente, intese tali come comuni, mafiose o politiche, che appartengono al passato, e non sono certo assimilabili alle nuove forme di criminalità, che non intendiamo certo sconfitte, e tanto meno emerse nella loro completa geografia.
Con i dovuti distinguo, è forse il momento di attenuare eventuali livori, e iniziare a valutare un diverso atteggiamento dell’istituzione che possa essere assimilabile a iniziative di alleggerimento dei più duri regimi carcerari. Ci riferiamo in particolare all'applicazione del carcere duro, o 41 bis. Una misura emergenziale, che ha come obiettivo principale l’impedimento a mantenere contatti con l’organizzazione criminale di provenienza. Nei casi che citeremo più avanti, tra i vivi, questa necessità sembra essere venuta decisamente meno.
Per quanto la colpa sia stata grave, va sempre ricordato che ogni tempo ha la sua legge. L’opportunità che offre questo periodo storico allo stato è l’oggettivo riconoscimento della sconfitta di ogni manifestazione terroristica, e lo ripetiamo lo sbandamento di alcune fazioni appartenenti alla criminalità organizzata.
Tra i magistrati e i politici c’è chi sostiene che le leggi speciali e il carcere duro abbiano fortemente contribuito al successo dell’istituzione. È probabile. Ma forse ora è tempo di rivedere quei dispositivi, almeno nei termini che riguardano la quotidianità carceraria e l’entità delle condanne. Mostrare pietas verso chi è stato sconfitto, permetterebbe di avviare un percorso di pacificazione e comprensione rispetto a quanto accaduto negli anni di piombo. E soprattutto consentirebbe alla società civile, di aprire un vero dibattito sulle istanze che muovevano in quel periodo, e che sono rimaste sepolte dalla repressione della violenza. Il nostro paese ha una fame enorme di comprendere con chiarezza cosa è accaduto, storicizzando finalmente eventi che rimangono per sempre cronaca, e per questo soggetti a diverse interpretazioni. Anche la storia lo è, ma in misura minore, e maggiore è in essa l’immanenza di una verità condivisa.
Difendere gli indifendibili
Se proviamo a portare alla memoria le figure dei condannati che più frequentemente emergono dall'immaginario collettivo, troviamo Totò Riina e Giuseppe Provenzano, morti in carcere, rispettivamente nel 2017 e nel 2016, dopo lunga detenzione. Meno presente, in tutti i sensi, il fantasma di Matteo Messina Denaro, capomafia latitante dal 1993, e che certamente gode di importanti protezioni. Riaffiora ciclicamente il nome di Raffaele Cutolo. Sono difficili da rappresentare le vicende che riguardano la presunta trattativa Stato-mafia. Nell'ambito politico, alle cronache restano i nomi di Nadia Desdemona Lioce, più sfumati quelli di Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, membri nel 2003 delle BR-Pcc. I viventi sono detenuti in regime di 41 bis.
Attenzione, chi scrive tiene a precisare, che i nomi sono citati in riferimento all'entità dell’emersione di una sorta di memoria collettiva. Ovvero, a parte il caso di cronaca presentato nel quotidiano da televisione e carta stampata, quanti di noi ricordano o conoscono con precisione, quei nomi e quelle trame delittuose, che a oggi dobbiamo ritenere essere ben più vive e pericolose?
Curiosamente, ed è giusto riflettere nel merito, nel paese dove la distrazione fiscale è stimata nell'ordine di circa cento miliardi di euro, la più alta d’Europa, se cerchiamo tra gli archivi della cronaca il nome di un grande evasore non lo troviamo. Così come è giusto domandarci quando conosceremo i colpevoli del crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto del 2018 ha causato 43 morti. Ancora è bene ricordare nell'elenco, i quattordici detenuti morti in carcere, durante le rivolte di marzo, generate dalla sospensione dei colloqui. La versione ufficiale parla di decessi causati da intossicazione da overdose. Tutti. Qualche commento? L’elenco, eterogeneo a dire il vero, potrebbe continuare, pur accolto con una certa distrazione da parte della pubblica opinione. Però subito l’attenzione si ravviva quando trattiamo di persone confinate nella loro immagine.
Non unica nel suo genere, la vicenda che ha interessato le sorti di Raffaele Cutolo è stata centrale nei giorni scorsi. La sua richiesta di arresti domiciliari ha sbancato nei talk, generato milioni di post nei social, sollevato le orde degli indignati a gettone di presenza. La ricordiamo brevemente, scivolando nella cronaca. Citiamo Raffaele Cutolo, proprio perché suo malgrado è giudicato un simbolo, e forse troppo facilmente può essere considerato un indifendibile. Di certo è un uomo di settantotto anni, recluso da oltre quaranta. Le sue colpe non si possono negare, il curriculum criminale è di tutto rispetto. Fino al 1982, e al trasferimento al carcere dell’Asinara Cutolo è stato un uomo potente. Ma da quella data inizio il suo declino. Oggi cosa ne resta? Un uomo malato, questo è accertato. Intervistato telefonicamente, l’avvocato Aufiero, il suo legale ne descrive così la condizione:
“… Cutolo viene ricoverato più o meno alle cinque del mattino, con massima urgenza il 18 febbraio. Per un 41 bis essere ricoverato alle cinque del mattino, significa che le condizioni di salute debbono essere particolarmente gravi. Esistono dei protocolli da rispettare, e se un detenuto viene portato in ospedale a quell'ora le sue condizioni sono particolarmente gravi. Riguardo a Cutolo, ne ho la certezza, avendo parlato con alcuni sanitari del carcere, nei giorni successivi. Mi è stato detto che è stato preso per i capelli. Anche se il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, su questa mia affermazione non conveniva. Oltre questo aspetto sa qual è la diagnosi per la quale Cutolo veniva trasferito in ospedale? Glielo dico io: per episodi di incontinenza, e perché si sono verificati ripetuti episodi di caduta dal letto.
Io quando ho letto questo mi sono detto: Cutolo lo hanno portato in ospedale alle cinque del mattino perché era incontinente e cadeva dal letto?  Non mi sembrava possibile, e in effetti quando arriva in ospedale gli viene diagnosticata una polmonite bilaterale. Quando dico che il carcere di Parma non è idoneo a curare un detenuto di settantotto anni, non dico una cretinata. Mi ha riferito la moglie che già prima di Natale aveva questa tosse molto forte, e se lo ricoverano alle cinque del mattino perché bagna il letto, della polmonite evidentemente non si sono proprio accorti. Quando affermo tutto questo non dico una bestialità, ma porto dati oggettivi. Cutolo arriva alle cinque del mattino in gravi condizioni di salute, per me in fin di vita perché così mi è stato riferito. E se non fossero state gravi, non lo avrebbero ricoverato dal 41 bis, Cutolo Raffaele”.
 “… Che Cutolo abbia una condizione di salute incompatibile con il carcere, non lo dico soltanto io. C’è una nota della Direzione sanitaria del carcere del 15 aprile 2020, che anche il Tribunale di Bologna richiama, che afferma come lo stato di salute di Cutolo sia incompatibile con il carcere. L’Asl di Parma, con tre distinte note, dice che il carcere della città non è idoneo per curare una serie di detenuti, tra cui il mio assistito”.
Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto il ricorso della difesa.
Chi scrive non intende commentare.
La vera questione è che in uno stato di diritto bisogna avere il coraggio di difendere gli indifendibili. Che loro malgrado rimangono simboli. Completamente svuotati del loro potere, ma utili a chi politicamente vuole alimentare vecchie e nuove paure.

Mario De Pasquale