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Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

Primo maggio, per un'alternativa anticapitalista e socialista

 


1 Maggio 2025

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del Primo maggio

La nuova direzione dell'imperialismo USA punta ad una spartizione del mondo fra grandi potenze (USA, Russia, Cina), offrendo all'imperialismo russo un ruolo negoziale su scala globale. Il suo obiettivo è separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese per contrastare l'ascesa di quest'ultimo. Gli imperialismi europei vengono scavalcati. Il ridimensionamento della presenza USA in Europa, il riconoscimento alla Russia del diritto ad ampliare la propria area di influenza nel vecchio continente, la rivendicazione di un controllo USA sull'intero continente “americano” (...esteso alla Groenlandia!), l'avvio di una guerra commerciale mirata principalmente contro la Cina sono tutti tasselli del “Fare di nuovo grande l'America”. È il tentativo americano di rimontare la propria crisi di egemonia.

Non sappiamo se la manovra di Trump avrà successo. Ma già ora osserviamo le sue ricadute sulla classe operaia e sui popoli oppressi.

Ogni imperialismo cerca di arruolare i salariati sotto la propria bandiera. Gli imperialismi europei - sgomitando tra loro- avviano una grande operazione di “riarmo” per prenotare un posto a tavola nella spartizione mondiale, a carico di sanità, istruzione, diritti sociali. Il protezionismo alzerà i prezzi ovunque a spese dei salari, mentre le delocalizzazioni in direzione degli USA colpiranno i posti di lavoro in Europa. Intanto negli USA decine di migliaia di salariati vengono licenziati dalla pubblica amministrazione, per ridurre le tasse sui capitalisti. Mentre le spese globali in armamenti superano i tremila miliardi: ogni imperialismo vuol sedersi al tavolo con la pistola in fondina ben carica. In una prospettiva storica è la corsa verso una guerra mondiale. Nessun imperialismo oggi la vuole. Ma tutti in forme diverse rischiano di concorrervi.

I popoli oppressi sono le prime vittime delle manovre imperialiste.
L'Ucraina, invasa tre anni fa dall'imperialismo russo, è oggi minacciata dalla nuova tenaglia russo americana. Tra una Russia che reclama il proprio bottino di annessioni, e gli USA che puntano alle risorse minerarie ucraine: si prepara una pace per procura. Quanto agli imperialismi europei si candidano a protettori militari di una futura pace imperialista.

La Palestina resta più che mai sotto le bombe dello Stato sionista, col concorso di tutti gli imperialismi. Trump ha dato carta bianca a Netanyahu nel massacro senza fine di Gaza e nel terrore sempre più brutale in Cisgiordania. Gli imperialismi europei, Italia inclusa, continuano a sostenere militarmente Israele. Quanto all''imperialismo russo non mette certo a rischio le sue relazioni con Trump per la Palestina, né peraltro ha mai rotto il proprio rapporto con Israele. Il progetto annessionista della Grande Israele si avvale di tutte queste complicità.

L'attuale scenario mondiale riassume il bilancio di trent'anni. Le classi dirigenti liberali che dopo il crollo del muro di Berlino avevano annunciato un futuro di pace e prosperità sono di fronte al proprio fallimento. La sinistra riformista internazionale, subordinandosi ciclicamente ai governi liberali ha concimato il terreno della propria disfatta. Le tendenze reazionarie capitalizzano la crisi congiunta di liberalismo borghese e riformismo, sia in America che in larga parte d’Europa.

In Italia i tre anni di governo Meloni riassumono, in forma particolare, lo scenario mondiale. Il suicidio della sinistra cosiddetta “radicale” tra le braccia di Prodi, alla vigilia della grande crisi capitalistica del 2008, ha spianato la strada all'onda lunga del populismo reazionario tra le stesse fila dei salariati. La subordinazione delle direzioni sindacali ai governi borghesi dell'ultimo decennio (Monti, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi) ha fatto il resto. Il risultato è che il 58% dei salariati in Italia si astiene dal voto, mentre il 39% dei salariati che votano sostengono Fratelli d'Italia. Un disastro. Ciò che oggi incoraggia il governo Meloni nella stretta repressiva contro lotte e diritti (Decreto 1660), nel perseguimento di una riforma istituzionale reazionaria (premierato e autonomia differenziata), nell'attacco ai diritti delle donne e di tutti i settori particolarmente oppressi.

Tanto più in questo quadro il PCL sostiene attivamente la campagna per cinque SI referendari alla abrogazione di leggi antioperaie ed antidemocratiche, a difesa del lavoro e dei diritti di cittadinanza. Ma è necessario combinare l'iniziativa referendaria con una svolta radicale sul terreno della lotta di classe. Una svolta che dia a milioni di lavoratori e lavoratrici una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti in cui riconoscersi e una ritrovata fiducia nella propria forza. Per un aumento generale dei salari di almeno 400 euro netti, una riduzione dell'orario di lavoro a 30/32 ore pagate 40, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il raddoppio dell'investimento pubblico in Sanità, istruzione, lavoro, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Solo una grande vertenza generale attorno a queste rivendicazioni può unificare il mondo del lavoro, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. In direzione di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa.

Più in generale non c'è via d'uscita dall'imbarbarimento del mondo fuori da una prospettiva anticapitalista e socialista. Il proletariato mondiale non è mai stato tanto forte nei numeri, con oltre due miliardi di salariati. Ma la sua coscienza ha subito un arretramento storico, per responsabilità delle sue direzioni. Ricostruire una coscienza anticapitalistica nel proletariato internazionale, è l'unica via per rilanciare la sua capacità di egemonia su tutte le lotte di liberazione. Ma per ricostruire la coscienza rivoluzionaria è necessaria l'azione organizzata di una avanguardia, in ogni paese e su scala mondiale. Di un partito rivoluzionario leninista.


NO AL RIARMO IMPERIALISTA E ALL'ECONOMIA DI GUERRA

PER I DIRITTI DI AUTODETERMINAZIONE DI TUTTI I POPOLI OPPRESSI, CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI VECCHI E NUOVI.

NO AL COLONIALISMO SIONISTA E ALLA SUA BARBARIE.
PER UN SOSTEGNO INCONDIZIONATO ALLA RESISTENZA PALESTINESE.
PER LA CONVERGENZA TRA RESISTENZA PALESTINESE, RESISTENZA KURDA E RIVOLUZIONE ARABA.
PER UNA PALESTINA UNITA DAL FIUME AL MARE, DEMOCRATICA, LAICA, SOCIALISTA, IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE

NO ALLA SPARTIZIONE IMPERIALISTA DELL'UCRAINA.
PER IL RITIRO DELLE TRUPPE RUSSE DAI TERRITORI CONQUISTATI CON L'INVASIONE DEL 24 FEBBRAIO 22.
NO AL SACCHEGGIO DELLE RISORSE UCRAINE
PER UNA PACE SENZA ANNESSIONI.
PER L'AUTODETERMINAZIONE DEL DONBASS.

VIA IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI, GOVERNO REAZIONARIO DI POLIZIA.
PER UNA SVOLTA DI LOTTA GENERALE CHE UNIFICHI LA CLASSE LAVORATRICE E ATTORNO AD ESSA TUTTI I SETTORI OPPRESSI DELLA SOCIETA'
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, UNICA VERA ALTERNATIVA.

SOCIALISMO O BARBARIE.

PER UNA INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIA DEL PROLETARIATO:
PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!




(volantino allegato in fondo alla pagina)

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


Scrivi a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook ufficiale per sapere come acquistarlo

16 Maggio 2023

Aiutaci a propagandare le idee del marxismo. Diffondi e sostieni Unità di Classe con un contributo libero. Puoi fare una sottoscrizione con PayPal, in modo rapido e sicuro, inviando il pagamento a: info@pclavoratori.it, oppure seguendo le istruzioni a questo link

In questo numero:


Per un'opposizione di classe e di massa. Per un partito indipendente della classe lavoratrice. Editoriale

Francia. Una grande lotta, il ruolo delle burocrazie, il tema della prospettiva - Marco Ferrando

Sindacato. Unirsi oggi per opporsi meglio domani

I movimenti ambientalisti tra criminalizzazione del dissenso e tentativi di radicalizzazione - Tecla Fumai, Antonio Casagrande

A ottant’anni dall’insurrezione del ghetto di Varsavia

Cinema. «Moretti non si fa coi se»; e chi l’ha detto? - Salvo Lo Galbo

In Gran Bretagna scioperano gli infermieri. Non accadeva da 106 anni

 


Gli infermieri britannici hanno votato a favore di un proprio sciopero generale contro il nuovo governo conservatore. Lo sciopero sarà attuato entro la fine dell'anno e si annuncia duro. Nei suoi 106 anni di storia è la prima volta che il sindacato di categoria del personale sanitario (RCN, Royal College of Nursing) promuove uno sciopero in Gran Bretagna. Al centro della piattaforma una forte rivendicazione salariale.


Lo sciopero ha un impatto politico, non solo sindacale. La Gran Bretagna sta attraversando una durissima crisi economica e sociale. Il nuovo premier di recentissima nomina Rishi Sunak sta predisponendo in questi giorni una legge finanziaria di lacrime e sangue, fatta di tagli alla spesa pubblica, per rimontare il crollo della sterlina. Il ministro della sanità Steve Barclay ha drammatizzato la convocazione dello sciopero annunciando un imprecisato intervento d'emergenza contro i lavoratori e le lavoratrici. Di certo nulla cozza contro la politica dei conservatori più di una domanda di investimento nella sanità pubblica e nei salari di chi ci lavora.

L'aspetto interessante della situazione inglese sta nella propagazione degli scioperi salariali in diversi settori proprio nel momento della massima crisi di direzione politica dell'imperialismo britannico e della sua stessa monarchia. È un esempio per la classe operaia italiana, e un monito al governo Meloni. Ma anche uno schiaffo all'inettitudine vergognosa della burocrazia sindacale di casa nostra, disposta a inginocchiarsi persino di fronte a un governo a guida postfascista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Landini per Draghi

 


ll Segretario della CGIL si allinea al coro padronale a sostegno di Draghi

“Abbiamo bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni” dichiara Maurizio Landini. Sul quotidiano La Repubblica che gli chiede se questo significa una difesa di Draghi, il segretario si schermisce dicendo che non è suo compito entrare nel merito della crisi politica. Ma ci tiene a ribadire ripetutamente lo stesso concetto per evitare che non venga inteso: “Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni”. È il mantra di Landini in queste ore. Chiunque non sia scemo o ipocrita capisce che il suo significato è uno solo: la burocrazia CGIL offre sponda al governo (tuttora) in carica e al suo Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui tutte le organizzazioni dei capitalisti stanno facendo campagna a sua difesa.

Perché le organizzazioni padronali si stiano spendendo per Draghi è sin troppo chiaro: difendono il nuovo pacchetto di miliardi targati PNRR in arrivo nelle loro tasche, l’impegno a tagliare il cuneo fiscale a carico dell’erario pubblico (cioè delle lavoratrici e dei lavoratori) per scongiurare rivendicazioni salariali, una delega fiscale che promette la cancellazione definitiva dell’IRAP (che oggi finanzia la sanità pubblica), un DDL Concorrenza che estende liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, l’aumento annunciato delle spese militari con tanto di laute commesse per l’industria di guerra tricolore... Draghi è il più autorevole garante di tutto questo, in Italia e in Europa. Perché non dovrebbe riscuotere il plauso corale del capitale?

La ragione invece per cui la CGIL senta il bisogno di associarsi alla campagna dei capitalisti si può spiegare solo in un modo: la subalternità della burocrazia sindacale alla classe dominante e ai suoi interessi di stabilità e governabilità. Che determina non solo l’assenza di una piattaforma di lotta generale attorno alle ragioni del lavoro (assieme alla convergenza su rivendicazioni centrali della piattaforma confindustriale, come sul cuneo fiscale), ma anche l’allineamento della CGIL alla santificazione di Draghi come uomo della “salvezza nazionale”. Nonostante il fatto (oltretutto) che l’attuale governo, come e più dei governi borghesi precedenti, abbia relegato le burocrazie sindacali in anticamera, privandole di uno spazio reale di concertazione, e prendendole regolarmente a schiaffi. Evidentemente la governabilità del sistema capitalista per Maurizio Landini è un valore superiore allo stesso prestigio della burocrazia sindacale.

È il caso di dire che ciò che manca alle lavoratrici e ai lavoratori non è il governo dell’avversario, ma un proprio sindacato. Un sindacato che stia dalla parte del lavoro, in contrapposizione a ogni governo padronale (sia esso Conte o Draghi). “Un sindacato nel pieno delle sue funzioni”, innanzitutto quelle più elementari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ucciso dal capitalismo. Ucciso come lavoratore, come studente, come giovane

 


Lorenzo Parelli è morto a 18 anni durante l'alternanza scuola-lavoro

22 Gennaio 2022

I soliti protocolli di cordoglio formale per la vittima, per la famiglia, non cambiano la responsabilità della dominazione capitalistica sul lavoro e del sistema scolastico al servizio delle imprese

È caduto sul lavoro uno studente-lavoratore di 18 anni. Si chiamava Lorenzo Parelli, risiedeva nel Comune di Castions di Strada (ex provincia di Udine). Era studente dell’istituto paritario salesiano Bearzi di Udine (cioè una scuola privata e confessionale sostenuta con risorse pubbliche) e svolgeva l’alternanza scuola-lavoro presso lo stabilimento di Lauzacco (Comune di Pavia di Udine) della Burimec Srl, azienda che produce materiali e attrezzature per la siderurgia e avente il sito produttivo principale a Buttrio, nel cuore del distretto della sedia di Manzano. Ovvero: quel micidiale sistema di esternalizzazione produttiva veicolo di un dumping di diritti e di livelli retributivi della manodopera al fine del taglio dei costi di produzione.
La partitocrazia del governo capitalistico non ha perso tempo nel suo piagnisteo routinario a prendere le difese del sistema dell’alternanza-lavoro. Il presidente della Regione Fedriga e l’assessore al Lavoro Rosolen hanno subito detto che bisogna stare zitti: “l’incommensurabile dolore sofferto dalla famiglia impone a tutti un rispettoso silenzio”. Dal canto suo la componente PD del governo Draghi, per bocca della consigliera regionale Da Giau, ci ha messo in guardia dal “lanciare accuse frettolose”. Il fronte unico della borghesia si è dunque compattato subito, a difesa di questo strumento di utilizzo del lavoro.


PRECEDENTI IN FRIULI VENEZIA GIULIA E ALCUNI TRASCORSI GIUDIZIARI LEGATI ALLA BURIMEC

C’erano già stati precedenti anche in Friuli Venezia-Giulia di infortuni accaduti a studenti in alternanza sul posto di lavoro. Quanto accaduto alla Burimec non è stato un episodio imprevedibile. Tanto più che si inserisce nella mattanza generale di forza-lavoro che è sotto gli occhi di tutti.
La Procura di Udine indaga per omicidio colposo l’amministratore delegato Pietro Schneider, come legale rappresentante della proprietà. Lo Schneider nel settembre 2018 era stato condannato a nove mesi di reclusione (condanna sospesa con la condizionale) per “induzione indebita a dare o promettere utilità”, una formulazione che la GUP del Tribunale di Venezia aveva coniato per descrivere altrimenti la natura concussiva di un rapporto tra lo Schneider e due ufficiali della Guardia di Finanza (uno venne prosciolto l’altro condannato a quattro anni) al fine di ottenere uno sconto su sanzioni dell’Agenzia delle Entrate alla vigilia di un controllo fiscale alla Burimec.


QUELLA FORZA-LAVORO FORNITA DAI PCTO

Lorenzo Parelli faceva parte di quello speciale contingente della forza-lavoro messo a disposizione della proprietà d’impresa, praticamente a costo zero, in forza ad un programma denominato solennemente (con la tipica ipocrisia della mentalità ampollosa di classe borghese quando si tratta di parlare della “formazione” della forza-lavoro) “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO), o secondo la vecchia dicitura, alternanza scuola-lavoro. Un percorso obbligato introdotto della legge 107 del 2015 detta della “Buona Scuola”.
Che significa alternanza-scuola lavoro? Buona parte del popolo dei salariati adulti non lo sa. A meno che non ne facciano esperienza sul posto di lavoro, essi tendono a confonderlo con dei tirocini finalizzati all’assunzione. L’analfabetismo politico indotto dal conformismo della compatibilità governista, alla ricerca del “menopeggismo” per le classi popolari (governi e amministrazioni della mediatica categoria di “centrosinistra” e concertazione e collateralismo del sindacato “pragmatico”), ha prodotto nei decenni nelle masse lavoratrici un immaginario generale distorto rispetto la realtà del lavoro odierna. Parliamo soprattutto dell’identificazione dei propri interessi di esistenza sociale con gli interessi di classe dei propri sfruttatori, la classe capitalista: se vanno bene i profitti, domani o dopodomani, ci saranno dei benefici anche per la classe lavoratrice, magari per le generazioni più giovani. Rivolgersi elettoralmente verso i partiti borghesi più reazionari come Lega e FdI costituisce l’effetto, e non la causa, di questa dissoluzione della propria identità di classe. La borghesia resta la classe dirigente dell’economia e dello Stato per “legge di natura”, l’unica “naturalmente” ammessa a dirigere lo sviluppo sociale. Fuori da questo ordine c’è solo irrazionalità. Su questo si misura la vera radice della crisi del progetto socialista tra le masse lavoratrici.


“UN LAVORO PURCHÉ SIA”

Ma la perdita della coscienza di classe, tra le sue conseguenze nefaste, ne ha generata una in particolare. Quella che ha rilanciato la meritocrazia sulla base di chi accetta lo sfruttamento. È il tipico paradigma dello sfruttamento padronale: un lavoro purché sia!
La devastazione sociale di questa scomposizione identitaria è tuttora sottovalutata anche dalle sinistre politiche e sindacali classiste. Essa porta all’autolesionista accettazione, benché di fatto sia una scomposizione della soggettività collettiva e quindi individuale del prestatore di lavoro, che la classe operaia non può sbagliare. Altre categorie professionali, come magistrati, medici, manager d’impresa o statali, hanno il diritto allo sbaglio, la classe operaia no. Si provi ad osservare quando succede un incidente in una fabbrica o in un cantiere, anche mortale, quanto sia diffuso tra i lavoratori, assieme allo sgomento e alla rabbia, quel pensiero traducibile con le frasi “ma se stava più attento”, “doveva prendere più precauzioni” e via dicendo. La parte datoriale viene schermata. La responsabilità delle burocrazie complici dei sindacati di massa (dirigenti della CGIL in particolare, in quanto storicamente identificata nell’immaginario collettivo come il sindacato più forte e più a sinistra) è enorme.
Ma che dire quando la vittima dell’organizzazione capitalistica del lavoro è uno studente medio? Che esperienza poteva avere? Su quale perizia, in merito a precauzioni, poteva contare? Da quale esperienza professionale personale poteva attingere?
“Un lavoro purché sia” significa aver tradotto legalmente la meritocrazia dello sfruttamento nella quale rientra, per gli studenti, la previsione della forzosa partecipazione ai programmi dell’alternanza scuola-lavoro. Di più. La direzione aziendale può, di fatto, deputare lo studente-lavoratore a mansioni anche ben al di là del contenuto del programma formativo. Chi controlla? Come detto all’inizio, si tratta di un contingente messo gratuitamente a disposizione della proprietà d’impresa, con tanto di contributi pubblici (in larga parte pagati dagli stessi salariati attraverso il prelievo fiscale), la quale può impiegarlo, di fatto, alle proprie esigenze organizzative e produttive. Ad affiancare le file di questo contingente arriveranno coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza, in forza alla restrizioni introdotte ai requisiti di accesso, e i migranti richiedenti asilo. Proprio il Rdc non a caso è oggetto di strali meritocratici: nonostante tutti i suoi limiti, indirettamente ha rappresentato, in parte, un’opzione non al lavoro, ma al lavoro ipersfruttato, nero o legale.
L’impiego di questo contingente di lavoratori extra contratto va a scapito delle capacità negoziali, e quindi delle condizioni di lavoro, di occupazione, e dell’agibilità giuridica, degli stessi salariati “ordinari”, cioè contrattualizzati.
Le caratteristiche storicamente esistenti della ripartizione per contingenti della merce forza-lavoro, ovvero ripartizione per gruppi di condizioni retributive e giuridiche, rimane sempre la bussola di orientamento per misurare i rapporti di forza nella relazione capitale-lavoro.


RIPRENDERE LA CONTESTAZIONE ALLA SCUOLA SOTTOMESSA AL CAPITALISMO.
SE MUORE O SI INFORTUNA UNO STUDENTE IN ALTERNANZA LA RESPONSABILITÀ È ANCHE DELLA DIRIGENZA SCOLASTICA


La scuola, e l’università, non sono più borghesi. Anzi, semmai, l’istruzione terziaria permette la fuoriuscita dalla sussunzione al regime di classe, dalla stessa reale contraddizione di classe. Un percorso risolutivo di emancipazione individuale. Anche negli ambienti “alternativi” questo sembra essere, oggi, il registro cognitivo maggioritario dell’immaginario delle relazioni sociali. La contestazione alla scuola e all’università sottoposte agli interessi di classe borghese è sparita, almeno nella sua manifestazione diffusa. Tra i riscontri di questo fenomeno regressivo possiamo inserire il paradosso degli scioperi del Fridays For Future organizzati localmente spesso fuori dalle ore di lezione, con la benedizione dei dirigenti scolastici. E’ il riflesso nell’ambiente scolastico del patto interclassista dell’unità nazionale dietro l’”Azienda Italia”, cioè il profitto del capitale.
Da questa visione deriva che l’apparato dirigente scolastico, dal ministero all’apparato locale, non è più (o non è sempre) la controparte. In realtà è proprio questo apparato che garantisce il ruolo gregario del sistema scolastico rispetto l’impresa capitalistica e i suoi mercati. È questo apparato che costituisce lo strumento esecutivo che fa diventare il sistema scolastico un centro d’impiego per manodopera di un segmento del mercato del lavoro senza garanzie di tutela e possibilità di protagonismo. Basti l’esempio di quanto successo nell’aprile 2018 all’ITIS di Carpi (Modena), dove uno studente-lavoratore fu colpito dalla repressione del dirigente scolastico con un 6 in condotta per aver espresso sulla propria pagina Facebook delle critiche rispetto la propria esperienza di alternanza scuola-lavoro. L’apparato dirigente scolastico in questi casi diventa un caporalato legittimato. Per cui, se lo studente-lavoratore si infortuna o addirittura perde la vita, i responsabili scolastici dei progetti dell’alternanza devono essere messi sul banco degli imputati assieme ai proprietari dell’azienda. Devono subire la stessa persecuzione penale.


GLI STUDENTI IN ALTERNANZA SONO STUDENTI LAVORATORI, VANNO SINDACALIZZATI E CONTRATTUALIZZATI

Da marxisti promuoviamo la fusione tra scuola-scienza-lavoro. Ma sappiamo che tale fusione, nella sua applicazione positiva, può avvenire solo grazie ad un autentico governo dei lavoratori costituente un ordinamento socialista. In regime capitalistico questo può diventare solo occasione di sfruttamento e di dumping delle condizioni di lavoro. Ecco perché, come Partito Comunista dei Lavoratori, ne rivendichiamo l’abolizione. Se una partecipazione attiva all’organizzazione del lavoro dell’impresa può tornare utile allo studente, in regime attuale entro termini ben definiti, ebbene questi deve essere inquadrato come un lavoratore, contrattualizzato, con un mansionamento limitato al contenuto del progetto di formazione, e con piena agibilità sindacale, anche nell’elezione di propri rappresentanti. È la via per ricomporre il tessuto sociale della classe lavoratrice, i suoi comparti, i reparti più arretrati con quelli più avanzati e più forti sul piano organizzativo e negoziale.


LA NECESSITÀ DELL'OPPOSIZIONE AL SISTEMA

In questi decenni di conformismo governista, dove essere un partito di massa significa candidarsi per fare meglio di altri gli interessi della classe capitalista, per essere più bravo di altri a garantire l’”unità nazionale”, cioè la “pace sociale”, dove tutti parlano di governo e di amministrazione, anche alcuni di quelli identificati come “sinistra radicale” che inseguono compatibilità con la politica dominante chiamandole “realismo”, è scomparsa a livello di massa la cultura politica dell’opposizione sistemica. L’opposizione totale, generale, a tutti i livelli, ai processi direzionali politici ed economici. L’opposizione fondata sulla lotta di classe. L’opposizione incompatibile con il governo dei rapporti capitalistici, sul piano nazionale come su quello locale.
La costruzione di questa opposizione politica, degli strumenti che questa intende mettere in campo e sviluppare nel vivo della contraddizione capitale-lavoro, non è la preoccupazione dei più, nemmeno tra quelli che pure rifiutano strumenti come l’alternanza scuola-lavoro e l’ambiente istituzionale che li genera. Infatti, molti di loro pensano che governando quell’ambiente lo si può cambiare, con un sistema di alleanze progressive. Dimenticano che se non c’è più una sinistra di classe, di opposizione di massa, lo si deve proprio a quelle impostazioni conciliazioniste e corresponsabili della governabilità capitalistica.
Il discorso da fare invece è proprio l’opposto. Ricomporre il movimento operaio, costruire il blocco popolare anticapitalistico attorno ad esso, inserire, dentro ogni lotta e resistenza alle politiche dominanti, la prospettiva del governo dei lavoratori fondato sulle loro organizzazioni. L’unica prospettiva di governo che deve interessare le masse subalterne al capitale. Costruire il partito di classe, anticapitalista e rivoluzionario, vuol dire dotarsi dello strumento programmatico che fornisce unità e correlazione agli interventi politici dispiegati in tutti i fronti di lotta, per lavorare verso questa prospettiva. E’ il percorso di lavoro politico che si è dato il Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori - Friuli-Venezia Giulia

Kazakistan, una ribellione di classe

 


Le letture farlocche del campismo

9 Gennaio 2022

“Rivoluzione colorata” dell'imperialismo, “rivolta salafita integralista orchestrata dall'Occidente”... La pigrizia mentale del campismo di casa nostra (e non solo) nei presentare i fatti del Kazakistan è pari solamente alla sua ignoranza complottista. Tutto ciò che accade al mondo, a qualsivoglia latitudine, dipende sempre dall'intervento di burattinai occulti. Secondo questa visione, ad essere il motore della storia non è più la lotta di classe, con buona pace di Marx, ma le stanze dei servizi segreti. Tra i quali naturalmente si tratta solo di scegliere quelli buoni. I russi e i cinesi, ad esempio.

Purtroppo per loro, gli avvenimenti del Kazakistan rappresentano l'ennesimo schiaffo in faccia.

Innanzitutto la ribellione kazaka ha un'inconfondibile natura di classe. Ne fornisce una puntuale documentazione il Movimento Socialista del Kazakistan. Il primo gennaio i lavoratori salariati dell'industria petrolifera di Zhanaozen si sono messi in sciopero con la rivendicazione dell'annullamento dell'aumento di prezzo del gas. Il 3 gennaio gli scioperi operai si sono estesi all'intera regione di Mangghystau e poi di Atyrau.
Anche la piattaforma degli scioperanti per l'occasione si è arricchita: aumento dei salari del 100%, annullamento degli aumenti di produttività, libertà sindacali.
Il 4 gennaio sono entrati in sciopero i lavoratori del settore petrolifero della Tengizchevroil, partecipata al 75% da compagnie americane, dove nel dicembre scorso erano stati licenziati 40.000 operai. A loro sostegno si sono mossi i lavoratori del petrolio di Aqtobe, del Kazakistan occidentale e di Qyzylorda. A questi si sono aggiunti a loro volta i minatori, che sono entrati in sciopero alla ArcelorMittal Temirtau nella regione di Karaganda e nel settore del rame alla Kazakhmys. Nei fatti si è trattato dello sciopero generale della classe operaia di tutto il settore estrattivo, cioè del cuore della classe operaia industriale del Kazakistan.

Questa onda d'urto della classe operaia ha innescato un sommovimento popolare più ampio, che nella notte del 4-5 gennaio ha visto esplodere la rivolta di piazza in diverse città, a partire dalla città di Almaty, con scontri durissimi tra manifestanti e polizia. Qui il volto della ribellione è stato quello delle borgate periferiche, in larga parte dei disoccupati, che il regime ha cercato di dividere dagli operai con alcune concessioni, ma invano.
Il Presidente del Kazakistan ha ha provato allora a giocare una carta istituzionale: ha sciolto il governo, e ha licenziato Masimov, il Presidente del Consiglio di sicurezza, simulando una svolta politica finalizzata a disinnescare il movimento di massa. Ma l'operazione è fallita. Il 5 gennaio le manifestazioni operaie e popolari si sono estese al Kazakistan settentrionale e orientale, inizialmente risparmiate dalle agitazioni, e in diverse città hanno puntato ai palazzi delle amministrazioni regionali. Anche le parole d'ordine hanno assunto un carattere più direttamente politico. La parola d'ordine “Via il vecchio” (Nazarbayev), che già aveva fatto capolino nella prima fase degli scioperi è stata rimpiazzata da quella della liberazione di tutti i detenuti politici, della fine della repressione, di garanzie costituzionali, delle dimissioni di Tokayev.

Un passaggio centrale della vicenda è stato il rifiuto di alcune forze di polizia di colpire i manifestanti e addirittura qualche caso di fraternizzazione con questi. Tale linea di faglia negli apparati di sicurezza interni ha acceso la spia di massimo allarme ai vertici istituzionali del Kazakistan: la paura di perdere definitivamente il controllo della situazione a vantaggio dell'insurrezione. In questo preciso momento si è prodotta la svolta del regime: l'appello di Tokayev all'aiuto fraterno degli Stati alleati (Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Bielorussia, Armenia) e il passaggio alla repressione militare frontale, col mandato di uccidere. Gli ammiccamenti alla piazza dei primi giorni della rivolta, nella illusione di riassorbirla, hanno lasciato il posto alla denuncia di "ventimila terroristi armati dall'estero”. Denuncia grottesca subito raccolta naturalmente dalla Russia e dalla Cina. In particolare dalla Russia, che ha prontamente inviato in Kazakistan le proprie truppe speciali. Non lo aveva fatto un anno fa, quando il Presidente armeno, in guerra con l'Azerbaigian, aveva richiesto analogo aiuto nel nome della stessa alleanza militare. Putin lo ha fatto ora invece in Kazakistan senza esitazioni. Perché la sollevazione kazaka è troppo contigua al territorio della Russia, le sue rivendicazioni classiste e democratiche troppo potenzialmente contagiose, per rischiare una destabilizzazione alle frontiere. Né la Russia poteva lasciare all'imperialismo cinese, già economicamente straripante, una chiave politica d'accesso nel proprio cortile di casa. I blindati di Mosca non sono solo un aiuto regime kazako, ma anche il tentativo di bloccare ogni possibile effetto di propagazione di dinamiche analoghe in Russia, e la riaffermazione dell'egemonia militare russa in Asia centrale, contro ogni possibile tentazione concorrente

Chi solidarizza con la Russia e la Cina contro gli operai kazaki ignora peraltro non a caso il ruolo del proprio imperialismo in Kazakistan, americano, europeo, italiano. Dopo il crollo dell'URSS, quando anche la vecchia oligarchia stalinista del Kazakistan si è convertita nella nuova oligarchia capitalista, il regime kazako ha aperto a tutti gli investimenti stranieri, offrendo loro le ricchezze del paese: cromo, carbone, zinco, ferro, manganese, bauxite, ma anche il preziosissimo cobalto e naturalmente, in primo luogo, il petrolio. I paesi imperialisti hanno tutti trovato il proprio posto al sole in Kazakistan. Non solo le aziende americane ma anche quelle europee, come la Total e ovviamente l'ENI, presente in Kazakistan dal 1992, che ha recentemente stretto accordi di cooperazione con KazMunayGas per sviluppare progetti in energie rinnovabili e idrogeno.

Il regime kazako, lo stesso che uccide gli operai in sciopero, è stato ed è il garante di tutti gli interessi stranieri nell'industria estrattiva. Gli operai kazaki non scioperano solo contro il proprio regime ma anche contro gli azionisti stranieri che lo sorreggono e che sono stati da questi beneficiati nel corso degli anni. Non a caso il regime kazako, che pur si affida per la sicurezza alle forze speciali della Russia, è stato ed è ben attento a preservare un proprio equilibrio in fatto di relazioni internazionali. Con gli USA, ottenendo sempre un atteggiamento di riguardo; con la UE, infatti particolarmente cauta di fronte alla repressione sanguinosa; con la Turchia di Erdogan, che coltiva in Kazakistan una forte presenza turcofona; ma anche con la Cina, presente in Kazakistan in modo massiccio nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti. Il regime kazako insomma si è offerto a tutti i propri clienti come loro garante, giocando sulle loro rivalità e appetiti contrastanti, con l'unico scopo di restare in sella. Oggi si attende e ottiene da tutti, in forme diverse, una complicità silenziosa o un aperto sostegno. L'appello dell'ONU alla “moderazione” rivolta indistintamente a tutti i soggetti coinvolti, mettendo operai e regime assassino sullo stesso piano, è di fatto una copertura ipocrita al regime kazako.

Alcuni borghesi kazaki, presenti all'estero da esiliati, cercano di corteggiare la diplomazia occidentale offrendosi come possibile carta di ricambio per gli interessi imperialisti in Kazakistan. Si distingue in questo campo l'ex banchiere ed ex ministro Ablyazov, capo del movimento “Scelta democratica del Kazakistan”, che addirittura si presenta abusivamente come l'ispiratore della ribellione. Il suo scopo è quello di ottenere un'investitura occidentale in caso di crollo del regime. Ma è un caso di millantato credito. Nelle sue interviste alla stessa stampa italiana l'ex banchiere si guarda bene dal citare gli scioperi e le rivendicazioni della classe operaia kazaka. Parla invece con cognizione di causa della corruzione interna al regime, di cui ha fatto parte. Parla anche, meno cautamente, dei favori di Unicredit al regime kazako, forse sperando in qualche entratura di rimando nel campo della concorrenza bancaria. Da ex banchiere s'intende del ramo. È possibile che qualche campista sventurato di casa nostra, in cerca di conferme, avalli la megalomania di questo personaggio indicandolo come prova provata del “complotto occidentale”.

Ma l'unico complotto degli occidentali in Kazakistan negli ultimi trent'anni è stato quello del sostegno corale al regime che ha garantito loro gli affari, anche e soprattutto contro gli operai kazaki; una garanzia certo più robusta di quella che oggi può offrire un ex banchiere trombato in esilio a Parigi in cerca di riscatto.

La nostra scelta di campo è inequivoca. Stiamo dalla parte della classe operaia kazaka contro il regime sanguinario, contro i carri armati russi, contro tutte le presenze imperialiste in Kazakistan

Per la più ampia solidarietà internazionale ai lavoratori kazaki.
Giù le mani dalla classe operaia kazaka.
Via il regime assassino.
Via le truppe russe dal Kazakistan
Libertà per i lavoratori arrestati.
Pieni diritti e libertà sindacali.
Nazionalizzazione dell'industria estrattiva kazaka, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.
Per un governo dei lavoratori in Kazakistan.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una convention per due

 


L'intesa di fondo tra Bonomi e Landini all'assise nazionale della CGIL

16 Novembre 2020

Carlo Bonomi offre alla burocrazia della CGIL un riconoscimento pubblico chiedendo in cambio il disarmo preventivo di ogni vera resistenza sociale. Per colpire frontalmente gli operai ha bisogno di incassare la garanzia che i burocrati disinneschino ogni miccia

«Confrontiamoci, sediamoci al tavolo e troviamo le soluzioni per il paese. All'assemblea di settembre ho lanciato il Patto per l'Italia, è il momento della responsabilità, l'abbiamo noi, Confindustria, e la CGIL, che è la parte più importante del fronte sindacale: dalle decisioni di oggi dipenderanno le traiettorie del futuro.» (Carlo Bonomi)

«Questo cambiamento o si fa insieme o non si fa, bisogna fare sistema, ricostruire la fiducia, è il momento di investire sul lavoro.» (Maurizio Landini)

In questo scambio, avvenuto alla convention nazionale della CGIL ("Futura 2020"), non ci sono convenevoli di circostanza ma il marchio di intesa tra padroni e burocrazia sindacale, al di là di ogni contraddizione o intoppo.


CONFINDUSTRIA CHIEDE LA COMPLICITÀ DI LANDINI...

Il Presidente di Confindustria ha snocciolato il consueto rosario, appena misurato nei toni, dato il ruolo di ospite. Ha lamentato la rigidità del sistema contrattuale in Italia, che penalizzerebbe la competitività delle imprese tricolori. Ha indicato a modello il sistema tedesco, con l'ampia differenziazione salariale tra Est e Ovest lì consentita dalla contrattazione aziendale. Ha rivendicato il recupero della produttività di fabbrica quale condizione di possibili aumenti salariali, secondo il dettato del Patto per la fabbrica. Ha persino respinto la scappatoia offerta dalla CGIL della defiscalizzazione degli aumenti salariali, contrapponendole lo sgravio fiscale del welfare aziendale, non senza lodare al riguardo, perfidamente, l'ultimo contratto a perdere dei metalmeccanici firmato proprio da Landini. Insomma Bonomi ha tenuto il punto su tutta la linea. L'unico vera novità sta nell'offerta diretta e pubblica alla CGIL di una cogestione della crisi. Non è una novità irrilevante.

Il nuovo stato maggiore di Confindustria ha due problemi tra loro intrecciati.

Il primo è la tenuta del fronte padronale sulla linea del muro contro muro. La vicenda del contratto degli alimentaristi respinto da Bonomi ma firmato uno dopo l'altro da tutti i grandi capitalisti del settore, da Barilla a Ferrero, ha rappresentato un sintomo inquietante. Vero che l'industria alimentare ha margini più ampi di concessione perché è meno penalizzata dalla crisi, ma il precedente è pericoloso, e bisogna tenerne conto.

Il secondo riguarda la tenuta della pace sociale. Il movimento operaio è in riflusso, il padronato lo sa. Ma sa anche che la corda è tesa. E sa soprattutto che il programma dettato dalla crisi capitalista (nuova flessibilità, compressione salariale, aumento dello sfruttamento, licenziamenti massicci...) metterà a dura prova la resistenza della corda. Fuor di metafora, la paura di un conflitto sociale ingovernabile in occasione dello sblocco dei licenziamenti continua a tormentare i padroni. Non è un caso che dieci giorni or sono Bonomi abbia convenuto sul rinvio dello sblocco a fine marzo, in cambio dello sgravio totale della nuova cassa Covid. Quell'atto inatteso significa che Confindustria prende tempo, al di là delle smargiassate del suo Presidente. Prima di procedere al milione di licenziamenti annunciato vuole assicurarsi che il terreno sotto i piedi non frani. Ecco spiegata la offerta di Confindustria alla CGIL.
Bonomi offre alla burocrazia CGIL un riconoscimento pubblico chiedendo in cambio il disarmo preventivo di ogni vera resistenza sociale. Per colpire frontalmente gli operai ha bisogno di incassare la garanzia che i burocrati disinneschino ogni miccia.


...LANDINI LA OFFRE NEGOZIANDO IL PREZZO

A questa profferta indecente, avanzata dal più antioperaio dei padroni, Maurizio Landini ha risposto “Presente!”.
Naturalmente lo ha detto in un linguaggio accorto, il più possibile consono al proprio pubblico. Ha ricordato il necessario rinnovo dei metalmeccanici, ha lamentato i bassi salari italiani, ha rivendicato la funzione del contratto nazionale... il solito vocabolario scontato, la solita fuffa. La vera sostanza del suo discorso è un altra: «bisogna fare sistema, il cambiamento lo si fa insieme o non lo si fa». Tradotto significa “ci stiamo”. Questo è il messaggio vero di Landini, il resto è contorno o coreografia.
Dire “bisogna fare sistema, il cambiamento lo faremo insieme” significa dire ai padroni che la CGIL non solo non ha alcuna intenzione di opporsi, ma sarà un marinaio leale nell'attraversamento del mare in tempesta. Perché siamo tutti sulla stessa barca.
Bisognerà solamente trattare sul prezzo, con l'aiuto del governo. Magari rioffrendo la defiscalizzazione ai padroni come foglia di fico sui contratti. Che significa caricare sul portafoglio dei lavoratori, attraverso la fiscalità generale, i pochi spiccioli che (eventualmente) i padroni sono disposti a concedere. Una truffa.

Del resto non è stata forse una truffa il protocollo d'intesa sulla sicurezza a marzo? Non a caso è proprio quel protocollo che Landini ha additato a modello: dobbiamo «fare le cose insieme come a marzo sui protocolli di sicurezza, arrivati dopo trattative complesse e nonostante i litigi». Furono i protocolli di cartapesta senza vincoli esigibili, senza sanzioni per chi li viola, che avevano l'unico scopo di spezzare l'ondata di scioperi che era montata nelle fabbriche. Nel ricordare quegli accordi a Bonomi, Landini ha vantato il vero ruolo insostituibile della burocrazia: rimuovere il conflitto. È la ragione per cui la burocrazia serve ai padroni. Anche a Bonomi, il peggio nemico dei lavoratori.


COSTRUIRE NELLE LOTTE UN'ALTERNATIVA ALLA BUROCRAZIA

La convention della CGIL ha mostrato una volta di più – se ve ne era bisogno – che non si tratta di premere sulla burocrazia sindacale per spostarla a sinistra, con qualche garbato dissenso negli apparati. Si tratta di denunciare apertamente il suo ruolo tra i lavoratori e le lavoratrici, si tratta di contrapporsi frontalmente alla sua politica tra le masse e nel sindacato, di indicare e costruire un'alternativa di direzione delle lotte, unendo innanzitutto l'azione d'avanguardia.
È la linea che il nostro partito e i suoi militanti sindacali sviluppano e svilupperanno in ogni sede, nelle assemblee operaie come in Whirlpool, nell'opposizione interna alla CGIL, in ogni sindacato classista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Militanti sindacali per una sinistra rivoluzionaria


Appello di militanti sindacali per il voto a favore delle liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”

Da decenni le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici, i loro diritti, il loro salario, la loro salute sono sotto costante attacco. Lo stesso vale per gli altri settori oppressi, dai giovani ai pensionati e pensionate, al popolo povero in particolare del meridione d’Italia. Le lavoratrici vedono peggiorare la loro condizione dentro e fuori dai posti di lavoro, e su di loro ricadono le conseguenze peggiori dello smantellamento dei servizi pubblici, dai nidi alla scuola e alla sanità pubbliche. Si sviluppano sistematiche campagne razziste contro i migranti per dividere i lavoratori e gli oppressi. 
Questi processi, in corso già da decenni, hanno avuto una pesante accelerazione a partire dalla crisi mondiale del capitalismo scoppiata nel 2008. 
Anche nel nostro paese abbiamo visto attaccare le grandi conquiste realizzate dai lavoratori e dalle lavoratrici con le loro grandi lotte, in particolare degli anni ’60 e ’70. 
Rispetto a questa offensiva i lavoratori e le lavoratrici non hanno visto la sinistra ufficiale, politica e sindacale, ergersi a difesa dei loro interessi. Al contrario hanno visto i riformisti di tutti i tipi complici e addirittura attori della offensiva del capitale. 
Centrodestra e centrosinistra si sono alternati nell’applicare queste politiche, spesso con i governi di centrosinistra addirittura più zelanti di quelli di destra nell’applicare le politiche volute dal grande capitale. Flessibilità e precarizzazione selvagge (pacchetto Treu e legge Biagi-Maroni), distruzione del sistema pensionistico, privatizzazioni a tappeto, aziendalizzazione di scuole e università, leggi liberticide contro i migranti (Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini), partecipazione a guerre imperialiste (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq) e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. 
Questo riguarda anche la Lega, che oggi si erge a paladina dei diritti dei lavoratori mentre ha la responsabilità diretta delle controriforme delle pensioni (riforma Dini, “scalone” Maroni), della precarietà, del primo attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, del famigerato “collegato lavoro” di Sacconi, che sancisce la derogabilità dei contratti nazionali, solo per citare alcuni esempi. 
Con i governi Monti, e poi Letta-Renzi-Gentiloni, il PD ha poi sigillato e rilanciato all’ennesima potenza l’offensiva padronale. 
Di fronte a ciò le direzioni delle grandi organizzazioni sindacali hanno oscillato tra complicità e accettazione passiva. Non parliamo della CISL, vero e proprio sindacato padronale, ma anche della CGIL. La risposta alla riforma Fornero con l’incredibile “sciopericchio” di sole tre ore è la rappresentazione emblematica di quanto detto. Gravissima poi è stata la responsabilità di avere abbandonato la lotta contro il Jobs Act e contro la Buona scuola, che pure aveva mostrato un potenziale di massa nelle mobilitazioni dell’autunno 2014 e primavera 2015. 

Come lavoratori e militanti sindacali ci siamo impegnati in questi anni a contrastare questa deriva, e nell’opporci a una lunga serie di contratti bidone che hanno fatto ulteriormente arretrare la condizione nei luoghi di lavoro. 
Questa politica delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra riformista ha colpito duramente il movimento popolare permettendo lo sviluppo all’interno della classe della falsa e reazionaria risposta di organizzazione come la Lega o il Movimento 5 Stelle. 
È giunto il momento di prospettare, anche approfittando della scadenza elettorale, una vera alternativa a questa situazione. Una alternativa non basata sull’eterna riproposizione delle utopie antiliberiste (già più volte sconfitte nella partecipazione della sinistra “radicale” – PRC, PCI – alle coalizioni di centrosinistra, appoggiando misure come il pacchetto Treu, gli sgravi fiscali massicci al padronato e le missioni di guerra), ma sul richiamo ad una prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria e socialista. 
Per questi motivi salutiamo con favore e sosterremo la presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che indicando una serie di obbiettivi immediati e transitori nel proprio programma ci pare rispondere alle esigenze della situazione. Positiva è anche la scelta di presentare lavoratori e lavoratrici anche di diverse esperienze sindacali che in questi anni sono stati impegnati in prima persona nelle fabbriche e nelle aziende nelle battaglie sindacali e politiche prima ricordate. 
Porre rivendicazioni come la riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario e l’abolizione di tutte le leggi di flessibilità per garantire a tutti e tutte un lavoro dignitoso a tempo indeterminato; la nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi aziende che licenziano o inquinano; l’annullamento del debito pubblico verso le banche, ricavando molte decine di miliardi da utilizzare per la spesa pubblica; la nazionalizzazione senza indennizzo del sistema bancario e finanziario; e infine la prospettiva alternativa a tutte le combinazioni governative borghesi di un governo dei lavoratori; tutto ciò pone una prospettiva in cui ci riconosciamo. 
Per questo, pensando così di essere coerenti con la nostra battaglia di sindacalisti e sindacaliste classisti/e, invitiamo gli iscritti e le iscritte alle organizzazioni sindacali e più in generale i lavoratori e le lavoratrici a sostenere col proprio voto nelle prossime elezioni politiche le liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”. 


Firmatari: 

Domenico Loffredo (operaio Fca Pomigliano Napoli Fiom-Cgil) 
Luigi Sorge (operaio Fca Cassino Fiom-Cgil) 
Giuseppe Violante (delegato Fiom-Cgil Maserati Modena) 
Matteo Parlati (delegato Fiom-Cgil Ferrari Modena) 
Daniele Debetto (delegato Filcea-CGIL Pirelli Settimo Torinese) 
Simona Leri (delegata Filcams-Cgil Coop Alleanza 3.0 Modena) 
Donatella Ascoli (delegata Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani-Venezia Dir Cgil Veneto) 
Stefano Fontana (Fincantieri Marghera Dir Fiom -Cgil Venezia) 
Davide Ledda (delegato Fiom-Cgil Cft Parma) 
Alessandra Pierosara (Dir. Nazionale Fillea Cgil Socia-lavoratrice D'Esi Società Cooperativa Azienda recuperata dai lavoratori) 
Enrico Pellegrini (delegato Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani Dir Cgil Venezia) 
Arianna Manicini (delegata Sanità Usb Roma) 
Antonio Forlano (delegato Filt-Cgil Ups Milano) 
Crescenzo Papale (delegato DP Ancona Agenzia Entrate USB Pubblico Impiego) 
Luca Ibattici (delegato Fiom-Cgil Spal Reggio Emilia) 
Laura Parozzi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Mario Iavazzi (Direttivo nazionale Cgil) 
Luca Scacchi (Direttivo nazionale Cgil) 
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Francesco Doro (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Paolo Grassi (Dir. Naz Nidil-Cgil) 
Franco Grisolia (Comitato nazionale di garanzia Cgil) 
Margherita Colella (Dir. Naz Flc-Cgil) 
Alfonsina Palumbo (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Francesco Durante (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Daniele Prampolini (Dir.Fiom Modena) 
Piero Ficiarà (Dir.Fiom-Cgil Modena) 
Luca Acquarico (Dir. Fiom-Cgil Modena) 
Luca Paltrinieri (delegato Fiom-Cgil Netscout Modena) 
Giuseppe Faillace (delegato Fiom-Cgil Motovario Modena) 
Davide Bacchelli (delegato Fiom-Cgil Ima Bologna) 
Gianplacido Ottaviano (delegato Fiom-Cgil Bonfiglioli Bologna) 
Gian Pietro Montanari (delegato Fiom-Cgil Toyota Bologna) 
Domenico Minadeo (delegato Fiom Metaltarghe Bologna) 
Massimo Pieri (delegato Fiom Tas spa Casalecchio di Reno, Bologna) 
Giuseppe Gomini (delegato Fiom-Cgil Ducati Bologna) 
Davide Tognioni (delegato FP-Cgil Comune di Rolo Reggio Emilia) 
Ilic Vezzosi (Dir. Cgil Reggio Emilia) 
Marco Paterlini (delegato FP-Cgil L'Olmo Reggio Emilia) 
Marco Mussini (Dir. Fiom-Cgil Reggio Emilia) 
Ermanno Lorenzoni (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Manfredi Storaci (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Antonino Marceca (Dir. Funzione Pubblica-Cgil Veneto) 
Gianbattista Mineni (Dir. CGIL Veneto) 
Stefano D’Intinosante (delegato Fiom-Cgil Somec) 
Alessandro Busetto (segretario provinciale CUB Venezia, delegato Università Ca’ Foscari) 
Fabio Basso (Dir. Fiom-Cgil Venezia Fincantieri Marghera) 
Angelo Raimondi (delegato Filcams-Cgil Esselunga Corbetta-Milano) 
Cinzia Crespi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Joan Valdiviezo (delegato Filt-Cgil Italgroup cantiere; Ups Milano) 
Jeisson Zuniga (delegato Filt-Cgil Planet Cantiere Ups Milano) 
Luca Pezza (delegato Filctem-Cgil Michelin Milano) 
Francesca Esposito (lavoratrice Atm Milano iscritta Filt-Cgil Atm) 
Giovanna Benites (lavoratrice Ospedale San Paolo iscritta Funzione pubblica-Cgil Milano) 
Francesco Serati (delegato Filt-Cgil Fast-Log Cantiere Ups Como) 
Barbara Lietti (delegata Funzione pubblica-Cgil Ospedale Sacco Milano) 
Andrea Galvagno (Coordinamento enti locali USB Piemonte) 
Lorenzo Mortara (delegato Fiom-Cgil YKK Vercelli) 
Diego Sabelli (delegato Elt Fiom-Cgil Roma) 
Alessio Sammartino (Dir. Filcams-Cgil Roma) 
Riccardo Spadano (delegato Consiglio Nazionale degli Ingegneri SGB Roma) 
Marco Di Pietrantonio (Dir. FP-Cgil Pescara) 
Ilaria Del Biondo (Dir. Nidil Cgil Pescara) 
Vincenzo Chianese (delegato Fiom-Cgil Ergom Napoli) 
Antonio Esposito (delegato Slc-Cgil Almaviva Napoli) 
Lidia Luzzaro (Dir. Nidil-Cgil Cosenza) 
Francesco De Simone (Dir Cgil Calabria) 
Giuseppe Siclari (Assemblea Generale Cgil Calabria) 
Emilio Damico (Dir Cgil- Camera del Lavoro Cosenza) 
Ercole Mastrocinque (delegato Slc-Cgil Poste Italiane) 
Antonio Pensabene (Dir. Fiom-Cgil Reggio Calabria) 
Michele Mililli (Dir. regionale Filcams-Cgil Ragusa) 
Cinzia Ronzitti (delegata Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Marco Loprevite (delegato Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Giovanni Di Marco (delegato USB Università di Genova) 



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