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Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

SOLIDARIETÀ OPERAIA E MILITANTE A3 LAVORATOR3 DELLA FILIERA GRUPPO 8

 


SOLO LA LOTTA OPERAIA ABBATTE LO SFRUTTAMENTO

La sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione del 6 settembre a Forlì, indetta da SUDD Cobas.

La vicenda dei lavoratori della filiera Gruppo 8 è così platealmente vergognosa che per ampi settori della società civile (e persino per alcuni partiti alla guida di varie autorità locali, che finora hanno tenuto gli occhi ben chiusi) non è possibile non schierarsi dalla parte degli operai. Da dicembre dell’anno scorso i lavoratori si sono ribellati alle condizioni inumane di sfruttamento a cui venivano sottoposti, un regime di semi-schiavitù in cui dormivano in un capannone fatiscente lavorando 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Sono queste, infatti, le condizioni che come un cancro infestano il comparto del mobile imbottito, quel famoso Made In Italy che la destra postfascista erge a feticcio. È una malattia di lunga data che prevede sostanzialmente il subappalto non solo delle fasi produttive quanto del caporalato, aprendo e chiudendo del giro di poco aziende fittizie, che hanno come unico scopo quello di applicare condizioni di lavoro “cinesi”. Sono zavorre vuote, pronte per essere abbandonate alla prima protesta dei lavoratori o a qualche ispezione o indagine. Una delocalizzazione dietro casa. La giustizia borghese si è dimostrata clamorosamente inefficace, proprio in una provincia in cui il Sindaco ha cavalcato il tema della “sicurezza” in campagna elettorale. L’unica sicurezza che viene garantita è il profitto del padronato, tutelato proprio dagli elementi della destra cittadina che – in una corrispondenza di amorosi sensi – difendono fattivamente e politicamente lo sfruttamento e l’insicurezza creata dal sistema criminale emerso nella vertenza. Contro i lavoratori che scioperano, gli avvocati-politici dell’azienda invocano continuamente l’applicazione del DL 1660, rendendo chiaro (se ancora ce ne fosse bisogno) che questa norma repressiva serve solo a manganellare e incarcerare chi lotta per il posto di lavoro e un tipo di società diverso. Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo al fianco degli operai della filiera Gruppo 8 e sosteniamo la piattaforma rivendicativa di Sudd Cobas, che altro non è che il ripristino delle condizioni minime e dovute. La tenacia di questi lavoratori ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende questa vertenza molto di più di una diatriba sindacale, come qualcuno vorrebbe. I lavoratori di un intero comparto, a volte distanti solo pochi metri o chilometri, nell’ennesimo capannone fatiscente, guardano a questi colleghi che hanno alzato la testa. È dovere di tutta la classe operaia muoversi compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale. Occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato dove fa più male, il portafoglio, con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacale, al di là delle sigle.  Il padronato tenta di dividere i lavoratori per provenienza geografica, settore, contratto, azienda; soffia sul razzismo per usare i pregiudizi come leva salariale, per fare in modo che chi lavora non si riconosca più come classe. Occorre una vertenza generale, che rimetta al centro la classe operaia: serve un fronte unico di classe! Come dimostra in modo esemplare questa vertenza, è la classe lavoratrice l’unica che ha la capacità di rovesciare i rapporti di sfruttamento: occorre dare vita a una nuova stagione di mobilitazione e strappare di nuovo quei diritti che sembravano acquisiti ma che il padronato ci ha tolto, con il silenzio e la connivenza delle burocrazie sindacali. Chiediamo:

  • La nazionalizzazione sotto il controllo operaio, senza indennizzo, di tutte le aziende che delocalizzano, anche dietro casa, basta con il sistema di subappalto, basta con il caporalato
  • Per una cassa nazionale di resistenza a sostegno degli scioperi
  • Per l’abolizione di tutte le leggi repressive finalizzate a colpire i lavoratori in lotta per il posto di lavoro. No al DL 1660.
  • Salari dignitosi! I salari sono fermi da vent’anni, è un’emergenza non più rinviabile. Reintroduzione della scala mobile e abolizione di sfruttamento e precarietà!
  • Per un’indennità di disoccupazione dignitosa per i giovani e le persone in cerca di lavoro

PER LA RIPRESA DI UNA MOBILITAZIONE OPERAIA GENERALE, UNIRE LE LOTTE, ABBATTERE LO SFRUTTAMENTO!

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ! PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

Sgombero della GKN. Al fianco di lavoratrici e lavoratori

 


Contro la provocazione padronale

La vertenza GKN è arrivata a uno snodo. L'azienda che ha rilevato la fabbrica di Campi Bisenzio promettendo ai lavoratori il suo rilancio non solo non ha predisposto, come era facile attendersi, nessuna soluzione, ma ha ordinato per lunedì mattina alle ore 8 l'avvio dello sgombero della fabbrica occupata. Si tratta di una gravissima provocazione contro una lotta tenace, contro i lavoratori che la sostengono, e contro la rete di solidarietà che attorno alla fabbrica si è raccolta, nel territorio fiorentino e sul piano nazionale. Una provocazione che fa leva anche sul nuovo scenario politico per piegare con la forza la resistenza operaia.

È l'ora di un fronte compatto a difesa della fabbrica occupata. Lunedì mattina i camion che arriveranno per sgombrare il presidio devono trovare davanti a sé un muro umano insormontabile. Tutte le sinistre sindacali, ovunque collocate, debbono mobilitare le proprie forze. La CGIL e la FIOM si assumano nazionalmente la responsabilità di sostenere il presidio e impedire materialmente lo sgombero. Hanno la forza per farlo, la usino.
Il Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre solidale con la lotta della GKN, sarà presente lunedì mattina con i propri militanti a sostegno del presidio. Ci sarà tempo e necessità dopo lunedì di fare il punto sullo stato della vertenza. Ora è il momento di respingere la provocazione padronale con tutte le forze disponibili.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dal sindacalismo combattivo!

 


Testo del volantino distribuito oggi a Piacenza durante la manifestazione per i sindacalisti arrestati

23 Luglio 2022

La violenta azione giudiziaria e repressiva contro gli otto dirigenti e militanti del SI C0BAS e dell’USB perpetrata dalla procura di Piacenza è un ulteriore feroce attacco a un combattivo settore della classe lavoratrice, quello della logistica, e a tutto il sindacalismo conflittuale e di classe. E un monito per milioni di salariati e sfruttati.

La posta in gioco è la criminalizzazione delle lotte, la repressione di chi alza la testa contro l’abuso padronale e l’oppressione dello Stato, mettendo in discussione la pace sociale, cioè la guerra quotidiana contro le condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice e delle masse popolari.

In questi giorni, in queste ore, si approfondisce il solco tra chi è pronto a dare una risposta di classe al teorema giudiziario in corso con scioperi, picchetti, presidi davanti alle prefetture, e chi, come i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL, dichiarano piena fiducia alla magistratura, avallando l’operazione repressiva dello Stato.

A fronte di questo attacco e dello scandalo della totale subalternità delle burocrazie sindacali alle ragioni dei capitalisti e del potere statale che ne cura gli interessi, secondo il principio di stabilità e governabilità, bisogna dare una risposta immediata e adeguata: le lotte non si processano; Aldo, Arafat, Bruno, Carlo, Fisal, Issa, Riadh e Roberto liberi subito!

Allo stesso tempo tutto il movimento sindacale e politico di classe deve lanciare la proposta di un ampio fronte e una piattaforma generale di lotta che punti a unificare tutte le vertenze in campo nell’ottica di coinvolgere milioni di salariati, ad aggregare attorno ad essi la maggioranza della società.

Perché solo l'irruzione dell'azione di massa, che metta al centro le ragioni dei salariati e delle masse popolari contro il carovita, le politiche economiche del governo e la militarizzazione in corso, aprirebbe dal basso un nuovo scenario politico. È lo spettro della ribellione sociale d'autunno, quella che i padroni temono, assieme a tutti i loro partiti; quella che le burocrazie sindacali in modo truffaldino evocano per vendere ai padroni il proprio ruolo di pompieri; quella che purtroppo le sinistre riformiste rimuovono, per non contrapporsi alle burocrazie sindacali limitandosi a criticare i padroni.

No alla repressione antioperaia!
Facciamo fronte unico contro la dittatura padronale e dello Stato borghese!

• Giù le mani dal sindacalismo combattivo e di classe: unifichiamo tutte le vertenze in un solo blocco!
• Contro l’economia di guerra, contro il caro prezzi e bollette: No ai piani di riarmo, blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina, Controllo operaio sui prezzi, forti aumenti salariali e reintroduzione della scala mobile dei salari,
• Blocco dei licenziamenti e riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario.
• Salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame.
• Patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni.
• Eliminazione del razzismo istituzionale a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto del lavoro.
• Via le leggi di precarizzazione del lavoro; basta appalti e sub-appalti!
• Istituzione di una cassa nazionale di resistenza per sostenere le lotte.
• Occupazione delle aziende che licenziano, battersi per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ci impegneremo nelle lotte per il completo ritiro di tutte le misure giudiziarie e contro ogni forma di repressione padronale e istituzionale. Altrettanto ci impegneremo in ogni fronte unitario di avanguardia per sostenere la proposta del fronte unico di classe e di massa nella prospettiva di una alternativa anticapitalista. L’unica alternativa vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

Landini per Draghi

 


ll Segretario della CGIL si allinea al coro padronale a sostegno di Draghi

“Abbiamo bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni” dichiara Maurizio Landini. Sul quotidiano La Repubblica che gli chiede se questo significa una difesa di Draghi, il segretario si schermisce dicendo che non è suo compito entrare nel merito della crisi politica. Ma ci tiene a ribadire ripetutamente lo stesso concetto per evitare che non venga inteso: “Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni”. È il mantra di Landini in queste ore. Chiunque non sia scemo o ipocrita capisce che il suo significato è uno solo: la burocrazia CGIL offre sponda al governo (tuttora) in carica e al suo Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui tutte le organizzazioni dei capitalisti stanno facendo campagna a sua difesa.

Perché le organizzazioni padronali si stiano spendendo per Draghi è sin troppo chiaro: difendono il nuovo pacchetto di miliardi targati PNRR in arrivo nelle loro tasche, l’impegno a tagliare il cuneo fiscale a carico dell’erario pubblico (cioè delle lavoratrici e dei lavoratori) per scongiurare rivendicazioni salariali, una delega fiscale che promette la cancellazione definitiva dell’IRAP (che oggi finanzia la sanità pubblica), un DDL Concorrenza che estende liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, l’aumento annunciato delle spese militari con tanto di laute commesse per l’industria di guerra tricolore... Draghi è il più autorevole garante di tutto questo, in Italia e in Europa. Perché non dovrebbe riscuotere il plauso corale del capitale?

La ragione invece per cui la CGIL senta il bisogno di associarsi alla campagna dei capitalisti si può spiegare solo in un modo: la subalternità della burocrazia sindacale alla classe dominante e ai suoi interessi di stabilità e governabilità. Che determina non solo l’assenza di una piattaforma di lotta generale attorno alle ragioni del lavoro (assieme alla convergenza su rivendicazioni centrali della piattaforma confindustriale, come sul cuneo fiscale), ma anche l’allineamento della CGIL alla santificazione di Draghi come uomo della “salvezza nazionale”. Nonostante il fatto (oltretutto) che l’attuale governo, come e più dei governi borghesi precedenti, abbia relegato le burocrazie sindacali in anticamera, privandole di uno spazio reale di concertazione, e prendendole regolarmente a schiaffi. Evidentemente la governabilità del sistema capitalista per Maurizio Landini è un valore superiore allo stesso prestigio della burocrazia sindacale.

È il caso di dire che ciò che manca alle lavoratrici e ai lavoratori non è il governo dell’avversario, ma un proprio sindacato. Un sindacato che stia dalla parte del lavoro, in contrapposizione a ogni governo padronale (sia esso Conte o Draghi). “Un sindacato nel pieno delle sue funzioni”, innanzitutto quelle più elementari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai compagni di Torino arrestati

 


Le misure cautelari della Digos di Torino contro undici studenti (quattro arresti domiciliari e obbligo di firma per gli altri), accusati di lesione e resistenza a pubblico ufficiale per gli scontri intervenuti durante le manifestazioni presso Confindustria contro l'alternanza scuola-lavoro, sono emblematiche della giustizia borghese. L'alternanza scuola-lavoro può continuare indisturbata a macinare sfruttamento e crimini, ma chi porta la denuncia di sfruttamento e crimini sotto le sedi delle organizzazioni padronali viene portato alla sbarra. È il riflesso di un mondo capovolto, fondato sul capitale contro il lavoro. Ai compagni torinesi colpiti va la piena solidarietà del PCL. Libertà per i compagni arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta contro i licenziamenti

 


Per una risposta unitaria che sia pari all'attacco

31 Agosto 2021

Un contributo che il Partito Comunista dei Lavoratori sottopone alla riflessione e alla discussione di tutte le organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, di cui siamo parte

Cari compagni e care compagne,

Crediamo sia necessario aggiornare con uno sguardo d’insieme lo scenario che si presenta al piede di partenza dell’autunno dal punto di vista delle lotte per il lavoro. Anche per evitare, come talvolta è accaduto in passato, di dover rincorrere gli eventi, e di essere costretti a forme di precipitazione della nostra discussione.

Il padronato sviluppa la propria offensiva dopo lo sblocco dei licenziamenti, gentilmente concesso dalla burocrazia sindacale con uno scandaloso “avviso comune”. I licenziamenti non saranno un fatto generalizzato e indistinto, perché una parte della forza lavoro è stata già liquidata con il mancato rinnovo di un milione di contratti precari, e per via degli effetti compensativi parziali del rimbalzo economico in atto. Tuttavia, non saranno licenziamenti ordinari. Si concentreranno in settori centrali dell’industria e del proletariato italiano. Nel settore dell’automotive (dalla componentistica a Stellantis), interessato alla profonda riorganizzazione della produzione automobilistica; nella siderurgia, che resta in forte sovrapproduzione globale; nell’industria tessile e della moda, fortemente esposti sul terreno dell’esportazione, dove lo sblocco è previsto per il 31 ottobre. Parallelamente investiranno il settore dei trasporti (Alitalia) e del credito (MPS), interessati a forti processi di concentrazione capitalistica.

Questa offensiva si dispiega oltretutto senza disporre di una rete tempestiva di ammortizzatori, come chiedeva la burocrazia sindacale. L’operazione ammortizzatori dovrà entrare a bilancio nella prossima Legge di stabilità, assieme alle nuove misure sulle pensioni, e non potrà essere operativa prima del 2022. Peraltro, gli ammortizzatori in discussione si configurano come atterraggio morbido dei licenziamenti e creazione di nuovo precariato (allargamento della cassa differenziato per tipologia d’impresa, contratto di espansione come scivolo pensionistico a perdere, contratto di rioccupazione con declassamento incorporato attraverso l’apprendistato) più che come protezione sociale dei licenziati. La probabile revisione peggiorativa del reddito di cittadinanza, con l’obbligo di accettazione dei contratti stagionali, su richiesta delle imprese, completa il quadro. Per di più anche gli spiccioli della “riforma” saranno messi a carico dei salariati, perché la pressione sul debito pubblico italiano limita lo spazio di manovra del governo, già alle prese con la promessa corale di un'ulteriore detassazione del capitale (cancellazione IRAP e riduzione IRES).

La legge in gestazione contro le delocalizzazioni (Orlando-Todde) punta a normalizzare i licenziamenti dal punto di vista procedurale: tempi di preavviso, piani di mitigazione delle ricadute occupazionali, coinvolgimento di istituzioni e sindacati nella gestione dei licenziamenti. La minaccia di multe e di privazione dei contributi pubblici per chi non seguisse la procedura prevista è poco più che simbolica per aziende che vogliono chiudere. Peraltro, la procedura non riguarda le aziende che chiudono per crisi economico-finanziaria e le delocalizzazioni interne alla UE, tutelate dalla libera concorrenza continentale. Per di più la legge è ora sotto attacco di Confindustria e sarà rivista al ribasso, con la cancellazione delle sanzioni, già scomparse, non a caso, nell’ultima versione della legge. In altri termini, com’era prevedibile, si tratta di una truffa, al pari della legge Florange (Francia 2014) cui si ispira.

Il punto è come rispondere a questa specifica linea di attacco, sul piano della proposta e dell’azione, a partire dalle esperienze di lotta che già si sono prodotte nell’ultima fase.
Pensare che l’azione di sciopero generale dell’11 ottobre sia in sé “la risposta” sarebbe profondamente sbagliato. L’azione di sciopero del sindacalismo di classe è importante, tanto più perché finalmente unitaria. Tutte le organizzazioni del Patto d'azione sono impegnate, senza riserve, a sostenerla e promuoverla. Ma occorre capire come si prepara, con quali processi interferisce e si incrocia, quali prospettive dischiude. La stessa valenza concreta dello sciopero dipenderà in larga parte da questo

Il quadro della lotta di classe resta complessivamente negativo, ma nell’ultima fase si sono prodotti in controtendenza alcuni fatti rilevanti.

Il ciclo di lotta della logistica, a lungo isolato, ha rotto il proprio isolamento. Prima l’aggressione squadrista di Tavazzano e alla Texprint, e poi il tragico assassinio di Adil, hanno prodotto un salto di attenzione pubblica non solo sulla lotta della FedEx ma sulla condizione complessiva, lavorativa e sindacale, dell’intero settore. La dinamica di scioperi spontanei nelle fabbriche che sono seguiti all’omicidio ha coinvolto un settore dell’avanguardia larga della classe operaia, ed anche lavoratori impegnati in specifiche vertenze aziendali (Whirlpool). Nelle tre settimane che precedevano lo sblocco dei licenziamenti, il SI Cobas si è trovato al centro di una attenzione di massa, mediatica e sindacale, del tutto inedita nelle sue dimensioni, polarizzando un sentimento diffuso di solidarietà di classe che ha travalicato i confini di settore e di appartenenza sindacale.

In quel preciso contesto continuiamo a pensare che proporre pubblicamente alla CGIL di promuovere uno sciopero generale congiunto contro lo sblocco annunciato dei licenziamenti avrebbe significato mettere la burocrazia di fronte alle sue responsabilità agli occhi della parte più avanzata della sua base operaia, in particolare nell’industria. E avrebbe dunque permesso di capitalizzare in quei settori il prevedibile rifiuto e la successiva capitolazione vergognosa di Maurizio Landini. In altri termini, avrebbe rappresentato una forma di attacco efficace alla burocrazia, allargando la breccia nella sua base. Non averlo fatto ha rappresentato, a nostro avviso, un’occasione persa e un errore.

Dopo lo sblocco e la prevedibile capitolazione della CGIL, i licenziamenti annunciati in GKN, Whirlpool, Gianetti, Timken, hanno materializzato le sue conseguenze.
La lotta in GKN, a partire dall'occupazione dello stabilimento di Firenze, ha assunto in questo quadro una grande rilevanza sindacale e politica. Non è una vertenza sindacale ordinaria. L’alto tasso di sindacalizzazione FIOM, la direzione della lotta in mano a un settore classista (opposizione CGIL), la presenza nella sua direzione di compagni formati e sperimentati, conferiscono a questa vicenda un'importanza particolare che va molto al di là di una normale vertenza aziendale. Lo testimonia la vasta solidarietà incontrata sul territorio e la sua trasversalità sindacale e politica, ma anche il tentativo della burocrazia CGIL, e dello stesso Landini, di recuperare il bandolo della vicenda prima che gli esploda nelle mani.

Si tratta allora di dare una proiezione generale a queste lotte in controtendenza per mettere a frutto le loro potenzialità, superando il riflesso condizionato della routine. Da qui la responsabilità di proposta e di azione.

I compagni di GKN hanno detto “insorgiamo”, evocando la necessità di una ribellione operaia. Bene. Si tratta di dare una traduzione concreta all’appello, evitando che resti un'evocazione retorica. E questo interroga non solo i compagni di Firenze ma anche il nostro Patto d’azione anticapitalista e l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Abbiamo insomma una seconda occasione per dare un respiro di massa al nostro intervento in direzione della classe operaia industriale, che ha obiettivamente, come i fatti dimostrano, una valenza strategica. Non sprechiamola.

In primo luogo, crediamo vada generalizzata in termini di proposta la scelta compiuta dai compagni GKN per ciò che riguarda le forme di lotta: l’occupazione delle aziende che licenziano, per impedire che i padroni si portino via i macchinari, e la costruzione di una cassa di resistenza nazionale per le lotte esistenti e per quelle che verranno.

L’occupazione dell’azienda che licenzia è stata osteggiata dalla burocrazia sindacale in tutti passaggi cruciali della lotta di classe negli ultimi decenni (Fiat 1980, Alitalia 2008, FIAT Termini Imerese 2009, Whirlpool 2019). La ragione è semplice: l’occupazione è una prima forma di esproprio della proprietà, confligge con la concertazione, pone la questione della forza come strumento di risoluzione della vertenza. Per la stessa ragione è una forma di lotta necessaria come replica proporzionale alla radicalità del padrone. Contribuisce a tenere uniti i lavoratori, a contrastare la demoralizzazione, a infondere coraggio e determinazione, a polarizzare attorno alla lotta un più vasto campo di solidarietà, come dimostra già oggi l’occupazione di GKN Firenze. Dare l’indicazione di generalizzare questa risposta di lotta in condizioni analoghe significa dire “fare come GKN”.

Lo stesso vale per ciò che riguarda la cassa di resistenza. Si tratta di una forma di organizzazione della lotta che si è affacciata nella logistica, in Whirlpool, e ora in GKN. Risponde all’esigenza elementare di sostenere economicamente una lotta prolungata senza dover dipendere dal quadro precario e a termine degli ammortizzatori esistenti. È uno strumento di forza. Se si generalizza l’indicazione di occupare le aziende che licenziano, occorre proporre una cassa di resistenza nazionale unitaria, da porre sotto controllo collettivo, che possa sostenere materialmente quella scelta di lotta. Non si può “insorgere” senza un'autorganizzazione economica della lotta. Ciò che vale in GKN vale ovunque.

Infine, non è possibile dare una indicazione generale sulle forme di lotta e di organizzazione della stessa senza porsi la questione dell’obiettivo cui finalizzare la lotta. Dire “il ritiro dei licenziamenti” è necessario, ma non sufficiente. Rischia di ridursi a una pressione illusoria sulla proprietà che ha già deciso altrimenti, e da tempo, portando i lavoratori in un vicolo cieco (Whirlpool) e preparando il terreno per soluzioni a perdere (la ricerca dell’ennesimo compratore privato che o non esiste o pone come condizione d’acquisto il taglio degli organici e la cancellazione di diritti).

Occorre legare la parola d’ordine del blocco generale dei licenziamenti alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano. Abbiamo posto da tempo questa rivendicazione alla riflessione del Patto d'azione, avendo da tempo previsto lo sblocco dei licenziamenti come passaggio centrale dello scontro di classe. Ne è seguita una discussione che ha visto partecipi la larga maggioranza delle soggettività politiche e sindacali del Patto. Abbiamo risposto puntualmente a tutte le obiezioni, perplessità, fraintendimenti (“non esistono i rapporti di forza”, “non è realizzabile”, “i lavoratori non ci seguirebbero”, “meglio rivendicare il salario ai disoccupati”, etc.).

Ora la discussione va conclusa con una decisione, quale che sia, che naturalmente ci auguriamo positiva. Perché i tempi stringono e siamo in obiettivo ritardo.

Ci limitiamo ad osservare che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano è l’unica rivendicazione che può unire le vertenze a difesa del lavoro contrapponendosi alla loro frammentazione: opponendosi al governo confindustriale e alle sue leggi truffa; dando proiezione alla occupazione delle aziende; ponendo il tema della proprietà quando la proprietà è inconciliabile col lavoro. La sua funzione è rispondere alla radicalità dei padroni con una radicalità uguale e contraria. E di legare la difesa del posto di lavoro alla prospettiva di un’alternativa anticapitalista, cioè di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Peraltro, tutte le esperienze sul campo di presentazione di questa proposta nelle assemblee dei lavoratori in lotta hanno permesso di verificare l’ampio consenso di cui è capace. Proponiamo al Patto d'azione e all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di assumerla, e di farne oggetto di una vera e propria campagna unificante, proponendola a sua volta ai lavoratori e alle lavoratrici delle aziende in lotta. Non si può “insorgere” nel rispetto del diritto di proprietà.

A partire dall’insieme di questa proposta (occupazione delle aziende che licenziano, cassa nazionale di resistenza, nazionalizzazione delle aziende che licenziano senza indennizzo e sotto controllo operaio) crediamo sarebbe importante promuovere un'assemblea nazionale delle vertenze in lotta a difesa del lavoro, che decida democraticamente sulla piattaforma rivendicativa e di azione, e dia vita a un coordinamento nazionale stabile. Va da sé che se fosse il collettivo di fabbrica GKN a lanciare la proposta e promuovere l’iniziativa, questa potrebbe avere una risonanza e capacità di attrazione assai più elevata.

Infine, pensiamo centrale il raccordo col movimento di lotta dei proletari di altri paesi. Il collegamento stabilito dai lavoratori GKN di Firenze con gli operai GKN di Birmingham, anch’essi colpiti dai licenziamenti, è di estrema importanza. Così è importante guardare allo sviluppo della lotta contro i licenziamenti in Francia. Il Front Social, che raccoglie diversi settori dell’avanguardia di classe di diversa collocazione sindacale (CGT e SUD), come l’Assemblea dei combattivi in Italia, sta preparando una grande manifestazione nazionale a Parigi contro i licenziamenti, attorno a parole d’ordine simili a quelle che abbiamo proposto. Pensiamo sia necessario coinvolgere questo settore classista nel sostegno all’azione di sciopero generale previsto per l’11 ottobre e nelle assemblee preparatorie dello stesso, e assicurare per parte nostra un pieno coinvolgimento nella manifestazione in preparazione in Francia.

Partito Comunista dei Lavoratori


La confessione di Maurizio Landini

 


22 Luglio 2021

L'intervista alla Stampa chiarisce una volta di più le responsabilità della burocrazia CGIL

Dopo la firma dell'avviso comune con governo e padroni, che ha sbloccato i licenziamenti; dopo che i licenziamenti collettivi di Gianetti, GKN, Whirlpool, Timken hanno mostrato a tutti la natura truffaldina dell'accordo siglato, il segretario della CGIL Maurizio Landini ha sentito il bisogno di spiegare le proprie ragioni a La Stampa (21 Luglio). In realtà una involontaria confessione.

Il giornale padronale, cinicamente, affonda il dito nella piaga: «L'intesa con governo e imprese contro il taglio degli organici non sembra funzionare bene. Pochi giorni dopo lo sblocco vi sono stati migliaia di licenziamenti...». La risposta di Landini è un esercizio di balbuzie: «Premettiamo che l'accordo è stato realizzato dopo che i partiti della maggioranza di governo, tutti i partiti della maggioranza, avevano detto sì allo sblocco lasciando solo qualche eccezione di settore. Siamo riusciti ad impegnare governo e associazioni imprenditoriali a ricorrere prima agli ammortizzatori sociali».

Ma come? Il fatto che tutti i partiti di governo avessero deciso lo sblocco non doveva essere una ragione in più per mobilitarsi contro il governo e tutti i suoi partiti? Invece no. Landini sembra dire che siccome il governo aveva deciso, non si poteva fare di più. Ma allora cosa ci sta a fare un sindacato se la sua funzione è quella di notaio di un governo padronale di unità nazionale? Invece di spiegare perché l'“avviso comune” si è rivelato una bufala, vista l'ondata dei licenziamenti, Landini dice che “siamo riusciti a impegnare governo e associazioni imprenditoriali a ricorrere prima agli ammortizzatori”. In altri termini rivendica, come se nulla fosse accaduto, lo stesso “impegno” comune che è stato smentito dai fatti. Penoso.

L'intervistatore, che non vuol apparire cretino, pone ancora la domanda: «Perché non ha funzionato?» Risposta: «Ora stiamo chiedendo di far applicare quell'accordo ad alcune multinazionali che ragionano con una logica da Far West». Ma come? Landini scopre ora che i padroni fanno i padroni, tanto più se non sono vincolati a nulla, salvo la... “raccomandazione” di Landini? Se le multinazionali utilizzano lo sblocco dei licenziamenti che Landini ha firmato non è la riprova che l'avviso comune era solo la copertura dello sblocco, e che averlo presentato agli operai come una loro vittoria ha rappresentato semplicemente una truffa?

In realtà più il segretario della CGIL cerca di arrampicarsi sugli specchi per giustificare la propria capitolazione ai padroni, più conferma – se ve era bisogno – il senso vero dell'accordo firmato: la ricerca di un ruolo nell'unità nazionale, l'esibizione della propria volontà di far parte dello sforzo patriottico per il rilancio e riorganizzazione del capitalismo italiano e delle sue fortune sul mercato mondiale. L'unica vera preoccupazione di Landini è di non essere scaricato da Draghi e dai padroni. Di non veder ignorate e respinte le proprie offerte di collaborazione. Che infatti vengono rilanciate, non a caso, proprio nell'intervista in questione: «Il governo ci convochi presto al tavolo con le imprese per far applicare l'accordo contro i licenziamenti. Ma questo deve essere solo il primo passo. Il vero punto è come governare la riconversione produttiva che cambierà il paese nei prossimi 5-10 anni». «Cogestione alla tedesca?» chiede La Stampa. «Preferisco chiamarla codeterminazione. Aziende e sindacati si impegnano a consultarsi prima sulle scelte strategiche e a difendere insieme il lavoro e l'occupazione. Una scelta di riconoscimento reciproco». Lo scopo? Prevenire il conflitto in fabbrica, risponde il segretario della CGIL, sapendo di parlare al giornale di casa Agnelli.

Ma cos'altro ha fatto la burocrazia sindacale sinora se non prevenire il conflitto? Neppure un'ora di sciopero contro lo sblocco dei licenziamenti, persino peggio delle miserabili tre ore di sciopero contro la legge Fornero (peraltro tornata nel giro di governo).
Lo spazio che i padroni hanno preso è quello che la burocrazia sindacale ha lasciato loro. “Consultarsi prima sulle scelte...”: ma la “consultazione” è forse mancata? Non c'è stata forse consultazione prima dello sblocco dei licenziamenti? Una telefonata non si nega a nessuno, neppure un incontro, se occorre. Il riconoscimento reciproco rivendicato da Landini si riduce a questo: Confindustria riconosce a Landini la funzione di prevenire il conflitto, cioè di disinnescare gli scioperi. Landini dà a Confindustria e governo carta bianca, basta che “riconoscano” il suo ruolo di pompiere e provino a salvargli la faccia.

Questa logica di scambio è la politica della disfatta per gli operai a tutto vantaggio dei loro padroni. La richiesta di dimissioni di Landini, avanzata da una parte dell'opposizione CGIL, chiama apertamente in causa questo corso politico della burocrazia sindacale che oggi Landini rappresenta, e pone l'esigenza di un'altra linea e un'altra prospettiva. Per questo si rivolge a tutti i lavoratori combattivi che oggi militano in CGIL perché prendano la parola e impongano una svolta, classista e anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà a Eddy e al SI Cobas

 


Esprimiamo la nostra piena solidarietà al compagno Eddy Sorge, membro dell'esecutivo nazionale del SI Cobas, indagato per associazione a delinquere dalla Procura di Napoli.

Non è la prima volta che questo capo d'accusa viene impugnato contro compagni e movimenti impegnati sul versante della lotta di classe, per l'unità e l'organizzazione degli sfruttati.
Tanto più in una fase di approfondimento del conflitto sociale, come nella logistica, e alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti, la magistratura borghese affila le armi della repressione contro le forme di lotta più radicali e i loro dirigenti. Si vuole creare un clima di intimidazione che scoraggi la moltiplicazione delle lotte di resistenza e favorisca la rassegnazione.
Nel momento in cui vi sono padroni che impunemente organizzano i mazzieri contro i picchetti di sciopero (FedEx-Zampieri), che promuovono aggressioni squadriste contro presidi sindacali (Texprint), che spingono i crumiri persino ad uccidere sindacalisti in lotta, come Adil Belakhdim, pur di consegnare la merce per tempo, si accusa di associazione a delinquere chi lotta in prima fila per denunciare e contrastare tutto questo. In questo paradosso sta tutto il marcio della democrazia capitalista. L'unica associazione a delinquere è la società borghese e il suo Stato.

Giù le mani da Eddy! Piena difesa dei diritti di lotta degli sfruttati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Maurizio Landini, basta chiacchiere!

 


O sciopero generale o tradimento dei lavoratori

25 Giugno 2021

NO AI LICENZIAMENTI! NO ALLA REPRESSIONE PADRONALE! COSTRUIAMO LO SCIOPERO GENERALE

Il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà nelle manifestazioni indette dalla CGIL, la CISL e la UIL per sabato 26 giugno.

Sarà presente doverosamente anche alla manifestazione indetta dal SI Cobas a Novara per portare avanti la lotta nella logistica e ricordare l'assassinio infame del compagno Adil ucciso da un camionista armato dall'odio padronale e dall'indifferenza della polizia.

Il PCL sta dispiegando tutte le sue risorse militanti per costruire il fronte unico di massa della classe lavoratrice attraverso l'unità di tutte le organizzazioni sindacali e politiche di riferimento, che manifesti attraverso lo sciopero generale la propria forza, potenzialmente enorme, per fermare il governo di unità nazionale della borghesia, il governo Draghi, l'aggressione padronale e la massa di licenziamenti che si annunciano nei propri mesi.

Partecipa a questo fine al percorso politico e sindacale del Patto d'azione anticapitalista e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi rispettandone le decisioni democratiche e proponendo sempre la costruzione, a partire dalle lotte esemplari delle operaie e degli operai della logistica, della più ampia unità dell'avanguardia della classe operaia e delle organizzazioni classiste. Per questo molte compagne e molti compagni del partito sono impegnati, oltre che in numerosi sindacati di base, anche nell'area di opposizione CGIL-Riconquistiamo tutto per unirla al percorso di mobilitazione unitaria e per farne un canale di proiezione unitaria verso la massa degli iscritti alla CGIL, in cui aprire uno spazio di attenzione e di interlocuzione intorno alle rivendicazioni dell'avanguardia di classe e dei suoi percorsi di unità d'azione più avanzati.

Accanto alla rivendicazione elementare dello sciopero generale, il PCL avanza l'indicazione dell'organizzazione dell'autodifesa operaia per contrastare gli attacchi nei confronti dei picchetti operai ad opera di squadre di mazzieri al soldo dei padroni, che purtroppo hanno puntellato drammaticamente la cronaca degli ultimi giorni delle lotte nel settore della logistica.

La morte del compago Adil ha avuto un'eco che è andata molto oltre i confini dell'organizzazione sindacale di appartenenza, il SI Cobas, e i numerosi scioperi spontanei nelle fabbriche nonché il grido “assassini assassini” da parte delle operaie e degli operai della Whirlpool all'indirizzo del Ministero dello Sviluppo Economico possono significare il risveglio della coscienza di classe ben oltre i limiti di elementari forme di solidarietà.

Le compagne e i compagni del PCL porteranno queste parole d'ordine nelle manifestazioni del 26 giugno, senza alcuna fiducia nella direzione della burocrazia dei sindacati confederali ma chiedendo risolutamente a Landini di smetterla con le chiacchere, che significano solo tradimento delle ragioni della classe lavoratrice, e di indire un vero sciopero generale o di andarsene.

Di seguito potete leggere il testo del volantino che distribuiremo (allegato in fondo a questa pagina).




MAURIZIO LANDINI, BASTA CHIACCHIERE!


Il 30 giugno scade il blocco dei licenziamenti. Confindustria ha chiesto libertà di licenziare, Draghi l’ha prontamente concessa. Tutti i partiti borghesi, dal M5S alla Lega, passando per il PD, han detto sì. Come ha detto sì la Meloni, che già votò con tutti gli altri la famigerata Fornero.

I padroni potranno scegliere al buffet se prendere ancora un po’ di cassa integrazione per loro gratuita, ma con gli stipendi tagliati, oppure buttare sulla strada gli operai. Quelli che nell’anno della pandemia sono stati costretti a lavorare sempre, anche in assenza di protezioni sanitarie, pur di ingrassare i profitti. E di profitti i capitalisti ne hanno fatti tanti nell’anno del Covid, in particolare nell’industria e nella logistica, grazie anche alle regalie pubbliche, pagate dai lavoratori.

Bene, saranno proprio questi settori a licenziare per ristrutturare. Lo ha dichiarato Carlo Bonomi quando ha detto che “l’industria è in forte ripresa”, ma proprio per questo deve liberarsi della zavorra di “costi eccessivi”. Nell’Italia in cui i lavoratori crepano come mosche nelle fabbriche, grazie anche all’assenza di ogni reale controllo, il governo concede ai padroni mano libera totale. Libertà totale di subappalto, libertà dai controlli ambientali, libertà persino dai controlli sulla corruzione. In una parola, libertà di sfruttamento.

Se poi come alla FedEx i lavoratori si ribellano, il padrone ricorre a squadre di mazzieri prezzolati per piegare la lotta a bastonate, mentre la polizia lascia fare. Adil è stato ucciso in questo clima a Novara durante un picchetto.

Tutto questo può essere fermato. Ma alla condizione che i lavoratori uniscano davvero le loro forze in un fronte comune di mobilitazione. È necessario preparare uno sciopero generale vero che unisca tutte le lotte di resistenza a difesa del lavoro. Uno sciopero generale vero capace di ribaltare i rapporti di forza. Uno sciopero generale che rivendichi la continuità del blocco dei licenziamenti; la cancellazione di tutte le forme di precariato; la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga; una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per investire le risorse così liberate in un piano di nuovo lavoro, nella sanità, nella scuola; un vero salario garantito ai disoccupati che cercano lavoro.

È necessario che tutti i sindacati che parlano a nome dei lavoratori prendano l’impegno a promuovere una lotta vera, unitaria, di massa. Non servono parole di critica al governo se non si fa nulla per fermarlo, come fa Landini. Occorre coerenza tra le parole e i fatti! È scandaloso che di fronte all’annuncio di centinaia di migliaia di licenziamenti non sia stata convocata nessuna azione di lotta! Le manifestazioni di oggi non debbono ridursi a un diversivo. È necessario qui e ora indire lo sciopero generale in tempi brevi.

Occorre prepararsi ad uno scontro sociale prolungato, che opponga alla radicalità del padronato una radicalità uguale e contraria. Occorre unificare le tante vertenze a difesa del lavoro, come alla Whirlpool: dando indicazione di occupare le aziende che licenziano, e rivendicando la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Costituendo una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle lotte.

Ma non basta una lotta di pura resistenza sindacale. Quest’anno eccezionale di pandemia ha dimostrato al mondo la vera natura del capitalismo. Milioni di morti causati dalla demolizione dei sistemi sanitari per pagare i debiti alle banche e ingrassare la sanità privata. Mentre la vaccinazione di massa è in mano a pochi grandi colossi, e ovunque crescono le spese militari delle grandi potenze.

Ovunque la dittatura del profitto sta prendendo per la gola il genere umano. Solo una prospettiva di rivoluzione può liberarlo. Solo la prospettiva di governi dei lavoratori, in ogni paese e su scala internazionale può tracciare un progetto di emancipazione. Il PCL è impegnato a costruire questa prospettiva anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro i licenziamenti, per la difesa del lavoro

 


Lo sblocco annunciato dei licenziamenti, assieme alla liberalizzazione dei subappalti, è un attacco frontale al mondo del lavoro. Alla riapertura dopo la pandemia, si annuncia la soppressione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, a partire dalla grande industria. Lavoratori e lavoratrici che per un anno hanno retto sulle proprie spalle l’economia del paese, spesso costretti al lavoro senza adeguate protezioni, si vedranno buttati su una strada.


Secondo Bankitalia quasi 700000 salariati, secondo altre stime oltre un milione. Questo nonostante negli ultimi anni, e non soltanto nel periodo di crisi sanitaria, le imprese abbiano usufruito, in varie forme, di enormi risorse pubbliche pagate dai salariati stessi. Nel quadro della ristrutturazione macro economica pianificata dall’Unione Europea, Confindustria ottiene ora dal governo Draghi ciò che ha chiesto: la libertà di licenziare per ristrutturare le aziende e massimizzare i profitti.

A questa offensiva governativa e padronale pensiamo sia necessario rispondere tempestivamente, con uno sciopero generale del mondo del lavoro nei giorni in cui lo sblocco diventerà operativo. Un’azione di lotta tempestiva come inizio di una battaglia prolungata, uno sciopero unitario che realizzi il fronte più ampio possibile.

Occorre far seguire alle parole i fatti, costruendo una reale mobilitazione di massa, capace di unificare l’intero fronte di lotta, superando ogni logica di autocentratura e preclusione reciproca. Lo sblocco dei licenziamenti il 30 giugno, senza reale contrasto sul piano sindacale, senza sciopero nazionale, sarebbe un fatto preoccupante, che accrescerebbe ulteriormente le dinamiche di passivizzazione e ripiegamento a vantaggio del padronato e delle forze politiche più reazionarie.

Crediamo importante che l’azione unitaria di sciopero si leghi ad una piattaforma di lotta che rivendichi la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, un sistema universale di ammortizzatori sociali capace di rispondere anche ai nuovi bisogni emersi nel mondo del lavoro, finanziato anche attraverso una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Una piattaforma che punti ad unire in un blocco sociale alternativo ciò che il capitalismo punta a dividere: lavoratori, precari, disoccupati.
Tuttavia il confronto e la discussione sulle parole d’ordine richiede innanzitutto un’iniziativa di mobilitazione contro lo sblocco dei licenziamenti.
Per questo, data la rilevanza non solo sindacale ma anche politica della posta in gioco, ci permettiamo di avanzare un forte appello all’unità per la promozione di uno sciopero generale contro le misure annunciate dal governo, a sostegno di una piattaforma alternativa. Non servono né dichiarazioni critiche senza azione di lotta né il rituale di scioperi di singole organizzazioni tra loro concorrenti ed in ordine sparso. Ciò che serve è un vero scatto unitario.

Se i padroni, le loro organizzazioni, i loro partiti fanno fronte comune per lo sblocco dei licenziamenti, occorre costruire un fronte comune di segno opposto. Per quanto ci riguarda ci batteremo per questo.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Scuola: senza sicurezza nessuna riapertura!

 


Pubblichiamo il testo del volantino che stiamo distribuendo in occasione dello sciopero della scuola indetto dai Cobas di cui non condividiamo la piattaforma per la ragioni esposte nel volantino stesso

Cattedre senza docenti e docenti senza cattedre - La situazione della scuola pubblica in quest'anno scolastico sta raggiungendo picchi di drammaticità raramente visti sinora, basti pensare alle più di 21.0000 cattedre vuote. Il concorso straordinario, a dir poco umiliante, a cui hanno partecipato decine di migliaia di insegnanti da anni precari non è stato altro che un aumentare l’angoscia di decine di migliaia di insegnanti, che da anni lavorano a migliaia di chilometri da casa, percependo un salario inadeguato, senza alcuno scatto d’anzianità ed il minimo beneficio. Per non parlare del mancato accesso alla carta del docente. Un eterno dividere che ha trovato un’ennesima, ulteriore conferma nel divieto di partecipazione al concorso per le migliaia di insegnanti senza servizio sulla materia o per tutti quelli che nei giorni del concorso si trovavano in quarantena. Un concorso con numeri davvero irrisori tanto da considerarsi quasi inutile viste le 210000 cattedre vuote a settembre e gli oltre 30000 pensionamenti in arrivo.

Scuola: luogo sicuro o luogo di contagio? - Sin dalla ripresa dell’anno scolastico i contagi tra gli insegnanti e gli studenti sono stati numerosissimi. Vanno quindi rivendicati tracciamento capillare, tamponi a tappeto e, soprattutto, che si attivino realmente gli oramai tanto nominati presidi sanitari nelle scuole. Un reale piano vaccinale che coinvolga tutti i soggetti presenti nel mondo della scuola va approntato il prima possibile.

No al Recovery, sì alla patrimoniale - Una scuola con classi sovraffollate (media nazionale 22 alunni per classe) non può essere affatto definita un luogo sicuro. È fondamentale trasformare l’organico di fatto in organico di diritto. Dall’altro lato, ricorrere al Recovery Plan per stabilizzare i precari e mettere in sicurezza le scuole costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori.
Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità ed i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.
Solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può colmare realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori, ed un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.


LE RIVENDICAZIONI DEL PCL PER LA SCUOLA

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola il Partito Comunista dei Lavoratori è presente nelle lotte della scuola con queste rivendicazioni:

- Stabilizzazione di tutti gli insegnanti della scuola.
- Un grande piano di lavori pubblici per la scuola.
- No al blocco quinquennale per i neoassunti.
- Internalizzare tutti gli educatori.
- No ad ogni proposta di autonomia differenziata.

Solo con la lotta questo ennesimo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato.

Contro ogni logica corporativistica e di intermediazione politica tramite deputati e senatori di maggioranza o di opposizione.

Solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, della scuola e non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori


Sciopero del pubblico impiego. I padroni e il governo ci vogliono divisi

 


Oggi, 9 dicembre, giornata di sciopero nazionale. Rispondiamo ai padroni con la massima unità delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori pubblici e privati

9 Dicembre 2020

Le principali organizzazioni sindacali, CGIL, CISL e UIL, hanno proclamato per oggi, 9 dicembre, lo sciopero nazionale dei lavoratori della Pubblica Amministrazione. I mass media borghesi sono insorti contro la protesta di quelli che considerano dei privilegiati di fronte alle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il lavoro, perché precari o stagionali o non coperti dagli ammortizzatori sociali, e alle altre centinaia di migliaia in cassa integrazione e con la minaccia del licenziamento una volta scaduto il blocco governativo. Da che pulpito viene la predica: proprio dai cantori per decenni della virtù dei tagli e del risparmio nel settore dei servizi pubblici, a cominciare dalla sanità.

Questi scribacchini e presunti manager hanno incessantemente tessuto le lodi del blocco del turnover con la conseguenza della riduzione drastica degli addetti ai servizi, solo parzialmente sopperita da un precariato impiegato sempre più massicciamente, e del dimagrimento nel tempo degli stipendi e dei salari. Questi tagli hanno aggravato la crisi colpendo la scuola e i trasporti fino alla loro drammatica disorganizzazione oggi sotto gli occhi di tutti, e hanno contribuito in maniera decisiva a provocare il disastro sanitario con le decine di migliaia di contagiati e di morti giornalieri. Tuttavia, proprio loro, con una incredibile faccia di bronzo rinfacciano ai lavoratori pubblici il diritto di vedersi rinnovato il contratto, garantite le misure di sicurezza sul lavoro, largamente e criminalmente spesso disattese proprio dal Governo, di vedersi riconosciuto almeno il recupero salariale dopo anni di discesa, e di vedere rimpolpati gli organici con la stabilizzazione dei precari e con massicce nuove assunzioni per non essere costretti a turni massacranti o a lavorare in condizioni di estrema disorganizzazione anche a scapito della qualità del servizio per l’utenza.

Non è naturalmente una predica innocente: corrisponde alla necessità del padronato, e del suo procuratore d’affari, il Governo, di scatenare la guerra tra i salariati per nascondere i loro crimini nella gestione della crisi sanitaria ed economica, le enormi regalie incassate sotto forma di massicce defiscalizzazioni, di autentiche truffe nell’attivazione abusiva della cassaintegrazione straordinaria in deroga, quando non stanziamenti diretti per la ripresa della speculazione capitalista.

Nel frattempo, alcuni colossi imprenditoriali realizzano utili faraonici proprio grazie alla pandemia (dall’e-commerce fino al settore farmaceutico) e le banche promettono di distribuire lauti dividendi (Banca Intesa).
Nella PA lavorano persone indispensabili alla erogazione normale e straordinaria dei servizi pubblici, senza i quali oggi il nostro paese non avrebbe neppure gli strumenti più elementari per affrontare la crisi che mette a repentaglio le condizioni di vita della grandissima maggioranza della popolazione.

Di fronte alla necessità di sguarnire gli uffici, le strade e i trasporti collettivi per fermare la crescita dei contagi, molte di queste persone hanno dovuto lavorare presso le proprie abitazioni, spesso in condizioni di scarsità di spazi per la contemporanea presenza di congiunti e figli in didattica a distanza, oltreché mettendo a disposizione della Amministrazione Pubblica i propri mezzi (connessioni dati e mezzi informatici). Nell'emergenza, con questa modalità di lavoro, hanno garantito ore e ore di lavoro suppletivo pur di sopperire alla disorganizzazione a loro lasciata da Governo e amministrazioni locali, e alle pressanti domande di una popolazione giustamente spaventata.

La maggioranza, oltre a far fronte alle esigenze del tutto legittime dell’utenza, deve vedersela con una dirigenza di stato spesso non all'altezza, confusa nell'opaco “mondo di mezzo”. Deve scontrarsi con forme clientelari nella conduzione degli uffici pubblici, con "premialità" del tutto discrezionali da parte dei dirigenti, sovente tanto vicini agli interessi privatistici nella conduzione della PA da incappare in forme conclamate di corruzione. Contro queste lavoratrici e questi lavoratori oggi si vuole sollevare l’indice della riprovazione sociale.

Le maggiori organizzazioni sindacali non li tutelano. Le direzioni burocratiche di CGIL, CISL e UIL sono da anni vicini alla dirigenza, con cui spesso collaborano, e pertanto lontani dal rappresentare le loro esigenze più elementari. Garantiscono la pace sociale ai manager pubblici, che fanno professione di efficienza mentre spesso coltivano il conflitto d’interesse. Oggi sostengono il Governo e propongono un patto al padronato, spingendosi per questo fino al punto di aver avallato un Protocollo truffa sulla sicurezza che non garantisce a sufficienza ai lavoratori, pubblici e privati, né i dispositivi sanitari (le mascherine) né la sanificazione degli ambienti di lavoro.

La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici è sacrosanta. Per questo il PCL ne sostiene ogni forma di mobilitazione, compresa quella odierna. Ma lo sciopero indetto oggi da CGIL, CISL e UIL è insufficiente, fin dalla sua preparazione, e nel coinvolgimento dell’opinione pubblica. Ciò che serve è altro: un vero sciopero generale che raccolga la mobilitazione degli altri settori in attesa del rinnovo contrattuale come i metalmeccanici, e le centinaia di vertenze contro la chiusura o ridimensionamento di fabbriche o interi distretti produttivi.

Non possono essere le attuali direzioni burocratiche delle maggiori organizzazioni sindacali, CGIL, CISL e UIL, legate al carro governativo e decise ad un accordo complessivo con il padronato nell’interesse della continuità dello sfruttamento capitalistico e di una PA al suo servizio, a lanciare una mobilitazione generale e unitaria del mondo del lavoro, l’unica in grado di contrastare i costi della crisi che i capitalisti e i loro servi vorrebbero far pagare ai salariati e alle classi popolari, e capace di aprire una fase sociale nuova nel nostro paese.

Per questo, ovunque collocati, le militanti e i militanti del Partito Comunista dei Lavoratori sono impegnati per una direzione alternativa delle mobilitazioni di lavoratrici e lavoratori, a partire da una direzione alternativa del sindacato più grande, la CGIL. Una direzione che si adoperi per la costruzione del più ampio fronte unitario della classe lavoratrice, che unisca le lotte e le rivendicazioni di tutti i settori del mondo del lavoro dipendente, pubblico e privato, stabile e precario, dell’industria, dei servizi, della PA, e di tutti i settori proletari in un’unica vertenza generale sorretta dalla più ampia mobilitazione unitaria, per uno sciopero generale prolungato e di massa.

Il PCL mira a questo obbiettivo, ed è impegnato con i propri militanti a costruire e sostenere i diversi percorsi di lotta, per la loro generalizzazione e unificazione, a partire dal percorso segnato dall'assemblea nazionale dei lavoratori e lavoratrici combattivi, che ha individuato per il 29 gennaio una giornata di sciopero generale, e per il giorno seguente una manifestazione nazionale di lotta.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale