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Sciopero del pubblico impiego. I padroni e il governo ci vogliono divisi

 


Oggi, 9 dicembre, giornata di sciopero nazionale. Rispondiamo ai padroni con la massima unità delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori pubblici e privati

9 Dicembre 2020

Le principali organizzazioni sindacali, CGIL, CISL e UIL, hanno proclamato per oggi, 9 dicembre, lo sciopero nazionale dei lavoratori della Pubblica Amministrazione. I mass media borghesi sono insorti contro la protesta di quelli che considerano dei privilegiati di fronte alle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il lavoro, perché precari o stagionali o non coperti dagli ammortizzatori sociali, e alle altre centinaia di migliaia in cassa integrazione e con la minaccia del licenziamento una volta scaduto il blocco governativo. Da che pulpito viene la predica: proprio dai cantori per decenni della virtù dei tagli e del risparmio nel settore dei servizi pubblici, a cominciare dalla sanità.

Questi scribacchini e presunti manager hanno incessantemente tessuto le lodi del blocco del turnover con la conseguenza della riduzione drastica degli addetti ai servizi, solo parzialmente sopperita da un precariato impiegato sempre più massicciamente, e del dimagrimento nel tempo degli stipendi e dei salari. Questi tagli hanno aggravato la crisi colpendo la scuola e i trasporti fino alla loro drammatica disorganizzazione oggi sotto gli occhi di tutti, e hanno contribuito in maniera decisiva a provocare il disastro sanitario con le decine di migliaia di contagiati e di morti giornalieri. Tuttavia, proprio loro, con una incredibile faccia di bronzo rinfacciano ai lavoratori pubblici il diritto di vedersi rinnovato il contratto, garantite le misure di sicurezza sul lavoro, largamente e criminalmente spesso disattese proprio dal Governo, di vedersi riconosciuto almeno il recupero salariale dopo anni di discesa, e di vedere rimpolpati gli organici con la stabilizzazione dei precari e con massicce nuove assunzioni per non essere costretti a turni massacranti o a lavorare in condizioni di estrema disorganizzazione anche a scapito della qualità del servizio per l’utenza.

Non è naturalmente una predica innocente: corrisponde alla necessità del padronato, e del suo procuratore d’affari, il Governo, di scatenare la guerra tra i salariati per nascondere i loro crimini nella gestione della crisi sanitaria ed economica, le enormi regalie incassate sotto forma di massicce defiscalizzazioni, di autentiche truffe nell’attivazione abusiva della cassaintegrazione straordinaria in deroga, quando non stanziamenti diretti per la ripresa della speculazione capitalista.

Nel frattempo, alcuni colossi imprenditoriali realizzano utili faraonici proprio grazie alla pandemia (dall’e-commerce fino al settore farmaceutico) e le banche promettono di distribuire lauti dividendi (Banca Intesa).
Nella PA lavorano persone indispensabili alla erogazione normale e straordinaria dei servizi pubblici, senza i quali oggi il nostro paese non avrebbe neppure gli strumenti più elementari per affrontare la crisi che mette a repentaglio le condizioni di vita della grandissima maggioranza della popolazione.

Di fronte alla necessità di sguarnire gli uffici, le strade e i trasporti collettivi per fermare la crescita dei contagi, molte di queste persone hanno dovuto lavorare presso le proprie abitazioni, spesso in condizioni di scarsità di spazi per la contemporanea presenza di congiunti e figli in didattica a distanza, oltreché mettendo a disposizione della Amministrazione Pubblica i propri mezzi (connessioni dati e mezzi informatici). Nell'emergenza, con questa modalità di lavoro, hanno garantito ore e ore di lavoro suppletivo pur di sopperire alla disorganizzazione a loro lasciata da Governo e amministrazioni locali, e alle pressanti domande di una popolazione giustamente spaventata.

La maggioranza, oltre a far fronte alle esigenze del tutto legittime dell’utenza, deve vedersela con una dirigenza di stato spesso non all'altezza, confusa nell'opaco “mondo di mezzo”. Deve scontrarsi con forme clientelari nella conduzione degli uffici pubblici, con "premialità" del tutto discrezionali da parte dei dirigenti, sovente tanto vicini agli interessi privatistici nella conduzione della PA da incappare in forme conclamate di corruzione. Contro queste lavoratrici e questi lavoratori oggi si vuole sollevare l’indice della riprovazione sociale.

Le maggiori organizzazioni sindacali non li tutelano. Le direzioni burocratiche di CGIL, CISL e UIL sono da anni vicini alla dirigenza, con cui spesso collaborano, e pertanto lontani dal rappresentare le loro esigenze più elementari. Garantiscono la pace sociale ai manager pubblici, che fanno professione di efficienza mentre spesso coltivano il conflitto d’interesse. Oggi sostengono il Governo e propongono un patto al padronato, spingendosi per questo fino al punto di aver avallato un Protocollo truffa sulla sicurezza che non garantisce a sufficienza ai lavoratori, pubblici e privati, né i dispositivi sanitari (le mascherine) né la sanificazione degli ambienti di lavoro.

La lotta delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici è sacrosanta. Per questo il PCL ne sostiene ogni forma di mobilitazione, compresa quella odierna. Ma lo sciopero indetto oggi da CGIL, CISL e UIL è insufficiente, fin dalla sua preparazione, e nel coinvolgimento dell’opinione pubblica. Ciò che serve è altro: un vero sciopero generale che raccolga la mobilitazione degli altri settori in attesa del rinnovo contrattuale come i metalmeccanici, e le centinaia di vertenze contro la chiusura o ridimensionamento di fabbriche o interi distretti produttivi.

Non possono essere le attuali direzioni burocratiche delle maggiori organizzazioni sindacali, CGIL, CISL e UIL, legate al carro governativo e decise ad un accordo complessivo con il padronato nell’interesse della continuità dello sfruttamento capitalistico e di una PA al suo servizio, a lanciare una mobilitazione generale e unitaria del mondo del lavoro, l’unica in grado di contrastare i costi della crisi che i capitalisti e i loro servi vorrebbero far pagare ai salariati e alle classi popolari, e capace di aprire una fase sociale nuova nel nostro paese.

Per questo, ovunque collocati, le militanti e i militanti del Partito Comunista dei Lavoratori sono impegnati per una direzione alternativa delle mobilitazioni di lavoratrici e lavoratori, a partire da una direzione alternativa del sindacato più grande, la CGIL. Una direzione che si adoperi per la costruzione del più ampio fronte unitario della classe lavoratrice, che unisca le lotte e le rivendicazioni di tutti i settori del mondo del lavoro dipendente, pubblico e privato, stabile e precario, dell’industria, dei servizi, della PA, e di tutti i settori proletari in un’unica vertenza generale sorretta dalla più ampia mobilitazione unitaria, per uno sciopero generale prolungato e di massa.

Il PCL mira a questo obbiettivo, ed è impegnato con i propri militanti a costruire e sostenere i diversi percorsi di lotta, per la loro generalizzazione e unificazione, a partire dal percorso segnato dall'assemblea nazionale dei lavoratori e lavoratrici combattivi, che ha individuato per il 29 gennaio una giornata di sciopero generale, e per il giorno seguente una manifestazione nazionale di lotta.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Mozione finale della seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi

 


Pubblichiamo la mozione conclusiva della seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e lavoratori combattivi, svoltasi in modalità telematica il 29 novembre

La seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi/e, riunitasi online domenica 29 novembre 2020 conferma e ribadisce le analisi, le proposte e le prospettive della mozione conclusiva approvata a Bologna lo scorso 27 settembre:

- la crisi strutturale dell’economia capitalista sospinge lo sfruttamento del lavoro e l’impoverimento generalizzato, incentivando un uso padronale dell’emergenza sanitaria oltre che la diffusione del razzismo;

- in questo quadro si sta sviluppando un’offensiva padronale sul versante dei salari, dei contratti e delle condizioni di lavoro, come un’azione del governo a sostegno di questa offensiva e delle conseguenti ristrutturazioni produttive (a partire dal Recovery Plan e un’espansione del debito che ricadrà sulle classi popolari);

- è quindi evidente che la risposta sindacale non può limitarsi a una mera difesa sul piano aziendale o di categoria, ma deve porre le basi di una controffensiva di massa, capace di parlare all’insieme della classe e di mobilitarla in nome dei suoi interessi generali: si pone cioè con sempre più evidenza la necessità di una risposta che rilanci le parole d’ordine storiche del movimento operaio (la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; una patrimoniale sulle grandi ricchezze; un salario medio garantito a occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame; l’eliminazione del razzismo istituzionale).

Il percorso avviato il 27 settembre si è proposto quindi di attraversare le diverse iniziative di lotta e di sciopero dell’autunno anche organizzando una giornata di iniziativa nazionale a fine ottobre, riuscendo quindi a segnare le piazze anche con un’espressione organizzata della classe, sulla base di una piattaforma generale di difesa dei suoi interessi, senza lasciarle solo alla reazione populista della piccola e media borghesia o a settori semiproletari, marginali e studenteschi.

Quest’autunno è stato anche segnato dalla ripresa del contagio. Nel giro di poche settimane abbiamo rivisto le decine di migliaia di contagiati al giorno, la saturazione degli ospedali, il macabro conto delle centinaia di morti quotidiani, l’istituzione di misure di contenimento e zone rosse. È emersa con chiarezza la responsabilità di un governo che non ha investito nel corso dell’estate sulla sicurezza, sulla sanità pubblica, sulla scuola, sui trasporti, riversando invece decine di miliardi per ristorare soprattutto padroni e padroncini (oltre che pochi ammortizzatori sociali parziali, incerti e in ritardo). Sono emerse con chiarezza, nell’assurdo rimpallo tra governo e regioni, le contraddizioni di una disarticolazione dei servizi pubblici determinata da decenni di tagli e di autonomie regionali. Mentre il padronato ha imposto la priorità della produzione e del profitto, perseverando come a marzo nel tener aperti gli stabilimenti. Mentre CGIL CISL e UIL, come in primavera, invece che difendere salute e salario hanno rilanciato percorsi di un nuovo patto sociale con Bonomi e Confindustria. La legge di bilancio 2021, in questo quadro, non fa che confermare l’impianto di classe di questo governo, ribadendo le scelte di questi mesi e convogliando le risorse soprattutto ad imprese, commercianti e liberi professionisti. Nel frattempo, i grandi contratti dei metalmeccanici e dei pubblici rimangono impantanati [con proposte ridicole sul fronte salariale e la riproposizione delle gabbie del patto di fabbrica], mentre altri (chimici, alimentaristi, etc.) sono rinnovati da CGIL CISL UIL con pochi soldi e significativi arretramenti normativi [come la possibilità di non applicare i CCNL del settore per gli appalti], e altri ancora, come nel caso della logistica, restano fermi al palo nonostante lo sciopero nazionale di categoria di fine scorso ottobre e l'imminente nuovo sciopero del prossimo 18 dicembre.

L'assemblea fa propria la proposta di sviluppare un'azione comune sul tema della sicurezza, impegnando tutti i lavoratori e i delegati a svolgere una battaglia sui propri luoghi di lavoro per imporre dei Protocolli realmente vincolanti e che prevedano tamponi per tutti e diritto ad astenersi con la garanzia del salario pieno nel caso di palesi violazioni delle norme anti-Covid da parte aziendale. Le lotte di questi mesi nel comparto Trasporti e Logistica, che in alcune filiere hanno già conseguito alcuni importanti obbiettivi (più pause lavorative, un ora di lavoro retribuita per le sanificazioni, garanzia di un premio di produttività pari a una quindicesima mensilità indipendentemente dalle assenze per malattia dovute al Covid, apertura di tavoli nazionali sulla sicurezza con le controparti padronali, ecc.), dimostrano che questa strada è concretamente praticabile.

La seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi/e ribadisce quindi la necessità di innescare, sostenere e generalizzare le resistenze per la salute e la sicurezza, come ogni iniziativa di lotta delle aziende in crisi, dei precari e dei settori di classe colpiti dall’emergenza in corso. Per questo, l’assemblea si propone di continuare ad attraversare ogni iniziativa settoriale, categoriale o territoriale di resistenza e di lotta. In ogni caso, al di là di queste lotte e resistenze, si pone con sempre più evidenza la necessità di sviluppare un processo di generalizzazione delle lotte e quindi anche di sciopero generale, per contrastare l’offensiva padronale che ha un carattere generale sul fronte dei contratti, della scuola e della sanità come delle più generali politiche economiche del governo. Per questo lancia a tutte le realtà di lotta, i delegati e le delegate, le organizzazioni sindacali conflittuali un appello per arrivare a costruire questa iniziativa di sciopero generale per il prossimo 29 gennaio e a organizzare il giorno seguente, sabato 30 gennaio, una manifestazione nazionale di lotta sulle parole d'ordine approvate dell'assemblea del 27 settembre.


Approvato con 94 voti favorevoli dei circa 130 presenti a fine assemblea.

La mozione proposta da Luca Scacchi, coincidente quasi interamente con quella approvata, tranne per l'ultima frase (Per questo lancia a tutte le realtà di lotta, i delegati e le delegate, le organizzazioni sindacali conflittuali, un appello per arrivare a costruire questa iniziativa di sciopero generale entro i primi mesi dell'anno) ha ottenuto 16 voti.

Due compagni si sono espressi contro entrambe le mozioni.

Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi

Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

 


Contro il fronte unico dei padroni un fronte unico di classe e di massa

22 Ottobre 2020

Testo del volantino (allegato in fondo alla pagina) per le iniziative della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre

Dare continuità all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi! Estendere ed unificare le lotte attorno ad una piattaforma generale! Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

La pandemia si sovrappone a un’offensiva frontale del padronato e a una nuova grande crisi del capitalismo mondiale. Confindustria fa muro sul rinnovo dei contratti, annuncia un milione di licenziamenti, reclama i pieni poteri nelle aziende. Il governo regala ai padroni lo sblocco dei licenziamenti, stoppa il rinnovo dei contratti pubblici, mantiene tutto il peggio dei decreti Salvini contro picchetti, blocchi stradali, occupazioni.

Le burocrazie sindacali, Landini in testa, non solo non organizzano la difesa del lavoro ma appoggiano il governo. Il loro scopo è mostrare al padronato la propria funzione sociale di controllo e disinnesco delle lotte, per timore di essere scaricate. È la funzione di “agenzia della borghesia nel movimento operaio”, come diceva Lenin. Una definizione oggi della burocrazia sindacale ancor più calzante di allora.

Costruire una direzione alternativa del movimento operaio che lo liberi dalla burocrazia è compito di tutte le avanguardie, ovunque collocate sindacalmente. Non si tratta di dare consigli critici agli apparati, né di limitarsi a conservare un piccolo spazio di sindacato alternativo. Si tratta di strappare agli apparati la direzione delle lotte, conquistare la maggioranza dei lavoratori, sviluppare l’egemonia di un progetto alternativo tra le masse.

Tutto questo è molto difficile, dopo un lungo ciclo di arretramenti, sconfitte, delusioni. Ma tanto più oggi è possibile perseguire l’obiettivo solo lavorando controcorrente alla più ampia unità di classe contro padroni e governo. Solo contrapponendo al fronte unico dei padroni il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non mancano lotte di resistenza e conflitti. Li abbiamo visti nello scorso marzo, nelle fabbriche, nella logistica, nella scuola, tra i braccianti. Ma sono lotte in ordine sparso, che non si parlano, che stanno recintate nel proprio perimetro aziendale o di settore. Unire queste lotte attorno ad una piattaforma generale è una necessità inaggirabile. A fronte di una offensiva generale del padronato, occorre una mobilitazione generale del lavoro capace di ribaltare i rapporti di forza complessivi.


PROSEGUIRE E ALLARGARE IL PERCORSO UNITARIO

L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta il 27 settembre a Bologna è un primo passo in questa direzione. Le forze ad oggi raccolte sono ancora molto limitate. Ma il segnale di controtendenza è prezioso. Per la prima volta dopo tanto tempo organizzazioni e tendenze sindacali di diversa collocazione e provenienza (Si Cobas, SGB, settori della Opposizione CGIL, Slai Cobas per il sindacato di classe) hanno scelto di mettere insieme le proprie forze in una iniziativa nazionale comune. Non attraverso un cartello di sigle, ma attivando un percorso unitario fondato sui delegati, sulle delegate, sui lavoratori e lavoratrici combattivi/e, al di là di ogni divisione di sigla e appartenenza. Un percorso segnato da comuni rivendicazioni classiste e dalla prospettiva di costruzione di una vera azione di sciopero generale.

Questo percorso va ora proseguito e allargato. Non si tratta di recintare il perimetro dell’Assemblea di settembre, ma di lavorare ad estenderlo ad ogni livello. I militanti sindacali del Partito Comunista dei Lavoratori sono ovunque impegnati in questa direzione.
È la battaglia che conduciamo nell’Opposizione CGIL assieme ad altri lavoratori e lavoratrici della componente contro una linea di pura autoconservazione del proprio spazio. È la linea che conduciamo nei sindacati di base con riferimento classista contro ogni logica autocentrata e settaria. A tutti chiediamo di investire le proprie forze nel percorso unitario avviato, ponendo termine alla frammentazione dell’avanguardia.

Questa azione di coinvolgimento di forze nuove va soprattutto indirizzata verso i lavoratori, a partire dalla loro avanguardia più larga. Quella che nel marzo scorso ha trainato una breve ma intensa stagione di scioperi contro i padroni. Quella che nelle ultime settimane ha ridato segni di presenza negli scioperi metalmeccanici contro la serrata contrattuale di Federmeccanica.

Non confondiamo i burocrati con gli operai. Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm hanno indetto uno sciopero il 5 novembre per salvare la faccia di fronte agli operai e incanalare la loro lotta su un binario morto. Il loro obiettivo è ottenere la detassazione dell’aumento contrattuale per caricare il contratto sulla fiscalità generale (cioè sul portafoglio dei lavoratori) a vantaggio dei profitti. Ma gli operai che hanno scioperato e che possono scioperare il 5 novembre lo fanno per i propri interessi, con tutte le confusioni e contraddizioni del caso. Dobbiamo interloquire con questi operai, che sono la maggioranza sindacalizzata dell’industria, per sottrarli all’influenza dei burocrati e conquistarli alla nostra piattaforma generale. Lo possiamo fare solo dentro la lotta comune, non separandoci da questa, non levando il disturbo a tutto vantaggio dei burocrati. Dobbiamo portare la nostra piattaforma nella lotta comune, per radicalizzarla ed estenderla, non tenerci fuori dalla lotta nel nome della nostra piattaforma.


PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE

La politica del fronte unico non può limitarsi al piano sindacale. Tutte le rivendicazioni della piattaforma definita il 27 settembre e rilanciata dalle manifestazioni di oggi richiamano una prospettiva politica. La drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, la forte patrimoniale sulle grandi ricchezze, la cancellazione dei decreti Salvini, la contestazione dell’indebitamento pubblico col capitale finanziario da scaricare sul portafoglio dei lavoratori, sulla sanità, sulla scuola, pongono la prospettiva di un’alternativa operaia alla crisi del capitale. O loro o noi. O il potere dei capitalisti o il potere degli operai. Nessuna conquista parziale su quel terreno è possibile senza che la borghesia tema davvero la minaccia dell’ordine pubblico e della sovversione. I padroni mollano qualcosa solo quando han paura di perdere tutto. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. Solo una rivoluzione, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione, può realizzare una svolta vera.

Politica del fronte unico e programma di rivoluzione sono i due capisaldi della politica del PCL. Siamo per la più larga unità d’azione dell’avanguardia, che ricomponga in un unico fronte il Patto d’azione e il Coordinamento delle sinistre di opposizione nato il 7 dicembre. Perché non ha senso nel nome del fronte unico mantenere percorsi separati, tanto più a fronte delle stesse rivendicazioni generali. Ma portiamo nel fronte più largo dell’opposizione classista l’esigenza di una prospettiva di rivoluzione, in Italia e nel mondo. L’unica che può fondare su solide basi l’internazionalismo proletario, contro ogni forma di europeismo liberale o sovranismo reazionario.

L’unica che indica le basi possibili del partito comunista rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il coordinamento delle sinistre di opposizione aderisce alla mobilitazione del 24 ottobre

 


Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione, nato a Roma il 7 dicembre, sostiene la giornata nazionale promossa dall'Assemblea dei lavoratori e lavoratrici combattivi/e tenutasi a Bologna il 27 settembre. Ne condivide le rivendicazioni, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga e dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze. Ne condivide l'impianto unitario, cioè la ricerca della più ampia unità d'azione tra tutte le organizzazioni della sinistra di classe, politica e sindacale, fuori da ogni logica autocentrata e settaria. È la stessa impostazione su cui si è mosso il nostro coordinamento nell'ultimo anno.


La nuova grande crisi capitalistica, la seconda ondata della pandemia, l'offensiva frontale di Confindustria contro le condizioni del lavoro, a partire dal rifiuto di rinnovare i contratti, promuovono un nuovo livello di scontro tra capitale e lavoro, sul piano nazionale e internazionale. Ciò a fronte di una subalternità organica delle burocrazie sindacali al governo Conte e al padronato. Tutto ciò rende tanto più indispensabile unire l'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia di classe attorno a una politica di fronte unico, di classe e di massa, in contrapposizione all'europeismo liberale borghese come al nazionalismo sciovinista e sovranista, di chiara marca reazionaria.

Ci pare che il patto d'azione per un fronte unico anticapitalista, cui alcune organizzazioni del nostro coordinamento partecipano organicamente, si muova nella giusta direzione dell'unità di classe attorno alle ragioni indipendenti del lavoro. Per questo aderiamo alla giornata nazionale del 24 ottobre e alle iniziative territoriali promosse, convinti che la politica del fronte unico, politico e sindacale, comporti innanzitutto la ricerca della massima unità d'azione tra le organizzazioni che la condividono e la praticano.

Coordinamento delle sinistre di opposizione

Sabato 24 Ottobre, giornata di mobilitazione nazionale

 


Pubblichiamo il testo dell'appello a cura dell' "Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi". Il Partito Comunista dei Lavoratori è in prima linea per la riuscita della mobilitazione.

20 Ottobre 2020

Mentre in tutta Europa dilaga la seconda ondata pandemica, nel nostro paese il governo e le amministrazioni locali si trovano a fronteggiare la nuova emergenza con un sistema sanitario disastrato come in primavera:
pochissime nuove risorse, strutture fatiscenti, gravi carenze d'organico e un personale medico-infermieristico che a dispetto delle fatiche sfiancanti del lockdown continua ad essere umiliato dal mancato rinnovo del CCNL di categoria e da livelli salariali da fame.

I padroni, con la complicità di governo ed istituzioni locali, la scorsa primavera hanno contribuito a trasformare la pandemia in mattanza negli ospedali e nelle RSA, in primis in Lombardia, tenendo aperte migliaia di fabbriche senza alcun riguardo per la sicurezza e la salute di lavoratori e lavoratrici. Ora, sempre in nome del profitto, minacciano barricate per impedire stringenti misure di sicurezza, nonostante il rischio di un collasso degli ospedali su scala nazionale: uno scenario reso ancor più drammatico al sud, che stavolta è pienamente coinvolto dalla pandemia.

Mentre Conte, il PD e i M5Stelle hanno mantenuto l'impianto razzista, repressivo e antioperaio dei decreti sicurezza di Salvini (limitandosi a qualche modifica irrisoria e di facciata), l'esecutivo è sempre più ostaggio dell'arroganza di Bonomi e di Confindustria, delle sue richieste e delle sue pretese, a partire dal mancato rinnovo della moratoria sui licenziamenti a fine anno, nonostante il proseguo dell’emergenza.

I padroni si sentono talmente forti da far saltare i tavoli di trattativa sui rinnovi contrattuali, come dimostra il caso eclatante del CCNL metalmeccanici, con lo scopo dichiarato di ottenere dei contratti-farsa, senza alcun aumento salariale e con l'imposizione di forme sempre più brutali di precarietà e di sfruttamento.

Intanto, al di là delle chiacchiere e della propaganda, si pensa di destinare la gran parte dei fondi del
Recovery Plan alle ristrutturazioni produttive necessarie al capitale per contrastare la crisi in corso dal 2008, a infrastrutture e grandi opere al servizio delle imprese o direttamente nelle tasche dei padroni sotto forma di sgravi e incentivi. Risorse che stravolgeranno sempre più i servizi universali (sanità, scuola, trasporti, assistenza), disarticolati da autonomie più o meno differenziate, e che andranno anche a incrementare le spese militari e i piani bellici (30 miliardi destinati alla difesa). Risorse che, con le condizionalità imposte dalla UE, saranno ripagate con nuove lacrime e nuovo sangue da lavoratori, lavoratrici e classi oppresse.

Senza una ripresa generale delle lotte e del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, entro l'inverno assisteremo a un'ondata di licenziamenti, a un taglio dei salari e a un massacro sociale senza precedenti.

Per questo motivo lo scorso 27 settembre centinaia di lavoratori e delegati combattivi di diversa appartenenza categoriale e sindacale si sono incontrati a Bologna, con l'obbiettivo di tracciare una piattaforma di lotta e di mobilitazione capace di contrapporsi in maniera adeguata ai piani di macelleria sociale di padroni e governo, e di lanciare dal basso un percorso di mobilitazione che porti in tempi brevi a un vero sciopero generale.

• Per il rinnovo immediato di tutti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro scaduti, con forti aumenti salariali e forti disincentivi ai contratti precari e a termine

• No ai licenziamenti di massa; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario medio garantito a disoccupati e precari e integrazione della Cig al 100%

• I costi della crisi sanitaria siano pagati da chi non ha mai pagato: patrimoniale sulle grandi ricchezze per rilanciare la sanità, la scuola pubblica, i trasporti e i servizi sociali

• Documenti, diritto d’asilo, regolarizzazione contrattuale e pieni diritti di cittadinanza per tutti i lavoratori immigrati, con l’abolizione dei decreti sicurezza (che reprimono anche dissenso e conflitto sociale)

• Contro ogni autonomia differenziata, oggi rilanciata dal governo

• Annullamento delle spese militari e riconversione di tutta la filiera dell’industria bellica e militare, a spese dello Stato e piena garanzia del lavoro

• Tutela piena della sicurezza sui luoghi di lavoro con nuovi e stringenti protocolli per la prevenzione del contagio da Covid 19, gestiti da comitati e rappresentanti eletti da lavoratori e lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori