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Bolivia: “Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta”

 


Intervista a Juan José Villa* del Movimiento Socialista de los Trabajadores della Bolivia

Quali sono le cause della rivolta e le rivendicazioni del popolo e del proletariato boliviano contro il governo di Rodrigo Paz?

JJV: Le cause hanno la loro base in una profonda crisi economica aggravata dalla gestione di un governo lacchè dell’imperialismo statunitense. Con un’inflazione che il governo ufficiale fissa al 20%, ma che nella vita quotidiana, per ciò che riguarda il paniere di beni di prima necessità, si traduce in un aumento dei prezzi che supera il 100%. Il prezzo medio al chilo della carne bovina, che prima oscillava tra i 41 e i 45 bolivianos, ora oscilla tra gli 85 e i 95 bolivianos; il litro di olio, che oscillava tra gli 11 e i 13 bolivianos, oggi raggiunge i 21 e i 26 bolivianos. I trasporti pubblici, i servizi, tutta i costi sono diventati esorbitanti. Se prima lo stipendio non bastava per arrivare a fine mese, oggi la situazione è peggiorata.

Le cause politiche risiedono nel fatto che questo è un governo suddito di Donald Trump, ha assoggettato il Paese ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, rappresentando gli interessi dell’oligarchia nazionale compiacente. Il governo è entrato in carica facendo promesse populiste, dicendo di voler concedere sussidi, preservare le conquiste sociali, mantenere i sussidi alimentari ed energetici, ma una volta insediato, ha applicato le manovre finanziarie neoliberiste, scaricando la crisi sulle spalle di operai, settori popolari e contadini, mentre ha avvantaggiato i più potenti eliminando la tassa sulle grandi fortune, e ha imposto a Natale il Decreto Supremo 5503, più di 120 articoli che permettevano la facile cessione delle risorse naturali alle multinazionali, così come l’aumento dei prezzi del carburante annullando la sovvenzione agli idrocarburi, tra le altre misure filoimperialiste.

La risposta combattiva delle masse non si è fatta attendere. La Federación de Mineros (Federazione dei Minatori) e la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana) avevano tenuto i loro congressi nei quali avevano cambiato la leadership traditrice dell’era del MAS (partito di Morales al governo per anni, ndt) e sostituendo le tesi di conciliazione con quelle basate sull’indipendenza di classe: no al sostegno di alcun governo borghese e un documento di lotta, che segnava l’inizio di un nuovo processo rivoluzionario.

Nel dicembre del 2025, sotto la pressione della propria base e con il proletariato minerario in prima linea, l’assemblea della COB votò all’unanimità a favore dello sciopero generale a tempo indeterminato per l’abrogazione del decreto presidenziale n. 5503. La lotta è culminata nel gennaio del 2026 con una grande vittoria. Si è creata un’alleanza tra operai, contadini e popolo. Il decreto del governo filoimperialista è stato sconfitto. La COB ha smesso di essere un semplice sindacato ed è diventata un organo di doppio potere. Le masse hanno ritenuto che si potesse andare oltre; che le forze fossero sufficienti non solo per abrogare un decreto, ma anche per rovesciare l’intero governo per via rivoluzionaria.

Tuttavia, la nuova direzione della COB ha ordinato di revocare i blocchi. Ciò ha generato malcontento soprattutto tra i contadini. La direzione della COB ha fornito ossigeno puro al governo. In altre parole, Rodrigo Paz non si reggeva più sulle proprie forze, ma grazie all’ossigeno fornito da un organismo antagonista di classe, la COB.

Questa boccata d’aria fresca ha permesso a Paz di riprendersi in vista di un nuovo pacchetto di leggi. L’eliminazione dei sussidi agli idrocarburi è stata riproposta, facendo impennare il prezzo dei trasporti pubblici. Il governo ha abolito i sussidi alla farina, facendo impennare il prezzo del pane, ha varato leggi di svendita che emulano in parte il decreto legge 5503 che era stato abrogato, come quella sull’elettricità, e ha avviato una campagna per dichiarare il fallimento delle imprese statali e la loro privatizzazione, tra le altre cose. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la legge 1720 sulla conversione dei terreni, grazie alla quale l’oligarchia e le banche potevano facilmente appropriarsi delle terre dei piccoli contadini e dei territori indigeni. Insieme a ciò, il governo ha mostrato il suo totale rifiuto dei cabildos (assemblee) contadini e del documento di rivendicazioni della COB basato su richieste salariali, per cui si erano mobilitati innanzitutto insegnanti delle zone urbane e rurali.

A partire dall’assemblea del Primo maggio convocata dalla COB, ha inizio il cosiddetto “sciopero generale a tempo indeterminato e con mobilitazioni” contro le leggi di svendita e per l’aumento salariale, tra le altre rivendicazioni, che si fonderanno rapidamente in un’unica richiesta: le dimissioni di Paz. La base dei sindacati ha fatto pressione sui propri dirigenti affinché non tradissero e ha costretto la direzione della COB, insieme alle organizzazioni contadine e popolari, a firmare il “patto di non tradimento”.

Paz non ha più ossigeno, le base scavalca le direzioni concilianti, l’organo del doppio potere viene riattivato dal basso. Il governo si è visto costretto ad abrogare la legge 1720 e ad offrire bonus al corpo docente in sciopero, ha fatto marcia indietro e ha invitato al dialogo, per poi andare immediatamente a un’offensiva di polizia e militare che ha causato la morte di due leader indigeni, oltre a centinaia di arrestati e feriti. Gli operai, i contadini e il popolo, lungi dall’intimidirsi, hanno accresciuto le loro forze e indicato la strada: non c’è nulla da discutere! Paz deve andarsene.

Il governo ha scatenato una persecuzione contro i principali dirigenti, con ordini di arresto immediato provenienti da organi di giustizia corrotti, illegittimi e ampiamente contestati dalle maggioranze oppresse.

La lotta continua, Paz e l’oligarchia dell’est si appoggiano ora a settori della classe media reazionaria e fascista come l’Unión Juvenil Cruceñista, che incitano a dichiarare lo stato d’assedio. Tuttavia, sono una minoranza e le loro sono risposte difensive. Il processo rivoluzionario può trionfare. Per il potere della COB, della CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), di Túpaj Katari, della Fejuves (Federazione delle giunte di quartiere) e di tutte le istituzioni operaie, contadine e popolari che oggi sono unificate attorno alla COB.

Cosa pensate delle direzioni della COB e della CSUTCB? Quali sono i diversi setUTCBtori sindacali e politici presenti al loro interno?

JJV: La direzione della COB è nata da un processo di rottura con le direzioni del MAS, con Luis Arce e con Evo Morales, che per anni hanno smobilitato il movimento operaio. Questo processo è partito dai settori di base del proletariato minerario. Non è la stessa dirigenza di prima. Per questo le masse li invitano a mettersi alla guida delle lotte. Un processo simile è sorto nel movimento contadino all’interno della Central Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) e della Federación Túpaj Katari, alla ricerca di nuovi leader, inaugurando una nuova fase di lotte che ha superato l’ostacolo del MAS.

L’influenza delle scuole di quadri del MAS, partito che ha governato per vent’anni, è ancora presente, con il sostegno del Partito Comunista e dell’indigenismo piccolo-borghese di García Linera, da cui si spiegano le pratiche di conciliazione con Paz che hanno portato a revocare lo sciopero a tempo indeterminato di gennaio.

Tuttavia, la rivoluzione boliviana si propone oggettivamente di rompere con queste pratiche. La base ha spinto i dirigenti a firmare il “patto di non tradimento”.

È dovere delle attuali direzioni portare il doppio potere al trionfo. Ciò si traduce nel governo della COB e delle organizzazioni contadine e popolari in lotta. L’alleanza concreta che è emersa alla guida della COB deve governare. Non c’è spazio per la successione del vicepresidente Lara, né per il parlamento o per la corte di giustizia oligarchica, quando si tratta di una rivoluzione.

Argollo (COB), Paye (FSTMB), Salazar (Túpaj Katari), Severo (CSUTCB) e i dirigenti di Fejuves e dei settori popolari sono chiamati a condurre la classe lavoratrice alla conquista del potere per via rivoluzionaria.

Quali sono i settori sindacali presenti?

La CSUTCB e tutte le sue federazioni contadine, Túpaj Katari e tutti i Ponchos Rojos delle venti province di La Paz, le combattive Fejuves di El Alto, le federazioni dei trasportatori – liberi, interprovinciali e cittadini (che stanno entrando nella lotta in modo differenziato) – e le federazioni degli artigiani e dei lavoratori di categoria; gli operai delle fabbriche alla guida della CGTFB (Confederación General de Trabajadores Fabriles de Bolivia), tra gli altri, ma ce ne sono anche altri. Tutti questi settori sono affiliati alla Centrale Operaia Boliviana, organo di doppio potere guidato dai minatori salariati che, insieme ai contadini, guidano lo sciopero a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la domanda sui settori politici, è presente l’influenza del MAS e dell’indigenismo piccolo-borghese legato a García Linera che, sebbene incrinata, non è scomparsa ed è responsabile della formazione politica della maggior parte dei dirigenti. Così anche il Partito Comunista, alleato del MAS nelle sue diverse fazioni. Tutti questi settori hanno contrastato le posizioni disfattiste rivoluzionarie del movimento operaio, proponendo al contrario posizioni di difensa e conciliazione con il governo e la borghesia. Sono stati colti di sorpresa dal processo rivoluzionario oggettivo.

All’interno del proletariato minerario e della base della COB, la presenza trotskista si è manifestata attraverso due sole organizzazioni: il Partido Obrero Revolucionario (POR), che propone la soluzione di un’Assemblea Popolare, e la nostra, il Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST), che propone di lottare affinché tutto il potere passi nelle mani dell’organo già creato dalle masse, la COB.

È vero, come sostiene la stampa borghese, che dietro il processo rivoluzionario ci sia una sorta di cospirazione del MAS di Evo Morales?

JJV: La rivoluzione boliviana nasce dalle basi operaie, contadine e popolari, non da Evo Morales. Infatti la COB, la CSUTCB e la federazione Tupaj Katari si sono lanciate nella lotta dopo un processo di rottura con Morales e il suo partito, il MAS.

Morales ha poi fondato un nuovo partito chiamato Evo Pueblo, e vuole approfittare di questo processo per riorganizzarsi dopo la debacle del MAS. L’ascesa rivoluzionaria è favorevole alla costruzione di alternative di sinistra della classe operaia, ma avvantaggia anche i partiti riformisti che cavalcano le proteste. L’area politica di Evo Morales è entrata in ritardo nelle mobilitazioni, dopo aver constatato la potenza dello sciopero a tempo indeterminato. Si è unito alla richiesta di dimissioni di Paz, rivendicazione sulla quale c’è unità d’azione nelle strade, ma propone una via d’uscita politica contraria alla rivoluzione, promuovendo un avvicendamento borghese e di deviare la lotta sul terreno elettorale, una linea politica che storicamente ha solo permesso di spegnere il fuoco della rivoluzione e ricomporre le forze della destra e dell’oligarchia.

Qual è il livello di coscienza e di organizzazione del proletariato e delle masse popolari?

JJV: La risposta a questa domanda è contenuta nelle precedenti: in sintesi, il proletariato ha compiuto progressi nel riconquistare la COB a una prospettiva al servizio delle lotte; ciò ha permesso di rifondarla come potere alternativo, mostrando che un governo dei lavoratori è possibile. Ciò si è sviluppato in modo oggettivo e spontaneo. Tuttavia, il fattore soggettivo, ovvero l’avanguardia dei lavoratori organizzata in un partito rivoluzionario consapevole e con influenza di massa, non è ancora pienamente sviluppato. Ma le condizioni oggettive per realizzare il potere dei lavoratori sono più che mature, e ciò pone le basi per risolvere il problema della direzione rivoluzionaria, a condizione che si costruisca tale alternativa senza negare il processo oggettivo e intervenendo nella lotta all’interno del doppio potere, attraverso la COB.

In gran parte del settore contadino è presente la linea della successione costituzionale del vicepresidente Lara in caso di caduta di Paz, con l’obiettivo di indire elezioni presidenziali. Pesa ancora l’idea di conciliazione di classe.

Ma nella maggior parte della base proletaria mineraria, la figura di Lara viene respinta, insieme a quella di Evo Morales e del MAS. Viene criticata la loro mancanza di chiarezza riguardo all’obiettivo della lotta nel caso della possibile caduta di Paz. È qui che si apre la possibilità di lottare per il governo della COB. Davanti a questa alternativa, i contadini più combattivi possono lottare per il potere operaio e contadino, scartando l’opzione della successione di Lara. Da qui l’importanza di lottare per assemblee democratiche che definiscano l’alternativa del popolo lavoratore. Con queste linee d’azione stiamo intervenendo nel proletariato.

Negare il processo insurrezionale boliviano solo per il fatto che non esiste il “partito bolscevico di influenza di massa” è un errore madornale. Al contrario, quel partito può essere costruito se i quadri che intervengono nella lotta chiariscono in ogni modo il potenziale oggettivo delle stesse forze delle masse, sottolineando che l’unità operaia, contadina e popolare attorno alla COB ha creato un organo di doppio potere, e che le direzioni non devono essere esonerate dalla loro responsabilità, che devono assumersi la presa del potere per aprire il periodo del governo della classe lavoratrice. Devono chiarire che di fronte alla possibile caduta di Paz non bisogna consegnare il potere alla borghesia e ai suoi servitori, Lara e compagnia, ma invece farsi carico della creazione di un governo operaio e contadino.

Negare la situazione rivoluzionaria solo perché il proprio partito è piccolo porta ad essere autoproclamatori, settari fino al midollo. E porta anche ad essere opportunisti verso l’esterno, poiché nega il potenziale oggettivo delle masse, riduce la rivoluzione a concezioni di rivolta o ribellione, rendendo invisibile il ruolo dirigente del proletariato e il doppio potere, favorendo di conseguenza soluzioni politiche piccolo-borghesi ed elettoraliste.

Allo stesso modo, anche le internazionali rivoluzionarie sono chiamate a fare i conti con la rivoluzione boliviana a fare campagna per il potere operaio e contadino in concreto, e non in astratto. Che non si fermino al discorso o a proposte astratte di assemblee popolari o di organi dai nomi allettanti creati solo nella testa dei loro dirigenti, negando l’organo creato concretamente dalle masse. Tutto il potere all’unità effettiva operaia, contadina e popolare in Bolivia! Tutto il potere alla COB!

Qual è la soluzione, in questo momento decisivo, che possa portare a una vittoria operaia e popolare?

JJV: La soluzione politica sta nell’avere fiducia delle forze della classe lavoratrice, nell’unità tra operai, contadini e popolo raggiunta finora. Lottare con determinazione per la presa del potere politico da parte della COB, della CSUTCB e delle organizzazioni in lotta, come effetto della rivoluzione in corso. L’indecisione al riguardo cede l’iniziativa alle soluzioni dell’oligarchia, alle sue trappole parlamentari o elettorali, alla sua ricomposizione e alla sua semina di dubbi sulla rivoluzione, per far credere che questa non avrebbe una propria alternativa cosciente.

Paz, l’imperialismo e l’oligarchia vogliono arrivare al logoramento, alla demoralizzazione, appoggiandosi alla classe media reazionaria per giocare la carta dello stato d’assedio. Ma non sono forti, hanno dovuto arretrare cancellando la legge 1720, offrendo premi al corpo docente. La loro offensiva poliziesca e militare non ha potuto nulla contro El Alto e i blocchi. Gli sfruttatori sono sulla difensiva, l’iniziativa è della lotta nelle strade. Possiamo sconfiggerli. Neanche un passo indietro!

Abbasso il governo neoliberista! Tutto il potere alla COB e alle organizzazioni contadine e popolari in lotta!

*Dirigente del Movimiento Socialista de Trabajadores (Movimento Socialista dei Lavoratori) boliviano, ha guidato la costruzione della Juventud Socialista presso l’Università Mayor di San Andrés, promotore dell’alleanza COB-ADEPCOCA-UMSA nel 2017-2018 come organismi di lotta alternativi al governo del MAS. Autore nel 2025 del contributo al XXXIII Congresso Minerario della FSTMB e delle Tesi per il XVIII Congresso della COB del MST, in cui si prevedeva l’attuale ascesa rivoluzionaria.

Intervista a cura della Lega Internazionale Socialista

FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.