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FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

La fabbrica ai tempi del coronavirus. Intervista a un operaio di FCA

L'emergenza sanitaria che ha colpito l'Italia e altri paesi ha creato dei grandi problemi ai proletari di tutto il mondo. Molti lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni sanitarie precarie. Un operaio di FCA di Torino ci ha parlato del suo contesto lavorativo durante la pandemia.

Da quanto tempo lavori come operaio in FCA?

Oramai sono passati svariati anni. Sono entrato come interinale per poi essere definitamente assunto con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Appena si entra in questa realtà, ci si rende velocemente conto della differenza di diritti fra i nuovi assunti e quelli che lavorano con il vecchio contratto a tempo indeterminato. Col quale contratto si veniva tutelati grazie all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non è un caso che, nonostante la crisi, si continui a cercare personale per disfarsi di quei lavoratori che sono ancora sotto le tutele garantite dal vecchio contratto.


Cosa è cambiato nella fabbrica dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19?

Inizialmente poco e niente, nel senso che appena iniziò la crisi in Cina ci fu un picco di lavoro e un aumento dei volumi. Con l'arrivo del virus in Italia la gente incominciò a spaventarsi: arrivarono le prime mutue con l'effetto di avere praticamente un intero reparto chiuso per assenza di lavoratori. Poi nel mio reparto abbiamo incominciato a chiederci cosa ne sarà di noi come operai e azienda. Così si sono riuniti i sindacati e hanno incominciato a parlare di questa cosa qua. Inizialmente non hanno detto praticamente nulla, visto che non c'era nessuna ordinanza; in un secondo momento, circa una settimana fa, avevano detto che avrebbero intensificato un po' di più la pulizia (due giri di pulizie per turno) e hanno poi cambiato le dispense del sapone in bagno. Tuttavia avevano detto che avrebbero preso la temperatura corporea all'ingresso dell'azienda, cosa mai fatta, e avrebbero controllato il flusso negli spogliatoi, uno dei luoghi più pericolosi per il contagio assieme alla mensa, dove si crea sempre affollamento. I flussi in spogliatoio non sono mai stati controllati, e l'unica cosa che è stata fatta in mensa fu il disporre delle strisce a terra per segnalare un metro di distanza. Quindi, come avevano chiuso tante attività commerciali, pensavo che potessero chiudere la nostra, ma così non è stato. L'ordinanza di Conte non ha cambiato niente: in fabbrica si continua a lavorare. Stamattina [13 marzo] vengo a sapere che chiudono i colossi di FCA come Pomigliano, Melfi, Grugliasco e persino la Maserati a Modena; nel mentre ci dicono che dal momento che noi produciamo i motori non si può chiudere.


Hai detto che alcune precauzioni sono state prese. Tuttavia sono insufficienti, giusto?

Esattamente. Per esempio, i dispenser per il sapone igienizzante, in teoria, dovevano essere sparsi per tutta l'azienda, quando invece sono rimasti i soliti due o tre che avevo visto. Di mascherine non ce ne sono più da tanto tempo, e anche se le postazioni sono ben distanziate, rimane sempre il problema dello spogliatoio. Non ci hanno dato neanche tute e guanti ad hoc per contrastare il contagio. Il tutto rende il posto di lavoro poco sicuro, e nessuno ci ha dato delle soluzioni, a meno che uno per iniziativa personale decida di rimanere a casa. So che diverse aziende hanno fatto una riunione con gli operai per fare informazione. A noi non hanno detto nulla di ciò, nemmeno ci hanno informati sul fatto che c'è la possibilità della cassa integrazione, pagata dallo Stato, per affrontare l'emergenza. Evidentemente non gli interessa, perché vogliono sfruttare questo picco di lavoro per aumentare i profitti finché è possibile.


Quindi immagino che nel tuo posto di lavoro ci sia una forte preoccupazione. Come stai vivendo tu e i tuoi colleghi questa situazione?

Sì, c'è una grande preoccupazione. Anche il capo stesso capisce perché molti stanno a casa. Mi tengo in contatto con i colleghi tramite Whatsapp, dove mi mandano notizie sulla situazione. Ci si chiede: vado o non vado? Ho preferito mettermi in mutua e, se tutti decidessero di non andare, si potrebbe avere un impatto importante e magari convincere della necessità di chiudere.


Quali sono i sindacati presenti in azienda? I vostri rappresentanti sindacali si stanno muovendo a tal proposito?

I sindacati sono i soliti che ruotano intorno a CGIL, CISL e UIL. Durante tutto questo, i sindacalisti non è che sono venuti a informarci o chiedere se avevamo bisogno. In generale vengono solo quando si tratta di raccogliere i loro voti e gareggiare per avere i permessi e non andare a lavorare. Inoltre, proprio oggi ho saputo che uno di loro è risultato positivo al coronavirus.


E nonostante un lavoratore sia risultato positivo, l'azienda non ha fatto nulla?

Praticamente nulla: c'è stato giusto un comunicato venerdì per informarci della chiusura dell'impianto per disinfettare e tornare a lavorare poi di martedì.


Recentemente ci sono stati vari scioperi spontanei da parte degli operai, come quello di FCA a Pomigliano. Scioperi fatti proprio per denunciare le condizioni di lavoro non sicure. Pensi che sia possibile e utile replicare questo tipo di esperienze dove lavori adesso?

È molto difficile, soprattutto per il Jobs Act, che è stato creato proprio per queste evenienze. A Pomigliano non hanno paura di fare quegli scioperi lì. Noi invece abbiamo paura delle ritorsioni, vieni minacciato continuamente in maniera indiretta dal capo-officina che fa battutine e che se gli stai antipatico ti manda a fare i lavori più schifosi. Un altro problema è che anche quando si vogliono fare le cose, ci si ritrova sempre in due o tre. Il fatto di non essere tutelati dal licenziamento paralizza tutti.


L'ultima dichiarazione di Conte ti rassicura un po'? Credi che quelle disposizioni verranno applicate anche se non vincolanti?

Non mi rassicura per niente, perché continua a dare credito alla mia tesi che sono le multinazionali che decidono anche per lui. Anche se i decreti portano la sua firma, è sempre la multinazionale che decide. Mi sembra una buffonata che si chiuda a Pomigliano e Melfi, che assieme alla Maserati formano parte del cuore di FCA, e noi no perché produciamo i motori. Motori che stanno riempiendo magazzini interi continuamente, quelli che stanno mandando in Polonia adesso sono di settembre, per dire. Questo per far capire che fermare la produzione per l'emergenza coronavirus non creerebbe quel danno enorme che ci vogliono far credere.


In precedenza hai parlato della paura di scioperare per le ritorsioni del padronato. Cosa ne pensi però della prospettiva di uno sciopero generale organizzato?

Si potrebbe fare. Il punto è che dev'essere corposo e partecipato. Purtroppo, nella mia realtà da qualche anno si è creato un clima piuttosto brutto, dove i capo-reparti più che avere dei collaboratori hanno delle spie che mettono paura ai lavoratori, soprattutto quelli più giovani. Da quando è iniziata la produzione di motori ibridi questo aspetto è peggiorato ancora di più: con i turni notturni facevamo tre turni con riposo, sabato e domenica pagati come giorni normali; inoltre non permettono cambi turno in modo che il notturno venga usato come una sorta di punizione.


Hai qualche parola da dire ai lavoratori, anche di altri settori, che stanno in una condizione simile alla tua?

Un buon inizio per migliorare sarebbe parlare fra tutti noi e organizzarci e far presente certe cose al personale. Se riuscissimo a ottenere qualcosa prima di dover andare ad attaccarci ai cancelli per farci sentire e rifiutarci di lavorare, sarebbe ottimo. Se no significherebbe che i veri scioperi fatti in passato e le lotte degli anni '70 non sono servite a nulla.
Juan Catracho Malverde, PCL Torino

Strano ma virus

Gli scioperi operai e i cambiamenti della psicologia di massa

14 Marzo 2020
Gli scioperi operai di questi tre ultimi giorni contro l'assenza delle misure di sicurezza sono il più importante episodio di lotta degli ultimi anni all'interno delle fabbriche italiane. Lo sono per la loro diffusione territoriale, dal nord al sud Italia. Lo sono per la diversità dei comparti industriali coinvolti, dai metalmeccanici alla cantieristica alla chimica alla logistica. Lo sono per il tasso di partecipazione elevatissima che hanno registrato tra i lavoratori e le lavoratrici, molto superiore a quello dei (pochi) scioperi ordinari convocati ritualmente dalle burocrazie. Lo sono per il loro carattere spesso spontaneo, ciò che ha sorpreso i vertici sindacali e lo stesso governo, che infatti si è affrettato a convocare sindacati e industriali a stretto giro di posta per cercare di tappare la falla.


GLI SCIOPERI OPERAI NELLA SORPRESA GENERALE

Non capitava da tempo che scioperi operai avessero un impatto politico diretto. Naturalmente è al momento solo un episodio. Naturalmente si è prodotto in un contesto politico eccezionale, segnato da un'emergenza pubblica senza precedenti nel dopoguerra italiano. Tuttavia è esattamente questa emergenza pubblica ad aver spinto in avanti gli scioperi. Questo è il punto. “Il coronavirus riscopre la lotta di classe” titola in prima pagina un organo di stampa borghese on line. L'articolista non avrebbe mai immaginato di dover ricorrere a quel titolo. Esso riflette, nel linguaggio borghese, la sorpresa generale. Gli operai? Nessuno li aveva considerati negli ultimi anni se non come oggetto statistico, o curiosità sociologica, o bacino elettorale. Neppure... le direzioni sindacali ne avevano avvertito la presenza, se non per qualche parata d'immagine a uso telecamere: al punto che la stessa apertura della stagione contrattuale per nove milioni di lavoratori nel solo settore privato è come fosse assente dallo scenario pubblico. Né scioperi, né manifestazioni, né nulla. Per quale ragione dunque avrebbe dovuto occuparsi degli operai il governo Conte, per di più nel momento del coronavirus? Il decreto ministeriale non li nomina neppure, dà per scontato che in fabbrica si continui a lavorare normalmente, perché così avviene ogni giorno, nella quiete generale. Del resto questa era stata la richiesta pubblica di Confindustria. Un governo padronale non poteva fare altrimenti.

Ebbene, gli scioperi nelle fabbriche sono a loro modo una risposta a tutto questo. “Non siamo carne da macello, se non c'è sicurezza non si lavora”. In questo sentimento di massa c'è innanzitutto la paura fisica del contagio. Ma c'è anche qualcosa di più e di diverso. C'è la reazione alla rimozione generale e la sofferenza della propria condizione. C'è soprattutto il rifiuto del silenzio. Non è un caso che il primo segnale sia venuto martedì proprio da FCA Pomigliano, dal settore di classe più ricattato del proletariato industriale, quello da più tempo passivizzato e umiliato nella propria condizione e nei propri diritti. Quello da cui era impensabile attendersi una reazione di lotta, secondo i tanti benpensanti della sinistra politica. Invece proprio operai che stanno da dieci anni in “quarantena”, sotto il tallone di ferro del padrone, sono quelli che hanno rialzato la testa per primi. E a modo loro hanno suonato la sveglia per gli altri.


L'EMERGENZA SCUOTE L'IMMAGINARIO COLLETTIVO

Certo, ciò che è accaduto in questi tre giorni non può cancellare d'incanto, nella coscienza dei lavoratori, il deposito di veleno che si è sedimentato negli anni. Anche pulsioni razziste, suggestioni nazionaliste, domanda d'ordine. Chi si facesse prendere dall'entusiasmo rischia di esporsi a una cantonata. Eppure oggi c'è stata una scossa. Una scossa non è di per sé un terremoto, ma è un segnale; un segnale importante, tanto più dopo un lungo riflusso. Chi coltiva una visione ideologica e statica dello lotta di classe è spesso insensibile alla stessa categoria della svolta. Accade sia a chi immagina una classe sempre all'attacco sia a chi teorizza all'opposto una sconfitta epocale. Per entrambi nessun episodio è di per sé rilevante, se non a conferma di una tesi precostituita. Invece la lotta di classe procede per scatti e per svolte, soprattutto nelle epoche di crisi, soprattutto quando grandi fatti imprevisti scuotono l'immaginario collettivo.

Il coronavirus e lo stato d'emergenza rappresentano uno di questi fatti. Sono tre settimane ormai che l'Italia è segnata da uno stato d'emergenza sanitaria. Queste tre settimane non hanno cambiato solamente la vita quotidiana di ciascuno, hanno anche mutato l'agenda pubblica e scosso la psicologia di massa. Per lunghi anni il tema della sicurezza è stato declinato in chiave reazionaria, o in direzione xenofoba, o in termini manettari, o in nome della giustizia fai da te (legittima difesa). È stato il terreno di pascolo del salvinismo negli anni della sua grande ascesa, la sua rendita di posizione assicurata. Ora quella rendita di posizione si è dissolta, come mostrano peraltro gli stessi sondaggi. Ora, dopo tre settimane, la sicurezza è per tutti quella della salute e della vita. Ora la sicurezza è per tutti una sanità che finalmente funzioni. Ora lo scandalo vero per tutti non è il barcone dei migranti, ma i 37 miliardi tagliati in dieci anni al servizio sanitario pubblico – tagliati da tutti i governi e da tutti i principali partiti, anche da Salvini che votò il pareggio di bilancio in Costituzione o da Meloni che con Berlusconi votò persino la legge Fornero di Monti.
Ora gli operai che in massa hanno votato a destra, perché a questa consegnati dalla sinistra, sono tra quelli che scioperano contro le pretese dei padroni. Salvini li rincorre offrendosi come loro protettore (per cui adesso “bisogna chiudere tutto”, mentre prima tutto andava aperto), ma è appunto lui che li rincorre, non viceversa. Questo è il cambio.

Se guardiamo bene, persino la rivolta dei detenuti è stata percepita diversamente. Nella situazione precedente, a fronte di una rivolta con quei caratteri, la demagogia reazionaria e securitaria avrebbe sfondato nell'opinione diffusa, anche operaia, forse soprattutto operaia. Oggi no. La rivolta non è per lo più condivisa, ma non è demonizzata. Perché la massa di detenuti pigiati senza protezioni nelle prigioni richiama in fondo, sottotraccia, l'immagine di una ingiustizia, non molto diversa da quella che si vive, senza protezioni, nella realtà quotidiana della fabbrica. Non è cambiata (ancora) la coscienza, ma è cambiato l'angolo di sguardo. Un cambio provvisorio ma significativo.

La nostra piccola rubrica quotidiana registra questo cambio con interesse.
A differenza di tante altre scuole di pensiero non abbiamo mai idolatrato i movimenti, perché sappiamo che il punto cruciale è la coscienza e la direzione. E tuttavia una coscienza e una direzione alternativa non si costruiscono in laboratorio, ma in un rapporto vivo con ciò che accade, con gli avvenimenti vivi della lotta di classe, con i mutamenti della psicologia collettiva, anche quando sono ancora incerti, embrionali, tremolanti. Per questo salutiamo gli scioperi operai come aria fresca, dopo anni di palude e di ristagno. Per questo viviamo l'attuale stato d'eccezione non solo come esperienza drammatica, quale indubbiamente è, ma anche come terreno di possibile maturazione di uno scenario nuovo sul terreno della battaglia anticapitalistica e di classe.
Partito Comunista dei Lavoratori