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La fabbrica ai tempi del coronavirus. Intervista a un operaio di FCA

L'emergenza sanitaria che ha colpito l'Italia e altri paesi ha creato dei grandi problemi ai proletari di tutto il mondo. Molti lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni sanitarie precarie. Un operaio di FCA di Torino ci ha parlato del suo contesto lavorativo durante la pandemia.

Da quanto tempo lavori come operaio in FCA?

Oramai sono passati svariati anni. Sono entrato come interinale per poi essere definitamente assunto con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Appena si entra in questa realtà, ci si rende velocemente conto della differenza di diritti fra i nuovi assunti e quelli che lavorano con il vecchio contratto a tempo indeterminato. Col quale contratto si veniva tutelati grazie all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non è un caso che, nonostante la crisi, si continui a cercare personale per disfarsi di quei lavoratori che sono ancora sotto le tutele garantite dal vecchio contratto.


Cosa è cambiato nella fabbrica dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19?

Inizialmente poco e niente, nel senso che appena iniziò la crisi in Cina ci fu un picco di lavoro e un aumento dei volumi. Con l'arrivo del virus in Italia la gente incominciò a spaventarsi: arrivarono le prime mutue con l'effetto di avere praticamente un intero reparto chiuso per assenza di lavoratori. Poi nel mio reparto abbiamo incominciato a chiederci cosa ne sarà di noi come operai e azienda. Così si sono riuniti i sindacati e hanno incominciato a parlare di questa cosa qua. Inizialmente non hanno detto praticamente nulla, visto che non c'era nessuna ordinanza; in un secondo momento, circa una settimana fa, avevano detto che avrebbero intensificato un po' di più la pulizia (due giri di pulizie per turno) e hanno poi cambiato le dispense del sapone in bagno. Tuttavia avevano detto che avrebbero preso la temperatura corporea all'ingresso dell'azienda, cosa mai fatta, e avrebbero controllato il flusso negli spogliatoi, uno dei luoghi più pericolosi per il contagio assieme alla mensa, dove si crea sempre affollamento. I flussi in spogliatoio non sono mai stati controllati, e l'unica cosa che è stata fatta in mensa fu il disporre delle strisce a terra per segnalare un metro di distanza. Quindi, come avevano chiuso tante attività commerciali, pensavo che potessero chiudere la nostra, ma così non è stato. L'ordinanza di Conte non ha cambiato niente: in fabbrica si continua a lavorare. Stamattina [13 marzo] vengo a sapere che chiudono i colossi di FCA come Pomigliano, Melfi, Grugliasco e persino la Maserati a Modena; nel mentre ci dicono che dal momento che noi produciamo i motori non si può chiudere.


Hai detto che alcune precauzioni sono state prese. Tuttavia sono insufficienti, giusto?

Esattamente. Per esempio, i dispenser per il sapone igienizzante, in teoria, dovevano essere sparsi per tutta l'azienda, quando invece sono rimasti i soliti due o tre che avevo visto. Di mascherine non ce ne sono più da tanto tempo, e anche se le postazioni sono ben distanziate, rimane sempre il problema dello spogliatoio. Non ci hanno dato neanche tute e guanti ad hoc per contrastare il contagio. Il tutto rende il posto di lavoro poco sicuro, e nessuno ci ha dato delle soluzioni, a meno che uno per iniziativa personale decida di rimanere a casa. So che diverse aziende hanno fatto una riunione con gli operai per fare informazione. A noi non hanno detto nulla di ciò, nemmeno ci hanno informati sul fatto che c'è la possibilità della cassa integrazione, pagata dallo Stato, per affrontare l'emergenza. Evidentemente non gli interessa, perché vogliono sfruttare questo picco di lavoro per aumentare i profitti finché è possibile.


Quindi immagino che nel tuo posto di lavoro ci sia una forte preoccupazione. Come stai vivendo tu e i tuoi colleghi questa situazione?

Sì, c'è una grande preoccupazione. Anche il capo stesso capisce perché molti stanno a casa. Mi tengo in contatto con i colleghi tramite Whatsapp, dove mi mandano notizie sulla situazione. Ci si chiede: vado o non vado? Ho preferito mettermi in mutua e, se tutti decidessero di non andare, si potrebbe avere un impatto importante e magari convincere della necessità di chiudere.


Quali sono i sindacati presenti in azienda? I vostri rappresentanti sindacali si stanno muovendo a tal proposito?

I sindacati sono i soliti che ruotano intorno a CGIL, CISL e UIL. Durante tutto questo, i sindacalisti non è che sono venuti a informarci o chiedere se avevamo bisogno. In generale vengono solo quando si tratta di raccogliere i loro voti e gareggiare per avere i permessi e non andare a lavorare. Inoltre, proprio oggi ho saputo che uno di loro è risultato positivo al coronavirus.


E nonostante un lavoratore sia risultato positivo, l'azienda non ha fatto nulla?

Praticamente nulla: c'è stato giusto un comunicato venerdì per informarci della chiusura dell'impianto per disinfettare e tornare a lavorare poi di martedì.


Recentemente ci sono stati vari scioperi spontanei da parte degli operai, come quello di FCA a Pomigliano. Scioperi fatti proprio per denunciare le condizioni di lavoro non sicure. Pensi che sia possibile e utile replicare questo tipo di esperienze dove lavori adesso?

È molto difficile, soprattutto per il Jobs Act, che è stato creato proprio per queste evenienze. A Pomigliano non hanno paura di fare quegli scioperi lì. Noi invece abbiamo paura delle ritorsioni, vieni minacciato continuamente in maniera indiretta dal capo-officina che fa battutine e che se gli stai antipatico ti manda a fare i lavori più schifosi. Un altro problema è che anche quando si vogliono fare le cose, ci si ritrova sempre in due o tre. Il fatto di non essere tutelati dal licenziamento paralizza tutti.


L'ultima dichiarazione di Conte ti rassicura un po'? Credi che quelle disposizioni verranno applicate anche se non vincolanti?

Non mi rassicura per niente, perché continua a dare credito alla mia tesi che sono le multinazionali che decidono anche per lui. Anche se i decreti portano la sua firma, è sempre la multinazionale che decide. Mi sembra una buffonata che si chiuda a Pomigliano e Melfi, che assieme alla Maserati formano parte del cuore di FCA, e noi no perché produciamo i motori. Motori che stanno riempiendo magazzini interi continuamente, quelli che stanno mandando in Polonia adesso sono di settembre, per dire. Questo per far capire che fermare la produzione per l'emergenza coronavirus non creerebbe quel danno enorme che ci vogliono far credere.


In precedenza hai parlato della paura di scioperare per le ritorsioni del padronato. Cosa ne pensi però della prospettiva di uno sciopero generale organizzato?

Si potrebbe fare. Il punto è che dev'essere corposo e partecipato. Purtroppo, nella mia realtà da qualche anno si è creato un clima piuttosto brutto, dove i capo-reparti più che avere dei collaboratori hanno delle spie che mettono paura ai lavoratori, soprattutto quelli più giovani. Da quando è iniziata la produzione di motori ibridi questo aspetto è peggiorato ancora di più: con i turni notturni facevamo tre turni con riposo, sabato e domenica pagati come giorni normali; inoltre non permettono cambi turno in modo che il notturno venga usato come una sorta di punizione.


Hai qualche parola da dire ai lavoratori, anche di altri settori, che stanno in una condizione simile alla tua?

Un buon inizio per migliorare sarebbe parlare fra tutti noi e organizzarci e far presente certe cose al personale. Se riuscissimo a ottenere qualcosa prima di dover andare ad attaccarci ai cancelli per farci sentire e rifiutarci di lavorare, sarebbe ottimo. Se no significherebbe che i veri scioperi fatti in passato e le lotte degli anni '70 non sono servite a nulla.
Juan Catracho Malverde, PCL Torino

La parola è alla lotta: sciopero generale!

Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti

15 Marzo 2020
La stampa borghese plaude al protocollo d'intesa tra direzioni sindacali e padronato. Le parole auliche si sprecano: “testimonianza dell'unità nazionale nel momento del bisogno”, “grande prova di responsabilità delle parti sociali in un momento difficile”, “le fabbriche al servizio del Paese”, e così via discorrendo lungo i sentieri consumati della retorica d'occasione. Il tutto sullo sfondo scenico di chi applaude affacciato al balcone magari intonando l'inno d'Italia. Ma se si sfronda la confezione ampollosa che avvolge la merce si scopre la sua realtà, quella di una truffa bella e buona.


NESSUN OBBLIGO PER I PADRONI

Le norme per la sicurezza sono del tutto evanescenti, persino nei dettagli. Mascherine, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici conformi – previsti peraltro solamente quando il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro – non sono vincolanti: dipendono dalla disponibilità “di commercio” (testuale). Concretamente significa che non vi sono e non vi saranno nei prossimi giorni, dato che lo stesso governo che ha incensato il protocollo dichiara candidamente di aver distribuito solamente 5 milioni di mascherine, a fronte di una necessità immediata di 90 milioni di capi. Del resto, mancano oggi le mascherine consone persino per il personale medico e paramedico, esposto per questo più di altri al contagio. Si dovrebbe credere che lunedì saranno disponibili nelle fabbriche o nei magazzini della logistica?

Lo stesso vale per le misure di sanificazione delle postazioni di lavoro, mense, spogliatoi, che richiedono la disponibilità di liquidi igienizzanti oggi largamente assenti o non usati. Il protocollo non dice affatto che in assenza di queste misure la produzione deve essere sospesa. No. Dice che in questo caso le aziende potranno sospenderla, disponendo di ammortizzatori sociali. In altri termini, persino nel dettato formale dell'accordo l'inosservanza delle norme non prescrive l'obbligo dell'arresto della produzione ma solo la facoltà padronale di sospenderla. Il che significa che il padrone lo farà quando ne ha convenienza, come già oggi avviene in molti casi (magari a fronte di una crisi acuta di mercato), o proseguirà imperterrito a sfruttare i suoi operai senza dotarli di protezione. In ogni caso la garanzia per il lavoro è inesistente.


NESSUNA SANZIONE PER I PADRONI INADEMPIENTI

L'argomento per cui “i lavoratori potranno far leva sull'accordo per esigere il rispetto delle misure previste” manca dunque del presupposto necessario: l'accordo non prevede misure vincolanti ma solamente possibili.

Ciò è talmente vero che il protocollo non prevede alcuna sanzione o misura deterrente per i padroni che dovessero ignorarle. Nulla di nulla. La produzione può continuare come prima, come può continuare anche in caso di accertato contagio nel reparto di riferimento. Anche in questo caso non si prevede alcun obbligo di sospensiva, magari per allargare l'accertamento sanitario e sanificare la postazione di lavoro, ma solamente l'obbligo per il lavoratore di segnalare la propria condizione in modo da predisporre il suo isolamento. Se dunque – come in tanti casi è accaduto – il padrone mantiene la continuità della produzione nonostante la presenza di contagi, non incorre di per sé in alcuna sanzione, tutt'al più una ramanzina, o un comunicato di denuncia. Da questo punto di vista suona grottesca l'argomentazione di Landini, riportata da Il Manifesto: «se non ci sono le condizioni, non si lavora: non è che se l'azienda paga una multa poi può produrre». Perché la realtà è esattamente opposta: l'azienda può continuare a produrre senza pagare neppure una multa, di cui infatti nel protocollo non c'è traccia.


CHI PAGA GLI AMMORTIZZATORI?

Non solo. Quand'anche il padrone dovesse sospendere la produzione per predisporre migliori condizioni, chi pagherebbe il costo della sospensione?

Il protocollo ribadisce e copre il possibile sequestro delle ferie da parte del padrone, come ha fatto in queste ore Fincantieri. Significa che gli operai, magari in quarantena, devono farsi le ferie tappati in casa per poi lavorare in agosto, cioè nei fatti rinunciare alle ferie. Significa scaricare sui lavoratori il costo della crisi sanitaria a vantaggio dei profitti del loro padrone.

Poi c'è l'aspetto economico. Il protocollo fa riferimento alla disponibilità di ammortizzatori, cassa integrazione ordinaria ma anche un’estensione della cassa integrazione in deroga. Bene. Il problema è semplice: chi paga? È un tema che si pone da due punti di vista.

Il primo: la cassa integrazione prevede la decurtazione dello stipendio. Ma con 940 euro non si campa. E in ogni caso non è accettabile che gli stessi operai che hanno subito negli anni l'impoverimento dei propri salari, e che oggi si vedono privati persino del rinnovo del contratto, debbano stringere ulteriormente la cinghia, a fronte di aziende quotate in Borsa che hanno fatto nel solo 2019 ventiquattro miliardi di utili netti.

Secondo: chi paga la cassa integrazione straordinaria? Se la si paga in deficit, e quindi aumentando il debito pubblico con le banche, si finisce con lo scaricare il costo sui salariati per pagare nuovo debito e interessi sul debito (che già ammontano a 70 miliardi l'anno). Se la si paga attraverso la fiscalità generale si finisce anche qui col farla pagare ai salariati, visto che assieme ai pensionati reggono l'80% del carico fiscale.

Il protocollo su tutto questo è muto. È la silenziosa confessione che a pagare il conto saranno chiamati come sempre i lavoratori e le lavoratrici.


LA VERA PARTITA DI SCAMBIO TRA DIREZIONI SINDACALI E CONFINDUSTRIA

Il protocollo d'intesa tra Confindustria e vertici sindacali ha un significato politico che va ben al di là del testo e che al tempo stesso lo spiega.

Confindustria ottiene dalle burocrazie sindacali la copertura necessaria per continuare a produrre, mettendosi al riparo da eventuali misure di governi regionali. Il concetto è che se un’azienda chiude o sospende la produzione lo decide appunto l'azienda, magari in rapporto con la sua organizzazione territoriale, non un soggetto esterno: è esattamente quel principio di “autodeterminazione” cui Confindustria teneva.

La burocrazia sindacale dal canto suo ottiene la ricercata legittimazione di interlocutore istituzionale di Confindustria e governo. Il concetto è: “cari padroni, avete bisogno di noi se volete continuare a produrre, ammortizzando e controllando il conflitto di fabbrica”.

Questa è la vera partita di scambio, il resto è contorno. Ma ora il vero banco di prova del protocollo saranno da domani proprio le fabbriche e i luoghi di lavoro.


LA SALUTE NON SI BARATTA. ALLARGARE GLI SCIOPERI. SCIOPERO GENERALE

Gli scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.

Il controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.

La salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.

Per questo è necessaria la lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.

Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).

A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori

Untori in nome del profitto

14 Marzo 2020
Riportiamo un breve messaggio che ci è stato scritto da un macchinista. È la testimonianza di ciò che milioni di lavoratori sono costretti a subire in questi giorni nei luoghi di lavoro, e contro cui si stanno ribellando e stanno scioperando
La situazione dei macchinisti di Mercitalia Rail è diventata insostenibile. Malgrado da oltre un mese sia stata fatta richiesta dai lavoratori dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) per prevenire il contagio da Covid-19, continuano a viaggiare su tutto il territorio nazionale senza le dovute protezioni, con locomotori sporchi e non sanificati. E oltre al danno, la beffa. Viene vietato loro l'accesso agli uffici amministrativi perché possibili untori e negato il diritto al pasto, perché invece di rimodulare i turni di lavoro per evitare il disagio degli esercizi di ristorazione chiusi, ordinano al personale di garantire assolutamente un servizio non pubblico, ma asservito al profitto dei privati, con la semplice raccomandazione di arrangiarsi. Qualcuno riesce a informare la stampa? Io purtroppo sono vincolato dal codice etico.
Un macchinista