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La rabbia e la paura: classe e sindacato nella pandemia

Dal sito dell'area Riconquistiamo tutto - il sindacato un’altra cosa

Quando finirà l’emergenza sanitaria sarà necessario, e doveroso, ricostruire la dinamica che ha condotto il covid19 a colpire così duramente l’Italia. Denunciando le relative responsabilità, con intransigenza, a partire da quelle politiche e padronali. In questi mesi, comunque, sono emersi evidenti limiti istituzionali e palesi incapacità. L’organizzazione regionalista dello Stato, a partire da quella del Servizio Sanitario Nazionale, ha reso contraddittoria e talvolta inefficace l’azione di contenimento (come mostrato da un primo rapporto dell’Harvard Business School). Nonostante ci sia un Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (risalente a ben il 2006, che tra le altre cose prevedeva la verifica della disponibilità dei DPI sin dalla notizia della trasmissione da uomo a uomo del nuovo virus, cioè dal dicembre 2019), le sue indicazioni non sono state seguite (a partire proprio dai DPI e la loro distribuzione al personale sanitario). Nelle prime cruciali settimane di diffusione del virus nel paese si è dispiegata una linea contraddittoria di limitazioni parziali e riaperture, con una surreale retorica della ripartenza nella prima settimana di marzo ("Bergamo is running"). Nonostante l’esplicita indicazione dell’Istituto Superiore di Sanità, si è evitato di chiudere alcune aree (vedi la Val Seriana), per compiacere le pressanti richieste confindustriali. Le comunicazioni al paese sono ripetutamente avvenute in modo cialtronesco, con anticipazioni o videomessaggi prima che i provvedimenti fossero definiti (non solo ai primi di marzo, ma ancora con il DPCM del 26 aprile che traccia i primi passi del processo di riapertura): il contrario cioè di quella comunicazione semplice, inequivocabile e precisa, indicata nella letteratura scientifica come indispensabile nel caso di rischi ambientali che coinvolgono la popolazione.

Proprio questa gestione confusa, contraddittoria e anche criminale ha attivato una grande richiesta di iniziativa. Le organizzazioni sindacali sono diventate un punto di riferimento. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, le RSU, le RSA: quel tessuto diffuso di attivisti e delegati che caratterizza la dimensione di massa del sindacalismo italiano. Una reazione sospinta dalle scelte di moltissimi datori di lavoro, larga parte delle imprese private come molte amministrazioni pubbliche (le cui direzioni sono oramai impregnate da logiche aziendalistiche). A lungo si è infatti preteso di tener aperto la produzione o le sedi, come se nulla fosse o con minime precauzioni, talvolta anche contro ogni logica. Ai sindacati, ai delegati ed alle delegate, ci si è quindi rivolti in tutti i posti di lavoro ed in tutti i territori. Non solo nelle realtà sindacalizzate, ma anche dove sinora il sindacato era distante, talvolta estraneo e talvolta tenuto a distanza (nelle realtà che io pratico, dalla docenza universitaria alle scuole private, dai tanti lavoratori e lavoratrici degli appalti alle tante forme precarie della didattica e della ricerca). Una domanda urgente e molteplice: si voleva capire cosa stesse succedendo, quale fosse il rischio reale, come proteggere la salute individualmente e collettivamente, come interpretare la messe di decreti contraddittori, come reagire alle scelte delle direzione aziendali (pubbliche e private), come andare in lavoro agile, come configurare il proprio lavoro agile, come limitare richieste e obblighi nel lavoro agile, come stare a casa se non si può andare in lavoro agile, come stare al lavoro se la propria attività è indifferibile, come difendere nell’emergenza i propri diritti e le proprie garanzie contrattuali (stipendi, ferie, indennità, congedi, buoni pasto, ecc), come difendere salario o occupazione, come accedere agli ammortizzatori sociali o alle indennità straordinarie previste per la quarantena.

In questo quadro, in molte realtà il sindacato c’è stato. In particolare, ovviamente, dove era più strutturato, con un tessuto di rappresentanza sindacale, delegati/e e RSU in grado non solo di dare risposte, ma anche di organizzare collettivamente un’azione sindacale. Un’azione non solo diretta alla tutela degli interessati, ma spesso capace di farsi interprete di una difesa generale del lavoro, capace di farsi carico delle diverse condizioni provando a ricomporre fratture e divisioni che proprio l’emergenza sanitaria, e poi la crisi conseguente, rischiavano di esacerbare. Ad esempio, i primi ad esser stati travolti dalla sospensione delle attività sono stati i lavoratori e le lavoratrici nell'istruzione. Nelle prime settimane, nei settori pubblici si è aperta una vera e propria divaricazione tra le sue due principali componenti, sospinta dalla gestione ministeriale e da quella di tanti dirigenti scolastici: da una parte i docenti, messi in lavoro a distanza e con stipendio garantito (8/900 mila nella scuola, anche precari; 50 mila nell’università); dall’altra tecnici e amministrativi, spesso tenuti a presentarsi nelle sedi (anche inutilmente), soggetti in alcuni casi a riduzioni di stipendio o anche al rischio di perdere il lavoro (nella scuola il personale ATA, di ruolo, e quello legato ad appalti e servizi, come gli educatori, spesso totalmente instabile, in tutto 150/200 mila; nell’università circa 50 mila dipendenti diretti, a cui si aggiungono appalti e servizi, oltre che il vario precariato di docenza e ricerca, probabilmente oltre 30 mila). Questa faglia è da sempre una caratteristica del settore: oggi rischiava di evolvere in una contrapposizione diretta tra le diverse componenti del lavoro. Così in larga parte non è stato, per una diffusa reazione di RSU e sindacati in scuole e atenei: si sono fatti carico di ricomporre il lavoro, hanno chiesto e sviluppato interventi di protezione per tutti/e, hanno imposto soluzioni contrattuali e normative per presidiare solo i servizi indifferibili (invocando e ottenendo, anche nelle circolari ministeriali, prima l’articolo 1256 del codice civile, poi l’articolo 87 comma 3 del DL 18/2020; curando la loro applicazione nei quasi 70 atenei, nelle ottomila scuole, nelle centinaia di realtà formative pubbliche). Un’azione più difficile e solo molto parziale, purtroppo, si è sviluppata verso i settori più marginali: gli appalti e le mutevoli forme del precariato instabile (educatori, bibliotecari, portinerie, borsisti e giovani ricercatori con le configurazioni più svariate). Anche se in più di una realtà si è segnalata un’inedita azione del sindacato anche nei loro confronti (da Firenze a Padova).

La risposta più significativa ed importante, inaspettata e capace di assumere un valore generale, è stata quella di alcune fabbriche, della logistica e in parte della grande distribuzione: la risposta dello sciopero.
La prima rondine è stata la FCA di Pomigliano.  Il pomeriggio del 10 marzo alcune decine di operai hanno incrociato le braccia in una linea di montaggio Panda, per protestare contro la mancanza di misure di sicurezza e la carenza di mascherine. Lo sciopero è stato spontaneo, tanto che solo successivamente la FIOM ha coperto l’iniziativa, mentre questa si diffondeva lungo la linea. FCA, colta in contropiede ma che ben conosce la capacità di incendiarsi della sua classe operaia nei grandi stabilimenti del sud (la lezione di Melfi), ha reagito velocemente, per interrompere ogni ulteriore protagonismo: ha chiuso subito (prima per sanificazione e poi a lungo in cassa integrazione) gli stabilimenti di Pomigliano, Melfi e Cassino (e poi la maggior parte degli stabilimenti europei). Le prime riaperture stanno avvenendo soltanto oggi.
La diffusione degli scioperi. Quella rondine non è passata inosservata. È stata ripresa dai media ed è passata di social in social nei posti di lavoro. Ha dimostrato come si può scioperare anche in emergenza e anche che lo sciopero ottiene dei risultati. Su quell’esempio, quindi, in particolare dal 12 marzo sono stati innescati una serie di scioperi, più consapevoli perché lanciati da RSU in fabbriche con una certa organizzazione di classe. Ed è così che la notizia ha sfondato sui media, con l’apertura di diversi quotidiani on line (rabbia nelle fabbriche aperte: non siamo carne da macello), e diventando da una parte un fattore politico generale, dall’altro un fattore di ulteriore estensione e generalizzazione degli scioperi. Questo impulso è partito soprattutto da due realtà: il Piemonte e Brescia. Due aree non casuali: nella storia recente (anni ‘90 e primi duemila) qui si è spesso segnato il primo livello di attivazione operaia (in difesa dell’art 18 come delle pensioni). In realtà, a ben guardare, a partire non è stato tanto quel tradizionale tessuto storico (l’immediata cintura torinese, l’Iveco e le acciaierie bresciane), quanto una pattuglia di piccoli e medi stabilimenti: la Mtm e la Dierre di Asti, l’Ykk Vercelli, la Trivium di Cuneo, la Pasotti di Brescia e altre 3/4 fabbriche. Gli scioperi si sono rapidamente diffusi anche a grandi stabilimenti: in primis l’AST di Terni (lo stesso 12 marzo) e poi nei giorni successivi Ferrari, Electrolux di Susegana e Forlì, Piaggio di Pontendera, Whirlpool di Cassinetta (Varese), Fincantieri di Venezia, Muggiano, Ancona e Palermo. In rete e sui social si trova notizia di una loro diffusione in diverse realtà: Ilva di Novi Ligure, Valeo di Mondovì, Sct-Hme di Serravalle Scrivia, Site di Borzoli, Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, Bitron di Cormano, Corneliani di Mantova, Somec di Treviso, Toyota e Bonfiglioli a Bologna, Marcegaglia di Ravenna, GKN di Firenze, Hitachi Rail di Pistoia, Cnhi Vallesina (Jesi). Scioperi che non si sono limitati al nord, ma hanno anche coinvolto il centro sud: Passo Corese (Rieti), Hydro alluminio (Atessa), LFoundry (Avezzano), Leonardo (Grottaglie), Avio Areo (Pomigliano d’Arco), Sider (Potenza). Scioperi che non si sono limitati alle fabbriche. Sono stati coinvolti anche supermercati (come Unes Torino, Orvea di Trento, Lidl della Puglia) come l’articolato mondo della logistica, con un diretto protagonismo dei sindacati di base che hanno segnato il ciclo di lotte dell’ultimo decennio (SiCobas, ADL e USB, che hanno persino collaborato in alcune occasioni): in primo luogo i grandi stabilimenti Amazon (Piacenza e Torrazza Piemonte), ma anche BRT, TNT, UPS, DHL, XPO; in particolare la SDA (blocco delle sedi Brescia, Bergamo, Bologna, Genova, Milano 4, Modena, Torino 1 e 2, Varese) e GLS (Bergamo, Albino, Cividino, Ivrea 4, Milano M1 e M104, Rho M4, Genova G1 e G103, Monza M6, Ardeatina R3). Una collaborazione tra sindacati di base che non si è limitata alla logistica, ma che a Bologna ed in Emilia Romagna si è estesa a tutto il mondo degli appalti pubblici, sino a sviluppare un vero e proprio percorso unitario di diversi sindacati di base. Mobilitazioni e prese di posizione che non si sono limitate a fabbriche e imprese, ma che in alcune realtà hanno coinvolto anche categorie e strutture (Filctem Brescia, SLC Bergamo, Area postale SLC Liguria; Filcams, Fisascat e Uiltucs Liguria, Toscana, Marche e Abruzzo nella grande distribuzione per le domeniche).

Questa reazione è stata straordinariamente importante. Sia per la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia per il suo significato politico. Ma non nascondiamone i limiti. Per quanto questo sommario elenco mostri l’estensione delle lotte, ne indica anche i confini. Ad esser protagonisti sono stati pochi settori classe, spesso i più organizzati (fabbriche e logistica in particolare). In molte realtà sono stati scioperi di tutti/e (per ottenere chiusura dell’azienda e/o contrattare le coperture stipendiali), in altre utilizzati solo come copertura individuale per assenze precauzionali (in aggiunte a permessi e congedi straordinari). In molte realtà sono stati massicci, in altre limitati. In molte realtà hanno retto a lungo, in altre realtà si sono sfrangiati. In alcune realtà si è vinto (ottenendo la chiusura dell’azienda e talvolta coperture stipendiali complete), in altre si è perso (non reggendo uno sciopero prolungato e quindi dovendo trattare un ritorno alla produzione), in altre ancora è stata l’azienda stessa a chiudere (anche per riduzione delle forniture o delle commesse).

In tutte queste realtà, gli scioperi hanno avuto due valenze: da una parte una reazione sindacale di autoprotezione, dall’altra la rivendicazione politica di un provvedimento per tutti. Due aspetti che nelle lotte si sono accavallati, reciprocamente influenzandosi. Passando i giorni, però, il rischio di frammentazione tra diverse condizioni e realtà è cresciuto, con diverse realtà che inevitabilmente si sono sfilate da questa dinamica, talvolta perché non si è retto il prolungarsi dello sciopero, ma talvolta anche perché si è vinto e quindi si è ottenuto la sospensione della produzione. Per questo era importante lo sviluppo di una direzione, capace di generalizzare e tener insieme la mobilitazione, politicizzandola contro il governo.

Sarebbe cioè servito generalizzare gli scioperi ed arrivare ad uno sciopero generale, in grado di rivendicare ed ottenere provvedimenti generali, sia relativamente alla sicurezza sia relativamente alla protezione del salario. Cambiando così i rapporti di forza fra le classi e aprendo così, inevitabilmente, una diversa dinamica sociale e politica in tutta la gestione dell’emergenza (e oltre). Questa direzione però è sostanzialmente mancata. A condurre l’iniziativa è stato un tessuto disperso di delegati/e, senza esperienze recenti di autorganizzazione (come furono in parte i coordinamenti negli anni Novanta), senza capacità di darsi un ruolo generale, in una stagione segnata dalla marginalità, dalla divisione come dalla debolezza politica di tutto il sindacalismo conflittuale.

In questo quadro, la risposta della CGIL è stata imbarazzante. Proprio nei giorni in cui gli scioperi si diffondevano, proprio quando la rabbia stava diventando un nuovo ed importante fattore sociale e politico, le centrali sindacali si sono attivate. CGIL CISL e UIL hanno subito firmato con governo e associazioni padronali il protocollo del 14 marzo (il giorno dopo i titoli dei giornali sugli scioperi nelle fabbriche del nord). Un protocollo vuoto, senza nessun particolare impegno da parte del governo (se non un generico riferimento al fatto che il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo), una serie di obblighi e doveri del lavoratore, una serie di facoltà e valutazioni in capo alle aziende (ottima l'analisi di Dario Salvetti, CC FIOM e RSU GKN). Un protocollo utile soprattutto ad instradare questa dinamica nell’alveo della gestione governativa dell’emergenza, spegnendo ogni estensione ed ogni generalizzazione delle lotte. Come ha dichiarato lo stesso Landini, l’azione della CGIL (il protocollo come la richiesta al governo di un rapido decreto di chiusura) è stata improntata ad evitare che la paura di lavoratori e lavoratrici diventi rabbia. Quando il decreto è arrivato, dopo giorni di attesa ed un continuo suk di sottogoverno (uscendo oltre 24 ore dopo il suo annuncio, con trattative sino all’ultimo minuto), era chiara l’impronta di Confindustria (dalla lunga lista di codici Ateco alle larghe maglie dei permessi in Prefettura). Nonostante questo, la CGIL ha scaricato su delegati e strutture territoriali la scelta sulla continuazione di scioperi e mobilitazioni (rinunciando al ruolo generale che è proprio di ogni sindacato generale): a scioperare in quei giorni cruciali dopo il DPCM, sostanzialmente, è stato il comparto aerospaziale (Leonardo, Ge Avio, Fata Logistic System, Lgs, Vitrociset, MBDA, DEMA, CAM e DAR). Quindi ha sospinto le proprie strutture lombarde ed emiliane ha diradare lo sciopero a qualche giorno di distanza (il 25 marzo), per provare una trattativa in extremis e quindi strappare la chiusura di qualche codice Ateco in più (senza scalfire l’impianto di quel decreto). Così ha contribuito a spegnere ogni mobilitazione, togliendo spazio alla rabbia e lasciando campo libero alla paura.

Queste scelte della segreteria della CGIL non sono casuali. Sono la conseguenza diretta di una strategia che si è sempre più consolidata nell’ultimo decennio. Come scrivevamo nell’introduzione del nostro documento congressuale, "l'ultimo congresso della Cgil ha confermato la linea del precedente: gestire la crisi cercando il compromesso con imprese e governo". Come con la svolta dell’EUR nel 1978 o la stagione della concertazione inaugurata con gli accordi del ’92/93, la segreteria CGIL si è fatta guidare dalla volontà di esser un sindacato generale che si assume le responsabilità del paese (e quindi si assume in prima persona la responsabilità di rispondere alle esigenze del suo sistema produttivo), più che un sindacato di classe che si assume in primo luogo la difesa degli interessi generali del lavoro. Come scrivevamo nel nostro documento congressuale, "questa strategia è [..] fallimentare, perché si [scontra] con la realtà. [..] Davanti a questa crisi, la strategia della Cgil non [può] che arenarsi nel vuoto. In questi processi epocali, serve un punto di vista autonomo. Serve cioè rompere con la logica delle compatibilità, per cui diritti, salario e sicurezza vengono sempre dopo gli interessi dell’impresa, il profitto e il debito pubblico".

Questa strategia è stata interpretata da Maurizio Landini con protervia e moderazione. Landini, quando più di un anno fa è stato eletto segretario generale della CGIL, ha acceso le speranze di molti, nel sindacato e non solo. Ricordando le sue tradizioni sabattiniane, il ruolo della FIOM nel difendere partecipazione e conflittualità (dal convegno di Maratea nel 1996 e Melfi nel 2004, da Genova 2001 alla stagione degli accordi separati e dei precontratti) si sperava in un nuovo protagonismo della CGIL: un sindacato di strada e di movimento, capace di protagonismo politico e di riconquistare spazi di contrattazione. La sua elezione e la sua segreteria hanno fin qui avuto un altro segno. In particolare, con la scorsa crisi politica estiva, Landini e la CGIL hanno assunto, sin da subito e con un ruolo cruciale, una linea di sostegno alla nascita del Conte bis e la sua maggioranza 5 Stelle-PD-IV-LeU. Da allora, la CGIL non solo ha perseguito una linea di accordo con il padronato, ma si è anche mostrata sempre attenta a non intralciare un governo che contro le destre ha voluto sostenere sin dalla sua nascita. L’emergenza non ha per nulla cambiato questo atteggiamento e questa prassi da parte della segreteria CGIL, che anzi è sempre stata particolarmente attenta al rapporto con il Conte bis.

In questo quadro, Landini e la segreteria CGIL sono stati responsabili. In italiano, l’aggettivo responsabile ha però due accezioni. Da una parte indica come ci si sia comportati responsabilmente (si è assunto consapevolmente un impegno, in modo prudente, equilibrato e giudizioso), dall’altro come si sia responsabili delle scelte effettuate (si sia chiamati a rispondere delle proprie azioni e dei proprî comportamenti). Landini e la CGIL, in un momento cruciale, sono state quindi responsabili, avendo guardato in un momento di emergenza agli interessi generali del paese, ma sono stati anche responsabili, avendo scelto di non contribuire a trasformare la paura dei lavoratori e delle lavoratrici in rabbia. Una grande responsabilità. La paura, infatti, è un sentimento dominante (una volta innescato è difficile da controllare, perché è strettamente connesso ai nostri istinti di sopravvivenza, in grado di esplicitare risposte automatiche e spesso irrazionali) e nel contempo è un sentimento passivizzante, perché paralizza il pensiero e l’azione, producendo ansia e panico. La paura, cioè, isola. La rabbia invece è un sentimento attivo, che attiva psicofisiologicamente le persone per reagire ad una minaccia: è cioè quel sentimento che si innesca quando ci sentiamo defraudati o non accettiamo un'ingiustizia, che ci aiuta a reagire, che ci predispone all’attacco, che ci permette di uscire dai guai.

La paura e la rabbia sono stati i sentimenti dominanti dell’ultimo decennio. La Grande Crisi innescata nel 2008/'09, la disoccupazione e l’aumento dello sfruttamento, la radicale messa in discussione di aspettative e speranze, la precipitazione delle tensioni internazionali e le migrazioni, le guerre ai confini e le nuove improvvise mobilità sociali: tutto questo ha sviluppato paura nelle classi subalterne, rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. Quella paura e quella rabbia che Renzi non ha mai capito e interpretato, contro cui si è infranta la sua politica bonapartista. Quella paura e quella rabbia che hanno invece alimentato, in Italia e nel mondo, processi di nazionalizzazione delle masse e di sviluppo di movimenti reazionari. La paura nelle classi subalterne, la rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. In maniera inaspettata, la confusione governativa e l’arroganza padronale hanno invece improvvisamente destato una reazione rabbiosa nel lavoro, in alcuni settori organizzati del lavoro, che sono riusciti ad interpretare un sentimento ed una risposta collettiva: non siamo carne da macello, questa emergenza sanitaria non può esser pagata sempre dagli stessi. Una reazione importante, soprattutto a fronte di un’incipiente recessione che nel perpetuarsi delle attuali politiche di gestione capitalistica della crisi rischia di esser nuovamente pagata, e pesantemente, dal lavoro e dalle classi subalterne. La CGIL ha però contribuito a spegnere questa rabbia, preservando così la paura.

Oggi allora tutto è più difficile. Il governo sta gestendo la riapertura esattamente come la chiusura: con la stessa confusione, inettitudine e subordinazione al padronato. Le centrali sindacali, a partire dalla CGIL, stanno seguendo a ruota, a partire dalla sottoscrizione del nuovo protocollo del 24 aprile, identico nell’impianto e in larga parte nella lettera a quello del 14 marzo. La paura, nel frattempo, ha scavato. Non solo la paura per la salute, ma anche quella della crisi. Oggi pesano i due mesi di cassaintegrazione, le prospettive di pesante recessione [un crollo previsto del PIL italiano del 8-9% (nel 2009 fu -5,5%), di quello mondiale oltre il 3% (nel 2009 fu -0,1%)], l’angoscia per futuri licenziamenti, l’orizzonte di una possibile miseria. Pesa la frammentazione delle condizioni e delle situazioni, tra settori differenti, contratti diversi, prospettive divergenti. Soprattutto, pesa un sindacato generale che ha evitato di mobilitare l’insieme del lavoro, limitandosi anche questa volta ad affrontare l’emergenza e la crisi realtà per realtà, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento. Non tutto, certo, si è spento, anche se qua e là emergono anche scioperi falliti e sono evidenti le difficoltà a riprendere le mobilitazioni. Ancora la scorsa settimana, alla prima riapertura, è scesa in sciopero la Fincantieri di Riva, come altre realtà. Mentre diversi percorsi sono rilanciati oggi anche dai sindacati di base, talvolta anche unitariamente (vedi il comunicato sulla ripresa dei trasporti CAT, CUB, Cobas e SGB, l’appello in Emilia Romagna di SiCobas, SGB e ADL,  le due giornate di mobilitazione e sciopero lanciate dall'ADL, dal Sicobas e dall’assemblea da loro promossa).

Serve però un salto di qualità. Servirebbe una svolta in CGIL, il cambio di questo gruppo dirigente responsabile, l’assunzione di una diversa strategia e responsabilità, in primo luogo nei confronti della classe. Serve la capacità di estendere e generalizzare le lotte, innescando nuovamente una dinamica di sciopero generale a arrivando a proclamarlo; per contrastare governo e padronato, per una diversa gestione dell’emergenza e della crisi; per sviluppare con l’emergenza un nuovo controllo del lavoro da parte di delegati/e e RLS, cioè un nuovo modello sindacale di lotta per la salute (come tracciamo due anni fa a Viareggio); per cambiare cioè i rapporti fra le classi.
Luca Scacchi

Morire di posta ai tempi del coronavirus

Due dipendenti postali a Bergamo, uno a Lecce e uno a Merate sono morti per il contagio da Covid-19. La dirigente sindacale dell'SLC-CGIL Bergamo ha chiaramente denunciato la connessione tra il contagio e le condizioni di lavoro di portalettere e impiegati degli uffici postali.
In perfetta sintonia con i vertici di Confindustria, anche i vertici di Poste Italiane SpA sono pronti a sacrificare la vita e la salute dei lavoratori e delle lavoratrici nel nome della quadratura dei bilanci, della difesa degli imponenti utili e della concorrenza con le altre aziende private per difendere le proprie quote di mercato.
Una schifosa competizione mortifera nel nome del profitto, che mette in mostra come questa tragica pandemia sia diventata disvelatrice di tutte le inaccettabili contraddizioni di questa società.

Non è quindi un caso che, come per la gran parte della classe lavoratrice d'Italia, la salute e la sicurezza dei lavoratori sia considerata come inevitabilmente e inderogabilmente sacrificabile, ben più della garanzia dei profitti dei loro padroni e delle loro amministrazioni.
Così, nei vari decreti, si è molto dettagliati nel fornire garanzie, benefici fiscali e blocchi dei pagamenti – finanziati con le contribuzioni e le tasse della grande massa di salariati, gli unici che non possono evadere il fisco con le stesse gabole finanziarie dei loro padroni – ma non si è altrettanto precisi e dettagliati nel garantire misure di sicurezza, DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e le loro caratteristiche minime (come le mascherine, il gel igienizzante e i guanti), pieno salario per i contagiati e a chi rimane a casa per il fermo delle lavorazioni a causa dell'emergenza e così via.
Per cui, padroni, ministri e burocrazie sindacali fanno riunioni e conferenze Skype, dal comfort sicuro delle loro regge, con cui decidono che i salariati devono continuare a lavorare senza tutele minime reali, senza contare tutta quella enorme fetta di lavoratori in nero, spesso e volentieri giovani e/o immigrati senza diritti e sotto ricatto, che non sono neppure sfiorati dai ragionamenti delle trattative.


LA RACCOMANDATA VAL BEN UN CONTAGIO: DOV'È' LA SICUREZZA?

Ma non serve andare così distante, perché anche l'azienda misto pubblico-privato più grande d'Italia, con 130.000 dipendenti – che hanno appena subito pesanti ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali in cambio di miseri aumenti salariali e riduzione di diritti e garanzie – e oltre 1,5 miliardi di utili in un anno, triplicati rispetto ai 500 milioni del 2018, sempre grazie ai sacrifici di quei lavoratori che ne sono ossatura e muscolatura, manda al macello tutti i giorni chi gli garantisce dividendi e fatturato.

Così Poste Italiane dà vita a un tragicomico valzer di fasulle misure di precauzione, dichiarate sulla carta, applicate a singhiozzo e col contagocce nei vari uffici postali, di recapito, centri di smistamento e produzione e negli uffici impiegatizi.
L'azienda ha ovviamente aspettato gli “obblighi” di un governo compiacente per cominciare a muovere i primi passi, e anche quando l'emergenza – dell'epidemia prima e della pandemia poi – era evidente e acclarata, le misure sono rimaste insufficienti, tardive e applicate a spizzichi e bocconi, spesso delegate direttamente all'autorecupero sul mercato locale dei singoli direttori e capisquadra.

Poste ha così la pretesa di far credere ai suoi dipendenti che basti mantenere un metro di distanza tra lavoratori e con gli utenti, incuranti del fatto che non si sta parlando di uffici statici e chiusi al pubblico, e giustificando così la mancanza della necessità di mascherine FFP2 o di quelle chirurgiche, guanti e gel igienizzanti, nonostante le disposizioni di Istituto Superiore di Sanità e Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nonostante questo alibi di carta, l'azienda ha fornito a ogni dipendente una maschera FFP2 con valvola – con un periodo di usura di 8 ore di utilizzo, ergo poco meno di un turno di lavoro, con la clausola che quella sarebbe dovuta bastare a tempo indefinito e che, per essere sicuri, sarebbe stato sufficiente “igienizzarla” con dell'alcol ogni giorno.
Passata una settimana, alle prime rimostranze dei vertici nazionali dei principali sindacati – CISL, CGIL, UIL, FAILP, UGL – le FFP2 vengono sostituite con cosiddette “mascherine” composte da due strisce sovrapposte di tessuto non tessuto – una sorta di panno cattura polvere con due buchi per le orecchie. Sostanzialmente inutili, perché dopo qualche ora di utilizzo si usurano, filtrano a malapena polveri e batteri, e non riescono a coprire contemporaneamente bocca e naso.

Queste farse sono ampiamente coperte dal decreto “Cura Italia”, che sembra curare principalmente tasche e interessi dei padroni ma non la salute pubblica e dei lavoratori. Infatti, mentre le mascherine chirurgiche vengono definite DPI, con un comma si permette di derogare sulle certificazioni senza stabilire caratteristiche minime da garantire, e si legittima la mancata fornitura ai lavoratori in caso di impossibilità di reperirle sul mercato, senza per questo prevedere il blocco delle lavorazioni.
In più, l'azienda, per rassicurare i lavoratori ha fatto nel giro di settimane e con estrema lentezza una sanificazione sola per ufficio, come se i lavoratori degli uffici di recapito non uscissero tutti i giorni per entrare a contatto con centinaia di persone e migliaia di portoni, ambienti e superfici potenzialmente contaminanti, per poi raggrupparsi nuovamente nell'ufficio. O come se gli uffici postali, a maggior ragione chiudendone qualcuno, non vedessero centinaia di persone entrare e uscire ogni giorno, per quanto scaglionate.

Negli uffici (postali e di recapito), intanto, si genera il caos con indicazioni sulle modalità di lavorazione dei prodotti a firma, quelli più a rischio perché richiedono il diretto contatto con l'utente. Un caos dovuto, appunto, ad una sconclusionata e parziale chiusura degli uffici postali in cui ritirare i prodotti giacenti, con cambiamenti quotidiani. Per fare un esempio, nel giro di qualche giorno si è passati dal blocco della consegna degli atti giudiziari all'obbligo di mettere l'avviso in cassetta (ergo facendo fare al postino un giro a vuoto, poi un secondo giro per la seconda comunicazione di giacenza il giorno dopo, e poi costringendo l'utente a recarsi all'ufficio postale, che magari nel frattempo è stato chiuso, per ritirare un atto di un procedimento giudiziario che probabilmente è stato sospeso o prorogato, sempre a causa dell'emergenza), e infine alla possibilità di immetterli in cassetta, come viene fatto per le raccomandate normali. Anche per l'immissione in cassetta delle raccomandate ordinarie si è passati dal mantenimento della consegna a mano per ditte e uffici alla "postalizzazione" anche per quei destinatari, accorgendosi che anche quei luoghi sono frequentati da persone potenzialmente contagiose.

Rimane che non sempre è possibile per il portalettere garantire di non trovarsi a meno di un metro da un utente o di entrare in contatto con un locale o una superficie potenzialmente contaminante, soprattutto dopo la conferma che il virus può rimanere attivo fino a 72 ore su plastica e metalli.

A tutto questo si aggiunge anche il mancato rispetto dei normali accordi sindacali e del limitato protocollo d'intesa siglato tra sindacati, governo e Confindustria. Infatti dapprima Poste si è accordata con le OOSS per una riduzione del 25% del personale in servizio attraverso una rotazione settimanale del personale, lasciando intendere l'utilizzo degli ammortizzatori sociali e in particolare della cassa integrazione all'80% del salario. Poi viene rimandato l'incontro per definire la remunerazione e l'inquadramento regolamentare di questa turnazione. Infine l'azienda ha deciso, unilateralmente e improvvisamente, di sospendere qualsiasi turnazione e di far tornare in servizio la totalità dei dipendenti in barba alle disposizioni finalizzate alla rarefazione delle presenze negli uffici di recapito.
Nonostante questo caos e l'emergenza sanitaria, non si sono mai interrotte le pressioni alla massimizzazione della consegna, con la consueta tiritera dei ricatti nei confronti dei precari, spingendo alla consegna dei prioritari anche delle zone spente per compensare la riduzione dei prodotti postali in consegna (con una mano tolgono carico lavorativo, con l'altra lo aumentano da dietro) e, comunque, continuando a far arrivare ai portalettere prodotti che non sono affatto urgenti, indispensabili, improrogabili o essenziali (come le pubblicità, le réclame, rendicontazioni, cartoline, etc.) nonostante gli impegni presi.


PICCOLE E TIMIDE REAZIONI. BISOGNA GENERALIZZARE LA LOTTA!

In risposta a tutto questo si sono sviluppate piccole e timide rimostranze tra alcuni portalettere.
Di fronte al blocco degli scioperi e alla definizione di servizio essenziale, in un settore non particolarmente noto negli ultimi anni per la sua combattività, lo spauracchio di ritorsioni anche pesanti ha dato il colpo di grazia a qualsiasi possibilità di vedere scintille di mobilitazione particolarmente conflittuali. A questo va anche aggiunto un abile lavoro dei vertici sindacali e della ramificata struttura sindacale della CISL – egemone in Poste Italiane – nel frenare qualsiasi spirito bollente, giustificare l'azienda, ridimensionare i timori sui rischi e quant'altro potesse venire comodo per buttare acqua sul fuoco.
Le uniche reazioni un po' più consistenti sono state astensioni dal lavoro in contestazione all'assenza di DPI e igienizzazioni, con lavoratori che hanno presentato rimostranze scritte o autodichiarazioni, facendo appello in particolare al Testo Unico sulla sicurezza (Decreto legislativo 81/08), tornando a casa o rimanendo nei piazzali a distanza di sicurezza attendendo la fine del turno di lavoro. Reazioni però a macchia di leopardo, spesso individuali e solo raramente capaci di coinvolgere i lavoratori di tutto un ufficio.
Tutti i sindacati di base – CUB Poste, SLG-CUB Poste, SI Cobas Poste, Cobas Poste – hanno fin da subito posto la rivendicazione del blocco del servizio, ma sono presenze assolutamente marginali e prive di reale influenza in questa azienda.
Anche settori territoriali particolarmente combattivi della SLC-CGIL, però, si sono lanciati fin da subito nella pretesa del blocco del servizio (fatte salve le reali lavorazioni essenziali e improrogabili, come i pagamenti delle pensioni e le consegne urgenti), come quello ligure e quello lombardo.

Anche con il decreto del 22 marzo, con cui viene intimato il blocco di una piccolissima parte della produzione, e a cui Confindustria si è opposta apertamente ottenendo un ulteriore affievolimento al primo elenco di attività da fermare, il governo non prevede nulla di diverso per il settore postale, delle consegne e della logistica. Considerandoli a pieno titolo servizi essenziali, non viene previsto alcun blocco temporaneo, nessuna particolare imposizione ai datori di lavoro e alle amministrazioni per quanto riguarda la fornitura di dispositivi di protezione individuali, nessuna particolare indicazione di quali merci, prodotti e servizi siano indispensabili e quali no.

Tutto questo mette in evidenza una cosa che era già chiara da principio, ma che viene sempre di più a galla: se il profitto, le rendite e i fatturati vengono prima della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, per imporre condizioni e misure di sicurezza necessarie per la salute pubblica e per i lavoratori stessi non rimangono che i rapporti di forza dati dalla lotta di classe e dalla combattività della classe lavoratrice.
E in questo diviene altrettanto evidente come le burocrazie sindacali, in particolare quelle confederali della triade CGIL-CISL-UIL, si presentino come incapaci, o peggio complici del padronato. Incapaci di difendere gli interessi della classe lavoratrice nel suo complesso e di organizzarla in termini sufficienti a porre la propria forza nella società per determinare scelte politiche, sociali ed economiche.

Per fare questo diviene oggi più che mai necessario coordinare in maniera autorganizzata tutte le realtà lavorative e gli uffici che hanno espresso forme di conflittualità; tutti i delegati e le delegate sindacali attivi nell'opporsi a questo stato di cose, a prescindere dalla loro appartenenza sindacale; tutti e tutte le lavoratrici e i lavoratori combattivi disposti ad attivarsi per pretendere il blocco delle operazioni postali per almeno quindici giorni e, laddove non sia possibile, la garanzia di condizioni igienico-sanitarie di lavoro e forniture di DPI per ridurre al minimo il rischio contagio o, altrimenti, fermare anche lì il lavoro.

Questo nel quadro e nella prospettiva di una unificazione di tutti i fronti del lavoro che si stanno mobilitando per pretendere che anche i lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori non essenziali e emergenziali possano stare a casa per proteggersi e proteggere dal contagio, contro i decreti farsa del governo PD-M5S, contro le pretese sporche di sangue di Confindustria, e in alternativa alla linea morbida delle burocrazie sindacali nazionali.
Cristian Briozzo
I Dispositivi di Protezione Individuale forniti da Poste Italiane

NO AL PUGNO DI MOSCHE! LA SICUREZZA DEI LAVORATORI NON SI BARATTA!

Protocollo sicurezza: un pugno di mosche

14 Marzo 2020
Dopo l'ondata di scioperi operai degli ultimi giorni, il governo si è affrettato a convocare le organizzazioni padronali e i vertici sindacali per cercare di fermare la slavina.
Ma il Protocollo d'intesa tra sindacati e padroni sfornato nella notte non risponde minimamente alle preoccupazioni e rivendicazioni emerse dagli scioperi in fatto di sicurezza sul lavoro.

Le aziende mantengono un potere discrezionale in fatto di sicurezza sanitaria, senza assumersi alcun impegno vincolante e verificabile, al di là di dichiarazioni platoniche di buone intenzioni. Nei fatti vedono riconosciuto quel criterio di “autodeterminazione” delle scelte aziendali che Confindustria sin dall'inizio ha rivendicato.
I famosi “strumenti di protezione individuali” non solo non sono garantiti ma sono esplicitamente affidati alla loro disponibilità di commercio. Nei fatti significa che non saranno disponibili, e in ogni caso non saranno esigibili. Una truffa bella e buona.

Il governo non prende alcun impegno formale in fatto di sicurezza sul lavoro, lasciando le fabbriche come zona franca. Conte si è limitato a promuovere il dialogo tra le parti sociali e fare raccomandazioni retoriche che non contano nulla. Lo stesso annuncio di ammortizzatori sociali “per favorire il dialogo”, già di per sé insufficienti come copertura salariale, non spiega come dovrebbe essere finanziato, cioè a chi verrà fatto pagare. Il che significa che saranno chiamati a pagare i lavoratori.

I lavoratori e le lavoratrici non hanno scioperato per un pugno di mosche.
Colpisce che dirigenti sindacali che avevano formalmente richiesto la chiusura delle fabbriche o la sospensione della produzione ora si accontentino di raccomandazioni vuote affidate alla discrezione dei padroni. Certo gli operai non faranno altrettanto.

La sicurezza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non può essere merce di scambio e non è rinunciabile.
Gli scioperi devono continuare ed estendersi.
È necessario uno sciopero generale sino alla conquista di condizioni reali di sicurezza nell'organizzazione del lavoro, nella dotazione degli strumenti necessari di protezione individuale, nella igienizzazione dei luoghi di produzione.
La verifica di queste condizioni non può essere affidata ai padroni, deve essere condotta autonomamente dalle rappresentanze sindacali e RSL.
Ai lavoratori va garantito il 100% del salario, a spese del padronato.


NO AL PUGNO DI MOSCHE! LA SICUREZZA DEI LAVORATORI NON SI BARATTA!

SCIOPERO GENERALE SINO ALLA VERIFICA DI CONDIZIONI REALI DI SICUREZZA DA PARTE DELLE RAPPRESENTANZE SINDACALI E RSL!

100% DEL SALARIO PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI!

A PAGARE IL CONTO DEL CORONAVIRUS SIANO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI!
Partito Comunista dei Lavoratori

Untori in nome del profitto

14 Marzo 2020
Riportiamo un breve messaggio che ci è stato scritto da un macchinista. È la testimonianza di ciò che milioni di lavoratori sono costretti a subire in questi giorni nei luoghi di lavoro, e contro cui si stanno ribellando e stanno scioperando
La situazione dei macchinisti di Mercitalia Rail è diventata insostenibile. Malgrado da oltre un mese sia stata fatta richiesta dai lavoratori dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) per prevenire il contagio da Covid-19, continuano a viaggiare su tutto il territorio nazionale senza le dovute protezioni, con locomotori sporchi e non sanificati. E oltre al danno, la beffa. Viene vietato loro l'accesso agli uffici amministrativi perché possibili untori e negato il diritto al pasto, perché invece di rimodulare i turni di lavoro per evitare il disagio degli esercizi di ristorazione chiusi, ordinano al personale di garantire assolutamente un servizio non pubblico, ma asservito al profitto dei privati, con la semplice raccomandazione di arrangiarsi. Qualcuno riesce a informare la stampa? Io purtroppo sono vincolato dal codice etico.
Un macchinista