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La guerra commerciale tra imperialismi

 


La svolta di Trump alla prova del protezionismo. L'interesse indipendente della classe operaia internazionale

7 Aprile 2025

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Il grande rilancio del protezionismo segna il nuovo corso di Donald Trump. Il ricorso a politiche protezioniste non rappresenta naturalmente un fatto inedito, anche in tempi recenti. Dopo la grande crisi del 2008, e in particolare nell'ultimo decennio, l'innalzamento delle tariffe doganali sulle importazioni è diventato uno strumento diffuso nella concorrenza tra imperialismi. Anche negli USA, dove fu inaugurato dalla prima amministrazione Trump e in larga parte mantenuto, non a caso, dalla successiva amministrazione Biden. Il fatto nuovo, oggi, sta nel rilancio del ricorso protezionista su larga scala, e nel significato politico che questo assume.

Le misure protezioniste varate da Trump nel cosiddetto “giorno della liberazione dell'America” (2 aprile) si estendono alla maggioranza dei settori produttivi nell'intero globo. La loro distribuzione segue un criterio politico, non solo economico. La Cina è sommamente colpita, assieme a larga parte dei mercati asiatici; seguono a ruota le esportazioni europee; la Russia è l'unico paese risparmiato. È il riflesso di una politica di apertura all'imperialismo russo con l'obiettivo della sua separazione dall'imperialismo cinese. Una politica che offre alla Russia il riconoscimento di un ruolo negoziale globale, a scapito degli imperialismi europei, e conferma la Cina come avversario strategico degli USA.


GLI OBIETTIVI ECONOMICI DEL NUOVO CORSO DI TRUMP

Dal punto di vista economico, il nuovo corso protezionista di Trump persegue una combinazione di obiettivi diversi e complementari.

Il primo è riequilibrare la bilancia commerciale, e di riflesso la bilancia dei pagamenti degli USA. Il calcolo dei nuovi dazi in base alle tariffe praticate dai capitalismi concorrenti (con una ritorsione dimezzata a riprova di una presunta “generosità” trumpiana) è arbitrario da un punto di vista economico, perché attribuisce interamente ai dazi subiti la responsabilità dello squilibrio commerciale americano, ma è chiarissimo nella sua finalità: imporre ai capitalismi concorrenti sul mercato americano il costo della loro invadenza, a vantaggio dello Stato americano.

Il secondo obiettivo è riportare negli USA investimenti e produzioni industriali emigrati in Asia e in Europa negli anni della grande espansione della globalizzazione capitalista. “Fare di nuovo l'America grande” è prima di tutto rilanciare il suo ruolo di prima potenza industriale. Imporre dazi alti sulle esportazioni asiatiche ed europee, e promettere al tempo stesso un'ulteriore riduzione della tassazione sui profitti per chi investe negli USA, è un chiaro messaggio ai capitalisti di tutto il mondo: se volete evitare la mannaia dei dazi, per di più guadagnandoci sopra, dovete venire o tornare a produrre in America. L'età dell'oro sarà soprattutto la vostra.

Il terzo obiettivo è quello di massimizzare la pressione internazionale per l'acquisto del debito pubblico statunitense. Possibilmente acquisto di debito a lunghissima scadenza, addirittura centenaria (i cosiddetti “matusalem bond”). Il debito americano verso il resto del mondo ha raggiunto i 23 mila miliardi di dollari. Una mole gigantesca. La sua crescita esponenziale negli ultimi venticinque anni (dal 50% del PIL del 2000 al 125% attuale) è una mina potenziale di grande rilevanza per l'imperialismo USA, e va riportata sotto controllo. Volete evitare la mannaia dei dazi sui vostri prodotti? Comprate titoli di Stato americani per l'eternità, senza pretendere di vederveli ripagati con gli interessi. Trump chiede contropartite «fenomenali» in cambio di una propria (eventuale) indulgenza.


LA REAZIONE DEGLI IMPERIALISMI CONCORRENTI.
I RIFLESSI SULL'ECONOMIA MONDIALE


Gli obiettivi sono chiari, e peraltro dichiarati secondo la logica dell'America First. I loro risultati sono invece del tutto ipotetici, perché esposti a due variabili imprevedibili: la dinamica del negoziato interimperialista e quello dell'economia mondiale.

La prima reazione degli imperialismi concorrenti alla svolta protezionista americana appare diversificata. Gli imperialismi europei temono conseguenze serie per la loro UE: dovendo affrontare parallelamente la guerra dei dazi, l'emarginazione dal negoziato ucraino, l'annunciato disimpegno USA dal teatro europeo, le nuove spese del proprio riarmo.
Le regole europee prevedono che in fatto di relazioni commerciali il potere negoziale sia della Commissione, non dei governi nazionali. Ma ciò scarica sulla UE la contraddizione tra interessi nazionali diversi, tra chi è massimamente esposto sul mercato americano e chi lo è meno, tra chi è più esposto in un settore e chi in un altro, tra chi vuole intestarsi la guida di una replica europea (la Francia) e chi cerca a fatica una relazione privilegiata con Trump (l'Italia). In ogni caso, la forte crescita del peso del commercio internazionale nel PIL della zona d'euro (dal 31% del 1999 al 55% attuale) misura la maggiore esposizione dell'Europa sul fronte della guerra commerciale rispetto ai propri concorrenti. L'economia delle relazioni transatlantiche pesa per ben il 33% del PIL mondiale. Dunque a Bruxelles la parola d'ordine è cercare altri mercati di esportazione, come il Mercosur e il Messico.

La Cina ha invece risposto immediatamente agli USA con una ritorsione immediata e consistente. È la reazione obbligata della grande potenza avversaria. L'imperialismo cinese cerca di trarre un vantaggio politico dalla svolta americana, provando ad offrirsi agli imperialismi europei e persino al Giappone come interlocutore affidabile in quanto garante delle regole del WTO. L'incontro fra i ministri degli Esteri di Cina, Giappone, Corea del Sud attorno al tema delle proprie relazioni commerciali sta in questo quadro. Così come i segnali di fumo tra la Cina e l'Unione Europea: terrorizzata dal rischio di un'invasione di merci cinesi a basso costo sui propri mercati, quale conseguenza del protezionismo USA, ma al tempo stesso interessata ad aprirsi un proprio spazio di manovra capace di rafforzare il proprio potere negoziale con gli USA.
Nelle relazioni interimperialiste, la tradizionale guerra di posizione sembra lasciare il passo ad una sorta di guerra di movimento.

L'aprirsi di una guerra commerciale dispiegata all'insegna del protezionismo può avere un forte impatto sull'economia mondiale. Il mercato globale è la somma dei mercati nazionali e continentali. Se ogni paese o blocco imperialista protegge il proprio mercato con più elevate barriere tariffarie contro i capitalismi rivali, la risultante inevitabile sarà la contrazione del mercato mondiale. Non a caso il tema di una possibile recessione è entrato prepotentemente nel confronto internazionale, e nella stessa dinamica delle Borse mondiali. I ripetuti crolli delle azioni e il calo vistoso del prezzo del petrolio sono sintomi eloquenti della grande paura di una recessione.


L'INCOGNITA SULLA TENUTA DEL BLOCCO SOCIALE DI TRUMP, E I SUOI RIFLESSI SULLA POLITICA MONDIALE

All'interno degli USA il blocco sociale di consenso raccolto da Trump sarà messo alla prova degli effetti del protezionismo. A differenza che in Europa (e a maggior ragione in Italia), l'investimento in azioni di Borsa coinvolge negli USA un ampio settore di aristocrazia operaia e della classe media, un pezzo importante della base sociale del trumpismo. Non a caso Trump si è affrettato a rassicurare la propria base elettorale circa i futuri effetti miracolosi della svolta protezionista. Certo è che il fascino retorico dei suoi annunci dovrà confrontarsi con la dura materialità del portafoglio. Lo stesso ambiente del grande capitale americano, ricollocatosi attorno a Trump, dà segni di nervosismo.

Quel che è certo è che la tenuta di Trump sul versante interno sarà decisiva per la stessa credibilità della sua politica estera. E non solo sul versante economico. L'obiettivo politico-strategico della separazione della Russia dalla Cina dipende dalla tenuta interna del trumpismo. La stabilità politica istituzionale della Cina è infatti ben superiore a quella di Trump, che dovrà affrontare fra due anni il delicato passaggio delle elezioni di medio termine. Il regime di Putin è lusingato e tentato dall'offerta americana di un ruolo mondiale di grande potenza, ma può pensare di cambiare cavallo solo in presenza di garanzie politiche affidabili, a partire dalla tenuta regime trumpiano. È un caso che Trump abbia iniziato ad alludere ad un suo possibile (ma improbabile) terzo mandato, contro i limiti della Costituzione americana?


PER L'INTERESSE INDIPENDENTE DELLA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE

Il protezionismo ,come sempre, ha e avrà un portato ideologico. Ogni paese e/o blocco imperialista cercherà di arruolare i salariati nella propria guerra commerciale contro gli imperialismi rivali. Trump invoca il sostegno della classe operaia americana contro i «parassiti» europei che hanno truffato l'America. Gli imperialismi europei cercheranno il consenso dei propri operai a possibili ritorsioni contro “l'irresponsabile” amministrazione americana. L'imperialismo cinese rafforzerà il proprio richiamo nazionalista a sostegno della replica protezionista anti-USA. Ovunque si cercherà di contrapporre i salariati ad altri salariati nel nome degli interessi della propria nazione, o schieramento, imperialista.

Ma la classe operaia internazionale non ha alcun interesse a farsi arruolare nelle guerre commerciali tra i capitalisti e i loro Stati. Ha invece interesse a lottare per i propri interessi indipendenti e un'alternativa di società.

Il protezionismo avrà conseguenze sociali per la classe operaia. Trascinerà ovunque un aumento dei prezzi e dunque un erosione dei salari, una diffusa riorganizzazione delle catene produttive, con il taglio di posti di lavoro e di diritti sindacali, una possibile recessione, messa sul conto dei proletari.
La rivendicazione della scala mobile dei salari, della ripartizione del lavoro attraverso la riduzione drastica dell'orario a parità di paga, della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che chiudono e licenziano, può e deve essere la prima risposta unificante nella tempesta in arrivo: in ogni paese, su scala continentale, su scala mondiale.

Se i capitalisti si fanno la guerra prendendo in ostaggio i propri salariati, i salariati hanno interesse a difendere il proprio interesse comune, al di là di ogni divisione nazionale. L'alternativa al protezionismo non è l'improbabile ritorno al libero scambio della precedente globalizzazione. È l'alternativa al capitalismo, al di là di ogni divisione di frontiera.
Sviluppare la coscienza politica di questa verità rivoluzionaria è il compito dei marxisti rivoluzionari, ad ogni latitudine del mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


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18 Aprile 2021

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n questo numero:


Unire l'azione nelle lotte, costruire il partito. Editoriale - Diego Ardissono

Gli scioperi di marzo nella logistica e la necessità di una vertenza generale - Donatella Ascoli

Birmania: la repressione militare, il ruolo della Cina, la ribellione di massa - Marco Ferrando

Transizione ecologica ed ENI, un grande comitato d’affari imperialista - Ruggero Rognoni

La centralità della questione di classe nella lotta per i diritti civili - Achlys Nakta

25 aprile. Sicuro, Barbero, che la Resistenza andrà presto in soffitta? - Lorenzo Mortara

Santoni e patrigni. Recensione di SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano - Salvo Lo Galbo

Recensione di Ballate dalla Grande Recessione - Dario Faggella

Partito Comunista dei Lavoratori

Il tavolo annunciato del patto sociale

Bonomi abbaia, Landini sussurra

Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni, il capo del più grande sindacato italiano non propone nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma, nessuna rivendicazione, persino nessuna chiara contestazione verbale

Il governo annuncia con squillo di trombe l'avvio del Patto per la rinascita. Tutti gli “attori sociali e istituzionali”, governo e opposizioni, padroni e sindacati, governatori e sindaci, saranno chiamati al tavolo per concertare la gestione di una crisi drammatica.

Il nuovo Presidente di Confindustria si candida a ricomporre attorno a sé la grande borghesia italiana su un programma di sfondamento: mano libera sulla forza lavoro, cancellazione del contratto nazionale, liberalizzazione totale degli appalti, cancellazione totale dell'IRAP. C'è in questo posizionamento la volontà di massimizzare la propria pressione sul governo per incassare tutto ciò che si può. Ma c'è anche e soprattutto il peso di una catastrofe economica reale: calo dei profitti del 60% sul 2020 tra le società quotate, impossibilità di rilanciare sulle esportazioni per via della recessione mondiale, collasso dei consumi interni con 7 milioni di lavoratori in cassa integrazione. C'è una sola via per tamponare la crisi: comprimere i cosiddetti costi del lavoro, incrementare il tasso di sfruttamento, ottenere nuovi sgravi fiscali. La “rinascita”, per i padroni, è sempre quella dei propri profitti.

Il governo asseconda il programma padronale. La sua maggioranza parlamentare è gracile, tanto più a fronte dell'enormità della crisi. Le contraddizioni attraversano i partiti che lo compongono, tra un M5S in cerca d'autore e un PD privo di baricentro. L'unica stella polare comune è la salvezza del capitalismo italiano.
La crisi italiana è talmente profonda che la Germania e la Francia acconsentono di destinare all'Italia una straordinaria pioggia di miliardi per evitarne il tracollo, e con esso il disfacimento dell'UE. Negoziare l'importo e la ripartizione delle risorse annunciate è ormai la principale ragione di sopravvivenza del governo e della sua capacità contrattuale anche sul fronte interno.

Non è semplice, perché i tempi pressano. I fondi per la cassa integrazione stanno finendo. Gli aiuti del recovery fund attendono il 2021, mentre il MES è un calice troppo amaro per i pentastellati. In mezzo cade la fine del blocco dei licenziamenti, a partire da agosto. Il governo dovrà chiedere al Parlamento un nuovo scostamento di bilancio (cioè nuovo deficit) negoziandolo con le opposizioni e con la benedizione di Mattarella. Ma per gestire l'operazione ha bisogno di appoggiarsi alle parti sociali disinnescando ogni ostilità e atteggiandosi a indispensabile mediatore.

Il padronato denuncia formalmente l'irresolutezza del governo nel mentre ne ottiene i servigi e ne usa la fragilità.
Ha ottenuto la copertura dei crediti bancari con gigantesche garanzie pubbliche e la cancellazione di 4 miliardi di IRAP. Ora chiede di completare la detassazione delle imprese, di capitalizzare il grosso delle risorse europee, di disporre la libertà dei subappalti nel nome del “modello Genova”. Ma al tempo stesso Bonomi si dichiara insoddisfatto, per tenere il governo sotto schiaffo e segnare il campo negoziale. E intanto minaccia un milione e duecentomila licenziamenti per strappare una copertura di cassa integrazione per due anni, con salari taglieggiati a carico della Stato e a beneficio delle imprese. Il tavolo del patto sociale ha già il suo terreno di gioco, quale che sia il punto di mediazione.

E il sindacato? Già, il sindacato. Intervistato dal Manifesto, che gli chiede semplicemente un giudizio sul piano Bonomi e sulla cancellazione dell'IRAP, Maurizio Landini riesce a non dir nulla, ma proprio nulla, se non il fatto che... così si rischia il conflitto. E che invece lavoro e imprese hanno oggi davanti a sé «l'obiettivo comune da assumere: quello di migliorare contemporaneamente le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e la capacita competitività e di innovazione delle imprese».
Un ecumenismo commovente. Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni al lavoro, nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma di riferimento, persino nessuna chiara contestazione verbale, neppure sul Manifesto: solo la paura del conflitto e la prenotazione del tavolo istituzionale.
Chi si può seriamente stupire se Confindustria procede a testa bassa, alzando ogni volta la posta? Chi pecora si fa il lupo se la mangia, dice un vecchio adagio popolare. In questo caso, fuor di metafora, Bonomi non vuole mangiare (distruggere) la burocrazia sindacale, perché sa bene che può funzionare come ammortizzatore del conflitto. Ciò che vuole distruggere è quel che resta dei diritti del lavoro. Tanto meglio con la complicità della burocrazia.
“Quando è ora in piazza si va” conclude Landini. Ma se non ora, quando?
Il capo della CGIL, ex avversario di Marchionne, ha appena benedetto i 6,5 miliardi di copertura pubblica ai crediti bancari per FCA, senza neppure uno straccio di garanzia sui post di lavoro, né ovviamente sulla sede fiscale. Non può essere questa una direzione fiduciaria per il movimento operaio di fronte alla prova di uno scontro sociale drammatico. Con questi dirigenti si va a sbattere, esattamente come dieci anni fa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il mondo capovolto del capitalismo

Precipita l'economia, volano i bond aziendali americani

L'economia americana precipita dentro la recessione mondiale e il calo annunciato del commercio internazionale, una recessione ben più profonda di quella “storica” del 2008/2009, sia negli USA che nel mondo.
Privi persino (dello straccio) delle protezioni sociali e sanitarie europee, gli Stati Uniti sono esposti all'onda d'urto della crisi più di ogni altro paese imperialista. La china della recessione è stata tanto più ripida perché preceduta dalla più lunga stagione positiva nella storia economica USA (2010-2020). Venti milioni di nuovi disoccupati nel solo arco di poche settimane misurano la tragedia sociale che la crisi trascina con sé. Ed è solo l'inizio.

In un quadro tanto drammatico ci si attenderebbe una caduta generale di tutti i valori economici. Così non è. I bond aziendali americani stanno conoscendo proprio oggi un autentico boom, attraendo investimenti finanziari da tutto il mondo, banche italiane incluse. A cosa si deve tanto successo? Alle politiche finanziarie della Federal Reserve, quella che europeisti borghesi e sovranisti di casa nostra additano ad esempio virtuoso in contrapposizione alla BCE.
Dopo aver acquistato in soli due mesi 1500 miliardi di titoli di stato USA ed altri 600 miliardi di bond legati ai mutui, la Fed ha iniziato ad acquistare a mani basse i bond emessi dalle aziende USA: cioè i titoli finanziari che i capitalisti americani mettono sul mercato per rifarsi del calo dei profitti prodotto dalla crisi. Se la Fed dirotta una pioggia di miliardi verso i bond aziendali, i bond vedono salire il proprio valore alle stelle, e dunque attraggono come una calamita speculatori e affaristi di tutto il mondo. Il grande flusso degli acquirenti esteri moltiplica a sua volta il valore dei bond, con comprensibile soddisfazione dei grandi azionisti che li emettono, i quali investono il ricavato nell'acquisto delle proprie azioni (buy-back) per sostenere il loro valore di Borsa a Wall Street.

Nulla potrebbe spiegare meglio la follia del capitalismo quanto il divario tra produzione e finanza. Da un lato sovrapproduzione di merci, chiusure di aziende, licenziamento di milioni di lavoratori e lavoratrici. Dall'altro il casinò del mercato finanziario nel quale gli stessi capitalisti che distruggono il lavoro reale arricchiscono le proprie fortune. È una divaricazione che può innescare alla lunga nuovi crolli, premessa di possibili riprese. Ciò che in ogni caso misura è il parassitismo delle classi dominanti. Non solo quello dei capitalisti americani, ma dei capitalisti del mondo intero.

Molti economisti borghesi cosiddetti progressisti parlano di economia reale e della finanza come di due mondi separati; il primo virtuoso, il secondo patologico. Nella sostanza si tratterebbe di proteggere l'economia capitalista dalle esagerazioni e turbolenze del mercato finanziario. La stessa lettura della crisi del 2008 è stata piegata a questa rappresentazione di comodo. Ma le cose stanno altrimenti. L'enorme espansione del parassitismo finanziario è alimentata dalla crisi dell'economia reale, dalla sovrapproduzione di merci e capitali. È la caduta del saggio di profitto nell'economia reale a spingere i capitali in eccesso in direzione della speculazione finanziaria. Lenin inquadrava questo aspetto nella natura stessa dell'imperialismo moderno. Un secolo dopo, il raggio di espansione del parassitismo capitalista ha conosciuto un ampliamento enorme, come in nessuna altra epoca precedente.

È un indice di maturità della rivoluzione socialista quale unica soluzione della crisi dell'umanità.
Costruire la coscienza di questa verità nelle lotte di classe di ogni giorno è il compito internazionale dei comunisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

La rabbia e la paura: classe e sindacato nella pandemia

Dal sito dell'area Riconquistiamo tutto - il sindacato un’altra cosa

Quando finirà l’emergenza sanitaria sarà necessario, e doveroso, ricostruire la dinamica che ha condotto il covid19 a colpire così duramente l’Italia. Denunciando le relative responsabilità, con intransigenza, a partire da quelle politiche e padronali. In questi mesi, comunque, sono emersi evidenti limiti istituzionali e palesi incapacità. L’organizzazione regionalista dello Stato, a partire da quella del Servizio Sanitario Nazionale, ha reso contraddittoria e talvolta inefficace l’azione di contenimento (come mostrato da un primo rapporto dell’Harvard Business School). Nonostante ci sia un Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (risalente a ben il 2006, che tra le altre cose prevedeva la verifica della disponibilità dei DPI sin dalla notizia della trasmissione da uomo a uomo del nuovo virus, cioè dal dicembre 2019), le sue indicazioni non sono state seguite (a partire proprio dai DPI e la loro distribuzione al personale sanitario). Nelle prime cruciali settimane di diffusione del virus nel paese si è dispiegata una linea contraddittoria di limitazioni parziali e riaperture, con una surreale retorica della ripartenza nella prima settimana di marzo ("Bergamo is running"). Nonostante l’esplicita indicazione dell’Istituto Superiore di Sanità, si è evitato di chiudere alcune aree (vedi la Val Seriana), per compiacere le pressanti richieste confindustriali. Le comunicazioni al paese sono ripetutamente avvenute in modo cialtronesco, con anticipazioni o videomessaggi prima che i provvedimenti fossero definiti (non solo ai primi di marzo, ma ancora con il DPCM del 26 aprile che traccia i primi passi del processo di riapertura): il contrario cioè di quella comunicazione semplice, inequivocabile e precisa, indicata nella letteratura scientifica come indispensabile nel caso di rischi ambientali che coinvolgono la popolazione.

Proprio questa gestione confusa, contraddittoria e anche criminale ha attivato una grande richiesta di iniziativa. Le organizzazioni sindacali sono diventate un punto di riferimento. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, le RSU, le RSA: quel tessuto diffuso di attivisti e delegati che caratterizza la dimensione di massa del sindacalismo italiano. Una reazione sospinta dalle scelte di moltissimi datori di lavoro, larga parte delle imprese private come molte amministrazioni pubbliche (le cui direzioni sono oramai impregnate da logiche aziendalistiche). A lungo si è infatti preteso di tener aperto la produzione o le sedi, come se nulla fosse o con minime precauzioni, talvolta anche contro ogni logica. Ai sindacati, ai delegati ed alle delegate, ci si è quindi rivolti in tutti i posti di lavoro ed in tutti i territori. Non solo nelle realtà sindacalizzate, ma anche dove sinora il sindacato era distante, talvolta estraneo e talvolta tenuto a distanza (nelle realtà che io pratico, dalla docenza universitaria alle scuole private, dai tanti lavoratori e lavoratrici degli appalti alle tante forme precarie della didattica e della ricerca). Una domanda urgente e molteplice: si voleva capire cosa stesse succedendo, quale fosse il rischio reale, come proteggere la salute individualmente e collettivamente, come interpretare la messe di decreti contraddittori, come reagire alle scelte delle direzione aziendali (pubbliche e private), come andare in lavoro agile, come configurare il proprio lavoro agile, come limitare richieste e obblighi nel lavoro agile, come stare a casa se non si può andare in lavoro agile, come stare al lavoro se la propria attività è indifferibile, come difendere nell’emergenza i propri diritti e le proprie garanzie contrattuali (stipendi, ferie, indennità, congedi, buoni pasto, ecc), come difendere salario o occupazione, come accedere agli ammortizzatori sociali o alle indennità straordinarie previste per la quarantena.

In questo quadro, in molte realtà il sindacato c’è stato. In particolare, ovviamente, dove era più strutturato, con un tessuto di rappresentanza sindacale, delegati/e e RSU in grado non solo di dare risposte, ma anche di organizzare collettivamente un’azione sindacale. Un’azione non solo diretta alla tutela degli interessati, ma spesso capace di farsi interprete di una difesa generale del lavoro, capace di farsi carico delle diverse condizioni provando a ricomporre fratture e divisioni che proprio l’emergenza sanitaria, e poi la crisi conseguente, rischiavano di esacerbare. Ad esempio, i primi ad esser stati travolti dalla sospensione delle attività sono stati i lavoratori e le lavoratrici nell'istruzione. Nelle prime settimane, nei settori pubblici si è aperta una vera e propria divaricazione tra le sue due principali componenti, sospinta dalla gestione ministeriale e da quella di tanti dirigenti scolastici: da una parte i docenti, messi in lavoro a distanza e con stipendio garantito (8/900 mila nella scuola, anche precari; 50 mila nell’università); dall’altra tecnici e amministrativi, spesso tenuti a presentarsi nelle sedi (anche inutilmente), soggetti in alcuni casi a riduzioni di stipendio o anche al rischio di perdere il lavoro (nella scuola il personale ATA, di ruolo, e quello legato ad appalti e servizi, come gli educatori, spesso totalmente instabile, in tutto 150/200 mila; nell’università circa 50 mila dipendenti diretti, a cui si aggiungono appalti e servizi, oltre che il vario precariato di docenza e ricerca, probabilmente oltre 30 mila). Questa faglia è da sempre una caratteristica del settore: oggi rischiava di evolvere in una contrapposizione diretta tra le diverse componenti del lavoro. Così in larga parte non è stato, per una diffusa reazione di RSU e sindacati in scuole e atenei: si sono fatti carico di ricomporre il lavoro, hanno chiesto e sviluppato interventi di protezione per tutti/e, hanno imposto soluzioni contrattuali e normative per presidiare solo i servizi indifferibili (invocando e ottenendo, anche nelle circolari ministeriali, prima l’articolo 1256 del codice civile, poi l’articolo 87 comma 3 del DL 18/2020; curando la loro applicazione nei quasi 70 atenei, nelle ottomila scuole, nelle centinaia di realtà formative pubbliche). Un’azione più difficile e solo molto parziale, purtroppo, si è sviluppata verso i settori più marginali: gli appalti e le mutevoli forme del precariato instabile (educatori, bibliotecari, portinerie, borsisti e giovani ricercatori con le configurazioni più svariate). Anche se in più di una realtà si è segnalata un’inedita azione del sindacato anche nei loro confronti (da Firenze a Padova).

La risposta più significativa ed importante, inaspettata e capace di assumere un valore generale, è stata quella di alcune fabbriche, della logistica e in parte della grande distribuzione: la risposta dello sciopero.
La prima rondine è stata la FCA di Pomigliano.  Il pomeriggio del 10 marzo alcune decine di operai hanno incrociato le braccia in una linea di montaggio Panda, per protestare contro la mancanza di misure di sicurezza e la carenza di mascherine. Lo sciopero è stato spontaneo, tanto che solo successivamente la FIOM ha coperto l’iniziativa, mentre questa si diffondeva lungo la linea. FCA, colta in contropiede ma che ben conosce la capacità di incendiarsi della sua classe operaia nei grandi stabilimenti del sud (la lezione di Melfi), ha reagito velocemente, per interrompere ogni ulteriore protagonismo: ha chiuso subito (prima per sanificazione e poi a lungo in cassa integrazione) gli stabilimenti di Pomigliano, Melfi e Cassino (e poi la maggior parte degli stabilimenti europei). Le prime riaperture stanno avvenendo soltanto oggi.
La diffusione degli scioperi. Quella rondine non è passata inosservata. È stata ripresa dai media ed è passata di social in social nei posti di lavoro. Ha dimostrato come si può scioperare anche in emergenza e anche che lo sciopero ottiene dei risultati. Su quell’esempio, quindi, in particolare dal 12 marzo sono stati innescati una serie di scioperi, più consapevoli perché lanciati da RSU in fabbriche con una certa organizzazione di classe. Ed è così che la notizia ha sfondato sui media, con l’apertura di diversi quotidiani on line (rabbia nelle fabbriche aperte: non siamo carne da macello), e diventando da una parte un fattore politico generale, dall’altro un fattore di ulteriore estensione e generalizzazione degli scioperi. Questo impulso è partito soprattutto da due realtà: il Piemonte e Brescia. Due aree non casuali: nella storia recente (anni ‘90 e primi duemila) qui si è spesso segnato il primo livello di attivazione operaia (in difesa dell’art 18 come delle pensioni). In realtà, a ben guardare, a partire non è stato tanto quel tradizionale tessuto storico (l’immediata cintura torinese, l’Iveco e le acciaierie bresciane), quanto una pattuglia di piccoli e medi stabilimenti: la Mtm e la Dierre di Asti, l’Ykk Vercelli, la Trivium di Cuneo, la Pasotti di Brescia e altre 3/4 fabbriche. Gli scioperi si sono rapidamente diffusi anche a grandi stabilimenti: in primis l’AST di Terni (lo stesso 12 marzo) e poi nei giorni successivi Ferrari, Electrolux di Susegana e Forlì, Piaggio di Pontendera, Whirlpool di Cassinetta (Varese), Fincantieri di Venezia, Muggiano, Ancona e Palermo. In rete e sui social si trova notizia di una loro diffusione in diverse realtà: Ilva di Novi Ligure, Valeo di Mondovì, Sct-Hme di Serravalle Scrivia, Site di Borzoli, Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, Bitron di Cormano, Corneliani di Mantova, Somec di Treviso, Toyota e Bonfiglioli a Bologna, Marcegaglia di Ravenna, GKN di Firenze, Hitachi Rail di Pistoia, Cnhi Vallesina (Jesi). Scioperi che non si sono limitati al nord, ma hanno anche coinvolto il centro sud: Passo Corese (Rieti), Hydro alluminio (Atessa), LFoundry (Avezzano), Leonardo (Grottaglie), Avio Areo (Pomigliano d’Arco), Sider (Potenza). Scioperi che non si sono limitati alle fabbriche. Sono stati coinvolti anche supermercati (come Unes Torino, Orvea di Trento, Lidl della Puglia) come l’articolato mondo della logistica, con un diretto protagonismo dei sindacati di base che hanno segnato il ciclo di lotte dell’ultimo decennio (SiCobas, ADL e USB, che hanno persino collaborato in alcune occasioni): in primo luogo i grandi stabilimenti Amazon (Piacenza e Torrazza Piemonte), ma anche BRT, TNT, UPS, DHL, XPO; in particolare la SDA (blocco delle sedi Brescia, Bergamo, Bologna, Genova, Milano 4, Modena, Torino 1 e 2, Varese) e GLS (Bergamo, Albino, Cividino, Ivrea 4, Milano M1 e M104, Rho M4, Genova G1 e G103, Monza M6, Ardeatina R3). Una collaborazione tra sindacati di base che non si è limitata alla logistica, ma che a Bologna ed in Emilia Romagna si è estesa a tutto il mondo degli appalti pubblici, sino a sviluppare un vero e proprio percorso unitario di diversi sindacati di base. Mobilitazioni e prese di posizione che non si sono limitate a fabbriche e imprese, ma che in alcune realtà hanno coinvolto anche categorie e strutture (Filctem Brescia, SLC Bergamo, Area postale SLC Liguria; Filcams, Fisascat e Uiltucs Liguria, Toscana, Marche e Abruzzo nella grande distribuzione per le domeniche).

Questa reazione è stata straordinariamente importante. Sia per la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia per il suo significato politico. Ma non nascondiamone i limiti. Per quanto questo sommario elenco mostri l’estensione delle lotte, ne indica anche i confini. Ad esser protagonisti sono stati pochi settori classe, spesso i più organizzati (fabbriche e logistica in particolare). In molte realtà sono stati scioperi di tutti/e (per ottenere chiusura dell’azienda e/o contrattare le coperture stipendiali), in altre utilizzati solo come copertura individuale per assenze precauzionali (in aggiunte a permessi e congedi straordinari). In molte realtà sono stati massicci, in altre limitati. In molte realtà hanno retto a lungo, in altre realtà si sono sfrangiati. In alcune realtà si è vinto (ottenendo la chiusura dell’azienda e talvolta coperture stipendiali complete), in altre si è perso (non reggendo uno sciopero prolungato e quindi dovendo trattare un ritorno alla produzione), in altre ancora è stata l’azienda stessa a chiudere (anche per riduzione delle forniture o delle commesse).

In tutte queste realtà, gli scioperi hanno avuto due valenze: da una parte una reazione sindacale di autoprotezione, dall’altra la rivendicazione politica di un provvedimento per tutti. Due aspetti che nelle lotte si sono accavallati, reciprocamente influenzandosi. Passando i giorni, però, il rischio di frammentazione tra diverse condizioni e realtà è cresciuto, con diverse realtà che inevitabilmente si sono sfilate da questa dinamica, talvolta perché non si è retto il prolungarsi dello sciopero, ma talvolta anche perché si è vinto e quindi si è ottenuto la sospensione della produzione. Per questo era importante lo sviluppo di una direzione, capace di generalizzare e tener insieme la mobilitazione, politicizzandola contro il governo.

Sarebbe cioè servito generalizzare gli scioperi ed arrivare ad uno sciopero generale, in grado di rivendicare ed ottenere provvedimenti generali, sia relativamente alla sicurezza sia relativamente alla protezione del salario. Cambiando così i rapporti di forza fra le classi e aprendo così, inevitabilmente, una diversa dinamica sociale e politica in tutta la gestione dell’emergenza (e oltre). Questa direzione però è sostanzialmente mancata. A condurre l’iniziativa è stato un tessuto disperso di delegati/e, senza esperienze recenti di autorganizzazione (come furono in parte i coordinamenti negli anni Novanta), senza capacità di darsi un ruolo generale, in una stagione segnata dalla marginalità, dalla divisione come dalla debolezza politica di tutto il sindacalismo conflittuale.

In questo quadro, la risposta della CGIL è stata imbarazzante. Proprio nei giorni in cui gli scioperi si diffondevano, proprio quando la rabbia stava diventando un nuovo ed importante fattore sociale e politico, le centrali sindacali si sono attivate. CGIL CISL e UIL hanno subito firmato con governo e associazioni padronali il protocollo del 14 marzo (il giorno dopo i titoli dei giornali sugli scioperi nelle fabbriche del nord). Un protocollo vuoto, senza nessun particolare impegno da parte del governo (se non un generico riferimento al fatto che il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo), una serie di obblighi e doveri del lavoratore, una serie di facoltà e valutazioni in capo alle aziende (ottima l'analisi di Dario Salvetti, CC FIOM e RSU GKN). Un protocollo utile soprattutto ad instradare questa dinamica nell’alveo della gestione governativa dell’emergenza, spegnendo ogni estensione ed ogni generalizzazione delle lotte. Come ha dichiarato lo stesso Landini, l’azione della CGIL (il protocollo come la richiesta al governo di un rapido decreto di chiusura) è stata improntata ad evitare che la paura di lavoratori e lavoratrici diventi rabbia. Quando il decreto è arrivato, dopo giorni di attesa ed un continuo suk di sottogoverno (uscendo oltre 24 ore dopo il suo annuncio, con trattative sino all’ultimo minuto), era chiara l’impronta di Confindustria (dalla lunga lista di codici Ateco alle larghe maglie dei permessi in Prefettura). Nonostante questo, la CGIL ha scaricato su delegati e strutture territoriali la scelta sulla continuazione di scioperi e mobilitazioni (rinunciando al ruolo generale che è proprio di ogni sindacato generale): a scioperare in quei giorni cruciali dopo il DPCM, sostanzialmente, è stato il comparto aerospaziale (Leonardo, Ge Avio, Fata Logistic System, Lgs, Vitrociset, MBDA, DEMA, CAM e DAR). Quindi ha sospinto le proprie strutture lombarde ed emiliane ha diradare lo sciopero a qualche giorno di distanza (il 25 marzo), per provare una trattativa in extremis e quindi strappare la chiusura di qualche codice Ateco in più (senza scalfire l’impianto di quel decreto). Così ha contribuito a spegnere ogni mobilitazione, togliendo spazio alla rabbia e lasciando campo libero alla paura.

Queste scelte della segreteria della CGIL non sono casuali. Sono la conseguenza diretta di una strategia che si è sempre più consolidata nell’ultimo decennio. Come scrivevamo nell’introduzione del nostro documento congressuale, "l'ultimo congresso della Cgil ha confermato la linea del precedente: gestire la crisi cercando il compromesso con imprese e governo". Come con la svolta dell’EUR nel 1978 o la stagione della concertazione inaugurata con gli accordi del ’92/93, la segreteria CGIL si è fatta guidare dalla volontà di esser un sindacato generale che si assume le responsabilità del paese (e quindi si assume in prima persona la responsabilità di rispondere alle esigenze del suo sistema produttivo), più che un sindacato di classe che si assume in primo luogo la difesa degli interessi generali del lavoro. Come scrivevamo nel nostro documento congressuale, "questa strategia è [..] fallimentare, perché si [scontra] con la realtà. [..] Davanti a questa crisi, la strategia della Cgil non [può] che arenarsi nel vuoto. In questi processi epocali, serve un punto di vista autonomo. Serve cioè rompere con la logica delle compatibilità, per cui diritti, salario e sicurezza vengono sempre dopo gli interessi dell’impresa, il profitto e il debito pubblico".

Questa strategia è stata interpretata da Maurizio Landini con protervia e moderazione. Landini, quando più di un anno fa è stato eletto segretario generale della CGIL, ha acceso le speranze di molti, nel sindacato e non solo. Ricordando le sue tradizioni sabattiniane, il ruolo della FIOM nel difendere partecipazione e conflittualità (dal convegno di Maratea nel 1996 e Melfi nel 2004, da Genova 2001 alla stagione degli accordi separati e dei precontratti) si sperava in un nuovo protagonismo della CGIL: un sindacato di strada e di movimento, capace di protagonismo politico e di riconquistare spazi di contrattazione. La sua elezione e la sua segreteria hanno fin qui avuto un altro segno. In particolare, con la scorsa crisi politica estiva, Landini e la CGIL hanno assunto, sin da subito e con un ruolo cruciale, una linea di sostegno alla nascita del Conte bis e la sua maggioranza 5 Stelle-PD-IV-LeU. Da allora, la CGIL non solo ha perseguito una linea di accordo con il padronato, ma si è anche mostrata sempre attenta a non intralciare un governo che contro le destre ha voluto sostenere sin dalla sua nascita. L’emergenza non ha per nulla cambiato questo atteggiamento e questa prassi da parte della segreteria CGIL, che anzi è sempre stata particolarmente attenta al rapporto con il Conte bis.

In questo quadro, Landini e la segreteria CGIL sono stati responsabili. In italiano, l’aggettivo responsabile ha però due accezioni. Da una parte indica come ci si sia comportati responsabilmente (si è assunto consapevolmente un impegno, in modo prudente, equilibrato e giudizioso), dall’altro come si sia responsabili delle scelte effettuate (si sia chiamati a rispondere delle proprie azioni e dei proprî comportamenti). Landini e la CGIL, in un momento cruciale, sono state quindi responsabili, avendo guardato in un momento di emergenza agli interessi generali del paese, ma sono stati anche responsabili, avendo scelto di non contribuire a trasformare la paura dei lavoratori e delle lavoratrici in rabbia. Una grande responsabilità. La paura, infatti, è un sentimento dominante (una volta innescato è difficile da controllare, perché è strettamente connesso ai nostri istinti di sopravvivenza, in grado di esplicitare risposte automatiche e spesso irrazionali) e nel contempo è un sentimento passivizzante, perché paralizza il pensiero e l’azione, producendo ansia e panico. La paura, cioè, isola. La rabbia invece è un sentimento attivo, che attiva psicofisiologicamente le persone per reagire ad una minaccia: è cioè quel sentimento che si innesca quando ci sentiamo defraudati o non accettiamo un'ingiustizia, che ci aiuta a reagire, che ci predispone all’attacco, che ci permette di uscire dai guai.

La paura e la rabbia sono stati i sentimenti dominanti dell’ultimo decennio. La Grande Crisi innescata nel 2008/'09, la disoccupazione e l’aumento dello sfruttamento, la radicale messa in discussione di aspettative e speranze, la precipitazione delle tensioni internazionali e le migrazioni, le guerre ai confini e le nuove improvvise mobilità sociali: tutto questo ha sviluppato paura nelle classi subalterne, rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. Quella paura e quella rabbia che Renzi non ha mai capito e interpretato, contro cui si è infranta la sua politica bonapartista. Quella paura e quella rabbia che hanno invece alimentato, in Italia e nel mondo, processi di nazionalizzazione delle masse e di sviluppo di movimenti reazionari. La paura nelle classi subalterne, la rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. In maniera inaspettata, la confusione governativa e l’arroganza padronale hanno invece improvvisamente destato una reazione rabbiosa nel lavoro, in alcuni settori organizzati del lavoro, che sono riusciti ad interpretare un sentimento ed una risposta collettiva: non siamo carne da macello, questa emergenza sanitaria non può esser pagata sempre dagli stessi. Una reazione importante, soprattutto a fronte di un’incipiente recessione che nel perpetuarsi delle attuali politiche di gestione capitalistica della crisi rischia di esser nuovamente pagata, e pesantemente, dal lavoro e dalle classi subalterne. La CGIL ha però contribuito a spegnere questa rabbia, preservando così la paura.

Oggi allora tutto è più difficile. Il governo sta gestendo la riapertura esattamente come la chiusura: con la stessa confusione, inettitudine e subordinazione al padronato. Le centrali sindacali, a partire dalla CGIL, stanno seguendo a ruota, a partire dalla sottoscrizione del nuovo protocollo del 24 aprile, identico nell’impianto e in larga parte nella lettera a quello del 14 marzo. La paura, nel frattempo, ha scavato. Non solo la paura per la salute, ma anche quella della crisi. Oggi pesano i due mesi di cassaintegrazione, le prospettive di pesante recessione [un crollo previsto del PIL italiano del 8-9% (nel 2009 fu -5,5%), di quello mondiale oltre il 3% (nel 2009 fu -0,1%)], l’angoscia per futuri licenziamenti, l’orizzonte di una possibile miseria. Pesa la frammentazione delle condizioni e delle situazioni, tra settori differenti, contratti diversi, prospettive divergenti. Soprattutto, pesa un sindacato generale che ha evitato di mobilitare l’insieme del lavoro, limitandosi anche questa volta ad affrontare l’emergenza e la crisi realtà per realtà, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento. Non tutto, certo, si è spento, anche se qua e là emergono anche scioperi falliti e sono evidenti le difficoltà a riprendere le mobilitazioni. Ancora la scorsa settimana, alla prima riapertura, è scesa in sciopero la Fincantieri di Riva, come altre realtà. Mentre diversi percorsi sono rilanciati oggi anche dai sindacati di base, talvolta anche unitariamente (vedi il comunicato sulla ripresa dei trasporti CAT, CUB, Cobas e SGB, l’appello in Emilia Romagna di SiCobas, SGB e ADL,  le due giornate di mobilitazione e sciopero lanciate dall'ADL, dal Sicobas e dall’assemblea da loro promossa).

Serve però un salto di qualità. Servirebbe una svolta in CGIL, il cambio di questo gruppo dirigente responsabile, l’assunzione di una diversa strategia e responsabilità, in primo luogo nei confronti della classe. Serve la capacità di estendere e generalizzare le lotte, innescando nuovamente una dinamica di sciopero generale a arrivando a proclamarlo; per contrastare governo e padronato, per una diversa gestione dell’emergenza e della crisi; per sviluppare con l’emergenza un nuovo controllo del lavoro da parte di delegati/e e RLS, cioè un nuovo modello sindacale di lotta per la salute (come tracciamo due anni fa a Viareggio); per cambiare cioè i rapporti fra le classi.
Luca Scacchi

Il Primo maggio e la grande crisi: diretta streaming

Venerdì 1° maggio, ore 17:30, assemblea in diretta streaming sulla pagina Facebook del PCL

Questo 1° maggio ha come sfondo uno scenario internazionale inedito, che intreccia la pandemia con una nuova grande recessione. Una recessione che trascina con sé una nuova offensiva capitalistica contro le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
In Italia la crisi conosce una particolare intensità, sia per la particolare intensità del contagio, sia per le condizioni preesistenti di una crisi capitalistica irrisolta dopo la grande depressione del 2008/2012.

Dopo aver affrontato domenica 19 aprile, con una nostra iniziativa nazionale, il tema dell'emergenza sanitaria e delle responsabilità criminali del capitalismo nel suo innesco, nella sua propagazione, nei suoi tassi di mortalità, affrontiamo ora il risvolto sociale e politico della nuova grande crisi in Italia, e dunque i temi e i terreni di una risposta di classe e di massa del movimento operaio. Contro ogni forma di “unità nazionale”, politica e sindacale.


VENERDÌ 1° MAGGIO - ORE 17.30
Diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori


Introduce Federico Bacchiocchi, segreteria nazionale PCL

con:

Lorenzo Mortara, operaio YKK
Elena Felicetti, coord. precari della scuola
Cristian Briozzo, ex lavoratore Poste
Donatella Ascoli, commissione donne PCL
Luigi Sorge, operaio FCA

Conclusioni di Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL



Non mancare!
Partito Comunista dei Lavoratori

La polveriera sotto il sedere dei padroni

Le inquietudini della borghesia italiana

La borghesia è inquieta, e non si può darle torto.
Si avvicina una nuova grande recessione mondiale con una valanga di nuovi disoccupati e uno sconvolgimento profondo dei rapporti di lavoro e delle forme di vita sociale. Si allestiscono piani straordinari di sostegno pubblico al profitto privato attraverso la leva di un nuovo indebitamento degli Stati con le proprie banche e coi fondi creditizi internazionali. Chi sarà chiamato a pagare il conto del tutto? La classe dei salariati, naturalmente. Sarà disposta a pagarlo come dopo il 2008? Questa è la domanda che turba il sonno dei capitalisti.

Questa domanda si affaccia in particolare in Italia, esposta più di ogni altro paese europeo all'incrocio di crisi sanitaria, crisi sociale, crisi debitoria. Gli scioperi operai di marzo hanno suonato come campanello d'allarme. Confindustria rivendica la riapertura della produzione e ovunque può la forza attraverso la pressione sulle prefetture. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale e cerca lo scudo protettivo della burocrazia sindacale. Se persino FCA ha cercato la FIOM dopo una lunga stagione di rottura, vuol dire che siamo davvero in tempi straordinari.

Il governo gode di buoni sondaggi. Il Presidente del Consiglio gigioneggia in TV e ostenta alti livelli di gradimento. Ma la sua base d'appoggio è sottile, e il sentimento che la sostiene è effimero. La stessa massa che oggi si affida al “salvatore” sotto la pressione dell'emergenza impreca in realtà dentro di sé e può voltargli rapidamente la schiena. A modo loro, persino gli ambienti del Viminale temono una scollatura sociale e denunciano, per non sbagliare, imprecisati “gruppi estremisti”, amalgamandoli alla malavita. È la visione questurina della realtà e al tempo stesso la misura di un'allerta. Ma la migliore documentazione delle preoccupazioni borghesi la offre l'intervista di ieri al Corriere della Sera della vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli.

Il giornalista chiede: «Il sistema Italia, imprenditori compresi, deve rimproverarsi qualcosa per quanto accaduto nella gestione dell’emergenza?». Con oltre ventimila morti e il rifiuto confindustriale della zona rossa nel bergamasco, la domanda è in qualche modo obbligata. «Non credo siano stati fatti particolari errori» risponde sfacciatamente l'industriale, ma ora il governo deve... «scongiurare uno scollamento nella tenuta del patto sociale». Perché, chiede il giornalista, «nelle imprese ci sono sentori di un malessere sociale montante?». «Non per il momento», risponde Mattioli, «per fortuna prevale l'idea che la barca è una sola». Per fortuna e per il momento. L'interlocutore a questo punto va al sodo: «L'Italia sconta un debito pubblico più elevato degli altri paesi... usciremo dalla crisi ancor più indebitati e con più interessi da pagare, che sottrarranno risorse a scuola, sanità e tutte le misure per rilanciare il paese». «Credo nella linea indicata da Draghi. Il problema principale è garantire liquidità al sistema» risponde inflessibile la vicepresidente.

Ecco, nello spaccato di questa intervista sta la psicologia della borghesia italiana. Un misto di arroganza e di paura. Una ostentazione di impunità e al tempo stesso il timore che questa impunità possa essere un domani violata. La sensazione, insomma, di essere seduta su una polveriera. Certo, «per fortuna prevale l'idea che la barca è una sola». Ma se “prevale” vuol dire che è già contrastata. E la “fortuna”, come il Machiavelli insegna, può cambiare in fretta il proprio segno.
I padroni di casa nostra temono sgradite sorprese.
Partito Comunista dei Lavoratori

Chi lavora per un governo Draghi

Il grande capitale manovra per il dopo coronavirus

25 Marzo 2020
Nel momento stesso in cui chiedono agli operai di lavorare senza condizioni di sicurezza, i circoli dominanti iniziano a interrogarsi sulla prospettiva politica. Il Corriere della Sera, controllato da Banca Intesa, è all'avanguardia: «Da destra a sinistra tutti evocano Draghi per guidare l'Italia finita l'emergenza» (25 marzo). E fa filtrare in virgolettato le ipotesi che circolano al ministero dell'Economia: «un crollo del Pil per il 2020 tra il 5 e il 7% [sono ipotesi] da ritenersi ottimistiche: "Bisognerà prepararsi a una manovra choc, che non si potrà fare senza un patto nazionale"».
Il richiamo della Presidenza della Repubblica all'unità nazionale del dopoguerra non è casuale. De Gasperi e Togliatti si unirono al governo per ricostruire il capitalismo italiano uscito malconcio dalla guerra. Agli operai si imposero sacrifici enormi mentre ai padroni che avevano sostenuto il fascismo si restituirono fabbriche e profitti. Fu il tradimento della Resistenza.

Oggi, di fronte alla recessione annunciata e ai suoi effetti catastrofici, si recupera lo stesso canovaccio dell'unità nazionale. Contesti diversi, protagonisti diversi, ma la stessa filosofia di fondo.
I capitoli della manovra choc non sono difficili da indovinare: una pioggia di miliardi alle imprese per la “ricostruzione”, un'altra più estesa copertura finanziaria alle banche per consentire loro di far credito alle imprese e acquistare i titoli del debito pubblico, pagamento del debito pubblico alle banche coi relativi interessi in un quadro di difficoltà sul mercato finanziario. Ai lavoratori e alle lavoratrici si presenterà il conto della spesa nel nome della solidarietà patria.

Il Corriere dà informazioni utili sul retroscena di questo lavorio e sui diversi attori coinvolti: una parte del gruppo dirigente del PD che giudica insufficiente per la prospettiva un semplice tavolo di collaborazione tra governo Conte e opposizioni; e il regista politico della Lega, Giorgetti, che rilascia una dichiarazione significativa: «[...] il debito italiano salirà fino al 140-160% di rapporto con il Pil. E dovremo trattare con i mercati e con l'Europa per non affondare. Con tutto il rispetto, mi chiedo: è possibile che questo governo possa affrontare la più grave crisi del dopoguerra?».

La risposta è nel nome di Mario Draghi, il nome già suggerito e avallato in tempi recenti sia da Salvini che da Renzi. L'uomo che avendo coperto e sospinto alla guida della BCE il lungo ciclo di austerità negli anni della grande crisi è perciò stesso la massima garanzia agli occhi degli industriali e dei banchieri. Ecco il candidato naturale a salvatore della Nazione, colui che potrebbe gestire un secondo ciclo di austerità contro i lavoratori e le lavoratrici. Non il “commissario di Bruxelles”, come recita un certo spartito sovranista, ma l'uomo del grande capitale tricolore di cui rappresentare al meglio gli interessi anche in sede europea. Quello stesso capitale tricolore, per capirsi, che con Banca Intesa e Unicredit ha ieri annunciato che distribuirà agli azionisti lauti dividendi, mentre i pazienti muoiono per la mancanza dei letti d'ospedale.

Questa prospettiva politica non è certa, e dovrà affrontare contraddizioni e resistenze da parte di diversi ambienti, da Conte a Meloni, che avrebbero tutto da perdere in fatto di ruolo all'interno di quello scenario. Ma questo è il canovaccio di lavoro che si è iniziato ad imbastire dietro le quinte. Gli stessi capitalisti che hanno massacrato per trent'anni le condizioni del lavoro e la sanità pubblica si candidano a gestire il dopo coronavirus.
La nostra opposizione a ogni unità nazionale tra sindacati e Confindustria nel nome dell'emergenza è anche l'opposizione a questa prospettiva politica.
Partito Comunista dei Lavoratori

Decreto Cura Italia: la montagna partorisce un topolino

La manovra economica del governo Conte di fronte al dramma sanitario e sociale in atto

18 Marzo 2020
Il governo dà i numeri. La manovra aggiuntiva sul coronavirus ha ballato ogni giorno in queste settimane. Prima 3,5 miliardi, poi 7,5, poi 12, poi 25 miliardi ma spendendone subito solo 12, infine 25 miliardi da spendere tutti che attiverebbero per l'effetto leva addirittura 350 miliardi... Una «manovra poderosa», esclama compiaciuto il Presidente del Consiglio gonfiando il petto. E indubbiamente lo sforzo c'è stato, sotto la frusta della crisi. Ma tanto più perché lo sforzo c'è stato, emerge paradossalmente la sproporzione enorme tra l'entità obiettiva del disastro e le capacità strutturali di una manovra di bilancio dentro il quadro capitalista. E questo sia in rapporto alla crisi sanitaria, sia in rapporto alla crisi sociale.


PANNICELLI CALDI PER LA CRISI SANITARIA
La crisi sanitaria non si annuncia breve. Sia per la dinamica di propagazione del contagio sia per la difficoltà di tenuta di un servizio sanitario disossato negli anni dalle politiche di austerità. Difficoltà che il contagio sta spingendo verso un'autentica precipitazione.

Solo per attrezzare adeguatamente in mezzi e numeri le terapie intensive occorrerebbero – secondo le stime non sospettabili del Sole 24 Ore – 12 miliardi di nuovi investimenti. Poi c'è il problema più generale dei posti letto, degli spazi adeguati per il numero crescente di ricoveri, della necessità di non abbandonare la cura delle altre patologie, della riorganizzazione dei pronto soccorso, della rimessa in piedi dei presidi ospedalieri soppressi, dunque dell'ampliamento enorme di organici necessari nel personale medico e paramedico, e di tutta la strumentazione necessaria; oltre alla riconduzione sotto controllo pubblico dell'intero sistema sanitario, nazionalizzando la sanità privata.

Mettiamola così: dopo 37 miliardi di tagli diretti o indiretti alla sanità pubblica, il solo riassetto del servizio sanitario in condizioni normali richiederebbe un investimento complessivo che almeno raddoppi l'attuale spesa sanitaria in Italia, che in termini di incidenza percentuale sul PIL è la più bassa tra i principali paesi dell'UE. A maggior ragione questo raddoppio sarebbe necessario a fronte della situazione straordinaria che si è determinata e che si profila per il prossimo futuro.

Invece, in piena emergenza sanitaria, la manovra aggiuntiva del governo prima stanzia per la sanità 1 miliardo, poi lo estende a 3,5 miliardi, comprendendovi la protezione civile. Meglio dei soliti tagli, si potrebbe dire, oggi peraltro improponibili. Ma rispetto al disastro sanitario? Solo spiccioli.
Persino i dettagli legati all'emergenza sono emblematici.

Ad esempio. Sembrano disponibili 10000 nuovi medici per via del riconoscimento del carattere abilitante della laurea. Una misura in sé positiva, se solo si combinasse col finanziamento delle specializzazioni. Ma l'organico necessario richiederebbe un incremento di medici cinque volte superiore, per non parlare degli infermieri. Tuttavia siccome nonostante tutto occorre continuare a “risparmiare”, si richiamano in servizio i medici in pensione e si blocca l'accesso alla pensione dei medici che ne hanno diritto, pur sapendo che l'età avanzata accresce l'impatto di un possibile contagio. E che già oggi si contano migliaia di operatori sanitari contagiati anche perché spesso mancano (persino per loro) i dispositivi più elementari di protezione e gli esami tampone. Sostituire lavoratori provati dall'età e oggi da orari di lavoro massacranti non dovrebbe essere una necessità elementare anche in relazione all'emergenza?

Oppure. Si dà alle regioni la possibilità di requisire, se necessario, locali e mezzi della sanità privata. Benissimo. Ma poi si dice che se lo si fa occorre pagare ai privati l'indennizzo al 100% del valore requisito, negoziandolo di volta in volta con gli azionisti delle cliniche e i loro consigli di amministrazione. Ma come, già la sanità privata è lautamente finanziata con risorse pubbliche sottratte al servizio sanitario di tutti, e ora dovremmo pure pagare i privati con altre risorse pubbliche solo per poter usare temporaneamente le loro strutture? E questo nel mezzo della più grave crisi sanitaria della storia italiana! Si dirà che l'indennizzo è previsto dai manuali del diritto e dalla Costituzione. Vero. Ma questo prova per l'appunto la natura borghese dell'ordine istituzionale e sociale vigente, non certo l'interesse generale della società.


LA MANOVRA E LA CRISI SOCIALE

La crisi è poi una crisi economica e sociale. E per alcuni aspetti la crisi sociale avrà probabilmente un corso più lungo del contagio virale.

L'Europa capitalista è destinata alla recessione, l'Italia è già in recessione. E la nuova recessione italiana si sovrappone agli effetti ancora operanti della recessione del 2008 e poi di quella del 2012, una autentica depressione economica che ha ridotto del 25% la base industriale in Italia. La risultante sarà una nuova stagione di miseria sociale. Settori di classe media, legati al commercio, al turismo, alla ristorazione, subiranno un colpo frontale, come già si profila. Un'ampia fascia di piccole partite Iva scivolerà nella disoccupazione senza disporre di protezioni sociali. Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici precari saranno gettati su una strada. La classe operaia dell'industria verrà colpita dal calvario annunciato di chiusure aziendali, tagli produttivi, fusioni e scomposizioni societarie, senza più disporre dello scudo protettivo dell'articolo 18 come nelle crisi precedenti. La cassa integrazione ordinaria e straordinaria, già in salita verticale negli ultimi mesi del 2019, conoscerà una nuova espansione, con i relativi tagli salariali. Ciò che viviamo in queste settimane è solo l'antipasto di ciò che sarà.

Una risposta alla crisi che sia all'altezza della sua radicalità richiederebbe misure altrettanto radicali: blocco dei licenziamenti, nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, ripartizione generale del lavoro con la riduzione generale dell'orario a parità di paga, regolarizzazione dei lavoratori precari, salario pieno ai lavoratori e lavoratrici che debbono assentarsi dal lavoro per accudire i figli, un vero salario garantito ai disoccupati, un grande piano di lavori pubblici in tutti i settori di pubblica utilità, a partire da ambiente, sanità, istruzione.
Tutto ciò richiederebbe l'investimento di risorse enormi, se si pensa che la sola messa in sicurezza di scuole, ospedali e territorio ammonterebbe secondo stime prudenziali a non meno di 400 miliardi. Risorse che si possono finanziare solo con una patrimoniale seria sulle grandi ricchezze, con l'abolizione del debito pubblico, con la drastica riduzione delle spese militari.

Il governo del capitalismo italiano segue ben altre logiche. Non ciò che è necessario, ma ciò che è compatibile con l'interesse del capitale.

“Nessuno perderà il lavoro” dichiara solennemente il Presidente del Consiglio. Ma il blocco dei licenziamenti viene limitato a due soli mesi: non inferisce sulle migliaia di licenziamenti che in queste settimane già sono fioccati nella ristorazione, nel turismo, nei trasporti, nella logistica, nella giungla delle ditte d'appalto e delle cooperative; né su quelli che verranno programmati oggi per essere esecutivi tra sessanta giorni, tanto più nel contesto immutato del Jobs Act.

La cassa integrazione è molto rafforzata, con l'ampia estensione della deroga. Ma viene negata a milioni di colf e badanti che si vedranno private del lavoro, né è accessibile all'esercito di lavoratori in nero (quasi 4 milioni in Italia), di cui i padroni se necessario si libereranno con disinvoltura. E in ogni caso l'amputazione del 20% del salario, a fronte di stipendi già impoveriti, sarà un duro colpo alle condizioni di vita di ampi settori di lavoro dipendente.

Si estende a 15 giorni il congedo indennizzato dal lavoro per chi ha figli sotto i dodici anni. Ma è un tempo assai limitato rispetto alle necessità imposte dall'accudimento dei figli, e finirà col ricadere soprattutto sulle donne. Mentre il salario è ridotto al 50%, con una penalizzazione obiettivamente proibitiva.

“Diamo sostegno ai lavoratori autonomi con ben 2,8 miliardi” dichiara soddisfatto il ministro dell'economia. Ma siccome la cifra va divisa per milioni di lavoratori (piccoli commercianti, artigiani, coltivatori, co.co.co., stagionali del turismo e dell'agricoltura con almeno 50 giorni di lavoro nel 2019), si riduce a 600 euro una tantum: una miseria con cui non campa nessuno. Mentre lo stesso reddito di cittadinanza, già condizionato da una miriade di requisiti, è oggi amputato dal fatto che chi ne usufruisce non può fare acquisti on line, oltre ai suoi limiti temporali, alla nota esclusione dal reddito degli immigrati che non abbiano residenza da almeno dieci anni, alla penalizzazione delle famiglie numerose.


IL SOLO ASPETTO “PODEROSO” È L'AIUTO AI CAPITALISTI
Si può continuare a lungo, ma la conclusione è chiara. La manovra sociale «poderosa» è solo il galleggiamento nel disastro sanitario e sociale, quello sì poderoso davvero. E serve a nascondere l'altra faccia della medaglia dei provvedimenti in corso, quelli ben più generosi a favore del capitale: la garanzia pubblica sui crediti delle banche, che in sé mobilita a favore dei loro azionisti una montagna di risorse pubbliche; il sostegno all'export della filiera del made in Italy per una cifra di 2,6 miliardi messi dallo Stato a garanzia della SACE; il fondo di garanzia pubblica per le piccole e medie imprese (1,2 miliardi) sino a coprire l'80% del finanziamento; la copertura pubblica delle esposizioni della Cassa Depositi e Prestiti fino all'80% della sua esposizione. Cui si aggiunge la promessa di «ristorare la perdita di fatturato dei singoli settori produttivi» come annuncia la sottosegretaria all'economia Laura Castelli (M5S).

Qual è la ratio di queste misure? Il sostegno pubblico ai capitalisti, ed in particolare alle banche.

Le banche italiane hanno subito l'onda d'urto della grande crisi del 2008, con una montagna di crediti inesigibili da ripetute convulsioni e bancarotte (Monte dei Paschi, Banche Venete, Carige, Popolare di Bari...). Si sono rifatte grazie a fusioni, taglio massiccio del personale per 30000 lavoratori, rialzo delle commesse, e soprattutto soccorso pubblico. Ora una nuova recessione minaccia pesantemente il loro assetto, ciò che lo Stato borghese non può permettersi, perché le banche sono le principali acquirenti di titoli di Stato, cioè i suoi creditori, cioè i suoi finanziatori. E lo sono tanto più in un contesto in cui ogni Stato nazionale gareggia col suo vicino nel ridurre il più possibile il prelievo fiscale sulle imprese, al fine di attrarre gli investimenti di capitale.
Salvare le banche, e cioè i loro grandi azionisti, è dunque per lo Stato il vero imperativo categorico. Come lo è per la BCE, che inaugura una nuova stagione di acquisti di obbligazioni societarie e di titoli di Stato iniettando nelle vene delle banche nazionali un'altra pioggia di miliardi. Del resto non è forse vero che la manovra economica è tutta in deficit per generosa concessione della Commissione UE? E cosa significa una manovra in deficit se non un nuovo finanziamento a debito verso le banche da ripagare loro con lauti interessi (per di più in nuova crescita) messi sul conto dei lavoratori?

Dunque non solo la «manovra poderosa» è infinitamente più modesta della crisi per cui è stata invocata, ma persino le sue modeste concessioni sono messe a carico dei “beneficiari”.

La montagna ha partorito il topolino, e per di più il topolino è a carico del lavoro. Altro che “siamo tutti sulla stessa barca”. Semmai siamo tutti sullo stesso mare, al centro di una tempesta perfetta. Tenere una bussola anticapitalista è tanto più oggi l'unica via per uscirne dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.
Partito Comunista dei Lavoratori

O la Borsa o la vita

Il coronavirus e l'instabile economia mondiale

11 Marzo 2020
L'altalena delle borse in tutto il mondo dimostra che il contagio in corso non è solo quello del virus. O più precisamente che il coronavirus non si occupa solo della vita delle persone ma anche della borsa dei capitalisti.

Quella parte del commentario borghese che cerca di minimizzare la crisi sanitaria per paura della recessione usa tra i suoi vari argomenti quello per cui molti tra i malati che muoiono non muoiono per il coronavirus ma a causa di patologie pregresse e per la precarietà generale della salute. Il virus agirebbe come semplice concausa del decesso. Non sappiamo se questo argomento può consolare i defunti, ma non è privo di un fondamento. Ecco, lo stesso vale in un certo senso per l'impatto del coronavirus sull'evoluzione economica mondiale. Con l'unica differenza, non secondaria, che... nessun decesso del capitalismo è possibile per effetto di una crisi economica, per quanto grave essa sia, ma solo per mano di una rivoluzione sociale. Ma questo è un altro discorso.


LE PATOLOGIE PREGRESSE DEL CAPITALE
Le tendenze alla recessione internazionale preesistono al coronavirus, e hanno le loro radici nella crisi apertasi nel 2008.

La grande crisi del capitalismo del 2008-2009 non è stata risolta nel suo fondamento strutturale: una gigantesca sovrapproduzione di merci e capitale che investe tutti i rami principali dell'economia e della produzione, a partire dall'acciaio e dall'automobile.

Nell'ultimo decennio quella crisi è stata tamponata dal combinarsi di due elementi: da un lato la tenuta dello sviluppo cinese favorita dal gigantesco investimento pubblico infrastrutturale promosso dal regime di Pechino dopo il 2008 proprio per sottrarsi alla crisi internazionale; dall'altro lato l'enorme iniezione di liquidità sui mercati finanziari da parte di tutte le banche centrali, e degli stessi bilanci pubblici, in proporzioni sconosciute alla intera storia del capitalismo.

Il punto è che entrambi questi fattori, se hanno contenuto la precipitazione, hanno concorso per altra via ad estendere le basi materiali di una nuova crisi.
Per un verso il grande sviluppo capitalistico della Cina e la sua proiezione imperialista su scala mondiale hanno concorso in molti settori ad accrescere la sovrapproduzione complessiva (si pensi all'acciaio); per altro verso l'iniezione di liquidità nelle vene dell'economia mondiale ha prodotto una bolla finanziaria molto più grande di quella che esplose nel 2007-2008 negli USA attorno ai mutui subprime, coinvolgendo oggi la stessa Cina. L'emissione di titoli finanziari da parte delle imprese come forma di autofinanziamento parallelo al credito bancario, e la pratica di acquisto da parte dei capitalisti di azioni della propria azienda (buy-back) per farle lievitare sul mercato hanno rappresentato un nuovo veicolo di sviluppo del debito privato, mentre gli Stati nazionali impegnati a ridurre le tasse dei capitalisti per contendersi gli investimenti esteri hanno continuato a finanziarsi a debito presso il capitale finanziario. La risultante è che oggi la somma di debito pubblico e privato nel mondo raggiunge la cifra iperbolica di 235.000 miliardi. È la misura del parassitismo del capitale.

La ripresa eccezionalmente prolungata del capitalismo USA – effetto di rimbalzo della grande crisi del 2008, e in qualche modo drogata a partire dal 2016 dalle politiche fiscali di Trump – ha tenuto su, nonostante tutto e in una certa misura, il tono dell'economia mondiale. Ma nell'ultimo biennio ha cominciato a delinearsi un nuovo giro di boa. La guerra dei dazi tra USA e Cina, e tra USA e UE, sospinta dalla saturazione dei mercati, dalle contraddizioni interimperialiste, e dal nuovo corso nazionalista dell'imperialismo USA; il rallentamento netto del tasso di sviluppo cinese; la tendenza al ripiegamento del Giappone; il nuovo rallentamento delle principali economie europee con l'arretramento della produzione industriale di Germania, Italia e Francia, hanno configurato nel loro insieme, e nella loro successione, il possibile innesco di una tendenza mondiale recessiva. Non una certezza, ma neppure un'eventualità remota.


L'IRRUZIONE DEL CORONAVIRUS IN UNA ECONOMIA MALATA
Il coronavirus ha fatto la propria irruzione in questo scenario instabile. Ha colpito una economia cinese infinitamente più interconnessa col mercato globale che nei primi anni 2000; e al tempo stesso ha colpito il capitalismo europeo a partire dall'Italia, già trascinata al ribasso dalla crisi tedesca. Lo stesso crollo del prezzo del petrolio è l'effetto non solo della guerra saudita e russa allo shale oil americano, ma anche dell'arretramento dello sviluppo cinese e del calo della produzione industriale che il virus sospinge.

L'Italia è ormai in recessione, con elementi di autentico crollo per settori portanti della sua struttura economica (manifattura, turismo, ristorazione, trasporti, logistica), e la recessione della seconda potenza industriale d'Europa ricadrà a sua volta su una economia continentale già stagnante. Il virus è già sbarcato in America, in un paese privo di un sistema sanitario pubblico, in cui i malati tenderanno a nascondersi per evitare il licenziamento o il costo insostenibile delle cure, col rischio di una propagazione ancor più drammatica che in Europa. Il rodeo delle elezioni presidenziali USA sarà funestato da questo ospite imprevedibile, che Trump fin che può fingerà di ignorare, col solito fare bullesco, ma che a modo suo si occuperà (anche) di Trump.

Le borse mondiali registrano come un sismografo tutto questo scenario, perché il virus può agire come punta di spillo sulla bolla finanziaria che si è ingrandita nel decennio. Il mercato azionario in giro per il mondo aveva registrato autentici record negli ultimi anni, da Wall Street a Piazza Affari. I tassi di interesse bassi o nulli assieme al fiume di liquidità hanno spinto il capitale finanziario verso l'investimento di borsa. Gli azionisti si sono divertiti a comprare e ricomprare le proprie stesse azioni per aumentarne il valore e ingrassare i dividendi. I manager al loro servizio si sono gettati nella corsa per compiacere gli azionisti e gonfiare i propri sontuosi stipendi. Ma quando si sale troppo in alto ci si fa male quando poi si cade. Il divario tra la festa delle borse e la miseria dell'economia reale si era fatto troppo grande per evitare una nuova crisi. Vedremo i suoi tempi, la sua intensità, e le sue forme. Segnaliamo solo il fatto che i margini di intervento delle banche centrali in funzione anticrisi sono minori di dieci anni fa per via dei tassi d'interesse piatti, e i bilanci pubblici degli Stati capitalisti sono gravati da un debito pubblico cresciuto a dismisura proprio per i costi del salvataggio di banche e imprese durante il decennio trascorso.

Una nuova valanga si abbatterà sulle condizioni dei salariati. Il coronavirus è una minaccia, il capitalismo una certezza. Ed è una patologia infinitamente più grave. Lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per sostenere i capitalisti e le banche riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dal lavoro.

Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo. È il caso di dire: o la Borsa o la vita.
Partito Comunista dei Lavoratori

Coronavirus: psicosi ed epidemia da recessione

Gennaio 2020, la Cina annuncia al mondo l’insorgenza di infezioni da una nuova specie di virus. Si tratta di una malattia respiratoria contagiosa con sintomi simili a quelli dell’influenza ma che più facilmente può sfociare in polmonite, e che presenta una mortalità più elevata soprattutto nella popolazione anziana.
Il regime cinese, memore della precedente epidemia di SARS dei primi anni 2000 e soprattutto dei danni economici subiti allora, ha preso misure draconiane, anche se probabilmente tardive, di contenimento del contagio, che si basano su un ferreo controllo degli spostamenti della popolazione colpita e più in generale su un ferreo controllo sociale, d’altra parte consono ad un regime totalitario. Instaura cioè un enorme regime di quarantena di massa che coinvolge una popolazione di almeno 60 milioni di persone.

L’annuncio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del rischio probabile di una pandemia mondiale richiama l’attenzione di tutti i sistemi di informazione di massa e di tutti i media mondiali, che titolano a caratteri cubitali sull'evenienza di una catastrofe planetaria.
Si scatenano così l’allarme e la psicosi di massa. In questi casi bisogna al contrario fare affidamento su criteri di attenzione e razionalità. La precauzione deve essere massima di fronte ad una minaccia per la salute pubblica di cui non si conoscono del tutto i contorni. Devono essere prese pertanto le misure necessarie a contenere il contagio. Ma ciò giustifica l’allarmismo e la psicosi di massa?
Oggi nel mondo i media e i siti istituzionali raccomandano la calma, ma è una goccia nel mare. Tutta l’industria informativa, dai giornali alle televisioni al web nelle mani di grandi concentrazioni capitalistiche, soffia sul fuoco della paura. Gli effetti sono drammatici: da una parte si moltiplicano comportamenti che non solo non servono a contrastare la malattia ma che addirittura possono favorire il contagio, come gli ammassi di persone presso i supermercati o i pronto soccorso; dall’altra si favoriscono episodi di discriminazione (nella fattispecie anticinese) quando non di vero e proprio razzismo.
Perché i media avrebbero l’interesse a suscitare questi fenomeni? Il motivo è che si tratta nel complesso di un’industria capitalistica che usa le informazioni per veicolare enormi profitti pubblicitari che nulla hanno a che fare con il diritto democratico dei cittadini ad essere correttamente informati. La paura indotta è un potentissimo veicolo di attenzione di massa.
Per sovrapprezzo, le forze politiche reazionarie populiste, nazionaliste e filoimperialiste, ne approfittano per aumentare lo sciovinismo nazionale e imperialista e per aumentare i consensi nei confronti di politiche razziste e securitarie.

L’allarme è giustificato? A questo proposito è necessario scomporre il problema: occorre distinguere l’allarme sanitario per la popolazione mondiale e il rischio di una nuova crisi recessiva dell’economia mondiale.
Per avere misura della prima delle evenienze, l’allarme sanitario, occorre fare debiti confronti statistici con altre malattie epidemiche e altre evenienze che hanno compromesso negli anni scorsi la salute della popolazione mondiale.
Trattandosi – quella da coronavirus – di una malattia di tipo simil-influenzale, il confronto più diretto è proprio con l’epidemia da influenza. In questo caso i centri epidemiologici mondiali stimano che la normale influenza abbia colpito dai 3 ai 5 milioni di persone in tutto il mondo causandone la morte di un numero compreso tra i 300.000 e 600.000. Il raffronto con gli 80.000 casi di contagio registrati fino ad ora di influenza da coronavirus e i circa 3000 deceduti non ha termini di paragone, anche moltiplicando per tre o quattro volte questi numeri con una stima a spanne che si estenda fino alla fine del 2020.
Eppure l’epidemia mondiale da influenza nel 2019 non si è meritata i titoli cubitali dei giornali o particolari attenzioni da parte dell’OMS.

Altre malattie stanno mietendo più vittime del coronavirus. Nel solo 2018 sono morte quasi 800.000 persone da HIV (AIDS), e questo numero non sta sensibilmente diminuendo dal 2014. È malizioso pensare che poiché la grande maggioranza delle persone che si ammalano e muoiono a causa di questa malattia vivono in Africa, in paesi poveri ed economicamente dipendenti, questa tragedia non riesca ad avere la notorietà che meriterebbe? È malizioso pensare che per questi milioni di persone, di contadini e proletari non sia conveniente assicurare una supporto sanitario troppo costoso per i profitti capitalistici e i governi loro subalterni?
In un disgraziatissima nazione del mondo, lo Yemen, dove sta avvenendo una sporca guerra voluta dal regime teocratico e ultracapitalista dell’Arabia Saudita, di cui non parla quasi nessuno, uno dei peggiori flagelli che colpisce la popolazione e soprattutto i bambini e i più giovani è il colera, che solo nella prima metà del 2019 ha fatto registrare 440.000 casi sospetti di cui 203.000 tra i minori di età inferiore ai 15 anni.

Nel frattempo tutto il sistema mediatico negli ultimi mesi ha completamente trascurato una vera catastrofe annunciata da tempo e ormai molto ravvicinata nel tempo: il cambiamento climatico.
L’intera Europa, e forse tutto l’emisfero settentrionale, sta vivendo il febbraio più caldo da quando si rilevano le temperature medie stagionali. L’inverno meteorologico non c’è stato. Nell'immediato è una catastrofe per l’ecosistema e per le coltivazioni. Tutto ciò dopo che l’estate scorsa quasi un intero continente (l’Australia) ed un intero paese (la California) sono andati letteralmente a fuoco per cause dovute anche e soprattutto al cambiamento climatico, che provoca allo stesso tempo eventi estremi, come lunghissime siccità fuori stagione e terribili alluvioni, da una parte all'altra del mondo.

La causa è nota: è l’attività umana altamente inquinante.
A tal proposito sono molto interessanti i dati raccolti nel rapporto redatto da Greenpeace “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili”, dove si stima che ogni anno siano 4 milioni e 500 mila le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas, con un costo approssimato di 2900 miliardi dollari, equivalenti a più del 3% del PIL mondiale. Nella sola Italia queste cifre sono rispettivamente ogni anno 56.000 morti premature e 61 miliardi di dollari. Per inciso, se queste cifre fossero erogate per la prevenzione e le cure sanitarie a livello mondiale, l’epidemia da coronavirus probabilmente sarebbe stata estinta nel giro di pochi giorni. Poiché però in gioco ci sono proprio gli interessi del capitalismo, il suo modo di produzione e l’ordine che esso impone a tutta la società, un esercito di politici, scienziati, intellettuali ed economisti borghesi ci spiega ogni giorno che a questa catastrofe con c’è rimedio e che la dobbiamo sopportare, con buona pace delle innumerevoli vittime proletarie che essa comporta.

In conclusione, anche se il coronavirus può costituire un motivo di comprensibile allarme, non è sicuramente il più importante, tanto da giustificare di per sé tutta questa attenzione mediatica.
Perché allora tanto battage sui media mondiali? Per darne spiegazione bisogna prendere in considerazione l’altro corno del problema: l’annunciata recessione economica mondiale, a partire dalle potenze imperialiste.
Da questo punto di vista, il coronavirus è un capro espiatorio perfetto. Lo scoppio dell’epidemia e il rischio di pandemia mondiale (anche se fuori dalla Cina il numero dei contagi è relativamente molto modesto) spiega i crolli borsistici, che a loro volta spiegano il rallentamento dell’economia mondiale. La borghesia imperialista dietro la bandiera provvidenziale del virus nasconde le proprie responsabilità, e si prepara a far pagare il conto del proprio sfacelo economico al proletariato mondiale, come nel 2008.
In realtà tutti i segnali di una prossima recessione erano già evidenti alla fine del 2019, prima dello scoppio dell’epidemia. La recessione della produzione industriale in Italia, il rallentamento profondo della locomotiva tedesca, il rallentamento della stessa economia cinese, le difficoltà dei commerci mondiali acuite dalla guerra dei dazi tra USA e Cina, erano già in atto prima del coronavirus. È questo che agita i sonni dei grandi capitalisti e degli speculatori di borsa. Ma ora questi signori possono spiegarci che le misure draconiane di controllo sociale e i nuovi sacrifici per le popolazioni povere sono dovuti a una minaccia aliena ed invisibile, e non al loro malgoverno dell’economia e della ricchezza sociale prodotta dalla classe lavoratrice di tutto il mondo.
Inoltre, perché al cinismo borghese non c’è fine, la stessa industria farmaceutica ha lanciato una nuova corsa all'oro: il brevetto del vaccino anticoronavirus che frutterà incassi miliardari al primo che riuscirà a depositarlo.

Il cerchio dunque si chiude: le stesse grandi concentrazioni capitalistiche nelle cui mani è la grande maggioranza della proprietà dei media mondiali spaventano la popolazione mondiale, nascondono le proprie criminali responsabilità e lanciano nuove e micidiali forme di speculazione.
Veniamo al caso italiano, con lo scoppio dell’epidemia in Lombardia e Veneto di questi giorni. Se la situazione non fosse drammatica ci sarebbe da ridere. Fino all'altroieri il governo assicurava che l’Italia, protetta dal un sistema sanitario eccellente, non aveva virus circolante nel proprio territorio, mentre la destra soffiava sul fuoco dei pregiudizi alimentati dalla paura, per chiedere il controllo della popolazione di origine cinese, il sempreverde blocco degli sbarchi dei migranti e addirittura la chiusura di Schengen.
Dopo lo scoppio dell’epidemia, provocata da una trasmissione del virus tutta italiana, sono i lombardi e i veneti in viaggio negli altri paesi europei e addirittura nelle regioni del meridione italiano a subire le discriminazioni che Salvini e Meloni volevano imporre ai cinesi. D’altronde è giusto così: prima gli italiani!

Soprattutto, però, proprio a causa delle difficoltà nel fronteggiare la nuova epidemia, stanno emergendo tutti i problemi della sanità italiana. Carenza nei controlli, esposizione gravissima del personale sanitario al contagio, e le stesse modalità di infezione dei soggetti purtroppo deceduti mostrano le carenze di un sistema sanitario sottoposto ad una trentennale politica di tagli orizzontali in nome dell’austerità e dell’ideologia della sostenibilità economica (sostenibilità di bilancio) della sanità italiana.
Mentre tutti i governi procedevano con massicce defiscalizzazioni dei redditi da impresa, con privatizzazioni a prezzo di costo dei beni pubblici, compresi i servizi sanitari, a favore della rapina capitalista, e con massicci tagli allo stato sociale dovuto allo strangolamento del debito verso le banche usuraie, i capitalisti nostrani e i pirati delle multinazionali si dividevano annualmente dividendi miliardari. In questo contesto era inevitabile che venisse colpita la sicurezza sanitaria della popolazione italiana. Nei soli ultimi dieci anni sono venuti a mancare al Servizio Sanitario Nazionale più di 37 miliardi di euro, il che spiega l’odierna carenza drammatica di medici, di posti letto e perfino dei dispositivi di protezione individuale che sono indispensabili per evitare il contagio di medici, infermieri e operatori sanitari.
Le stesse modalità di infezione dei contagi che hanno colpito le persone purtroppo decedute (in quattro casi su sette si trattava di persone già ricoverate per gravi problemi di salute) testimoniano che si tratta di infezioni intraospedaliere dovute alle carenze igieniche e di sterilità negli ospedali e nei centri di ricovero. Basti dire che in Italia muoiono ogni anno oltre 10.000 persone a causa delle infezioni intraospedaliere. Tantissime altre devono prolungare con sofferenza il proprio ricovero o addirittura restare menomate tutta la vita.

E allora bisogna dire basta! Altro che allarme coronavirus. Il vero flagello per gli italiani e la popolazione povera del mondo, la maggioranza, è il profitto capitalistico. In nome di questo i capitalisti vogliono far pagare la crisi che hanno causato alla popolazione lavoratrice, che produce invece tutta la ricchezza sociale; proprio come la fecero pagare nel 2008.
La classe lavoratrice si deve mobilitare (altro che proibizione degli scioperi fino al 31 marzo!) perché siano cacciati gli imbroglioni del governo così come siano sconfitti gli impostori della destra populista reazionaria, come Salvini, Meloni e Berlusconi, con il loro carico di egoismo nazionalista e razzismo.
Il saldo della crisi questa volta lo devono pagare i padroni e i loro servi al potere, e non le lavoratrici e i lavoratori, gli unici che, assumendo il governo della società, possono risolvere la catastrofe sociale, sanitaria ed ecologica prodotte dal capitalismo.

Rivendichiamo:

- esame clinico e di laboratorio di tutte le persone, le lavoratrici, i lavoratori e il personale medico a rischio di contagio;
- approntamento di nuovi presidi sanitari diffusi capillarmente sul territorio;
- assunzione massiccia di nuovo personale medico, paramedico e amministrativo in campo sanitario;
- investimento straordinario e concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria;
- requisizione di tutte le strutture sanitarie private per la gestione di questa ed altre emergenze di carattere sanitario;
- completa gratuità delle cure (abolizione di ogni ticket);
- piena copertura salariale dei lavoratori costretti a casa per malattia o per altre misure igienico-sanitarie, a totale carico dei datori di lavoro e non dell’erario pubblico;
- abolizioni delle detrazioni salariali per assenza a causa di malattia;
- abolizione delle visite fiscali nel corso delle emergenze epidemiche;
- istituzione di una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze e massiccio aumento fiscale sulle rendite e sulle speculazioni di borsa per finanziare le misure di emergenza sanitaria;
- nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori.
Partito Comunista dei LavoratorI