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Riconquistiamo il diritto alla salute!

Dibattito pubblico, in diretta oggi dalle 18:00 alle 19:30, tra i promotori della campagna di raccolta firme sulla petizione "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

L'emergenza sanitaria derivata dall'epidemia da coronavirus ha messo in luce i molteplici gravi limiti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, fino a decretarne la crisi.
All'insegna della riduzione della spesa pubblica, dell'austerità, giustificando tutto con il debito crescente, il Servizio Sanitario Nazionale è stato progressivamente definanziato, oggetto di tagli lineari, ed i vincoli del patto di stabilità interna e del pareggio di bilancio hanno ridotto le risorse delle Regioni, di 37 miliardi negli ultimi dieci anni, con la progressiva espansione, in tutti i campi, della sanità privata nelle diverse regioni del paese (emblematiche il Lazio e la Lombardia), mirata esclusivamente al profitto, cresciuta con gli accreditamenti e le convenzioni.

È necessario rimettere al centro il Servizio Sanitario Nazionale, garantire le necessarie risorse, ridare senso al dettato costituzionale in materia.
Per questo proponiamo una vera mobilitazione perché curarsi torni ad essere un diritto di tutti, garantito come tale, e che comprenda anche il diritto a vivere in ambienti salubri, la lotta all'inquinamento, la lotta per condizioni di lavoro non dannose, tutto ciò, in definitiva, che porta alla buona salute.
Questo è parte per noi dell'idea di una società alternativa a quella basata sul profitto e sullo sfruttamento, che evidenzia una parte crescente della popolazione sempre più povera, insicura, sola.

La salute non è una merce!
Via il profitto dalla sanità che deve essere pubblica, laica, gratuita e di qualità!

Dibattito pubblico tra i promotori della campagna di raccolta firme sulla petizione "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita" (Per firmare: https://change.org/riconquistiamo-salute)

Il dibattito verrà trasmesso in diretta sulla pagina "Riconquistiamo il diritto alla salute".

Intervengono: Mauro Alboresi, Lisa Canitano, Beniamino Caputo, Eliana Como, Carla Corsetti, Giovanni Ferraro, Erne Guidi, Francesca Anna Perri, Rosa Rinaldi. Modera: Alessio Arena

Promuovono: Democrazia Atea, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Potere al Popolo, Risorgimento Italiano, Sinistra Anticapitalista

Bonaccini, come Fontana, Zaia e Cirio, obbedisce al richiamo del padrone

In questi giorni Confindustria sta facendo pressioni fortissime sul governo per l'avvio al più presto della fase due, ossia della riapertura delle attività produttive. Le autorità scientifiche lo sconsigliano, perché dati i numeri ancora alti del contagio da coronavirus, soprattutto nelle regioni del Nord, le più industrializzate, è ancora alto il rischio di una recrudescenza dell'epidemia.
Il governo traccheggia, mente i governatori del Nord fanno asse con Confindustria.
È il potente richiamo del padrone, quello sotto la cui influenza decisiva sono stati commessi autentici crimini, come il Partito Comunista dei Lavoratori ha denunciato recentemente.

Bonaccini, governatore dell'Emilia-Romagna, proprio non ce la fa: nemmeno lui può sottrarsi a questo richiamo.
Nella riunione con il governo insieme agli altri "governatori" regionali – la cosiddetta cabina di regia – ha proposto, analogamente alla Lombardia, la riapertura delle filiere internazionali, dal comparto automobilistico, alla ceramica, alla nautica ecc..., per «salvaguardare l'export», l'edilizia e le costruzioni, ovviamente «garantendo ciò che serve per avere la massima sicurezza».
Peccato che, come affermano le autorità scientifiche, questa benedetta sicurezza non solo non è massima, ma non esiste finché il tasso di contagio non sia azzerato.

Se la sicurezza non è la preoccupazione principale, secondo le dichiarazioni del nostro Presidente di regione un'altra è la vera minaccia: «evitare che ci sia un problema di scontro sociale e di perdita di lavoro per troppe persone». Vale a dire che l'intenzione del padronato è proprio quella di scaricare la crisi sui lavoratori, e Bonaccini se ne fa un fidato messaggero.

Alle elezioni regionali di gennaio il Partito Comunista dei Lavoratori ha rifiutato di dare il proprio sostegno a Bonaccini, denunciando il suo ruolo in continuità sostanziale con le politiche antisociali del PD e del governo di manutenzione degli interessi capitalistici. La manutenzione evidentemente continua, a dispetto di ogni emergenza e del pericolo di contagio per milioni di lavoratori.
Bonaccini lo aveva dimostrato allora, allineandosi ai governatori leghisti e della destra sulla richiesta di autonomia regionale differenziata. L'emergenza sanitaria ha dimostrato impietosamente che proprio la frammentazione regionale ha favorito la disastrosa disorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale di fronte all'epidemia. Oggi il governatore dell'Emilia-Romagna conferma il suo ruolo subalterno agli interessi padronali facendosi alfiere degli interessi di Confindustria insieme alle regioni governate dalla destra.

Intanto Emilia Romagna Coraggiosa, la sinistra che ha appoggiato la rielezione di Bonaccini, rimane in silenzio. Dov'è finito tutto il suo coraggio? Forse bisogna ammettere, come Don Abbondio, che in certi casi, quando si rischia l'osso del collo (politicamente parlando, s'intende) “uno il coraggio... mica se lo può dare”.

Per quanto ci riguarda, come Partito Comunista dei Lavoratori, rimaniamo fermamente dall'altra parte della barricata: quella delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tutto il diritto, anche in Emilia-Romagna, di tornare al lavoro solo quando sarà garantita la prevenzione dal contagio, di controllare essi stessi le condizioni di sicurezza della propria mansione lavorativa, di aver garantiti salario e occupazione per tutti, compresi i precari, di poter usufruire di una sanità pubblica adeguata mediante il massiccio rifinanziamento del SSN e la nazionalizzazione della sanità privata, di imporre che questa volta siano i padroni a pagare la crisi tramite una patrimoniale straordinaria del 10% del patrimonio sul 10% più ricco della popolazione.
Per questo sosterremo ogni forma di mobilitazione unitaria della classe lavoratrice senza alcun timore dello scontro sociale.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Bologna

La pandemia e la tragedia italiana

20 Marzo 2020
18 marzo 2020. In Italia 35.713 casi totali di contagio da coronavirus, 2.978 deceduti, 16.620 attualmente malati (ricoverati e in terapia intensiva) [fonte: Protezione Civile], per un tasso di malattia, aggiungendo i guariti, del 57,81%; 4025 guariti, mortalità del 8,34%. Una enormità!
Nello stesso momento nel mondo: 220.691 casi totali, 8.957 deceduti (fonte Johns Hopkins Coronavirus Resource Center), mortalità del 4,06%. La differenza salta agli occhi.
Tanto più se scorporiamo il dato italiano, la mortalità nel resto del mondo scende a 3,21%!
La differenza è talmente clamorosa che dovrebbe essere all'attenzione sia del mondo scientifico che di quello dell’informazione, per tentare di darne una prima spiegazione.

Perché il coronavirus, un agente virale che presenta scarsissime mutazioni genetiche tra un ceppo e l’altro, si accanisce così tanto contro la popolazione italiana?
Naturalmente i dati sono oggetto di discussione, dal momento che la i “casi” così come definiti non sono omogenei, nel senso che in taluni paesi si è provveduto ad effettuare i tamponi diagnostici solo nei malati, in altri sono stati effettuati anche sulle persone a rischio di contagio (che, ad esempio, avevano avuto un contatto durante il periodo di incubazione con una persona positiva al coronavirus), in altri sono stati effettuati tamponi a tutta la popolazione di un determinato territorio (ad esempio a Vo' Euganeo).
In ogni caso, trattandosi di numeri cospicui, questi dati sono fortemente significativi.

Lo sappiamo ormai: la malattia da coronavirus è una malattia altamente contagiosa caratterizzata da una relativamente elevata mortalità. Ciò, però, purtroppo non spiga il dato drammatico dell’Italia.
La vicenda cinese, che sembra in queste ore avviarsi ad una soluzione positiva (nessun nuovo contagio autoctono, e alcune decine di casi “importati”) dimostra un andamento diverso.
In Cina si sono avuti al momento 81.000 casi, di cui 3.245 deceduti (dati Ansa del 19 marzo 2020), con una mortalità del 4,01%. 7.263 persone sono ancora malate, e dunque possiamo stimare che i guariti o coloro che non hanno presentato significativi segni di malattia siano stati oltre 70.000, con un tasso oltre l’85%.
Il paragone più appropriato con la situazione italiana può essere quello della Corea del Sud. Questo paese è situato ad una latitudine vicina a quella del nostro paese. La popolazione è simile: poco sopra i 50.000.000 di abitanti contro i circa 60.000.000 dell’Italia. Anche il reddito pro capite non è molto diverso. In Corea del Sud si sono registrati al momento 8.565 casi totali di contagio, 91 decessi, 1.947 guariti (dati Ansa del 19 marzo 2020), con una mortalità dell’1,6%!

Cos’è allora che fa impennare le statistiche nel nostro paese a confronto con questi paesi?
I fattori sono sicuramente molteplici, ed è sicuramente difficile determinare al momento quale sia quello principale. Sicuramente seguiranno approfonditi studi epidemiologici che potranno darcene una spiegazione su base scientifica.
Dunque al momento non abbiamo prove, ma possiamo provare a muoverci per via indiziaria.

A tal proposito è molto probabile – anche perché è stato al centro del commentario giornalistico e di settore in tutti questi giorni – che uno dei principali indiziati sia la capacità dimostrata o meno del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di reggere l’urto poderoso dell’epidemia.
Il governo fin dai primi giorni ci ha ricordato l’”eccellenza” del nostro SSN, tanto più quello della Lombardia, dove è esploso il contagio con il maggior numero di positivi e di morti.
Nonostante ciò, fin da subito le misure progressivamente più severe nei confronti degli spostamenti delle persone sono state giustificate dal sovraccarico del SSN e dal pericolo che non potesse fare fronte all'epidemia.
La sanità lombarda è il fiore all'occhiello di quella nazionale, almeno a sentire autorevoli giudizi politici e di esperti negli ultimi decenni. Va detto che si tratta di un modello di sanità che vede una forte compartecipazione del settore privato con quello pubblico tramite il sistema degli accreditamenti.
Eppure proprio qui è esploso il problema dei pronto soccorso e degli ospedali divenuti autentiche fonti di contagio, nonché degli innumerevoli operatori sanitari positivi al coronavirus. La situazioni è divenuta tragica negli ultimi giorni soprattutto nella provincia di Bergamo e di Brescia, cuore dell’industria meccanica italiana. A proposito di questa particolare situazione abbiamo già scritto.

Sono molti giorni che giustamente medici e operatori sanitari vengono definiti “eroi” per la loro abnegazione, e per il loro sacrificio. È indubbio, a loro deve andare il nostro ringraziamento. Ma se quella contro il coronavirus è una guerra, come viene definito da più parti, dobbiamo essere in grado di schierare un esercito all'altezza della battaglia. Sappiamo bene che sicuramente un esercito forte ha bisogno di soldati di valore, che sappiano combattere eroicamente alla bisogna. E questo, come abbiamo visto, non ci manca. Ma qualsiasi pivello uscito da una qualsiasi accademia militare sa che per vincere la guerra, un esercito deve essere anche adeguatamente attrezzato. E qui purtroppo casca l’asino!

Già. La sanità, o meglio il nostro SSN, come sta?
I dati storici ci presentano un quadro impietoso. Dal sito quotidianosanità.it apprendiamo che negli ultimi dieci anni in Italia sono stati tagliati 200 ospedali, 45.000 posti letto, 10.000 medici e 11.000 infermieri. Bisogna aggiungere che i tagli hanno riguardato in particolar modo la sanità pubblica, quella che disperatamente sta tentando di reggere l’urto dell’epidemia, mentre è relativamente cresciuto nel tempi il comparto privato accreditato (fino al oltre il 48% del totale), che solo oggi, dopo tre settimane drammatiche di scoppio della malattia, viene chiamato a svolgere un ruolo complementare a quello dei sanitari in prima linea, e non ugualmente in tutte le regioni italiane.
Peraltro oggi, dopo circa un mese dallo scoppio dell’epidemia nel nostro paese e dopo che per più due mesi avevamo visto i suoi drammatici effetti a Wuhan e nella provincia di Hubei in Cina, a medici e infermieri mancano addirittura i più elementari dispositivi di protezione individuale, ad esempio le mascherine.
In particolare il taglio selvaggio dei posti letto ne ha fatto crollare il numero ogni 1000 abitanti a 3,2, ben al di sotto della media OCSE di 4,7. Nella UE la parte del leone la fa la Germania, con ben 8 poti letto ogni 1000 abitanti. Mentre al contempo la Spagna, che vede una crescita dei contagi e purtroppo dei decessi molto simile alla nostra, conta un numero di solo 2,5 posti letto ogni 1000 abitanti, un numero addirittura inferiore a quello dell’Italia.
Soprattutto è interessante il confronto con la Corea del Sud. In questo Paese, come abbiamo visto, lo stesso virus ha determinato un evento epidemico ben diverso da quello italiano. Lì la mortalità da Covid-19, infatti, ad oggi si attesta intorno all’1%, contro l' 8,34% dell’Italia!
Ci chiediamo: è possibile che questo dato possa essere correlato non esclusivamente ma anche ed in maniera importante all'enorme differenza del numero di posti letto ogni 1.000 abitanti? In Corea del Sud questo numero è di circa 12 contro il misero 3,2 della sanità italiana!

Chiediamo al mondo scientifico, a quello politico e quello giornalistico se sia legittimo ritenere che in Italia il SSN, non certo per sua responsabilità, non abbia potuto ospedalizzare adeguatamente tutti i malati, quanto meno rispetto alla Corea del Sud, e pertanto ciò stia influendo in maniera importante, se non determinante, sull'elevatissima mortalità da coronavirus che si registra nel nostro paese.
Ora invece ci rivolgiamo al nostro mondo, quello che vogliamo rappresentare: il mondo del lavoro.
Care lavoratrici e lavoratori, vi domandiamo: se medici e infermieri sono eroi che affrontano l'epidemia a prezzo della propria salute e incolumità, non siamo forse autorizzati a pensare che chi in questi anni ha tolto loro risorse, mezzi e strutture per affrontare questa ed altre emergenze ha commesso un autentico crimine contro la popolazione italiana?

La classe lavoratrice si deve risvegliare e scuotere un ordine sociale la cui classe dominante, quella dei capitalisti, la sta esponendo in questi giorni, in queste ore, al pericolo di contagio in nome della continuità della produzione a tutto profitto del padronato.
Deve combattere un sistema politico capace soltanto di produrre governi che, composti dalle più diverse forze politiche dell'arco parlamentare da destra a sinistra, hanno invariabilmente tagliato lo stato sociale e sottratto enormi risorse al sistema sanitario per ripagare il debito alle banche e all'interesse usuraio maturato nei loro confronti.
Governi che mentre procedevano ai tagli lineari a sanità, scuola e servizi, garantivano il profitto delle grandi imprese mediante massicce defiscalizzazioni, in ossequio alla competizione imperialistica internazionale (la tutela del cosiddetto made in Italy) e per attrarre investimenti da parte di multinazionali che hanno il solo l'intento di razziare ed andarsene. È il caso ad esempio di Ilva e Whirlpool.

Per fare questo la classe lavoratrice deve cambiare radicalmente le direzioni delle proprie organizzazioni sindacali, a partire dalle maggiori, come la CGIL, la cui burocrazia invece di tutelarla sorregge oggi il governo delle elemosine sociali mentre al contempo si accoda al padronato nella strenua ricerca di una rinnovata forma di collaborazione di classe che ne garantisca il ruolo e i piccoli e meschini privilegi.

Oggi più che mai è evidente che solo la classe lavoratrice può porre rimedio alla catastrofe della crisi capitalista, instaurando un ordine sociale che si basi sulla forza della sua organizzazione e sulla responsabilità della sua direzione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Coronavirus: psicosi ed epidemia da recessione

Gennaio 2020, la Cina annuncia al mondo l’insorgenza di infezioni da una nuova specie di virus. Si tratta di una malattia respiratoria contagiosa con sintomi simili a quelli dell’influenza ma che più facilmente può sfociare in polmonite, e che presenta una mortalità più elevata soprattutto nella popolazione anziana.
Il regime cinese, memore della precedente epidemia di SARS dei primi anni 2000 e soprattutto dei danni economici subiti allora, ha preso misure draconiane, anche se probabilmente tardive, di contenimento del contagio, che si basano su un ferreo controllo degli spostamenti della popolazione colpita e più in generale su un ferreo controllo sociale, d’altra parte consono ad un regime totalitario. Instaura cioè un enorme regime di quarantena di massa che coinvolge una popolazione di almeno 60 milioni di persone.

L’annuncio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del rischio probabile di una pandemia mondiale richiama l’attenzione di tutti i sistemi di informazione di massa e di tutti i media mondiali, che titolano a caratteri cubitali sull'evenienza di una catastrofe planetaria.
Si scatenano così l’allarme e la psicosi di massa. In questi casi bisogna al contrario fare affidamento su criteri di attenzione e razionalità. La precauzione deve essere massima di fronte ad una minaccia per la salute pubblica di cui non si conoscono del tutto i contorni. Devono essere prese pertanto le misure necessarie a contenere il contagio. Ma ciò giustifica l’allarmismo e la psicosi di massa?
Oggi nel mondo i media e i siti istituzionali raccomandano la calma, ma è una goccia nel mare. Tutta l’industria informativa, dai giornali alle televisioni al web nelle mani di grandi concentrazioni capitalistiche, soffia sul fuoco della paura. Gli effetti sono drammatici: da una parte si moltiplicano comportamenti che non solo non servono a contrastare la malattia ma che addirittura possono favorire il contagio, come gli ammassi di persone presso i supermercati o i pronto soccorso; dall’altra si favoriscono episodi di discriminazione (nella fattispecie anticinese) quando non di vero e proprio razzismo.
Perché i media avrebbero l’interesse a suscitare questi fenomeni? Il motivo è che si tratta nel complesso di un’industria capitalistica che usa le informazioni per veicolare enormi profitti pubblicitari che nulla hanno a che fare con il diritto democratico dei cittadini ad essere correttamente informati. La paura indotta è un potentissimo veicolo di attenzione di massa.
Per sovrapprezzo, le forze politiche reazionarie populiste, nazionaliste e filoimperialiste, ne approfittano per aumentare lo sciovinismo nazionale e imperialista e per aumentare i consensi nei confronti di politiche razziste e securitarie.

L’allarme è giustificato? A questo proposito è necessario scomporre il problema: occorre distinguere l’allarme sanitario per la popolazione mondiale e il rischio di una nuova crisi recessiva dell’economia mondiale.
Per avere misura della prima delle evenienze, l’allarme sanitario, occorre fare debiti confronti statistici con altre malattie epidemiche e altre evenienze che hanno compromesso negli anni scorsi la salute della popolazione mondiale.
Trattandosi – quella da coronavirus – di una malattia di tipo simil-influenzale, il confronto più diretto è proprio con l’epidemia da influenza. In questo caso i centri epidemiologici mondiali stimano che la normale influenza abbia colpito dai 3 ai 5 milioni di persone in tutto il mondo causandone la morte di un numero compreso tra i 300.000 e 600.000. Il raffronto con gli 80.000 casi di contagio registrati fino ad ora di influenza da coronavirus e i circa 3000 deceduti non ha termini di paragone, anche moltiplicando per tre o quattro volte questi numeri con una stima a spanne che si estenda fino alla fine del 2020.
Eppure l’epidemia mondiale da influenza nel 2019 non si è meritata i titoli cubitali dei giornali o particolari attenzioni da parte dell’OMS.

Altre malattie stanno mietendo più vittime del coronavirus. Nel solo 2018 sono morte quasi 800.000 persone da HIV (AIDS), e questo numero non sta sensibilmente diminuendo dal 2014. È malizioso pensare che poiché la grande maggioranza delle persone che si ammalano e muoiono a causa di questa malattia vivono in Africa, in paesi poveri ed economicamente dipendenti, questa tragedia non riesca ad avere la notorietà che meriterebbe? È malizioso pensare che per questi milioni di persone, di contadini e proletari non sia conveniente assicurare una supporto sanitario troppo costoso per i profitti capitalistici e i governi loro subalterni?
In un disgraziatissima nazione del mondo, lo Yemen, dove sta avvenendo una sporca guerra voluta dal regime teocratico e ultracapitalista dell’Arabia Saudita, di cui non parla quasi nessuno, uno dei peggiori flagelli che colpisce la popolazione e soprattutto i bambini e i più giovani è il colera, che solo nella prima metà del 2019 ha fatto registrare 440.000 casi sospetti di cui 203.000 tra i minori di età inferiore ai 15 anni.

Nel frattempo tutto il sistema mediatico negli ultimi mesi ha completamente trascurato una vera catastrofe annunciata da tempo e ormai molto ravvicinata nel tempo: il cambiamento climatico.
L’intera Europa, e forse tutto l’emisfero settentrionale, sta vivendo il febbraio più caldo da quando si rilevano le temperature medie stagionali. L’inverno meteorologico non c’è stato. Nell'immediato è una catastrofe per l’ecosistema e per le coltivazioni. Tutto ciò dopo che l’estate scorsa quasi un intero continente (l’Australia) ed un intero paese (la California) sono andati letteralmente a fuoco per cause dovute anche e soprattutto al cambiamento climatico, che provoca allo stesso tempo eventi estremi, come lunghissime siccità fuori stagione e terribili alluvioni, da una parte all'altra del mondo.

La causa è nota: è l’attività umana altamente inquinante.
A tal proposito sono molto interessanti i dati raccolti nel rapporto redatto da Greenpeace “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili”, dove si stima che ogni anno siano 4 milioni e 500 mila le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas, con un costo approssimato di 2900 miliardi dollari, equivalenti a più del 3% del PIL mondiale. Nella sola Italia queste cifre sono rispettivamente ogni anno 56.000 morti premature e 61 miliardi di dollari. Per inciso, se queste cifre fossero erogate per la prevenzione e le cure sanitarie a livello mondiale, l’epidemia da coronavirus probabilmente sarebbe stata estinta nel giro di pochi giorni. Poiché però in gioco ci sono proprio gli interessi del capitalismo, il suo modo di produzione e l’ordine che esso impone a tutta la società, un esercito di politici, scienziati, intellettuali ed economisti borghesi ci spiega ogni giorno che a questa catastrofe con c’è rimedio e che la dobbiamo sopportare, con buona pace delle innumerevoli vittime proletarie che essa comporta.

In conclusione, anche se il coronavirus può costituire un motivo di comprensibile allarme, non è sicuramente il più importante, tanto da giustificare di per sé tutta questa attenzione mediatica.
Perché allora tanto battage sui media mondiali? Per darne spiegazione bisogna prendere in considerazione l’altro corno del problema: l’annunciata recessione economica mondiale, a partire dalle potenze imperialiste.
Da questo punto di vista, il coronavirus è un capro espiatorio perfetto. Lo scoppio dell’epidemia e il rischio di pandemia mondiale (anche se fuori dalla Cina il numero dei contagi è relativamente molto modesto) spiega i crolli borsistici, che a loro volta spiegano il rallentamento dell’economia mondiale. La borghesia imperialista dietro la bandiera provvidenziale del virus nasconde le proprie responsabilità, e si prepara a far pagare il conto del proprio sfacelo economico al proletariato mondiale, come nel 2008.
In realtà tutti i segnali di una prossima recessione erano già evidenti alla fine del 2019, prima dello scoppio dell’epidemia. La recessione della produzione industriale in Italia, il rallentamento profondo della locomotiva tedesca, il rallentamento della stessa economia cinese, le difficoltà dei commerci mondiali acuite dalla guerra dei dazi tra USA e Cina, erano già in atto prima del coronavirus. È questo che agita i sonni dei grandi capitalisti e degli speculatori di borsa. Ma ora questi signori possono spiegarci che le misure draconiane di controllo sociale e i nuovi sacrifici per le popolazioni povere sono dovuti a una minaccia aliena ed invisibile, e non al loro malgoverno dell’economia e della ricchezza sociale prodotta dalla classe lavoratrice di tutto il mondo.
Inoltre, perché al cinismo borghese non c’è fine, la stessa industria farmaceutica ha lanciato una nuova corsa all'oro: il brevetto del vaccino anticoronavirus che frutterà incassi miliardari al primo che riuscirà a depositarlo.

Il cerchio dunque si chiude: le stesse grandi concentrazioni capitalistiche nelle cui mani è la grande maggioranza della proprietà dei media mondiali spaventano la popolazione mondiale, nascondono le proprie criminali responsabilità e lanciano nuove e micidiali forme di speculazione.
Veniamo al caso italiano, con lo scoppio dell’epidemia in Lombardia e Veneto di questi giorni. Se la situazione non fosse drammatica ci sarebbe da ridere. Fino all'altroieri il governo assicurava che l’Italia, protetta dal un sistema sanitario eccellente, non aveva virus circolante nel proprio territorio, mentre la destra soffiava sul fuoco dei pregiudizi alimentati dalla paura, per chiedere il controllo della popolazione di origine cinese, il sempreverde blocco degli sbarchi dei migranti e addirittura la chiusura di Schengen.
Dopo lo scoppio dell’epidemia, provocata da una trasmissione del virus tutta italiana, sono i lombardi e i veneti in viaggio negli altri paesi europei e addirittura nelle regioni del meridione italiano a subire le discriminazioni che Salvini e Meloni volevano imporre ai cinesi. D’altronde è giusto così: prima gli italiani!

Soprattutto, però, proprio a causa delle difficoltà nel fronteggiare la nuova epidemia, stanno emergendo tutti i problemi della sanità italiana. Carenza nei controlli, esposizione gravissima del personale sanitario al contagio, e le stesse modalità di infezione dei soggetti purtroppo deceduti mostrano le carenze di un sistema sanitario sottoposto ad una trentennale politica di tagli orizzontali in nome dell’austerità e dell’ideologia della sostenibilità economica (sostenibilità di bilancio) della sanità italiana.
Mentre tutti i governi procedevano con massicce defiscalizzazioni dei redditi da impresa, con privatizzazioni a prezzo di costo dei beni pubblici, compresi i servizi sanitari, a favore della rapina capitalista, e con massicci tagli allo stato sociale dovuto allo strangolamento del debito verso le banche usuraie, i capitalisti nostrani e i pirati delle multinazionali si dividevano annualmente dividendi miliardari. In questo contesto era inevitabile che venisse colpita la sicurezza sanitaria della popolazione italiana. Nei soli ultimi dieci anni sono venuti a mancare al Servizio Sanitario Nazionale più di 37 miliardi di euro, il che spiega l’odierna carenza drammatica di medici, di posti letto e perfino dei dispositivi di protezione individuale che sono indispensabili per evitare il contagio di medici, infermieri e operatori sanitari.
Le stesse modalità di infezione dei contagi che hanno colpito le persone purtroppo decedute (in quattro casi su sette si trattava di persone già ricoverate per gravi problemi di salute) testimoniano che si tratta di infezioni intraospedaliere dovute alle carenze igieniche e di sterilità negli ospedali e nei centri di ricovero. Basti dire che in Italia muoiono ogni anno oltre 10.000 persone a causa delle infezioni intraospedaliere. Tantissime altre devono prolungare con sofferenza il proprio ricovero o addirittura restare menomate tutta la vita.

E allora bisogna dire basta! Altro che allarme coronavirus. Il vero flagello per gli italiani e la popolazione povera del mondo, la maggioranza, è il profitto capitalistico. In nome di questo i capitalisti vogliono far pagare la crisi che hanno causato alla popolazione lavoratrice, che produce invece tutta la ricchezza sociale; proprio come la fecero pagare nel 2008.
La classe lavoratrice si deve mobilitare (altro che proibizione degli scioperi fino al 31 marzo!) perché siano cacciati gli imbroglioni del governo così come siano sconfitti gli impostori della destra populista reazionaria, come Salvini, Meloni e Berlusconi, con il loro carico di egoismo nazionalista e razzismo.
Il saldo della crisi questa volta lo devono pagare i padroni e i loro servi al potere, e non le lavoratrici e i lavoratori, gli unici che, assumendo il governo della società, possono risolvere la catastrofe sociale, sanitaria ed ecologica prodotte dal capitalismo.

Rivendichiamo:

- esame clinico e di laboratorio di tutte le persone, le lavoratrici, i lavoratori e il personale medico a rischio di contagio;
- approntamento di nuovi presidi sanitari diffusi capillarmente sul territorio;
- assunzione massiccia di nuovo personale medico, paramedico e amministrativo in campo sanitario;
- investimento straordinario e concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria;
- requisizione di tutte le strutture sanitarie private per la gestione di questa ed altre emergenze di carattere sanitario;
- completa gratuità delle cure (abolizione di ogni ticket);
- piena copertura salariale dei lavoratori costretti a casa per malattia o per altre misure igienico-sanitarie, a totale carico dei datori di lavoro e non dell’erario pubblico;
- abolizioni delle detrazioni salariali per assenza a causa di malattia;
- abolizione delle visite fiscali nel corso delle emergenze epidemiche;
- istituzione di una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze e massiccio aumento fiscale sulle rendite e sulle speculazioni di borsa per finanziare le misure di emergenza sanitaria;
- nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori.
Partito Comunista dei LavoratorI