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La guerra commerciale tra imperialismi

 


La svolta di Trump alla prova del protezionismo. L'interesse indipendente della classe operaia internazionale

7 Aprile 2025

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Il grande rilancio del protezionismo segna il nuovo corso di Donald Trump. Il ricorso a politiche protezioniste non rappresenta naturalmente un fatto inedito, anche in tempi recenti. Dopo la grande crisi del 2008, e in particolare nell'ultimo decennio, l'innalzamento delle tariffe doganali sulle importazioni è diventato uno strumento diffuso nella concorrenza tra imperialismi. Anche negli USA, dove fu inaugurato dalla prima amministrazione Trump e in larga parte mantenuto, non a caso, dalla successiva amministrazione Biden. Il fatto nuovo, oggi, sta nel rilancio del ricorso protezionista su larga scala, e nel significato politico che questo assume.

Le misure protezioniste varate da Trump nel cosiddetto “giorno della liberazione dell'America” (2 aprile) si estendono alla maggioranza dei settori produttivi nell'intero globo. La loro distribuzione segue un criterio politico, non solo economico. La Cina è sommamente colpita, assieme a larga parte dei mercati asiatici; seguono a ruota le esportazioni europee; la Russia è l'unico paese risparmiato. È il riflesso di una politica di apertura all'imperialismo russo con l'obiettivo della sua separazione dall'imperialismo cinese. Una politica che offre alla Russia il riconoscimento di un ruolo negoziale globale, a scapito degli imperialismi europei, e conferma la Cina come avversario strategico degli USA.


GLI OBIETTIVI ECONOMICI DEL NUOVO CORSO DI TRUMP

Dal punto di vista economico, il nuovo corso protezionista di Trump persegue una combinazione di obiettivi diversi e complementari.

Il primo è riequilibrare la bilancia commerciale, e di riflesso la bilancia dei pagamenti degli USA. Il calcolo dei nuovi dazi in base alle tariffe praticate dai capitalismi concorrenti (con una ritorsione dimezzata a riprova di una presunta “generosità” trumpiana) è arbitrario da un punto di vista economico, perché attribuisce interamente ai dazi subiti la responsabilità dello squilibrio commerciale americano, ma è chiarissimo nella sua finalità: imporre ai capitalismi concorrenti sul mercato americano il costo della loro invadenza, a vantaggio dello Stato americano.

Il secondo obiettivo è riportare negli USA investimenti e produzioni industriali emigrati in Asia e in Europa negli anni della grande espansione della globalizzazione capitalista. “Fare di nuovo l'America grande” è prima di tutto rilanciare il suo ruolo di prima potenza industriale. Imporre dazi alti sulle esportazioni asiatiche ed europee, e promettere al tempo stesso un'ulteriore riduzione della tassazione sui profitti per chi investe negli USA, è un chiaro messaggio ai capitalisti di tutto il mondo: se volete evitare la mannaia dei dazi, per di più guadagnandoci sopra, dovete venire o tornare a produrre in America. L'età dell'oro sarà soprattutto la vostra.

Il terzo obiettivo è quello di massimizzare la pressione internazionale per l'acquisto del debito pubblico statunitense. Possibilmente acquisto di debito a lunghissima scadenza, addirittura centenaria (i cosiddetti “matusalem bond”). Il debito americano verso il resto del mondo ha raggiunto i 23 mila miliardi di dollari. Una mole gigantesca. La sua crescita esponenziale negli ultimi venticinque anni (dal 50% del PIL del 2000 al 125% attuale) è una mina potenziale di grande rilevanza per l'imperialismo USA, e va riportata sotto controllo. Volete evitare la mannaia dei dazi sui vostri prodotti? Comprate titoli di Stato americani per l'eternità, senza pretendere di vederveli ripagati con gli interessi. Trump chiede contropartite «fenomenali» in cambio di una propria (eventuale) indulgenza.


LA REAZIONE DEGLI IMPERIALISMI CONCORRENTI.
I RIFLESSI SULL'ECONOMIA MONDIALE


Gli obiettivi sono chiari, e peraltro dichiarati secondo la logica dell'America First. I loro risultati sono invece del tutto ipotetici, perché esposti a due variabili imprevedibili: la dinamica del negoziato interimperialista e quello dell'economia mondiale.

La prima reazione degli imperialismi concorrenti alla svolta protezionista americana appare diversificata. Gli imperialismi europei temono conseguenze serie per la loro UE: dovendo affrontare parallelamente la guerra dei dazi, l'emarginazione dal negoziato ucraino, l'annunciato disimpegno USA dal teatro europeo, le nuove spese del proprio riarmo.
Le regole europee prevedono che in fatto di relazioni commerciali il potere negoziale sia della Commissione, non dei governi nazionali. Ma ciò scarica sulla UE la contraddizione tra interessi nazionali diversi, tra chi è massimamente esposto sul mercato americano e chi lo è meno, tra chi è più esposto in un settore e chi in un altro, tra chi vuole intestarsi la guida di una replica europea (la Francia) e chi cerca a fatica una relazione privilegiata con Trump (l'Italia). In ogni caso, la forte crescita del peso del commercio internazionale nel PIL della zona d'euro (dal 31% del 1999 al 55% attuale) misura la maggiore esposizione dell'Europa sul fronte della guerra commerciale rispetto ai propri concorrenti. L'economia delle relazioni transatlantiche pesa per ben il 33% del PIL mondiale. Dunque a Bruxelles la parola d'ordine è cercare altri mercati di esportazione, come il Mercosur e il Messico.

La Cina ha invece risposto immediatamente agli USA con una ritorsione immediata e consistente. È la reazione obbligata della grande potenza avversaria. L'imperialismo cinese cerca di trarre un vantaggio politico dalla svolta americana, provando ad offrirsi agli imperialismi europei e persino al Giappone come interlocutore affidabile in quanto garante delle regole del WTO. L'incontro fra i ministri degli Esteri di Cina, Giappone, Corea del Sud attorno al tema delle proprie relazioni commerciali sta in questo quadro. Così come i segnali di fumo tra la Cina e l'Unione Europea: terrorizzata dal rischio di un'invasione di merci cinesi a basso costo sui propri mercati, quale conseguenza del protezionismo USA, ma al tempo stesso interessata ad aprirsi un proprio spazio di manovra capace di rafforzare il proprio potere negoziale con gli USA.
Nelle relazioni interimperialiste, la tradizionale guerra di posizione sembra lasciare il passo ad una sorta di guerra di movimento.

L'aprirsi di una guerra commerciale dispiegata all'insegna del protezionismo può avere un forte impatto sull'economia mondiale. Il mercato globale è la somma dei mercati nazionali e continentali. Se ogni paese o blocco imperialista protegge il proprio mercato con più elevate barriere tariffarie contro i capitalismi rivali, la risultante inevitabile sarà la contrazione del mercato mondiale. Non a caso il tema di una possibile recessione è entrato prepotentemente nel confronto internazionale, e nella stessa dinamica delle Borse mondiali. I ripetuti crolli delle azioni e il calo vistoso del prezzo del petrolio sono sintomi eloquenti della grande paura di una recessione.


L'INCOGNITA SULLA TENUTA DEL BLOCCO SOCIALE DI TRUMP, E I SUOI RIFLESSI SULLA POLITICA MONDIALE

All'interno degli USA il blocco sociale di consenso raccolto da Trump sarà messo alla prova degli effetti del protezionismo. A differenza che in Europa (e a maggior ragione in Italia), l'investimento in azioni di Borsa coinvolge negli USA un ampio settore di aristocrazia operaia e della classe media, un pezzo importante della base sociale del trumpismo. Non a caso Trump si è affrettato a rassicurare la propria base elettorale circa i futuri effetti miracolosi della svolta protezionista. Certo è che il fascino retorico dei suoi annunci dovrà confrontarsi con la dura materialità del portafoglio. Lo stesso ambiente del grande capitale americano, ricollocatosi attorno a Trump, dà segni di nervosismo.

Quel che è certo è che la tenuta di Trump sul versante interno sarà decisiva per la stessa credibilità della sua politica estera. E non solo sul versante economico. L'obiettivo politico-strategico della separazione della Russia dalla Cina dipende dalla tenuta interna del trumpismo. La stabilità politica istituzionale della Cina è infatti ben superiore a quella di Trump, che dovrà affrontare fra due anni il delicato passaggio delle elezioni di medio termine. Il regime di Putin è lusingato e tentato dall'offerta americana di un ruolo mondiale di grande potenza, ma può pensare di cambiare cavallo solo in presenza di garanzie politiche affidabili, a partire dalla tenuta regime trumpiano. È un caso che Trump abbia iniziato ad alludere ad un suo possibile (ma improbabile) terzo mandato, contro i limiti della Costituzione americana?


PER L'INTERESSE INDIPENDENTE DELLA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE

Il protezionismo ,come sempre, ha e avrà un portato ideologico. Ogni paese e/o blocco imperialista cercherà di arruolare i salariati nella propria guerra commerciale contro gli imperialismi rivali. Trump invoca il sostegno della classe operaia americana contro i «parassiti» europei che hanno truffato l'America. Gli imperialismi europei cercheranno il consenso dei propri operai a possibili ritorsioni contro “l'irresponsabile” amministrazione americana. L'imperialismo cinese rafforzerà il proprio richiamo nazionalista a sostegno della replica protezionista anti-USA. Ovunque si cercherà di contrapporre i salariati ad altri salariati nel nome degli interessi della propria nazione, o schieramento, imperialista.

Ma la classe operaia internazionale non ha alcun interesse a farsi arruolare nelle guerre commerciali tra i capitalisti e i loro Stati. Ha invece interesse a lottare per i propri interessi indipendenti e un'alternativa di società.

Il protezionismo avrà conseguenze sociali per la classe operaia. Trascinerà ovunque un aumento dei prezzi e dunque un erosione dei salari, una diffusa riorganizzazione delle catene produttive, con il taglio di posti di lavoro e di diritti sindacali, una possibile recessione, messa sul conto dei proletari.
La rivendicazione della scala mobile dei salari, della ripartizione del lavoro attraverso la riduzione drastica dell'orario a parità di paga, della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che chiudono e licenziano, può e deve essere la prima risposta unificante nella tempesta in arrivo: in ogni paese, su scala continentale, su scala mondiale.

Se i capitalisti si fanno la guerra prendendo in ostaggio i propri salariati, i salariati hanno interesse a difendere il proprio interesse comune, al di là di ogni divisione nazionale. L'alternativa al protezionismo non è l'improbabile ritorno al libero scambio della precedente globalizzazione. È l'alternativa al capitalismo, al di là di ogni divisione di frontiera.
Sviluppare la coscienza politica di questa verità rivoluzionaria è il compito dei marxisti rivoluzionari, ad ogni latitudine del mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

RASSEGNA STAMPA (audio & video)

 

RASSEGNA STAMPA


1 ottobre - da il Resto del Carlino: 
Elezioni Bologna 2021, scontro su droga e tasse al confronto tra i candidati del Carlino

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/politica/elezioni-2021-confronto-candidati-sindaco-1.6864385


1 ottobre - Articolo apparso su Bologna Today: "Cara Bologna ti scrivo...": la lettera del candidato Federico Bacchiocchi alla città

https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-candidato-bologna-comunali-amministrative-lettera.html



29 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte comunali per l'economia


28 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte sulla salute"



27 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte su ambiente e cambiamenti climatici"




  25 settembre: il Corriere - Bologna

https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/politica/21_settembre_25/comunali-bologna-elezioni-2021-programmi-candidati-la-citta-c4c6078c-1e34-11ec-b5ea-466513b8b436.shtml


  25 settembre: il Resto del carlino - Bologna

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/elezionicomunali/elezioni-2021-pcl-1.6844282











23 settembre: trasmissione Dedalus su E' Tv. L'intervento del candidato sindaco Federico Bacchiocchi dal minuto 43,10

https://e-tv.it/2021/09/24/dedalus-puntata-del-23-settembre-2021-ospiti-labanti-sermenghi-tosatto-e-bacchiocchi/




Elezioni Bologna: intervista al candidato sindaco Federico Bacchiocchi, Partito Comunista dei Lavoratori https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-Partito-Comunista-Lavoratori-candidati-programma.html

Il 21 e 22 maggio contro il G20 e il Vertice Mondiale sulla Salute

 


Il 21 maggio a Roma si riunisce il Forum del G20 sul tema della crisi sanitaria e dei vaccini. Ovviamente, al di là della facciata propagandistica, la vera preoccupazione degli stati capitalisti e delle potenze imperialiste è come rilanciare l'economia capitalistica internazionale nel tempo della pandemia e come utilizzare lo strumento dei vaccini in funzione della spartizione delle zone d'influenza e degli equilibri globali. L'incontro sull'Africa a Parigi, cui ha partecipato lo stesso governo italiano, ha confermato la vera natura del negoziato, che non è come vaccinare tempestivamente la popolazione del continente, ad oggi scandalosamente esclusa dalla vaccinazione, ma come usare quest'ultima al fine di riprodurre l'indebitamento dell'Africa col FMI e coi diversi Stati imperialisti (Cina in primis).


Il Recovery Plan dell'Unione Europea si muove in questo quadro. Per la sanità pochi spiccioli, infinitamente meno di quel che si è tagliato in 15 anni, e per di più dirottati verso la sanità privata, che in Borsa fa ovunque affari d'oro. Per il resto, una pioggia straordinaria di miliardi nel portafoglio dei capitalisti e delle banche, in funzione del rilancio del capitalismo europeo su scala mondiale. Per di più finanziata con una gigantesca operazione a debito che sarà scaricato sui salariati e la giovane generazione. Il governo di unità nazionale attorno a Draghi è parte integrante e influente di questa partita.

In contrapposizione alle politiche dominanti e al G20 che le simboleggia, si terranno a Roma due importanti iniziative. Venerdì 21 alle ore 15 è convocata in Via San Pancrazio (Largo 3 giugno 1849) una manifestazione promossa dalle organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, innanzitutto Fronte della Gioventù Comunista e SI Cobas. Sabato 22 è prevista la manifestazione nazionale promossa dalle organizzazioni della sinistra politica di classe e da USB. Il PCL ha proposto all'insieme delle organizzazioni promotrici delle due manifestazioni una gestione unitaria e condivisa delle due giornate. Per questa ragione aderisce e partecipa ad entrambe con la proposta caratterizzante del nostro partito, quella che riconduce la lotta per il diritto alla salute alla lotta di classe anticapitalistica e alla prospettiva rivoluzionaria e socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il mondo capovolto del capitalismo

Precipita l'economia, volano i bond aziendali americani

L'economia americana precipita dentro la recessione mondiale e il calo annunciato del commercio internazionale, una recessione ben più profonda di quella “storica” del 2008/2009, sia negli USA che nel mondo.
Privi persino (dello straccio) delle protezioni sociali e sanitarie europee, gli Stati Uniti sono esposti all'onda d'urto della crisi più di ogni altro paese imperialista. La china della recessione è stata tanto più ripida perché preceduta dalla più lunga stagione positiva nella storia economica USA (2010-2020). Venti milioni di nuovi disoccupati nel solo arco di poche settimane misurano la tragedia sociale che la crisi trascina con sé. Ed è solo l'inizio.

In un quadro tanto drammatico ci si attenderebbe una caduta generale di tutti i valori economici. Così non è. I bond aziendali americani stanno conoscendo proprio oggi un autentico boom, attraendo investimenti finanziari da tutto il mondo, banche italiane incluse. A cosa si deve tanto successo? Alle politiche finanziarie della Federal Reserve, quella che europeisti borghesi e sovranisti di casa nostra additano ad esempio virtuoso in contrapposizione alla BCE.
Dopo aver acquistato in soli due mesi 1500 miliardi di titoli di stato USA ed altri 600 miliardi di bond legati ai mutui, la Fed ha iniziato ad acquistare a mani basse i bond emessi dalle aziende USA: cioè i titoli finanziari che i capitalisti americani mettono sul mercato per rifarsi del calo dei profitti prodotto dalla crisi. Se la Fed dirotta una pioggia di miliardi verso i bond aziendali, i bond vedono salire il proprio valore alle stelle, e dunque attraggono come una calamita speculatori e affaristi di tutto il mondo. Il grande flusso degli acquirenti esteri moltiplica a sua volta il valore dei bond, con comprensibile soddisfazione dei grandi azionisti che li emettono, i quali investono il ricavato nell'acquisto delle proprie azioni (buy-back) per sostenere il loro valore di Borsa a Wall Street.

Nulla potrebbe spiegare meglio la follia del capitalismo quanto il divario tra produzione e finanza. Da un lato sovrapproduzione di merci, chiusure di aziende, licenziamento di milioni di lavoratori e lavoratrici. Dall'altro il casinò del mercato finanziario nel quale gli stessi capitalisti che distruggono il lavoro reale arricchiscono le proprie fortune. È una divaricazione che può innescare alla lunga nuovi crolli, premessa di possibili riprese. Ciò che in ogni caso misura è il parassitismo delle classi dominanti. Non solo quello dei capitalisti americani, ma dei capitalisti del mondo intero.

Molti economisti borghesi cosiddetti progressisti parlano di economia reale e della finanza come di due mondi separati; il primo virtuoso, il secondo patologico. Nella sostanza si tratterebbe di proteggere l'economia capitalista dalle esagerazioni e turbolenze del mercato finanziario. La stessa lettura della crisi del 2008 è stata piegata a questa rappresentazione di comodo. Ma le cose stanno altrimenti. L'enorme espansione del parassitismo finanziario è alimentata dalla crisi dell'economia reale, dalla sovrapproduzione di merci e capitali. È la caduta del saggio di profitto nell'economia reale a spingere i capitali in eccesso in direzione della speculazione finanziaria. Lenin inquadrava questo aspetto nella natura stessa dell'imperialismo moderno. Un secolo dopo, il raggio di espansione del parassitismo capitalista ha conosciuto un ampliamento enorme, come in nessuna altra epoca precedente.

È un indice di maturità della rivoluzione socialista quale unica soluzione della crisi dell'umanità.
Costruire la coscienza di questa verità nelle lotte di classe di ogni giorno è il compito internazionale dei comunisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

O la Borsa o la vita

Il coronavirus e l'instabile economia mondiale

11 Marzo 2020
L'altalena delle borse in tutto il mondo dimostra che il contagio in corso non è solo quello del virus. O più precisamente che il coronavirus non si occupa solo della vita delle persone ma anche della borsa dei capitalisti.

Quella parte del commentario borghese che cerca di minimizzare la crisi sanitaria per paura della recessione usa tra i suoi vari argomenti quello per cui molti tra i malati che muoiono non muoiono per il coronavirus ma a causa di patologie pregresse e per la precarietà generale della salute. Il virus agirebbe come semplice concausa del decesso. Non sappiamo se questo argomento può consolare i defunti, ma non è privo di un fondamento. Ecco, lo stesso vale in un certo senso per l'impatto del coronavirus sull'evoluzione economica mondiale. Con l'unica differenza, non secondaria, che... nessun decesso del capitalismo è possibile per effetto di una crisi economica, per quanto grave essa sia, ma solo per mano di una rivoluzione sociale. Ma questo è un altro discorso.


LE PATOLOGIE PREGRESSE DEL CAPITALE
Le tendenze alla recessione internazionale preesistono al coronavirus, e hanno le loro radici nella crisi apertasi nel 2008.

La grande crisi del capitalismo del 2008-2009 non è stata risolta nel suo fondamento strutturale: una gigantesca sovrapproduzione di merci e capitale che investe tutti i rami principali dell'economia e della produzione, a partire dall'acciaio e dall'automobile.

Nell'ultimo decennio quella crisi è stata tamponata dal combinarsi di due elementi: da un lato la tenuta dello sviluppo cinese favorita dal gigantesco investimento pubblico infrastrutturale promosso dal regime di Pechino dopo il 2008 proprio per sottrarsi alla crisi internazionale; dall'altro lato l'enorme iniezione di liquidità sui mercati finanziari da parte di tutte le banche centrali, e degli stessi bilanci pubblici, in proporzioni sconosciute alla intera storia del capitalismo.

Il punto è che entrambi questi fattori, se hanno contenuto la precipitazione, hanno concorso per altra via ad estendere le basi materiali di una nuova crisi.
Per un verso il grande sviluppo capitalistico della Cina e la sua proiezione imperialista su scala mondiale hanno concorso in molti settori ad accrescere la sovrapproduzione complessiva (si pensi all'acciaio); per altro verso l'iniezione di liquidità nelle vene dell'economia mondiale ha prodotto una bolla finanziaria molto più grande di quella che esplose nel 2007-2008 negli USA attorno ai mutui subprime, coinvolgendo oggi la stessa Cina. L'emissione di titoli finanziari da parte delle imprese come forma di autofinanziamento parallelo al credito bancario, e la pratica di acquisto da parte dei capitalisti di azioni della propria azienda (buy-back) per farle lievitare sul mercato hanno rappresentato un nuovo veicolo di sviluppo del debito privato, mentre gli Stati nazionali impegnati a ridurre le tasse dei capitalisti per contendersi gli investimenti esteri hanno continuato a finanziarsi a debito presso il capitale finanziario. La risultante è che oggi la somma di debito pubblico e privato nel mondo raggiunge la cifra iperbolica di 235.000 miliardi. È la misura del parassitismo del capitale.

La ripresa eccezionalmente prolungata del capitalismo USA – effetto di rimbalzo della grande crisi del 2008, e in qualche modo drogata a partire dal 2016 dalle politiche fiscali di Trump – ha tenuto su, nonostante tutto e in una certa misura, il tono dell'economia mondiale. Ma nell'ultimo biennio ha cominciato a delinearsi un nuovo giro di boa. La guerra dei dazi tra USA e Cina, e tra USA e UE, sospinta dalla saturazione dei mercati, dalle contraddizioni interimperialiste, e dal nuovo corso nazionalista dell'imperialismo USA; il rallentamento netto del tasso di sviluppo cinese; la tendenza al ripiegamento del Giappone; il nuovo rallentamento delle principali economie europee con l'arretramento della produzione industriale di Germania, Italia e Francia, hanno configurato nel loro insieme, e nella loro successione, il possibile innesco di una tendenza mondiale recessiva. Non una certezza, ma neppure un'eventualità remota.


L'IRRUZIONE DEL CORONAVIRUS IN UNA ECONOMIA MALATA
Il coronavirus ha fatto la propria irruzione in questo scenario instabile. Ha colpito una economia cinese infinitamente più interconnessa col mercato globale che nei primi anni 2000; e al tempo stesso ha colpito il capitalismo europeo a partire dall'Italia, già trascinata al ribasso dalla crisi tedesca. Lo stesso crollo del prezzo del petrolio è l'effetto non solo della guerra saudita e russa allo shale oil americano, ma anche dell'arretramento dello sviluppo cinese e del calo della produzione industriale che il virus sospinge.

L'Italia è ormai in recessione, con elementi di autentico crollo per settori portanti della sua struttura economica (manifattura, turismo, ristorazione, trasporti, logistica), e la recessione della seconda potenza industriale d'Europa ricadrà a sua volta su una economia continentale già stagnante. Il virus è già sbarcato in America, in un paese privo di un sistema sanitario pubblico, in cui i malati tenderanno a nascondersi per evitare il licenziamento o il costo insostenibile delle cure, col rischio di una propagazione ancor più drammatica che in Europa. Il rodeo delle elezioni presidenziali USA sarà funestato da questo ospite imprevedibile, che Trump fin che può fingerà di ignorare, col solito fare bullesco, ma che a modo suo si occuperà (anche) di Trump.

Le borse mondiali registrano come un sismografo tutto questo scenario, perché il virus può agire come punta di spillo sulla bolla finanziaria che si è ingrandita nel decennio. Il mercato azionario in giro per il mondo aveva registrato autentici record negli ultimi anni, da Wall Street a Piazza Affari. I tassi di interesse bassi o nulli assieme al fiume di liquidità hanno spinto il capitale finanziario verso l'investimento di borsa. Gli azionisti si sono divertiti a comprare e ricomprare le proprie stesse azioni per aumentarne il valore e ingrassare i dividendi. I manager al loro servizio si sono gettati nella corsa per compiacere gli azionisti e gonfiare i propri sontuosi stipendi. Ma quando si sale troppo in alto ci si fa male quando poi si cade. Il divario tra la festa delle borse e la miseria dell'economia reale si era fatto troppo grande per evitare una nuova crisi. Vedremo i suoi tempi, la sua intensità, e le sue forme. Segnaliamo solo il fatto che i margini di intervento delle banche centrali in funzione anticrisi sono minori di dieci anni fa per via dei tassi d'interesse piatti, e i bilanci pubblici degli Stati capitalisti sono gravati da un debito pubblico cresciuto a dismisura proprio per i costi del salvataggio di banche e imprese durante il decennio trascorso.

Una nuova valanga si abbatterà sulle condizioni dei salariati. Il coronavirus è una minaccia, il capitalismo una certezza. Ed è una patologia infinitamente più grave. Lo stesso sistema sociale che ha demolito ovunque i servizi sanitari per sostenere i capitalisti e le banche riverserà nuovamente la propria crisi sulla maggioranza della società a partire dal lavoro.

Anche per questo la guerra contro il coronavirus è inseparabile da quella contro il capitalismo. È il caso di dire: o la Borsa o la vita.
Partito Comunista dei Lavoratori