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I PORTABORSE DEL CAPITALE BENEDICONO LEPORE

 


I PORTABORSE DEL CAPITALE BENEDICONO LEPORE

Non ci sorprende l'esprimersi di alcuni fra i massimi esponenti del campo largo a favore della ricandidatura di Lepore a sindaco di Bologna.

Al di là dell'appoggio dell'establishment del PD bolognese (da Merola a Di Stasi), è degno di nota lo schierarsi apertamente a suo sostegno di individui quali Renzi e Conte – l'ideatore del Jobs Act e l'individuo che ha governato assieme alla Lega (a memoria dell'inesistenza di vere divergenze fra chi si candida a rappresentare gli interessi di chi muove i capitali).

Conte in particolare si è impegnato a lodare il buon governo bolognese; un buon governo che ha visto il sindaco impegnato a vendere pezzi di città ai fondi d'investimento speculativi, favorire la gentrificazione e la crisi abitativa e sostituire aree verdi con cemento, il tutto sostenuto da un ampio uso delle forze di polizia per reprimere qualunque opposizione popolare. Una lampante (e programmatica) esemplificazione di cosa intenda come “buon governo” chi certuni a sinistra credono essere l'ala filopopolare del campo largo.


La sinistra interna del campo largo ha già capitolato - pensiamo al commissariamento della federazione locale di Europa Verde nel momento in cui questa tentò di sfilarsi dalla maggioranza od al limitarsi di Coalizione Civica a critiche formali accompagnate dal supporto continuo ad un'amministrazione reazionaria e serva dei capitali finanziari.

Tutto punta verso un bis dell'ultimo mandato: una giunta strutturalmente inserita nelle logiche del capitale, dotata di una chiara coscienza di classe (borghese) ed intenta a condurre la lotta di classe dall'alto contro il basso.


Stando così le cose, l'unica vera risposta possibile è una identica, ma di segno opposto: una lotta di classe condotta dal basso verso l'alto, da una classe lavoratrice conscia dell'inevitabile contrapporsi dei propri interessi a quelli dei grandi capitali e di chi li rappresenta. Non vi sono scorciatoie di sorta: non saranno progetti e logiche elettorali a fermare le politiche antipopolari della prossima giunta, ma solo la costruzione di una vera opposizione, classista quanto i propri avversari, radicale nel rivendicare prospettive anticapitaliste in nome proprio degli interessi di classe e non disposta a compromessi programmatici di sorta.


Nella costruzione di questa alternativa continueremo ad essere impegnati come Partito Comunista dei Lavoratori 

La pace delle bombe, la violenza delle bombolette

 


Lo sgombero di Askatasuna tra FdI, PD e AVS

20 Dicembre 2025

Più chiara di com’è, la situazione non può essere. Il governo Meloni ha atteso l’assottigliarsi del grande movimento per la Palestina, quello che negli scioperi generali di settembre e ottobre raggiungeva intorno alle 500.000 persone. La «polpetta avvelenata» del piano di finta pace Trump-Blair-Netanyahu è stata preparata come arma politica finalizzata al riflusso internazionale e, a cominciare dall’approvazione di Hamas, ha agito subito come tale.

Ma questa è solo una parte della spiegazione del fenomeno della momentanea recessione del movimento. L’altra parte è la solita piaga, cioè la "crisi" della direzione politica. Tra i tanti solidali democratici, contrari alle politiche israeliane e alla complicità del governo italiano, in pochi possono esser stati convinti della «pace dei cimiteri», specie a fronte dei bombardamenti che, nella perfetta tradizione sionista, ricominciavano poche ore dopo il "cessate il fuoco". Migliaia di persone possono anche rimanere profondamente perplesse e avvertire un distinto sentore di truffa di fronte a simili operazioni diplomatiche. Ma quando queste migliaia di persone si ritrovano a dover lottare contro il nemico manifesto e contemporaneamente contro i propri condottieri (le burocrazie sindacali, i leader di associazioni palestinesi che inneggiano alla "pace" come «vittoria storica», certe frange del movimento che, con sconsiderate "fughe in avanti", boicottano oggettivamente l’unità), finisce per prevalere il disorientamento che si traduce in immobilità.

Ai primi segnali di riflusso, il governo colpiva a Milano, con un secondo foglio di via al presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun; colpiva a Napoli, arrestando i compagni del SI Cobas in un presidio di protesta contro Teva, l’azienda farmaceutica israeliana; colpiva a Torino caricando a freddo il corteo contro Tajani. Nel frattempo, presentava un DDL Gasparri che identifica antisemitismo e antisionismo e recludeva l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver definito un atto di resistenza anticoloniale le azioni militari di Hamas nel 7 ottobre 2023.

Particolarmente su questo episodio, pur senza ritrovare i volumi di massa dei mesi precedenti, il movimento si riaggrega. Si ripristina un coordinamento nazionale, le manifestazioni a Torino si rifanno quotidiane e sono tenaci anche davanti al CPR di Caltanissetta dove l’uomo è sospeso tra la vita e la morte (il rimpatrio in Egitto, in quanto dichiarato oppositore politico di al-Sisi, avrebbe significato la sua fine) e una parte di opinione pubblica nonché l’intellighenzia non solo italiana si riattiva e sostenutamente denuncia l’abuso di potere del governo. La situazione è tesa e Torino per Gaza, il coordinamento cittadino forse "ammiraglio" per il resto del Paese, si impegna perché l’attenzione non cali. La pressione sociale, il risalto mediatico, la reazione di una parte di voci istituzionali sortiscono il loro effetto: l’imam viene rilasciato, non sussistono gli estremi per l’espulsione.

Il governo capisce che, nonostante il generale spopolamento del movimento, la brace è ancora calda ed è sempreviva minaccia di nuovi divampamenti. In più, negli ultimi giorni sono emersi ulteriori seri grattacapi per il Palazzo: le proteste a Genova degli operai dell’ex Ilva, con fotografie che sembrano strappate al Sessantotto, l’incubo puntualmente esorcizzato da Meloni, Valditara, Sangiuliano, La Russa, Roccella, ecc. Nella narrazione meloniana, la più sfacciata controrivoluzione mondiale assegna al Sessantotto il posto che in quella putiniana assegna al bolscevismo.
In cotanto marasma, è in dirittura di voto la manovra finanziaria 2026, che regala miliardi di sgravi e incentivi fiscali ai ricchi e per gli altri minaccia l'innalzamento dell'età pensionabile a 70 anni. Se non ora, quando? È il momento di colpire. Non farlo adesso significa non poter farlo quando di nuovo il movimento ingranerà. Nei giorni di massima tensione, quando la classe operaia era la protagonista se non altro formale delle mobilitazioni, persino i terribili Decreti sicurezza sono rimasti inattivi.

Il ministro degli Interni ordina lo sgombero del centro sociale occupato e autogestito dal 1996, Askatasuna, tra le componenti di Torino per Gaza e dell’Intifada Studentesca. «Like I see through the water/ that runs down my drain», Piantedosi è in effetti limpidissimo: il motivo per cui bisogna colpire Askatasuna è politico. Questi ragazzi avrebbero forzato l’ingresso della Leonardo S.p.A. vandalizzando dove capitava, avrebbero lanciato uova contro le OGR, avrebbero fatto irruzione negli uffici de La Stampa, bombolettando sui muri e spargendo simbolico letame. È un attacco politico a un soggetto politico per ragioni politiche e a fini politici.

Sennonché Torino è governata da un consiglio comunale a schiacciante maggioranza PD. E, posto che un sindaco non comanda la polizia, Stefano Lo Russo avrebbe potuto fronteggiare politicamente la disposizione di Piantedosi, opponendo ragioni di sicurezza pubblica o la necessità di soluzioni profondamente diverse. Avrebbe potuto chiedere rinvii, opzioni alternative, sollevare criticità operative, sanitarie e sociali alla conquista, se non altro, di una dilazione.

Nessuna persona raziocinante può pretendere che un membro di spicco del partito che più ha armato Israele nelle sue stagioni di governo dichiarasse: «La Leonardo è la fabbrica di morte, la produzione materiale del genocidio in Palestina, l’indignazione – al netto di bravate che colpiscono le utilitarie degli operai invece di colpire i padroni – è del tutto comprensibile, moralmente e politicamente». Oppure: «Il quotidiano di Agnelli ha consegnato come un terrorista il buon Shahin al governo, divertendosi a esporlo a rischio di morte». Sarebbe bastato l’argomento borghese del rifiuto di precipitare la città in una barricata permanente, consapevole del legame che il centro sociale vanta presso gli studenti, il quartiere, il movimento nazionale, a determinare l’opposizione almeno politica del primo cittadino.

Stefano Lo Russo invece si nasconde dietro la contestazione dell’inagibilità. Il patto di cogestione dell’immobile, sottoscritto con gli attivisti di Askatasuna ad aprile, cesserebbe perché tradita la promessa della non assegnazione dei pericolanti piani alti dell’edificio a uso abitativo. La polizia avrebbe invece trovato sei persone e due gatti.

Ora, volendo assecondare le turlupinature istituzionali, la questione che si pone al sindaco è semplicemente la seguente: ammesso che questi «autonomi» abbiano così dolorosamente tradito la tua fiducia e che pertanto urgesse veramente un intervento previa rescissione del patto, l’intervento doveva essere questo?

Non è nostro compito, ma vogliamo prenderci la pena di consigliare noi come avrebbe potuto agire un sindaco di centrosinistra davvero in apprensione per chi dorme sotto tetti pericolanti:

1) Invii i controlli;
2) Individuate irregolarità, dai il tempo che gli abitanti raccolgano gli effetti personali ed escano, destinati ad altre, dignitose soluzioni abitative;
3) Convochi a un incontro i responsabili delle irregolarità;
4) Contesti loro l’irresponsabilità per l’incolumità delle persone;
5) Raccomandi che il fatto non si ripeta oppure, propendendo per la decisione più dura, limiti i sigilli ai piani inutilizzabili, decaduta la fiducia che vengano interdetti secondo coscienza dei gestori.

Ma anche a voler lasciare tutta la libertà al sindaco di agire per lo sgombero, si domanda se è politicamente opportuno approvare l’operazione nell’identico momento in cui è comandata dall’"avversario" Piantedosi. Se davvero, indipendentemente e per le diverse ragioni accampate, Lo Russo fosse arrivato alla stessa decisione di Piantedosi, sgomberare Askatasuna, onde evitare di dar lustro al nemico, sarebbe stato raccomandabile procedere in un’altra fase, riservandosi – sia pure! – gli stessi mezzi! Trattandosi del partito dei lager in Libia, delle manganellate alla FIOM di Terni (29 ottobre 2014), delle botte a ogni fiaccolata i 24 aprile ecc. ecc., chi ne sarebbe stupito?

Dietro la cantilena «dissentiamo dalle scelte e dalla impostazione culturale di questo governo», la verità è che Lo Russo ha assecondato Piantedosi. È per questo che, prima Lo Russo parla delle irregolarità abitative, presentandole come l'autentico ed esclusivo motivo dello sgombero, poi inanella tutte le considerazioni politiche del caso (Leonardo, OGR e Stampa). Di rilievi politici Lo Russo non dovrebbe farne mezzo. Se esistono denunce a carico di qualcuno e se davvero, come dice, Lo Russo ritiene che debbano rispondere gli individui per gli addebiti individuali, perché chiudere la struttura?

Forse, tra i responsabili degli episodi incriminati, si annovera solo qualcuno dell’Askatasuna. Forse costoro non hanno nemmeno agito in rappresentanza di Askatasuna (d’altra parte non risultano rivendicazioni politiche). Forse tra le file di Askatasuna i posizionamenti sono stati diversificati. Questi, beninteso, sono scrupoli che dovrebbe porsi un sindaco, tanto più se si pretende alternativo alla «impostazione culturale» della criminalizzazione generalizzata, manettara, non tatticamente critica ma politicamente nemica usuale al governo centrale.

Va da sé che, quando viene a scatenarsi una rappresaglia di chiaro segno politico, i compagni difendono i compagni senza se e senza ma, e su chi scaricare la responsabilità individuale è argomento che non si discute nemmeno.

Politicamente e personalmente, Lo Russo avrebbe potuto opporsi allo sgombero di Corso Regina Margherita 47. Avrebbe potuto essere in prima fila, insieme alla sua «parte politica» e collaboratori, se davvero tali li avesse ritenuti, a prendersi l’acqua degli idranti e sventolare la bandiera dal suo partito, riservandosi sistemazioni future.

Il punto è capire perché non può succedere. E non può succedere perché il movimento per la Palestina, con l'ampliarsi del campo gravitazionale della lotta di classe che rischia di potenziarlo enormemente, preoccupa il centrosinistra esattamente come le destre populiste. Il movimento per la Palestina mette i bastoni tra i cingoli dell’imperialismo tricolore, i cui interessi il PD ha curato da tempi più lunghi e con più sperimentata scienza dei biscazzieri postfascisti. Al governo del paese, il PD avrebbe in Torino per Gaza, nelle Intifade studentesche, nei sindacati di base, nel malcontento sociale sempre crescente la stessa sfida che si trova di fronte il governo Meloni.

Ecco spiegata la complicità! Finché Askatasuna non ha contribuito ad alimentare una dinamica di tensione di massa, si sono cercate intese utili altresì a consolidare quella parte di elettorato legata a vario titolo, persino più sentimentalmente che operativamente, al presidio autonomo. Ma arriva il tempo di soppesare costi e benefici. Lo Russo sa che, con l'approvazione dello sgombero, rischia la revoca del suo deposito elettorale relativamente sicuro. Ma sa anche che se il popolo di centrosinistra ti vota disgiuntamente e contrariamente alla borghesia che conta, quelli non sono voti che portano al governo. Viceversa, se è la borghesia che conta a votarti disgiuntamente e contrariamente al popolo di centrosinistra, qualche speranza rimane. All’occorrenza, bisogna scaricare gli ornamenti accessori, le fortune incidentali. E per il PD gli ornamenti accessori e le fortune incidentali sono le simpatie, convinte o costrette, di un elettorato socialmoderatissimo. Il cuore da preservare sono i padroni, vero soggetto di riferimento della nuova DC.

Un’ultima nota per gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra, loro sì, al contrario di Lo Russo, fisicamente a fianco dei manifestanti in queste ore. Che mentre con un piede marciano nei cortei, prestano l’altro piede a Lo Russo perché non crolli sulla sua stessa giravolta. «Il sindaco è stato intimidito dal ministero, minacciato dal governo», Marco Grimaldi si appresta a difendere l’amico che non lo ha proprio chiesto e che insiste sicuro col suo spartito: rivendico la scelta, una scelta giusta: c’erano gli Aristogatti a suonare il jazz!

E visto che consigliare ai borghesi come salvarsi da se stessi è esercizio utile almeno a evidenziare lo stato di totale decadenza in cui la borghesia versa attualmente, di nuovo indichiamo ad AVS cosa avrebbe dovuto fare qualora rappresentasse una reale alternativa al PD – ciò che, d’altro canto, dovrebbe costituire l’unico motivo della sua esistenza.

Appurato, membri di AVS, che il PD cede alle pressioni del rivale per l’ennesima volta, ebbene non è questa l'opportunità per affermare distintamente la correttezza di una scelta, l'inaugurazione di una parabola alla sinistra di PD che si conferma irreparabilmente corruttibile, capitolardo, traditore? Con questa mossa, il PD ha fatto il più grande regalo ad AVS. Quale più emblematica risposta a chi lamenta la divisione delle sinistre, di cui AVS è sovente indicata come corresponsabile?

Ma anche AVS bilancia i costi e i benefici. E il beneficio maggiore, per chi si fosse distratto durante le parate per l’Europa del 15 marzo e necessitasse di conferme, è mantenere il cordone ombelicale col PD. Che è a sua volta il comitato d'affari di banche e Confindustria. Che sono esattamente gli speculatori che trasognano i «resort» a Gaza. Che dunque continuano a distruggere la Palestina in società con Netanyahu. Queste, cari Marco Grimaldi, Alice Ravinali ecc., non sono contraddizioni politiche che può coprire una kefiah.

Crisi di sovrapproduzione e attriti prebellici portano il mondo a uno snodo storico. L’alternativa o è anticapitalista o non è. Per realizzare una società anticapitalista occorre la rivoluzione. La rivoluzione ha bisogno del suo partito. Il movimento antimperialista per la Palestina deve trovare la sua evoluzione nella costituzione di un nuovo soggetto politico, coerentemente anticapitalista, coerentemente antimperialista. I padroni vincono coi loro partiti, apparentemente diversi, in realtà partito unico dell'amministrazione del capitale.

Il proletariato può vincere solo con un grande partito del lavoro.
Il Partito Comunista dei Lavoratori propone la costruzione di questo nuovo partito, anche se il processo di raggruppamento rivoluzionario su un programma anticapitalista determinasse il superamento di se stesso nelle forme attualmente date.
Nessun altro soggetto avanza questa proposta. È la proposta dei veri rivoluzionari.

Salvo Lo Galbo

CONTRO I LICENZIAMENTI COLLETTIVI DI YOOX NET-A-PORTER!

 


I primi di settembre uno dei maggiori siti di e-commerce di moda online Yoox Net-a-Porter, di recente acquisito dal gruppo tedesco LuxExperience, consegna ai sindacati un documento di 10 pagine in cui annuncia una procedura di licenziamenti collettivi: si tratta di 700 dipendenti in tutto il mondo (il 20% della forza lavoro complessiva) e 211 fra Bologna e Milano: circa 150 solo nella sede di Interporto, dove ci sono lavoratori e lavoratrici che rischiano di perdere il lavoro, anche dopo 20 anni di attività per la cosiddetta azienda “unicorno” del bolognese, come viene definita dalla stampa, creata da Federico Marchetti nei primi anni del 2000, e venduta nel 2021 al gruppo svizzero Richemont per 5,3 miliardi di euro.

Un numero spropositato, ma la cosa ancora più sconcertante è il fatto che l’azienda faccia scattare questi licenziamenti collettivi senza aver dichiarato lo stato di crisi e assolutamente in barba alle normali procedure, che avrebbero previsto degli incontri preliminari con i sindacati, e per giunta senza nemmeno prendere in considerazione l’uso di ammortizzatori sociali. 

No, niente di tutto questo: si sono limitati a comunicare questi tagli della forza lavoro adducendo come motivazioni le difficoltà di mercato e le perdite di bilancio.

Siamo alle solite: i padroni scelgono di scaricare il peso delle riorganizzazioni e dei loro errori strategici degli ultimi anni sui lavoratori, che nella loro idea dovrebbero accettarne passivamente le conseguenze. Tutto questo è vergognoso.

I sindacati Filcams-GGIL, Uiltucs-UIL e Fisascat-CISL hanno avuto un incontro con l’azienda mercoledì 10 settembre, in cui hanno presentato una diffida e richiesto, non una revisione della procedura di licenziamento, bensì la sua cancellazione e, come prevedibile, la dirigenza è rimasta sulle sue posizioni, con una generica apertura agli ammortizzatori sociali. Inaccettabile.

Nel frattempo, YNAP ha raccolto la solidarietà del sindaco di Zola Predosa Dall’Olmo che ha definito la situazione come “un pugno nello stomaco che non ci aspettavamo”, la Regione Emilia-Romagna ha convocato un altro incontro per il 17 settembre, e ora la vicenda ha assunto un rilievo nazionale, visto che di recente si è espresso anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso annunciando l’apertura di un tavolo di crisi per il 23 settembre.

Ma non ci facciamo illusioni e non ci aspettiamo grandi ribaltamenti da un governo che ci ha dimostrato a più riprese di essere dalla parte delle aziende e delle banche. Se si vogliono ottenere dei risultati i lavoratori e le lavoratrici uniti devono scendere in piazza e far sentire la loro voce, e rispondere all’arroganza di questi padroni che pensano di poter prendere qualsiasi decisione senza colpo ferire, trattando i dipendenti come fossero numeri per far quadrare i loro conti.

I sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione e sono state già previste almeno 16 ore di sciopero, di cui 4 sono già state usate lunedì 8 settembre con presidi davanti alle sedi bolognesi di Interporto e Zola Predosa, e un prossimo sciopero dell’intera giornata lavorativa è previsto per mercoledì 17, con concentramento davanti alla sede dell’Emilia-Romagna, dove si terrà il tavolo con l’azienda.

Bisogna essere compatti nella lotta, a prescindere dalla provenienza o dall’appartenenza sindacale: occorre unire le vertenze del territorio e colpire il padronato con scioperi, picchetti e la ripresa di un’incisiva azione sindacale.

Per questo il PCL dà piena solidarietà ai lavoratori e delle lavoratrici di YNAP in lotta: i licenziamenti massivi non devono passare!

CONTRO L’ARROGANZA DEI PADRONI SOLTANTO LA MOBILITAZIONE DELLA

CLASSE LAVORATRICE UNITA PUÒ OTTENERE DEI RISULTATI

Capitalisti a Milano. Il dito e la luna


 Lo “scandalo” di Milano, al pari a suo tempo dello scandalo Toti, è tutt'altro che un caso giudiziario: è l'ennesima cartina di tornasole dell'amministrazione corrente delle città e delle sue regole del gioco nell'ordinaria democrazia borghese. Il vero scandalo sta nella normalità che rivela.


Negli ultimi dieci anni, a partire da Expo, Milano ha visto investimenti immobiliari per 35 miliardi. Tanti quanti Piemonte e Toscana tra loro sommate. Il 10% delle volumetrie di tutta Italia. Nel 2015 fu il colosso americano Blackstone a dare il via, comprando l'ex Palazzo delle Poste di Piazza Cordusio. Da lì un effetto domino incontenibile. Una valanga di investimenti in sontuosi grattacieli, ristrutturazioni di edifici bancari, progetti per hotel e club privati per clientela di alto bordo, con incassi faraonici per i grandi gruppi immobiliari coinvolti. Solo un fatto giudiziario, e solo Milano? No, occorre guardare la luna, non solo il dito.

Il dito della magistratura borghese ha indicato la commistione di interessi privati e pubblica amministrazione milanese: una Commissione Paesaggio guidata da fiduciari dei gruppi immobiliari e dei loro architetti incaricati (Marinoni, Scandurra); un assessore all'urbanistica che gestiva le pratiche della Commissione Paesaggio (Tancredi), sottratte per questa via al consiglio comunale; un sindaco Sala – già amministratore di una delle maggiori imprese milanesi, già city manager della giunta di centrodestra di Letizia Moratti, poi scelto da Renzi per il centrosinistra milanese nel 2016 – che metteva il timbro e la faccia su (quasi) ogni pratica che l'assessore all'Urbanistica e la Commissione Paesaggio (da lui nominati) gli passavano. Il tutto, a quanto pare, per ciò che riguarda assessore e Commissione, lubrificato dalla donazione di sontuose consulenze (complessivamente milioni di euro) offerte dai gruppi immobiliari beneficiati: la nuova veste delle vecchie mazzette note alle cronache di Tangentopoli, 1992.

Ma sotto la superficie della vicenda giudiziaria stanno i fondamenti strutturali della vicenda. Che vanno ben al di là del caso Milano.
La rendita immobiliare è divenuta dopo la grande crisi del 2008 un investimento di prim'ordine del capitale in ogni parte del mondo, una misura del suo parassitismo. Non è un caso se le stesse fortune di Trump nascono in questo ambiente. Le grandi metropoli sono il luogo prescelto dell'investimento immobiliare. Tutte le grandi amministrazioni metropolitane, indipendentemente dalla loro latitudine e colore politico, si contendono l'una contro l'altra gli investimenti dei grandi gruppi.

Due sono i terreni, tra loro intrecciati, su cui avviene una concorrenza spietata.
Il primo è la velocità delle decisioni: ciò che implica scavallare le formalità dei dibattiti istituzionali, del confronto pubblico, a maggior ragione delle opinioni delle popolazioni. Fare in fretta è la prima necessità. Matteo Renzi, già sindaco di Firenze e sicuro esperto della materia, è esplicito nel sostenere le ragioni della giunta Sala: «Nei processi di trasformazione delle metropoli la velocità è un fattore chiave per attrarre gli investimenti necessari ed essere competitivi con le altre città. Per chi mette i capitali c'è la necessità di avere strumenti rapidi...» (Corriere della Sera, 18 luglio). E se gli interessi di «chi mette i capitali» sono la bussola di riferimento, la questione è chiusa.
Peraltro i sindaci-podestà della Seconda Repubblica, voluti da centrosinistra e centrodestra, sono figure ideali per “velocizzare”, dati i poteri di cui dispongono.

In secondo luogo, gioca un ruolo la corsa al ribasso degli oneri di urbanizzazione: ciò che gli investitori pagano all'amministrazione pubblica in cambio delle licenze di costruzione. La gara tra amministrazioni sta nel ridurre sempre più gli oneri di urbanizzazione, pur di soffiare i capitali ai concorrenti. Una forma di ulteriore riduzione delle tasse sul capitale. Il risultato è massimizzare i profitti per gli immobiliaristi riducendo le capacità di spesa delle amministrazioni in fatto di servizi sociali.
Il “caso” Milano è una sintesi perfetta di queste dinamiche generali.

Il risvolto sociale della faccenda è sotto gli occhi di tutti. A Milano si paga sino a 2000 euro per un affitto. Cinquemila al metro quadro per una casa, e non in centro, ma in periferia. Se trovi lavoro a Milano devi andare a vivere fuori, a volte addirittura fuori regione. Per duecentomila studenti universitari, il 50% fuori sede, sono disponibili novemila alloggi: il nulla. Centinaia di migliaia di milanesi nel tempo sono stati espulsi di fatto dalla propria città, per loro di fatto invivibile. Senza parlare degli effetti ambientali dell'ondata di cemento che ha soffocato la metropoli.

In questo quadro generale, la corruzione è solo la patologia incancellabile della dittatura del profitto. Una società per i ricchi costruita sull'oppressione dei poveri, una società in cui comandano i capitalisti e pagano i salariati, contabilizza vecchie e nuove mazzette come normale voce di bilancio. Nella Seconda Repubblica come nella Prima.
Non a caso il vecchio Engels, già nel secondo '800, indicava nella corruzione una forma organica di vita della democrazia capitalista, assieme ai rapporti fra governo e Borsa (L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato). Da questo punto di vista possiamo dire che nulla è cambiato, se non il volume enormemente accresciuto sia degli affari che delle mazzette.

Quanto alle inchieste giudiziarie, faranno il loro corso come quelle di trent'anni fa, peraltro allora ben più estese di oggi. Ma come allora, la soluzione non è e non sarà la magistratura borghese. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi la società su basi nuove, potrà realizzare una svolta vera. Anche in fatto di etica pubblica.

Partito Comunista dei Lavoratori

Zohran Mamdani vince le primarie democratiche a New York

 


Buona notizia per l'affluenza, nessuna soluzione per la città

28 Giugno 2025

English version

Il 24 giugno il socialdemocratico Zohran Mamdani ha vinto le primarie del Partito Democratico per la carica di sindaco di New York City, anche se le vittoria è per ora ufficiosa, dato che le primarie hanno utilizzato il sistema di voto alternativo (voto a scelta classificata, ranked choice) e i risultati finali non saranno pubblicati prima del primo luglio.

Mamdani ha ottenuto il 43,5% dei voti di prima scelta; Andrew Cuomo, il suo avversario espressione dell'establishment del Partito Democratico, ha ottenuto il 36,4%; e Brad Lander ha ottenuto l'11,3% . Poiché Mamdani e Lander prima del voto si sono dichiarati sostegno reciproco, i voti di seconda scelta dati a Lander sarebbero presumibilmente andati a Mamdani, garantendogli la maggioranza. Piuttosto che prolungare l'umiliazione, Cuomo ha ammesso la sconfitta.

Mamdani ha basato la sua campagna elettorale su un programma di riforme municipali, tra cui il congelamento degli affitti per 1 milione di appartamenti a canone calmierato, l'abolizione delle tariffe sugli autobus, l'assistenza all'infanzia gratuita (o sovvenzionata), la creazione di negozi di alimentari di proprietà comunale nei cosiddetti “deserti alimentari”, e l'aumento del salario minimo nella città di New York a 30 dollari l'ora. La sua elezione ha dimostrato un ampio sostegno a tali misure.

Mamdani ha trentatré anni, è un musulmano di origini indiane e proviene da una famiglia benestante. Ha un passato di attivismo studentesco e locale, e di solidarietà con la Palestina. È membro dei Democrati Socialists of America (DSA). Nella sua campagna elettorale non ha messo in evidenza il suo attivismo e la sua appartenenza ai DSA, ma non li ha rinnegati.

La campagna di Mamdani ha fatto uso abilmente dei social media e ha coinvolto migliaia di giovani volontari. Mamdani ha ottenuto buoni risultati tra gli elettori bianchi, latini, asiatici e giovani, mentre non ha avuto lo stesso successo tra gli elettori neri, ebrei e anziani.

Mamdani ha buone possibilità di diventare sindaco di New York, a novembre, ma la sua vittoria non è certa. Il New York Times e il Washington Post sono i principali mezzi di informazione liberal (progressisti, ndt) della classe dirigente statunitense. Il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, che possiede anche Amazon ed era l'uomo più ricco del mondo fino a quando Elon Musk non lo ha scalzato. Bezos potrebbe riconquistare il titolo di più ricco, dato che le buffonate politiche di Musk stanno trascinando Tesla verso il basso, e i suoi razzi Starship continuano a esplodere. Ecco il punto di vista capitalista liberal del Washington Post sulle elezioni di Mamdani, citato per esteso perché molto rivelatore:

«La vittoria di Zohran Mamdani è un male per New York e per il Partito Democratico. [titolo]

[...] Ora, un uomo che crede che il capitalismo sia un “furto” è in lizza per guidare la città più grande del Paese e la capitale finanziaria del mondo. Le sue idee principali sono “negozi di alimentari di proprietà della città”, gratuità dei trasporti pubblici, congelamento degli affitti su 1 milione di appartamenti regolamentati e aumento del salario minimo a 30 dollari. Senza dubbio queste potrebbero sembrare idee allettanti ad alcuni elettori. Ma, come per molte proposte dell'estrema sinistra americana, queste scelte danneggerebbero proprio le persone che dovrebbero aiutare.

Un salario minimo elevato avrebbe un effetto negativo sull'occupazione dei lavoratori poco qualificati. Il congelamento degli affitti ridurrebbe l'offerta di alloggi e ne diminuirebbe la qualità. Il taglio delle tariffe degli autobus creerebbe un buco nei finanziamenti dei trasporti pubblici che, se non venisse in qualche modo colmato, comprometterebbe il servizio. Nel frattempo, il settore alimentare opera con margini ridotti, e il progetto di negozi gestiti dalla città porterebbe probabilmente a una riduzione delle scelte, a un servizio scadente e a carenze di prodotti, poiché i negozi privati chiuderebbero piuttosto che cercare di competere con quelli sovvenzionati dalla città.

Mamdani in precedenza aveva chiesto di tagliare i fondi alla polizia e di smantellarla. Anche se ha moderato le sue posizioni, continua a opporsi all'assunzione di nuovi agenti.

Almeno una cosa Mamdani la ammette: il candidato vuole tasse ancora più elevate in una città dove sono già molto pesanti. Vuole un'imposta patrimoniale annuale del 2% sull'1% più ricco dei newyorkesi, e aumentare l'aliquota dell'imposta sulle aziende dallo 7,25% all'11,5%. La Grande Mela già soffre di fuga di capitali. Gli hedge fund e altri soggetti finanziari si sono trasferiti in luoghi più favorevoli alle imprese, come la Florida. I piani fiscali di Mamdani stimolerebbero un esodo delle imprese e spingerebbero più persone ricche a lasciare la città, minando la base imponibile e rendendo più difficile mantenere i servizi esistenti
».

I ricchi finanziatori e i media di establishment faranno pressione sul Partito Democratico affinché saboti la campagna di Mamdani negandogli il proprio sostegno e i propri finanziamenti. Cuomo e l'attuale sindaco democratico Eric Adams, entrambi candidati come indipendenti alle elezioni di novembre, potrebbero stringere un accordo in base al quale uno dei due si ritirerebbe a favore dell'altro.

Se Mamdani vincerà, dovrà affrontare grandi ostacoli. Egli propone di finanziare le sue riforme con una patrimoniale e un aumento delle tasse sul reddito d'impresa. Ma il sindaco non ha alcun controllo su nessuna delle due cose, e il governatore dello stato di New York Kathy Hochul ha escluso qualsiasi aumento delle tasse. Senza finanziamenti, le riforme di Mamdani sarebbero sconfitte dalle forze del mercato, e lui non durerebbe a lungo in carica.

Se la massa dei lavoratori e degli oppressi si mobilitassero, Mamdani potrebbe superare la resistenza dei capitalisti. Ma non siamo ancora in quel mondo.

In assenza di una mobilitazione di massa, Mamdani rischia piuttosto di diventare un altro Brandon Johnson, l'attuale sindaco di Chicago. Le credenziali di Johnson tra la base e gli elettori erano persino migliori di quelle di Mamdani, dato che è stato insegnante nelle scuole pubbliche di Chicago per molti anni e membro del sindacato Chicago Teachers Union (CTU). Accettando i limiti imposti dalla sua carica di sindaco, Johnson non è riuscito a portare avanti le sue riforme progressiste, ha deluso la sua base e avrà difficoltà a vincere un secondo mandato nel 2027.

La vittoria di Mamdani ha entusiasmato gli attivisti di base, che vogliono credere nella possibilità di ottenere riforme attraverso le elezioni, e rivendicano la conquista del Partito Democratico come partito del popolo. Avevano quasi rinunciato al loro impegno dopo le delusioni delle amministrazioni di Barack Obama e Joe Biden, le candidature di Hillary Clinton e Kamala Harris, il dietrofront di Bernie Sanders e l'integrazione di Alexandria Ocasio-Cortez e della Squad (gruppo di deputati e deputate vicini/e politicamente a Ocasio-Cortez, ndt) nell'ordine congressuale.

Il titolo di un articolo del 25 giugno di Liza Featherstone sul sito Jacobin coglie il cambiamento: «In un momento politico cupo, Zohran Mamdani offre speranza».

La vittoria di Mamdani conferma ciò che stiamo vedendo nelle grandi manifestazioni contro Donald Trump. Un gran numero di lavoratori e giovani vogliono opporsi e resistere. I marxisti rivoluzionari ripettano questo impulso. Allo stesso tempo, dobbiamo spiegare con pazienza che il Partito Democratico è un partito neoliberista e guerrafondaio. I loro politici sono costretti a scegliere tra acconsentire a ciò che sanno essere sbagliato o essere buttati fuori dai loro incarichi.

I marxisti rivoluzionari non dovrebbero candidarsi nel Partito Democratico né sostenere i democratici. Di conseguenza, è improbabile che i candidati che invece sosteniamo possano vincere le elezioni al di sopra del livello dei consigli comunali. Ma per noi, con l'attuale livello della lotta di classe, le elezioni servono a diffondere le nostre idee, non a conquistare cariche pubbliche.

Man mano che i lavoratori e gli oppressi si mobiliteranno, la situazione cambierà. I lavoratori in movimento chiederanno una rappresentanza politica, un partito di massa della classe lavoratrice. Le elezioni continueranno a riguardare principalmente la propaganda, ma l'elezione di lavoratori e rivoluzionari consentirà una maggiore diffusione di tale propaganda.

Le lotte decisive emergeranno dall'organizzazione sul posto di lavoro, nella comunità locali e nell'esercito, con manifestazioni, scioperi, picchetti, occupazioni e autodifesa organizzata. Per vincere, i lavoratori avranno bisogno di un partito rivoluzionario di massa, non solo di un partito che partecipa alle elezioni. Un discorso che dobbiamo iniziare.

Peter Solenberger

Beppe Sala commemora il 12 dicembre attaccando lo sciopero generale


 Commemorazione 12 dicembre: il sindaco di Milano Sala approfitta del momento per attaccare la CGIL, e il servizio d’ordine del PD impedisce con la forza al nostro compagno Franco Grisolia di intervenire

«Non spetta a me dire se lo sciopero è giusto o sbagliato, probabilmente è sbagliato»: così, a freddo e senza alcuna connessione con il contesto (la manifestazione per ricordare le vittime di Piazza Fontana), interviene il sindaco. Anche se è la parte ufficiale della cerimonia e molti militanti di sinistra non sono ancora in piazza, parte con fischi e insulti la reazione a queste parole, e Sala si blocca. Il nostro compagno Franco Grisolia urla: «Vergogna! Usare i morti per attaccare la CGIL che fa sciopero!». Sala, sempre più imbarazzato, cerca di rimediare aggiungendo che «lo sciopero è un diritto» e invitando il nostro compagno a intervenire, ma a quel punto è il servizio d’ordine del PD che lo impedisce, brutalmente. Un episodio che dimostra due cose: la vera natura politica di Sala (parole di sinistra per raccattare voti, filopadronale quando governa, visto anche che da manager di grandi aziende non ha mai avuto bisogno di fare scioperi, al pari di Bonomi); l’atteggiamento antidemocratico e stalinista del PD, che fa scudo anche fisicamente ad ogni possibile contestazione.

Questo che precede è il comunicato che abbiamo inviato ad agenzie, TV e giornali su quanto accaduto oggi pomeriggio in Piazza Fontana a Milano. Come ogni anno, si è commemorata la strage fascista del 1969. La manifestazione ha sempre due fasi: la prima ufficiale, con autorità varie e la “sinistra” dal PD a Rifondazione agli “anarchici ufficiali”; la seconda è invece un corteo cui partecipa solo la sinistra più larga, senza istituzioni e senza PD.
L’episodio, riportato da vari siti e media (1), è avvenuto nella prima fase, quando ancora mancavano dalla piazza, tra l’altro, gli altri compagni del PCL. Ciò che emerge sono in particolare due cose: la personalità dell’ex city manager della Moratti Sala, che ancora qualcuno nella sinistra vede in modo troppo roseo, e la vigliaccheria di militanti del PD (“travestiti” da servizio d’ordine ANPI) che hanno fermato il nostro compagno nonostante il reiterato invito del sindaco a farlo parlare.
L’episodio ha avuto comunque il “pregio” di smascherare la vera natura della giunta di Milano e del suo sindaco, che non ha avuto dubbi tra chi scegliere tra i lavoratori e il padronato, al di là delle formali parole in difesa del lavoro. Da segnalare anche uno sgradevole atteggiamento degli “anarchici ufficiali”, gli unici che essendo lì vicino hanno visto bene cosa accadeva e avrebbero potuto intervenire in ausilio al compagno Franco permettendogli di “sfondare” (come ha tentato giustamente di fare) il blocco del servizio d’ordine. Invece non hanno fatto nulla in suo sostegno. E anzi uno di loro lo ha invitato ad allontanarsi per non creare problemi alla loro regolare presenza nella manifestazione.
È doveroso però segnalare che appena avuto visione o notizia di quanto avvenuto, militanti e dirigenti della CGIL, del PRC e di altre organizzazioni di sinistra hanno contattato il compagno Franco Grisolia per segnalargli la loro solidarietà e appoggio per quanto aveva fatto.


(1) https://www.milanotoday.it/attualita/sindaco-sala-contestato-piazza-fontana.html

Partito Comunista dei Lavoratori

RASSEGNA STAMPA (audio & video)

 

RASSEGNA STAMPA


1 ottobre - da il Resto del Carlino: 
Elezioni Bologna 2021, scontro su droga e tasse al confronto tra i candidati del Carlino

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/politica/elezioni-2021-confronto-candidati-sindaco-1.6864385


1 ottobre - Articolo apparso su Bologna Today: "Cara Bologna ti scrivo...": la lettera del candidato Federico Bacchiocchi alla città

https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-candidato-bologna-comunali-amministrative-lettera.html



29 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte comunali per l'economia


28 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte sulla salute"



27 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte su ambiente e cambiamenti climatici"




  25 settembre: il Corriere - Bologna

https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/politica/21_settembre_25/comunali-bologna-elezioni-2021-programmi-candidati-la-citta-c4c6078c-1e34-11ec-b5ea-466513b8b436.shtml


  25 settembre: il Resto del carlino - Bologna

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/elezionicomunali/elezioni-2021-pcl-1.6844282











23 settembre: trasmissione Dedalus su E' Tv. L'intervento del candidato sindaco Federico Bacchiocchi dal minuto 43,10

https://e-tv.it/2021/09/24/dedalus-puntata-del-23-settembre-2021-ospiti-labanti-sermenghi-tosatto-e-bacchiocchi/




Elezioni Bologna: intervista al candidato sindaco Federico Bacchiocchi, Partito Comunista dei Lavoratori https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-Partito-Comunista-Lavoratori-candidati-programma.html

Lo scandalo dei morti fantasma

Un'organizzazione sociale che non protegge i vivi è incapace di rispettare i morti

Pensavamo di aver scandagliato tutte le possibili connessioni tra pandemia e società borghese. Il ruolo delle deforestazioni nel salto di specie; l'interruzione della ricerca scientifica sulla famiglia dei coronavirus da parte delle case farmaceutiche dopo la fine della SARS nel 2003; l'impatto della pandemia su sistemi sanitari smantellati dalle politiche di austerità per finanziare banche e imprese, con la conseguente moltiplicazione dei morti; la ricaduta della crisi sanitaria sull'economia, con una nuova pesante recessione di portata mondiale, che viene scaricata sulle condizioni del lavoro; la condanna di milioni di salariati alla continuità della produzione in fabbrica senza le minime garanzie di sicurezza, peraltro negate agli stessi medici e paramedici; la scelta criminale di non recintare Bergamo e Brescia con la soluzione Codogno sotto la pressione di Confindustria lombarda e dei suoi interessi...

Ma ci siamo sbagliati. Ciò che sta emergendo clamorosamente in questi giorni apre un altro squarcio di verità. Nella bergamasca e nel bresciano, ma anche a Como, a Pavia, in innumerevoli centri minori della Lombardia, si registra un divario impressionante tra i decessi di questi mesi e la media dei decessi nel periodo corrispondente del passato decennio. Città per città, paese per paese, il divario è infinitamente più ampio di quello coperto dai dati ufficiali sui morti per coronavirus. È un dato confermato dai sindaci dei comuni interessati, a partire dal sindaco di Bergamo, e da tutte le indagini in corso a livello giornalistico.
Questo dato ha un solo possibile significato: vi sono complessivamente migliaia di morti per coronavirus non registrati e classificati come tali. Per lo più persone anziane, sole, abbandonate nelle proprie case, senza assistenza e cure dovute. Oppure ospiti di residenze per anziani e case di riposo, per lo più private, assistite da personale sanitario non protetto oltre che insufficiente, e per questo veicolo di contagio e di morte. Persone cui non è stato fatto neppure il tampone per accertare la causa del decesso. Oppure persone di cui è stata accertata la positività ma la cui morte è stata attribuita ad altre cause. “Morti col coronavirus, non per coronavirus” è stata a lungo la formula di copertura della realtà. Una formula ambigua. Se il virus favorisce un infarto mortale è indubbio che la causa del decesso è l'infarto, ma anche che l'infarto non ci sarebbe stato senza il virus. Se un malato oncologico vede precipitare la propria situazione per mano del virus, è indubbio che muore di cancro ma è il virus il fattore agente di quella morte... Tuttavia la formula cattedratica rassicurante serviva a minimizzare e nascondere la verità.

Tanti avevano interesse a nascondere questa verità. Avevano interesse a nasconderla le autorità sanitarie nazionali per edulcorare il fallimento di un sistema sanitario di cui hanno avallato negli anni tagli brutali a non finire. Aveva interesse a nasconderla il governo regionale lombardo, per non rovinare l'immagine del modello sanitario lombardo-veneto più di quanto non sia già rovinata. Avevano interesse a nasconderla le proprietà delle case private di riposo, per il buon nome del proprio marchio (e delle relative rette). Se non fosse che poi la verità si fa strada attraverso le testimonianze dei parenti e del loro dolore. E quando emerge, gli stessi che avevano cercato di nasconderla si mostrano improvvisamente costernati e sorpresi, magari invocando “le dovute indagini” per evitare di esserne sepolti. Ipocrisia su ipocrisia, senza fine.

Resta il fatto che migliaia di persone morte di Covid-19 e non registrate come tali non sono solo un fatto rilevante ai fini statistici per misurare le dimensioni reali dell'epidemia, sopratutto in Lombardia. Misurano anche il cinismo sprezzante di una organizzazione sociale incapace non solo di proteggere i vivi ma persino di conteggiare (e rispettare) i morti.

Ricordiamoci anche di questo per quando tutto sarà finito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL piange la morte del compagno Ermanno Lorenzoni

È con sgomento e dolore che apprendiamo della morte improvvisa di un valoroso compagno e caro amico.
Non conosciamo ancora le circostanze e le cause di questo terribile lutto. Ora è doveroso sottolineare la gravità della sua perdita.
Dobbiamo dire addio al compagno Ermanno Lorenzoni.

Ermanno è stato sempre un comunista rivoluzionario.
Militante fin da giovanissimo delle organizzazioni del marxismo rivoluzionario e del sindacalismo di classe, negli ultimi decenni ha dato un contributo fondamentale prima alla fondazione del Circolo Ferrovieri del Partito della Rifondazione Comunista di Bologna, poi, quando questo partito ha dato sostegno al governo antioperaio di Prodi, egli, fedele ai propri ideali, non ha esitato a dar vita alla sezione di Bologna del Partito Comunista dei Lavoratori, per cui successivamente ha svolto anche un ruolo importante negli organismi di direzione nazionale.

Ermanno è stato per decenni militante e dirigente sindacale tra i ferrovieri, prima nella FILT-CGIL e poi tra i fondatori del sindacalismo di base in Italia: un lungo percorso iniziato nei primi anni '90 con lo SLAI Cobas, poi USB, fino ai giorni nostri con SGB.

Nondimeno Ermanno è stato capace di essere punto di riferimento per la sinistra bolognese, conseguendo come candidato sindaco nel 2016 uno dei risultati elettorali più brillanti della storia del PCL.

Questi sono solo alcuni dei capitoli della vita militante del compagno Ermanno.
Da ultimo, ma certamente non per importanza, non possiamo tralasciare la sua carica umana, la sua gentilezza mista ad ironia ed autoironia, che ce lo ha reso sempre un grande amico, capace sempre di spontanea solidarietà verso amici e compagni.

Il suo esempio, le sue idee che sapeva sempre mettere al servizio del confronto tra di noi per il miglioramento di tutti, la sua umanità, continueranno a farci da guida nella lotta quotidiana.

Ciao Ermanno.

Oggi che, a causa delle misure di emergenza dovute all'epidemia da coronavirus, non possiamo neanche farlo di persona, ci stringiamo tutti per salutarti con il più fraterno e serrato dei pugni chiusi.

Le compagne e i compagni del Partito Comunista dei Lavoratori


Torneremo in seguito con un ricordo più completo della figura e della militanza del compagno Ermanno Lorenzoni





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Pubblichiamo il comunicato del Sindacato Generale di Base dell'Emilia-Romagna



CIAO ERMANNO


È morto Ermanno, è morto un compagno, è morto un nostro compagno.

Poco importa se ci diranno fra qualche giorno che se lo è portato via questo maledetto virus contro il quale tutti stiamo combattendo o un’altra malattia o ancora un fatto accidentale; sapere che non lo vedremo più è quello che ci rende tristi e sgomenti.

Non possiamo rischiare di essere retorici quando scriviamo e parliamo di Ermanno perché sarebbe in contrasto con i suo modi, sempre riflessivi ma mai scontati e con la sua presenza in ogni riunione, in ogni manifestazione,in ogni presidio, in ogni sciopero, in ogni lotta.

Che la Terra ti sia lieve.

Ciao Ermanno, non ti possiamo scordare.


Le compagne ed i compagni di SGB dell’Emilia Romagna
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Una testimonianza da parte di un compgno che ringraziamo:

Un ricordo di Ermanno Lorenzoni
Ai compagni bolognesi e alla famiglia

Ho ricevuto la bruttissima notizia due giorni dopo e subito mi è venuta in mente l’immagine imponente del compagno Lorenzoni; un nome che gli stava a pennello, come gli enormi cappottoni spinati che indossava col freddo.
Quando lo incontravo, raramente a dire il vero, solo in occasione delle riunioni di partito regionali, nazionali o nelle piazze a manifestare, lo salutavo sempre così: “Ciao, vecchio”. E lui rispondeva con un composto sorriso o con un commento del tipo:” Eh! Sì…”, come a dire che era vecchio davvero. Ma era solo uno scherzo, le cose che si dicono fra due quasi coetanei. In realtà non era vecchio, solo un po’ stagionato, come me: non mi aspettavo che se andasse così presto dal mondo. Me lo ricordo posato, di poche parole. Eh! Non le sprecava le parole, ma se era necessario precisare o spiegare qualcosa le usava assai bene, dimostrando di saperne parecchie di cose.  
Non lo dimenticherò di sicuro.

Stefano Falai
Partito Comunista dei Lavoratori