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Landini e Bergoglio. Quando il capo della CGIL incontra la teocrazia vaticana

 


La CGIL incontra il Papa. La cornice è solenne. Una vasta platea del principale sindacato italiano incontra il monarca assoluto dello Stato vaticano. Landini con aria compunta recita il rosario delle disgrazie del lavoro. Il Papa con aria sofferta offre agli oppressi le proprie preghiere.


Una cerimonia studiata nella rappresentazione scenica. In realtà un incontro di interessi. Il Papa cerca di allargarsi nel mondo del lavoro per contrastare il declino della fede e dei credenti; per questo incontra Landini. Landini cerca di lustrare il proprio profilo istituzionale e rispettabile agli occhi dei partiti borghesi (senza farsi scalzare dalla CISL); per questo chiede e ottiene la benedizione del Papa. «Bravo quel ragazzo», si lascia scappare Bergoglio ai cronisti. In effetti...

Se non fosse che quel “bravo ragazzo” è il segretario della CGIL. Che invece di convocare un'assemblea nazionale di delegati per definire finalmente una piattaforma di lotta generale contro i padroni e il loro nuovo governo a guida postfascista, porta il suo apparato a messa per scambiare segnali di fumo col Pontefice. Il risultato è che mentre Landini incassa il plauso (meritato) di Bergoglio, Meloni si allarga purtroppo tra i salariati, aizzandoli contro i disoccupati e il loro diritto alla sopravvivenza.

I padroni sorridono felici. Se quel bravo ragazzo non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

TORINO 18/12/2021: BASTA SANGUE OPERAIO!


Roberto Peretto, 52 anni di Cassano d’Adda (Milano);

Marco Pozzetti, 54 anni, di Carugate (Milano);

Filippo Falotico, 20 anni, di Coazze (Torino). 


Loro i tre operai morti oggi in via Nizza Millefonti per il cedimento di una gru sul cantiere della società Fiammengo. 

Vi sono anche tre feriti. 

Giovedì scorso a Milano, Modena, Sassari e Barletta sono morti quattro lavoratori. 

Conosciamo le cause reali di queste esecuzioni che il commentario borghese insiste a far passare come possibili «incidenti», ritraendo subito il dito quando pure gli tocca indicare i colpevoli che brillano di evidenza propria, i padroni. 

Le cause reali sono i contratti ricattatori, i ritmi forsennati, le deregolamentazioni su orari, mansioni, sicurezza, manutenzione, la riduzione profonda delle maestranze con licenziamenti, mancati rinnovi contrattuali, casse integrazioni, etc.

Tutto per massimizzare i profitti con le minori spese. 

I responsabili di questa carneficina sono due, i padroni e i governi loro soci, che formano le due facce di un solo Giano: il sistema capitalistico. 

È una strage quotidiana, uno sterminio sociale, una vera e propria guerra civile nell'interesse proprietario. 


L'unità dei lavoratori in una sola, grande lotta di classe per resistere e contrattaccare all'inasprirsi della sanguinaria barbarie capitalistica è ogni giorno più urgente. 


Solo l'unità del proletariato può respingere la criminale offensiva padronale. 

Solo il rilancio di una grande stagione di lotta sposterà i rapporti di forza sociali e politici a vantaggio degli sfruttati. 

Solo l'opposizione alla radicalità delle politiche capitalistiche con una radicalità uguale e contraria da parte degli sfruttati può cominciare a cambiare le cose in questo paese e nel mondo. 


Basta sangue operaio a lubrificare gli ingranaggi globali dei loro orridi profitti!

Versino i padroni il sangue alle condizioni di lavoro cui costringono i salariati! 


È ora! È ora!

Potere a chi lavora!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - TORINO

https://www.facebook.com/1023211601054604/posts/6716668335042207/?sfnsn=scwspmo


La pacificazione alla Beppe Grillo

 


L'odor di fascismo che ancora emana dalla Camera del lavoro devastata di Roma deve aver inebriato Beppe Grillo.

A corto di voti da quando ha mostrato nudo e crudo il volto reazionario e razzista del M5S, oggi per recuperarne qualcuno prova a pescare anche lui nel mare non troppo largo ma comunque cospicuo dei no vax anti-green pass.

La CGIL capitolò al fascismo col "Patto di pacificazione" del 1921. Un secolo dopo, Beppe Grillo capitola ai no vax chiedendo la pacificazione sul green pass.

Ha fatto i calcoli. Sono ancora 19 milioni gli italiani da vaccinare, un terzo. Tolti dodicenni, diciottenni e over sessantenni, restano sei milioni di persone tra la popolazione attiva senza vaccino.

Due terzi però potrebbero essere «disoccupati o inattivi o non occupati». Quindi restano ancora 3,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato, gli unici evidentemente che esistano per Beppe Grillo da vaccinare.

Infatti i lavoratori precari a tempo determinato non entrano in questo strano conteggio. Probabilmente, avendo il suo movimento abolito la povertà, Beppe Grillo deve aver messo i precari tra i beati che possono fregiarsi del ricatto da due soldi del reddito di cittadinanza e godersi la vita spaparanzati sul divano.

Ad ogni modo, per gli ultimi irriducibili no vax, Beppe Grillo propone di pagare il tampone fino a dicembre. La spesa si aggira sul miliardo di euro. Ma il patto di pacificazione alla Beppe Grillo non mette un solo euro sul conto dei padroni. Tutto sul groppone dell'INPS, ossia dello Stato, e cioè non direttamente ai no vax, ma indirettamente a tutti i lavoratori vaccinati e non vaccinati che dovranno pagare un miliardo tasse in più per l’aumento del debito pubblico. Il tutto mentre da qui a dicembre i padroni evaderanno più o meno 20 miliardi di euro.

La pacificazione di Beppe Grillo è tutta qua. È una pacificazione sempre coi padroni. Come Di Maio, prima delle elezioni, faceva il giro delle sette chiese per ingraziarseli, oggi Beppe grillo fa il giro dell'ottava, quella dei no vax, cioè quella più intrisa di squadristi e fascisti, per ingraziarsi anche i loro più fedeli e ignobili zerbini.

In attesa di un'improbabile pacificazione coi lavoratori, auguriamo a Beppe Grillo di fare pace col cervello. Sarà il giorno, almeno, che avrà imparato a fare i conti.

Lorenzo Mortara

Assassinio a Novara

 


Tutti a Roma!

Il PCL esprime il proprio dolore e la piena solidarietà ai lavoratori in lotta e a SICobas per l'assassinio di Adil Belakhdim.

L'assassinio di Adil, operaio, dirigente sindacale del SICobas a Novara, da parte di un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto, non è un evento casuale. È il prodotto del clima da Far West che il padronato della logistica ha imposto nel settore, con il ricorso a mazzieri prezzolati come a Tavazzano e a Prato. È il riflesso della criminalizzazione strisciante delle forme di lotta radicali a difesa del lavoro sancita dai decreti Salvini, tuttora pienamente operanti. È questo il contesto che ha armato l'assassino di Adil.

Il governo e i suoi ministri che oggi dichiarano «preoccupazione» per l'accaduto sono i massimi fiduciari di quegli stessi padroni della logistica che ricorrono a misure di terrore contro gli scioperanti. Sono i responsabili politici di quella polizia che lascia fare ai mazzieri e poi inquisisce chi si difende da questi. Si appoggiano in Parlamento su un'unità nazionale che abbraccia quei partiti razzisti e reazionari che hanno promosso le campagne d'ordine contro i picchetti. Sono gli stessi che annunciano lo sblocco generale dei licenziamenti contro cui Adil lottava.

Padroni e governo sono dunque pienamente responsabili dell'accaduto.

Contro padroni e governo c'è una ragione in più per sostenere le lotte operaie, estenderle e unificarle sul terreno dello sciopero generale. Ed anche per affrontare, nella logistica, il tema dell'autodifesa delle lotte stesse contro mazzieri e crumiri.

La manifestazione nazionale a Roma di domani acquista dopo quanto accaduto una importanza ancora maggiore.

Tutti a Roma!

Partito Comunista dei Lavoratori

Aggressione infame di una squadraccia armata

 


Solidarietà ai lavoratori colpiti e al Si Cobas. Tutti a Roma il 19 giugno!

L’aggressione di questa notte al picchetto dei lavoratori di FedEx – Zampieri di Tavazzano (Lodi), da parte di una squadraccia di picchiatori al soldo dell’azienda, è un atto infame.

Al lavoratore gravemente ferito, a tutti i lavoratori coinvolti e al Si Cobas va la nostra piena solidarietà.

Attorno alla lotta esemplare dei lavoratori della FedEx e agli scioperi di solidarietà con questa lotta, il padronato del settore sta rispondendo con la militarizzazione dello scontro. La logistica sta diventando un Far West da primo ‘900 americano, con i padroni che, non contenti dei servizi offerti dalla repressione dello Stato, finanziano direttamente propri corpi militari irregolari per spezzare i picchetti e riportare l’ordine. Mentre la polizia lascia fare, salvo criminalizzare i lavoratori che si difendono. L’obiettivo è piegare la resistenza operaia e buttar fuori dalla logistica il Si Cobas, colpevole di organizzare quella resistenza.

Se passa questa pratica militare nella logistica rischia di estendersi in altri settori. Magari in occasione dello sblocco dei licenziamenti nella grande industria e nell’edilizia. È necessario allora che attorno alla lotta di FedEx e della logistica si sviluppi una attiva campagna di solidarietà militante di tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe, al di là di ogni divisione.

Ma è anche necessario mettere a tema la necessità dell’autodifesa organizzata dei lavoratori stessi della logistica. Se i padroni del settore ricorrono a propri mazzieri per attaccare i picchetti, i picchetti hanno diritto di difendersi con gli stessi mezzi, colpo su colpo, come nelle migliori tradizioni del movimento operaio. Non dovrà più accadere che gli sgherri del padrone, armati di spranghe e catene, possano colpire impunemente lavoratori inermi. Dovranno trovare ovunque pane per i loro denti.

Lo sciopero generale della logistica del 18 giugno e la manifestazione nazionale del 19 giugno a Roma sono e saranno una prima risposta e una occasione di denuncia pubblica di ciò che accade. Nella prospettiva dello sciopero generale dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutte le loro organizzazioni.

Partito Comunista dei Lavoratori
I video che mostrano gla squadraccia di mazzieri pagati dai padroni  e la polizia (al servizio dei padroni) che resta a guardare.
Ricordiamocene!

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/11/tnt-fedex-notte-di-tensione-a-lodi-si-cobas-lavoratori-del-presidio-picchiati-con-bastoni-e-sassi-e-la-polizia-non-ha-mosso-un-dito-video/6226867/?pl_id=11&pl_type=category




VIDEO: Contro il governo Draghi! - Marco Ferrando (18 febbraio 2021) - Piazza S.Silvestro - Roma

 


Contro il governo Draghi, per il più ampio fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori!














Intervento del compagno Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione unitaria contro il governo Draghi, tenutasi a Roma il 18 febbraio 2021. L’unità nazionale attorno a Draghi richiede la costruzione del fronte unitario più ampio dell’opposizione di classe. I padroni e il governo hanno paura di una sola cosa: la lotta di classe. Al fronte unico di padroni e governo opponiamo il fronte unico delle lavoratrici e dei lavoratori! L'alternativa vera è tra capitale e lavoro. Lottare coerentemente contro il capitalismo e i suoi governi significa battersi per un'alternativa politica anticapitalista e rivoluzionaria. Significa ricondurre ogni lotta alla prospettiva generale di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione! Avanti!


Partito Comunista dei Lavoratori


Piena solidarietà agli operai e alle operaie della FedEx-TNT

 


Ancora una volta la polizia dello Stato borghese risponde al richiamo del padrone. Ma gli operai non si sono lasciati intimorire

Le compagne e i compagni del Partito Comunista dei Lavoratori esprimono la massima solidarietà alle operaie e agli operai in lotta contro i licenziamenti annunciati da parte della FedEx-TNT di Piacenza.

La multinazionale americana ha annunciato migliaia di licenziamenti in tutta Europa, di cui centinaia in Italia. Lo stabilimento di Piacenza è particolarmente colpito ed è qui che si è mostrata la forza della resistenza operaia. Le lavoratrici e i lavoratori in sciopero, con il loro picchetto per molte ore hanno impedito l'uscita dei camion della FedEx-TNT.

A questo punto i padroni hanno chiamato la polizia e la polizia è accorsa a difendere il loro sacro diritto di sfruttare e di licenziare, nonostante la pandemia.

Quelle stesse autorità dello Stato, a partire dal governo, che hanno dimostrato una criminale incapacità nel gestire l'emergenza sanitaria e ora sono in ginocchio davanti alle multinazionali dell'industria farmaceutica che centellina le forniture di vaccini per speculare il più possibile e trarne il massimo profitto, non esitano a picchiare e gasare lavoratrici e lavoratori. Quegli stessi lavoratori e lavoratrici che prima sono stati costretti a lavorare a rischio di contrarre il contagio da Covid in nome della continuità dei profitti, ora vengono scaricati e sono costretti a lottare per non perdere il posto di lavoro.

Questi operai nella notte scorsa hanno dato un grande esempio di determinazione e forza, resistendo alla violenza poliziesca e riuscendo a continuare il presidio.

Il PCL non può che associarsi alla loro lotta prendendola ad esempio ed esprime tutto il suo sostegno alla vertenza portata avanti dal SI Cobas, con cui per altro è impegnato da mesi nel percorso unitario tracciato dall’"Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi" che venerdì 29 gennaio ha promosso lo sciopero generale.

La giornata del 29 è stata una tappa di una mobilitazione che continua e dovrà necessariamente allargarsi coinvolgendo possibilmente i milioni di salariati che a causa della crisi sanitaria ed economica sono gettati sul lastrico e rischiano il licenziamento di massa dopo il termine del blocco dei licenziamenti del prossimo mese di marzo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Volentieri pubblichiamo: Facciamo pagare la crisi ai padroni!

 


Tutti e tutte in piazza il 29 e 30 gennaio

Testo del Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe a sostegno dello sciopero del 29 gennaio e della giornata di mobilitazione del 30 gennaio


La crisi sanitaria ancora pienamente in atto a livello mondiale sta accelerando e rendendo ancora più evidenti le contraddizioni strutturali dell’attuale modo di produzione.

Un’emergenza pandemica che non è casuale ma al contrario è strettamente legata al sistema capitalistico e alla sua espansione vorace e predatoria, che non risparmia alcun ecosistema.

Sono infatti in progressivo e costante aumento la deforestazione e la desertificazione, l’incremento irreversibile della temperatura terrestre che produce ciclicamente catastrofi naturali, l’agribusiness e l’allevamento intensivo, l’inquinamento e l’urbanizzazione esasperata, la rapina di territori e i conseguenti fenomeni di migrazione alla ricerca di una vita dignitosa.

Un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto, sul massiccio sfruttamento di vite e sul saccheggio di risorse su scala globale non poteva che provocare, tra i suoi rovinosi effetti sociali, anche questa crisi sanitaria mondiale.

Sebbene l’intero sistema produttivo e sociale sia stato travolto da questa crisi, governi e padroni si appellano alla retorica dell'unità nazionale: in realtà intendono scaricare i costi della crisi solo sulle classi subalterne per tutelare l'accumulazione di ricchezze dei capitalisti che non viene minimamente intaccata dalle misure governative, anzi il più delle volte continua a crescere.

Le politiche messe in atto dai governi nazionali, Conte in primis, segnano la subordinazione servile alle richieste e alle forti pressioni padronali che spingono per misure di tutela dei loro profitti e di socializzazione delle perdite sulle classi subalterne, le quali saranno costrette a pagare le inevitabili ristrutturazioni produttive. Le misure di emergenza sino ad ora messe in campo comporteranno l’aumento del debito (a partire dal Recovery Plan) e pertanto ulteriori stagioni di “sacrifici”, con tagli del welfare, sterilizzazione dei salari e sgretolamento di tutele e diritti acquisiti (tra cui anche il diritto di sciopero e di attività sindacale).

In questo quadro tendono ad inasprirsi il patriarcato e le discriminazioni di genere: l’atomizzazione e la segregazione generata dallo smart-working scaricano il peso del lavoro di cura e riproduttivo ancor più sulle spalle delle donne.

Lo stesso vale per la discriminazione degli e delle immigrate: il razzismo istituzionale che ricatta chi non è cittadino italiano, imponendo la subordinazione ad un documento e criminalizzando chi non ce l’ha, comporta un accesso differenziale alle cure, alla prevenzione e al welfare. La finta ‘sanatoria’ promossa dalla ministra Bellanova e il ritocco di facciata ai decreti Salvini sono la prova di quanto faccia comodo alla classe dominante mantenere gli immigrati in una condizione di subalternità legalizzata.

L’imminente termine della moratoria dei licenziamenti non potrà che aggravare la condizione di impoverimento già approfondita da anni di austerità: una moratoria peraltro più fittizia che reale, in quanto il mancato rinnovo dei contratti a termine, la chiusura totale di attività, i licenziamenti disciplinari fittizi, l’espulsione del lavoro sommerso e in nero, già ne hanno decretato la fine.

In definitiva, il padronato sta approfittando della crisi in atto per continuare la propria guerra di classe e regolare i conti con i lavoratori e i proletari: l’offensiva padronale sul versante dei salari, dei contratti e delle complessive condizioni di lavoro è ormai esplicita e palese a chiunque: l'annuncio di oltre 6000 licenziamenti in tutta Europa di lavoratori da parte di Fedex-TNT ne è la riprova.

La gestione dell’emergenza, anche in questa infinita seconda fase, segnala e conferma l’assoluta assenza di tutela della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, subordinata anch’essa alle deroghe tese a tutelare gli interessi padronali e il profitto.

Questo, e non altri, è il principale motivo per cui l'Italia è il paese europeo col più alto numero di vittime per CoViD-19, alimentate ulteriormente da una gestione fallimentare dell'emergenza e da anni di tagli e di distruzione programmata del sistema sanitario nazionale: un sistema al collasso anche per il pressoché completo abbandono delle politiche di prevenzione e della medicina territoriale e del lavoro. L’inizio a dir poco zoppicante della campagna vaccinale ne è un’ulteriore dimostrazione.

Questo stato di cose richiama la necessità di porre con forza all’attenzione dei lavoratori e degli oppressi la necessità oggettiva del superamento del sistema di sfruttamento capitalistico, stante l’assoluta incompatibilità e contrapposizione degli interessi generali di classe con quelli della borghesia imperialista e dei suoi maggiordomi al governo.

Un’incompatibilità e una contrapposizione oggettiva e storicamente data che necessitano di una mobilitazione a livello di massa, di strumenti di lotta che diano realistiche e praticabili risposte alla materialità dei bisogni di classe immediati, per affrontare concretamente le difficoltà del proletariato soprattutto nell’attuale fase storica.

Ma ciò non è sufficiente: devono essere poste le basi per superare la mera difesa sul piano aziendale o di singola categoria per rispondere agli attacchi che subiscono tutti i proletari e per strutturare un fronte di azione e di lotta di massa, esteso, comprensivo dell’insieme dell’intera classe, superando i mille rivoli e le mille vertenze in cui è tutt’ora scomposta.

Un fronte di classe con un chiaro indirizzo anti-capitalista, che rilanci le parole d’ordine storiche e unificanti del movimento operaio, che sia capace di invertire una volta per tutte la tendenza al riflusso e alla passività, e che restituisca ai proletari quel protagonismo e quella fiducia nei propri mezzi che è il requisito fondamentale per resistere e per vincere.

In continuità con le mobilitazioni del 18 e 19 dicembre il Patto d'Azione anti-capitalista aderisce allo sciopero generale del 29 gennaio convocato dalla partecipata Assemblea dei Lavoratori e delle Lavoratrici Combattivi, ne condivide e ne fa proprie le parole d’ordine: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, cassaintegrazione al 100% del salario, salario medio garantito a disoccupati e precari, imposizione di una Million tax del 10% sul 10% per far pagare la crisi ai suoi artefici, rispetto e potenziamento dei protocolli sanitari per l’autodifesa della salute sui luoghi di lavoro, regolarizzazione senza condizioni degli immigrati sprovvisti di documenti, e lancia una giornata di mobilitazione nei territori, ove possibile, nella giornata di sabato 30 gennaio per riaffermare la necessità della costruzione di un fronte unico di classe il più ampio possibile.

Facciamo quindi appello a tutte le realtà sociali, sindacali e politiche che condividono questa necessità, e ai singoli proletari stanchi di subire quotidianamente le politiche di sfruttamento e marginalità, a partecipare in massa alle giornate del 29 e 30 gennaio e ai prossimi appuntamenti del Patto d'azione.

Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

Per difendere la salute e la vita

 


18 e 19 dicembre: iniziative territoriali in tutta Italia del patto d'azione anticapitalista

Il 18 e 19 dicembre il patto d'azione anticapitalista terrà iniziative in tutta Italia, prevalentemente davanti alle strutture ospedaliere, attraverso presidi, manifestazioni, volantinaggi, per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari, per far pagare ai padroni i costi della crisi.

Il PCL, che è parte del patto d'azione, partecipa e invita a partecipare alle iniziative previste.

La seconda ondata della pandemia ha messo a nudo la crudeltà classista della società borghese e dei governi che l'amministrano. Dopo le promesse solenni nella primavera scorsa del “nulla sarà come prima”, tutto è rimasto come prima. È saltato il sistema di tracciamento, mancano ovunque medici e infermieri, la medicina territoriale è scomparsa, gli ospedali restano sottoposti a una pressione travolgente, a partire dai pronto soccorso. Il risultato è il numero di morti per Covid più alto d'Europa, cui vanno aggiunti i morti per Covid non registrati come tali, e i morti per altre patologie (cardiache o tumorali) che non hanno potuto essere curate per via del crollo delle strutture sanitarie.
Perché tutto questo? Perché per decenni i governi borghesi di tutti i colori hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per ingrassare la sanità privata, che vola in Borsa, e per pagare il debito pubblico alle banche, italiane in primis. Le stesse banche che proprio oggi riprendono a distribuire lauti dividendi ai propri azionisti.

Parallelamente, se i capitalisti attendono la manna europea e annunciano una valanga di licenziamenti, milioni di lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare e produrre in condizioni di supersfruttamento, senza rinnovo di contratto, senza condizioni minime di sicurezza. Mentre i portavoce più cinici dei capitalisti, come nel caso di Confindustria Marche, arrivano a dichiarare pubblicamente che la produzione di profitto viene prima del diritto alla vita. Che non è affatto una frase dal sen fuggita, ma esattamente ciò che pensano i padroni. Sono gli stessi che nel marzo scorso si opposero alla zona rossa in Val Seriana, con la conseguenza del più alto tasso di contagio e di morti a livello mondiale.

Difendere la salute significa liberare l'umanità dalla dittatura di questa classe.


- Assumere 100.000 medici e infermieri nel servizio sanitario pubblico

- Riaprire i duecento ospedali soppressi e ricostruire la medicina territoriale

- Raddoppiare l'investimento nella sanità pubblica, finanziandolo con una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco

- Nazionalizzare la sanità privata e l'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici

- Screening e tamponi gratuiti per i salariati nelle fabbriche e nelle aziende

- Per il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni di sicurezza in ogni luogo di lavoro



Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il solo che possa realizzare l’insieme di queste misure di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

Facciamo pagare la crisi ai padroni e ai loro governi!

Il 6 giugno riscendiamo in piazza in tutte le città

Pubblichiamo il testo dell'appello prodotto dal patto unitario d'azione, cui il nostro partito aderisce, per la giornata nazionale di piazza del 6 giugno. Il PCL porterà nelle piazze la prospettiva del fronte unico di massa e la proposta della più ampia unità d'azione dell'avanguardia.


Noi lavoratori della logistica considerati carne da macello, con le nostre vite considerate un’inevitabile costo da pagare; noi addetti alla sanità, infermiere, infermieri e medici diventati “eroi” nel momento stesso in cui venivamo mandati al massacro; noi lavoratori immigrati delle campagne sfruttati e sottopagati; noi addetti alle pulizie; noi operai di fabbrica trattati al pari delle macchine con cui lavoriamo in catena di montaggio; noi lavoratori del turismo e dello spettacolo, senza lavoro e senza salario; noi insegnanti e supplenti precari; noi disoccupati, intermittenti, precari e a nero dai mille lavori e contratti, spremuti come limoni nei mille rivoli del decentramento della produzione capitalista e costretti a sopravvivere con paghe da fame; noi donne proletarie discriminate per il loro genere; noi rider che incontrate sulle nostre biciclette per portarvi a casa il cibo; noi studenti di scuole squalificate e senza futuro abbiamo deciso di prendere in mano le sorti delle nostre vite, con la consapevolezza che i nostri interessi immediati e futuri sono contrapposti e incompatibili agli interessi di chi ci sfrutta e di chi ci governa.

Abbiamo compreso insieme che è necessario ripartire con la lotta proprio dai nostri bisogni materiali indicando però anche l’immaginario di un nuovo tipo di società possibile, necessaria e indispensabile per il loro completo soddisfacimento: una società libera dal capitalismo e dalle sue logiche di miseria e di sfruttamento

Abbiamo deciso, dopo diversi momenti di confronto nazionale di convergere e di dar vita a un patto d’azione, un fronte unico anticapitalista che ricomponga, nel conflitto e nella prospettiva politica di una trasformazione radicale della società, le diverse lotte presenti sul piano nazionale e locale.

Abbiamo deciso di scendere in piazza SABATO 6 GIUGNO per una giornata di mobilitazione nazionale articolata in tutti territori dove ad ora siamo presenti, con una piattaforma di rivendicazioni unificanti.

Al degrado e alla miseria attuale i proletari devono contrapporre un’alternativa di classe tesa al superamento della schiavitù salariata, e perciò incompatibile con gli interessi di sopravvivenza del capitale.

Facciamo appello a tutte le realtà sociali, sindacali e politiche che condividono questa necessità, e ai singoli proletari stanchi di sfogare la propria rabbia solo sui social virtuali, a partecipare in massa alla giornata del 6 giugno e ai prossimi appuntamenti del Patto d'azione.

1 - Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati;

2 - Riduzione drastica e generalizzata dell'orario
di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti;

3 - I costi della pandemia siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione;

4 - Libertà di sciopero e agibilità sindacale: contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare;

5 - Abrogazione dei Decreti-sicurezza: no alla militarizzazione ulteriore dei territori e dei luoghi di lavoro;

6 - Drastico taglio alle spese militari (un F35 equivale a 7113 respiratori) e alle grandi opere inutili e dannose (quali TAV, TAP, MUOS);

7 - Piano di assunzione di nuovo personale sanitario: scorrimento degli idonei e delle idonee nelle graduatorie pubbliche e stabilizzazione dei precari e delle precarie, per garantire anche l'abbattimento dei turni di lavoro e le ferie bloccate;

8 - Requisizione immediata di tutte le cliniche private, anche oltre l'emergenza, per ricostruire tutti i servizi sanitari territoriali distrutti; contro la mercificazione della salute, per un servizio sanitario unico, universale, efficiente e gratuito;

9 - Regolarizzazione e sanatoria per tutti gli immigrati, a partire dalle migliaia di “irregolari” del settore bracciantile; contro la regolarizzazione-beffa “Conte- Bellanova”: permessi di soggiorno, documenti anagrafici e riconoscimento pieno per tutti gli immigrati; garanzia di salario diretto e indiretto, diritto all'abitare e assistenza sanitaria; chiusura dei CPR e riapertura dei porti;

10 - Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo;

11 - Revoca di qualsiasi progetto di Autonomia differenziata che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud;

12 - Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i detenuti e di tutte le detenute
Patto d'azione per un fronte anticapitalista

Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell'azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

VIDEO: PADRONI CRIMINALI

NE PARLIAMO CON MARCO FERRANDO
MODERA DIEGO ARDISSONO


Il PCL è stato impegnato nelle ultime settimane nel denunciare le responsabilità del capitalismo nella determinazione del disastro relativo all'emergenza sanitaria del coronavirus. Responsabilità dirette e determinanti: i tagli alla ricerca scientifica, asservita al capitale e al profitto delle industrie farmaceutiche; la devastazione ambientale che ha favorito il salto di specie del virus; i tagli massicci ai sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo, a favore del privato.

In questo quadro, l'emergenza coronavirus ha messo in luce, ancora una volta, l'irrazionalità folle del sistema capitalista. Un sistema dove tutto, salute compresa, è subordinato al profitto. Un sistema che solo una rivoluzione può distruggere.

Che risposta dare a questa crisi?

Attorno a queste tematiche e all'esposto giudiziario che abbiamo presentato in merito alle responsabilità criminali del governo nazionale, della regione Lombardia e di Confindustria nello sviluppo esponenziale del contagio e delle morti in Lombardia, promuoviamo questa assemblea pubblica in streaming, domenica 19 aprile alle 18:30, con Marco Ferrando (portavoce nazionale del PCL) e Diego Ardissono (Segreteria del PCL).

Perché il conto del coronavirus lo paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Immigrati minori al servizio degli agrari

Il governo Psoe-Podemos riceve il plauso dei padroni agricoli

9 Aprile 2020
In tempi di coronavirus tutto emerge alla luce del sole nella sua cruda realtà, facendo piazza pulita delle illusioni. Abbiamo ascoltato in tempi recenti le pubbliche lodi del governo Psoe-Podemos in Spagna, presentato come faro di progresso e di una possibile alternativa, da parte di autorevoli dirigenti della sinistra italiana cosiddetta “radicale”. Il nostro giudizio controcorrente fu apostrofato con parole sprezzanti. Poi arrivano i fatti, e sono impietosi, soprattutto quando investono i terreni più delicati.

In una Spagna investita dalla pandemia, l'agricoltura è rimasta a corto di braccia. Il Marocco ha bloccato la propria emigrazione in Spagna per difendersi dal contagio, e lo stesso hanno fatto Romania e Bulgaria. È un problema che ha anche l'Italia. In Italia la soluzione caldeggiata dalla ministra renziana Bellanova per venire incontro ai padroni agricoli è quella del ricorso alla liberalizzazione dei voucher nelle campagne. Ciò che permetterà di assumere per pochi spiccioli, senza tracciabilità e controllo, schiacciando i salari verso il basso e spingendo in alto il livello di sfruttamento. La FLAI-CGIL giustamente protesta.

Ma si dirà “il ministro è renziano!”, se non che la Spagna “progressista” fa di peggio. Martedì 7 aprile il ministro dell'Agricoltura, Luis Planas, ha varato un decreto che liberalizza lo sfruttamento di minori irregolari extracomunitari con contratti a termine misurati sui tempi del raccolto. Alla fine del raccolto il contratto scade e l'immigrato (minore!) resta irregolare, con prospettiva di espulsione. L'immigrato (minore!) resta irregolare per la legge spagnola, ma diventa “regolare” per il padrone agrario per il tempo in cui ne ha bisogno. Dopo di che torna il paria di sempre. El Pais ci informa che “le principali organizzazioni agrarie (Asaja, Coaug, Upa) hanno valutato positivamente la misura” (8 aprile). È comprensibile.

Tutto il mondo è capitale, scrivevamo qualche giorno or sono. E così è. Anche quando al governo siedono i ministri della sinistra cosiddetta “radicale”. In Italia il peggior crimine in mare contro gli immigrati fu commesso nel 1997, quando fu affondata nel Canale d'Otranto una nave albanese carica di migranti, con centinaia di morti in fondo al mare. Governava allora Romano Prodi, col sostegno di Bertinotti, Cossutta, Rizzo... Lo stesso governo che varò i campi lager per gli immigrati con la Legge Turco-Napolitano. Le politiche xenofobe dei successivi decenni trovarono un terreno già arato.

La sinistra fa spesso il lavoro sporco della destra, stendendole il tappeto sotto i piedi, e come si vede non solo in Italia. La costruzione di una sinistra rivoluzionaria che si batta per il potere dei lavoratori è più che mai una necessità ineludibile. Ovunque.
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Non siamo carne da macello! Scioperi operai al tempo del coronavirus

È necessario affermare ed estendere con la lotta un semplice principio: senza sicurezza non si lavora

12 Marzo 2020
In tutta Italia la pretesa dei padroni di far lavorare gli operai senza misure di sicurezza incontra la resistenza dei lavoratori. In molte fabbriche del Piemonte, nelle fabbriche del bresciano, alla Fincantieri di Marghera, alle acciaierie di Terni, all'Ilva di Taranto, si sono oggi moltiplicate azioni di sciopero contro l'atteggiamento padronale, con un'altissima partecipazione tra i lavoratori. La stessa FIOM nazionale (con addirittura FIM e UILM) è stata spinta dalla pressione operaia a prendere posizione, a definire «inaccettabili» le misure varate dal governo, a chiedere la fermata delle fabbriche metalmeccaniche sino al 22 marzo per «predisporre le misure di sicurezza necessarie nelle aziende».

Bene. Ora questa rivendicazione va estesa a tutti i comparti del lavoro interessati, al di là del settore metalmeccanico.

Ovunque i fatti dimostrano che le raccomandazioni del governo ai padroni e le rassicurazioni dei padroni al governo valgono meno della carta straccia. Ovunque l'esperienza quotidiana di milioni di lavoratori e lavoratrici documenta l'esistenza di condizioni di rischio legate alla plateale inosservanza delle norme di igiene e sicurezza più elementari. Ovunque i padroni usano la crisi come arma di ricatto sventolando la minaccia del licenziamento o della chiusura aziendale.
È a tutto questo che i lavoratori si ribellano.

È dunque necessario affermare con la lotta un principio di fondo: senza sicurezza non si lavora, punto. Le strutture sindacali debbono rivendicare ed esercitare una funzione autonoma di controllo sulle condizioni del lavoro, in ogni fabbrica, azienda, supermercato, treno, banca, ufficio, a partire dalla attribuzione di poteri decisionali ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Senza questo controllo, e senza che il controllo indipendente del sindacato abbia accertato o imposto condizioni di sicurezza, produzione e lavoro vanno bloccati. Perché i lavoratori non sono carne da macello, come ha dichiarato stamane un delegato intervistato di una fabbrica in sciopero. Sono quelli che col proprio lavoro reggono l'intera economia del paese. Sono quelli che la potranno dirigere domani. Anche per questo vanno oggi difesi e preservati.
Partito Comunista dei Lavoratori

Quale Italia è protetta?

L'Italia dei capitalisti e quella dei lavoratori

Drammatica crisi sanitaria, crollo delle borse, recessione in corso, panico tra i padroni, rivolta delle carceri hanno spinto verso una parziale unità nazionale tra governo Conte e destre reazionarie. Questo è il risvolto politico delle scelte delle ultime ore.

Il governo non è più in grado di reggere il peso della crisi sulle sue sole spalle, obiettivamente fragili. Le opposizioni non sono nelle condizioni né di riprovare una spallata, data l'emergenza in corso, né di imporre un governo di salute pubblica col proprio ingresso nell'esecutivo (ipotesi Giorgetti). La risultante è un nuovo precario equilibrio politico e istituzionale in cui il governo resta in sella ma concorda le misure con le opposizioni, e le opposizioni si presentano come ciambella di salvataggio del governo (per sottolineare la sua debolezza) nell'”interesse superiore della nazione”. La Presidenza della Repubblica ispira e benedice l'intera operazione. Mentre i sindacati sono muti, unico soggetto silente nello scenario pubblico, a misura della propria subalternità alla politica borghese.

L'estensione all'intero territorio nazionale delle misure eccezionali varate in Lombardia e in altre 14 province è il terreno dell'intesa istituzionale tra governatori del Nord e governatori del Sud. Le contrapposizioni tra governi regionali e governo nazionale avevano raggiunto un livello di guardia dopo l'estensione all'intera Lombardia della zona rossa, con trasmigrazioni incontrollate a Sud e provvedimenti dei governi del Sud totalmente autonomi dalle direttive del Viminale, una spirale che rischiava di andare fuori controllo. L'estensione delle misure straordinarie in tutta Italia ricompone l'intesa istituzionale, almeno per oggi.

Il principio della guerra al virus anche attraverso misure rigorose di contenimento del contagio è in sé incontestabile. Un governo dei lavoratori, se necessario, attuerebbe misure anche più drastiche. Il problema è che siamo in presenza non solo di un governo padronale, ma di un contesto da tempo segnato dallo strapotere dei padroni nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche, e ora di una nuova drammatica crisi capitalista, acuita dallo stesso coronavirus, che sta già scaricando i propri effetti sulle condizioni del lavoro. In questo contesto non vi sono e non vi possono essere misure socialmente neutre. Le stesse misure di contenimento del contagio hanno riflessi diversi sulle diverse classi, e a maggior ragione l'hanno e le avranno le misure prospettate, nel nome dell'emergenza, sul terreno economico sociale.


OPERAI SENZA PROTEZIONE, PADRONI CON (ANCOR) PIÙ POTERE

Gli strumenti di protezione sanitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, e persino di normale igiene, sono largamente assenti nelle fabbriche. Gli operai dell'Ilva di Genova, ad esempio, sono costretti a richiedere persino la carta asciugamani nei bagni e i prodotti igienizzanti per disinfettare le postazioni di lavoro. Le spese annunciate dal governo in fatto di mascherine sono risibili rispetto alle necessità, e oltretutto di dubbia concretizzazione. Il tutto in un contesto in cui le scuole possono chiudere ma le fabbriche no. Le merci sono assai più protette di chi le produce.

Le ferie dei lavoratori sono messe a disposizione del padrone, per cui puoi essere obbligato a mangiarti le ferie d'agosto passandole in casa. La cassa integrazione in deroga è estesa ma non deve essere più contrattata col sindacato. È sufficiente informarlo, per di più successivamente al suo varo. E questo nel momento in cui la cassa integrazione già dilaga col relativo taglio dello stipendio, e il rinnovo dei contratti, a partire dai metalmeccanici, è di fatto cancellato in attesa di tempi migliori. Intanto, dietro lo scudo dell'emergenza, AcelorMittal e governo si accordano alle spalle degli operai mettendo lo stesso sindacato di fronte al fatto compiuto. E in Alitalia si procede alla soluzione spezzatino con migliaia di licenziamenti annunciati.


BRICIOLE PER LA SANITÀ E UNA PIOGGIA DI MILIARDI PER LE IMPRESE
Sul fronte stesso della sanità la montagna partorisce il topolino.
Per dare una misura delle necessità reali, il solo ampliamento delle terapie intensive (infermieri, letti, medicinali, ventilatori) richiederebbe qualcosa come dodici miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 10 marzo). Il governo ha stanziato un solo miliardo per la sanità nel suo insieme. In una situazione talmente penosa che persino i laboratori che devono esaminare i test sulla positività o meno sono costretti a impiegare 48 o 72 ore per dare i risultati a causa dell'assenza di uomini e di mezzi, con ricadute non indifferenti sulla protezione sanitaria collettiva. Nel mentre non ci sono risorse per i contratti pubblici, incluso il contratto di medici e infermieri impegnati al fronte per 12 ore al giorno (e più) in condizioni pietose.

In compenso, governo padronale e destre reazionarie annunciano nuove misure a sostegno delle imprese per decine di miliardi. Quando si trattava di investire sulla sanità o sulle pensioni obiettavano che il debito pubblico lo impediva e che bisognava salvare le banche (Salvini a suo tempo votò il pareggio del bilancio in Costituzione, su relazione di Giorgetti, e la Meloni la famigerata legge Fornero, mentre il PD naturalmente votò tutto). Sanità, pensioni, e scuola pubblica pagarono il conto. Ora le imprese dicono “se in passato si sono salvate le banche, oggi vanno salvate le imprese”. E il governo, Salvini e Meloni regalano alle imprese, oltre alla mano libera sui dipendenti, l'esenzione dal versamento dei contributi e la moratoria dei debiti verso le banche; e al tempo stesso regalano alle banche la garanzia pubblica sui crediti verso le imprese, in modo che non debbano fare nuovi accantonamenti patrimoniali. L'avvocato del popolo Conte e gli amici del popolo Salvini e Meloni si ritrovano nel sostegno ai padroni a spese del popolo. Non li unisce la lotta al contagio, ma l'accudimento della stessa classe e dei suoi profitti.

Contro tutto questo non c'è coronavirus che tenga. Ed anzi proprio la drammatica crisi sanitaria in corso sottolinea le responsabilità, passate e presenti, delle classi dominanti e di tutti i loro partiti.
"Italia zona protetta"? L'unica Italia realmente protetta è quella dei capitalisti e dei banchieri. Per questo l'Italia dei lavoratori e delle lavoratrici deve recuperare una propria proposta e iniziativa indipendente senza alcuna subordinazione all'unità nazionale. E lo deve fare non per disinteresse verso il tema del contagio ma per la ragione esattamente opposta: perché sanità e salute possono essere difese solo dai lavoratori, non da chi le ha sfasciate nell'interesse dei capitalisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Fallita la provocazione contro il SiCobas

Aldo Milani assolto 

Due anni fa, i padroni alla ditta della logistica Alcar-Levoni di Modena, in combutta con la Questura di quella città, avevano montato una provocazione contro il dirigente nazionale del SiCobas Aldo Milani. 

Nel corso di un incontro di trattativa sindacale con lo stesso Milani, i padroni avevano consegnato una busta con del denaro ad una parte terza, riprendendo il tutto con una videocamera nascosta. Il tentativo era quello di far apparire Milani un corrotto e un estorsore.
Il tribunale del lavoro di Modena ha ora assolto il compagno Milani da ogni accusa, assolvendolo “perché il fatto non sussiste”.
La stessa magistratura borghese ha dovuto quindi riconoscere che non vi è stato alcun comportamento illegale e quindi, implicitamente, che si è trattato di una provocazione. Dunque secondo logica dovrebbero essere ora i Levoni e i loro complici ad essere inquisiti. Non sappiamo se questo avverrà mai, ma in ogni caso la macchinazione è stata smascherata.
Le ragioni de tale macchinazione sono evidenti: si è voluto colpire l’azione di un sindacato di lotta che molto ha fatto per i diritti dei lavoratori, in particolare immigrati, nel settore in espansione della logistica. Noi siamo al suo fianco e al fianco del compagno Milani contro il padronato e lo Stato borghese e le loro provocazioni. Lo siamo stati fin dal primo momento, insieme a molti altri, nella sinistra e nel sindacalismo di classe, di base o interno alla CGIL, lo siamo oggi e lo saremo quali che possano essere le critiche, anche importanti, che come partito possiamo avanzare a vari aspetti della politica sindacale del gruppo dirigente del SiCobas.
Una battaglia è vinta. La guerra di classe contro i padroni e il loro Stato continua.
Partito Comunista dei Lavoratori

Corinaldo: non esistono capitalismi buoni

Il profitto, ancora una volta, alla base della tragedia

La notte tra venerdì 7 e sabato 8 dicembre, a Corinaldo, in provincia di Ancona, si è consumata una strage.
La discoteca Lanterna Azzurra ha venduto 1.400 biglietti per il concerto del trapper Sfera Ebbasta.
Un pubblico soprattutto di minorenni, giovani al punto da essere accompagnati dai genitori fin dentro la discoteca. Il locale si suddivide in diversi vani, e la sala principale, quella che ha ospitato il cantante col relativo pubblico, dispone di una capienza massima di 469 persone. Numero scandalosamente inferiore a quello dei biglietti venduti. Il sito ticketone.it (multinazionale tedesca Cts Eventim, già nel mirino dell’Antitrust) non ha badato a limiti. Ma ancora meno ha badato la direzione del locale che, davanti alla folla sproporzionata, avrebbe dovuto porre il divieto d’accesso con risarcimento dei biglietti venduti.

Ma il capitalismo delle multinazionali e quello dei piccoli esercenti di provincia si comporta allo stesso, criminale modo: perseguire il massimo profitto, facendo carta straccia di leggi e normative quando queste si rivelano d’intralcio.

Il risultato è l’orrore. In seguito all’emissione di un gas urticante da parte di uno o più astanti (espediente, per altro, sempre più diffuso in occasioni simili per rubacchiare nel panico), l’aria si è fatta irrespirabile e la folla si è precipitata fuori per le uscite di sicurezza, una delle quali sbarrata. Il peso insostenibile delle persone ha fatto cedere le balaustre, e qualcuno è scivolato finendo schiacciato dalla calca, perdendo così la vita.

Una tragedia annunciata: tra i 14 e i 20 anni, il bilancio è di un centinaio di feriti, dieci in condizioni critiche e sei morti. La sola vittima adulta, Eleonora Girolimini di Senigallia, 39 anni, è morta calpestata nel fuggi fuggi mentre proteggeva la sua bambina di 11 anni, ora in terapia presso gli psicologi, urlando «C’è la piccola!... C’è la piccola!...». Atroce.

Il Ministro dell’Inferno, l’indomani, dal palco di Piazza del Popolo a Roma, ha dedicato un minuto di silenzio alle vittime promettendo che chi sbaglia paga.
Ne siamo sicuri, come ha pagato chi ha sbagliato per il Ponte Morandi e come paga lui in persona e il suo partito tutto per i 50 milioni rubati allo Stato. O, nella sua lingua, al «popolo italiano».

Il dibattito che segue in queste ore è di un’omertà che nulla ha da invidiare alla mafia. E del resto il capitalismo altro non è che mafia costituzionale.

Tutti a ciarlare, dal governo all’opposizione, sull’opportunità o meno del permesso ai minorenni per i concerti, sulla militarizzazione delle discoteche e sull'identificazione del farabutto o la farabutta dello spray.

Non una parola sui primi responsabili del dramma. Non si fanno circolare neanche le generalità del proprietario del locale. E nessuna parola sulla multinazionale che ha venduto i biglietti.

In compenso eccoli scattanti, da Salvini a Meloni, a puntualizzare "così non fan tutti" e che bisogna distinguere chi sbaglia dalla stragrande maggioranza che non sbaglia. Anzi, ci aspettiamo che traducano l’episodio in un elemento di campagna per la flat tax, argomentando che se lo Stato non tassasse i piccoli imprenditori, costoro non si troverebbero costretti ad aggirare le norme per sopravvivere.

Tanti gentili distinguo e moderazione lessicale («sbaglio» in luogo di «crimine pianificato») per assassini poliziotti e imprenditori non si utilizzano però mai quando nel crimine finisce lo straniero.
Figurarsi, poi, se si fa la minima menzione ai casi in cui stranieri, e per di più poveri, e per di più a rischio espatrio dopo il Decreto sicurezza, come un Mustafa El Aoudi, gli omicidi tentati da italiani li sventano!

Non serve essere uno scienziato per porsi la domanda più elementare: «Ma i veri responsabili? Ma i padroni?». Il chiacchiericcio intorno alza una cortina di ferro intorno alla loro responsabilità, giocando alla liquidazione totale, giorno dopo giorno, silenzio dopo silenzio, deviazione dopo deviazione, persino della pensabilità della loro colpa. Anche di questo si costituisce la nuova fase storica.
Il governo sa, del resto, di dovere il proprio appoggio proprio a quei piccoli capitalismi distrettuali: esso stesso ne è parte.

Quand’anche mai questi capitalisti venissero chiamati a processo, coi soldi fatti proprio grazie a queste occasioni, allo sfruttamento legalizzato più quello illegale che emerge solo in casi di drammi, compreranno fior d’avvocati che dimostreranno la loro innocenza o ne allevieranno le colpe. È la giustizia nel capitalismo.
Trasgredire la legge è vitale al padronato anche per farla franca e trasgredirla ancora. Chissà di quante altre infrazioni si comporrà la mancia che la proprietà della Lanterna Azzurra corrisponderà ai propri difensori legali!

La destra populista racconta, ed è idea anche di alcuni ambienti di sinistra, che vi sia un capitalismo cattivo, quello della finanza e dei grandi delocalizzatori, e un capitalismo buono, mite, quasi naturale; che fa il suo senza pestare i piedi a nessuno. Quello della piccola e media borghesia, cioè i piccoli e medi espropriatori.

Il capitalismo, seppure si divide tra capitalismi più e meno ricchi, è un meccanismo identico di spoliazione di ricchezza da parte dei proprietari sulla pelle dei produttori di quella ricchezza, d’ogni genere, materiale e immateriale: i lavoratori, i proletari, la classe operaia.

La strage di Corinaldo sia elemento di riflessione sulla natura di tutti i capitalismi, piccoli e grandi, di oggi e di ieri, e dimostri indelebilmente come, parafrasando una canzone, non esistano capitalismi buoni.
10 dicembre 2018
Salvo Lo Galbo