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Medicina di guerra e società borghese
L'evocazione della “medicina di guerra” è tornata nel corso della prima ondata del Covid, quando la penuria delle terapie intensive a fronte della pressione dei malati gravi costrinse il personale sanitario in non poche occasioni a scegliere chi salvare e chi no. Non è accaduto solo in Italia. In Francia fu redatto un preciso codice di comportamento da parte delle associazioni professionali dei medici, con l'esplosione di una polemica pubblica. A Madrid una scrupolosa inchiesta giornalistica documentò una mole impressionante di “casi” sgradevoli nascosti sotto il tappeto dei dati ufficiali.
Con la seconda ondata della malattia che si è levata in Europa, la medicina di guerra ritorna. Per il momento non tanto sul versante delle terapie intensive, quanto su quello del respingimento di altre patologie.
La situazione italiana è emblematica. Al momento la pressione dei malati gravi, bisognosi di terapia intensiva, è ancora sotto controllo, in particolare nel Nord, anche se la progressione esponenziale del virus allunga un'ombra inquietante sul futuro.
Invece sale a ritmo vertiginoso il numero di possibili positivi da “tamponare”, costretti a file umilianti davanti ai drive in, e talvolta contagiati proprio durante l'attesa. Ma cresce fortemente anche il numero di malati Covid accertati che sono segnati da sintomi importanti, seppur ancora non gravi. Dovrebbe occuparsi di loro innanzitutto la medicina territoriale, ma è stata annientata da decenni di austerità. I medici di base arrancano. Le unità di assistenza domiciliare sono una goccia nel mare, a partire dalle metropoli. Dunque il malato si rivolge al pronto soccorso, quale unico luogo di assistenza. Ma proprio per questo i pronto soccorso straboccano, e i pazienti attendono per ore nelle autoambulanze in coda davanti agli ospedali (vedi Genova). Quando alla fine giunge il soccorso, arriva spesso anche la brutta notizia: mancano i posti letto per ricoveri Covid non gravi, che non possono mischiarsi ad altri malati. Perché mancano i reparti e gli spazi appositi. C'è allora una sola soluzione. Ridurre posti e reparti destinati alle patologie ordinarie, per adibirli ai malati Covid. Cioè respingere di fatto altri malati. È una selezione che si compie sotto la pressione dell'emergenza anche in ospedali prestigiosi, come il Niguarda a Milano, che ieri ha chiuso le chirurgie. A maggior ragione si diffonde in strutture minori e periferiche.
Nulla è dunque più pericoloso in tempo di Covid che prendersi una polmonite ordinaria, o una peritonite, o un infarto. Anche questa è medicina di guerra.
La medicina di guerra in tempo di pace è il fallimento della società borghese.
Che ha smantellato il servizio sanitario per pagare il debito alle banche.
Che ha chiuso duecento ospedali pubblici per ingrassare le cliniche private.
Che destina trenta miliardi l'anno agli armamenti ma è incapace di assumere medici e infermieri.
Che è organizzata per sfruttare il lavoro e non per proteggere la vita.
Partito Comunista dei Lavoratori
Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe
Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.
LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO
Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.
IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA
In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.
Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.
GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE
Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.
La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.
CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE
Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.
Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.
LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI
Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.
“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.
In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.
Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO
L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.
Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.
Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.
Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.
PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE
Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.
Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
Tutto il mondo è... capitale
21 Marzo 2020
Non ci riferiamo agli Stati Uniti, dove un tampone costa 3500 euro, e dove milioni di persone tenderanno a evitare visite e controlli per tutelare il proprio salario, con effetti potenzialmente catastrofici. E neppure ci riferiamo alla Gran Bretagna, dove il ciclone di Margaret Thatcher ha smantellato il sistema sanitario, e dove il capo del governo conservatore Boris Johnson, ancora pochi giorni fa, metteva sul conto centinaia di migliaia di morti pur di non danneggiare gli interessi della City. No, parliamo dell'Unione Europea, e più precisamente di paesi talora indicati a modello da una parte del senso comune popolare.
“La Francia, lì si che lo Stato funziona, mica come da noi!”. Quante volte si è ascoltato questo refrain un tanto al chilo in bocca a liberali o sovranisti di casa nostra. Se non fosse che il dramma del coronavirus riporta tutti alla realtà.
Anche in Francia la sanità pubblica è stata saccheggiata, negli ultimi vent'anni, per liberare risorse a favore di banche e imprese. Non a caso nel 2019 un importante movimento di lotta su scala nazionale fu proprio quello del personale sanitario francese di pronto intervento, falcidiato dai tagli, e per questo costretto a turni di lavoro insostenibili. Ora proprio quei medici e quegli infermieri sono messi con le spalle al muro dalla emergenza del coronavirus, assieme ai malati che assistono.
“Sarebbe catastrofico dover arrivare al punto di scegliere quali malati portare in rianimazione perché mancano i posti” afferma il 16 marzo Jérôme Salomon, il direttore generale della Sanità. Purtroppo non è solo una ipotesi. La Federazione ospedaliera di Francia, che raggruppa gli ospedali pubblici, dichiara il 17 marzo che “si può ormai parlare di medicina di guerra”, e per questo prescrive un codice di condotta per gli operatori sanitari in caso di scelta tra i malati da curare. “Bisogna rassicurare senza nascondere che esistono casi in cui bisogna scegliere. È la medicina della catastrofe: si scelgono i pazienti che hanno maggiore possibilità di sopravvivere”.
Guerra e catastrofe sono termini appropriati. Ma non riguardano il virus in quanto tale. Riguardano lo stato di un sistema sanitario privo di personale, camere, strutture con cui fronteggiare l'epidemia, e quindi costretto a scegliere sulla vita e la morte dei propri pazienti. La differenza col caso italiano è che in Francia la confessione è pubblica, e non negata da parole ipocrite di circostanza. Non per questo, naturalmente, è meno tragica.
Nella vicina Spagna le cose non vanno diversamente, anzi. Anche in Spagna i governi della destra (Aznar e Rajoy) e i governi della “sinistra” (Zapatero e Sanchez) hanno salassato a turno la sanità pubblica per sostenere il capitale finanziario. E ora la drammatica propagazione del coronavirus punta l'indice contro questa realtà. La Società Spagnola di Medicina Intensiva e Unità Coronarie (SEMICYUC) ha dovuto elaborare una guida etica di comportamento di fronte a scelte non aggirabili. In assenza di posti letto per le terapie necessarie, quali pazienti salvare e quali di fatto condannare? La risposta è chiara: "È necessario dare la precedenza a chi ha maggiore speranza di vita” (El Pais, 21 marzo). Lluis Cabrè, estensore della guida etica, aggiunge: "In casi di guerra come l'attuale, non so come altro chiamarla, bisogna prendere decisioni difficili: intubo chi ha maggiori possibilità di farcela”. Fernando Simon, direttore del Centro di Coordinamento dell'Emergenza Sanitaria del Ministero, è se possibile ancora più chiaro: “In Spagna disponiamo di 4400 letti per terapia intensiva, tra ospedali pubblici e privati. Il sovraccarico di ingressi ci costringe a criteri di ammissione più restrittivi. La mancanza di letti può produrre morti potenzialmente evitabili. Perché scegliere a chi dare il respiratore e a chi no significa questo. [...] Ma le necessità durante un disastro sono maggiori delle disponibilità”.
Un paziente si rivolge al servizio sanitario per essere salvato, non per essere condannato. Così recita il giuramento di Ippocrate, e più in generale l'etica umana. Se un sistema sanitario è costretto a violare questo codice etico, e addirittura a confessarlo pubblicamente, non solo compie un crimine ma dà perciò stesso la misura di come è stato ridotto. Perché un punto dev'essere chiaro. Il coronavirus è un contagio terribile, ma non fa da solo una catastrofe. La fa solo se trova un servizio sanitario disossato costretto a scegliere tra la vita e la morte dei suoi pazienti. La responsabilità di questa catastrofe non è dei medici o degli infermieri, straordinari, che in Francia e Spagna come in Italia sono sul fronte di guerra, con orari massacranti, privi di protezioni adeguate, prime vittime del contagio. La responsabilità è di un sistema sociale criminale chiamato capitalismo che sacrifica sull'altare del profitto i principi più elementari dell'umanità e della stessa professione medica.
Ricordiamolo, tutto questo, per quando lo stato di emergenza sarà finito. Perché allora andranno chiamate alla sbarra le classi dominanti di questo mondo e di questa Europa. E sul banco dell'accusa dovranno sedere i lavoratori e le lavoratrici, a partire dai medici e dagli infermieri oggi al fronte.



