Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Pronto Soccorso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pronto Soccorso. Mostra tutti i post

Pronto soccorso e soccorso pronto (alle banche)

 


I pronto soccorso crollano, perché decine di migliaia di persone non riescono a ottenere cure domiciliari e tamponi. Sono i tagli ai cosiddetti sprechi della sanità pubblica per ingrassare quella privata e pagare il debito pubblico alle banche. Nello stesso momento, le banche e le assicurazioni annunciano dividendi da favola. È vero che la BCE ha sospeso per il momento la loro distribuzione agli azionisti, per spingere le banche a rafforzare il patrimonio, ma sono utili comunque accantonati, che la BCE sbloccherà a breve e che a breve saranno intascati.


È quanto annuncia con orgoglio Milano Finanza, il settimanale dei giocatori di Borsa. «Dividendi al raddoppio» titola trionfante. Ed è proprio così. Le cedole dei titoli bancari del 2020, relative ai profitti dell'anno precedente, ammontano a 6,2 miliardi. I bilanci trimestrali dei primi 9 mesi del 2020 annunciano un'altra messe di utili. La sola Intesa San Paolo accantona 3,8 miliardi di utile, mentre Unicredit, secondo i calcoli di Goldman Sachs, accumula un surplus di liquidità di circa 10 miliardi. Dunque «per restare cauti, il settore finanziario ha a disposizione, se lo vorrà, ben oltre 10 miliardi di euro di utili da distribuire ai soci». Non male. E sono solo i dividendi delle banche. A questi vanno aggiunti i dividendi azionari dei capitalisti dell'industria, a partire da FCA (3 miliardi di premio solo per la fusione con la francese PSA), gli stessi che hanno incassato il taglio dell'IRAP a scapito del servizio sanitario, la copertura con risorse pubbliche dei crediti bancari, la cancellazione del contributo alla cassa Covid di cui beneficiano. E che rifiutano di rinnovare i contratti mentre annunciano una montagna di licenziamenti.

Così funziona la società borghese. Il soccorso pronto agli azionisti saccheggia il pronto soccorso per i malati. Un mondo capovolto che non si può riformare, si può solo rovesciare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Medicina di guerra e società borghese

 


L'evocazione della “medicina di guerra” è tornata nel corso della prima ondata del Covid, quando la penuria delle terapie intensive a fronte della pressione dei malati gravi costrinse il personale sanitario in non poche occasioni a scegliere chi salvare e chi no. Non è accaduto solo in Italia. In Francia fu redatto un preciso codice di comportamento da parte delle associazioni professionali dei medici, con l'esplosione di una polemica pubblica. A Madrid una scrupolosa inchiesta giornalistica documentò una mole impressionante di “casi” sgradevoli nascosti sotto il tappeto dei dati ufficiali.


Con la seconda ondata della malattia che si è levata in Europa, la medicina di guerra ritorna. Per il momento non tanto sul versante delle terapie intensive, quanto su quello del respingimento di altre patologie.
La situazione italiana è emblematica. Al momento la pressione dei malati gravi, bisognosi di terapia intensiva, è ancora sotto controllo, in particolare nel Nord, anche se la progressione esponenziale del virus allunga un'ombra inquietante sul futuro.
Invece sale a ritmo vertiginoso il numero di possibili positivi da “tamponare”, costretti a file umilianti davanti ai drive in, e talvolta contagiati proprio durante l'attesa. Ma cresce fortemente anche il numero di malati Covid accertati che sono segnati da sintomi importanti, seppur ancora non gravi. Dovrebbe occuparsi di loro innanzitutto la medicina territoriale, ma è stata annientata da decenni di austerità. I medici di base arrancano. Le unità di assistenza domiciliare sono una goccia nel mare, a partire dalle metropoli. Dunque il malato si rivolge al pronto soccorso, quale unico luogo di assistenza. Ma proprio per questo i pronto soccorso straboccano, e i pazienti attendono per ore nelle autoambulanze in coda davanti agli ospedali (vedi Genova). Quando alla fine giunge il soccorso, arriva spesso anche la brutta notizia: mancano i posti letto per ricoveri Covid non gravi, che non possono mischiarsi ad altri malati. Perché mancano i reparti e gli spazi appositi. C'è allora una sola soluzione. Ridurre posti e reparti destinati alle patologie ordinarie, per adibirli ai malati Covid. Cioè respingere di fatto altri malati. È una selezione che si compie sotto la pressione dell'emergenza anche in ospedali prestigiosi, come il Niguarda a Milano, che ieri ha chiuso le chirurgie. A maggior ragione si diffonde in strutture minori e periferiche.
Nulla è dunque più pericoloso in tempo di Covid che prendersi una polmonite ordinaria, o una peritonite, o un infarto. Anche questa è medicina di guerra.

La medicina di guerra in tempo di pace è il fallimento della società borghese.
Che ha smantellato il servizio sanitario per pagare il debito alle banche.
Che ha chiuso duecento ospedali pubblici per ingrassare le cliniche private.
Che destina trenta miliardi l'anno agli armamenti ma è incapace di assumere medici e infermieri.
Che è organizzata per sfruttare il lavoro e non per proteggere la vita.

Partito Comunista dei Lavoratori

La seconda ondata e il fallimento del governo

 


Un programma di svolta per l'emergenza sanitaria

17 Ottobre 2020

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. Tutto è rimasto come prima, al di là di chiacchiere e promesse che non nascondono il fallimento e l'impotenza di un intero sistema. Non se ne esce se non rovesciandolo da cima a fondo

A giugno erano 8966, ora sono 9251. Sono i tracciatori dei contatti del coronavirus sull'intero territorio nazionale. Stando a un numero quotidiano di nuovi contagi giunto ormai a 10000, questo infimo gruppo di tracciatori dovrebbe telefonare, registrare, monitorare 160000 persone ogni giorno. Invece ne coprono complessivamente 1300 circa. In questi numeri sta la misura e la natura del dramma in corso: il crollo della prima linea di resistenza a fronte della seconda ondata dell'epidemia. In questi numeri sta anche la responsabilità del governo, che per sei mesi ha annunciato “nulla sarà più come prima” e invece ha lasciato immutata la condizione di fondo del Servizio Sanitario Nazionale sotto ogni aspetto, con un effetto domino a cascata.


NON DOVEVA PIÙ ACCADERE MA ACCADE

Non doveva più accadere, e invece sta di nuovo accadendo sotto i nostri occhi. La stessa stampa borghese è attonita di fronte al disastro.
Il virus dilaga in misura esponenziale, anche nei luoghi relativamente risparmiati dalla prima ondata (Milano città, Campania).
La medicina territoriale è inesistente e non può far da filtro.
Il famoso sistema Immuni si è rivelato un fiasco, inapplicabile su molti cellulari, disattivo di fatto quando applicato.
Non ci sono tamponi se non in misura inadeguata, nonostante il governo abbia ridotto da due ad uno i test necessari per l'uscita dalla quarantena.
Non ci sono i medici che fanno i test, perché solo il 25% dei medici di base si è detto disponibile a farli.
Mancano sedi e luoghi protetti dove i test possano essere fatti in condizioni di sicurezza per medico e paziente, e questo spiega l'indisponibilità dei medici.
Non ci sono luoghi protetti per l'isolamento di decine di migliaia di positivi, spesso reclusi in abitazioni sovraffollate che diventano nuovi veicoli di contagio.
Le unità mediche che dovrebbero controllare i malati in casa (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) sono in numero irrisorio (14 medici USCA in tutta Milano!), sicché decine di migliaia di malati non solo vivono sequestrati in casa ma sono privi di assistenza medica.

Tutto questo disastro si riversa fatalmente sugli ospedali, con una massa di positivi, o sospetti tali, che si ammassa presso i Pronto Soccorso, quale unica sede di assistenza. I Pronto Soccorso a loro volta crollano sotto la pressione della massa, dirottando migliaia di persone su altri ospedali limitrofi, o chiudendo le porte a malati non Covid, con un effetto domino inevitabile. Intanto il crescente numero dei ricoveri Covid, seppur ancora inferiore a quello di marzo, allunga ulteriormente i tempi di trattamento di altre patologie, con decine di migliaia di malati oncologici, reali o possibili, ormai parcheggiati in liste d'attesa infinite o che si vedono respingere persino la prenotazione degli esami necessari. Mentre anche le terapie intensive si trovano nuovamente minacciate, oltre a essere spesso prive di ventilatori e personale necessari.

Questa vera e propria catastrofe sanitaria non è una condanna del destino. È il prodotto di 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica degli ultimi dieci anni, della trasformazione degli ospedali in aziende attente più al fatturato che alle cure, della riduzione delle piante organiche ospedaliere, del massiccio allargamento della sanità privata, la stessa che copre ormai il 50% delle prestazioni grazie ai fondi sottratti alla sanità pubblica, e che in Borsa moltiplica i propri dividendi.


IL FALLIMENTO SANITARIO DEL GOVERNO

Crollata la diga delle chiacchiere e delle promesse, il governo non sa più che fare. Non può e non vuole ricorrere a nuovi lockdown generalizzati dopo il crollo economico pauroso del 2020: tutti i governi d'Europa hanno stretto un accordo di ferro su questo; ma non riesce a gestire in forma ordinata e protetta la convivenza col virus, in attesa di un vaccino che non sarà disponibile a livello di massa per larga parte del 2021 (secondo l' ipotesi più ottimista), tra scoperta, validazione, produzione, distribuzione di massa.

Preso dal panico, il governo oscilla tra misure simboliche dagli effetti improbabili (le raccomandazioni sulle frequentazioni domestiche) e la tentazione di concentrare l'affondo sull'anello debole della catena: l'istruzione pubblica. Un'istruzione pubblica già colpita al pari della sanità da decenni di tagli, classi pollaio, precariato cronico, e ora minacciata da nuovi lockdown col relativo ricorso alla didattica a distanza: quella che nell'ultimo anno ha discriminato di fatto il 30% degli studenti delle famiglie più povere.
In questa direzione si è mosso il governo campano, in un luogo in cui la chiusura della scuola è spesso l'apertura al degrado della strada. Nella stessa direzione muovono ora altri governi regionali, in particolare nel Nord, pressati dalla crisi del trasporto urbano: se non ci sono bus e metropolitane in numero sufficiente, se il trasporto degli studenti a scuola diventa fonte di contagio, la soluzione è semplice. Non predisporre altri mezzi di trasporto, ma chiudere, in tutto o in parte, le scuole. Del resto, le fabbriche “non possono chiudere”, come l'esperienza di marzo dimostra, neppure in presenza di focolai epidemici abnormi, la bergamasca insegna. Se i Bonometti e i Bonomi misero un veto criminale già allora, immaginiamoci oggi di fronte al crollo economico. Invece si possono chiudere le scuole, magari mantenendo in piedi un concorso grottesco. E tutto questo per cosa? Per coprire con misure tampone il fallimento di un intero sistema. Lo stesso sistema che ovunque è incapace di affrontare la pandemia se non al prezzo di nuove ingiustizie, inuguaglianze, umiliazioni.


MISURE NECESSARIE E URGENTI DI FRONTE AL COLLASSO SANITARIO

La verità è che non esiste soluzione progressiva possibile dell'emergenza sanitaria in atto senza misure di rottura. Non il ritorno alla “normalità”, quella che ci ha portato dove siamo ora, ma il ribaltamento radicale della “normalità” degli ultimi quarant'anni.

Immediato reclutamento di 10000 unità del personale medico e infermieristico. Non coi vergognosi contratti a termine, usa e getta, della primavera scorsa, ma con assunzione a tempo indeterminato e l'ampliamento di tutte le piante organiche. Tracciamenti, test, laboratori, medicina territoriale, terapie intensive, trattamento ospedaliero di tutte le gravi patologie, fine delle liste d'attesa, richiedono un raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, a partire da un grande piano di assunzioni. Altro che numero chiuso a Medicina.

Riapertura dei 200 ospedali soppressi nell'ultimo decennio e immediata requisizione, senza indennizzo, delle strutture della sanità privata, per ampliare e riorganizzare i pronto soccorso, i reparti ospedalieri, i trattamenti sanitari, le sedi e gli strumenti della diagnostica. La salute non è merce, via il profitto dalla sanità!

Nazionalizzazione, senza indennizzo, della grande industria farmaceutica, e controllo pubblico sulla produzione dei dispositivi individuali (mascherine), dei test rapidi, dei vaccini antinfluenzali, tutti a somministrazione gratuita. Una famiglia povera di quattro persone non può spendere tra 200 e 500 euro al mese di sole mascherine FFP2. La protezione della vita non può dipendere dalla classe sociale di appartenenza.

Requisizione del grande patrimonio immobiliare necessario (spesso di proprietà delle banche e delle assicurazioni) per consentire l'isolamento protetto in quarantena per i positivi, l'ampliamento dei presidi sanitari territoriali, il tetto massimo dei 15 alunni per classe, che oggi è anche una misura sanitaria.

Gratuità e universalità del servizio sanitario, finanziate dall'abbattimento delle spese militari e dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, a partire da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato, non la salute o il lavoro.

Requisizione immediata delle compagnie di trasporto private, sull'intero territorio nazionale, per riorganizzare il trasporto locale di pendolari e studenti in condizioni di sicurezza. Bus, metropolitane, treni regionali possono non essere fonte di contagio se si impone il controllo pubblico sull'intero sistema dei trasporti.

Controllo operaio sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori: nelle fabbriche, nella logistica, nei trasporti, negli ospedali, nelle scuole, e ovunque. Perché il primo presidio sanitario è il controllo dei lavoratori sulle condizioni del proprio lavoro.

Questo non è un insieme di consigli al governo dei capitalisti, che ha fallito sul fronte sanitario, o ai governi regionali che vogliono chiudere le scuole. È una piattaforma di lotta per il movimento operaio, da portare in ogni organizzazione di classe e di massa, come in ogni ambito di avanguardia politica e sindacale. Con un elemento di coscienza da introdurre ovunque: queste misure, necessarie e urgenti, reclamano un altro ordine di società. Una società in cui a comandare siano i lavoratori e le lavoratrici, non i capitalisti e i loro politicanti.

Partito Comunista dei Lavoratori