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Un’altra sconfitta del sionismo. I giudici confermano l’assoluzione di Alejandro Bodart


 La magistratura di Buenos Aires ha dichiarato «inammissibili» i ricorsi presentati dalla DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina) e dalla Procura. Questa nuova sentenza è la quarta a favore del nostro compagno Alejandro Bodart. Respinge l’ultimo ricorso, conferma la sua assoluzione e infligge una nuova sconfitta ai tentativi del sionismo di criminalizzare la difesa del popolo palestinese e la denuncia del genocidio

Una nuova e schiacciante sentenza giudiziaria ha appena inflitto una dura sconfitta al sionismo e ai suoi tentativi di censura. Lo scorso 27 marzo 2026 la Prima Sezione della Corte di Cassazione e d’Appello in materia penale della Città Autonoma di Buenos Aires ha deciso di dichiarare totalmente inammissibili i ricorsi di incostituzionalità presentati dalla Procura e dalla parte civile della DAIA. Entrambe le parti cercavano di portare il caso davanti al Truibunale Superiore di Giustizia locale per ribaltare l’assoluzione del nostro compagno Alejandro Bodart.

Questa decisione conferma ancora una volta un principio fondamentale per la nostra attività politica e per i diritti umani, stabilendo che denunciare il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese non costituisce alcun reato.

Per comprendere la portata di questa vittoria è necessario ripercorrere il modo in cui il sionismo ha cercato di criminalizzare la libertà di espressione nel corso di tutti questi anni. Tutto è iniziato con alcuni semplici messaggi sui social network in cui Bodart metteva in discussione le azioni criminali dello Stato di Israele. In un primo momento, il giudice incaricato del caso ha respinto l’accusa, ma l’insistenza della parte civile è riuscita a imporre l’avvio di un processo orale. Durante quel processo sono stati chiamati a testimoniare esperti qualificati, e la forza delle prove ha portato a una prima e indiscutibile assoluzione. Non volendo accettare la realtà, la lobby sionista ha presentato ricorso in appello e ha ottenuto una condanna provvisoria. Quell’enorme ingiustizia è stata rapidamente ribaltata nel settembre 2025, quando la Corte di Cassazione ha annullato la pena e ha nuovamente assolto il nostro compagno. Ora, di fronte al disperato tentativo della DAIA e della Procura di continuare a inasprire il conflitto giudiziario, i giudici chiudono nuovamente loro la porta in faccia respingendo il loro ricorso.

In questa ultima istanza i querelanti hanno cercato di sostenere che la precedente sentenza di assoluzione fosse priva di logica e risultasse arbitraria. Hanno preteso che venisse applicata esclusivamente la definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IRHA) e hanno affermato che i messaggi di Bodart rappresentassero un discorso di odio secondo le linee guida del Piano d’Azione di Rabat (sulle modalità di valutazione dei discorsi d’incitamento all’odio, approvato dall’ONU nel 2012, ndt).

Il tribunale ha smontato completamente queste rozze manovre, spiegando che la denuncia non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un vero e proprio caso costituzionale. In definitiva, la risposta della Giustizia ha smascherato l’inganno della DAIA e della Procura. I denuncianti non avevano alcun argomento costituzionale concreto da presentare, e la loro unica rimostranza era che i giudici precedenti avessero interpretato le pubblicazioni a favore del nostro collega Bodart, riconoscendogli il diritto di esprimere la propria opinione.

Attraverso questo ricorso in appello, i querelanti intendevano utilizzare la massima autorità giudiziaria della città come una sorta di ripescaggio per forzare una condanna per puro capriccio ideologico, che avrebbe costituito anche un tentativo di punire chiunque tenti di difendere la causa palestinese. Il loro è stato un tentativo disperato, che i magistrati hanno bloccato, chiarendo la non disponibilità delle alte sfere giudiziarie ad assecondare i capricci politici frutto della frustrazione sionista. Inoltre, i giudici hanno respinto la questione di gravità istituzionale sollevata dall’accusa, ritenendo che le sue affermazioni fossero generiche e prive di fondamento per giustificare l’intervento della massima autorità giudiziaria locale. Ciò significa che la querela ha cercato di inventarsi che le dichiarazioni del nostro compagno mettessero a rischio l’intera società e minacciassero la convivenza pacifica. Hanno cercato di ingigantire il caso in modo del tutto artificiale per generare allarme e costringere il Tribunale Superiore a occuparsi del caso.

Tutte queste sentenze giungono esattamente alla stessa conclusione. È stato pienamente dimostrato che non vi è stata alcuna azione discriminatoria. L’intero procedimento persecutorio orchestrato dalla DAIA è stato un chiaro intento di criminalizzare un’espressione politica di condanna del genocidio e di difesa del popolo palestinese.

L’enorme lavoro degli avvocati difensori María del Carmen Verdú e Ismael Jalil è stato fondamentale per smontare ogni singola menzogna presentata dal pubblico ministero e dai querelanti. Questo grande trionfo appartiene a loro, al nostro compagno Bodart, ai militanti del MST e della LIS e all’immensa campagna di solidarietà nazionale e internazionale che si è mobilitata per fermare questo abuso istituzionale.

Speriamo che i difensori del genocidio smettano di insistere con i loro ricorsi assurdi e riconoscano una volta per tutte questa assoluzione definitiva. Conoscendo la natura di questi personaggi, e sfruttando la forza che ci dà questa lotta, ci prepariamo a qualsiasi tentativo di continuare la persecuzione. Perché è emerso chiaramente che si è trattato della fabbricazione di un caso esemplare al fine di limitare la libertà di opinione e ogni critica al genocidio, e che ciò è fallito. Indubbiamente tanto accanimento è dovuto al fatto che la realtà del genocidio sta venendo alla luce e che denunciarlo non è un reato.

Oggi il mondo intero si mobilita per condannare il massacro in Medio Oriente. Questa sentenza rappresenta uno scudo indispensabile per proteggere altri attivisti perseguitati dal sionismo a livello mondiale. La forza di questa vittoria legale ci dà molta più forza per esigere l’immediata archiviazione di procedimenti persecutori simili, come quello che sta affrontando attualmente la compagna Vanina Biasi.

Forti di questo importantissimo trionfo, manteniamo alta la guardia e portiamo avanti la campagna e le azioni in difesa di Bodart. Non permetteremo mai che le nostre voci vengano messe a tacere e continueremo a denunciare il genocidio perpetrato da Israele fino alla conquista di una Palestina veramente libera dal fiume al mare.

Gonzalo Zuttión

Dichiarazione internazionale per l'assoluzione di César Arakaki e Daniel Ruiz

 

Militanti condannati in Argentina per essersi mobilitati contro una riforma reazionaria delle pensioni

1 Dicembre 2021
Sottoscriviamo e invitiamo a sottoscrivere e diffondere questo appello delle organizzazioni del Frente de Izquierda y de Trabajadores - Unidad di solidarietà e lotta per la libertà di due militanti della sinistra di classe e rivoluzionaria argentina.


Lunedì 8 novembre una sentenza del giudice Ariel Ríos ha condannato i compagni César Arakaki e Daniel Ruiz (membri rispettivamente del Partido Obrero e del PSTU) a tre anni e quattro mesi di reclusione effettiva e tre anni di reclusione effettiva, in ogni caso, nell'ambito della causa aperta loro per la partecipazione alla massiccia manifestazione del 18 dicembre 2017, davanti al Congresso nazionale, contro la riforma delle pensioni approvata quel giorno alla Camera dei deputati. Manifestazione fortemente repressa con decine di feriti gravi (occhi persi, ecc.) e detenuti.

La riforma in questione, promossa dal governo di Mauricio Macri (PRO-Cambiemos) e approvata con il sostegno dei deputati del Partito Justicialista, ha modificato il calcolo degli stipendi a scapito dei pensionati. Faceva parte di una serie di misure contro la classe operaia, che comprendeva anche una riforma del lavoro per rendere ancora più flessibili le condizioni di lavoro, e che alla fine ha dovuto essere accantonata, proprio a causa di quella gigantesca mobilitazione che a dicembre ha riunito centinaia di migliaia di persone.

Per distogliere l'attenzione dalla rapina avvenuta il 18 dicembre, è stata organizzata una feroce campagna di demonizzazione da parte dei media, identificando alcuni dei compagni che avevano partecipato alla manifestazione, con immagini e video che li mostravano mentre resistevano alla repressione della polizia. Giorni dopo iniziarono gli arresti e la persecuzione giudiziaria.

La sentenza è un chiaro attacco dell'intero regime al diritto di protestare e ha lo scopo di ammonire tutti coloro che combattono. Lo ha chiarito un tweet di Patricia Bullrich, ex ministro della sicurezza all'epoca e attuale capo del PRO, il partito di Macri, che ha affermato: “Spero che questa condanna sia esemplare. Manifestazioni senza motivo ristagnano solo il Paese”.

Il giudice ha seguito esattamente l'intero copione dell'accusa, che li ha accusati di presunte "intimidazioni pubbliche", "attentati contro l'autorità" e "lesioni in aggressione". La crudeltà giudiziaria è così evidente che la condanna è avvenuta nonostante il venir meno dell'accusa dell'ufficiale Brian Escobar, ferito durante la repressione dei manifestanti, perché la difesa di Arakaki e Ruiz è riuscita a dimostrare che le sue ferite non erano state causate dai compagni.

Questa imbarazzante sentenza sarà impugnata, e raddoppieremo la campagna nazionale e internazionale per l'assoluzione. Chiediamo la firma di questa dichiarazione e l'invio di petizioni alle ambasciate.

Per l'assoluzione di César Arakaki e Daniel Ruiz.
Per la libertà e il deprocessamento dei prigionieri di lotta.
Per il diritto di protestare.

La strage ferroviaria di Viareggio

 


La sentenza della Cassazione: dal disastro ferroviario al disastro... giudiziario

10 Gennaio 2021

Nessuno può dimenticare cosa avvenne a Viareggio nella notte tra il 29 e 30 giugno 2009, poco prima della mezzanotte.
Ci fu l'ennesima strage ferroviaria, con 15 morti immediati e circa 30 feriti gravemente ustionati. Diciassette di loro moriranno successivamente in modo atroce, portando il totale dei morti a 32.
Una cisterna di gas liquido che viaggiava su un carrello del treno merci deragliò in prossimità della stazione di Viareggio; nel rovesciamento la cisterna urtò un paletto, si squarciò e il gas fuoriuscì. Il gas si sparse per alcune centinaia di metri mentre diventava miscela con l'ossigeno e, sembra innescato dalla candela di un motorino che transitava nella strada a fianco, esplose con fiamme ovunque orizzontalmente e verticalmente.
Furono colpiti alcuni che transitavano al momento e chi, vista l'ora, stava dormendo nelle case più vicine, lato monte, in via Ponchielli.
A causare il disastro, come dirà l'istruttoria, una serie di concause: l'alta velocità, nonostante l'attraversamento della stazione; un assile "difettoso" che ha ceduto e fatto deragliare il vagone; il picchetto che non doveva esserci e che ha squarciato la cisterna.

Ci sono stati due gradi di giudizio, a Lucca e a Firenze, che avevano individuato responsabilità nei massimi dirigenti di Ferrovie dello Stato e Rete Ferroviaria Italiana. Venerdì scorso, a Roma, la Cassazione ha capovolto le sentenze.
Questo sotto è quanto comunica l'area di minoranza CGIL "Il sindacato è un'altra cosa" della Toscana:

L’8 gennaio la IV sezione della Corte di Cassazione ha emesso il suo verdetto.
Le società sono assolte, l’omicidio colposo è prescritto per l'esclusione dell'aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza nel lavoro, le condanne annullate con rinvio alla Corte d'Appello di Firenze, anche per l'ex Ad della holding FS e di RFI, cavaliere del lavoro, mah...uro Moretti.
Assoluzioni, prescrizioni, annullamenti! Ribaltate le sentenze di 1° grado del 31 gennaio 2017 a Lucca e d’Appello del 20 giugno 2019 a Firenze.
Innanzitutto, esprimiamo la nostra solidarietà ai familiari delle 32 vittime e ai gravissimi ustionati di quella tragica e maledetta notte del 29 giugno 2009.
Denunciamo una sentenza vergognosa che colpisce sindacati, delegati RLS/RSU e attivisti sindacali impegnati nella dura lotta per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro.
Non aver riconosciuto l’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro rappresenta un precedente preoccupante, inquietante e pericoloso, teso a mettere in discussione la legislazione vigente su sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. E’ una sorta di istigazione per le società, le imprese, le aziende, a non tenere in seria e debita considerazione le problematiche inerenti e rilevanti per la sicurezza subordinandola, come sempre, ai conti, ai ricavi, ai profitti.
Proponiamo alle realtà sindacali, in primis alla CGIL (della quale siamo iscritti e attivisti), in ogni luogo di lavoro, in ogni azienda, a sostenere questa battaglia politica-sindacale con azioni e forme di lotta (volantinaggi, assemblee, presidi, manifestazioni) sino alla proclamazione di scioperi, per rispondere adeguatamente a un vulnus giudiziario, a fianco di chi è stato calpestato persino il dolore e la determinazione come ai familiari delle vittime e alla città di Viareggio.



e questo il pronunciamento, poche frasi ma significative, dei familiari delle vittime:

Daniela Rombi, vicepresidente del Comitato Familiari, madre di Emanuela, 21 anni, mota dopo 40 giorni di agonia:
"Cercavamo Giustizia, ma abbiamo trovato la Legge".
"Abbiamo osato combattere il potere... ci ha bastonato... ma noi ci siamo già rialzati! Viareggio (e non solo) è in piedi insieme a noi, a testa alta! Ci saremo fino in fondo, tutti insieme!"



Che fare noi, oltre ad essere vicini e presenti a sostenere ogni altro momento di lotta?
Questi anni di tenace lotta dell'associazione dei familiari (fatta anche del rifiuto di facili indennizzi, facili per l'azienda) hanno portato alla creazione di una forte e solidale rete tra tutte le realtà che rappresentano casi di stragi sul lavoro (come per ThyssenKrupp) e per lavoro (come nel caso dell'amianto usato nei treni e in Eternit), e hanno messo a fuoco due vergogne che richiedono di essere rimosse dalle lotte:

1. la mancanza di una vera politica che renda il lavoro sicuro e la sicurezza non mercificabile (le sentenze hanno smascherato il cinismo dei CdA che soppesava, nella pianificazione industriale, la vita dei lavoratori e lavoratrici) con i dividendi da distribuire.

2. l'ancora più vergognosa azione di punizione praticata ai danni dei lavoratori e lavoratrici che hanno osato e osano denunciare il rischio per la salute e la vita. Fedeltà aziendale, la chiamano. In virtù della cosiddetta fedeltà all'azienda, chi lavora deve inchinare la testa, ubbidire, e non fiatare neanche di fronte a rischi di crimine.

Va ricordato che è una realtà prepotentemente emersa durante la pandemia di Covid con le denunce degli operatori sanitari.

Il secondo punto mi fa pensare alla sentenza del Procuratore Marco De Paolis, quando demolì l'impianto difensivo per le stragi nazifasciste. «Nessuno si può trincerare, di fronte ad rischio di crimine contro l'essere umano e, quindi, contro l'umanità, dietro l'alibi dell'ubbidienza».

Domenico Marsili, Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Lucca e Versilia


Fallita la provocazione contro il SiCobas

Aldo Milani assolto 

Due anni fa, i padroni alla ditta della logistica Alcar-Levoni di Modena, in combutta con la Questura di quella città, avevano montato una provocazione contro il dirigente nazionale del SiCobas Aldo Milani. 

Nel corso di un incontro di trattativa sindacale con lo stesso Milani, i padroni avevano consegnato una busta con del denaro ad una parte terza, riprendendo il tutto con una videocamera nascosta. Il tentativo era quello di far apparire Milani un corrotto e un estorsore.
Il tribunale del lavoro di Modena ha ora assolto il compagno Milani da ogni accusa, assolvendolo “perché il fatto non sussiste”.
La stessa magistratura borghese ha dovuto quindi riconoscere che non vi è stato alcun comportamento illegale e quindi, implicitamente, che si è trattato di una provocazione. Dunque secondo logica dovrebbero essere ora i Levoni e i loro complici ad essere inquisiti. Non sappiamo se questo avverrà mai, ma in ogni caso la macchinazione è stata smascherata.
Le ragioni de tale macchinazione sono evidenti: si è voluto colpire l’azione di un sindacato di lotta che molto ha fatto per i diritti dei lavoratori, in particolare immigrati, nel settore in espansione della logistica. Noi siamo al suo fianco e al fianco del compagno Milani contro il padronato e lo Stato borghese e le loro provocazioni. Lo siamo stati fin dal primo momento, insieme a molti altri, nella sinistra e nel sindacalismo di classe, di base o interno alla CGIL, lo siamo oggi e lo saremo quali che possano essere le critiche, anche importanti, che come partito possiamo avanzare a vari aspetti della politica sindacale del gruppo dirigente del SiCobas.
Una battaglia è vinta. La guerra di classe contro i padroni e il loro Stato continua.
Partito Comunista dei Lavoratori