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Dopo Lorenzo e Giuseppe anche Giuliano vittima del PCTO

 


Giuliano De Seta, studente di 18 di Portogruaro, è l’ennesima vittima dell’alternanza scuola-lavoro. Nel tardo pomeriggio del 16 settembre, Giuliano è stato ucciso nella Bc Service di Noventa di Piave (fabbrica del settore meccanico e idraulico) investito da una lastra di metallo, poggiata su un carro ponte che gli ha schiacciato le gambe mentre lui era intento a provare un macchinario. Questa morte è la terza – in meno di un anno – causata dal PCTO dopo Lorenzo Parelli (18 anni) e Giuseppe Lenoci (16 anni).


I partiti della borghesia ripetono il copione delle lacrime di coccodrillo, delle promesse vaghe di riforme sulla sicurezza che – nonostante siano manovre insufficienti – comunque non attueranno, specialmente ora che sono tutti in corsa per le elezioni del 25 settembre.

Secondo uno studio di fine Agosto, in Italia il numero dei morti sul lavoro nei primi sette mesi del 2022 è stato di 569 e questa cifra tende a crescere ripetendo o addirittura supereranno i numeri del 2021 (1361). La scuola negli ultimi trent’anni – passando dalla Berlinguer, Russo-Iervolino, Moratti, Gelmini per arrivare alla Buona Scuola – si è trasformata sempre più in un’azienda. Un’azienda che, come nell’ultima riforma a firma PD del 2015, con la giustificazione dello “stage” e della “formazione professionale” è diventata un mero erogatore di forza lavoro, a costo zero, per il padronato.

Noi saremo presenti, come Partito Comunista dei Lavoratori, nelle mobilitazioni studentesche che si susseguiranno e negli scioperi che si proclameranno in questi giorni, ribadendo che non si può avere fiducia nella borghesia e nei suoi partiti – dalla sinistra riformista alla destra ultrareazionaria – e che l’unica risposta possibile, l’unico cambiamento possibile è quello di porre fine alla dittatura del capitalismo e imporre il governo delle lavoratrici e dei lavoratori su basi anticapitaliste e rivoluzionarie.

La strada da percorrere per la via della rivoluzione è sicuramente difficile e lunga. Ma il primo passo è quello di lottare per il rilancio delle lotta del movimento studentesco e del movimento operaio, dei disoccupati e del proletariato tutto, nella prospettiva della loro unificazione attorno ad una piattaforma anticapitalista e rivoluzionaria. È la prospettiva per cui come PCL lavoriamo ogni giorno. Lo faremo con ancor più forza in memoria di Lorenzo, Giuseppe e Giuliano, uccisi come lavoratori, come studenti, come giovani.

Basta regalare profitti a costo zero per il padronato!
Basta morti per alternanza scuola-lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti e giovani

Scuola, perché non bisogna rivendicare il Next Generation EU

 


Il presidio dei Cobas a Roma, in occasione dello sciopero della scuola del 26 marzo, presidio cui hanno aderito varie realtà associative, di settore e studentesche (tra cui anche la Rete degli Studenti medi) è stato caratterizzato nei suoi vari interventi – così come rivendicato anche dalla Rete – dall'apertura ai fondi del “Next Generation EU”.


Un’apertura critica, senz’altro, un'apertura dialettica, ma pur sempre possibilista riguardo ai fondi europei. Un'apertura che comunque non può avere altro significato se non quello di un finanziamento a debito della scuola, dunque verso un peggioramento, nella prospettiva di lungo periodo, del comparto dell'istruzione nella sua interezza. Evidentemente tale fattore di rischio non è stato compreso dai Cobas, dalle studentesse e studenti presenti, che rivendicavano di essere loro la "next generation", fin dalle scritte sui cartelli che tenevano in mano.


NEXT GENERATION EU

La misura invocata, ovvero il Next Generation EU, riguarda un piano di finanziamento pluriennale che prevede uno stanziamento di risorse, pari a 750 miliardi di euro, al quale spesso viene cambiato nome da stampa e politici, preferendo la dicitura “Recovery Fund”, la quale tuttavia si riferisce alla quota finanziaria del “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”. Si tratta di una mossa economica che vede gli Stati membri dell’Unione europea emettere debito comunemente. All’interno del quadro pluriennale per il periodo che va dal 2021 al 2027, “Next Generation EU” detiene la porzione più importante del finanziamento totale, attorno al 40% di 1.824,3 miliardi. Dunque, per farla breve, si tratta di un enorme finanziamento a debito, invocato dalla stessa classe politica che per almeno venticinque anni ha presentato qualsiasi tipo di politica economica a debito come il male assoluto da scongiurare a qualsiasi costo (per capirci: il 15 marzo di quest’anno il debito pubblico italiano ha sfondato quota 2.600 miliardi di euro, pari al 160% del PIL, nonostante decenni di politiche lacrime e sangue presuntamente finalizzate diminuirlo) [1].

C’è da segnalare che i fondi europei del NG EU sono vincolati dalla “condizionalità” riguardo al loro utilizzo, e non è una questione secondaria. O si seguono determinati dettami imposti per la spesa di tali fondi, che riguardano innanzitutto gli indirizzi e le condizioni di merito dei finanziamenti, oppure il “pilota automatico” caro all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri quando era in carica alla BCE seguirà – indisturbato – su una strada sempre più stretta e impervia.

A partire dagli investimenti europei, i principi fondamentali su cui si basa l’investimento, per cui ogni paese europeo ha sviluppato un piano specifico, riguardano vari capitoli di spesa, come ad esempio “transizione verde”, le pari opportunità, la stabilità macroeconomica e la “transizione digitale”. Specie per quel che riguarda l’istruzione, dunque, l’impegno è di 28,5 miliardi. Tuttavia viene riproposto il modello di scuola che ha fatto seguito alla legge Renzi (cosiddetta “buona scuola”). In altre parole: ogni scuola e ogni aula potrà avere un computer di ultima generazione per la didattica, tavolette grafiche, lavagne multimediali, ma niente sarà dato per la messa in sicurezza del plesso scolastico, che molto spesso è ferma agli anni del Pentapartito. Molta forma e poca sostanza, quando invece i due tratti spesso coincidono.

Le politiche che accompagneranno questi investimenti a debito saranno quindi le solite, verrebbe da dire, trasversali nel segno dell’imprenditorialità, che già campeggia da anni negli obiettivi scolastici proposti a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di II grado. Non a caso un capitolo di spesa del piano italiano è intitolato significativamente “Dalla ricerca all’impresa”: l’idea alla base di questo processo organico del NG EU è quello di fornire un rapporto di subalternità dell’istruzione all’impresa. Perché di questo trattasi.


RIAPERTURE FANTASCIENTIFICHE E RIAPERTURE REALI

La “questione giovanilista”, vien da sé, non può essere assunta come principio cardine per la riapertura, in funzione della scuola in presenza. Il problema è a monte, o alla radice, a seconda del paragone che al lettore piace di più. Le scuole vanno senza dubbio riaperte ma devono essere messe in sicurezza attraverso un piano vaccinale reale, centralizzato, non demandato alle responsabilità delle regioni; docenti, ATA, studentesse/studenti, devono poter essere monitorati dai presidi sanitari in ogni scuola.

È evidente che il contagio avviene fuori dai plessi scolastici: c'è da evitare che venga portato all'interno delle aule. Per evitare questo cortocircuito serve un piano. Il piano che prevede 8 milioni settimanali di tamponi è totalmente privo di credibilità, e basta guardare quanti tamponi siano stati fatti finora, e come siano stati fatti, per rendersi conto dell'assenza di una qualsiasi base per rendere effettivo un tale provvedimento, peraltro così esteso e concentrato nel tempo. È evidente quindi che un piano non c'è. E riaprire senza un piano significa chiudere due settimane dopo aver riaperto, reiterando un binomio apertura-chiusura ancora più nefasto sul piano psicologico per migliaia di ragazze, ragazzi, docenti.

È impensabile, infine, che i soldi europei – peraltro una tantum – vadano davvero a risolvere i problemi strutturali che la scuola italiana possiede da vari decenni, a causa dei tagli apportati dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici. È impensabile rivendicare l'utilizzo di quei fondi per la scuola, per la loro messa in sicurezza circa l'edilizia, per la stabilizzazione dei precari (da organico di fatto a di diritto), per le assunzioni vere e massive, perché l'unico provvedimento vero in grado di soddisfare queste esigenze e di rovesciare il piano inclinato sul quale sono state decise tutte le politiche scolastiche “a perdere” degli ultimi decenni è la patrimoniale. Ricorrere ai fondi europei per tale rivendicazione costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori, senza peraltro che i fondi spesi vadano minimamente nella direzione dei bisogni della scuola e della classe lavoratrice. Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità e i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.

Torniamo a ripetere che solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può restituire realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori. Solo una patrimoniale di questo tipo, cioè una patrimoniale anticapitalista, espressione di un altro governo della società e di un altro potere politico, può portare un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.
Cioè a dire: paghi chi non ha mai pagato, chi si è arricchito durante la pandemia mentre centinaia di migliaia di lavoratori si sono impoveriti e hanno perso l'impiego.



[1] https://www.repubblica.it/economia/2021/03/15/news/debito_pubblico-292301274/

Marco Piccinelli

Scuola: quale ripartenza senza stabilizzazione?

 

Assemblea online mercoledì 16 settembre alle ore 18:00



L'anno scolastico che sta per cominciare si apre sotto i peggiori auspici, causa anche delle politiche degli ultimi anni dei governi, di centrodestra e centrosinistra, che si sono succeduti.
Gli attacchi della ministra Azzolina e del governo Conte ai lavoratori ed alle lavoratrici della scuola, soprattutto precari, sono solo gli ultimi di una lunga serie. Come ad esempio dimenticare la Buona Scuola del governo Renzi o la riforma Gelmini del governo Berlusconi, che portò al taglio di più di 10 miliardi di euro e di ben centomila cattedre alla scuola e all'università. Tagli che si ripercuotono anche adesso sulla riapertura delle scuole. Sono infatti vacanti circa il 90% dei posti di sostegno. In tutta Italia sono ben oltre le 210000 cattedre vuote e 50000 posti ATA vuoti, nonostante ci siano decine di migliaia di precari che da anni non vedono alcuna soluzione di stabilizzazione. Dinnanzi a tali problematiche, continua l'attacco della ministra Azzolina e del governo Conte agli insegnanti e a tutti i lavoratori della scuola, con un concorso umiliante verso i precari della scuola e verso il lavoro che hanno svolto in tutti questi anni.

Consapevoli che solo con la lotta si potrà raggiungere la riapertura in totale sicurezza e con nessun posto vacante, ne parleremo

mercoledì 16 settembre alle 18:00 sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori


Interverranno:

Vincenzo Cimmino (insegnante precario, Direttivo FLC-CGIL Milano)
Giuseppe Raiola (insegnante, SGB Scuola)
Luca Scacchi (Direttivo Nazionale CGIL)
Marco Ferrando (portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori)

Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

Quale futuro per decine di migliaia di precari della scuola?

LE ATTESE E GLI INIZI
Questa settimana vedrà in gran parte delle regioni italiane la ripresa dell'anno scolastico. A fianco dell'attesa dei genitori e degli studenti, c'è però anche un'altra attesa, ben più amara e angosciosa. Quella dei docenti che ancora non sono di ruolo, più comunemente definiti precari. Docenti che ogni anno costituiscono sempre più un settore consistente dell'insegnamento italiano, e grazie ai quali la stragrande maggioranza delle scuole in diverse regioni italiane, soprattutto al centro-nord, può iniziare e terminare un anno scolastico.
Finita la festa, gabbato lo santo.
Così si dice al sud. E così è anche per le migliaia di docenti che sanno dove terminano un anno scolastico ma restano nella profonda incertezza su dove ricominceranno. Spesso dovendo ricominciare puntualmente tutto da capo in termini di rapporti di lavoro, metodiche di insegnamento e rapporti con nuove platee genitoriali e studentesche.


DIVIDE ET IMPERA. LE MILLE SOTTOCATEGORIE

Dagli anni Novanta la scuola italiana ha visto un susseguirsi di riforme (Berlinguer, Gelmini, Buona scuola renziana) che hanno sempre più prodotto uno scollamento dei docenti dal resto della società italiana, penalizzando sempre più la figura del docente e dividendo la categoria in mille sottocategorie. Ultimo in tale logica appare la creazione di un Tfa (tirocinio formativo attivo) riservato ai docenti di sostegno, che a differenza dei precedenti non comporterà l'inserimento dei frequentanti nella seconda fascia delle graduatorie d'istituto, dove per legge sono presenti i docenti abilitati, ma essendo classificato come "specializzante" collocherà i docenti che hanno speso migliaia di euro ed un notevole monte ore in una zona grigia (ai primi posti delle terze fasce ma solo per ciò che concerne i posti di sostegno nelle graduatorie di istituto). Una sempre maggiore differenziazione interna alla categoria, che oltre alla confusione ha come risultato la sempre maggiore frammentazione del corpo docente. Frammentazione che negli ultimi anni, soprattutto tra i docenti precari, è aumentata considerevolmente per lo spuntare di associazioni di categoria e studi legali che propongono ricorsi per ogni tipo di problematica inerente il mondo del lavoro scolastico. Basti pensare che il solo ricorso riguardante gli insegnanti con diploma magistrale, volto a rendere quest'ultimo (se conseguito entro il 2001) abilitante in maniera definitiva, ha visto un giro di più di venti milioni di euro.


QUOTA CENTO E SCUOLE VUOTE

La quota di cattedre e posti di sostegno che verranno ricoperti da docenti precari vedrà quest'anno un corposo aumento, anche per le conseguenze dovute all'applicazione della “quota 100”, che ha incrementato la quantità dei pensionamenti: saranno 17.807 per effetto del provvedimento voluto dal governo precedente, a cui si sono aggiunti 15.371 pensionamenti ordinari. Un numero destinato a salire, anche perché l'età media dei docenti italiani è tra le più alte d'Europa. I posti lasciati vacanti dai pensionamenti dovuti alla "quota 100" non verranno coperti da assunzioni con personale di ruolo. Si prevedono per quest'anno scolastico ben 120.000 posti vuoti nelle scuole italiane. Una cifra da emergenza sociale, che penalizza ulteriormente un sistema scolastico che vede la figura del docente perdere sempre più dignità. Basti pensare al fatto che i salari dei docenti italiani sono tra i più bassi d'Europa.


IL "SALVARECARI" E QUELLO SCIOPERO CHE S'AVEVA DA FARE

La scorsa primavera ha visto l'accenno di un ritorno dI fiamma del protagonismo dei docenti. Questioni che minano la scuola, come appunto il precariato e l'autonomia diffusa, avevano fatto da collante per un ampio fronte che andava dai principali sindacati (CGIL, CISL, UIL, Gilda e SNALS) ai Cobas fino alle molte associazioni di insegnanti democratici, come il Manifesto dei 500. Una unità che raramente si sarebbe vista nel mondo della scuola. L'intesa sottoscritta però la sera del 23 aprile dai principali sindacati della scuola, confederali e non, ha bloccato sul nascere la ripresa di un movimento di lotta nella scuola. Unica pillola dolce è stata il varo di un accordo mirante al miglioramento della situazione dei docenti ancora non di ruolo, il "Salva precari" appunto. Decreto che, come abbiamo denunciato anche come area di opposizione all'interno della FLC-CGIL, pur apportando degli effettivi miglioramenti, non eliminerebbe alla radice il problema del precariato nella scuola italiana. Nonostante ciò, 55.000 docenti con 36 mesi di servizio avrebbero avuto la possibilità di accedere ad un percorso abilitante speciale (PAS) come nel 2013, o partecipare ad un concorso con prova scritta selettiva e prova orale non selettiva. La crisi di governo ha minato anche questa opportunità per i precari. Il neoministro Fioramonti, nonostante le belle parole verso i precari, preannuncia per il 2020 un concorso straordinario per i precari con criteri di selezione all'ingresso maggiormente rigorosi. Tale logica si pone, nei fatti, nel senso di ignorare i sacrifici e l'impegno di 60.000 docenti, che in questi anni hanno garantito il funzionamento di migliaia di scuole italiane.


IL PRECARIATO E I COMUNISTI
Per le motivazioni finora esposte, dinnanzi ad una problematica che si sta progressivamente trasformando in emergenza sociale,diventa fondamentale l'intervento delle avanguardie per stimolare una presa di coscienza nelle migliaia di lavoratori della scuola vittime di questo sistema errato di gestione. Compito dei compagni del PCL sarà, nei prossimi mesi, quello di intervenire nelle strutture sindacali dove essi sono presenti per stimolare la creazione di strutture di coordinamento e lotta dei precari della scuola, affiancando a ciò la propaganda e la denuncia di tale problematica. Consapevoli che le rivendicazioni dei lavoratori saranno accettate solo sotto la loro pressione, perché fin quando vigeranno tali rapporti di produzione i lavoratori non potranno avere governi amici.
Vincenzo Cimmino, Assemblea generale FLC-CGIL

17 maggio: no alla secessione dei ricchi! No alla regionalizzazione della scuola!

Scioperiamo contro le politiche antisociali del governo

16 Maggio 2019
Testo del volantino che verrà distribuito in occasione dello sciopero del 17 maggio
Quando si parla di regionalizzazione è bene avere presente che non si tratta di sola ripartizione territoriale.
I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell'alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell'ordinamento sportivo locale.
Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale, più aumenteranno l'assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l'attacco alla loro forza collettiva.

Dopo la riforma Gelmini, che mirava ad accentuare le differenze di classe e a creare studenti di serie A e studenti di serie B, dopo la "Buona scuola", dopo la scuola-azienda, la proposta sulla regionalizzazione dell’istruzione vuole consolidare la divisione fra scuole di serie A e scuole di serie B. Il parametro della ricchezza dei territori farebbe in modo di pagare diversamente gli insegnanti rispetto al resto del paese, come proposto in Veneto e in Lombardia, dove le regioni vogliono decidere sull’organizzazione didattica, gestire il sistema di valutazione e l’alternanza scuola lavoro, bandire concorsi regionali, potendo decidere il fabbisogno di personale docente e occuparsi direttamente delle graduatorie dei precari.

La regionalizzazione dell’istruzione, infatti, porterà 8 miliardi a Lombardia e Veneto (in spregio al già riformato Titolo V della Costituzione e dell’ articolo 117), che otterrebbero potestà legislativa in materia. Mentre in Emilia Romagna la proposta è in continuità con il percorso avviato dalla Buona scuola di Renzi, con la previsione di piani pluriennali di definizione degli organici e dell’autonomia scolastica su base regionale. Si continua quindi a differenziare gli studenti in base al tipo di scuola secondaria scelta, ad esempio.

Quanto ad oggi, già circa ventitremila docenti formati al Sud lavorano al Nord da anni, e i precari si battono fra graduatorie e ricorsi, dal taglio di cattedre con la Gelmini al cambio delle fasce riformulato dalla Buona scuola… Quando i docenti, insieme agli studenti, si trovano in edifici fatiscenti che cadono a pezzi, la cosiddetta autonomia differenziata vuole definitivamente legittimare un declassamento del sistema di istruzione nelle zone del paese che già da anni subiscono le carenze di welfare pubblico fondamentale, dalla scuola alla sanità, dovute a politiche di tagli al settore pubblico, sotto il segno dell’austerity.

Queste erano le ragioni alla base della mobilitazione che aveva portato un vasto fronte sindacale ad indire unitariamente lo sciopero per la giornata del 17 maggio.
In cambio di promesse ed impegni generici, sia per quanto riguarda gli impegni contrattuali che i progetti di autonomia differenziata, lo sciopero è stato revocato da CGIL, CISL, UIL, SNALS e GILDA.
E così al MIUR, mentre veniva siglata l'intesa con le organizzazioni sindacali dell'istruzione e ricerca, quasi in contemporanea si avviava un percorso (per decreto) per rilanciare l'autonomia rafforzata degli Atenei nel quadro di quella regionale, creando veramente una serie A d'eccellenza in grado di fare chiamate dirette e di negoziare individualmente salari e orari di lavoro con i proprio docenti.

A dimostrazione di come gli impegni previsti dall’intesa siano scritti sulla sabbia.

Il punto centrale, però, resta l’autonomia differenziata. Quelle frasi, quelle parole, quegli elementi contenuti al riguardo nell’intesa sono contenute anche, esattamente, nelle stesse intese sull’autonomia rafforzata, strette dal governo con le Regioni, pubblicate da alcuni mesi su diversi siti e diversi giornali.

Per questo il PCL sostiene la decisione importante di diversi sindacati di base, dell'opposizione interna della CGIL, di numerose associazioni di difesa della scuola pubblica, di mantenere e rilanciare lo sciopero della scuola del 17 maggio, a difesa di tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, contro i progetti del governo Salvini-Di Maio.
Solo lo sviluppo di una opposizione di massa al governo delle destre, dal versante delle ragioni del lavoro, può sgombrare il campo dalle attuali tendenze reazionarie e aprire dal basso una nuova prospettiva.
È l'ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. È necessario costruire un percorso verso uno sciopero generale che unisca i settori colpiti da queste politiche antisociali, a partire dalle lavoratrici e lavoratori della scuola, e dagli studenti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Lotta dura contro il governo Salvini-Di Maio, nemico di studenti e lavoratori

11 Ottobre 2018
testo del volantino per le mobilitazioni studentesche del 12 ottobre

Si è aperto da poco il nuovo anno studentesco, presentando a noi studenti delle importanti sfide per il prossimo periodo. Il nuovo governo reazionario di Movimento 5 Stelle e Lega ha già mostrato, non lasciando spazio a dubbi, la sua natura nemica degli interessi dei lavoratori salariati e degli studenti. Al centro dell'attacco si situa la campagna contro i migranti, una campagna contro i poveri (in cui si inserisce il decreto sicurezza), che apre inoltre alla legittimazione delle forze e dei metodi fascisti. Viene sviluppata una campagna che richiama all'ordine ed alla tradizione religiosa, indirizzata ad attaccare i diritti civili (in primis i diritti delle donne e quelli delle minoranze sessuali). Le manovre in tema di lavoro (decreto dignità, questione Ilva, Documento di economia e finanza...) rispondono agli interessi della grande borghesia, schiacciando le ragioni della classe lavoratrice.

Il nuovo ministro dell'istruzione Bussetti (Lega) ha fatto intendere che non cambierà nessun asse delle precedenti controriforme di Renzi-Gentiloni (questo fa capire la convergenza tra le varie forze politiche dominanti di vario colore, sempre piegate agli interessi generali del capitale), ha dichiarato che ci potrà essere però qualche aggiustamento, che sembra inevitabilmente indirizzato verso una maggior sinergia tra scuola ed aziende private, tra istruzione e mondo economico. Quello che ci aspetta sono nuovi attacchi alla scuola pubblica ed ai diritti studenteschi, un maggior controllo e repressione verso gli studenti, un'ulteriore svendita dell'istruzione pubblica, una sua sfrenata mercificazione.

Questo panorama chiama noi studenti al dovere della lotta. Al dovere di riarmare (ideologicamente) il movimento studentesco andato alla deriva e finito ai margini per le responsabilità delle sue direzioni, sempre piegate a formulazioni riformiste o spontaneiste senza progettualità. Occorre dare un cambio di fondo.

Senza dubbio bisogna lavorare per la piena riuscita delle mobilitazioni in programma questo autunno, ma non ci si può limitare ad appuntamenti e passeggiate di rito. Occorre costruire un ampio fronte unico di lotta che si ponga come obiettivo la cancellazione delle varie riforme di smantellamento dell'istruzione pubblica (a partire dalla Buona scuola e dall'alternanza scuola-lavoro), l'abolizione di ogni tassa scolastica, l'accesso gratuito all'università e l'abolizione del numero chiuso all'università. Invitiamo quindi, sfidandole, le varie organizzazioni studentesche alla creazione di questo fronte di lotta su rivendicazioni che loro stesse avevano appoggiato in periodo elettorale.
Per mettere all'angolo il governo occorre costruire un percorso che parta dentro i luoghi di studio, che possa esprimere la propria forza in maniera radicale. Costruire assemblee, occupazioni, scioperi ad oltranza, manifestazioni nazionali, organismi autorganizzati. Sfociando in una lotta dura e generale contro questo governo reazionario. È necessaria un'alleanza strategica con i settori della classe lavoratrice in lotta, a partire dallo sciopero generale del 26 ottobre indetto dai sindacati di base SiCobas, CUB, SGB, SLAI-Cobas, USI-AIT.

Ma i nostri compiti non terminano qui, perché per risolvere compiutamente le questioni che attanagliano la nostra generazione, come studenti e futuri lavoratori, occorre mettere in discussione l'intero impianto, fino alla basi di questo sistema capitalista. Occorre cioè avanzare un'alternativa di società, su basi socialiste e rivoluzionarie. Questa è la prospettiva in cui sono impegnati il Partito Comunista dei Lavoratori ed i suoi studenti. 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La strage continua

Mercoledì 9 maggio, bollettino di guerra: muore un operaio di 19 anni schiacciato da un blocco di cemento alla Fincantieri di Monfalcone (GO) e uno studente di 16 anni, in stage, si semi-amputa una mano con una fresa in provincia di Udine.

10 Maggio 2018
Ennesimo morto sul lavoro, ennesimo infortunio di uno studente in stage. Non si tratta di “drammatiche fatalità”. In un sistema economico dove la contraddizione principale è tra interessi dei lavoratori e capitale, tra sicurezza nei luoghi di lavoro e disperata ricerca di profitto a scapito dell’incolumità dei lavoratori stessi, tutto assume un significato più vasto.

Non è possibile tutelare la sicurezza dei lavoratori senza porsi in contrapposizione alle logiche padronali.

Per questo come Partito Comunista dei Lavoratori ci schieriamo incondizionatamente dalla parte degli studenti e delle studentesse che non si piegano ai ricatti e ai crimini della Buona Scuola e ai lavoratori che hanno incrociato le braccia dopo la tragedia ai cantieri navali di Monfalcone.

Riprendere la mobilitazione studentesca contro la Buona Scuola deve significare rivendicare l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, funzionale solo agli interessi delle aziende, rimettendo in campo la forza del movimento del maggio 2015, che fece vacillare il governo e fu tradito dalle burocrazie sindacali. Fermare la Buona Scuola era possibile e, come ci insegnano i lavoratori e studenti francesi in queste settimane, solo la lotta di massa può far indietreggiare i governi e ribaltare i rapporti di forza a favore degli sfruttati.

L’abolizione di tutte le controriforme nel mondo della scuola e nel mondo del lavoro (Buona Scuola, Jobs Act, Legge Fornero, etc..) possono avvenire soltanto attraverso la mobilitazione di massa e di classe degli studenti e dei lavoratori. Nessun partito della borghesia ha come interesse la tutela dei diritti della classe lavoratrice e la difesa della scuola pubblica. I lavoratori e gli studenti possono contare solo ed unicamente sulla loro forza e la loro organizzazione.

È necessario ribaltare i rapporti di forza sui luoghi di lavoro e nelle scuole, ponendo in ogni lotta e in ogni mobilitazione la questione dell’autorganizzazione democratica degli studenti e dei lavoratori, dell’unità delle lotte, della costruzione del più ampio fronte unico di classe e di massa contro padronato e governo, qualunque esso sia.

Nella consapevolezza che solo abbattendo questo sistema economico basato sul profitto e instaurando un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza ed autorganizzazione, è possibile tutelare davvero l’interesse dei lavoratori, degli studenti e della maggioranza della società.

- Per una scuola libera, pubblica, laica e al servizio dei proletari e delle masse popolari!

- Per l’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro!

- Per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio!

- Come nel ’68 e come in questi giorni: fare come in Francia! Mobilitiamoci, organizziamoci, ribaltiamo i rapporti di forza! 


In un mondo in cui le scuole diventano aziende e le aziende sfruttano gli studenti ricercare l’unità tra movimento studentesco e movimento operaio diventa una questione irrinunciabile. È la ragione stessa dell’attività degli studenti del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti

Il nostro 25 aprile

Per un antifascismo classista e anticapitalista

Quest'anno il 25 aprile affronta un contesto politico nuovo.

Organizzazioni dichiaratamente fasciste hanno sviluppato nell'ultimo anno il proprio radicamento e la propria forza militante. Lo hanno fatto inzuppando il pane nei sentimenti xenofobi e reazionari cavalcati da tutti i partiti dominanti, dal PD di Minniti “legge e ordine” al M5S, sino alla Lega lepenista, che hanno fatto a gara per intestarsi il blocco dei migranti, i loro respingimenti, la loro segregazione. Le organizzazioni fasciste hanno semplicemente usato questo vento per gonfiare le proprie vele.

Ma se questo vento spira più forte di ieri, anche tra milioni di sfruttati, è perché è stato alimentato dalla resa al capitalismo da parte dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale. L'aperta complicità nelle politiche di austerità, il semaforo verde alla Legge Fornero, la smobilitazione della lotta sull'articolo 18, la dispersione dell'opposizione di massa alla “Buona scuola”, non hanno rappresentato solamente una svendita delle ragioni del lavoro agli interessi del profitto, ma hanno anche abbandonato milioni di lavoratori e lavoratrici alla solitudine della propria condizione, alimentando sentimenti di sfiducia, demoralizzazione, disorientamento. Se il crollo del renzismo è avvenuto a destra e non a sinistra è perché la sinistra si era resa da tempo irriconoscibile al suo stesso popolo. Il voto del 4 marzo ha semplicemente registrato la realtà.


DALLA PARTE DEI LAVORATORI, DELLE LAVORATRICI, DI TUTTI GLI SFRUTTATI 

Se questo è vero, non c'è possibile rilancio della battaglia contro il fascismo e contro la destra se non a partire dal recupero di una ragione di classe, dalla parte dei lavoratori contro i capitalisti.
Per anni, anche da parte della sinistra cosiddetta radicale si è rimossa la centralità del lavoro. Gli stessi gruppi dirigenti di Rifondazione Comunista che nel governo Prodi avevano votato la più grande detassazione dei profitti hanno finito col nascondere le ragioni del lavoro dietro le insegne del civismo progressista (Ingroia) e di un “popolo” indistinto. Il M5S, e la sua truffa populista nel nome dei "cittadini", hanno beneficiato anche di questo, così come i sovranismi nazionalisti.
Per rimontare la china è necessaria una svolta. Non c'è il popolo dei cittadini, ci sono le classi. Salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall'altra.
Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall'opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi.

Quale che sia la futura soluzione di governo, nulla di buono è in cantiere per i lavoratori. Il M5S si candida a partito centrale della Terza Repubblica dei padroni, con l'applauso di Confindustria, banche, UE, e NATO. Altro che alleato democratico dei lavoratori, cui chiedere magari qualche ministero (come vorrebbe Liberi e Uguali)! Occorre preparare una opposizione vera, unitaria, radicale, di massa senza alcuno sconto ai nuovi truffatori.


PER UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA 

Ma non c'è vera opposizione di classe senza prospettiva anticapitalista. Questo è il punto decisivo.
Le stesse sinistre che hanno negli anni abbandonato persino la rappresentanza del lavoro, continuano ad illudere ciò che resta del loro popolo con l'eterna fiaba di una possibile riforma democratica e progressista del capitalismo. Una volta era il governo Prodi, ora il governo Tsipras, ogni volta si inventa un fantomatico governo “riformatore” di cui avere fiducia e a cui donare il sangue. Bene, è ora di dire, come provano i fatti, che quel governo non c'è. Che i tempi delle riforme sociali (per disinnescare i rischi di rivoluzione) erano quelli del boom economico e della presenza dell'URSS. Che nelle attuali condizioni storiche, ormai da quasi trent'anni, all'ordine del giorno del capitalismo - chiunque governi - c'è solo la distruzione di diritti e conquiste, con il trascinamento di xenofobia, guerre, miseria sociale e culturale dilagante.
E viceversa, ogni rivendicazione elementare dei lavoratori, in fatto di giustizia sociale ed emancipazione, cozza frontalmente con le compatibilità del capitalismo e della sua crisi, e chiama la necessità di una rottura anticapitalista.
Si tratta di sviluppare in ogni lotta questo elemento fondamentale di coscienza, e di costruire attorno a questa politica di classe anticapitalista una direzione rivoluzionaria del movimento operaio. Senza la quale ogni ribellione è destinata in un modo o nell'altro alla sconfitta.


PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE. QUELLO CHE MANCÒ ALLA RESISTENZA 

Questa è anche la lezione della Resistenza, che qui vogliamo ricordare.
Tra il 1943 e il 1945 milioni di lavoratori si ribellarono al fascismo, ma anche alla classe capitalista che si era affidata al fascismo per distruggere il movimento operaio. La rossa primavera di tanta parte del movimento partigiano era nei suoi sentimenti apertamente anticapitalista. Ma il regime staliniano in URSS e il suo PCI in Italia aveva deciso diversamente: l'Italia doveva restare, secondo i patti di Yalta, nel campo del capitalismo. I governi di unità nazionale tra De Gasperi e Togliatti, con la copertura a sinistra di Secchia, servirono a questo. Per questo riportarono i capitalisti al posto di comando, disarmarono i partigiani, ammnistiarono i peggiori sgherri fascisti. Quando il lavoro fu completato, il PCI non era più necessario, e fu sbattuto all'opposizione. E iniziarono i lunghi anni di Scelba. Di certo la mancanza di una alternativa alla sinistra del PCI capace di contendergli la direzione (tra gruppi e organizzazioni centriste che tragicamente invocavano Stalin per criticare il PCI) fu un fattore decisivo nella sconfitta della Resistenza.

Trent'anni dopo, la nuova ascesa del 1968, tradita dal compromesso storico tra DC e PCI, finì per le stesse ragioni con la stessa sconfitta.
Per questo noi oggi, nel ricordare le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

La Buona Scuola che reprime

Solidarietà allo studente di Carpi sanzionato con un 6 in condotta a causa delle critiche mosse contro il sistema dell'alternanza scuola-lavoro

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime solidarietà al compagno studente colpito dalla repressione esercitata dal dirigente scolastico della propria scuola (ITIS Da Vinci di Carpi), che è stato punito con un 6 in condotta per il solo fatto di aver espresso sulla propria bacheca Facebook delle critiche rispetto alla sua esperienza di alternanza scuola-lavoro. «Il messaggio offendeva la ditta e l’impegno degli insegnanti», è arrivato a dire il dirigente scolastico per giustificare il proprio atto contro lo studente al quarto anno.

Un fatto gravissimo che deve portare alla presa di posizione e alla mobilitazione di tutte le organizzazioni studentesche. Il fatto accaduto trova posto perfettamente nella trasformazione dell'ormai ex scuola pubblica in scuola-azienda, ora al servizio delle imprese, con una gestione padronale attraverso il preside-sceriffo-manager.

È necessario rispondere attivamente a questo attacco frontale ai più elementari diritti studenteschi, intraprendendo una lotta mai veramente iniziata contro l'alternanza scuola-lavoro (lavoro gratuito di studenti) e il modello della Buona Scuola (mercificazione dei saperi e militarizzazione delle scuole). A partire dall'ITIS da Vinci, attraverso l'occupazione della scuola, rivendicando il ritiro della sanzione discliplinare.

Rifiutiamo l'alternanza scuola-lavoro, per l'autorganizzazione degli studenti e dei lavoratori della scuola e nei luoghi di lavoro, per la libertà di scegliere e di decidere sulla nostre condizioni di studio, vita e lavoro secondo i nostri bisogni e necessità, non secondo le regole imposte dal mercato!

Fuori il Jobs act dalle scuole e dai posti di lavoro!

Per una scuola libera, pubblica, laica e al servizio dei proletari e delle masse popolari!
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti

Militanti sindacali per una sinistra rivoluzionaria


Appello di militanti sindacali per il voto a favore delle liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”

Da decenni le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici, i loro diritti, il loro salario, la loro salute sono sotto costante attacco. Lo stesso vale per gli altri settori oppressi, dai giovani ai pensionati e pensionate, al popolo povero in particolare del meridione d’Italia. Le lavoratrici vedono peggiorare la loro condizione dentro e fuori dai posti di lavoro, e su di loro ricadono le conseguenze peggiori dello smantellamento dei servizi pubblici, dai nidi alla scuola e alla sanità pubbliche. Si sviluppano sistematiche campagne razziste contro i migranti per dividere i lavoratori e gli oppressi. 
Questi processi, in corso già da decenni, hanno avuto una pesante accelerazione a partire dalla crisi mondiale del capitalismo scoppiata nel 2008. 
Anche nel nostro paese abbiamo visto attaccare le grandi conquiste realizzate dai lavoratori e dalle lavoratrici con le loro grandi lotte, in particolare degli anni ’60 e ’70. 
Rispetto a questa offensiva i lavoratori e le lavoratrici non hanno visto la sinistra ufficiale, politica e sindacale, ergersi a difesa dei loro interessi. Al contrario hanno visto i riformisti di tutti i tipi complici e addirittura attori della offensiva del capitale. 
Centrodestra e centrosinistra si sono alternati nell’applicare queste politiche, spesso con i governi di centrosinistra addirittura più zelanti di quelli di destra nell’applicare le politiche volute dal grande capitale. Flessibilità e precarizzazione selvagge (pacchetto Treu e legge Biagi-Maroni), distruzione del sistema pensionistico, privatizzazioni a tappeto, aziendalizzazione di scuole e università, leggi liberticide contro i migranti (Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini), partecipazione a guerre imperialiste (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq) e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. 
Questo riguarda anche la Lega, che oggi si erge a paladina dei diritti dei lavoratori mentre ha la responsabilità diretta delle controriforme delle pensioni (riforma Dini, “scalone” Maroni), della precarietà, del primo attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, del famigerato “collegato lavoro” di Sacconi, che sancisce la derogabilità dei contratti nazionali, solo per citare alcuni esempi. 
Con i governi Monti, e poi Letta-Renzi-Gentiloni, il PD ha poi sigillato e rilanciato all’ennesima potenza l’offensiva padronale. 
Di fronte a ciò le direzioni delle grandi organizzazioni sindacali hanno oscillato tra complicità e accettazione passiva. Non parliamo della CISL, vero e proprio sindacato padronale, ma anche della CGIL. La risposta alla riforma Fornero con l’incredibile “sciopericchio” di sole tre ore è la rappresentazione emblematica di quanto detto. Gravissima poi è stata la responsabilità di avere abbandonato la lotta contro il Jobs Act e contro la Buona scuola, che pure aveva mostrato un potenziale di massa nelle mobilitazioni dell’autunno 2014 e primavera 2015. 

Come lavoratori e militanti sindacali ci siamo impegnati in questi anni a contrastare questa deriva, e nell’opporci a una lunga serie di contratti bidone che hanno fatto ulteriormente arretrare la condizione nei luoghi di lavoro. 
Questa politica delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra riformista ha colpito duramente il movimento popolare permettendo lo sviluppo all’interno della classe della falsa e reazionaria risposta di organizzazione come la Lega o il Movimento 5 Stelle. 
È giunto il momento di prospettare, anche approfittando della scadenza elettorale, una vera alternativa a questa situazione. Una alternativa non basata sull’eterna riproposizione delle utopie antiliberiste (già più volte sconfitte nella partecipazione della sinistra “radicale” – PRC, PCI – alle coalizioni di centrosinistra, appoggiando misure come il pacchetto Treu, gli sgravi fiscali massicci al padronato e le missioni di guerra), ma sul richiamo ad una prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria e socialista. 
Per questi motivi salutiamo con favore e sosterremo la presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che indicando una serie di obbiettivi immediati e transitori nel proprio programma ci pare rispondere alle esigenze della situazione. Positiva è anche la scelta di presentare lavoratori e lavoratrici anche di diverse esperienze sindacali che in questi anni sono stati impegnati in prima persona nelle fabbriche e nelle aziende nelle battaglie sindacali e politiche prima ricordate. 
Porre rivendicazioni come la riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario e l’abolizione di tutte le leggi di flessibilità per garantire a tutti e tutte un lavoro dignitoso a tempo indeterminato; la nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi aziende che licenziano o inquinano; l’annullamento del debito pubblico verso le banche, ricavando molte decine di miliardi da utilizzare per la spesa pubblica; la nazionalizzazione senza indennizzo del sistema bancario e finanziario; e infine la prospettiva alternativa a tutte le combinazioni governative borghesi di un governo dei lavoratori; tutto ciò pone una prospettiva in cui ci riconosciamo. 
Per questo, pensando così di essere coerenti con la nostra battaglia di sindacalisti e sindacaliste classisti/e, invitiamo gli iscritti e le iscritte alle organizzazioni sindacali e più in generale i lavoratori e le lavoratrici a sostenere col proprio voto nelle prossime elezioni politiche le liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”. 


Firmatari: 

Domenico Loffredo (operaio Fca Pomigliano Napoli Fiom-Cgil) 
Luigi Sorge (operaio Fca Cassino Fiom-Cgil) 
Giuseppe Violante (delegato Fiom-Cgil Maserati Modena) 
Matteo Parlati (delegato Fiom-Cgil Ferrari Modena) 
Daniele Debetto (delegato Filcea-CGIL Pirelli Settimo Torinese) 
Simona Leri (delegata Filcams-Cgil Coop Alleanza 3.0 Modena) 
Donatella Ascoli (delegata Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani-Venezia Dir Cgil Veneto) 
Stefano Fontana (Fincantieri Marghera Dir Fiom -Cgil Venezia) 
Davide Ledda (delegato Fiom-Cgil Cft Parma) 
Alessandra Pierosara (Dir. Nazionale Fillea Cgil Socia-lavoratrice D'Esi Società Cooperativa Azienda recuperata dai lavoratori) 
Enrico Pellegrini (delegato Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani Dir Cgil Venezia) 
Arianna Manicini (delegata Sanità Usb Roma) 
Antonio Forlano (delegato Filt-Cgil Ups Milano) 
Crescenzo Papale (delegato DP Ancona Agenzia Entrate USB Pubblico Impiego) 
Luca Ibattici (delegato Fiom-Cgil Spal Reggio Emilia) 
Laura Parozzi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Mario Iavazzi (Direttivo nazionale Cgil) 
Luca Scacchi (Direttivo nazionale Cgil) 
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Francesco Doro (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Paolo Grassi (Dir. Naz Nidil-Cgil) 
Franco Grisolia (Comitato nazionale di garanzia Cgil) 
Margherita Colella (Dir. Naz Flc-Cgil) 
Alfonsina Palumbo (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Francesco Durante (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Daniele Prampolini (Dir.Fiom Modena) 
Piero Ficiarà (Dir.Fiom-Cgil Modena) 
Luca Acquarico (Dir. Fiom-Cgil Modena) 
Luca Paltrinieri (delegato Fiom-Cgil Netscout Modena) 
Giuseppe Faillace (delegato Fiom-Cgil Motovario Modena) 
Davide Bacchelli (delegato Fiom-Cgil Ima Bologna) 
Gianplacido Ottaviano (delegato Fiom-Cgil Bonfiglioli Bologna) 
Gian Pietro Montanari (delegato Fiom-Cgil Toyota Bologna) 
Domenico Minadeo (delegato Fiom Metaltarghe Bologna) 
Massimo Pieri (delegato Fiom Tas spa Casalecchio di Reno, Bologna) 
Giuseppe Gomini (delegato Fiom-Cgil Ducati Bologna) 
Davide Tognioni (delegato FP-Cgil Comune di Rolo Reggio Emilia) 
Ilic Vezzosi (Dir. Cgil Reggio Emilia) 
Marco Paterlini (delegato FP-Cgil L'Olmo Reggio Emilia) 
Marco Mussini (Dir. Fiom-Cgil Reggio Emilia) 
Ermanno Lorenzoni (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Manfredi Storaci (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Antonino Marceca (Dir. Funzione Pubblica-Cgil Veneto) 
Gianbattista Mineni (Dir. CGIL Veneto) 
Stefano D’Intinosante (delegato Fiom-Cgil Somec) 
Alessandro Busetto (segretario provinciale CUB Venezia, delegato Università Ca’ Foscari) 
Fabio Basso (Dir. Fiom-Cgil Venezia Fincantieri Marghera) 
Angelo Raimondi (delegato Filcams-Cgil Esselunga Corbetta-Milano) 
Cinzia Crespi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Joan Valdiviezo (delegato Filt-Cgil Italgroup cantiere; Ups Milano) 
Jeisson Zuniga (delegato Filt-Cgil Planet Cantiere Ups Milano) 
Luca Pezza (delegato Filctem-Cgil Michelin Milano) 
Francesca Esposito (lavoratrice Atm Milano iscritta Filt-Cgil Atm) 
Giovanna Benites (lavoratrice Ospedale San Paolo iscritta Funzione pubblica-Cgil Milano) 
Francesco Serati (delegato Filt-Cgil Fast-Log Cantiere Ups Como) 
Barbara Lietti (delegata Funzione pubblica-Cgil Ospedale Sacco Milano) 
Andrea Galvagno (Coordinamento enti locali USB Piemonte) 
Lorenzo Mortara (delegato Fiom-Cgil YKK Vercelli) 
Diego Sabelli (delegato Elt Fiom-Cgil Roma) 
Alessio Sammartino (Dir. Filcams-Cgil Roma) 
Riccardo Spadano (delegato Consiglio Nazionale degli Ingegneri SGB Roma) 
Marco Di Pietrantonio (Dir. FP-Cgil Pescara) 
Ilaria Del Biondo (Dir. Nidil Cgil Pescara) 
Vincenzo Chianese (delegato Fiom-Cgil Ergom Napoli) 
Antonio Esposito (delegato Slc-Cgil Almaviva Napoli) 
Lidia Luzzaro (Dir. Nidil-Cgil Cosenza) 
Francesco De Simone (Dir Cgil Calabria) 
Giuseppe Siclari (Assemblea Generale Cgil Calabria) 
Emilio Damico (Dir Cgil- Camera del Lavoro Cosenza) 
Ercole Mastrocinque (delegato Slc-Cgil Poste Italiane) 
Antonio Pensabene (Dir. Fiom-Cgil Reggio Calabria) 
Michele Mililli (Dir. regionale Filcams-Cgil Ragusa) 
Cinzia Ronzitti (delegata Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Marco Loprevite (delegato Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Giovanni Di Marco (delegato USB Università di Genova) 



Per adesioni: redazione@marxismo.net, esecutivo@pclavoratori.it

Sul contratto istruzione e ricerca


Un brutto accordo con pochi soldi, che ingloba i principi competitivi della "Buona scuola" e della riforma Gelmini

Cinguettano felici i governanti e i sindacalisti complici e concertativi dopo la firma del contratto del comparto scuola, università, ricerca e Afam (istituti artistici e musicali). Apre la kermesse del ridicolo Madia, twittando che è «giusto e doveroso» essere arrivati a concludere; segue Fedeli affermando che «valorizzare chi lavora nei settori della conoscenza è un investimento per il futuro»; e ancora Castellana (CISL), sottolineando che ci sono volute 15 ore per ottenere questo risultato; chiude in bellezza la CGIL gioendo per aver restituito «dignità a più di un milione di lavoratori».

Così, senza ritegno né vergogna. Il nuovo contratto, infatti, al di là dei roboanti annunci alla stampa, e delle stentate difese nelle assemblee, nella scuola recepisce i commi fondamentali della Legge 107 sul Bonus (dal 126 al 128, quelli che stabiliscono la finalizzazione del premio al merito, i criteri del Comitato di Valutazione ed il pieno potere nel distribuirli al Dirigente scolastico), portando a contrattazione solamente a livello di singola scuola dei vaghi criteri generali.
Nell’università, istituisce in pieno "stile Brunetta” superpremi per pochi eccellenti, e rilancia la differenziazione di stipendi e condizioni di lavoro tra ateneo e ateneo, degradando secondo la logica della riforma Gelmini il sistema universitario nazionale.
Tutto questo per portarsi inoltre a casa pochi soldi e mal distribuiti. Gli aumenti conquistati sono solo del 3,48 %: intorno ai 75 euro medi, a confronto dei circa 300 persi in quasi dieci anni di congelamento dei salari e che dovrebbero esser recuperati solo per riguadagnare il potere d’acquisto (senza contare la remunerazione dei nuovi compiti e delle diversità intensità di lavoro, oggi richieste in tutti i settori della conoscenza). Quindi, per gli insegnanti e gli ATA meno pagati dell’OCSE (sotto, solo i greci) non si recupera nemmeno il 5,5 %, che corrisponderebbe all’indicizzazione della vacanza contrattuale.

Ma perché sorprendersi? Era già avvenuto per altri comparti della pubblica amministrazione, e venduto come grasso che cola. E i docenti stiano zitti e muti, perché sono l’unica categoria che ha conservato gli scatti di anzianità! Nella scuola (ma non negli atenei) gli aumenti diventano più o meno gli 85 euro che erano stati promessi, grazie alla distribuzione di un’indennità aggiuntiva (però solo su 12 mesi e senza TFR). Inoltre nei prossimi mesi tutti vedranno in stipendio almeno 80 euro (anche quelli con gli stipendi più bassi, come i collaboratori scolastici, i docenti neoassunti o i CEL e B1 negli atenei): è solo un temporaneo artificio contabile, un piccolo imbroglio. Erogando gli aumenti a regime da marzo, con i soldi risparmiati dei primi due mesi dell’anno si è inventata una perequazione “a scadenza” per gli stipendi inferiori, che porta per tutti gli aumenti appunto intorno agli 80/85 euro: una perequazione (su 12 mesi e comunque senza TFR) costruita con i soldi dei lavoratori e delle lavoratrici (che si vedono gli aumenti slittati di due mesi) che scompare nel nulla dopo il 31 dicembre, portando alla luce gli aumenti reali (ad esempio, un collaboratore scolastico avrà aumenti lordi mensili di circa 51 euro, che però sino a fine 2018 saranno magicamente aumentati di 29 euro, per arrivare a circa 80: dal primo gennaio 2019, però, il suo stipendio perderà questa componente, ed il suo aumento tornerà stabilmente ad essere di 51 euro).

È un contratto che conferma il solco tracciato dal precedente accordo natalizio delle Funzioni centrali (Ministeri ed enti) e tutta la stagione contrattuale dal 2015 (che con metalmeccanici, chimici e commercio ha scambiato pochi soldi, il semplice recupero di una bassissima inflazione, con l’ingabbiamento della contrattazione aziendale, le flessibilità su orario e organizzazione del lavoro).

È questo, allora, un accordo che restituisce dignità e valorizza chi lavora nella scuola? Suvvia, non scherziamo! Quindici ore di strenuo combattimento verbale per ottenere ciò che già si sapeva dal 30 novembre 2016 che si sarebbe ottenuto?
La dura lex dell’ARAN non poteva concedere di più, e così è stato. E lo squallido teatrino terminato alle 7.15 del 9 febbraio è servito solo ad allungare i tempi. E meno male che ci sono le elezioni, altrimenti si poteva restare nel limbo per altri dieci anni. Ma se questa è la mossa elettorale più astuta studiata dalle agili menti che attorniano Renzi, viene il dubbio che la cricca del PD abbia poche idee ma ben confuse. I voti della scuola Renzi se li è giocati con l’arrogante “me ne frego” di fronte allo sciopero del 5 maggio 2015 contro la Buona scuola. Ed ora spera di riconquistarli così? Concedendo un aumento dovuto e rinviando altre tematiche scottanti (aumento dell’orario di servizio, codice etico, sanzioni disciplinari) ad una seconda fase della contrattazione?
Forse qualcuno dovrebbe avvertirlo che l’unica cosa giusta e doverosa sarebbe togliersi di torno, e far sì che i sindacati difendano di nuovo e davvero i lavoratori.
Perché ci poteva essere un’altra la conclusione. Se si fosse deciso di portare in piazza centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, si sarebbe potuta aprire una nuova stagione conflittuale, in grado di proseguire e rilanciare il grande sciopero del 2015, in grado di irrompere nella campagna elettorale, ribaltare i rapporti di forza e conquistare un vero contratto acquisitivo. Perché, nonostante loro, nonostante tutto, c’è ancora chi combatte per una scuola pubblica, gratuita e democratica, che non calpesti la dignità di nessuno.

Il PCL è con questa parte della scuola e dell’università. Per difendere veramente diritti, salari e condizioni di lavoro, bisogna ora respingere questo accordo, bocciandolo nelle assemblee e nelle consultazioni, e soprattutto riprendere una stagione di mobilitazione. Perché i contratti si conquistano nelle lotte, e non intorno ai tavoli. La lotta contro la “Buona scuola” e tutte le controriforme liberiste deve quindi proseguire, oltre e contro questo contratto sbagliato.

Partito Comunista dei Lavoratori