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Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

L'accusa di antisemitismo: una clava contro il movimento

 


No al ddl Gasparri!

La lotta del popolo palestinese, che oggi non deve arretrare ma resistere al piano coloniale di Trump, una battaglia fondamentale l’ha già vinta: la battaglia per la conquista del cuore delle masse.
Movimenti enormi di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese hanno attraversato i cinque continenti, dagli USA all’Europa, dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Australia.

In Italia, dopo due anni di mobilitazioni forse di tenore inferiore a quelle di altri paesi europei, si è avuta un’autentica esplosione della partecipazione di massa nelle giornate dal 22 settembre al 4 ottobre, quando milioni di persone sono scese in piazza per mostrare la propria vicinanza al popolo palestinese e la propria solidarietà all’impresa della Global Sumud Flotilla.
Un’immensa partecipazione caratterizzata soprattutto dalla presenza di giovani e giovanissim3, studenti medi e universitari, e da ultimo anche da una crescente componente di classe lavoratrice.

Si è trattato di un autentico salto di qualità nella mobilitazione, un movimento che fa paura al governo e che incontra i favori dei sondaggi. Un movimento politico oltre che umanitario che denuncia la complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza, che condanna la ferocia disumana e il razzismo dell’ideologia sionista, e che canta nelle strade la liberazione della Palestina dal fiume al mare.

Mai come oggi l’immagine di Israele è gettata nella polvere, la sua propaganda non creduta e derisa, i suoi atti criminosi denunciati con forza ad ogni livello della società, dai lavoratori, dagli studenti, dagli intellettuali e dagli artisti.
L’entità sionista è costretta a reagire come un animale ferito, e allora lancia ad ogni latitudine geografica, politica e culturale, come un disco rotto, la litania dell’accusa infamante: antisemita.

L’accusa è infame perché rivolta non contro i depositari storici dell’antisemitismo, quell’estrema destra i cui eredi oggi in grande maggioranza in Europa appoggiano il sionismo, ma contro il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese, proprio quando questo denuncia il più grave genocidio del XXI secolo.
Accusare di antisemitismo chi si oppone allo sterminio è ridicolo e volgare. Nondimeno però è un’arma in mano a governi complici che tentano di reprimere la mobilitazione di massa, come Germania, Francia, Inghilterra e ovviamente… l’Italia.

Alcuni esponenti del governo italiano sono intenti ad usare l’accusa di antisemitismo come una clava per colpire la mobilitazione crescente. Nelle università, nelle scuole, negli enti culturali è in corso una lotta accanita per denunciare ogni forma di collaborazione con lo stato genocidario di Israele. Gli esponenti filosionisti sono travolti, e non sanno più quali argomentazioni utilizzare per giustificare la propria collaborazione. Allora per questo viene utile la vecchia e sempre verde accusa di antisemitismo.

Vogliamo precisare che non è possibile sottovalutare il rigurgito di sentimenti antisemiti, ma essi sono in massima parte da imputare agli atti criminali commessi da Israele, la più grande fonte di antisemitismo.
Per propalare questa grande menzogna, dunque, non bastano più la grande stampa ossequiosa con il governo e con i sionisti, non è più sufficiente la propaganda e la repressione ordinaria da parte delle forze di polizia. Per questo è necessario approntare uno strumento nuovo, più adeguato alla bisogna. In altre parole, uno strumento legale con cui armare la repressione.

Il ddl (disegno di legge) Gasparri si incarica di dare soddisfazione a questa necessità. Non è l’unico ad essere in discussione al Senato, ma è quello più avanzato in tal senso.
Tale ddl così riporta nelle premesse; «…i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l'Italia dal CDEC e dall'Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell'odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi».

L’antisemitismo è connesso all’antisionismo, tanto che:

«Il comma 2 prevede l'istituzione, presso le scuole di ogni ordine e grado, di corsi annuali di formazione per studenti sull'antisemitismo e sull'antisionismo».

Il che comporta l’indottrinamento studentesco nei confronti dell’adesione al regime israeliano e alla giustificazione dei suoi crimini.
Art.2 comma 2: «…Il Ministro dell'istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l'antisionismo» (sottolineature nostre).

Non manca l’invito alla delazione, soprattutto di insegnanti e professori universitari. Ma ciò che è più importante è che la pena stabilita dal codice penale si deve applicare come recita l’art. 4 comma:

«La stessa pena si applica qualora la propaganda, l'istigazione o l'incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull'ostilità, sull'avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all'esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione» (sottolineature nostre).

È evidente che questo dispositivo normativo ha l’obiettivo di abbattersi come una scure contro le masse soprattutto giovanili che hanno alimentato le grandiose mobilitazioni delle settimane scorse. In quelle manifestazioni, fra gli slogan più recitati vi erano proprio quelli che dimostravano l’ostilità al sionismo, un’ideologia politica suprematista e razzista, che ha giustificato negli ultimi 77 anni l’occupazione coloniale delle terre e delle città dei palestinesi, con il corredo di massacri e pulizia etnica. Un’ideologia che ha interessato solo parte dei popoli ebraici, e sostanzialmente la parte più reazionaria e violenta. La parte più progressista e socialista, maggioritaria negli anni ’20 e ‘30 in Polonia, era rappresentata dal partito più grande di matrice ebraica, il Bund (Unione di Lotta dei Lavoratori Ebrei), e avversava il sionismo, definito come “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’imperialismo”.

La maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia apparteneva in effetti al Bund, compreso il suo eroico comandante militare Marek Edelman, che si rifiutò sempre di andare in Israele e che nel 2002 espresse la sua solidarietà alle organizzazioni combattenti palestinesi.

È assolutamente risibile che, se fosse stata in vigore una legge analoga a quella voluta da Gasparri, il Bund, la maggioranza yiddish del popolo ebraico europeo e il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia sarebbero stati perseguibili a norma di legge!

Anche in ossequio a questa grande tradizione dei popoli ebraici, che ha fornito al movimento rivoluzionario comunista degli anni ’20 alcune tra le menti più luminose, non si può che riaffermare la lotta irriducibile al sionismo e la necessità, per i popoli del Medio Oriente e dell’umanità intera, della sua sconfitta definitiva.

Un altro grande slogan ha connotato le mobilitazioni in Italia e nel mondo tanto da essere gridato da moltitudini di persone di ogni età: “Palestina libera dal fiume al mare”.
Questo slogan ha un significato molto preciso, vuole intendere la liberazione della Palestina storica, ciò che implica la distruzione dello stato di Israele.

Questa rivendicazione elementare, ma potentemente espressa da centinaia di migliaia di cittadini, che vuole sostenere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, è frutto del diritto a esprimere il proprio pensiero, ma secondo Gasparri dovrebbe essere semplicemente sottoposta a censura pena la possibilità di finire in carcere.

È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio parafascista di istituire reati d’opinione del tutto antidemocratici.

In conclusione, il Partito Comunista dei Lavoratori, erede dell’unica tradizione politica che si è sempre opposta all’esistenza di Israele, difende il diritto del movimento per la Palestina ad esprimere il proprio pensiero e a scendere in piazza per manifestarlo, rifiuta ogni forma di intimidazione nella sua lotta contro il sionismo e invita a proseguire con più forza la mobilitazione contro il piano coloniale di Trump; l’unica mobilitazione che è in grado di rendere inapplicabile e far crollare questo disposto normativo.

Quali che siano le leggi della borghesia filosionista, il Partito Comunista dei Lavoratori ribadisce:

Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto.

Per una Palestina unita, laica e socialista (con il ritorno incondizionato dei profughi palestinesi e con i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei, ad eccezione dei coloni fascisti e nazisti da espellere).

Per una Repubblica araba socialista unita.

Per una Federazione socialista del Medio Oriente e del Nord Africa, con il diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi della regione (curdi, berberi, etc.)

Partito Comunista dei Lavoratori

Argentina. Udienza pubblica al Congresso Nazionale. Per l'assoluzione di Alejandro Bodart

 


In vista di una nuova seduta del tribunale per l'appello presentato contro la sentenza che intende condannare Alejandro Bodart per aver espresso solidarietà alla causa palestinese e denunciato il genocidio in corso perpetrato dallo Stato di Israele, lunedì 23 si è tenuta un'udienza pubblica presso il Congresso Nazionale. Tra gli altri, hanno partecipato gli avvocati difensori di Bodart, María del Carmen Verdú e Ismael Jalil, insieme a deputati nazionali, organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni sociali, politiche, ambientali, rappresentanti della comunità araba ed ebraica.


Durante l'udienza Bodart ha dichiarato: «Tre anni fa ho pubblicato sulle mie pagine social una denuncia contro lo Stato di Israele, accusandolo di razzismo e genocidio, ed ho espresso la mia solidarietà al popolo palestinese. Denunciare la barbarie ha portato a una denuncia da parte della DAIA [Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina], che mi ha assurdamente accusato di antisemitismo. Accusa dalla quale sono stato assolto in due gradi di giudizio, considerando che le mie espressioni erano tutelate dal diritto alla libertà di espressione. Tuttavia, la giustizia argentina ha dato un'ulteriore dimostrazione di servilismo nei confronti del potere in carica. I giudici Ignacio Mahiques e Jorge Atilio Franza hanno tentato nuovamente di condannarmi, e nell'udienza di giovedì abbiamo presentato ricorso contro questa decisione antidemocratica. Il Tribunale Internazionale dell'Aia, la Corte Penale Internazionale, la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, innumerevoli organizzazioni per i diritti umani, settori democratici, persino Papa Francesco, hanno condannato tali crimini di Israele contro l'umanità. Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra ricercato, ma loro vogliono mettere a tacere me per aver detto la verità in solidarietà con il popolo palestinese. Non ci riusciranno, perché siamo in tanti a non tacere di fronte a questa barbarie».

Bodart ha aggiunto: «Trovo assolutamente ingiusto che si cerchi di condannarmi, in quello che vedo come un chiaro tentativo di mettere a tacere chi denuncia il genocidio contro il popolo palestinese. Sono convinto che mettere in discussione le politiche di uno Stato non debba essere confuso con un atto di discriminazione nei confronti della sua popolazione. Non rinuncerò mai al mio impegno per la causa palestinese. Insieme ai miei avvocati, María del Carmen Verdú e Ismael Jalil, ricorreremo contro questa sentenza in tutte le istanze necessarie, chiedendo la mia assoluzione totale. La difesa dei diritti umani e della libertà di espressione non può essere criminalizzata. Questo processo non riguarda solo me, ma costituisce un pericoloso precedente per tutte le persone che lottano per la giustizia e la verità».



26 giugno. Mobilitazione al tribunale. Assoluzione per Alejandro Bodart.

Giovedì 26 giugno, a partire dalle ore 10:00, si terrà una manifestazione di solidarietà con Alejandro Bodart, leader politico e segretario generale del Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST) nel FIT-U e coordinatore della Lega Internazionale Socialista, perseguitato per aver denunciato il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese.

La mobilitazione partirà dall'incrocio tra Avenida Libertad e Avenida Marcelo Torcuato de Alvear a Buenos Aires, e arriverà fino alle porte della Sala III della Camera Penale, dove Bodart dovrà affrontare un nuovo processo. In vista di questo appuntamento giudiziario, lunedì si è tenuta un'importante udienza pubblica al Congresso, dove un ampio settore di organizzazioni e leader ha espresso il proprio sostegno ad Alejandro Bodart.

Questo caso rappresenta una grave violazione della libertà di espressione e un tentativo di mettere a tacere le voci che denunciano il massacro, l'infanticidio e l'apartheid che lo Stato sionista di Israele perpetra quotidianamente contro il popolo palestinese.

Bodart era già stato assolto, ma a seguito dell'appello della DAIA, una giustizia complice insiste nel mantenere aperto il processo giudiziario, e cerca di condannare Bodart. Questo giovedì le bandiere di sostegno al popolo palestinese torneranno a sventolare nuovamente, e grideremo a gran voce che denunciare un genocidio non è un reato, chiedendo l'assoluzione di Bodart.

Vi invitiamo a unirvi alla mobilitazione e ad affiancarvi a noi nella richiesta di assoluzione, per il diritto di parola ed espressione senza alcuna censura.

Periodismo de Izquierda - MST


No alla condanna per antisionismo del nostro compagno Alejandro Bodart (segretario del Movimento Socialista dei Lavoratori e della Lega Internazionale Socialista)

 


Raccolta firme internazionale

Nella città di Buenos Aires, in Argentina, il 30 dicembre, la Corte di Cassazione e d'Appello Penale ha revocato l'assoluzione del nostro dirigente Alejandro Bodart a causa della denuncia dell'organizzazione sionista DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina) contro i suoi tweet contro il genocidio israeliano e a sostegno del popolo palestinese. In questo modo, è stato condannato a una pena sospesa di sei mesi di carcere, al pagamento delle spese e a una sorveglianza che implica essere sotto il controllo della giustizia per due anni, compresa l'eventualità di non permettergli di lasciare il paese.

Come è evidente, se questa sentenza dovesse diventare definitiva, sarebbe un gravissimo precedente antidemocratico contro la libertà di espressione in generale e contro il nostro partito fratello e l'ISL in particolare, con il conseguente danno a tutta la nostra attività politica internazionalista in termini di viaggi, incontri e altri eventi, proprio in un momento in cui le relazioni e la costruzione internazionale si stanno intensificando.

Dal punto di vista giudiziario ci sono altri tre gradi di appello: un'altra camera della stessa Camera, la Corte Superiore di Giustizia della Città di Buenos Aires e la Corte Suprema della Nazione. La prima presentazione sarà fatta dagli avvocati difensori di Alejandro nei primi giorni di febbraio.

Sapendo che più si sale nella piramide del sistema giudiziario, più si è vicini al potere politico borghese, si sta sviluppando una campagna internazionale di solidarietà con l'obiettivo di ottenere l'assoluzione del coordinatore internazionale della nostra organizzazione e direttore di Permanente Revolution, la rivista dell'ISL.

Siamo di fronte a una difficile battaglia politica, perché in molti paesi è in atto un processo di vera e propria colonizzazione del sistema giudiziario da parte dell'apparato sionista per cercare di vittimizzarsi e mettere a tacere le critiche a Israele basate sulla definizione ingannevole dell'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che equipara l'antisionismo all'antisemitismo. Questa pressione è particolarmente intensa in Argentina, approfittando dell'allineamento politico incondizionato del governo di estrema destra di Milei con Israele e gli Stati Uniti.

Il procedimento penale contro Alejandro è stato avviato due anni fa dalla DAIA con l'accusa di antisemitismo per tre suoi messaggi sui social network. Nel maggio 2023 è stato respinto da un giudice di primo grado, ma la DAIA ha presentato ricorso e poi la camera ha ordinato il rinvio a giudizio. In quel processo, con la presenza di leader e personalità di spicco come testimoni a suo favore, una giudice si è dichiarata per l’assoluzione Alejandro per la seconda volta ma poi la camera di consiglio, a maggioranza, ha rivisto la sentenza e lo ha condannato.

In ogni caso, non è impossibile ottenere una vittoria perché, allo stesso tempo, il ripudio e il discredito dello Stato sionista per i crimini brutali che continua a commettere sta crescendo in tutto il mondo. La notizia della condanna di Alejandro ha avuto molte ripercussioni sui media argentini, che hanno dovuto includere le nostre argomentazioni e presentarle come un argomento "in discussione". E Alejandro, il MST e la LIS stanno ricevendo espressioni di solidarietà da organizzazioni e personalità di un vasto arco politico nazionale e internazionale.

In Argentina è un banco di prova che qualunque sia il risultato avrà un'enorme importanza, anche a livello internazionale. La recente condanna è stata celebrata dai media sionisti nello stesso Israele con il pomposo titolo di "sentenza storica". Invertire la rotta sarebbe un duro colpo per l'arroganza sionista e un precedente da usare a favore di altri combattenti che sono anch'essi perseguitati per aver sviluppato solidarietà con la Palestina in diversi paesi.

Per questo vi invitiamo tutti a firmare in questa pagina.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per lo sviluppo del movimento studentesco pro Palestina

 


Sostenere la protesta! Contrastare repressione e intimidazione! Allargare la base di massa del movimento!

La guerra di annientamento condotta da Israele contro il popolo palestinese di Gaza suscita una reazione di rigetto tra moltissime studentesse e studenti. Troppo grande è lo scarto che ognuno avverte tra le immagini di morte, distruzione, umiliazione che si abbatte ogni giorno su una popolazione affamata, e la rappresentazione ufficiale della guerra come “diritto di difesa” di Israele. Troppo grande il contrasto tra la recita ipocrita delle preoccupazioni umanitarie per i palestinesi e la continuità dei rifornimenti militari allo Stato oppressore da parte delle cosiddette “democrazie”, a partire dagli USA. Una complicità di cui è partecipe lo Stato italiano e il suo governo.

La repulsione di tutto questo si è espressa nella protesta che attraversa le università attorno alla richiesta della cancellazione degli accordi tra Italia e Stato israeliano, e delle conseguenti collaborazioni accademiche a sfondo tecnologico-militare. Una protesta che in queste settimane si sta allargando sul piano internazionale, a partire dalle lotte nei campus degli USA. Si tratta di una protesta importante e di una rivendicazione giusta. L’industria militare italiana, a partire dal gruppo Leonardo, non solo vende armi a Israele ma finanzia ove può la ricerca scientifica indirizzandola a scopi militari. “Le università non entrano in guerra, non si schierano né da una parte né dall’altra” ha dichiarato la ministra Bernini. La verità invece è che vengono spesso coinvolte dagli interessi economici e militari dell’industria bellica. Gli stessi che i governi italiani tutelano.

Contro la protesta studentesca si è levato un coro di (finta) indignazione non solo da parte del governo Meloni, ma anche di tanta parte dell’“opposizione” liberale e della sua stampa di riferimento. Chi denunciando l’“antisemitismo”, chi addirittura evocando lo spettro del “terrorismo”. Ipocrisia pura. Il vero aiuto all’“antisemitismo” lo dà chi identifica il popolo ebraico con lo Stato sionista, la grande storia dell’ebraismo con la storia di una impresa coloniale. Quanto al “terrorismo” è il termine che descrive esattamente la pratica dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della tortura, da parte dello Stato di Israele: una pratica che certo non inizia il 7 ottobre, ma ha accompagnato la storia secolare dell’occupazione sionista della Palestina.

Si sta cercando dunque di costruire una barriera di recinzione attorno alla protesta studentesca col metodo dell’intimidazione preventiva. Là dove non sono bastati i manganelli della polizia, come a Pisa, Firenze, Roma, si cerca di delegittimare le ragioni delle studentesse e degli studenti, attraverso una operazione volgare di demonizzazione. L’ambasciata di Israele, e la sua azione di lobby, è parte attiva di questo clima.

Si può e si deve reagire a tale operazione lavorando ad estendere la protesta studentesca, ad allargare la sua base di massa. Sinora l’azione di protesta è stata condotta da una avanguardia combattiva, preziosissima ma ancora limitata. Le sue ragioni trovano corrispondenza col sentimento filopalestinese della maggioranza dei giovani e della stessa opinione pubblica, ed è un fatto importantissimo. Ma la massa degli studenti, a parte alcune eccezioni, non è stata ancora coinvolta. Questo limite va superato.

In ogni università crediamo vadano promosse assemblee di facoltà e di interfacoltà, cercando di coinvolgere le studentesse e gli studenti in prima persona. La simpatia sinora prevalentemente passiva va trasformata in partecipazione attiva. Le assemblee studentesche possono e debbono diventare il luogo di confronto, di approfondimento, di definizione della stessa piattaforma di lotta del movimento. Ed anche di designazione, ove possibile, delle delegazioni studentesche che vanno a incontrarsi o scontrarsi coi senati accademici.

Pensiamo che i diversi soggetti organizzati oggi operanti nell’avanguardia studentesca (collettivi e associazioni) dovrebbero unire le proprie forze nel promuovere questo vero e proprio salto del movimento studentesco, in direzione dell’allargamento della sua base di massa. È ciò di cui hanno paura le classi dirigenti. La paura, non a caso più volte evocata, di “un nuovo ‘68”. La paura, insomma, che la mobilitazione pro-Palestina possa diventare quello che fu mezzo secolo fa la mobilitazione per il Vietnam. Un fattore di politicizzazione di centinaia di migliaia di giovani, e di maturazione di una pulsione anticapitalista e antimperialista più generale.

Siamo ancora molto lontani da questo. Ma crediamo si debba lavorare a questa prospettiva. La questione non è sapere se questo o quell’altro soggetto studentesco (Cambiare Rotta-PaP, FGC, o altri) farà (legittimamente) nuovi proseliti per la propria organizzazione. La questione è se si svilupperà un movimento studentesco di massa, con sue forme unitarie di autorganizzazione democratica, e una sua strutturazione unitaria nazionale. Un movimento di massa nel quale ogni organizzazione potrà sostenere il proprio punto di vista e le proprie proposte.

Per quanto ci riguarda lavoreremo in questa logica: una logica unitaria e di massa. E al tempo stesso, proprio perché interessati allo sviluppo del movimento, crediamo sia giusto presentare apertamente le nostre posizioni, le posizioni del marxismo rivoluzionario.

Lottare per estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese significa avere chiaro che la liberazione della Palestina implica necessariamente la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista unita ad una prospettiva di estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente. Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei. In prospettiva storica, solo una rivoluzione socialista può liberare l’umanità e tutti i popoli oppressi dalla piaga del capitalismo e dell’imperialismo, e quindi da ogni forma di colonialismo e di guerra. Il sostegno ai palestinesi e alla loro resistenza può e deve connettersi a questa prospettiva storica di liberazione.

• Allargare la base di massa del movimento studentesco pro Palestina
• Per l’autorganizzazione democratica del movimento e una sua strutturazione nazionale
• Estendere ed unificare la mobilitazione al fianco della resistenza del popolo palestinese
• No alla repressione dello Stato: costruire strutture unitarie di autodifesa
• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza, no all’invasione di Rafah
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

A sostegno della protesta pro Palestina nelle università

 


Giù le mani dagli studenti! Palestina libera!

Si diffonde la protesta nelle università italiane. Una protesta che unisce migliaia di studenti, docenti, ricercatori, contro la barbarie che si sta consumando a Gaza, dove giorno dopo giorno, in un crescendo di orrore e brutalità senza fine, uomini, donne, bambini vengono privati di cibo, casa, cure, e sono oggetto di una guerra di annientamento; mentre nella vicina Cisgiordania non si contano i rastrellamenti omicidi dell'esercito israeliano contro le forze della resistenza, uniti alla violenza squadrista dei coloni che sequestrano terre, distruggono case, promuovono il terrore contro i palestinesi residenti.

Di fronte a tutto questo, migliaia di studenti in tante università italiane hanno detto semplicemente “basta!”. Lo hanno detto in forme diverse: o contestando la partecipazione a conferenze universitarie di dichiarati esponenti della campagna sionista pro Israele, o interrompendo lezioni ordinarie per leggere e diffondere comunicati di denuncia, o facendo pacifica irruzione nei rispettivi senati accademici per prendere parola e avanzare richieste.
La richiesta comune è la fine della collaborazione delle università italiane con le università israeliane nel campo della ricerca scientifica, tecnologica, militare. Una richiesta sottoscritta da migliaia di docenti ed esponenti della cultura. Una richiesta che sosteniamo.

Contro la protesta studentesca si è prontamente levato il governo a guida postfascista. Giorgia Meloni si è detta preoccupata. Il suo cognato-ministro Lollobrigida ha denunciato il pericolo di un ritorno del terrorismo (!). La peggiore stampa reazionaria ha evocato l'intervento di polizia e carabinieri per "riportare l'ordine” nelle università. La ministra per l'Università Bernini, più cautamente, ha riunito i rettori in conclave per affidarsi alle loro autonome decisioni, inclusa quella di chiamare eventualmente la polizia. Su tutto primeggia l'appello solenne alla “democrazia”, alla “tolleranza”, al “rispetto delle opinioni”, assieme alla rituale denuncia dell'”antisemitismo risorgente”. Una denuncia che... in bocca agli eredi postfascisti dell'Olocausto fa una certa impressione.

La verità è che l'antisemitismo non c'entra nulla, come non c'entra nulla Giorgia Meloni con la democrazia. C'entra invece il sionismo, l'ideologia nazionalista reazionaria che supporta lo Stato d'Israele quale Stato coloniale, costruito sulla cacciata dei Palestinesi dalla loro terra. Un'ideologia che, identificandosi abusivamente con l'ebraismo, non solo ignora e calpesta la migliore tradizione storica di quest'ultimo, ma perciò stesso lo espone in tutto il mondo al rischio dei peggiori rigurgiti antisemiti.
Quando migliaia di studenti chiedono la fine della collaborazione con le università israeliane non chiamano affatto in causa gli ebrei. Chiamano in causa una forma di complicità e di sostegno allo Stato sionista, alla sua ricerca tecnologico-militare, alla sua azione di sequestro della terra, dell'acqua, del cibo, dei palestinesi. Complicità e sostegno che l'Italia continua ad assicurare ad Israele.

“Intolleranza”? Lo scandalo sta semmai nella tolleranza dell'azione genocida, da ormai cinque mesi, da parte della cosiddetta comunità internazionale. Quella che mentre piange lacrime ipocrite per l'”eccesso” di vittime civili a Gaza, continua ad armare lo Stato sionista, ripiana i suoi bilanci, gli mette a disposizione il fior fiore della ricerca. Migliaia di studenti non sono più disposti a tollerare tutto questo, né la negazione di tutto questo.

Di più. Migliaia di studenti oggi si chiedono: come è possibile che l'opinione pubblica mondiale sia a favore del popolo palestinese e invece le principali autorità del mondo difendono lo Stato d'Israele e la sua politica genocida, al punto persino da proibire o minacciare o manganellare le manifestazioni pro Palestina? Dove sta la democrazia, le sue promesse, la sua retorica, se i fatti la sbugiardano ogni giorno? Gaza diventa allora uno squarcio di verità sull'intero scenario del mondo.

E la verità è che la decantata “democrazia” è solo una finzione nella società borghese. Il potere reale si concentra nelle mani di una minoranza privilegiata di grandi azionisti, grandi manager, grandi capitalisti, e degli apparati statali al loro servizio. Il famoso diritto internazionale da tutti evocato è solo il diritto della forza degli Stati imperialisti, vecchi e nuovi, che lottano tra loro per la spartizione del mondo sulla pelle dei popoli oppressi e della maggioranza dell'umanità.

Il colonialismo è inseparabile dall'imperialismo. Il colonialismo sionista non a caso si è appoggiato prima all'imperialismo britannico e poi all'imperialismo americano, che oggi ne costituisce lo scudo assieme agli imperialismi europei. Quanto all'imperialismo russo, sta approfittando della guerra in corso in Palestina per proseguire la propria guerra d'invasione in Ucraina, mentre l'imperialismo cinese si allarga in Africa, in America Latina, e sul Pacifico.
Intanto la corsa gigantesca agli armamenti attraversa tutti i continenti e minaccia in prospettiva una nuova grande guerra.
Così va oggi il mondo. Né potrebbe andare diversamente, nel quadro del capitalismo.

Solo una rivoluzione socialista può liberare l'umanità e tutti i popoli oppressi dalla piaga del capitalismo e dell'imperialismo, e quindi da ogni forma di colonialismo e di guerra. Il sostegno ai palestinesi e alla loro resistenza può e deve connettersi a questa prospettiva storica di liberazione.

A maggior ragione oggi diciamo: giù le mani dagli studenti! Palestina libera!

Partito Comunista dei Lavoratori


ANCORA IL MANGANELLO AL SERVIZIO DEL SIONISMO

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria incondizionata solidarietà alle studentesse e agli studenti che ancora una volta hanno subito la repressione violente delle forze del disordine.

È successo mercoledì davanti al Rettorato del Università di Bologna.

Oggi il PCL si associa alla legittima occupazione dello stesso Rettorato da parte delle giovani e dei giovani palestinesi

Stigmatizza il comportamento becero del rettore che ha impedito alle studentesse di esprimere la propria denuncia della complicità istituzionale, compresa quella dell’Università, del genocidio perpetrato dal regime sionista israeliano nei confronti del popolo palestinese, e contro la missione militare dell’imperialismo italiano nel Mar Rosso.

Ritiene indegno questo personaggio, con il suo comportamento da energumeno, a rappresentare il prestigioso ateneo.

Si è già scatenata a comando la canea politico mediatica filosionista che usa come una clava l’accusa di antisemitismo contro il movimento studentesco che solidarizza con la causa palestinese.

Si tratta di una vomitevole ipocrisia e di autentiche lacrime di coccodrillo.

Rigettiamo con forza questa accusa, e anzi rivoltiamo l’accusa di razzismo nei confronti dei mass media, del mondo politico e istituzionale che favoriscono obbiettivamente l’eccidio di un intero popolo.

A istituzioni criminali come queste e ai loro sgherri non si deve ubbidire. Bisogna solamente programmarne il rovesciamento verso una società socialista, l’unica in grado di tutelare il diritto di chiunque di autodeterminarsi, come individui e come popoli.

Nello stesso momento, la stessa canea con le medesime firme scatena un’ondata di odio razzista islamofobo senza precedenti nei confronti degli insegnanti della scuola di Pioltello rei ei di aver interrotto per un giorno le lezioni in occasione della fine del ramadan, dimostrando così in modo esemplare cosa vuol dire una scuola inclusiva e antirazzista.

Mentre il pericolo di antisemitismo viene sbandierato ipocritamente dalle forze eredi del regime fascista che perseguitò a morte gli ebrei, quelle stesse forze spandono il mefitico veleno del razzismo antislamico.

Avanti con la solidarietà al popolo palestinese e alla sua lotta di liberazione

Incondizionatamente a fianco della Resistenza dei partigiani palestinesi

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele

Per una Palestina, libera laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio-Oriente.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZIONE DI BOLOGNA

Antisemitismo, antisionismo e destra

 


Autunno 2023: l’incedere storico fiammeggia davanti ai nostri occhi. Il conflitto israelo-palestinese fa un salto di qualità dovuto all’eccidio perpetrato dalle forze armate israeliane ai danni della popolazione di Gaza.

Per caratteristiche, intensità, accanimento e crudeltà, laddove alle bombe si aggiunge l’assedio totale con la privazione di cibo acqua, farmaci e cure mediche, l’entità di questo massacro assurge allo stato di un vero e proprio genicidio.

In modo assurdo il riflesso pavloviano delle cancellerie dei paesi imperialisti occidentali Usa e Ue offre immediatamente il proprio sostegno ad Israele nella sua azione criminale. Dicono di voler difendere l’unico stato democratico del Medio Oriente, ma questo sostegno non è innocente. Piuttosto è indispensabile per tutelare i propri interessi geopolitici, strategici ed economici in una area cruciale per gli equilibri mondiali tra le potenze imperialiste di occidente e di Oriente.

La propaganda israeliana può contare su potenti alleati capaci di controllare i principali mass media occidentali e con essa, almeno così si augurano, l’opinione pubblica di questa parte di mondo.
Qualcosa però va storto.

La realtà del genocidio va in onda sui canali dell’informazione mondiale non occidentale e non ad essa subalterni e viene veicolata in maniera virale sui social. Questa realtà non può, così, essere nascosta o travisata.
Esplode il più grande movimento mondiale di sostegno ad un popolo storicamente oppresso dai tempi della guerra imperialistica americana contro il Vietnam.

Nei paesi arabi, in Indonesia, in Suda America, in Canada, negli Usa centinaia di migliaia, soprattutto giovani scendono in piazza per sostenere la causa palestinese e chiedere il cessate il fuoco immediato.
In Europa mobilitazioni imponenti si verificano nel Regno Unito e in Spagna.

La Francia e la Germania sono attraversate da manifestazioni piene di tensione con le forze dell’ordine.


LA REPRESSIONE DEI GOVERNI OCCIDENTALI CONTRO LE MOBILITAZIONI PRO-PALESTINA

Le autorità francesi già dal 10 ottobre vietano le manifestazioni in solidarietà alla Palestina. Una misura completamente antidemocratica e tanto più odiosa di fronte alla sacrosanta indignazione di fronte agli indiscriminati bombardamenti che stanno distruggendo Gaza e provocando stragi tra i civili, tra cui, numerosissimi, bambini e donne. La repubblica borghese, stato servo dell’imperialismo francese, mostra i muscoli. Ma gli arresti e anche il divieto della sola esposizione della bandiera palestinese non fermano il moto spontaneo di solidarietà. Tanto che il giornale di destra Le Figaro, lancia una campagna isterica contro le compagne e i compagni dell’NPA colpevoli di schierarsi con la resistenza palestinese ed invocare una nuova Intifada, chiedendone lo scioglimento.

Anche in Germania le manifestazioni sono tutte vietate, si susseguono arresti di attivisti filopalestinesi. In questo Paese il governo socialdemocratico si è schierato immediatamente e senza incertezze con Israele, condendo la sua complicità con una forma particolarmente nauseante di ipocrisia: il presunto senso di colpa per l’immane sterminio pianificato delle persone di origine ebraiche durante la II guerra mondiale il cui prezzo però sarebbero chiamati a pagarlo…i palestinesi!

È una scusa, è evidente! In realtà il governo tedesco come quello francese e quello italiano difendono i propri interessi imperialistici nell’area medio Orientale, in alleanza, nella fattispecie con l’imperialismo americano.
La costante sia in Francia che in Germania è l’attacco ideologico che accompagna quello repressivo. Praticamente tutte le manifestazioni o anche solo le espressioni di contrasto ai massacri israeliani e all’invasione di Gaza e della Cisgiordania vengono bollate come complici di Hamas e antisemite.

Hamas, è a tutti gli effetti una importante organizzazione combattente della resistenza palestinese di natura piccolo borghese e ideologia islamista reazionaria. Un’organizzazione che i marxisti rivoluzionari all’interno, e nel pieno e incondizionato sostegno alla resistenza armata palestinese, devono combattere politicamente. Tuttavia, a meno di bollare come tale tutta la Resistenza palestinese, non può essere considerata un’organizzazione terroristica ed essere così privata di ogni diritto di guerra.

Tanto più i civili palestinesi non possono essere bersaglio di bombardamenti e di attacchi da parte delle forze armaste israeliane perché contengono, presuntamente o meno, i propri combattenti.

Se c’è una guerra di invasione tra Israele e la Palestina, quest’ultima ha il diritto di difendersi armi in pugno e cacciare l’invasore. E il popolo palestinese ha tutto il diritto di sostenere la resistenza come meglio può e crede.
Ma l’accusa più velenosa agli attivisti pro-Palestina è quella di antisemitismo su cui torneremo.


L’APPOGGIO AL SIONISMO DA PARTE DELLA DESTRA EUROPEA

L’appoggio di Israele travalica i confini dei maggiori gruppi del parlamento europeo. Sia il Partito Popolare Europeo che il Partito Socialista Europeo hanno fin da subito sostenuto il governo israeliano e la sua rappresaglia sulla popolazione civile di Gaza, manifestando solo qualche timido distinguo secondario di fronte ai più efferati massacri, dimostrando uno schieramento trasversale filosionista.

Ma i confini di tale schieramento sono andati oltre i confini del moderatismo politico. La destra europea, anche quella estrema ha confermato una volta di più la propria ricollocazione ideologia al fianco dello stato di Israele, nell’interesse complessivo delle potenze imperialiste europee e americana.

I più grandi partiti, da Rassemblement National di Le Pen al AFD in Germania che la compongono hanno partecipato alla canea filosionista e repressiva nei confronti delle manifestazioni al fianco della lotta palestinese nei rispettivi paesi.

Non diversamente hanno agito la Lega e Fratelli d’Italia nel governo italiano. Gli ambienti intellettuali liberali tendono considerare questa una evoluzione positiva della destra che avrebbe lasciato le sponde di un antisemitismo malcelato. In realtà questa presunzione si basa sull’equivoco tra antisemitismo e antisionismo. Se la destra si è più o meno sbottonata la camicia dell’antisemitismo è solo perché, chiamata a reali o potenziali responsabilità di governo, si è assunta in pieno l’onere di rappresentare gli interessi imperialistici occidentali che vedono nell’entità israeliana e nel suo armamento un baluardo insostituibile in Medio Oriente.

La connessione tra la natura reazionaria del sionismo e la destra europea si fa più intima trovando fertile terreno comune nell’ideologia suprematista bianca e filoccidentale di entrambi i movimenti e nel razzismo nazionalista, più esplicito in Israele, come medesimo alimento di campagne antiarabe e islamofobe che fanno presa purtroppo sia nel proletariato israeliano che in quello europeo percorso a sua volta d tensioni xenofobe nei confronti del proletariato migrante.


L’ISLAMOFOBIA CRESCENTE IN EUROPA

I ripetuti interventi militari in Medio Oriente (Iraq, Siria,) e nei paesi mussulmani dell’asia (Afghanistan) e del nord Africa (Libia) da parte dell’imperialismo americano e d delle coalizioni a geometria variabile degli imperialismi europei, con il loro corollario di “scontro di civiltà” e guerra al terrorismo, hanno rinfocolato nell’opinione pubblica americana ed europea un forte sentimento islamofobo. In Europa, in particolare, questa forma specifica di pregiudizio razziale si è connessa alla xenofobia crescente nei confronti dei migranti, in gran parte provenienti da paesi mussulmani.

Seppure sottostimati e non rappresentativi dell’entità del fenomeno, perché significativamente non esistono procedure corrette presso le forze dell’orine per rilevarli segnalarli e registrarli, gli incidenti di carattere islamofobo e razzista nei confronti dei mussulmani e dei migranti sospettati di esserlo sono in forte aumento negli ultimi anni.

A titolo esemplificativo nel Regno Unito nel decennio dai rilevamenti delle forze di polizia i crimini di odio e a sfondo razziale nei confronti della popolazione ritenuta di fede islamica sono cresciuti di oltre il 50%.
In Germania il recente studio sulle propensioni autoritarie della popolazione riporta che oltre il 70% della popolazione concorda sul fatto che dovrebbe essere vietata l’immigrazione musulmana e che quasi l’80% si sente estraneo a causa della presenza musulmana.

Tuttavia, non stiamo parlando di un fenomeno che riguardi esclusivamente le fasce popolari. Secondo il rapporto European Islamophobia Report – 2022 episodi riconducibili al pregiudizio antiislamico si riscontrano anche nel mondo della politica, dei media e delle istituzioni. A tal proposito il rapporto denuncia che, nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite, la ministra dell’Integrazione del governo austriaco abbia organizzato il convegno sul contrasto alla segregazione e all’estremismo a cui hanno partecipato undici paesi europei e il cui intento è stato quello di “esportare la sua battaglia contro la cosiddetta politica Islam”.

Tra gli alleati del governo austriaco in questa poco nobile “battaglia “si pone con fervore crescente la Francia di Macron ormai sulla strada della repressione della popolazione musulmana del suo paese, contro la quale ha condotto un’ostruzione sistematica che ha comportato il controllo di circa 2000 istituzioni musulmane, 118 chiusure e il sequestro di oltre 10 M di euro nel solo periodo tra il gennaio e l’agosto del 2022. Nel campo dell’educazione il governo francese ha portato avanti, sotto le mentite spoglie del Piano Laicità politiche di controllo del corpo delle donne musulmane.

In Olanda le recenti elezioni politiche hanno visto trionfare il partito populista di destra di Geert Wilders che ha fatto dell’anti-islamismo uno dei suoi campi di battaglia prioritari. La polizia tedesca dal canto suo percorsa da crescenti fibrillazioni naziste come ormai si è evidenziato da molti anni anche se per lo più silenziata dai rapporti ufficiali del governo, si è resa responsabile di numerosi atti persecutorie illegali a sfondo razziale. Ovviamente molti di questi eventi hanno colpito la popolazione musulmana.

L’Italia ha ora un governo le cui componenti principali sono partiti i cui esponenti hanno fatto in più occasioni campagna elettorale contro l’islamismo e per il divieto e la chiusura delle moschee. Tanto che la sindaca leghista di Monfalcone si è sentita in diritto di condurre una la propria battaglia per la chiusura di ben due moschee, il divieto del burkini in spiaggia per le musulmane e del velo per le bambine a scuola.

In conclusione l’islamofobia non è solamente riconducibile ad un pregiudizio che serpeggia nella popolazione a dispetto dei più elementari principi difesi dagli stati democratici europei, come accade per le altre forme di razzismo, tra i quali sicuramente va annoverato l’antisemitismo, ma contamina anche partiti ed esponenti di governo, media pubblici e privati e le istituzioni al massimo livello rappresentando così una sorta di armamento ideologico lelle politiche interne ed internazionali delle potenze imperialiste occidentali.


ANTISEMITISMO: ALIBI E REALTÀ

Anche gli episodi di antisemitismo sono in crescita, soprattutto in Germania ed in Italia dove la tradizione antisemita, dovuta probabilmente al lascito dei regimi totalitari del passato, nazismo e fascismo, è più radicata Secondo l’Osservatorio Antisemitismo i casi in Italia sono quasi decuplicati nel decennio 2023-2023 passando da circa 50 a oltre 400.

Il problema è reale, perché mostra che in maniera crescente un settore della popolazione può essere potenzialmente attratto da suggestioni politiche razziste come l’antisemitismo, non escludendone altre come abbiamo visto, discriminatorie nei confronti di stranieri, migranti, islamici e persone di diverso colore della pelle.
Tuttavia, rispetto all’islamofobia, il problema dell’antisemitismo si differenzia perché nella quasi pressoché totalità dei casi esso non solo non riceve alcun incoraggiamento politico-istituzionale o sui media generalisti, come accade invece per la prima, ad esclusione di relativamente piccole e poco influenti frange dell’estrema destra fascista e nazista e dei loro strumenti di propaganda, ma viene attivamente combattuto da essi.

In parole povere la percezione pubblica ad ogni livello, da quello popolare a quello politico, istituzionale e dei mass media sembra essere significativamente molto più adeguata rispetto all’islamofobia.

Facendo ancora riferimento ai dati riportati dall’osservatori grande parte degli episodi citati sono insulti molto spesso veicolati dai social media come Istagram e Facebook, mentre gli episodi violenti per fortuna sono in numero ridotto. Inoltre, spesso tra le segnalazioni riportate alcune sono evidentemente viziate da un pregiudizio ideologico che riduce l’obbiettività del dato. Ad esempio, viene riportato tra i casi quello di un “Giornale studentesco di un istituto superiore milanese scritto da studenti ma sotto supervisione e responsabilità dei docenti, pubblica un articolo che, in modo semplicistico e denso di pregiudizi ideologici, ricostruisce e spiega le radici dell’attuale conflitto tra Hamas ed Israele. Il testo è una specie di scolastica dell’antisionismo che, manicheamente, pone Israele sul banco dei colpevoli ed i palestinesi su quello delle vittime. (corsivo mio)

L’analisi è attraversata da un approccio filo Hamas e fa trasparire l’idea che lo Stato ebraico sia illegittimo.”
Ora a prescindere dalla conoscenza esatta dei fatti e qui evidente l’intento dell’Osservatorio di equivocare tra antisionismo, ossia la legittima contrapposizione ad un’ideologia politico-religiosa fortemente sospetta di suprematismo e razzismo nei confronti della popolazione araba di Palestina, e l’antisemitismo, cioè il razzismo soprattutto europeo occidentale che giustificò la persecuzione fino allo sterminio degli ebrei. Questa sovrapposizione impropria viene invece data per scontata dai redattori dell’Osservatorio. Tuttavia, questo equivoco è tutt’altro che innocente ma piuttosto serve a stigmatizzare la solidarietà alla Palestina nell’opinione pubblica e ad alimentare politiche repressive nei confronti del grande movimento mondiale a sostegno della lotta del popolo palestinese.

Il contenuto di un’altra segnalazione di un presunto episodio di antisemitismo riguarda l’attacco politico alla grande manifestazione del 28 ottobre svolatasi Roma in sostegno della causa palestinese e contro il genocidio di Gaza. Le parole del breve articolo “Slogan e parole di odio al corteo pro-Palestina svoltosi ieri a Roma, con circa ventimila partecipanti giunti da tutta Italia. “Israele terrorista”, “Israele assassino”, “Israele criminale”, sono alcuni dei cori che si sono levati dal cuore della manifestazione.” tendono immancabilmente a confondere la contestazione radicale dello Stato di Israele e della sua politica di occupazione militare della Palestina con il pregiudizio antisemita ed antiebraico. Ciò che appare, però, più grave è che questo voluto e del tutto ideologico fraintendimento viene utilizzato come una clava per attaccare le manifestazioni pro-Palestina e chiederne la repressione.

Purtroppo, una conferma indiretta di questo atteggiamento deriva dal comportamento delle autorità che rappresentano la comunità ebraica italiana, le quali mentre sono giustamente solerti nel porre all’evidenza pubblica ogni minimo segnale di antisemitismo non hanno trovato tempo in questi due mesi di esprimere neanche una parola di compianto per le vittime civili di gaza, soprattutto donne e bambini.

Sul terreno della sovrapposizione abusiva tra antisemitismo e antisionismo le organizzazioni ebraiche sioniste si riuniscono con i governi delle principali potenze imperialiste europee, come Francia e Germania, a tutela dei loro interessi geopolitici. È l’alibi ideologico con cui attaccare e cercare di fiaccare il grande movimento al fianco della lotta palestinese ed il sostegno crescente che riceve dall’opinione pubblica. Un alibi spesso smascherato da vasti settori ebraici che partecipano attivamente al movimento contro il sionismo, come si è visto soprattutto negli USA.


LA POSIZIONE STORICA DEL TROTSKISMO CONSEGUENTE RIGUARDO AL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

L’alibi della lotta antisemitismo deve essere respinto al mittente. Nel sostegno ad un’occupazione militare da parte di uno stato colonialista non si ritrova una goccia del contrasto di qualsiasi discriminazione contro popoli e settori oppressi della società. Tanto più nei confronti del popolo ebraico.

Da questo punto di vista l’identificazione del popolo ebraico, dei suoi intimi interessi con la “difesa” dello stato israeliano è totalmente abusiva, oggi, quando le forze armate israeliane stanno compiendo lo sterminio della popolazione di Gaza e stanno terrorizzando i cittadini della Cisgiordania, quanto ieri.

«I bundisti [membri del Bund, partito socialista ebraico cui appartenevano la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto, nda] non aspettavano il Messia, né pensavano di emigrare in Palestina. Pensavano che la Polonia fosse il loro paese e combattevano per una Polonia giusta e socialista, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria autonomia culturale, e in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti». (Marek Edelman, comandante militare del ghetto di Varsavia. Socialista antisionista. Sostenitore dei diritti del popolo palestinese). Sono le parole dell’eroico comandante ebreo dell’insurrezione del ghetto di Varsavia contro l’occupazione nazista che nel 1943 cercò disperatamente di anticipare la liberazione della città e di risparmiare la vita a decine di migliaia di propri connazionali.

Edelman fu cinicamente avversato dal sionismo di destra che lo iscrisse tra i “nemici” di Israele per il suo appoggio ai partigiani palestinesi. La sua vita eroica fu dunque sempre un esempio inconfutabile di antisionismo antirazzista in lotta senza quartiere contro l’antisemitismo.

La tradizione politica da cui proviene il PCL incarnò e proseguì lungo lo stesso solco contro ogni forma di razzismo e perciò contro il sionismo. Già nel 1939 i trotskisti palestinesi (di origine sia araba che ebraica) dichiaravano «la loro intera solidarietà con il movimento nazionalista arabo.


Nel suo numero di novembre-dicembre 1947, Quatriéme Internationale, organo del Comitato Esecutivo Internazionale, riassumeva così le posizioni dell’Internazionale: “La posizione della Quarta Internazionale di fronte al problema palestinese resta chiara e netta come in passato. Essa sarà all’avanguardia della lotta contro la spartizione, per una Palestina unita e indipendente, nella quale le masse determineranno sovranamente la loro sorte attraverso l’elezione di un’Assemblea costituente»

Il Congresso mondiale della Quarta Internazionale riunitosi nell’aprile del 1948 riassumeva le posizioni complessive del nostro movimento in questi termini: «Negli Stati arabi del Medio e del Vicino Oriente e in Africa del Nord le sezioni e gruppi della Quarta Internazionale sono a favore dell’unificazione dei Paesi arabi in federazioni di repubbliche arabe libere. Queste sezioni lottano per l’eliminazione dell’imperialismo – britannico e francese – contro l’intervento imperialista degli USA, contro i proprietari terrieri complici degli imperialisti, contro il loro strumento: la Lega araba; per delle Assemblee costituenti e per la più larga democrazia» … «In ciò che concerne particolarmente la Palestina, la Quarta Internazionale respinge come utopica e reazionaria la soluzione “sionista” alla questione ebraica; dichiara che il ripudio totale del sionismo è la condizione sine qua non per una fusione delle lotte degli operai ebrei con le lotte emancipatrici, sociali e nazionali dei lavoratori arabi». Il contrasto dell’antisemitismo, così come di ogni forma di razzismo e pertanto del sionismo è una naturale conseguenza dell’antimperialismo della Quarta internazionale di Trotsky.

Anche su questo terreno i marxisti rivoluzionari condussero sempre una battaglia senza quartiere nei confronti delle ideologie borghesi, conservatrici e liberali, e quelle maggioritarie, al tempo, nel movimento operaio: la socialdemocrazia e lo stalinismo entrambi favorevoli alla nascita dello stato di Israele, uno stato borghese, eretto sul sangue del popolo palestinese e protetto dall’imperialismo USA.


PER UNA PALESTINA LIBERA, DEMOCRATICA LAICA E SOCIALISTA

Il PCL, rivendica pienamente questa grande tradizione politica. Per questo sviluppa una polemica anche nei confronti di partiti nazionali e internazionali della sinistra comunista di varia ascendenza comprese alcune organizzazioni trotskiste che rifiutano sostanzialmente l’appoggio incondizionato alla resistenza palestinese.

Il PCL combatte nella sinistra tutte le posizioni che in nome del pacifismo o del carattere democratico di Israele in definitiva mettono sullo stesso piano oppressi ed oppressori con vari stratagemmi: da quello di un’agognata pace nonostante l’oppressione violenta che subisce il popolo palestinese a quella della demonizzazione di Hamas e della resistenza palestinese in nome del presunto diritto di Israele a difendersi, o tutt’al più collocandosi in una ambigua posizione di disfattismo bilaterale, in sostanza una diserzione.

Il PCL non riconosce affatto questo diritto giudicandolo solamente l’abuso di un regime coloniale sorretto dagli USA e dagli imperialismi europei, e, in una diversa misura, persino dagli imperialismi loro rivali quali quello russo e cinese. Al contrario auspica e persegue la distruzione rivoluzionario dello stato sionista.

I marxisti rivoluzionari non riconoscono gli accordi di Oslo e ritengono del tutto irrealistica la proposta dei due stati per due popoli, oggi ridotta ad una foglia di fico per i governi delle potenze imperialiste e i partiti filo-imperialisti che appoggiano Israele e così favoriscono il massacro della popolazione palestinese. Per questo denunciano con forza tutte le forze della sinistra che vi fanno riferimento.

Si pongono incondizionatamente al fianco della resistenza armata palestinese contro l’occupazione israeliana, con il fine della liberazione della Palestina e di tutto il suo territorio storico, ossia quello precedente al piano di spartizione del novembre del 1947 voluto dalle Nazioni Unite.

Questo appoggio incondizionato al movimento partigiano palestinese non significa alcun sostegno alla sua direzione politica, detenuta soprattutto dall’alla militare di Hamas che considerano un’organizzazione fondamentalista islamica di natura reazionaria.

Combattono il fine politico della costituzione di una repubblica islamica perseguito dalle organizzazioni islamiste a capo della resistenza palestinese, perché lo considerano un obbiettivo reazionario, oppressivo nei confronti delle minoranze e delle donne e destinato solamente a svendere la libertà del popolo palestinese agli interessi dei regimi arabo-islamici e di altre potenze imperialiste come Russia e Cina.

Contrappongono a questo proposito il fine della costruzione di una Palestina, libera laica e socialista, l’unica che possa garantire la piena emancipazione del popolo palestinese e la tutela dei diritti di tutte le minoranze a cominciare da quella ebraica. Allo stesso tempo sono ben consapevoli che lo sviluppo socialista della Palestina è impossibile se non nel quadro della più grande rivoluzione araba e socialista del Medioriente che si ponga il fine di distruggere tutti i regimi islamisti reazionari, e di sconfiggere tutte le potenze imperialiste che opprimono il popolo arabo con la costruzione di una Federazione socialista di tutto il Medioriente.

Il PCL, pertanto, è impegnato giornalmente nella promozione e nella partecipazione ad ogni forma di iniziativa in solidarietà con la lotta del popolo palestinese e con l’enorme movimento che si è sviluppato in tutto il mondo a suo sostegno

Federico Bacchiocchi

VIDEO: Al fianco della resistenza palestinese! | Marco Ferrando (Roma, 27 gennaio 2024)

 


Al fianco della resistenza palestinese!



Intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione in solidarietà al popolo palestinese indetta a Roma sabato 27 gennaio 2024. 📌 L’antisionismo non è antisemitismo, ma doveroso antimperialismo, anticolonialismo e antirazzismo! 📌 Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto! 📌 Per una Palestina unita, laica e socialista! 📌 Per un grande movimento internazionale a sostegno della resistenza palestinese! Seguici sui nostri social! • www.facebook.com/PCLavoratori • t.me/PCLavoratori • www.instagram.com/pclavoratori



Per una Palestina libera, laica e socialista

 


In un Medio Oriente socialista

26 Ottobre 2023

Testo del Volantino che distribuiremo Sabato 28, a Roma, alla manifestazione.


Non c’è soluzione della questione palestinese senza la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista.

In queste ore si susseguono i bombardamenti sulla popolazione civile di Gaza. Non vengono risparmiati luoghi di culto, scuole ed ospedali, dove cercano un disperato rifugio soprattutto bambini e donne. Un massacro. Ma forse l’aspetto ancora più disumano è l’assedio totale, di stampo medievale, dichiarato dal governo israeliano ad un territorio in cui vivono oltre due milioni di persone. Centinaia di migliaia sono i cittadini costretti a scappare di casa per non fare più ritorno. È una nuova catastrofe per il popolo palestinese, una nuova Nakba, paragonabile a quella del 1948.

Innanzitutto, è necessario fermare questo genocidio. Il popolo palestinese sia a Gaza che in Cisgiordania sta resistendo. Lo sta facendo da anni, sia con le mobilitazioni di piazza che con le armi. Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) (https://ito-oti.org/), è incondizionatamente al fianco di questa resistenza, seguendo la tradizione sempre propria del trotskismo, che nel 1948 fu l’unica corrente del movimento operaio internazionale che si pronunciò contro la nascita dello Stato di Israele, mentre tutte le altre, in particolare gli stalinisti, sostennero apertamente lo Stato coloniale sionista contro il popolo arabo.


Lo Stato d’Israele si fa forte del sostegno delle potenze “democratiche” d’Occidente. Un sostegno politico, economico, militare. Lo stesso sostegno che già viene offerto alla prossima annunciata invasione di terra. Lo stesso sostegno di cui Israele ha goduto nei 75 anni di occupazione della Palestina.

“Lo Stato d’Israele non si tocca”. Questa è la sintesi della diplomazia mondiale, ma anche della pubblica informazione. Noi abbiamo denunciato da sempre la natura reazionaria di Hamas e le sue azioni contro i civili. Ma un conto è criticare Hamas dentro il campo della resistenza palestinese, un altro è usare cinicamente l’azione di Hamas per coprire i crimini del sionismo contro i palestinesi e la loro resistenza. L’assimilazione di antisionismo e antisemitismo è assunta come clava nel dibattito pubblico, come forma di intimidazione verso il sostegno alla Palestina, come scudo protettivo dei crimini d’Israele.

“Due popoli, due Stati” dicono i benpensanti, ma dove dovrebbe situarsi uno Stato palestinese a fianco dell’intoccabile Israele? Basta porre questa domanda elementare per diradare la nuvola di fumo. Oggi la Cisgiordania è occupata da settecentomila coloni israeliani armati che, impuniti e protetti dalle truppe, organizzano spedizioni squadristiche contro i contadini palestinesi. Gaza è sotto un assedio genocida. Dunque, chiediamo ancora: dove dovrebbe situarsi un fantomatico Stato palestinese rispettoso dello Stato d’Israele? In quale sgabuzzino dovrebbe rassegnarsi a vivere?


Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese
, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei.

Le grandi mobilitazioni delle masse arabe in questi giorni, in Algeria, in Egitto, in Tunisia, e soprattutto in Giordania e in Iraq, ci dicono che la grande maggioranza della popolazione araba supporta la lotta palestinese come una propria ragione di liberazione e di riscatto. Sviluppare ed estendere la ribellione araba a fianco del popolo palestinese, guadagnarla ad una prospettiva antimperialista e antisionista, è il compito dei marxisti rivoluzionari palestinesi e arabi. Estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese a livello mondiale è il compito urgente dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza
• Al fianco della resistenza palestinese
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione italiana della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)