L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista
Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...
Intervista realizzata dai compagni del PCL
Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?
Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.
Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.
La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.
Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?
Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?
Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.
Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.
Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?
M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.
Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?
M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.
Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?
M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.
Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?
M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.
Ci sono possibilità che il movimento riemerga?
M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.
Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?
M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.
Domenica 12 aprile le delegazioni internazionali della Global Sumud Flotilla 2026 hanno dato il via alla loro traversata, avente obiettivi umanitari e politici, in un contesto caratterizzato da cambiamenti rispetto all’anno precedente e da una crescente escalation dei conflitti in Medio Oriente. La Lega Internazionale Socialista (LIS) partecipa nuovamente in modo attivo alla missione verso Gaza
È COMINCIATA LA NAVIGAZIONE, CON UNA PARTENZA EMOZIONANTE
Le imbarcazioni con le delegazioni di 52 paesi, ormeggiate al Moll de la Fusta, hanno lasciato Barcellona senza aver ancora raggiunto le acque internazionali. I partecipanti hanno annunciato: «…dovremo aspettare che passi la tempesta proveniente da Minorca; tutte le nostre imbarcazioni sono pronte a proseguire verso l’Italia… dove altre imbarcazioni si uniranno alla flotta».

La manifestazione conclusiva ha sintetizzato lo spirito di solidarietà verso la causa palestinese, con due giorni di laboratori, musica e arte. Le attività hanno fatto da cornice alla presentazione dei partecipanti provenienti da diversi paesi, che nei giorni precedenti si erano preparati e allenati con grande impegno in vista della partenza. Il messaggio di partenza è stato molto chiaro, sottolineando gli obiettivi umanitari, a favore della causa palestinese e con un appello affinché la mobilitazione sul territorio torni ad esprimersi nuovamente con forza, sia per la Palestina che a sostegno della Global Sumud Flotilla (GSF).

UNA SITUAZIONE DIVERSA
Come già avvenuto durante la Flotilla dello scorso anno, gli equipaggi dovranno adeguare il ritmo della navigazione alle condizioni meteorologiche e marine, nonché alle condizioni delle piccole imbarcazioni su cui salgono. Altrettanto determinanti sono i cambiamenti nella situazione politica.
La GSF 2025 si è svolta nel quadro di un massiccio e diffuso processo di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese, in particolare di Gaza. Mentre si intensificavano il genocidio e la pulizia etnica perpetrati dallo Stato di Israele, milioni di persone, soprattutto giovani, studenti e donne, hanno occupato le università, boicottato gli interessi sionisti e si sono mobilitate. Settori della classe lavoratrice, con i portuali in prima linea, hanno organizzato importanti scioperi, in grado di segnare una strada che ha preoccupato molto il potere.
Questa realtà ha sfidato i governi ed è stata fondamentale per fermare i bombardamenti, ma non ha affatto risolto i problemi storici e attuali della colonizzazione sionista, e ha causato perplessità sulla necessità di continuare e approfondire le azioni in corso.
SMARRIMENTI DA SUPERARE
La solidarietà con la Palestina non è scomparsa, e sicuramente tornerà a manifestarsi con forza, come è sempre avvenuto nel corso della storia. Tuttavia, l’ingannevole accordo tra Israele, gli Stati Uniti e Hamas ha legalizzato il genocidio, la pulizia etnica e l’occupazione territoriale, fornendo loro una base per procedere con l’annessione della Cisgiordania, l’invasione del Libano meridionale e gli attacchi contro l’Iran. Di conseguenza, le azioni attuali non hanno la stessa portata di quelle che fecero da sfondo alla prima GSF.
LA GUERRA, UN FATTORE DETERMINANTE
Un altro elemento fondamentale è l’escalation bellica che coinvolge direttamente l’imperialismo statunitense e il suo gendarme, lo Stato di Israele, che aggrediscono l’Iran, il Libano, la Palestina, lo Yemen e altri paesi. Si tratta di fatti che non erano presenti durante la precedente Flotilla, e che impongono che ogni scalo sia accompagnato da valutazioni precise, consultazioni democratiche e decisioni consapevoli sulla sicurezza della missione, sia in relazione alle sue destinazioni intermedie che a quella finale.
MOBITARCI PER LA PALESTINA, PER I PAESI AGGREDITI E PER LA FLOTILLA
Questi fatti ci impongono di rispondere con determinazione all’appello della GSF a promuovere mobilitazioni e azioni, sia per proteggerla sia per esigere che i governi si schierino a suo favore. Il processo dello scorso anno ha dato vita a un circolo virtuoso: la GSF è nata dalle mobilitazioni che, al contempo, essa ha alimentato, in una simbiosi politica di grande impatto mondiale che è necessario ricreare.

LA LIS TORNA A PARTECIPARE ATTIVAMENTE
La LIS farà nuovamente parte della Flotilla, questa volta con la compagna deputata Cele Fierro e il compagno medico Raúl Laguna, entrambi del MST (Argentina). Avrà il sostegno a terra di Socialismo y Libertad (SOL, Spagna), ArbeiterInnenmacht (Germania) e Alejandro Bodart, coordinatore della LIS, alla partenza da Barcellona, insieme al Partito Comunista dei Lavoratori (Italia) e a tutte le organizzazioni che compongono la LIS nei cinque continenti.

Navighiamo per portare speranza a terra e organizzare solidarietà nella vita quotidiana. Come comunisti all’interno della Flotilla, invitiamo a promuovere mobilitazioni, blocchi e scioperi: solo così potremo proteggere le navi ed esercitare pressione sui governi. Come per la precedente Flotilla, riferiremo su tutti gli avvenimenti fino alla fine della missione.
PALESTINA E MEDIO ORIENTE LIBERI
Con grande determinazione, i partecipanti alla Flotilla si impegnano in prima persona nella missione senza perdere di vista ciò che accade a Gaza e in Medio Oriente. In tal senso, non ci sarà miglio marino durante il quale Cele e Raúl smetteranno di denunciare l’imperialismo e il sionismo per le loro atrocità a Gaza, in Cisgiordania e in tutta la Palestina, tornando a ripetere “via Israele dal Libano” e ad affermare che la sconfitta del sionismo è una causa dell’umanità che richiede solidarietà attiva e unità d’azione, esigendo dai governi che rompano le relazioni con lo Stato di Israele. Nella prospettiva di una soluzione di fondo che passa attraverso la rivoluzione socialista in Medio Oriente, affinché governino i lavoratori e si apra la strada verso una Palestina unica, laica, democratica, non razzista e socialista.
Rubén Tzanoff
NUOVA E PIÙ GRANDE IMPRESA
Giovedì 5 febbraio il Comitato Direttivo della Global Sumud Flotilla ha tenuto una conferenza stampa presso la fondazione Nelson Mandela, a Johannesburg, in Sud Africa. I rappresentanti dell’Africa, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Alleanza di Solidarietà Palestinese annunciano la realizzazione di una nuova impresa verso la Palestina. In questa occasione sarà contemporaneamente marittima e terrestre, partendo il 29 marzo da Barcellona, dall’Italia, dalla Tunisia e da altri punti del Mediterraneo.
Gli organizzatori progettano di contare su più di 3.000 partecipanti da oltre di 100 paesi, viaggiando su più di 100 imbarcazioni e veicoli. Questo sarà possibile grazie allo sforzo collettivo di attivisti, personale medici, ingegneri, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni civili; tanto in mare come via terra.
MAGGIORE ESPERIENZA E OBIETTIVI PIÙ AMPI
La nuova flotilla partirà con un bagaglio di esperienza accumulata di grande valore umano e organizzativo. La prima missione non ha potuto prendere terra a Gaza a causa del blocco, ma ha avuto comunque successo perché incarnava uno sforzo collettivo, affrontava le difficoltà a testa alta senza perdere di vista la denuncia del genocidio e della fame, sfidava la complicità e/o l’inazione dei governi, resisteva a campagne diffamatorie e forniva uno spazio per l’internazionalismo organizzato.
A differenza della precedente flottiglia, gli obiettivi della nuova non saranno esclusivamente umanitari. Rifiuterà la normalizzazione delle enormi sofferenze dei civili e risponderà direttamente alle proposte di “ricostruire Gaza” senza sovranità o partecipazione palestinese, compresi i piani che consoliderebbero il controllo esterno negando ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione.
RIMANE LA NECESSITÀ DI MOBILITAZIONI E AZIONI CONCRETE
Il 10 ottobre 2025, mentre gli ultimi attivisti rilasciati dalle prigioni israeliane stavano ancora tornando a casa, è stato firmato l'”Accordo Trump-Israele”. Da allora, l’esercito sionista rimane a Gaza, uccidendo, occupando territori e godendo dell’impunità per il genocidio compiuto. I palestinesi intanto muoiono di fame, sono senza assistenza e confinati in piccole aree isolate, tuttora sotto la minaccia sionista e l’intervento imperialista. Non esiste una pace giusta, ma solo l’imposizione del dominio. Di conseguenza, rimane la necessità di riprendere le mobilitazioni e le azioni di massa a sostegno della Palestina e del suo popolo sofferente.
LA LIS PARTECIPERÀ DI NUOVO
La nostra organizzazione internazionale parteciperà ancora una volta alla Global Sumud Flotilla. La nostra compagna Celeste Fierro (MST, Argentina) si è unita alla prima Flotilla a bordo della goletta “Adara”, portando con sé la bandiera della Lega Internazionale Socialista (LIS), che sarà nuovamente rappresentata da due compagni, che sosterranno attivamente e riferiranno sui progressi della seconda missione, già in corso.
Rimaniamo incondizionatamente al fianco del popolo oppresso, promuovendo la lotta per i suoi bisogni urgenti, infinitamente aggravati dalla crudeltà del genocidio, della pulizia etnica e dell’occupazione territoriale. Siamo convinti che la soluzione fondamentale risieda nella sconfitta dello Stato di Israele attraverso una rivoluzione socialista in Medio Oriente e la creazione di una Palestina unita, laica, non razzista, democratica e socialista, dal fiume al mare.
Rubén Tzanoff
La lotta del popolo palestinese, che oggi non deve arretrare ma resistere al piano coloniale di Trump, una battaglia fondamentale l’ha già vinta: la battaglia per la conquista del cuore delle masse.
Movimenti enormi di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese hanno attraversato i cinque continenti, dagli USA all’Europa, dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Australia.
In Italia, dopo due anni di mobilitazioni forse di tenore inferiore a quelle di altri paesi europei, si è avuta un’autentica esplosione della partecipazione di massa nelle giornate dal 22 settembre al 4 ottobre, quando milioni di persone sono scese in piazza per mostrare la propria vicinanza al popolo palestinese e la propria solidarietà all’impresa della Global Sumud Flotilla.
Un’immensa partecipazione caratterizzata soprattutto dalla presenza di giovani e giovanissim3, studenti medi e universitari, e da ultimo anche da una crescente componente di classe lavoratrice.
Si è trattato di un autentico salto di qualità nella mobilitazione, un movimento che fa paura al governo e che incontra i favori dei sondaggi. Un movimento politico oltre che umanitario che denuncia la complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza, che condanna la ferocia disumana e il razzismo dell’ideologia sionista, e che canta nelle strade la liberazione della Palestina dal fiume al mare.
Mai come oggi l’immagine di Israele è gettata nella polvere, la sua propaganda non creduta e derisa, i suoi atti criminosi denunciati con forza ad ogni livello della società, dai lavoratori, dagli studenti, dagli intellettuali e dagli artisti.
L’entità sionista è costretta a reagire come un animale ferito, e allora lancia ad ogni latitudine geografica, politica e culturale, come un disco rotto, la litania dell’accusa infamante: antisemita.
L’accusa è infame perché rivolta non contro i depositari storici dell’antisemitismo, quell’estrema destra i cui eredi oggi in grande maggioranza in Europa appoggiano il sionismo, ma contro il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese, proprio quando questo denuncia il più grave genocidio del XXI secolo.
Accusare di antisemitismo chi si oppone allo sterminio è ridicolo e volgare. Nondimeno però è un’arma in mano a governi complici che tentano di reprimere la mobilitazione di massa, come Germania, Francia, Inghilterra e ovviamente… l’Italia.
Alcuni esponenti del governo italiano sono intenti ad usare l’accusa di antisemitismo come una clava per colpire la mobilitazione crescente. Nelle università, nelle scuole, negli enti culturali è in corso una lotta accanita per denunciare ogni forma di collaborazione con lo stato genocidario di Israele. Gli esponenti filosionisti sono travolti, e non sanno più quali argomentazioni utilizzare per giustificare la propria collaborazione. Allora per questo viene utile la vecchia e sempre verde accusa di antisemitismo.
Vogliamo precisare che non è possibile sottovalutare il rigurgito di sentimenti antisemiti, ma essi sono in massima parte da imputare agli atti criminali commessi da Israele, la più grande fonte di antisemitismo.
Per propalare questa grande menzogna, dunque, non bastano più la grande stampa ossequiosa con il governo e con i sionisti, non è più sufficiente la propaganda e la repressione ordinaria da parte delle forze di polizia. Per questo è necessario approntare uno strumento nuovo, più adeguato alla bisogna. In altre parole, uno strumento legale con cui armare la repressione.
Il ddl (disegno di legge) Gasparri si incarica di dare soddisfazione a questa necessità. Non è l’unico ad essere in discussione al Senato, ma è quello più avanzato in tal senso.
Tale ddl così riporta nelle premesse; «…i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l'Italia dal CDEC e dall'Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell'odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi».
L’antisemitismo è connesso all’antisionismo, tanto che:
«Il comma 2 prevede l'istituzione, presso le scuole di ogni ordine e grado, di corsi annuali di formazione per studenti sull'antisemitismo e sull'antisionismo».
Il che comporta l’indottrinamento studentesco nei confronti dell’adesione al regime israeliano e alla giustificazione dei suoi crimini.
Art.2 comma 2: «…Il Ministro dell'istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l'antisionismo» (sottolineature nostre).
Non manca l’invito alla delazione, soprattutto di insegnanti e professori universitari. Ma ciò che è più importante è che la pena stabilita dal codice penale si deve applicare come recita l’art. 4 comma:
«La stessa pena si applica qualora la propaganda, l'istigazione o l'incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull'ostilità, sull'avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all'esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione» (sottolineature nostre).
È evidente che questo dispositivo normativo ha l’obiettivo di abbattersi come una scure contro le masse soprattutto giovanili che hanno alimentato le grandiose mobilitazioni delle settimane scorse. In quelle manifestazioni, fra gli slogan più recitati vi erano proprio quelli che dimostravano l’ostilità al sionismo, un’ideologia politica suprematista e razzista, che ha giustificato negli ultimi 77 anni l’occupazione coloniale delle terre e delle città dei palestinesi, con il corredo di massacri e pulizia etnica. Un’ideologia che ha interessato solo parte dei popoli ebraici, e sostanzialmente la parte più reazionaria e violenta. La parte più progressista e socialista, maggioritaria negli anni ’20 e ‘30 in Polonia, era rappresentata dal partito più grande di matrice ebraica, il Bund (Unione di Lotta dei Lavoratori Ebrei), e avversava il sionismo, definito come “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’imperialismo”.
La maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia apparteneva in effetti al Bund, compreso il suo eroico comandante militare Marek Edelman, che si rifiutò sempre di andare in Israele e che nel 2002 espresse la sua solidarietà alle organizzazioni combattenti palestinesi.
È assolutamente risibile che, se fosse stata in vigore una legge analoga a quella voluta da Gasparri, il Bund, la maggioranza yiddish del popolo ebraico europeo e il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia sarebbero stati perseguibili a norma di legge!
Anche in ossequio a questa grande tradizione dei popoli ebraici, che ha fornito al movimento rivoluzionario comunista degli anni ’20 alcune tra le menti più luminose, non si può che riaffermare la lotta irriducibile al sionismo e la necessità, per i popoli del Medio Oriente e dell’umanità intera, della sua sconfitta definitiva.
Un altro grande slogan ha connotato le mobilitazioni in Italia e nel mondo tanto da essere gridato da moltitudini di persone di ogni età: “Palestina libera dal fiume al mare”.
Questo slogan ha un significato molto preciso, vuole intendere la liberazione della Palestina storica, ciò che implica la distruzione dello stato di Israele.
Questa rivendicazione elementare, ma potentemente espressa da centinaia di migliaia di cittadini, che vuole sostenere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, è frutto del diritto a esprimere il proprio pensiero, ma secondo Gasparri dovrebbe essere semplicemente sottoposta a censura pena la possibilità di finire in carcere.
È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio parafascista di istituire reati d’opinione del tutto antidemocratici.
In conclusione, il Partito Comunista dei Lavoratori, erede dell’unica tradizione politica che si è sempre opposta all’esistenza di Israele, difende il diritto del movimento per la Palestina ad esprimere il proprio pensiero e a scendere in piazza per manifestarlo, rifiuta ogni forma di intimidazione nella sua lotta contro il sionismo e invita a proseguire con più forza la mobilitazione contro il piano coloniale di Trump; l’unica mobilitazione che è in grado di rendere inapplicabile e far crollare questo disposto normativo.
Quali che siano le leggi della borghesia filosionista, il Partito Comunista dei Lavoratori ribadisce:
Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto.
Per una Palestina unita, laica e socialista (con il ritorno incondizionato dei profughi palestinesi e con i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei, ad eccezione dei coloni fascisti e nazisti da espellere).
Per una Repubblica araba socialista unita.
Una delle forme più deleterie e insidiose assunte da queste assurdità rivolte contro il movimento per la liberazione della Palestina è il benaltrismo - spesso annunciato da una solerte alzata di mani e dal fatidico annuncio “io sono d’accordo con l’obiettivo della protesta, ma”, che prelude inevitabilmente futili argomentazioni il cui scopo è normalizzare la strage di massa e il colonialismo criminale in Palestina. Perché se si è d’accordo nel condannare un genocidio, non si dovrebbe percepire la necessità di citarne un altro paio con la manifesta intenzione di portare la discussione fuori strada.
Ed ecco che stanno prendendo piede i lamentevoli “ma due scioperi per la Palestina in dieci giorni sono troppi”, come se l’atroce attacco alla dignità umana che sta avvenendo in Palestina valesse meno di un paio di giornate di mobilitazione generale. Solitamente viene in coppia con l’immancabile “perché non si sciopera per il prezzo degli alimenti, per i costi dell’energia, per i diritti dei lavoratori, per la sanità?” e via discorrendo.
Al di là della povertà logica intrinseca di queste assunzioni - basti ricordare che la maggior parte degli scioperi locali e nazionali degli ultimi vent’anni riguardavano proprio il lavoro, la sanità e i diritti sociali - va chiarito che queste rivendicazioni non sono e non devono essere affatto alternative alla lotta per la Palestina, ma sono complementari. Proprio sfruttando la forza e lo slancio delle ampie mobilitazioni per l’autodeterminazione dei palestinesi e contro i crimini del colonialismo sionista si può sviluppare un discorso più vasto, capace di includere anche la liberazione del proletariato di questo e altri Paesi.
Unire la lotta per la Palestina a quella contro i governi borghesi complici del sionismo – come il governo Meloni, giustamente nel mirino delle manifestazioni delle ultime settimane – valorizzerebbe tutte le battaglie progressiste del momento. La caduta di un governo reazionario come quello italiano potrebbe rappresentare una grande opportunità storica: spezzare l’asse di sostegno europeo a Israele e creare nuove opportunità e spazi per rilanciare altre cause e mobilitazioni.
Ma lo slogan più infame, più ipocrita, che cerca di colpire direttamente la coscienza sociale di chi scende in piazza, è quello che prende in causa il Congo, il Sudan e lo Yemen. Un profluvio di “E allora il Congo? Da lì vengono i vostri telefonini!”.
La prima domanda che sorge spontanea è: cosa diavolo hanno mai fatto questi individui per il Congo, lo Yemen e il Sudan? Niente. E per gli altri conflitti nel mondo? Hanno forse levato la loro voce quando il Nagorno-Karabakh è stato invaso dal regime cripto-fascista dell’Azerbaigian? Hanno denunciato il massacro del popolo del Tigray? Si sono preoccupati delle lotte dei nativi delle Americhe, dell’Australia o della Nuova Zelanda? Hanno mai espresso solidarietà al Kashmir martoriato? Le probabilità che se ne siano occupati sono prossime allo zero: chiacchiere, senza nemmeno il distintivo.
Chi scrive ha visto, non a caso, per la prima volta sventolare i vessilli del Congo, del Sudan, dello Yemen e di altri popoli proprio nelle recenti manifestazioni. Ed è naturale, perché il movimento per la Palestina - almeno nella sua parte più cosciente - è sinceramente internazionalista e ricettivo alle istanze di autodeterminazione dei popoli del mondo. Quindi, anziché lagnarsi che non ci si occupa abbastanza di queste cause, sarebbe il caso di portarle nel movimento internazionale per la Palestina (come già alcune realtà fanno), per contribuire a cementificare il suo spirito anticolonialista ed estendere la lotta internazionale allo sfruttamento capitalista. Ma ovviamente è più comodo usarle come paravento per schermare la propria inerzia, per squalificare ignobilmente un popolo in lotta contro il suo annientamento e per autoassolversi. Ma ciò che conta ancora di più è la connessione che queste lotte hanno con quella palestinese. Perché i crimini del sionismo si estendono si limitano al Medio Oriente. Il Sudan, per esempio, è uno dei Paesi arabi (in realtà, almeno il 30% della popolazione appartiene a diverse nazionalità minorizzate presenti in regioni come il Darfur) che, con la mediazione degli Stati Uniti, ha normalizzato i propri rapporti con Israele nel 2020, ottenendo in cambio di essere depennato dalla lista statunitense dei Paesi che “sponsorizzano il terrorismo” (ci sono comunque dei discutibili precedenti: dal 2005 afferma la legittimità dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale).
Le forze paramilitari arabe e reazionarie sudanesi (le Rapid Support Forces, composte perlopiù dai fanatici criminali Janjawid) sono responsabili della strage sistematica di appartenenti a minoranze come i Masalit, gli Zaghawa e i Fur, di crimini contro i migranti ammassati sulla frontiera con la Libia e dell’assassinio degli oppositori politici sono le stesse che hanno appoggiato buona parte dei governi militari susseguitisi in patria e le forze filo-saudite in Yemen (combattendo, di conseguenza, quelle antisioniste come gli Houthi e affiancandosi ai fascisti russi della Wagner). Ora sono tra i protagonisti della guerra civile e in aperto conflitto con lo Stato centrale, perché fanno parte di uno dei gruppi di potere in lotta per governare il Paese (lo scontro è principalmente tra fazioni rivali di militari e sotto l’influenza delle potenze imperialiste).
Israele, dall’aprile del 2023, è impegnato tramite i suoi agenti nell’opera di mediazione tra le due principali fazioni militari, ma non certo per amore della “pace”: al Mossad e agli ufficiali israeliani non importa nulla delle masse sudanesi oppresse e quello che vogliono tutelare è la completa normalizzazione dei rapporti tra Stato sionista e Sudan, considerato uno Stato da sfruttare per espandere gli interessi sionisti in Africa.
Ma passiamo allo Yemen. È stato bombardato da Israele utilizzando a pretesto i missili lanciati dagli Houthi in sostegno alla resistenza palestinese. Lo scopo reale è quello di scoraggiare e scardinare qualsiasi tentativo di mettere in discussione la supremazia israeliana nella regione.
I dispotici governi yemeniti susseguitisi dopo la riunificazione post-guerra fredda si sono caratterizzati per il loro allineamento agli interessi imperialisti (e di conseguenza anche di Israele), che sono intervenuti nella guerra civile con una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, composta anche da Kuwait, Qatar, Marocco, Bahrein, Giordania, Egitto e vari gruppi di mercenari e con il decisivo supporto di Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Anche in questo caso la responsabilità dell’orrenda catastrofe umanitaria è degli alleati imperialisti del sionismo e di alcuni degli Stati arabi più propensi a normalizzare i rapporti con Israele (non manca neppure il beneplacito di potenze come la Cina).
In Congo è in corso un’orribile guerra civile, che ha visto la partecipazione anche del Ruanda (ha invaso il paese nel 1996 e nel 1998) e dell’Uganda. Israele ha una parte attiva nella rovina del Paese: ha appoggiato il regime reazionario di Mobutu Sese Seko, fornendo anche addestramento ed equipaggiamento militare alle truppe scelte del despota, e anche oggi intrattiene rapporti stretti con le élite congolesi, che ricambiano l’interesse appoggiando diplomaticamente Tel Aviv e Trump.
Sono diversi i miliardari israeliani impegnati nell’appropriazione indebita delle risorse congolesi: parte del ricavato viene investito in nuove colonie in Palestina e nelle forze armate israeliane. Lo Stato sionista è tra i primi esportatori di diamanti nel mondo (oltre il 12% delle sue esportazioni sono “gemme e metalli preziosi”), pur non possedendo giacimenti da cui attingere sul suo territorio, e formalmente, gli israeliani non possiedono giacimenti minerari nemmeno in Congo. Eppure, grazie alla corruzione, all’appropriazione indebita, alle facilitazioni fiscali e al traffico di armi, sono in grado di appropriarsi di ingenti introiti proprio grazie allo sfruttamento di queste terre.
Tra i “danarosi” protagonisti del traffico troviamo Lev Leviev, un israelo-russo arricchitosi dopo aver acquistato alcune industrie diamantifere nell’ormai collassata Unione Sovietica, ex militare dell’IDF e proprietario della compagnia internazionale Africa Israel Investments. Vicino a Putin e Trump, è stato accusato di aver smerciato diamanti sporchi di sangue in Israele e di aver utilizzato i ricavati per finanziare gli insediamenti sionisti in Cisgiordania tramite l’Israel Land Fund. Un altro è Benny Steinmetz, franco-israeliano: arrestato nel 2023 a Cipro, è tra le altre cose sotto accusa per corruzione e traffici illegali nel settore minerario in Africa e, infatti, la sua compagnia (BSG Resources) è impegnata nell’espropriazione delle risorse naturali congolesi.
Dan Gertler, invece, ha stipulato diversi contratti con il governo congolese: i suoi rapporti con l’allora presidente del Congo Kabila (conosciuto per la repressione violenta delle contestazioni di piazza, la corruzione e la violazione sistematica dei diritti umani; Gertler e la sua compagnia sono accusati di essere suoi complici) gli hanno permesso di dedicarsi all’estrazione dei diamanti tramite la sua International Diamond Industries (secondo questi contratti, che stabiliscono un truffaldino partenariato tra settore privato e statale, il 70% dei profitti derivanti dall’estrazione vanno al Gertler Group, mentre soltanto il 30% finisce delle mani del governo congolese).
Israele fornisce, inoltre, anche le sue avanzate tecnologie di spionaggio al Ruanda, il principale responsabile della catastrofe umanitaria in Congo, che le utilizza per spiare oppositori e attivisti congolesi. Non a caso, Uganda e Ruanda sono partner molto stretti del regime sionista e sono conosciuti anche per il traffico illecito di diamanti congolesi: Israele è uno dei principali beneficiari di questa pratica.
Ma facciamo un passo indietro. Tra chi è stato accusato di ignorare la maggioranza dei conflitti nel mondo ci sono anche i partecipanti alla Global Sumud Flotilla. Ma è assurdo, e il caso di Greta Thunberg è emblematico: negli ultimi anni ha incontrato e solidarizzato con i rifugiati dell'Artsakh (Nagorno-Karabakh), ha contestato il baraccone e il greenwashing promosso dalla COP 29 a Baku e ha visitato e sostenuto i rifugiati saharawi. Il valore internazionalista e solidale di queste azioni è innegabile. E ciò, a grandi linee, vale anche per gli altri partecipanti alla Global Sumud Flotilla: attivisti, medici, volontari, militanti politici che da anni e anni sono protagonisti delle più disparate lotte e si sono spesso occupati dei conflitti più remoti.
Ergo, no, il supporto alla Palestina non è una battaglia “glamour”: è un nodo fondamentale nel tessuto dei crimini imperialisti. Un nodo che se sciolto può contribuire al rilancio di un’idea di mondo, di società e di rapporti internazionali completamente diversa.
È una "moda"? Al di là dei ragionevoli dubbi sulla credibilità di questa accusa e sulla sua razionalità, cosa si può rispondere? Magari. Magari tutto il proletariato si unisse scosso dalla tragedia palestinese. Magari la gioventù e tutti i popoli oppressi del mondo invadessero le strade delle città al grido di “Palestina libera”. Magari divenisse un fenomeno in voga il desiderio di rivalsa contro il sistema banditesco responsabile del sionismo, dello sfruttamento e della discriminazione in tutte le sue forme. Diventassero di moda il marxismo e l'anticapitalismo conseguente, dovremmo forse lamentarcene?
La massiccia e crescente mobilitazione e lo spostamento della maggioranza dell’opinione pubblica mondiale a favore del popolo palestinese e contro il genocidio dello Stato sionista di Israele hanno accelerato gli sforzi dell’imperialismo per ottenere una nuova e precaria tregua, il cui obiettivo è smantellare tale mobilitazione internazionale e fornire al sionismo nuovi mezzi; tregua basata su un patto controrivoluzionario con la leadership palestinese.
Comprendiamo e condividiamo il conforto della popolazione di Gaza per la cessazione dei bombardamenti quotidiani durati per due anni e per la possibile fine dell’assedio criminale, che l’ha sottoposta a una inesorabile crisi umanitaria. Ma dobbiamo essere onesti: questo non significa una vittoria della resistenza palestinese, come affermano erroneamente varie organizzazioni. La realtà è molto più complessa.
Questa tregua è in parte il risultato della straordinaria mobilitazione globale, così come del pericolo che la situazione di Gaza diventasse imprevedibile. Ma l’accordo parallelo che Hamas e Israele hanno firmato è stato negoziato alle condizioni imposte dagli Stati Uniti. I suoi 20 punti, se si concretizzassero, rappresenterebbero un arretramento per la lotta per l’emancipazione della Palestina. Questo accordo, in sostanza, propone alla Palestina di accettare di sottomettersi all’imperialismo e di legittimare l’occupazione sionista.
Per raggiungere questo accordo, le potenze imperialiste hanno contato sulla collaborazione diretta del Qatar, dell’Egitto e della Turchia, e sulla celebrazione complice dell’intera borghesia occidentale, delle autocrazie arabe e persino della Russia e della Cina.
L’accordo, se l’imperialismo riuscisse a impedirne il fallimento prima che si raggiunga la sua seconda fase, oltre al rilascio degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, che è già in via di definizione, propone la trasformazione di Gaza in un protettorato statunitense sotto la tutela di un governo fantoccio guidato da Donald Trump e Tony Blair.
Non richiede che Israele ritiri completamente le sue truppe da Gaza né che ponga fine alla sua avanzata coloniale in Cisgiordania. Richiede però che Hamas si disarmi e non ostacoli né la formazione di un nuovo governo di tecnocrati palestinesi “apolitici” e di “esperti internazionali” né l’istituzione di una forza militare straniera che assumerebbe il controllo della Striscia.
La risposta genocida del sionismo alle azioni di Hamas del 7 ottobre ha scatenato una mobilitazione internazionale a favore della Palestina ben oltre qualsiasi mobilitazione precedente. Il processo si è esteso ben oltre il suo epicentro storico nei settori di sinistra, esplodendo nei principali paesi imperialisti del mondo. È stato massiccio negli Stati Uniti, con accampamenti in varie università e in significativi settori della comunità ebraica che si sono dissociati dal sionismo. Centinaia di migliaia e milioni hanno marciato in Australia e in Europa, nonostante il fatto che i maggiori sindacati e i partiti socialdemocratici nei paesi imperialisti si siano tenuti al margine di questo movimento o abbiano effettivamente continuato a sostenere Israele, e i regimi mediorientali (a eccezione degli houthi) abbiano impedito alla cosiddetta piazza araba di mobilitarsi per forzare il blocco di Gaza, contro i sionisti e gli stati occidentali che sostenevano il genocidio. In numerosi paesi imperialisti diverse organizzazioni palestinesi sono state vietate e migliaia di manifestanti sono stati criminalizzati o addirittura accusati di terrorismo. Ma nonostante tutto ciò, il movimento è cresciuto e lo sciopero generale recente e i blocchi portuali in Italia, in solidarietà con la Global Sumud Flottilla, hanno scosso il mondo e cominciato a servire da esempio.
È un dato di fatto che gli Stati Uniti e Israele, nonostante il complice sostegno dell’intera sovrastruttura capitalista, hanno perso la battaglia contro l’opinione pubblica mondiale. Questo è il risultato più significativo che la causa palestinese ha ottenuto. Israele non era mai stato prima nella storia così isolato a livello internazionale, né così soggetto a condanne e critiche.
Tuttavia, a due anni dal perpetrarsi del genocidio, il popolo palestinese non è in condizioni migliori rispetto a prima del 7 ottobre 2023. Gaza è stata distrutta e militarmente occupata dall’esercito sionista; sono state perse almeno 67.000 vite palestinesi, probabilmente molte di più, comprese quelle di 20.000 bambine e bambini; decine di migliaia sono rimasti feriti e mutilati. La Cisgiordania continua a perdere territorio a favore dei coloni sionisti e la vita a Gerusalemme Est è sempre più difficile.
L’azione di Hamas del 7 ottobre ha raggiunto il suo obiettivo immediato, ossia di interrompere il processo di “normalizzazione” delle relazioni tra Israele e i paesi arabi, note come Accordi di Abramo. Ma l’aspettativa di Hamas che il colpo inferto a Israele esercitasse sufficiente pressione per costringerlo a negoziare un accordo non si è concretizzata. Né si è verificata l’ipotesi che l’Iran avrebbe risposto con forza a una reazione smisurata di Israele. È divenuto chiaro che il regime dei mullah difende solo i propri interessi capitalisti e di casta. Anche i regimi arabi hanno fallito nel sostenere la Palestina, e stanno appoggiando l’accordo in corso, che cerca la resa della resistenza per tornare al percorso della “normalizzazione” delle relazioni con Israele e con l’imperialismo.
La scommessa sbagliata di Hamas ha portato al genocidio, alla distruzione e all’occupazione di Gaza, e ora a un patto pieno di concessioni, che ricorda quello firmato da Arafat a Oslo più di trent'anni fa. Non è un caso che, sotto la pressione delle mobilitazioni, diversi paesi, come Spagna e Regno Unito, abbiano riesumato il sogno dei due stati, che nell'accordo non è nemmeno menzionato come obiettivo.
Nessuno Stato palestinese è possibile fintanto che esisterà, sulle sue terre storiche, uno Stato coloniale, espansionista e genocida. È stato dimostrato che Israele non permetterà mai questo. Al contrario, il suo progetto strategico è la completa pulizia etnica del popolo palestinese e la costruzione di un “Grande Israele”, conquistando sempre più territori.
Per ottenere la pace, e perché essa sia duratura e giusta per il popolo palestinese e per tutti i popoli della regione, dobbiamo prima sconfiggere il mostro sionista e la sua continua espansione coloniale. Finché lo Stato terrorista di Israele, costruito col sangue e col fuoco dagli imperialisti, continuerà a esistere, l’unica “pace eterna” possibile sarà quella pronunciata nelle litanie funebri.
Solo la costruzione di una Palestina unita, libera, laica e socialista, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, potrà permettere ai popoli della regione di vivere nuovamente in pace. Ma questa soluzione non verrà dalle mani del capitalismo arabo, né dai mullah iraniani, né attraverso patti con alcuna potenza imperialista. Potrà venire solo dalle masse lavoratrici arabe, qualora guidino una rivoluzione che rovesci i governi capitalistici del Medio Oriente, che sconfigga il mostro sionista e istituisca una federazione di repubbliche socialiste in tutta la regione.
Nel 1948, i nostri predecessori politici della Quarta Internazionale, l’unica organizzazione del movimento operaio mondiale che si oppose alla creazione dello Stato sionista, dichiararono:
«Grazie alla direzione borghese e feudale dei paesi arabi – agenti dell’imperialismo – siamo stati sconfitti in una fase della lotta contro l’imperialismo. Dobbiamo prepararci alla vittoria nella fase successiva, cioè all’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente, creando l’unica forza che può raggiungere questi obiettivi: il partito proletario rivoluzionario unificato del Medio Oriente».
Oggi come allora, questa è la strategia su cui scommettono coloro che hanno sottoscritto questa dichiarazione. Pertanto, ci impegniamo a promuovere, aiutare e costruire partiti rivoluzionari nella regione, ricompattando senza alcun settarismo i militanti combattivi che condividono questi obiettivi.
Il salto della mobilitazione passa per l'ingresso del movimento operaio nella lotta a sostegno della Palestina, attraverso l'arma dello sciopero generale combinato col blocco totale di ogni traffico portuale o aereo con Israele. Solo l'azione diretta, radicale, di massa del movimento operaio può incidere sui rapporti di forza, colpire materialmente lo Stato sionista, aiutare la resistenza palestinese. È un'esigenza che si pone in ogni paese, su scala europea, su scala mondiale.In questo quadro, il PCL sostiene tutte le diverse iniziative di sciopero promosse attualmente in Italia a sostegno della Palestina.
Sia lo sciopero generale promosso da USB per la giornata del 22 settembre sia le iniziative promosse dalla CGIL per il 19 settembre.Il sostegno pieno e incondizionato a ogni iniziativa di sciopero non ci esime dal rilevarne i limiti.La direzione della CGIL ha atteso due anni e sessantamila palestinesi assassinati per indire finalmente un'iniziativa di sciopero sulla Palestina. E lo ha fatto per la concorrenza dello sciopero generale promosso da Unione Sindacale di Base per il 22 settembre. In più ha articolato la propria iniziativa in modo differenziato per categorie e territori, ha limitato il più possibile la portata dello sciopero, ha riproposto nella sua piattaforma le illusioni senza futuro attorno all'ONU senza un sostegno alla resistenza palestinese.
Dal canto suo, lo sciopero generale promosso da USB il 22 settembre, pur essendo stato convocato per tutte le categorie, sull'intera giornata, e su una piattaforma più avanzata, risente della logica molto autocentrata del gruppo dirigente USB anche nel rapporto con gli altri sindacati di base. Una logica estranea alla costruzione reale di un largo fronte di massa.
Per questo, partecipando a tutte le iniziative di lotta e di mobilitazione a sostegno della Palestina, e quindi in primo luogo a tutte le azioni di sciopero convocate, riproponiamo in ognuna di queste l' esigenza decisiva del più ampio sciopero generale, unitario, radicale, di massa contro lo stato sionista e la sua barbarie genocida; contro tutti gli imperialismi vecchi e nuovi che lo sostengono o ne sono complici; per un sostegno incondizionato alla resistenza palestinese; per una Palestina libera dal fiume al mare, laica, democratica, socialista, in un Medio Oriente socialista, libero dal sionismo e dall'imperialismo.
La nave su cui navigano Greta Thunberg, Thiago Saif e parte del Comitato Direttivo della Global Sumud Flotilla (GSF) è stata colpita dall'attacco di un drone in acque internazionali. Secondo il comunicato ufficiale della GSF, una delle imbarcazioni principali, la Family Boat, che naviga sotto bandiera portoghese, «ha subito danni causati dal fuoco sul ponte principale e nell'area di stoccaggio sottocoperta» dopo essere stata bombardata da un drone.
Secondo le prime informazioni, «i sei passeggeri e l'equipaggio sono al sicuro». Inoltre, il comunicato ufficiale precisa che «è in corso un'indagine e, non appena saranno disponibili ulteriori informazioni, queste saranno rese note immediatamente».
«Gli atti di aggressione volti a intimidire e far fallire la nostra missione non ci dissuaderanno. La nostra missione pacifica di rompere l'assedio di Gaza e portare solidarietà al suo popolo continua con determinazione e fermezza». Nonostante il vile attacco, la flottiglia rimane salda nella sua missione di rompere l'assedio sionista al popolo palestinese che si trova a Gaza.
Celeste Fierro, che fa parte della flottiglia ma si trova su un'altra imbarcazione (Adara), è in viaggio verso la Tunisia, dove si trova un'altra parte della flottiglia.
Il sionismo e i suoi alleati stanno cercando di sabotare questa missione umanitaria, che intende rompere l'embargo illegale e portare cibo a Gaza. Di fronte a questa minaccia, dobbiamo raddoppiare la mobilitazione e la solidarietà internazionale.
In tutto il mondo sono in corso nuove proteste, sempre più massicce e frequenti, per porre fine al genocidio in Palestina. Le mobilitazioni di massa, gli accampamenti universitari e le flottiglie cercano di rompere l'assedio, dando forma a un movimento globale sempre più radicalizzato. Ripercorriamo gli antecedenti di queste iniziative navali, che nell'ultima flotilla annovera tra i suoi membri Celeste Fierro del MST-FIT (Argentina)
Nonostante la campagna dell'estrema destra per instaurare un senso comune a favore di Israele, in tutto il mondo continuano incessanti i movimenti in difesa del popolo palestinese. Il potere economico e politico a livello mondiale è complice del genocidio in corso, ma i palestinesi di tutto il pianeta hanno trovato uno spazio per far sentire la loro voce insieme ad altri gruppi organizzati, dimostrando che la solidarietà popolare è la loro arma più potente per la resistenza.
Va sottolineato che l'appello a un cessate il fuoco continua a guadagnare terreno, a quasi due anni dall'intensificarsi del massacro perpetrato dallo Stato di Israele. La resistenza di bambini, adulti e anziani nella Striscia di Gaza ispira azioni, proteste e discorsi di artisti e personalità dei media. La campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) rafforza le azioni che mirano a indebolire il potere militare e il sostentamento economico di Israele, che dipende dalle risorse di multinazionali come Starbucks, McDonald's, Unilever, tra le altre.
In questo momento, mentre il genocidio avanza verso la “soluzione finale” accumulando crimini di guerra confessati dagli stessi vertici militari, assistiamo a una crudeltà esponenziale. Il blocco imposto al rifornimento di acqua, cibo e attrezzature mediche, la distruzione di ospedali, campi profughi e chiese, l'uccisione di bambini, donne e anziani in fila per ricevere aiuti umanitari e lo sfollamento di massa di un'intera popolazione sotto la minaccia di uno sterminio totale sono alcune delle principali violazioni dei diritti umani che si stanno commettendo nella regione e che, fin dalla Seconda Guerra Mondiale, non si pensava potessero ripetersi. È urgente raddoppiare gli sforzi per fermare la macchina di sterminio in atto.
AZIONI COLLETTIVE PER GAZA IN TUTTO IL MONDO
Le proteste in corso, iniziate in alcune città fin dal 2023, si sono presto diffuse in tutto il mondo. La solidarietà ha mobilitato i lavoratori, che hanno fatto pressione sulle aziende affinché disinvestissero in Israele. La mobilitazione ha coinvolto studenti di tutto il mondo, che hanno organizzato accampamenti per chiedere alle università di prendere posizione, soprattutto negli Stati Uniti, dove esistono legami diretti tra importanti università e Israele. Recentemente è stata riattivata la strategia dell'invio di flottiglie per rompere l'isolamento imposto alla Palestina.
Il tentativo di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via mare non è nuovo. Il rigido controllo terrestre e aereo esercitato da Israele, che comprende il controllo e il blocco degli alimenti, rende la rotta marittima l'unica possibilità reale per far arrivare gli aiuti nel territorio palestinese.
1. Nel 2010, la Freedom Flotilla è stata brutalmente attaccata da Israele in acque internazionali, causando otto morti e decine di feriti.
2. Nel 2015 e nel 2018 altre iniziative non sono riuscite ad arrivare in Palestina, venendo intercettate. Nel 2025 ci sono già stati due tentativi: nel primo, a maggio, la nave è stata attaccata con dei droni. L'equipaggio, che includeva personaggi noti come Greta Thunberg, è stato sequestrato e arrestato dalle forze israeliane.
3. Successivamente, anche la nuova flotilla, guidata dalla nave Madleen, è stata intercettata.
LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA
Ora è in corso un nuovo tentativo di rompere l'assedio. In questo momento, migliaia di attivisti da tutto il mondo si stanno dirigendo verso Gaza per la più grande azione di protesta che ci sia mai stata contro l'assedio e la crisi umanitaria. Per aumentare la visibilità dell'azione, attivisti, influencer e militanti di diverse lotte si stanno unendo alle flotte per portare aiuti al popolo palestinese.
Dall'Argentina, siamo orgogliosi di essere rappresentati dalla compagna Cele Fierro, militante del Movimiento Socialista de los Trabajadores (MST) e deputata della città di Buenos Aires per il Frente de Izquierda - Unidad, parte della delegazione che cerca di aprire, finalmente, un canale umanitario permanente e fermare il genocidio. Questo è un grande passo avanti per costruire una risposta internazionale forte e attiva in difesa di una Palestina libera, democratica, laica e socialista, come rivendicato dalla Lega Internazionale Socialista.
Da tutti i fiumi a tutti i mari, la Palestina vincerà!