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Una legge finanziaria «al fianco di Confindustria» e delle banche

Contro la legge di stabilità del governo Meloni, per una vertenza generale. Dare agli studenti un riferimento operaio

«Questo governo è fieramente produttivista... Con Confindustria c'è sempre stato un dialogo franco e nel merito, e devo ringraziare di questo il presidente Orsini che è un combattente ma anche una persona pragmatica... Sono convinta che nel mondo produttivo italiano vi sia la piena consapevolezza di poter contare su un governo che è al loro fianco» (Giorgia Meloni, Il Sole 24 Ore, 18 ottobre).

«Bene che il governo abbia messo al centro della manovra le imprese e l'industria. Noi abbiamo sempre pensato a misure pensate su tre anni, perché è fondamentale avere una visione del Paese» (Emanuele Orsini, all'Assemblea degli industriali a Torino, 17 ottobre).

Le due dichiarazioni parallele non lasciano spazio al dubbio sulla natura della nuova Legge di Stabilità. Sulla sua impronta di classe.

Le imprese incassano otto miliardi di ulteriori agevolazioni fiscali dopo un'enorme abbuffata di profitti. Che si aggiungono alle passate regalie sull'IRES, e ai nuovi sussidi per la ZES (Zona Economica Speciale). Le banche, che hanno incassato nell'ultimo biennio più di cinquanta miliardi di utili netti, hanno la possibilità di scegliere se e quanto pagare allo Stato. Nel caso optino per sbloccare le proprie riserve patrimoniali a favore degli azionisti, pagheranno un'aliquota del 27,5% una tantum invece del 40%, con uno sgravio fiscale enorme. Nel caso non sblocchino le proprie riserve patrimoniali non pagheranno nulla, al di là di una minuscola aliquota IRAP maggiorata del 2% (dal 4,65% al 6,65%).

“Nessuna tassa sugli extraprofitti, il contributo è volontario” si è affrettato a rassicurare il governo. E così è. Una tassazione à la carte.
Gli undici miliardi di entrate da banche e assicurazioni indicate come copertura a bilancio sono dunque virtuali. Una variabile dipendente di scelte e calcoli dei banchieri. Che naturalmente scaricheranno sui correntisti i propri eventuali contributi fiscali “volontari”. E se per caso i contribuenti “volontari” non verseranno? Ci penserà il governo a colmare il buco con nuovi tagli sociali, a spese dei salariati e della popolazione povera.

Che il capitale finanziario sia la bussola di riferimento del governo emerge dall'impianto di fondo dell'intera manovra.
La manovra ruota infatti attorno all'obiettivo del rientro delle finanze pubbliche entro la soglia del 3% di deficit.

Perché la centralità di tale obiettivo? Perché è la condizione per superare la cosiddetta procedura d'infrazione dell'Unione Europea. E perché è fondamentale archiviare la procedura? Per due ragioni tra loro combinate. La prima, di natura generale, è garantire a futura memoria la piena solvibilità del debito pubblico italiano agli occhi degli acquirenti dei titoli di Stato (in larga misura banche, compagnie di assicurazione, fondi finanziari...): rassicurandoli sul fatto che potranno contare sulla regolarità del rimborso statale con relativi interessi (quasi cento miliardi ogni anno). Naturalmente con risorse pubbliche, e a carico dei salariati.

La seconda ragione è che solo archiviando la procedura d'infrazione il governo potrà ricorrere ai prestiti europei per investire in armamenti. Un 1,5% del PIL in più, totalmente a debito (che andrà ripagato), fuori bilancio. Una clausola pattuita dai governi imperialisti dell'Unione Europea nel quadro della grande corsa al riarmo, sotto la pressione di Donald Trump.

È la clausola che consentirà al governo italiano di aumentare la spesa militare di 15-20 miliardi nel prossimo triennio, di cui quasi quattro nel solo 2026: l'unica vera spesa pubblica in espansione della Legge di Stabilità dei patrioti. Per garantirla il governo ha applicato una rigorosa politica di austerità, tutta incentrata sull'inseguimento del record in fatto di avanzo primario (lo scarto fra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito). I complimenti a Meloni e Giorgetti da parte delle agenzie di rating e persino del Fondo Monetario sono dunque del tutto meritati.

Il governo sbandiera misure a vantaggio del ceto medio, di lavoratori dipendenti e di pensionati. Ma è una truffa in piena regola. La riduzione dell'aliquota IRPEF dal 35% al 33% nella soglia compresa fra i 28000 euro e i 50000 euro si traduce in cifre irrisorie: 20 euro annui per chi ha 29000 euro di reddito (1,70 euro al mese) e 440 euro annui per chi guadagna 50000 (36,70 euro mensili). Il nulla.
La cedolare secca tra il 5% e il 10% sugli aumenti contrattuali per i salariati del privato si traduce in circa 15 euro mensili per uno stipendio netto di 1600 euro: nemmeno il 10% della pesante riduzione generale del potere d'acquisto dei salari italiani (-9% sul 2021).

Un salasso senza paragoni in Europa, alimentato anche dalla gigantesca rapina dello Stato sul lavoro dipendente attraverso il meccanismo del fiscal drag: 25 miliardi pagati dai salari alle casse pubbliche per via degli effetti fiscali dell'inflazione, usati per sussidiare i padroni e pagare i banchieri.

Quanto alle pensioni, le minime sono maggiorate di 20 euro mensili (poco più di 10 euro netti), un insulto alla loro miseria. Mentre l'aumento dell'età pensionabile oltre la soglia dei 67 anni, e verso ormai i 70 anni, dimostra una volta di più che il sistema pensionistico continua a fare da bancomat per tutelare il debito pubblico da pagare al capitale finanziario.
Erano quelli che dovevano “abolire la Fornero”. I tagli ai ministeri (8 miliardi nel triennio) vanno nella stessa direzione, e completano il quadro.

Contro il governo e il padronato è necessaria e urgente una mobilitazione vera. Non serve l'eterna carta di doglianze di Maurizio Landini. È necessaria una piattaforma di rivendicazioni unificanti, a partire dalla richiesta di un forte aumento generale dei salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici, privati e pubblici.
La subordinazione sindacale alle richieste di Confindustria in tema di salari (cuneo fiscale, detassazione degli aumenti, ecc.) è servita in questi anni solamente a scaricare sulla fiscalità generale il tema del salario, a scassare la progressività dell'IRPEF, a risparmiare i profitti padronali.

È ora di voltare pagina. Una piattaforma di lotta generale che parta dalla centralità della rivendicazione salariale a carico dei profitti, dalla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, è il passo necessario di una grande riscossa del lavoro. E anche di una svolta sociale più generale.

Milioni di giovani e giovanissimi nelle ultime settimane hanno invaso strade e piazze come non avveniva da un quarto di secolo. L'hanno fatto per la Palestina. Ma anche per segnalare la propria disponibilità alla ribellione contro l'ingiustizia della propria condizione e contro l'assenza di futuro. La classe operaia e le sue organizzazioni debbono prendere la testa di questo moto di indignazione e dare ad esso una prospettiva. Una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati diventerebbe il riferimento centrale per milioni di studenti in movimento, un volano della loro coscienza politica, la leva di un cambio generale di scenario.
È il caso di dire: se non ora, quando?

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge finanziaria del governo Meloni

 


La legge di stabilità del governo Meloni è la prima legge finanziaria dopo il varo del nuovo Patto di stabilità europeo, sottoscritto da tutti i governi capitalisti dell'Unione Europea e dall'insieme della vecchia e nuova maggioranza che sorregge la Commissione Europea (per intenderci, dal PD a Giorgia Meloni, sul versante italiano).


L'obiettivo della manovra economica è dichiarato: ottenere il placet di Bruxelles, dopo la procedura d'infrazione subita in estate, e un giudizio positivo del capitale finanziario e delle relative agenzie di rating, quelle che debbono certificare il grado di solvibilità di un paese sul proprio debito pubblico.
Su entrambi i lati, il governo ha ottenuto ciò che cercava. Ursula Von Der Leyen ha tutto l'interesse a incassare il sostegno di Giorgia Meloni e di buona parte del blocco del Partito dei Conservatori Europei, guadagnando uno spazio di azione più ampio. Meloni a sua volta ha interesse a proseguire sulla linea del proprio accreditamento politico e personale presso le cancellerie del continente, valorizzando la stabilità del proprio governo, a fronte della crisi politica di Francia e Germania, e quindi attestandosi quale diretta interlocutrice della nuova amministrazione americana. La nomina di Fitto tra i vicepresidenti della Commissione UE è un obiettivo successo di questa politica di scambio.

In tale cornice si colloca la manovra Meloni-Giorgetti, che la stessa stampa borghese saluta, con linguaggio improprio ma significativo, come “ritorno dell'austerità”.
7,7 miliardi di tagli ai ministeri, con conseguenze multiple, tra cui 702 milioni di tagli all'università e alla ricerca, e il blocco del turnover al 75% in una pubblica amministrazione già disossata; 5,6 miliardi di tagli agli enti locali, che significano riduzione della spesa sociale, ulteriore ridimensionamento dei servizi essenziali (asili, trasporto locale, welfare) e spinta a un nuovo aumento della tassazione comunale e regionale (IRPEF); continuità dei tagli al disastrato sistema sanitario, ormai ridotto al 6,2% del PIL; ulteriore peggioramento del sistema pensionistico, con l'innalzamento prima a 25 e poi a 30 anni degli anni di contributi necessari (per chi è in regime solo contributivo) al fine di poter accedere alla pensione anticipata a 64 anni, con parallelo rafforzamento della previdenza privata. L'unica spesa pubblica che sale è quella militare, ed in particolare in armamenti, in sintonia con lo scenario mondiale e l'indirizzo UE.

Parallelamente il governo offre un concordato fiscale biennale alle partite IVA (tassazione preventivamente concordata indipendentemente dalla crescita dei profitti, quindi detassazione preventiva degli stessi), combinata con la diretta riduzione dell'IRES sugli utili aziendali (dal 24% al 20%): la cosiddetta “IRES premiale” chiesta a gran voce da Confindustria. Un ulteriore abbassamento, seppur condizionato, della tassa piatta sui profitti, in sé scandalosa. Una tassa peraltro già ridotta verticalmente negli ultimi vent'anni: prima dal secondo governo di Romano Prodi che nel 2007 la portò addirittura dal 34% al 27% (col sostegno di Rifondazione); poi da tutti i governi successivi, in particolare dal governo Renzi.
È la risultante della concorrenza fiscale tra gli stati capitalisti della stessa UE nell'offrire condizioni di favore al capitale. La manovra Meloni è solo l'ennesimo passaggio di questa partita infinita. Le banche italiane sono chiamate a favorire l'operazione con un semplice anticipo, senza pagare un euro in più sui propri utili.

La grancassa propagandistica del governo (“abbiamo aumentato i salari”) ruota attorno al famoso taglio del cuneo fiscale, ora reso “strutturale”, attraverso una combinazione di taglio contributivo e detrazioni fiscali. Si tratta in realtà di una truffa, perchè finge di aumentare i salari quando in realtà mette a loro carico l'operazione attraverso il fisco: in altri termini, una fiscalizzazione della vecchia decontribuzione varata da Draghi, una grande partita di giro a saldo zero. E per di più, nell'ultima versione, persino peggiorativa: perché agendo attraverso il gioco delle detrazioni finisce per ridurre i salari di un'ampia fascia di salariati.
Il vero fine del taglio del cuneo fiscale era ed è quello di proteggere i profitti d'impresa dal rischio di forti rivendicazioni salariali. È un caso che Confindustria sia la più convinta sostenitrice del taglio del cuneo, che infatti vorrebbe ancor più consistente?

Tutto ciò acquista il suo pieno significato nel quadro più generale della cosiddetta dinamica dei redditi. Lo studio condotto al riguardo da un gruppo di ricerca della Facoltà di Ingegneria dell'Università La Sapienza in ottobre, e presentato con disinvoltura dal quotidiano di Confindustria, è eloquente: «Il travaso di ricchezza dal lavoro al capitale è stato pazzesco. I soci hanno prelevato come dividendi l'80% degli utili netti e hanno lasciato il 20% come autofinanziamento di nuovi investimenti... Oltretutto i rari investimenti delle imprese sono stati per il 40% materiali nelle fabbriche e per il 60% finanziari in partecipazioni» (Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2024). Lo scrivono i padroni. È la confessione testuale del parassitismo della borghesia.

A ciò si aggiunge una altrettanto eloquente informativa dell'Istat (29 ottobre): «I 46 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 47,5% dei dipendenti... i contratti che a fine settembre 2024 sono in attesa di rinnovo ammontano a 29 e coinvolgono il 52,5% del totale dei dipendenti». Significa che la maggioranza dei salariati lavora con contratti scaduti. Con una ennesima diminuzione dei salari.
L'attuale aggravamento della crisi recessiva in Germania, a partire dall'industria automobilistica, viene usata dal padronato come ulteriore leva di chiusura verso le richieste contrattuali, come mostra lo stallo del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici.

La richiesta di un forte aumento salariale per tutti i lavoratori e le lavoratrici, di almeno 400 euro netti, si impone sempre più come esigenza generale della classe lavoratrice, al di là dei confini di categoria, assieme alla rivendicazione di una tassa patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato. Paghino i profitti di banche e imprese. È la voce necessaria di una piattaforma unificante per la vertenza generale dell'intero lavoro salariato, pubblico e privato. L'unica via per prendere sul serio l'evocazione della “rivolta sociale”. Evitando di ridurla a recita ipocrita da talk show, o a comizio di piazza una tantum.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gli armatori non pagano tasse

 


Quando la legge promuove l'evasione fiscale dei capitalisti

21 Settembre 2022

La denuncia dell'evasione fiscale infiocchetta le campagne elettorali. L'attuale non fa eccezione. Tuttavia occorre intendersi quando si parte di evasione fiscale. Se si intende la grande evasione in senso proprio, quella che coinvolge gli oltre 100 miliardi l'anno, essa passa attraverso i normali canali dell'economia capitalista: imboscamento dei capitali grazie a banche compiacenti, sfruttamento del lavoro nero, intrecci con criminalità e malavita, in particolare nella giungla degli appalti e dei subappalti... Questa evasione è una branca dell'economia borghese di ogni tempo, particolarmente fiorente in epoche di crisi.

Ma esiste un'evasione fiscale a norma di legge, e anzi promossa dalla legge. È quella che domina il capitalismo italiano (e non solo) degli ultimi trent'anni. Mentre tutta la grande stampa parla di “insostenibile pressione fiscale” e tutti i partiti borghesi fanno a gara nel promettere la riduzione delle tasse, la tassazione dei redditi da capitale è in picchiata da venti anni, e quella sui redditi di lavoratori e pensionati è in salita.

Lavoratori e pensionati reggono sulle proprie spalle più dell'80% del carico fiscale complessivo. Il gettito dell'Irpef è in costante crescita dal 2008, sia in termini di prelievo nazionale che di addizionali regionali. In compenso le tasse sui profitti (Ires e Irap) hanno conosciuto una riduzione progressiva. I profitti delle grandi imprese (con oltre 500 dipendenti) passano dal 28,5% di imposta nel 2008 al 22,7% nel 2016. Quelle delle imprese medie (tra i 100 e i 500 dipendenti) passano dal 38% di tassazione del 2008 al 31,7 del 2016. In entrambi i casi il calo è proseguito negli anni successivi, in particolare con l'abbattimento dell'Irap.

Non solo. Le flat tax, promessa scandalosa della destra, sono un regime diffuso da decenni quando si parla di profitti e rendite. L'Ires, passata in un primo tempo dal 34% al 27,5% (nella legge finanziaria del 2007 di Romano Prodi e Paolo Ferrero), e successivamente portata al 24%, è una tassa piatta. L'aliquota è fissa indipendentemente dall'entità del profitto su cui applica. Così la tassa del 12,5% sugli interessi dei titoli di Stato, un'altra tassa piatta. Il prelievo è lo stesso sui BTP di un povero pensionato e sulla rendita finanziaria miliardaria di grandi banche. Non è un caso se tutti i redditi di capitale sono sottratti all'Irpef. Ed è significativa la complicità al riguardo di tutti i partiti borghesi, sia di quelli che vogliono un'estensione del privilegio fiscale dei ricchi a scapito del lavoro sia di quelli che a parole lo contestano ma difendono nei fatti il sistema vigente.

Ma c'è di più. I più grandi gruppi capitalisti che superano il fatturato di 10 miliardi hanno un regime fiscale separato. Negoziano direttamente con lo Stato le tasse da pagare. La cifra pattuita è forfettaria, e normalmente assai generosa. Il gruppo Campari e le grandi industrie alimentari del made in Italy sono al riguardo casi di scuola.

Poi ci sono settori capitalistici particolari che godono di vere e proprie esenzioni fiscali. È il caso degli armatori. L'Europa capitalista ha un ruolo guida in fatto di navi mercantili. Per garantirsi questo ruolo concede agli armatori l'ambito privilegio di non pagare le tasse. Si tratta della cosiddetta tonnage tax. La tassa è calcolata esclusivamente sul tonnellaggio netto delle navi, ed è tanto più bassa quanto più è alto il tonnellaggio. Per dare l'idea, la tonnage tax in Italia è di 0,0090 euro per tonnellata sino a mille tonnellate, si abbassa a 0,0020 euro a tonnellata sopra le 25000 tonnellate. Come si vede, cifre irrisorie, praticamente inesistenti, per di più inversamente proporzionali al volume della proprietà.

Questo regime fiscale scandaloso (difeso in Grecia dal governo Tsipras) diventa un furto sociale gigantesco nel contesto attuale.
Il 90% dei beni scambiati nel mondo viaggia su nave. L'accumulo di tonnellate di merci nei porti ha gonfiato i noli delle compagnie che non avevano stiva sufficiente per stare dietro alla domanda, passando da una media di 1200 dollari per trasporto di un container di fine 2019 ai 10,997 del settembre 2021. Le compagnie europee hanno realizzato 110 miliardi di utili netti su cui non hanno pagato alcuna tassa. Mentre i lavoratori e le lavoratrici non sanno come pagare bollette, mutui e alimenti.

La società borghese è un verminaio. Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lingua batte dove il dente duole

 


Prodi e Acerbo in singolar tenzone

29 Aprile 2021

Breve storia vera del PRC di governo, contro le storie riscritte a proprio uso e consumo

Un passaggio polemico di questi giorni tra Romano Prodi e Maurizio Acerbo getta un fascio di luce su vicende passate, ma anche sul presente e sul futuro (1).

L'episodio è noto. Romano Prodi ha accusato Salvini di essersi «bertinottizzato», cioè di aver assunto un ruolo di lotta e di governo simile a quello usato dal Partito della Rifondazione Comunista tra il 1996 e il 1998 verso il suo esecutivo. Bertinotti risponde attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano dicendo che quella di Prodi è un'ossessione compulsiva nei suoi confronti, e che in ogni caso la vicenda riguarda un'altra era geologica e non è il caso di tornarci. Maurizio Acerbo sente invece il bisogno di intervenire da segretario del PRC in difesa della «storia collettiva di un partito che democraticamente fece una scelta di coerenza andando controcorrente e pagando un prezzo enorme per aver detto la verità forse troppo in anticipo sui tempi». Il riferimento è alla scelta di ritirare il sostegno al governo Prodi nel 1998. Ma verità e coerenza, come vedremo, c'entrano davvero poco con la politica del PRC.

Acerbo (oggi) dichiara: «Se nel 1998 [...] Rifondazione Comunista decise di non continuare a regalare voti a un governo che privatizzava e precarizzava [...] [fu] perché quel governo portava avanti un impianto programmatico che andava contro gli interessi di lavoratrici e lavoratori, di precari e disoccupati, perché si operava una trasformazione liberista del centrosinistra seguendo i dettami dei trattati europei che Rifondazione ha il merito storico di aver criticato in anticipo. E se si vogliono proprio fare paragoni fu il suo governo ad attuare il blocco navale contro i profughi albanesi in maniera altrettanto più cruenta dei porti chiusi del leader leghista. Vogliamo ricordare l'unico caso di affondamento di un barcone di immigrati ad opera della marina militare?».

Nulla da eccepire sugli esempi. Potremmo aggiungerne altri. Ma disgraziatamente compromettono tutta l'impostazione del ragionamento di Acerbo. La prima domanda che essi richiamano non è “perché il PRC ruppe con Prodi?”, ma "perché il PRC sostenne per più di due anni un governo così antioperaio e persino criminale?".

Vediamo allora di ricostruire la vicenda raccontandola tutta e per bene. Anche e soprattutto a chi non l'ha vissuta in prima persona.

Nel 1996 Rifondazione Comunista realizzò un accordo politico di desistenza con il centrosinistra nelle elezioni politiche, con la prospettiva di appoggiare il suo governo. La sinistra rivoluzionaria all'interno del PRC si oppose frontalmente e da subito a questa scelta, denunciandone la natura e prevedendo il suo sbocco. La nostra opposizione a tale prospettiva era semplice. Il centrosinistra a guida Prodi era nato come punto di riferimento della grande borghesia italiana. Il suo programma era il programma del padronato, a partire dalla rivendicazione dei trattati di Maastricht. Un sostegno del PRC all'eventuale governo Prodi avrebbe significato appoggiare il governo del capitale contro le ragioni del lavoro, e ridurre a carta straccia lo stesso programma formale del partito.

Ma la maggioranza del gruppo dirigente tirò dritto. Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, con l'attivo sostegno di Paolo Ferrero e Marco Rizzo, entrarono nella maggioranza di governo e ne condivisero le responsabilità per oltre due anni. Due anni pesantissimi. Furono gli anni di massimo scardinamento delle conquiste e diritti del movimento operaio: introduzione del lavoro interinale (pacchetto Treu); record delle privatizzazioni in Europa; drastici tagli alla spesa sociale con finanziarie di lacrime e sangue pagate da sanità, lavoro, istruzione; istituzione dei campi di detenzione dei migranti con la legge Turco-Napolitano; militarizzazione del contrasto all'immigrazione coi barconi affondati dalla marina militare nello stretto di Otranto, come (oggi) lo stesso Acerbo ricorda. Tutto ciò che negli anni e decenni successivi avrebbe dilagato fu introdotto in Italia dal primo governo Prodi tra il 1996 e il 1998, sulla scia dei governi Amato (1992) e Dini (1995).

La domanda cui Acerbo dovrebbe rispondere è semplice: perché il PRC per due anni ha sostenuto la politica dei padroni contro gli operai e le ragioni degli oppressi che (oggi) lo stesso Acerbo denuncia? Perché per due anni la maggioranza dirigente del partito ebbe il coraggio di presentare come “finanziarie di svolta” le politiche di austerità e dei sacrifici che (oggi) lo stesso Acerbo descrive?

Il segretario di Rifondazione non solo ignora questi interrogativi elementari, ma complica ulteriormente la sua situazione con gli argomenti successivi: «Per due anni [Rifondazione Comunista] diede appoggio esterno con fin troppa generosità unitaria votando persino provvedimenti come il pacchetto Treu che andavano contro i suoi principi. Prodi pretendeva che Rifondazione supinamente accettasse un programma che non era il proprio...».

Ma Rifondazione aveva accettato e votato per due anni un programma che era l'opposto del proprio, cioè il programma del capitalismo italiano. L'aveva difeso pubblicamente coprendo la burocrazia sindacale e la concertazione. L'aveva difeso all'interno del partito attaccando frontalmente l'opposizione interna, colpevole di non valorizzare successi e risultati del PRC.
Persino il pacchetto Treu che (oggi) Acerbo scopre come contrario ai principi del PRC fu presentato allora nella Direzione Nazionale del partito come successo del gruppo dirigente a difesa dei lavoratori. Furono solo sette i voti contrari in Direzione, in uno scontro durissimo in cui la maggioranza dirigente di Bertinotti, Cossutta, Ferrero e Rizzo richiamò il dovere della disciplina.

Ciò che Romano Prodi «pretendeva» era semplicemente che il PRC proseguisse il cammino compiuto in due anni. Invece Bertinotti decise la rottura. Ruppe forse per ragioni di principio, dopo averle calpestate per due anni? No. La finanziaria del 1998 su cui si realizzò la rottura era oltretutto acqua e sapone rispetto a quella di lacrime e sangue che l'aveva preceduta, e che il PRC aveva elogiato.
Perché allora la rottura? Perché Bertinotti si era convinto che l'appoggio a Prodi era ormai logorato e che la maggioranza di governo richiedeva un ricambio. Fu l'operazione “Dalemone”, come allora la stampa borghese la chiamò. Era l'illusione che, caduto Prodi, il PRC avrebbe potuto negoziare un accordo più avanzato con un governo D'Alema, e presentare anzi come un proprio successo la nascita di un governo guidato da un ex dirigente del PCI. Ciò che Bertinotti non aveva calcolato era la scissione interna da destra di Cossutta, Diliberto e Rizzo, che privò il PRC della maggioranza del suo gruppo parlamentare, fondò il Partito dei Comunisti Italiani e gestì in proprio l'appoggio a D'Alema (bombardamenti su Belgrado inclusi), rendendo irrilevanti i numeri parlamentari ormai residuali del PRC, costretto per questa via all'opposizione.

Perché allora scaricare su Prodi la responsabilità della rottura del 1998? Prodi faceva il suo mestiere di uomo del padronato, quale era sempre stato, e sarà in seguito. Di certo altri non avevano fatto per oltre due anni i difensori dei lavoratori, figuriamoci quello di comunisti.

Peraltro il passaggio all'opposizione del PRC, obbligato dal fallimento dell'operazione Dalemone, non significò in alcun modo un cambiamento di rotta strategica del partito, come pensavano Maitan e Turigliatto (che giunse a parlare addirittura di una svolta rivoluzionaria del PRC). Tanto è vero che il PRC tornò al governo pochi anni dopo con un ministro (Ferrero), diversi sottosegretari, e un Presidente della Camera (Bertinotti). E tanto è vero che per altri due anni riprese la politica di lacrime e sangue del capitale, inclusa la famigerata riduzione delle tasse sui profitti (IRES) passata in un solo anno dal 34% al 27% con la finanziaria del 2007. Chi era il Presidente del Consiglio? Romano Prodi, naturalmente. La sola differenza col primo governo Prodi fu che il PRC era ancor più coinvolto, ancor più remissivo verso il centrosinistra di dieci anni prima. Anche perché doveva farsi perdonare da Prodi la rottura del 1998.

Qualche compagno del PRC obietterà: "d'accordo, avrete pure ragione, ma il partito ha fatto autocritica, basta rinfacciarci vecchi errori”.
Ma l'obiezione non coglie il punto. In primo luogo non si tratta di errori, ma del sostegno a governi padronali e alle loro politiche. O qualcuno può pensare che il voto a favore del lavoro interinale o delle missioni militari sia un errore sulla via del socialismo?
In secondo luogo, non c'è alcuna autocritica nelle parole di Acerbo. Al contrario. Attribuire a Prodi la responsabilità della rottura è non solo rimuovere il bilancio politico di una propria scelta (peraltro ripetuta), ma confermare indirettamente il canovaccio strategico di prospettiva che la ispirò.

Lo prova in modo incontestabile la parte conclusiva del testo di Acerbo: «[Prodi] rifiutò di accettare proposte come la riduzione d'orario di lavoro a parità di salario che in altri paesi come la Francia governi progressisti stavano approvando. [...] Biden per avere il sostegno di Sanders e Cortez ha dovuto far proprie una parte delle loro proposte e [...] il Portogallo, primo paese europeo a presentare il proprio Recovery Plan in Europa, è governato da un centrosinistra con appoggio esterno dei nostri compagni del PCP e del Bloco de Esquerda. Il centrosinistra italiano ha teso col maggioritario invece a radere al suolo la sinistra radicale negandone persino la legittimità delle ragioni».

Qui davvero il cerchio si chiude. L'esempio evocato da Acerbo dimostra infatti qual è la prospettiva strategica vera del gruppo dirigente del PRC: un governo borghese di centrosinistra che negozi con la sinistra cosiddetta radicale, e che quest'ultima possa appoggiare. Può essere un governo Jospin, che bombardò la Serbia col sostegno dei ministri del Partito Comunista Francese. Può essere l'amministrazione Biden, che gestisce con politiche keynesiane il più grande imperialismo del pianeta, col consenso attivo di Wall Street e (purtroppo) di Sanders. Può essere il governo Costa, che in Portogallo ha tagliato drasticamente gli investimenti pubblici col sostegno del Partito Comunista Portoghese e del Bloco de Esquerda. Non vengono citati il governo Tsipras, che ha gestito le politiche della Troika, o l'attuale governo Sanchez di Spagna, che sta negoziando con Podemos l'aumento dell'età pensionabile, ma sarà sicuramente una dimenticanza.

La verità è che chi non fa il bilancio del passato è destinato a ripeterlo. È sempre accaduto in tutta la storia del movimento operaio. Se l'orizzonte strategico del PRC, nonostante e contro l'esperienza di più di vent'anni, resta quello di un governo borghese progressista in cui compromettersi, un interrogativo di fondo dovrà pur porsi circa la riformabilità di quel partito.




(1) Rifondazione: Gravi dichiarazioni di Prodi, incapace di riflettere sui danni che ha fatto al paese, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46646

Partito Comunista dei Lavoratori

(Un altro) regalo di Natale ai capitalisti

 


In piena pandemia il governo detassa i fondi esteri

19 Dicembre 2020

Il paradiso fiscale per i capitalisti è l'inferno fiscale per i proletari

La stessa legge di stabilità che rifiuta le necessarie assunzioni di personale sanitario provvede a detassare ulteriormente i capitalisti. Dopo la continua discesa della tassa sui profitti (IRES) nel corso degli ultimi tredici anni (dal 34,5 al 20%); dopo la cancellazione della prima tranche dell'IRAP nel luglio del 2020 (per quasi 4 miliardi) a scapito della sanità pubblica e a vantaggio di tutte le aziende, anche di quelle che hanno maggiorato fatturato e utili (farmaceutica, informatica, alimentare, militare...), la nuova legge di stabilità dedica un pensiero di riguardo alle società estere che investono in Italia. I dividendi e le plusvalenze dei fondi esteri europei vengono infatti esentati da ogni tassazione. Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore (18 novembre) dà grande risalto al provvedimento, perché «eliminerà la discriminazione nei confronti dei fondi italiani, che beneficiano di un'esenzione totale da qualsiasi forma di trattenuta alla fonte».
Insomma un trionfo del principio di uguaglianza tra capitalisti, al di là dei confini nazionali. Del resto a cosa serve l'Unione Europea se non a garantire innanzitutto la libera circolazione di capitali esentasse?

Questo provvedimento misura una volta di più l'ipocrisia delle lamentele della stampa borghese circa l'esistenza di paradisi fiscali in Europa. Evidentemente non si tratta di privilegi da cancellare, ma da estendere. Del resto: estendendoli a tutti non cessano forse di essere privilegi? L'intera Unione Europea si fa paradiso fiscale dei ricchi nel nome della libertà e dell'uguaglianza. L'Italia semplicemente partecipa a questa gara per attrarre gli investimenti esteri in Borsa, evitando che si dirigano altrove. Questa concorrenza al ribasso tra tutte le aree continentali, e al loro interno, in fatto di tasse sui capitali, ha un preciso risvolto economico e sociale. Aumenta sempre più il debito pubblico degli stati capitalisti, e parallelamente mina le fondamenta stesse di ciò che resta del welfare: sanità, istruzione, pensioni, servizi sociali. Tutti massacrati negli ultimi quarant'anni per finanziare la detassazione dei profitti e gli interessi sul debito alle banche. Oggi la corsa continua con nuove detassazioni e nuovo debito da scaricare sui salariati, quelli che pagano l'80% delle tasse. Il paradiso fiscale per gli uni è l'inferno fiscale per gli altri.
I riformatori che sognano un capitalismo umano e giusto cercano un cerchio che si faccia quadrato. Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Immunità di capitale

L'altra faccia della pandemia

25 Maggio 2020
La crisi colpisce alcuni settori capitalistici e ne favorisce altri. Nel primo come nel secondo caso, i padroni sanno solo chiedere soldi
La grande crisi mondiale innescata dalla pandemia ha fatto la fortuna di alcuni settori capitalistici. I dati globali trimestrali sono chiarissimi. I grandi gruppi del Web hanno aumentato i propri ricavi del 17,4% e gli utili netti del 14,9%. La grande distribuzione rispettivamente del 9,1% e del 34,8%. Il settore farmaceutico del 6,1% e del 20,5%. L'elettronica del 4,5% e del 10%. L'industria alimentare del 2% (non sono riportati gli utili). Ovviamente i relativi comparti italiani hanno seguito il flusso. Miliardi a palate. Eppure sono anch'essi beneficiari del taglio di 4 miliardi dell'IRAP, sottratti alla sanità pubblica. E anch'essi ovviamente chiedono l'azzeramento totale dell'IRAP (12 miliardi) più un nuovo ribasso dell'IRES, la tassa sui profitti, già portata in tredici anni dal 34,5% al 20%. La favola del soccorso alle imprese in crisi in questo caso non regge.

In compenso, nonostante i profitti d'oro e i soldi presi dalla sanità, i capitalisti “beneficiati” approfittano spesso del paravento dell'emergenza per abbassare i “costi” del personale scaricandolo sulle casse pubbliche. È il caso di Carrefour, che sta facendo incassi alle stelle ma ha mandato 4472 dipendenti in cassa in deroga. Oppure di ArcelorMittal, che ha fatto operazione analoga con i propri lavoratori mentre si prepara ad abbandonare gli stabilimenti italiani dopo aver incassato tutto quello che c'era da incassare.
Poi troviamo anche altri casi, formalmente opposti, ma nei fatti analoghi: come quello di Jabil, che nel suo stabilimento di Marcianise rifiuta di ricorrere ad altre settimane di cassa per passare direttamente al licenziamento degli operai, nonostante il blocco dei licenziamenti formalmente in vigore. Oppure la Novolegno, che approfitta della pandemia per gettare su una strada i suoi lavoratori campani, nel mentre aumenta la produzione nel suo stabilimento friulano.

Non si tratta di casi. Si tratta di un sistema economico fondato sulla rapina. I profitti sono privati, le risorse di cui beneficiano sono pubbliche. Dunque sono pagate dagli stessi che col proprio lavoro mantengono chi li sfrutta. Ciò vale anche, come si vede, quando i profitti procedono a gonfie vele. A maggior ragione se poi subentra la crisi vera, come nel caso dell'automobile. FCA batte cassa per 6,5 miliardi, coperti da garanzie pubbliche a favore della banca che elargisce il prestito. E la stampa di sua proprietà rivendica il suo diritto a pagare le tasse a chi vuole (Olanda) e a distribuire un utile di oltre 5 miliardi agli azionisti. Un impegno “scolpito su pietra”, dichiara il giovane Agnelli. Come scolpiti su pietra sono stati gli impegni che tutti i governi hanno preso da un secolo a oggi per riempire il portafoglio della FIAT. Stessa storia per i Benetton, che controllano Atlantia, che controlla Autostrade. La quale oggi rivendica i miliardi “dovuti” del sostegno pubblico con la stessa naturalezza con cui li ha intascati per vent'anni.
Del resto, così fan tutti. La Germania versa dieci miliardi agli azionisti di Lufthansa, la Francia mette cinque miliardi nel portafoglio della Renault...

La conclusione è semplice. Altro che dimostrare scandalo per la rivendicazione comunista dell'esproprio del capitale! La nazionalizzazione delle grandi aziende sotto controllo dei lavoratori e senza indennizzo per i grandi azionisti significa semplicemente riprendersi ciò che i lavoratori hanno già pagato con decenni di regalie pubbliche e di sfruttamento. L'esproprio vero è quello che si compie ogni giorno ai loro danni da parte dei capitalisti. Solo una rivoluzione cambia le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori

Lo scambio tra il MES e la cancellazione dell'IRAP

I soldi del MES servono ai capitalisti italiani, altro che “subordinazione alla Germania”

Confindustria non tiene pudore.
Dopo essere stata determinante nella precipitazione dell'epidemia e delle morti in Lombardia, dopo aver dettato i tempi della ripresa produttiva in tutta Italia senza reali condizioni di sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici spesso persino sui terreni più elementari (mascherine, tamponi, test, riorganizzazione dei trasporti), ora i vertici di Confindustria non solo chiedono lo scudo penale sui casi di Covid-19 in azienda, ma rivendicano con rullo di tamburi la cancellazione dell'IRAP, cioè di quella tassa sulle attività produttive che in Italia finanza la sanità pubblica o ciò che ne resta.

«È ciò che serve in questo momento. La proposta più immediata, senza interventi a pioggia. È semplice ed automatica e si toglierebbe pure un adempimento. Abolirla è giusto eticamente, perché così si sostengono le imprese che finora hanno pagato le tasse» dichiara testualmente Emanuele Orsini, vicepresidente di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 12 maggio).
Ora, lasciamo perdere in questa sede chi paga le tasse e chi no, quando salariati e pensionati reggono l'80% del carico fiscale e la tassa sui profitti (IRES) è stata portata dal 34,5% a poco più del 20% nel giro di poco più di dieci anni. Invece vogliamo soffermarci sull'eticità della soppressione della principale fonte di sostegno del Servizio Sanitario Nazionale nel momento della più grande epidemia del dopoguerra. Dopo più di 30000 morti e centinaia di decessi tra medici e infermieri. Dopo la verifica devastante di decenni di tagli alla sanità richiesti prima di tutto da Confindustria.

Guardiamo le cifre. La soppressione dell'IRAP significa, secondo gli stessi calcoli confindustriali, la cancellazione di 9 miliardi annui di introito fiscale destinati alla sanità. Non proprio bruscolini. Nove miliardi travasati sui profitti, nel momento in cui ne occorrerebbero bel dodici in più solo per adeguare le postazioni di terapia intensiva.

Domanda: cosa vuole ancora tagliare Confindustria nel servizio sanitario nazionale?
Confindustria schiva la domanda imbarazzante con una replica preventiva: «Ha un senso ricorrere a tutte le risorse europee, a partire da quelle destinate alle spese sanitarie, in modo da liberare spazi nel bilancio italiano e recuperare risorse da destinare a politiche industriali. Eliminare l’IRAP, comunque, non vuol dire, sottrarre risorse alla sanità, si possono prevedere diverse fonti di finanziamento che sostengano le Regioni.»

E quali sarebbero, di grazia, le “diverse fonti di finanziamento” cui attingere? Non certo una patrimoniale sulle grandi fortune, che per i padroni è bestemmia. Non certo l'IRES, di cui hanno chiesto il continuo ribasso. Restano le “risorse europee”.
Ecco. La partita sul MES acquista ora un significato più chiaro. Perché i padroni chiedono in coro di ricorrere ai 36 miliardi del MES? Non per sottomettere la nazione alla Germania, o alla dittatura di Bruxelles, come blaterano gli ambienti nazionalisti reazionari e i sovranisti “di sinistra” a rimorchio, ma per l'interesse del proprio portafoglio tricolore. I miliardi del MES servono a finanziare di fatto la cancellazione dell'IRAP a vantaggio dei capitalisti italiani. Altro che investimenti sulla sanità.
Peraltro l'accordo sul MES parla non solo di spese sanitarie dirette ma anche indirette, guarda caso su precisa richiesta italiana. Significa che coi soldi del MES, oltre al taglio dell'IRAP verranno finanziati i costi delle riorganizzazioni aziendali connesse alla pandemia, dai dispositivi individuali alle sanificazioni. Il tutto naturalmente a debito, e dunque scaricando i costi, prima o poi, sulle tasse. Quelle pagate sempre più dai lavoratori e sempre meno dai capitalisti. E qui il cerchio si chiude.

Il nemico è in casa nostra, come dicevano i comunisti un secolo fa contro i propri sovranismi. È una linea di confine tanto più invalicabile oggi.
Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d'insieme. Doveva essere "la manovra del popolo", è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell'indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all'assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell'operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre). Siamo al punto che persino Matteo Renzi sulle colonne del Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact - cioè il patto col capitale finanziario - i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l'operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull'Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021. Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari”, o attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazzasalari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l'«abolizione della povertà», l'«orgoglio ritrovato dell'Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l'anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata. La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell'edilizia scolastica. Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previsti sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici. Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità. Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi. Si tagliano verticalmente, com'è noto, le spese per l'assistenza e l'integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro ne vengono decurtati da 18 a 24, su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All'altro capo della società le cose vanno diversamente. Le imprese incassano la deducibilità dell'Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l'ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro. Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65.000 euro nel 2019, e ai 100.000 nel 2020. Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell'aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d'interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l'intero edificio della società borghese. Nulla muterà per loro. Continueranno a pagare l'80% del carico fiscale. Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico. Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall'abolizione dell'articolo 18. Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l'uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell'organico aziendale). Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale. Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l'interrogativo su quale classe governerà l'Italia: se i padroni o i lavoratori.
2 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all'articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l'avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell'Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.
Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell' IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoro precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l'anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”... Infine l'annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l'ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l'offerta di un simile bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L'Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe... Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall'incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi; e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l'80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.
Sino a quando reggerà questa truffa?
10 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

La Confindustria sta con il Def di Di Maio

«Non è tanto importante lo sforamento del deficit quanto i risultati che ne deriveranno in fatto di uso intelligente delle risorse [...] Le nostre proposte non sono antitetiche ma complementari a quelle del governo». Con queste parole di Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, ha ufficialmente benedetto quel Documento di Economia e Finanza (Def) che Di Maio presenta, dal balcone di Palazzo Chigi, come “abolizione storica della povertà”. Come si spiega? Con una considerazione molto semplice: a differenza della sinistra sovranista, abbagliata dalla propaganda pentastellata, la Confindustria ragiona esclusivamente in termini di classe. È interessata, in altri termini, a quanto le entra in tasca, che non è poco, stando agli annunci e alle rassicurazioni ricevute.

Confindustria ha già incassato col Decreto dignità l'estensione dei contratti a termine, portati dal 20% al 30% dell'organico aziendale: un'estensione strutturale del precariato, altro che la sua Waterloo.
Ha già incassato la permanenza del Jobs act in fatto di distruzione dell'articolo 18, altro che la sua “abolizione”.
Ha incassato una soluzione vantaggiosa sulla questione Ilva, con la relativa riduzione degli organici, una compressione di diritti, e l'immunità giudiziaria della nuova proprietà sul versante ambientale, altro che la “salvezza di Taranto”.
Ora le viene promesso una nuova massiccia decontribuzione sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato, una ulteriore riduzione della tassa sui profitti (Ires), la stabilizzazione strutturale dei super-ammortamenti e degli incentivi all'Industria 4.0. In altre parole la conferma, la stabilizzazione, la maggiorazione delle regalie ricevute dai governi precedenti di ogni colore, ed in particolare da Renzi, Letta, Gentiloni. Una pioggia di miliardi, per di più strutturale. «Sembra che l'impianto tenga. Per noi è un fatto positivo» ha commentato Boccia. Come dargli torto?


ESTABLISHMENT E CONFINDUSTRIA 

Il governo giallo-verde non è certo nato come emanazione di Confindustria, ma Confindustria fa oggi al nuovo governo una indubbia apertura di credito. Sa di trovarsi di fronte a un governo potenzialmente stabile e di legislatura. Sa che non esistono a breve alternative politiche praticabili, di fronte al crollo delle opposizioni liberali. Dunque si prepara ad usare per l'inverno la legna che ha. Cerca di allargare i canali di dialogo col nuovo esecutivo, ed anzi avanza le proprie richieste “complementari”: aumento della dotazione del Fondo di Garanzia a favore delle imprese; detassazione dei premi di produttività; un nuovo codice degli appalti che lasci ancor più mano libera alle aziende (vedi Sole 24 Ore, 29 settembre). In altri termini, Confindustria batte cassa e rilancia su tutta la linea.

L'establishment nazionale europeista e i suoi giornali (La Repubblica, Il Corriere, La Stampa, Il Massaggero) contrastano il nuovo governo perché non si rassegnano alla propria decapitazione politica. E certo le posture plebee dei nuovi parvenu (vedi vicenda Casalino), la guerra dichiarata di posizione all'alta burocrazia statale (i “burocrati di merda” da estirpare), le ritorsioni giallo-verdi verso la stampa (tagli alla pubblicità e cancellazione dell'Ordine dei giornalisti), la promozione ovunque di propri fiduciari in ogni ruolo di responsabilità politica e amministrativa, dalla Consob alla magistratura, approfondiscono oggi questa linea di frattura, ben al di là della politica economica. Ma Confindustria si posiziona diversamente, fa altri calcoli, ha altri interessi. Non deve tutelare una propria rappresentanza nello Stato borghese, deve servirsi dello Stato borghese e di chi oggi lo guida, chiunque esso sia.


LA FALSA QUESTIONE DEL DEFICIT 

Le sinistre che accettano il dominio del capitale, salvo pretenderlo diverso da quello che è, hanno più volte enfatizzato in questi dieci anni la questione del deficit di bilancio come tema astratto di politica economica svincolandolo da ogni criterio di classe.

Ovviamente è vero che il Fiscal compact, la riduzione progressiva del deficit sul Pil, l'obiettivo del pareggio di bilancio, hanno rappresentato strumenti normativi funzionali a comprimere le condizioni di vita dei lavoratori e della popolazione povera. Ma non è vero l'inverso. Non è vero, cioè, che lo sforamento dei famigerati parametri europei rappresenti di per sé il metro di una svolta sociale. Lo può credere l'ex viceministro Fassina, oggi travolto dalla passione patriottica, che saluta il nuovo Def coma l'alba di una nuova storia. Ma i padroni, che sanno far di conto, ragionano in termini diversi: se lo sforamento del deficit al 2,4% per tre anni consecutivi consente di finanziare una nuova messe di regalie per i profitti, perché dovremmo impiccarci ai decimali? Peraltro i governi Renzi, Letta, Gentiloni, hanno fatto deficit superiori all'attuale deficit "rivoluzionario" per riempire il portafoglio di banche e imprese e dispensare mance elettorali, come quella degli 80 euro. Nel famigerato decennio 1997-2006 il deficit medio fu del 3,2, eppure mai come in quel decennio fu a tutto vantaggio dei padroni.


IL GOVERNO E IL PROPRIO BLOCCO SOCIALE 

Si obietterà: “Ma oggi è diverso, perché la nuova finanziaria è finalmente del popolo. Come non vedere che il nuovo deficit serve a finanziare reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero?”.

Diceva il vecchio Cartesio che una falsità è una verità incompleta. Certo il nuovo governo giallo-verde deve le proprie fortune di consenso, e dunque la propria forza politica, alle promesse sociali avanzate. Non vuole e non può ammainare le proprie bandiere se non al prezzo di suicidarsi. Ma questa è solo una faccia della verità. L'altra faccia è che lo stesso governo deve e vuole amministrare le leggi del capitale finanziario, che è e resta la potenza sociale dominante. Deve dunque garantire i profitti d'impresa, tutelare la competitività del capitalismo italiano sul mercato internazionale, difendere gli interessi del grande capitale; e ciò oggi significa ovunque non solo colpire le ragioni del lavoro (precarizzazione, disarticolazione dei contratti nazionali...) ma riservare al padronato una quota ingente delle risorse pubbliche (detassazione, decontribuzione, incentivi).

Qui sta allora la ragione materiale dello sforamento triennale del deficit al 2,4%: provare a tenere insieme le elargizioni generose al capitale con una mancia di elemosine sociali: difendere i padroni col consenso delle loro vittime. È il senso dell'intera operazione giallo-verde.


UN'IMPOSSIBILE QUADRATURA DEL CERCHIO 

Riusciranno nell'ardita impresa?
La vera domanda è per quanto tempo riusciranno a governare le contraddizioni interne al proprio (composito) blocco sociale. Capitalismo dei distretti e disoccupati del Mezzogiorno, pressioni nordiste e suggestioni populiste, esigenze elettorali e mercato finanziario. La legge di stabilità sarà al riguardo un primo banco di prova, al di là della pura cornice del Def.

Non volendo tassare il grande capitale, ma anzi promettendogli la più grande detassazione del dopoguerra nel corso di questa legislatura; non volendo combattere l'evasione fiscale, ed anzi annunciando nuovi e più estesi condoni, il governo giallo-verde può finanziare le proprie bandiere elettorali - reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero - solo in due modi: facendo più deficit e tagliando le spese. Non esiste una terza possibilità.

L'ampliamento del deficit non è indolore, tanto più nel momento in cui lo sforamento si combina col terzo debito pubblico del mondo, e tanto più nel momento in cui il debito pubblico italiano è in prevalenza nella pancia delle banche tricolori. Lo vediamo in questi giorni. Una parte dei fondi esteri vende i titoli italiani. I grandi creditori tengono i titoli o rinnovano il loro acquisto solo in cambio di rendimenti maggiori, nella classica logica degli strozzini. Se i rendimenti salgono si produce una contraddizione: le banche e assicurazioni, innanzitutto italiane, che ne detengono la gran parte incassano più soldi grazie alla crescita degli interessi (il decennale Btp viaggia tra il 3 e il 4%); ma al tempo stesso i titoli si svalutano e dunque si svaluta il capitale bancario che li possiede: da qui la caduta delle azioni bancarie in Borsa. In ogni caso, il governo si candida a pagare maggiori interessi sul debito agli strozzini, al punto che la solita crescita dei rendimenti tra marzo ed oggi ha comportato il costo aggiuntivo di 4-5 miliardi. Chi pagherà i costi del debito accresciuto? I proletari e la popolazione povera. Gli stessi che hanno pagato nell'ultimo decennio. Gli stessi ai quali il nuovo governo promette la felicità e l'abolizione della povertà.

In che forma pagheranno i proletari? Intanto caricandosi sulla schiena l'80% del carico fiscale, e poi attraverso il taglio inevitabile di prestazioni sociali e di servizi. Il Def maschera il dato, ma non può rimuoverlo. Ventisette miliardi saranno presi in deficit, dietro il pagamento degli interessi. Tredici miliardi sono conteggiati come “minori spese”. In termini meno aulici si chiamano tagli. E siccome i tagli che possano assicurare una simile cifra non sono certo l'abolizione dei vitalizi o il taglio del numero dei parlamentari (che servono solo a ingannare i gonzi), ma solo misure antipopolari di ampia gittata, è su queste che prima o poi, in una forma o in un'altra, calerà la scure: sanità, scuola, agevolazioni fiscali per famiglie di lavoratori e classe media. Di certo non pagherà la Difesa, che anzi rinnova missioni militari vecchie (Afghanistan) e nuove (Niger), a tutela dell'interesse dell'imperialismo tricolore e delle sue alleanze internazionali, come quella con Trump. Pagherà la classe operaia.


LE BANDIERE ELETTORALI SCOLORISCONO 

Non a caso le stesse bandiere elettorali, che pur sono rivendicate, stemperano col passare dei giorni i propri colori.

Il reddito di cittadinanza viene limitato alla sola fascia di povertà assoluta e ai soli italiani. I 17 miliardi annunciati si riducono a 10 miliardi, promessi a sei milioni e mezzo di persone, fanno mediamente 128 euro a testa, 4 euro al giorno. Sarebbe questa l'abolizione della povertà? Peraltro sempre più si chiarisce la natura stessa di questo reddito quale strumento di pressione per l'accettazione di lavoro precario, nella logica dei mini jobs tedeschi. Sarebbe questa la svolta promessa alla giovane generazione?

L'abolizione della legge Fornero si è già da tempo trasformata nella “quota cento”. Ma ora la stessa quota 100 sembra scolorire in una nuova formula che prevede il vincolo inaggirabile di 38 anni di contributi. Sicché nei fatti centinaia di migliaia di beneficiari potenziali dovranno attendere quota 101, 102, 103... Per non parlare delle penalizzazioni economiche in termini di riduzione dell'assegno, e del mantenimento del meccanismo di aumento delle aspettative di vita (con l'eccezione dello scatto del 2019). È quello che sta nella camicia di forza dei 7 miliardi previsti. Sarebbe questo il passaporto della “felicità”, come dice Salvini?

Resterà la valvola di sfogo della campagna contro gli immigrati, che non solo pagheranno col taglio delle spese per l'accoglienza, e con l'amputazione dei diritti, ma resteranno più che mai il bersaglio delle campagne Legge e Ordine verso cui dirottare la frustrazione sociale della massa. Del resto cosa c'è di meglio di una campagna a costo zero che assicura consenso a chi la promuove?

Un governo reazionario per elemosine sociali. Così abbiamo caratterizzato da subito il nuovo governo Salvini-Di Maio. A differenza dei tanti a sinistra che l'hanno abbellito o addirittura abbracciato, non dobbiamo cambiare la nostra caratterizzazione. Il “popolo” interclassista oggi plaude al governo. Liberare i proletari dall'influenza piccolo borghese, restituire loro una coscienza indipendente, è il cuore tanto più oggi di una politica rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Le donazioni a cinque stelle

 La discussione mediatica sulla vicenda delle mancate donazioni di parlamentari Cinque Stelle ha un carattere tanto grottesco quanto rivelatore.

L'aspetto più interessante non sta nella rivelazione della doppia morale o dell'ipocrisia delle persone coinvolte, che peraltro riflette come la punta di un iceberg la pasta mediocre del reclutamento istituzionale grillino. Sta invece nel sottotraccia implicito del confronto pubblico sulla questione.
Il sottotraccia comune sembra essere quello per cui le donazioni di un politico sono di per sé meritorie, misurano la sua autenticità, la sua lontananza dalla politica come mestiere. Da qui la rivendicazione da parte del M5S della propria diversità dagli altri partiti, a parte le fisiologiche mele marce.

Noi, che partiamo sempre da un'angolazione di classe, non populista, ci poniamo invece la domanda seguente: qual è il significato sociale del gesto politico delle donazioni?
La risposta è semplice. Le donazioni del M5S al fondo della piccola impresa segnalano il principale referente di classe del grillismo. Non conta l'importo irrisorio e simbolico della donazione. Conta la segnalazione del piccolo e medio padronato come base sociale prescelta dal M5S, come blocco di interessi su cui far leva. È lo stesso piccolo e medio padronato cui Di Maio sta promettendo peraltro ben più sostanziose “donazioni”, una volta al governo: abolizione di ciò che resta dell'Irap (che oggi finanzia la sanità pubblica), una ulteriore riduzione dell'Ires. Il tutto a carico dei salariati. Del resto, se Di Maio assume come esempio la riforma fiscale di Trump perché meravigliarsi?

E non si tratta solo di “piccolo” padronato. Se vuoi governare il sistema capitalista, tanto più in un paese a maturità imperialista come l'Italia, devi andare alla corte del grande capitale finanziario, cercare le sue benemerenze, guadagnarti il suo riconoscimento. È ciò che fa il buon Di Maio. Alla City di Londra non è andato a incontrare i piccoli padroni italiani, ma la grande finanza internazionale, i vertici delle grandi banche (anche italiane), il rapace mondo degli affari che gioca ogni giorno in Borsa. Offrendo tra l'altro alle banche l'impegno a incassare in tempi più celeri l'esproprio dei beni dei debitori insolventi. Il piccolo e medio padronato è dunque il bacino di relazioni e consenso che si vuol portare in dote al capitale finanziario, la classe che comanda davvero. La classe cui il M5S si prostra.

Lo scandalo non sta allora nelle mancate donazioni di qualche parlamentare ipocrita. Lo scandalo sta nella natura borghese di un M5S che chiede il voto ai salariati per continuare a donare ai loro padroni. Come gli altri partiti dominanti.

È la riprova che solo una sinistra rivoluzionaria può combattere da un versante di classe tutti i partiti padronali e i loro capi: Renzi, Berlusconi, Salvini, Di Maio. Solo un governo dei lavoratori può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio, la rivoluzione dei padroni

 “Via 4000 leggi nei primi giorni di governo” per favorire le imprese. “Via l'Irap”, già ribassata da Renzi, a favore delle imprese. “Via gli studi di settore”, a favore delle imprese. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (Ires), già ridotta drasticamente da Prodi (e Ferrero) e poi ancora da Renzi, col plauso entusiasta delle imprese. 
La campagna elettorale di Di Maio è un'appassionata dichiarazione d'amore per Confindustria e le libere professioni. Mira alla conquista del padronato del Nord, nel nome delle stesse identiche bandiere del berlusconismo e del renzismo, ma con lo slancio tipico degli ultimi arrivati.

Sarebbe Di Maio il candidato... antisistema?

In un paese in cui i padroni hanno ottenuto mani libere su lavoro e territorio (lo Sblocca Italia); in cui i profitti hanno beneficiato di una progressiva detassazione (-10% di Ires negli ultimi dieci anni); in cui il capitale finanziario evade ed elude sistematicamente il fisco, attraverso le banche, per più di cento miliardi ogni anno; in cui i grandi gruppi industriali e bancari patteggiano direttamente con l'Agenzia delle entrate agevolazioni ulteriori ed esenzioni (vedi per ultimo il caso Campari); in cui salariati e pensionati reggono l'80% del carico fiscale (+14% negli ultimi trent'anni)... il candidato Luigi di Maio rivendica una nuova legislazione a favore delle imprese. Del resto non ha forse applaudito la riforma fiscale di Trump e l'«esempio» Macron?

La verità è che il M5S sta dentro la deriva reazionaria che si è abbattuta sui lavoratori salariati. Ne è semplicemente una voce. Certo, è una “rivoluzione”. Ma è la rivoluzione dei padroni.
Partito Comunista dei Lavoratori

Soldi ai capitalisti, pagati dai lavoratori


Respingiamo la Legge di stabilità! Occorre un vero sciopero generale!


13 Novembre 2017
Testo del volantino nazionale a cura del Partito Comunista dei Lavoratori
La “nuova” legge di stabilità varata dal governo Gentiloni-Renzi conferma la linea di anni e decenni: regali fiscali ai padroni pagati dai lavoratori.

Un governo che ha già stanziato 20 miliardi a favore delle banche destina altri miliardi a favore dei capitalisti sotto forma di decontribuzioni, superammortamenti, iperammortamenti...
“Sono incentivi ad assunzioni e investimenti”, dichiarano. Falso. I fatti dimostrano che la pioggia di miliardi già regalati ai padroni col Jobs Act non ha moltiplicato i posti di lavoro, ma il precariato e la ricattabilità dei nuovi assunti. L'unico risultato delle regalie ai capitalisti è stato il gonfiamento dei loro profitti. La nuova finanziaria Gentiloni prevede non a caso che dal 2019 scatti una imposta sul reddito d'impresa, calcolata separatamente, equiparata all'IRES (24%) e dunque ulteriormente ribassata. Nuovi miliardi ai padroni. Mentre ogni anno si continua a pagare 70 miliardi di soli interessi sul debito pubblico alle banche rapinatrici che lo comprano.

Chi paga il conto di tutto questo bengodi? I lavoratori, i precari, i disoccupati. Innanzitutto con l'aumento progressivo e scandaloso dell'età pensionabile. Poi con la polverizzazione dei contratti dei lavoratori pubblici. Poi col taglio dei trasferimenti pubblici ai comuni. Poi col definanziamento progressivo della sanità pubblica, che vede calare di un miliardo l'anno il fondo sanitario nazionale rispetto al suo fabbisogno, mentre undici milioni di persone non sono più in grado di curarsi. Per di più i capitalisti fanno del taglio al welfare pubblico un'ulteriore occasione di lucro grazie al business del nuovo “welfare aziendale”: meno salario in busta paga, meno tasse. Una partita di giro senza fine in cui vince solo il profitto a spese del lavoro.

Perché accade tutto questo? “Perché i lavoratori sono deboli”, dice l'opinione borghese progressista. Falso. I lavoratori salariati in Italia sono 17 milioni. Questa sarebbe “debolezza”? La verità è che la forza enorme di 17 milioni di proletari viene congelata, frammentata, dispersa da una burocrazia sindacale che non fa nulla, e che spesso negozia coi loro padroni il peggioramento della condizione dei lavoratori, moltiplicando di fatto rassegnazione e sfiducia, terreno di pascolo ideale per le campagne xenofobe di Lega e M5S, leva ulteriore di divisione tra gli sfruttati.

Questo scandalo deve finire. È necessario unire i lavoratori del settore pubblico e privato in un vero sciopero generale che getti sul piatto della bilancia la forza del lavoro. A partire dall'obiettivo unificante della cancellazione della legge Fornero, dell'abbassamento dell'età pensionabile, della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga. Il lavoro che c'è sia ripartito tra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. Si esproprino le aziende che licenziano, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Si definisca un grande piano di nuovo lavoro, a partire dal riassetto del territorio, finanziandolo con l'abolizione del debito pubblico verso le banche e la nazionalizzazione delle banche. Paghi chi non ha mai pagato!

Il tempo della ritirata deve finire. Solo una lotta radicale e di massa può strappare risultati e aprire la via di un'alternativa politica vera. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e la loro organizzazione. Un governo che liberi la società dalla prigione del capitalismo, un sistema sociale fallito.
Partito Comunista dei Lavoratori