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Jabil di Marcianise (Caserta), ennesima multinazionale che licenzia

Piena solidarietà alle lavoratorici e ai lavoratori della Jabil Circuit Italia dello stabilimento di Marcianise
La lotta di tutti i lavoratori dello stabilimento di Marcianise della Jabil ha la piena solidarietà del PCL.
Non siamo in presenza di un caso isolato. In tutta Italia, nel settore privato come nel settore pubblico stanno dilagando licenziamenti, delocalizzazioni, cessioni di ramo d’azienda, chiusure indiscriminate: i casi Whirlpool, Mercatone Uno, Ilva, Almaviva, Knorr… solo per citare i più recenti.
I padroni fanno ciò che vogliono e il governo regala loro un altro taglio alle tasse nei profitti e regala centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche (pagate dai lavoratori) per poi lasciare delocalizzare e licenziare centinaia di lavoratori.
Governi di ogni colore hanno offerto legislazioni favorevoli ai padroni, aventi come unico obiettivo l’attacco al costo e al valore del lavoro: Pacchetto Treu del 1997; Decreto Sacconi 368/2001; legge Biagi 30/2003; riforma Fornero 92/2012; decreto Poletti 78/2014; Jobs Act 81/2015.
Dicevano: meno diritti, più crescita. Abbiamo solo meno diritti, più povertà, più disuguaglianze.
La chiamano pace sociale. È solo la loro pace che consente di continuare a fare profitto sulle spalle dei lavoratori.
È arrivata l’ora di fare pulizia: il lavoro è la questione fondamentale del nostro tempo. Ma se questa offensiva dilaga è perché le tante lotte di resistenza, come quella della Jabil, sono state abbandonate, soprattutto da chi doveva guidare, organizzare ed attuare queste lotte.
Riapriamo una nuova radicale stagione di lotta, unitaria, di tutte le categorie, con la speranza che questa presa di coscienza collettiva possa diffondersi e raggiungere i tanti, i molti che hanno diritto ad un riscatto. Altrimenti non sarà lavoro, ma solo sfruttamento.
Ecco perché rivendichiamo la proclamazione di uno sciopero generale ad oltranza, sostenuto da questo programma:

– Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano, licenziano e che violano i diritti dei lavoratori
– Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarizzazione, ritorno dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori
– Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di € 1,500
– Parità di diritto tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

È pertanto necessario battersi per la prospettiva di un altro modello di società, basato sulla forza dei lavoratori e che risponda alle esigenze ed ai bisogni delle classi lavoratrici, ossia dell’immensa maggioranza della popolazione.
Altrimenti non sarà lavoro, ma solo sfruttamento.
Giovanni Ferraro


La fredda primavera della CGIL

Per sabato 6 maggio la CGIL ha indetto una manifestazione nazionale a Roma a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”, un nuovo Statuto dei lavoratori, nato dalla capitolazione della CGIL al Jobs Act. Una manifestazione lanciata sottotono e in assenza di un programma di mobilitazioni, dentro un percorso della CGIL segnato ormai da tempo dall’abbandono del conflitto e dalla mancanza di una strategia sindacale che si fondi sui bisogni materiali dei lavoratori, e che sia in grado di portare miglioramento alle condizioni del lavoro salariato e di conquistare diritti e salari.
L’affidamento che la CGIL pone ad un parlamento borghese non solo porterà a dubbi risultati in termini di riconquista di qualche diritto, ma addirittura potrebbe essere dannosa per la coscienza della classe operaia. La stessa Carta dei diritti è nata nel segno della debolezza perché è costruita sull’impianto del Testo unico sulla rappresentanza, che accresce diritti e prerogative delle organizzazioni sindacali a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici, che vedono, per esempio, vincolata la possibilità di opporsi e scioperare contro gli accordi a favore dell’esigibilità padronale; e perché non si prefigge la riconquista dell’art. 18 con l’eliminazione del Jobs Act e di tutte le leggi precarizzanti.

Una manifestazione depotenziata dalla sospensione della campagna – per quanto debole nello svolgimento e nei contenuti - sui tre referendum, quello sull’articolo 18, bocciato dalla Corte Costituzionale che ha giudicato errata la formulazione del quesito, quello sull’abolizione dei voucher e quello sulla responsabilità solidale negli appalti, superati nei fatti da un decreto legge che il governo ha varato per paura di una ulteriore sconfitta, dopo quella subita per il referendum costituzionale.

La CGIL festeggia per quello che giudica un suo successo, ma la verità è che la cancellazione dei voucher, senza la soppressione di tutte le leggi che precarizzano il lavoro, è insufficiente; il governo è già impegnato ad aggirare l’ostacolo con altre proposte legislative (si è già parlato non a caso di introdurre forme di lavoro precario come i mini jobs). La stessa campagna di raccolta firme per i referendum è stata peraltro condotta nel vuoto più totale della mobilitazione, e nei fatti, dopo la resa davanti al pesante attacco padronale e governativo, questa manifestazione si prefigura come l’ennesima sfilata che rischia di incrementare la passivizzazione della classe lavoratrice. Se si aggiunge che la CGIL è lontana anche da qualsiasi mobilitazione sociale, come ha dimostrato per esempio con il rifiuto di proclamare lo sciopero generale in occasione dello sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo, il quadro che ne esce mostra una grande debolezza e inconsistenza di questa iniziativa. In questi anni, grazie al sistematico tradimento della direzione maggioritaria del movimento operaio i lavoratori hanno subito enormi arretramenti.

Un peso non indifferente lo hanno le responsabilità delle burocrazie sindacali, soprattutto della CGIL, per il ruolo storico di consenso e rappresentanza che ha avuto questo sindacato nelle grandi masse di lavoratori. Ogni passo indietro della CGIL ha contribuito all’arretramento della coscienza collettiva. Il perseguire di politiche di accomodamento e compatibilità, accompagnato da pratiche di frantumazione delle lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte. Bisogna invertire la rotta e liberare le potenziali forze dei lavoratori.

Nella stagione passata i lavoratori francesi nonostante l’assenza di una direzione realmente conseguente sono stati in grado di mobilitarsi contro il Jobs Act d’oltralpe, e dentro un quadro di isolamento nel contesto europeo hanno subito una battuta d’arresto; mentre in Italia la CGIL aveva già capitolato al governo e al padronato. Anche nel nostro Paese ci sono stati e ci sono tuttora importanti episodi di resistenza che vengono da ampi settori di classe. Basti pensare alla resistenza dei lavoratori Almaviva, alla campagna per il no nel rinnovo del CCNL metalmeccanico, che ha ottenendo un risultato del 40% nelle grandi fabbriche, alle lotte della logistica, agli scioperi in Fincantieri a Palermo, e per ultimo lo straordinario risultato del referendum Alitalia, in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno respinto l’ennesimo accordo capestro. Serve dare una svolta alle lotte. Questi segnali di resistenza non possono essere lasciati soli ad affrontare lo scontro di classe. Serve fare un salto di qualità dotandosi di un programma efficace per contrastare le nostre controparti e unificando le numerose battaglie disperse.

Bisogna organizzare una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei posti di lavoro per varare un piano di lotta efficace, sostenuto da parole d’ordine che devono essere tanto radicali quanto radicale è l’aggressione in atto, e che sia in grado di mobilitare milioni di salariati e sfruttati contro il padronato e il governo.

Ritiro di tutte le leggi precarizzanti (dal pacchetto Treu al Jobs Act); riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; rivendicazione di un salario sociale per i disoccupati e per chi è in cerca di una occupazione; blocco dei licenziamenti; esproprio senza indennizzo delle aziende che chiudono e licenziano, comprese le società dei trasporti (Trenitalia e Alitalia), con la rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora, devono essere parte del piano di lotta. È necessario mettere in campo una mobilitazione prolungata, radicale e di massa, sostenuta da una cassa di resistenza nazionale per finanziare gli scioperi. Bisogna arrivare ad un vero sciopero generale ad oltranza, perché è l'unica via capace di opporre una resistenza reale all'aggressione sociale di padronato e governi. L'unica via che può realmente incidere sui rapporti di forza e strappare risultati.
Queste rivendicazioni e questo piano di lotta dovrebbero fare parte del programma messo in campo da un sindacato combattivo e di classe.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, attraverso i propri militanti, è impegnato ogni giorno in ogni fronte di lotta, dentro i sindacati conflittuali e dentro la CGIL, per portare avanti questo programma, consapevoli che solo una lotta che metta in discussione il sistema capitalistico può essere il primo passo per la liberazione di tutti gli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Almaviva, migranti, Trump: le recenti prese di posizione del M5S

Il commentario politico si è occupato in questi mesi delle disavventure di Virginia Raggi e della guerra per bande che attraversa il M5S. Tema sicuramente interessante, su cui siamo già intervenuti. Ma l'aspetto più clamoroso, passato invece in sordina, riguarda le posizioni pubblicamente assunte dal M5S in relazione a temi dirimenti della lotta di classe. Nazionali e internazionali. Ne ricordiamo tre.

La prima concerne Almaviva. Di fronte all'infame licenziamento di 1600 lavoratori e lavoratrici romane, Luigi di Maio assolve l'azienda e mette sul banco degli imputati la CGIL. Non per criticare, come qualche ingenuo potrebbe pensare, la gestione sindacale nazionale della vicenda o la linea sindacale in generale, ciò che dal nostro punto di vista sarebbe ed è doveroso. Ma per mettere in discussione ancora una volta il sindacato in quanto tale. «La vicenda Almaviva dimostra che la rappresentanza collettiva dei lavoratori non ha alcun senso. È ora che ogni lavoratore inizi a rappresentarsi da solo». Testuale. Invece di rivendicare un sindacato che faccia con coerenza il proprio mestiere, Di Maio vuole proprio abolire il mestiere del sindacato. Ai 1600 lavoratori licenziati il futuro candidato premier dei 5 Stelle offre la solitudine individuale della disperazione. Cioè la condizione cui l'ha costretti l'azienda. Magari, forse, un domani ammortizzata da un miserabile... reddito di cittadinanza. Non è un caso che il Grillo natalizio, in lussuosa vacanza a Malindi, abbia sentito il bisogno di elogiare pubblicamente «la povertà» come nuovo stile di vita. Un vero profumo di francescanesimo.

La seconda riguarda l'immigrazione. Subito dopo gli atroci attentati terroristici di Berlino, Beppe Grillo ha sentenziato: «Ora basta. Tutti i migranti che non hanno diritto all'asilo devono essere rimpatriati. Domani stesso, senza perdere un'ora». Neppure Salvini era giunto a tanto. Grillo rivendica la deportazione immediata di massa di uomini, donne, bambini, in fuga dalla fame, dall'oppressione, dalla morte. Altro che “migranti economici”!. La linea di marcia è quella stessa del governo Gentiloni e del suo ministro degli interni Minniti, che ha inaugurato una vera e propria campagna di retate in tutta Italia alla caccia di migranti irregolari senza permesso di soggiorno per compilare la lista dei rimpatri forzati. Invece di punire chi li sfrutta in nero e di regolarizzare le condizioni degli sfruttati, Minniti compila la lista degli sfruttati da cacciare (e da ammassare nel frattempo nei nuovi lager dei CIE). Appaltando intanto al governo di Tripoli e ai governi africani il lavoro sporco di blocco e segregazione dei disperati alla partenza, in cambio della regalia di miliardi... pagati dai lavoratori italiani. Lo stesso lavoro sporco prezzolato già appaltato a Erdogan nei Balcani, a spese dei lavoratori europei. Il M5S, sulla scia di Minniti e Salvini, gioca semplicemente allo scavalco della peggiore xenofobia.

La terza concerne il pubblico posizionamento di Beppe Grillo e del M5S verso Trump. Il peggior arnese reazionario della storia americana è giudicato da Grillo «un uomo di pace» e «un grande uomo di Stato» «al pari di Putin». Portatore di «distensione» nel mondo. Incredibile.
Trump vuole costruire un muro invalicabile contro i migranti messicani, a tutto vantaggio delle mafie criminali di frontiera. Annuncia la cancellazione dei pochi vantaggi sociali dell'Obamacare, a beneficio delle compagnie di assicurazione. Rivendica la guerra commerciale alla Cina e una svolta protezionista della politica economica USA, col prevedibile rincaro delle importazioni a spese dei salari americani, e le inevitabili ritorsioni speculari dei paesi colpiti a danno dei posti di lavoro americani. Rivendica l'appoggio incondizionato al corso coloniale dello Stato sionista d'Israele, cioè alla guerra contro i palestinesi. Annuncia la possibile revoca dell'accordo sul nucleare con l'Iran. La possibile distensione con la Russia di Putin è in funzione di questa politica reazionaria. “Rifare grande l'America” è il nuovo inno sciovinista dell'imperialismo americano, su cui cercano di montare tutti i peggiori populismi reazionari d'Europa, alla ricerca di benefici elettorali e di legittimazione politica internazionale. Poteva mancare il M5S?

A tutti coloro che a sinistra continuano a beatificare il grillismo, o a caratterizzarlo a “luci e ombre”, o addirittura ad assumerlo a propria sponda politica, risponde ancora una volta la realtà dei fatti: quella di una forza reazionaria di massa, nemica dei lavoratori e degli oppressi. Una verità che solo il PCL, a sinistra, ha sin dall'inizio denunciato controcorrente.

Partito Comunista dei Lavoratori



Telecom: giù le mani dai contratti!

Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero del 13 dicembre

Mentre gli utili del gruppo Telecom nei primi 9 mesi del 2016 sono aumentati di 477 milioni di euro (profitti derivanti dallo sfruttamento della manodopera salariata), lorsignori del Consiglio di Amministrazione e dirigenti pensavano bene di incrementarli dando la disdetta del contratto aziendale. Disdetta che segue il continuo peggioramento delle condizioni di lavoro: aumento dei turni e modifica degli orari di lavoro, taglio del PDR (premio di risultato), contratti di solidarietà pagati con riduzioni di salario, esternalizzazioni di attività.
Questa iniziativa padronale si accompagna alla crisi occupazionale in molteplici aziende del settore delle telecomunicazioni (valga per tutte il call center di Almaviva); gare di appalto al massimo ribasso.
In risposta a questa situazione, appoggiati dal sindacalismo di base e autonomo, i lavoratori si sono autorganizzati dando vita a scioperi e a manifestazioni su tutto il territorio nazionale.
Con la scesa in campo dei sindacati di settore di CGIL-CISL-UIL si è realizzato per il momento il fronte unico sindacale per una risposta unitaria dei lavoratori. Lo sciopero del 13 dicembre è il frutto di questa unità, ma bisogna andare avanti fino al raggiungimento degli obiettivi:

- NO alla disdetta del contratto aziendale,

- NO alle esternalizzazioni di attività,

- NO all’unilateralità delle modifiche degli orari di lavoro,

- NO al demansionamento 


Ma anche NO alla controriforma voluta dal governo Renzi e Confindustria, battendosi per la non applicabilità nei contratti di lavoro dello Jobs act e dei controlli individuali a distanza, facendo perno per la difesa dell’occupazione alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Per avere dei risultati bisogna non solo resistere un minuto di più del padrone, istituendo una cassa economica di resistenza; occorre che i lavoratori più attivi e i sindacati di base si facciano carico di estendere l’autorganizzazione dei lavoratori all’interno del gruppo TIM, per poi allargarlo al settore delle telecomunicazioni e a tutti i settori in crisi e in lotta per i contratti. Così organizzati, costruire una piattaforma che unisca tutti i lavoratori, precari, disoccupati, capace di imporre una soluzione che cancelli tutte le leggi sulla precarietà, riduca l’orario di lavoro a parità di salario come risposta alla disoccupazione, e che sia in grado di dare una svolta economica e sociale a favore del mondo del lavoro.
Il PCL è a fianco dei lavoratori in lotta e si batte per la prospettiva anticapitalistica di uscita dalla crisi, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro organizzazione e la loro forza per costruire una nuova società, alternativa a questa, basata sulla voracità del capitale.
Partito Comunista dei Lavoratori
P.s.: volantinaggio al  concentramento di martedì 13 dicembre ore 10:00 piazza XX settembre Bologna