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La fredda primavera della CGIL

Per sabato 6 maggio la CGIL ha indetto una manifestazione nazionale a Roma a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”, un nuovo Statuto dei lavoratori, nato dalla capitolazione della CGIL al Jobs Act. Una manifestazione lanciata sottotono e in assenza di un programma di mobilitazioni, dentro un percorso della CGIL segnato ormai da tempo dall’abbandono del conflitto e dalla mancanza di una strategia sindacale che si fondi sui bisogni materiali dei lavoratori, e che sia in grado di portare miglioramento alle condizioni del lavoro salariato e di conquistare diritti e salari.
L’affidamento che la CGIL pone ad un parlamento borghese non solo porterà a dubbi risultati in termini di riconquista di qualche diritto, ma addirittura potrebbe essere dannosa per la coscienza della classe operaia. La stessa Carta dei diritti è nata nel segno della debolezza perché è costruita sull’impianto del Testo unico sulla rappresentanza, che accresce diritti e prerogative delle organizzazioni sindacali a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici, che vedono, per esempio, vincolata la possibilità di opporsi e scioperare contro gli accordi a favore dell’esigibilità padronale; e perché non si prefigge la riconquista dell’art. 18 con l’eliminazione del Jobs Act e di tutte le leggi precarizzanti.

Una manifestazione depotenziata dalla sospensione della campagna – per quanto debole nello svolgimento e nei contenuti - sui tre referendum, quello sull’articolo 18, bocciato dalla Corte Costituzionale che ha giudicato errata la formulazione del quesito, quello sull’abolizione dei voucher e quello sulla responsabilità solidale negli appalti, superati nei fatti da un decreto legge che il governo ha varato per paura di una ulteriore sconfitta, dopo quella subita per il referendum costituzionale.

La CGIL festeggia per quello che giudica un suo successo, ma la verità è che la cancellazione dei voucher, senza la soppressione di tutte le leggi che precarizzano il lavoro, è insufficiente; il governo è già impegnato ad aggirare l’ostacolo con altre proposte legislative (si è già parlato non a caso di introdurre forme di lavoro precario come i mini jobs). La stessa campagna di raccolta firme per i referendum è stata peraltro condotta nel vuoto più totale della mobilitazione, e nei fatti, dopo la resa davanti al pesante attacco padronale e governativo, questa manifestazione si prefigura come l’ennesima sfilata che rischia di incrementare la passivizzazione della classe lavoratrice. Se si aggiunge che la CGIL è lontana anche da qualsiasi mobilitazione sociale, come ha dimostrato per esempio con il rifiuto di proclamare lo sciopero generale in occasione dello sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo, il quadro che ne esce mostra una grande debolezza e inconsistenza di questa iniziativa. In questi anni, grazie al sistematico tradimento della direzione maggioritaria del movimento operaio i lavoratori hanno subito enormi arretramenti.

Un peso non indifferente lo hanno le responsabilità delle burocrazie sindacali, soprattutto della CGIL, per il ruolo storico di consenso e rappresentanza che ha avuto questo sindacato nelle grandi masse di lavoratori. Ogni passo indietro della CGIL ha contribuito all’arretramento della coscienza collettiva. Il perseguire di politiche di accomodamento e compatibilità, accompagnato da pratiche di frantumazione delle lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte. Bisogna invertire la rotta e liberare le potenziali forze dei lavoratori.

Nella stagione passata i lavoratori francesi nonostante l’assenza di una direzione realmente conseguente sono stati in grado di mobilitarsi contro il Jobs Act d’oltralpe, e dentro un quadro di isolamento nel contesto europeo hanno subito una battuta d’arresto; mentre in Italia la CGIL aveva già capitolato al governo e al padronato. Anche nel nostro Paese ci sono stati e ci sono tuttora importanti episodi di resistenza che vengono da ampi settori di classe. Basti pensare alla resistenza dei lavoratori Almaviva, alla campagna per il no nel rinnovo del CCNL metalmeccanico, che ha ottenendo un risultato del 40% nelle grandi fabbriche, alle lotte della logistica, agli scioperi in Fincantieri a Palermo, e per ultimo lo straordinario risultato del referendum Alitalia, in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno respinto l’ennesimo accordo capestro. Serve dare una svolta alle lotte. Questi segnali di resistenza non possono essere lasciati soli ad affrontare lo scontro di classe. Serve fare un salto di qualità dotandosi di un programma efficace per contrastare le nostre controparti e unificando le numerose battaglie disperse.

Bisogna organizzare una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei posti di lavoro per varare un piano di lotta efficace, sostenuto da parole d’ordine che devono essere tanto radicali quanto radicale è l’aggressione in atto, e che sia in grado di mobilitare milioni di salariati e sfruttati contro il padronato e il governo.

Ritiro di tutte le leggi precarizzanti (dal pacchetto Treu al Jobs Act); riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; rivendicazione di un salario sociale per i disoccupati e per chi è in cerca di una occupazione; blocco dei licenziamenti; esproprio senza indennizzo delle aziende che chiudono e licenziano, comprese le società dei trasporti (Trenitalia e Alitalia), con la rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora, devono essere parte del piano di lotta. È necessario mettere in campo una mobilitazione prolungata, radicale e di massa, sostenuta da una cassa di resistenza nazionale per finanziare gli scioperi. Bisogna arrivare ad un vero sciopero generale ad oltranza, perché è l'unica via capace di opporre una resistenza reale all'aggressione sociale di padronato e governi. L'unica via che può realmente incidere sui rapporti di forza e strappare risultati.
Queste rivendicazioni e questo piano di lotta dovrebbero fare parte del programma messo in campo da un sindacato combattivo e di classe.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, attraverso i propri militanti, è impegnato ogni giorno in ogni fronte di lotta, dentro i sindacati conflittuali e dentro la CGIL, per portare avanti questo programma, consapevoli che solo una lotta che metta in discussione il sistema capitalistico può essere il primo passo per la liberazione di tutti gli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'SGB alla prova del suo primo congresso







 Verso una ricomposizione di una  parte del sindacalismo di base

24 Gennaio 2017
Ad un anno dall'uscita da USB e alla presenza di osservatori della CUB, si è svolto un Congresso non rituale, con l'obiettivo di marciare verso una ricomposizione di almeno una parte del variegato mondo del sindacalismo di base. Gran parte del dibattito è stata occupata dal rapporto con la CUB e si è parlato di confluenza, anche se non a breve termine. Una sessione specifica del Congresso è stata dedicata all'analisi del Testo Unico sulla Rappresentanza, con la consapevolezza che in molti posti di lavoro del settore privato chi non lo ha firmato non avrà una rappresentanza sindacale riconosciuta dalla controparte
Ad un anno dall'uscita dall'Unione Sindacale di Base (USB) si è svolto il 1° Congresso del Sindacato Generale di Base (SGB).
Alla presenza di due osservatori della CUB, con la quale sin dalla sua nascita SGB si è federata, i quasi cento delegati hanno discusso appassionatamente del futuro del sindacalismo di base, mettendo in luce le difficoltà di una situazione nella quale la drammaticità del quadro economico-sociale fa il paio con l'assenza di un conflitto generalizzato ("Bisogna umilmente fare i conti con la realtà, rimboccarsi le maniche e costruire gli strumenti necessari affinché ciò possa avvenire, sapendo che non esistono scorciatoie", si è detto nella relazione introduttiva).

La firma dei nuovi contratti di lavoro, a partire da quelli dei metalmeccanici e dell'igiene urbana, certifica la fine del contratto nazionale a favore di quello di secondo livello, che lega i salari alla produttività, derogando casomai in peggio su contenuti economici e normativi; accanto a ciò si fa strada il concetto di "welfare aziendale", sostitutivo di quello pubblico, prodromo di una distruzione del servizio sanitario universale.
Questa stagione contrattuale concretizza i contenuti degli accordi interconfederali degli anni passati, recepiti integralmente dal Testo Unico sulla Rapperesentanza (TUR) che, vietando la lotta e lo sciopero, "decreta il passaggio dalla ormai inutile concertazione, alla complicità sindacati-padroni".

Una sessione specifica del Congresso è stata dedicata alla conoscenza degli elementi specifici del TUR, con la collaborazione di due legali, che hanno informato sulle possibilità di esercitare attività sindacale, mantenendo il rifiuto di firmare un testo profondamente invalidante per chi si propone di costruire un sindacato di classe.

Gran parte della discussione congressuale è stata occupata dal rapporto con il sindacato al quale SGB si è federata, cioè la CUB, ai cui due osservatori va attribuito il merito di non aver svolto interventi di circostanza, ma di aver sollecitato un rapporto di collaborazione costante, fino a parlare di confluenza di SGB nella CUB, il cui gruppo dirigente si sta inevitabilmente svecchiando.
Tuttavia esistono ancora (e nessuno se lo è nascosto) divergenze più o meno profonde, a partire da quelle organizzative (modello intercategoriale, come quello di SGB, o modello categoriale, come quello della CUB?).
Se da un lato bisogna dare atto al "vecchio" gruppo dirigente di aver resistito in questi ultimi tre anni al canto delle sirene della firma del TUR (cosa per niente scontata, come dimostra la capitolazione di USB che, vincolata dal TUR, non può far scioperare, pena sanzioni, i lavoratori contro il contratto dell'igiene urbana), dall'altro permane ancora una concezione di autosufficienza, che non permette alla CUB anche solo di prendere in considerazione momenti comuni con le altre organizzazioni sindacali di base, pur nella diversità di posizioni. Certo, non soltanto per responsabilità della CUB.

La consapevolezza di costruire un sindacato non riconosciuto dalla controparte in molti posti di lavoro significa anche attribuire un ruolo importante alla formazione tecnica e politica di quadri sindacali, che possano aiutare la classe a riconquistare coscienza di sé, smarrita ormai da tempo.
In questo senso va colta la citazione di Gramsci, in coda alla relazione introduttiva del Congresso, che riportiamo integralmente: "Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con gli altri esseri (...). Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia".
E. L.