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Dove sono i soldi

 


L'impudenza del portavoce delle banche. La necessità della loro nazionalizzazione

Il Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana (ABI), Antonio Patuelli, ha tuonato contro l'eccesso di spesa pubblica sulla stampa del Gruppo GEDI (La Stampa, 23 maggio). Il Sole 24 Ore la lanciato una campagna analoga denunciando la «dinamica incontrollata delle spese di assistenza sociale e pensionistiche». Si potrebbe dire che si tratta delle solite campagne padronali che da trent'anni hanno dettato a tutti i governi le peggiori terapie antioperaie. Ma c'è una differenza. Il rilancio della campagna padronale non avviene in un contesto di crisi ma in piena euforia dei profitti, come documentano gli stessi giornali padronali. Di più: proprio l'euforia dei profitti sospinge l'aumento dei prezzi, quello che falcidia i salari. Una dinamica europea. Persino la BCE calcola che nell'eurozona «il grosso della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall'incremento degli utili delle imprese» (Corriere della Sera, 22 maggio). Più chiaro di così.

L'euforia dei profitti attraversa diversi settori ma è clamoroso per le banche. Le prime venti banche europee hanno realizzato 56 miliardi di utili nel primo trimestre 2023. Sono in prima fila proprio le banche italiane, quelle rappresentate da Patuelli, quelle che in risposta all'alzata dei tassi della BCE hanno alzato i mutui variabili, per intenderci. Nel solo primo trimestre del 2023 le prime sei banche italiane hanno accumulato 8776 milioni di utili, quasi 9 miliardi, con un incremento medio del 56% rispetto all'analogo trimestre dell'anno precedente. Intesa San Paolo ha fatto meglio, con un aumento del 87,5. Per non parlare di Unicredit, i cui profitti nello stesso periodo sono passati da 274 milioni a 2,064 miliardi.

Naturalmente con l'incremento dei profitti è cresciuto il valore azionario dei rispettivi patrimoni in Borsa. Perché la maggiore redditività del capitale ha sospinto l'acquisto di azioni bancarie. facendone lievitare il valore. Dunque, più dividendi per gli azionisti, maggiore la loro ricchezza finanziaria.
Eppure nessuno si sogni di tassare i profitti, neppure quelli extra. «In dottrina non esiste la nozione di extraprofitti; qualora poi si volesse creare il neologismo si dovrebbe ammettere anche il suo contrario, le extraperdite», dichiara l'ineffabile Patuelli (23 maggio, La Stampa)

Bene. C'è una sola soluzione di svolta, all'insegna dell'igiene morale oltre che della giustizia sociale: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti.
Basta parassiti a carico di chi lavora!
Solo un governo dei lavoratori può realizzare questa misura. Non a caso fu attuata dalla Rivoluzione d'ottobre. A tutti coloro che dicono, anche a sinistra, che il bolscevismo è inattuale perché non tiene il passo coi tempi, ci spieghino cosa c'è di più attuale. Il problema è prenderne coscienza.
Il PCL vive e lavora per questo. In ogni lotta, in ogni movimento di resistenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il mal di campismo

 


“Gratta molti comunisti e troverai degli sciovinisti grande-russi” - Lenin

11 Marzo 2022

In questa guerra, come in altre, alcune organizzazioni politiche sostengono posizioni astrattamente marxiste, ma che in realtà possono essere definite semplicemente come una sorta di "nazionalismo rovesciato", ci riferiamo al campismo, ovvero la divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.

Raramente i campisti (solitamente di matrice m-l, cioè stalinista) affrontano il conflitto di classe interno delle nazioni del "campo antimperialista" e, senza analizzare la natura di questi governi e delle loro economie, attribuiscono a queste nazioni una funzione progressista e progressiva. Non criticano mai le “nazioni antimperialistiche” e tendono a glissare o a opporsi apertamente ai movimenti di lotta che emergono tra la classe operaia di questi stati. Così gli scioperi in Cina sono il frutto dello sponsor Usa; le manifestazioni di dissenso per la guerra in Russia sono egemonizzate dalle forze reazionarie ecc.

C'è stato un tempo in cui l'identificazione con un blocco anticapitalista e antimperialista aveva un senso. La Rivoluzione Russa è stata sostenuta da milioni di lavoratori che hanno operato anche una rottura politica con quella sinistra sciovinista e governista. Lenin e Trotsky hanno fatto una rivoluzione rovesciando un governo di centro-sinistra, hanno costruito un’internazionale (I.C.) contro le derive riformiste della vecchia socialdemocrazia.

Quindi, dopo la rivoluzione del 1917, nonostante la distorsione avvenuta con l’ascesa di Stalin al potere e la relativa deviazione del metodo rivoluzionario (svolta Kuomintang, Terzo periodo e Fronti Popolari, assenza di democrazia, socialismo in un paese solo ecc.), si poteva dire che vi erano due blocchi: uno che era nato dalla rivoluzione operaia e combatteva per il “socialismo” (la difesa della casta burocratica) e l’altro un blocco capitalista che sosteneva (anche economicamente) la controrivoluzione in tutto il mondo.

Questo scenario oggi non esiste più, sono solamente due gli stati operai in dissoluzione (ahimè), Cuba e Corea del Nord. Bisogna dire ai nostalgici dell’URSS che la Russia è un nuovo imperialismo fatto di borghesia e sciovinismo.

Il campismo contemporaneo è, se dovessimo riassumere, la più grande distorsione del marxismo in quanto spinge la solidarietà con gli stati piuttosto che con la classe e la sua lotta internazionale. L'internazionale di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, come struttura organizzativa e pratica, è completamente cancellata da questa visione. Questa tendenza generalmente sostiene stati chiaramente capitalisti (come Iran e Siria) o stati che affermano a parole di essere socialisti come la Cina (coprendosi di ridicolo, perché la Cina, ad essere obiettivi, non solo è un paese capitalista ma è una vera e propria potenza imperialista con annesse entrature di capitali in Africa e in varie parti del mondo), oppure ancora i campisti si aggrappano alla Corea del Nord (che di soviet ed internazionalismo non ha neanche l'ombra ma ha solo un despota che governa miscelando culti religiosi ad un neostalinismo vintage).

Il campismo in questi giorni viene sventolato non solo dalle organizzazioni neo staliniste o staliniste ma anche da Putin che si aggrappa a questo metodo per giustificare la sua invasione dell’Ucraina in opposizione all’imperialismo statunitense ed europeo. Lo stesso Putin nel suo discorso o meglio nella sua dichiarazione di guerra all’Ucraina, fatto in diretta tv il 21 febbraio 2022, ha parlato di riconoscimento, formale ed ufficiale, delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma anche e soprattutto ha evidenziato le colpe di Lenin secondo cui: «chi ha governato nell'Urss di inizio '900» - sarebbe colpevole della nascita e dell' "invenzione" dell'Ucraina, che «ha tolto pezzi al territorio della Russia».

Ecco il nuovo paradosso dei campisti: definirsi comunisti in opposizione a Lenin. Applauso!

Putin insomma rispolvera lo sciovinismo “grande russo”, lo stesso sciovinismo grande russo combattuto da Lenin anche all’interno dei bolscevichi contro Stalin che ne fu uno dei massimi rappresentanti.

Lenin aveva le idee chiarissime sul processo di autodeterminazione. Sosteneva, sia praticamente che teoricamente, che il processo di costruzione sovietico avvenisse su base volontaria perché «… lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole». Questo metodo è alla base del leninismo, cioè della costruzione del socialismo per convincimento e non per assimilazione.
«(…) Invece della parola autodecisione, (...) io pongo un concetto assolutamente preciso: il diritto di separarsi liberamente» [1].

Insomma per Lenin il diritto dell’autodeterminazione era una parte integrante del programma bolscevico: «Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica» [2].

Per Lenin la lotta per l’autodeterminazione non era semplicemente una formula vuota, ma un metodo politico, un principio, e come è noto sulle questioni di principio Lenin non era solito fare concessioni, così la lotta contro lo sciovinismo grande russo per Lenin non si esaurisce nella battaglia teorica e in proclami ma vede anche la sua declinazione all’interno del partito, del suo partito.

Lenin ha già aveva notato nei primissimi anni ‘20 i metodi di Stalin e un'ulteriore conferma di ciò la ebbe verso la fine del 1922, quando ebbe chiaro in che modo Stalin silenziava il dissenso dei compagni georgiani. L’impero zarista era conosciuto, era passato alla storia come la “prigione dei popoli”, molte etnie/nazioni erano state rinchiuse dal recinto zarista. La classe operaia e il movimento popolare di queste nazioni oppresse avevano fuso la lotta contro lo zarismo con la lotta per la propria autodeterminazione, non a caso il diritto all’autodeterminazione era stato, come abbiamo scritto, uno dei punti fondanti del bolscevismo. Dopo il successo della rivoluzione, i bolscevichi avevano costruito il potere sovietico su alcune repubbliche nazionali oltre a quella Russa (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan) ovvero la Rsfsr (Repubblica socialista federativa sovietica russa).

Anche se sulla carta i rapporti tra le repubbliche sovietiche erano formalmente regolati, il Partito Russo bolscevico aveva una forte tendenza ad accentrare. Lenin dunque pone l’attenzione sulla questione e cerca una via d’uscita. Nell’estate del 1922 l’ufficio politico bolscevico crea una commissione, presieduta da Stalin, che ha il compito di affrontare la questione “georgiana” e delle altre federazione. Questa commissione è composta di persone vicine a Stalin e produce un testo (Tesi sull’autonomizzazione) che vidima nei fatti l’annessione delle cinque federazioni alla Russia.
Lenin reagisce nonostante le sue non buone condizioni di salute prima definendo Stalin “un po’ troppo precipitoso” [3].

Successivamente Lenin va all’affondo in una lettera indirizzata a Kamenev e al Comitato Centrale del 6 ottobre:
«Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (e non una guerriciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani».

Alla fine Stalin media non avendo la maggioranza nel CC. Cede ma il problema sarà solo rimandato.

Lenin, dunque, non aveva dubbi sul concetto di autodeterminazione come, tornando a noi, sul tema del campismo non aveva dubbi sul concetto di “patria”: nella battaglia tra un imperialismo dominante e uno che cercava di ascendere Lenin si schierava senza mezzi termini da parte del proletariato, non aveva una divisione verticale (campi), bensì orizzontale (classi).

La parola d'ordine, basata sull'analisi della realtà e del carattere delle classi era e dovrebbe essere patrimonio del marxismo rivoluzionario; il proletariato non può sostenere nessuna guerra in cui i lavoratori si uccidono in nome della borghesia, così oggi di fronte alla aggressione dell’imperialismo nascente russo il metodo dovrebbe essere lo stesso.

Lenin fu accusato di essere un servo dell’imperialismo tedesco. Insieme a Trotsky e Rosa Luxemburg pagò con la vita la lotta contro lo sciovinismo. Il modo migliore per ricordare questi grandi marxisti è apprendere il loro metodo.

Il marxismo rivoluzionario è altro rispetto al campismo e consiste innanzitutto, come Lenin e Trotsky ci hanno insegnato, nella lotta per il potere politico della classe operaia e non fare gli ultras di presidenti egotisti autoritari di nazioni e/o potenze capitaliste.


Note

1 Lenin, Opere Complete, vol. 26
2 La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, Lenin 1916
3 Lenin, Opere Complete, vol. 42

Eugenio Gemmo

Le Tesi di aprile e lo strano scherzo di Rizzo

Fotoritocco: dalla tragedia alla farsa

21 Aprile 2020
Ieri, in ricorrenza dell'anniversario delle Tesi di aprile, il partito di Rizzo ha messo sulla sua pagina Facebook la celebre foto di Lenin che arringa la folla dal pulpito. Ma, scherzo del destino, la foto scelta per la celebrazione non è quella falsificata da Stalin con le persone che scompaiono, ma quella vera (a colori, per l'occasione) con Trotsky di guardia di lato.

Subito, una marea di compagni è accorsa divertita a “trollare” sulla pagina, chi dicendo: «Finalmente il PC passa alla rivoluzione permanente!»; chi gridando: «Viva Lenin, il capo della Rivoluzione! Viva Trotsky, il capo dell’Armata Rossa!»; chi scherzando: «Compagni, occhio, è un fake, avete aggiunto Trotsky che non c’era!».

Di norma, i post del PC sono seguiti da una marea di commenti agiografici, ma ieri, a parte i commenti dei trotskisti, il post è rimasto pressoché privo di autocelebrazioni, segno dell’evidente imbarazzo degli iscritti.
Chi però pensava che dall’errore che ripristinava la verità storica potesse nascere una qualche riflessione, o anche solo un segno di ripensamento da parte degli stalinisti, è presto smentito.

Oggi la foto, come ai tempi d’oro di Stalin, è stata ritoccata: Trotsky è stato ricancellato con un pennarello nero, non si capisce bene se elettronico o meno. L'effetto è tanto penoso quanto dilettantesco: Stalin era decisamente più professionale.
E così aprile, che poteva essere il mese della verità, resta invece il mese delle Tesi di Lenin per i partiti comunisti che le celebrano, e dei partiti stalinisti più strampalati che le scimmiottano, come quello di Rizzo: uno scherzo di partito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Anche il PCL sostiene l'appello lanciato da Esteban Volkov e dal CEIP

La produzione appare come un ritratto degenerato e calunnioso non solo della figura di Lev Trotsky, ma anche dell'intera cultura rivoluzionaria comunista derivata. Questa è l'ennesima prova che la borghesia tenta di tacitare l'ideale rivoluzionario servendosi di ogni strumento possibile, compreso, in questo caso, una delle maggiori società di intrattenimento on line al mondo, il colosso Netflix, che nel 2018 ha superato i 125 milioni di iscritti. Una meschina forma di propaganda controrivoluzionaria che poco ha a che fare con la tradizione trotskista che tutt'oggi noi rivendichiamo. 

Per questo motivo sottoscriviamo la dichiarazione di Esteban Volkov e del CEIP (Centro de Estudios, Investigaciones y Publicaciones "León Trotsky"), e ne riportiamo di seguito il testo in italiano.

26 febbraio 2019

Recentemente, l’azienda statunitense Netflix ha reso disponibile la miniserie “Trotsky” diretta da Alexander Kott e Konstantin Statsky e apparsa per la prima volta sul popolare “Primo Canale” della tv di Stato russa nel novembre 2017. A 100 anni dalla rivoluzione russa, Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, e indirettamente dello stesso canale televisivo, ha scelto Trotsky come protagonista per questa mega produzione di 8 episodi. 
Se teniamo conto del passato stalinista di Putin come direttore del KGB e della sua nostalgia evidente per la “grande” Russia zarista, non potevamo certo aspettarci una serie che riflettesse onestamente e obiettivamente la figura storica e l’opera di chi fu, insieme a Lenin, il più importante dirigente della Rivoluzione d’Ottobre. Qual è l’obiettivo di Putin nel riproporre queste falsificazioni? Perché denigrare i rivoluzionari quando in Russia ha già affrontato la restaurazione capitalista e nulla sembra opporsi alla nuova borghesia russa né a Putin, che governa da 18 anni? Perché Netflix, che entra nelle case di milioni di persone nel mondo, riproduce questa serie? 
Evidenziamo alcune delle principali falsificazioni della serie: 
1. Secondo gli autori stessi, non si tratta di un documentario, ma si dice che la serie è basata su fatti reali. Tuttavia, sono le stesse falsificazioni che utilizzarono gli imperialisti, lo zarismo e lo stalinismo per reprimere Trotsky e i suoi quando avanzava la burocratizzazione dell’URSS. Tutte queste falsificazioni furono respinte dalla Commissione Dewey formata da illustri personalità apartitiche nel 1937 in Messico. 
2. Contro qualsiasi evidenza storica e contraddicendo le testimonianze di amici, congiunti e nemici, la personalità di Trotsky appare egocentrica, messianica, autoritaria, disumana, criminale, competitiva – il tutto sempre legato alle sue origini ebraiche. Nella sua vecchiaia soffre di allucinazioni, tormentato dal rimorso dei suoi crimini durante la rivoluzione. 
3. Jackson (Ramón Mercader) è un giornalista stalinista onesto, critico e sensibile che instaura una lunga relazione con Trotsky per scrivere la sua biografia, cosa che Trotsky sembra accettare. Ma in realtà Trotsky non conosceva l’adesione di Mercader allo stalinismo e il loro rapporto si limitò a brevi incontri sempre su iniziativa di Mercader che, come membro del NKVD, era stato incaricato da Stalin di assassinare Trotsky. 
4. Nella ricostruzione delle rivoluzioni russe, si mostrano gli operai, i contadini, i soldati e il popolo russo manipolati da leader ambiziosi come Lenin e Trotsky che decidono al posto loro. Nel 1905, si denigrano i soviet come meri pubblici per i loro discorsi. Non c’è lotta di classe, tutto è confronto e vendetta tra individui. La rivoluzione del 1917 non fu solo uno dei più grandi e radicali movimenti di massa nella storia contro lo zarismo, ma anche contro il provvisorio governo borghese e la controrivoluzione di Kornilov tramite l’instaurazione del potere dei soviet, con la partecipazione come protagonisti degli sfruttati e degli oppressi, guidati dal partito bolscevico. La serie, d’altra parte, punta a presentare la rivoluzione come una lotta meschina per il potere, e i rivoluzionari come psicopatici manipolatori. 
5. Distorce qualsiasi relazione di Trotsky con le donne. Una grande bolscevica come la sua prima moglie Aleksandra diventa una casalinga che Trotsky abbandona con le sue due figlie. Natalia, la sua seconda moglie, conquista Trotsky per la sua bellezza e, da sposata, diventa una casalinga dedita al lavoro di cura e ai figli (ignorati da Trotsky, che è in grado di usarli come scudi umani in un presunto tentativo di assassinio durante la rivoluzione) e fare da segretaria personale al marito. La morte dei quattro figli (sulla quale nulla si dice sull’intervento dello stalinismo) è una delle colpe che lo perseguita fino alla morte. Larisa Rejsner è una femme fatale, compagna (soprattutto sessuale) e segretaria di Trotsky nel treno blindato. Ma la verità è che Aleksandra Sokolovskaia fu la leader del primo circolo marxista a cui Trotsky si unì all’età di 16 anni. I due furono deportati in Siberia con le loro due figlie e fu lei ad aiutare Trotsky a fuggire dalla Siberia, decidendo di rimanere in Russia. Natalia Sedova apparteneva al commissariato sovietico all’educazione dalla rivoluzione. Le quattro figlie e i figli di Trotsky hanno sostenuto la militanza dei loro genitori, in particolare Leon Sedov, il più intimo collaboratore di Trotsky, e promotore e principale organizzatore dell’opposizione di sinistra russa in clandestinità. Larisa Rejsner ha scritto sulla guerra civile ma non sul treno blindato. Aveva una posizione importante nella quinta armata come nella rivoluzione in generale. Si imbarcò nella flotta del Volga, prese parte ai combattimenti e partecipò alla rivoluzione tedesca: fu uno dei più eminenti militanti bolscevichi fino alla sua morte nel 1926. 
6. Il rapporto con Lenin prima e durante la rivoluzione è presentato come una lotta fra eghi e accordi per convenienza, al punto che Lenin vuole gettare da un balcone Trotsky. Stalin è il segretario di Lenin. Al momento dell’insurrezione di ottobre, Lenin comparirà solo di fronte a Trotsky che lo incalza quando la rivoluzione ha già trionfato. La serie omette che Lenin già dal settembre 1917 aveva combattendo contro il Comitato Centrale del partito bolscevico sull’immediata necessità dell’insurrezione che, d’accordo con Trotsky, sarebbe stata per lui l’inizio della dittatura del proletariato. Dopo la presa del potere e aspettando la sessione del Congresso dei Soviet, i due andarono insieme a riposare su alcune coperte sul pavimento, dove parlarono degli ultimi dettagli della conquista del potere. Riguardo alla vera visione di Lenin di Stalin, si può leggere il suo testamento e le sue critiche sui metodi del “grande sciovinista russo” nella questione georgiana. 
7. Durante i negoziati di Brest-Litovsk con l’impero tedesco, Trotsky ordinò di distribuire opuscoli “sovversivi” per provocare una ribellione contro il Kaiser: tentativo non riuscito che provocò la nuova offensiva tedesca. I grandi oppositori alla firma del trattato sono i generali ex-zaristi e non i socialisti rivoluzionari, come fu nella realtà. Nella serie, Jackson incolpa Trotsky per non aver difeso la Russia con i cosacchi. Qui si riflette la visione filo-zarista di Putin. La serie non mostra che il Congresso dei Soviet aveva approvato il decreto di pace per la Russia nella prima guerra mondiale (una delle grandi rivendicazioni delle masse russe) e che, in assenza di risposta da parte degli alleati, la Russia doveva iniziare i negoziati con la Germania, dove la socialdemocrazia sosteneva la guerra del proprio imperialismo. Sia Lenin che Trotsky videro i negoziati di Brest come una piattaforma per promuovere la rivoluzione mondiale, specialmente quella tedesca. 
8. Quando Trotsky è incaricato di formare l’esercito rosso, lo si rappresenta dirigere il treno blindato allo stesso tempo come una rock star, come un sex symbol e un assassino, che approva anche una strage di persone in un corteo funebre. Nel 1918 si prepara un presunto ammutinamento di Kronstadt (in realtà avvenuto nel 1921) al quale Trotsky risponde inventando accuse e testimoni per applicare la pena di morte al leader dell’insubordinazione. La serie nomina solo l’offensiva ceca e non quella di 14 eserciti imperialisti e dell’armata bianca zarista che l’Armata Rossa ha dovuto affrontare nella vastità del territorio sovietico. Tantomeno si ricordano gli anni del blocco economico imperialista che strozzava il paese. Per quanto riguarda Kronstadt, dobbiamo considerare che la composizione della sua guarnigione era totalmente diversa da quella del 1917, quando era stata l’avanguardia della rivoluzione. Una conferma della natura controrivoluzionaria dell’ammutinamento è stata l’apparizione della notizia, sia nella stampa internazionale che tra gli esuli russi, due settimane prima degli eventi. Trotsky indicherà anche la reazione al rialzo del mercato dopo aver ascoltato la notizia dell’ammutinamento di Kronstadt. 
9. La fondazione della Terza Internazionale nel 1919 non viene nominata, sebbene Trotsky dichiari la sua ambizione di conquistare il mondo. Per la serie, la storia della rivoluzione si conclude con la morte di Lenin. Vale a dire, non compaiono né l’opposizione di sinistra fondata da Trotsky né l’era controrivoluzionaria di Stalin, i processi di Mosca, gli arresti, le torture, la reclusione in campi di concentramento e le fucilazioni inflitte a quasi tutti i leader bolscevichi della rivoluzione e a chiunque fosse sospettato di essere un oppositore del regime di potere burocratico. Mettendo sottosopra la storia, tutti questi crimini sono attribuiti a Trotsky, compreso l’omicidio dei Romanov: un’altra bugia, poiché né Lenin né Trotsky diedero personalmente quell’ordine. 
10. Proprio nell’ultimo capitolo, il vero nome di Jackson appare su una targa e qualcuno gli chiede di compiere la sua missione quel giorno. Trotsky malato chiede a Jackson di venire a casa sua. Nel frattempo arriva un telegramma dall’ambasciata canadese che avverte Trotsky della falsa identità di Jackson. Trotsky colpisce Mercader, che gli risponde colpendolo con un piccone appeso al muro della stanza di Trotsky; la serie suggerisce che il rivoluzionario russo abbia cercato di farsi attaccare dal falso giornalista provocandolo. La ricostruzione della lotta si tratta di un nuovo falso: nasconde che Stalin voleva far eseguire la condanna a morte di Trotsky prima prima dell’inizio della seconda guerra mondiale [sul fronte orientale], dal momento che sapeva che le condizioni imposte dalla guerra avrebbero potuto portare alla rivoluzione politica che Trotsky aveva previsto per l’URSS. Per quel motivo e per la prospettiva della rivoluzione sociale nei paesi capitalisti, Trotsky e i suoi seguaci fondarono la IV Internazionale. In un’intervista tra Hitler e l’ambasciatore francese Coulondre nell’agosto del 1939, il secondo dice “Stalin ha abusato del doppio gioco”, e che in caso di guerra “il vero vincitore sarà Trotsky”. Le borghesie imperialiste diedero allo spettro della rivoluzione un nome proprio. Ma la serie è una giustificazione per l’omicidio di questo presunto “mostro” di nome Trotsky. 
I sottoscritti ripudiano questa falsificazione che cerca di seppellire l’evento più importante dal punto di vista della lotta per l’emancipazione delle classi lavoratrici dello sfruttamento capitalista e dell’oppressione, insieme con l’opera dei suoi leader migliori. 

Esteban Volkov (nipote di Trotsky) e CEIP (Centro de Estudios, Investigaciones y Publicaciones) “León Trotsky” (Argentina, Mexico)" 


Aderiscono: 

Fredric Jameson, professore, Duke University (USA). 
Nancy Fraser, sociologa, professoressa, The New School – New York, socialista (USA). 
Slavoj Žižek, filósofo e sociologo. 
Robert Brenner, storico, UCLA, direttore del Centro di Storia Sociale e Storia Comparata (USA). 
Mike Davis, scrittore (California, USA). 
Michael Löwy, direttore emerito, CNRS, Pargi (Francia). 
Michel Husson, economista (Francia). 
Stathis Kouvélakis, filosofo, King’s College (Gran Bretagna). 
Franck Gaudichaud, politologo, Università di Grenoble-Alpi (Francia). 
Ricardo Antunes, docente titolare di Sociología dell’Università Statale Campinas, Unicamp (Brasile). 
Eric Toussaint, dottore in scienze politiche e storico, Università di Liegi (Belgio). 
Alex Callinicos, professore di studi europei, dipartimento di studi europei ed internazionali, King’s College (Gran Bretagna). 
Suzi Weissman, professoressa di politica, Saint Mary’s College della California, Radio Jacobin, co-produttrice del documentario di prossima pubblicazione “Trotsky: l’uomo più pericoloso del mondo” (USA). 
Sebastian Budgen, editore, Verso (Londra – New York). 
Catherine Samary, economista, Università di Parigi Dauphiné (Francia). 
Isabelle Garo, filosofa (Francia). 
Bhaskar Sunkara, editore di Jacobin (New York, Usa). 
Eduardo Grüner, sociologo e saggista (Argentina). 
Christian Castillo, sociologo e professore, UBA e UNLP (Argentina). 
Horacio González, sociologo e saggista, ex-direttore della Biblioteca Nacional (Argentina). 
Gabriel García Higueras, storico, Università de Lima (Perú). 
Pierre Rousset, Europe Solidaire et sans Frontières (Francia). 
Valerio Arcary, professore titolare, Instituto Federal de San Pablo – IFSP (Brasile). 
Jorge Alemán, psicanalista e scrittore (Argentina/Spagna). 
Paul Le Blanc, professore di Storia, La Roche College Pittsburgh, Pennsylvania (USA). 
Alejandro Horowicz, professore di Mutamenti nel sistema politico mondiale, Sociologia, UBA (Argentina). 
Elsa Drucaroff, saggista, scrittrice e docente (Argentina). 
Tithi Bhattacharya, professoressa di Storia, Università Purdue (USA). 
Andrea D’Atri, dott.ssa in Psicologia (UBA), fondatrice della corrente Pan y Rosas (Argentina). 
Cinzia Arruzza, professoressa associata di filosofía alla The New School for Social Research, New York (USA). 
Warren Montag, Occidental College (Los Angeles, USA). 
Gilbert Pago, professore di Storia, ex-direttore della IUFM Martinica, specialista in Storia del Caribe e delle Antille francesi, e y in Storia delle Donne in questi paesi. 
Claudio Katz, economista, docente della UBA, ricercatore presso il CONICET, membro di Economistas De Izquierda (Argentina). 
Jaime Pastor, politologo, Universidad Nacional de Enseñanza a Distancia (Spagna). 
Massimo Modonesi, storico, sociologo y politologo, professore della Universidad Nacional Autónoma (Messico). 
Charles-André Udry, direttore di Editions Page 2 e del sito A l’encontre (alencontre.org) (Svizzera). 
Charles Post, sociologo, The City University of New York (USA). 
Jean-Jacques Marie, storico (Francia). 
Olga Fernández Ordoñez, figlia di Carlos Fernández, guardia di Trotsky nel suo esilio in Messico (Messico). 
Emmanuel Barot, filosofo, Università di Tolosa “Jean Jaurès” (Francia). 
Srecko Horvat, filosofo (Croazia). 
Mihai Varga, sociologo, Libera Università di Berlino (Germania/Romania). 
Pablo Bonavena, sociologo, docente alla Universidad Nacional de La Plata y Universidad de Buenos Aires (Argentina).
Jorge Gonzalorena Döll, sociologo e storico (Cile). 
Paolo Casciola, storico e direttore del sito www.aptresso.org (Italia) 
Ted Stolze, dipartimento di filosofia, Cerritos College, Norwalk (USA). 
Guillermo Almeyra, storico, (UNAM y UAM-X/Messico, UBA/Argentina). 
Alejandro Schneider, storico, UBA/UNLP (Argentina). 
Osvaldo Coggiola, Università di San Paolo USP (Brasile). 
Juan Fajardo, direttore della sezione spagnola del Marxist Internet Archive. 
Pablo Pozzi, storico, Università di Buenos Aires (Argentina). 
Hernán Camarero,ricercatore e storico, Università di Buenos Aires (Argentina). 
Miguel Vedda, Facoltà di Filosofia e Lettere, UBA (Argentina). 
Darren Roso, ricercatore indipendente, Melbourne (Australia). 
Daniel Gaido, storico, Universidad Nacional de Córdoba (Argentina). 
Alicia Rojo, storica, Università di Buenos Aires (Argentina). 
Edwy Plenel, giornalista, direttore di Mediapart (Francia). 
Helmut Dahme, sociologo, professore, Vienna (Austria). 
Eric Aunoble, storico, Ginevra (Svizzera). 
Samuel Farber, storico, The City University of New York (USA). 
G. M. Tamás, filosofo, Università dell’Europa Centrale (Budapest, Ungheria). 
Checchino Antonini, giornalista, direttore de L’Anticapitalista (Italia). 
Fernando Rosso, giornalista, La Izquierda Diario (Argentina). 
Iuri Tonelo, editore del portale Esquerda Diário e dottorando in Sociologia presso l’Università Statale di Campinas (Brasile). 
Paula Varela, politologa e docente, Università di Buenos Aires (Argentina). 
David Walters, amministratore della Enciclopedia del Trotskysmo online / Marxists Internet Archive. 
Jean Batou, professore di Storia Internazionale, Università di Lausanne (Svizzera). 
Ugo Palheta, sociologo, Università di Lille, direttore de Contretemps web (Francia). 
Francesca Gargallo Celentani, scrittrice e femminista (Messico). 
Esteban Mercatante, economista, staff di Ideas de Izquierda e La Izquierda Diario (Argentina). 
Ariane Díaz, dottoressa di Lettere, Università di Buenos Aires (Argentina). 
Mathieu Bonzom, professore di Studi Nordamericani, Università di Parigi 1, Panthéon-Sorbonne (Francia). 
Eduardo Lucita, membro di Economistas de Izquierda (Argentina). 
Carlos Rodríguez, giornalista, Página 12 (Argentina). 
Juan Dal Maso, Casa Marx Neuquén (Argentina). 
Leonidas “Noni” Ceruti, storico (Rosario, Argentina). 
Alma Bolón, professoressa titolare di Letteratura Francese presso l’Instituto de Letras de FHCE, Universidad de la República. (Uruguay). 
Manuel Garí, economista, (Spagna). 
Bernhard H. Bayerlein, storico e studioso del Romanzo, Università della Ruhr (Bochum, Germania). 
Paula Bach, economista, Universidad de Buenos Aires (Argentina). 
Edison Urbano, direttore della Revista Ideas De Esquerda (Brasile). 
Gabriela Liszt, ricercatrice del CEIP León Trotsky (Argentina). 
Gastón Gutiérrez, rivista Ideas de Izquierda (Argentina). 
Andrea Robles, redattrice, Ediciones IPS- CEIP (Argentina). 
Matías Maiello, sociologo, Universidad de Buenos Aires (Argentina). 
Brais Fernández, rivista Viento Sur (Spagna). 
Omar Vazquez Heredia, dottore in Scienze Sociali presso la Universidad de Buenos Aires (Venezuela) 
Jean Baptiste Thomas, professore di studi ispanici, Scuola Politecnica (Parigi, Francia). 
Ariel Petruccelli, Historia UNCo (Neuquén, Argentina). 
Wladek Flakin, storico, Berlín (Germania). 
Jamila M.H. Mascat, filosofa, Università di Utrecht (Olanda). 
Vera Aguiar Cotrim, post-dottoranda in Filosofia, USP e docente di Filosofia presso la Facoltà Paulista di Servizio Sociale di San Caetano del Sud (FAPSS-SCS) (Brasile). 
Anthony Arnove, editore, Haymarket Books (Chicago, USA). 
Pablo Oprinari, sociologo e coordinatore di Ideas de Izquierda (Messico). 
Nick Brauns, storico e giornalista (Berlino, Germania). 
Filippo Del Lucchese, Università di Brunel, Londra (Gran Bretagna). 
Antonio Moscato, storico, Università del Salento-Lecce (Italia). 
Silvia Aguilera, redattrice LOM ediciones (Cile). 
Paulo Slachevsky, redattore LOM ediciones (Cile). 
Beatriz Abramides, professoressa della PUCSP e dirigente di APROPUCSP (Brasile). 
Renato Lemos, professore e ricercatore, Istituto di Storia dell’Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile). 
Bill V. Mullen, professore di Studi Americani e Globali, Università Purdue (Indiana/USA). 
Susan Ferguson, professoressa associata in Media digitali e Giornalismo, Università Wilfrid Laurier (Canada). 
Elaine Behring, docente associata di Servizio Sociale UERJ, Università Statale Rio de Janeiro (Brasile). 
Pedro Campos, storico e docente della UFRRJ, Università Federale Rurale di Rio de Janeiro (Brasile). 
Antonio Liz, storico (Spagna). 
Jorge Luiz Souto Maior, professore di Diritto, USP (Brasil). 
Josefina L. Martínez, giornalista e storica (Spagna). 
Cynthia Lub, dottoressa di Storia, Universidad de Barcelona (Spagna). 
Sean Purdy, docente di Storia, Università di San Paolo (Brasile). 
Felipe Demier, storico e professore di Servizio Nazionale presso la UERJ, Università Statale di Rio de Janeiro (Brasile).
Lívia Cotrim, sociologa e ricercatrice del Nehtipo della Pontificia Università Cattolica-SP (Brasile). 
Stéfanie Prezioso, professoressa di Storia Internazionale, Università di Lausanne (Svizzera). 
Florian Wilde, storico, Berlino (Germania). 
Jean-Numa Ducange, storico, Università di Rouen (Francia). 
Pelai Pagès, dottore in Storia e professore della Universidad de Barcelona (Spagna). 
Gonzalo Adrian Rojas, docente di Scienze Politiche presso l’Unviersità Federale di Campina Grande (Brasile). 
Martín Cortés, Facoltà di Scienze Sociali, Universidad de Buenos Aires (Argentina). 
Pepe Gutiérrez-Álvarez, vicepresidente della Fundación Andreu Nin (Barcellona/Spagna). 
Francisco Cantamutto, economista, Sociedad de Economía Crítica (Argentina). 
Diego Lotito, giornalista, IzquierdaDiario.es (Spagna). 
Tatiana Cozzarelli, comitato editoriale di LeftVoice, componente del Gruppo Femminista Socialista dei Democratic Socialists of America di New York (USA). 
Juan Duarte, docente, Universidad de Buenos Aires (Argentina). 
Lucía Nistal, ricercatrice, Universidad Autónoma de Madrid (Spagna). 
Pablo Anino, economista, Universidad de Buenos Aires (Argentina). 
Mercedes D’Alessandro, dottoressa in Economia, co-fondatrice di Economía feminista (Argentina). 
Gastón Remy, economista e docente FCE, Universidad Nacional de Jujuy (Argentina). 
Alfredo Fonticelli, giornalista culturale (Uruguay). 
Demian Melo, professore di Storia presso l’Università Federale Fluminense UFF (Brasile). 
Simon Bousquet, presidente sindacale Centro Cultural Gabriela Mistral (Cile). 
Alfonso Claverías, biografo di Joaquín Maurín, deputato di Podemos, Huesca (Spagna). 
Andy Durgan, storico, dottore di Storia presso l’Università di Londra (Gran Bretagna). 
Javier Maestro, storico y professore di Storia presso laUniversidad Complutense de Madrid (Spagna). 
Aldo Casas, antropologo, saggista, consiglio di redazione di Herramienta (Argentina). 
Nora Ciapponi, militante socialista (Argentina). 
Mike Goldfield, professoree emerito di Relazioni Industriali e Risorse Umane, Università Statale Wayne (Detroit, USA). 
Hebert Benítez Pezzolano, professore e ricercatore in Lettere, Universidad de la República (Uruguay). 
Leonardo Flamia, giornalista culturale (Uruguay). 
Rolf Wörsdörfer, docente, Universidad Tecnica diDarmstadt (Germania). 
Joel Ortega Juárez, attivista del 68, insegnante di giornalismo e professore in pensione della UNAM (Messico). 
Claudio Albertani, professore della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (Messico). 
Héctor Sotomayor, professore e ricercatore presso la Benemérita Universidad Autónoma de Puebla (Messico). 
David Pavón Cuéllar, psicologo y filosofo, professore della Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo (Messico). 
António Louçã, storico e giornalista nella televisione pubblica portoghese RTP. 
Claudia Mazzei Nogueira, docente, Unifesp-BS (Brasile). 
Livia Vargas González, filosofa, professoressa universitaria e dottoranda in Storia UCV-UFOP (Venezuela/Brasile). 
Raquel Barbieri Vidal, direttore di scena del Teatro Colón de Buenos Aires (Argentina). 
John Barzman, professore di Storia presso l’Università di Le Havre (Francia). 
Patrick Silberstein, medico, redattore di Éditions Syllepse (Francia). 
Alejandro Gálvez Cancino, professore dell’Universidad Autónoma Metropolitana, (Messico). 
Sandy McBurney, membro del Labour Party, Glasgow, (Scozia). 
Romero Venancio, docente di Filosofia dell’Università Federale di Sergipe (Brasile). 
Fabiane Tejada, docente di Arti dell’Università Federale di Pelotas (Brasile). 
Luciano Mendonça, docente di Storia presso la UFGC (Brasile). 
Gabriel Eduardo Vitullo, docente di Scienze Sociali presso l’Università Federale di Rio Grande del Nord (Brasile). 
Max Delupi, giornalista e attore (Córdoba, Argentina). 
Joseph Serrano, dottorando, UC Berkeley (USA). 
Diego Giacchetti, storico (Torino, Italia). 
Gloria Rodríguez, direttrice NET (Núcleo de Estudios del Trabajo y la Conflictividad Social), docente della Facultad de Humanidades y Artes UNR (Rosario, Argentina). 
Laura Sotelo, docente della Facultad de Psicología della UNR. Direttrice del Centro de Estudios de Teoría Crítica (Rosario, Argentina). 
Jean Georges Almendras, giornalista (Uruguay). 
Esteban Fernández, professore di filosofia della UCR e dirigente di Organización Socialista (Messico). 
Virgínia Fontes, storica, Università Federale Fluminense (UFF) (Brasile). 
Eurelino Coelho, storico dell’Università Statale di Feira de Santana, Bahia (Brasile). 
Gustavo Seferian, professore di diritto dell’Università Federale di Lavras (Brasile). 
Antonio Oliva, docente della Facultad de Humanidades UNR (Rosario, Argentina). 
Ángel Oliva, docente della Facultad de Psicología UNR (Rosario, Argentina). 
Hugo Cavalcanti Melo Filho, professore di diritto dell’Università Federale di Pernambuco (Brasile). 
Rosana Núbia Sorbile, professoressa di Storia presso l’IFSP (Brasile). 
Maria Silvia Betti, professoressa di Lettere presso l’USP (Brasile). 
Miguel Candioti, dottore in studi umanistici, docente e ricercatore della Universidad Nacional de Jujuy (Argentina). 
Sara Granemann, docente dell’Università Federale di Rio de Janeiro (Brasile). 
Isabella de Faria Bretas, dottoranda, UFG, Universidade Nova de Lisboa (Portogallo). 
Franklin Jones Santos do Amarante, articolatore culturale (Brasile). 
Fábio Resende, attore e direttore teatrale (Brasile). 
Maxwell Santos Raimundo, attore e musicista (Brasile). 
Ademir de Almeida, attore e direttore (Brasile). 
Juliana Teixeira Esteves, professoressa di Diritto dell’Università Federale di Pernambuco (Brasile). 
Reginaldo Melhado, professore di Diritto dell’Università Statale di Londrina (Brasile). 
Dr. Raúl Salas Espindola, Universidad Nacional Autónoma de México (Messico). 
David Pavón Cuéllar, Psicologo y filosofo, professore della Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo (Messico). 
Claudio Albertani, professore della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (Messico). 
Grijalbo Fernandes Coutinho, giudice del lavoro e dottorando in Diritto per l’Università Federale Minas Gerais (Brasile).
Luís Carlos Moro, avvocato del lavoro (Brasile). 
Rosa Maria Marques, economista, professoressa titolare della PUC-SP (Brasile). 
Luiz Antonio Dias, vicecoordinatore del PEPG in Storia della PUC/SP (Brasile). 
David McNally, professore di Storia, University of Houston (USA) 
Iside Gjergji, Centre for Social Studies, Coimbra University (Portogallo) 
Corrado Basile, storico, casa editrice Altergraf (Italia) 
Rodrigo Quesada Monge, storico, professore in pensione (Costa Messico). 
Yurij Castelfranchi, professore, Dipartimento di Sociologia, Università Federale di Minas Gerais (Brasile). 
Savana Diniz Gomes Melo, professoressa del PPGE FAE, Università Federale di Minas Gerais (Brasile) 
Dr. Raymundo Mier Garza, professore della Universidad Autónoma Metropolitana (Messico) 
Telésforo Nava, professore della Universidad Autónoma Metropolitana y de la Universidad Nacional Autónoma de México (Messico) 
Msc. David Morera Herrera, sociologo, Universidad Nacional di Costa Messico. 
Hugo Cedeño, sociologo, professore alla Universidad Autónoma de Santo Domingo (Repubblica Dominicana) 

Seguono le firme… 

Organizzazioni politiche 
Nicolás del Caño, Myriam Bregman, Emilio Albamonte per il Partido de Trabajadores por el Socialismo (Argentina); Santiago Lupe prr la Corriente Revolucionaria de Trabajadores y Trabajadoras (Spagna); Sulem Estrada, Miriam Hernandez e Messico Caballero prr il Movimiento de los Trabajadores Socialistas (Messico); Ángel Arias, prr la Liga de Trabajadores por el Socialismo (Venezuela); Javo Ferreira, Violeta Tamayo e Elio Aduviri per la Liga Obrera Revolucionaria por la Cuarta Internacional (Bolivia); Juan Cruz Ferre, per LeftVoice (USA); Simone Ishibashi, Diana Assunção e Maíra Machado per il Movimento Revolucionário de Trabalhadores (Brasile); Stefan Schneider, per la Revolutionären Internationalistischen Organisation (Germania); Damien Bernard, Daniela Cobet e Juan Chingo per Révolution Permanente (Francia); Sebastián Artigas per la Corriente de Trabajadores Socialistas (Uruguay): Dauno Tótoro per il Partido de Trabajadores Revolucionarios (Chile) [Frazione Internazionale – Quarta Internazionale (FT-CI) / Animano la Red Internacional di giornali online La Izquierda Diario in francese, inglese, tedesco, portoghese, spagnolo e catalano]. 
Giacomo Turci, Scilla Di Pietro – Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) / La Voce delle Lotte; Massimo Civitani – SI Cobas, coordinamento di Roma (Italia). 
Romina del Plá, Néstor Pitrola, Jorge Altamira, Marcelo Ramal, Gabriel Solano dirigenti del Partido Obrero (Argentina).
Rafael Fernández, Natalia Leiva, Lucía Siola e Nicolás Marrero, dirigenti del Partido de los Trabajadores (Uruguay). 
Philippe Poutou, Olivier Besancenot, Alain Krivine y Christine Poupin per la direzione del Nouveau Parti Anticapitaliste (Francia). 
Gaël Quirante, Sud Poste 92 (Francia), Anasse Kazib, Sud Rail (Francia) e Vincent Duse, CGT PSA Mulhouse (Francia). Nouveau Parti Anticapitaliste (Francia). 
Nathalie Arthaud, portavoce nazionale; Arlette Laguiller ex-eurodeputata; Armonia Bordes ex-eurodeputata; Chantal Cauquil ex-eurodeputata per Lutte Ouvrière (Francia). 
Guilherme Boulos, ex-candidato a presidente per il PSOL e coordinatore del Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (Brasile). 
Marcelo Freixo, diputado federal del PSOL, Rio de Janeiro (Brasile). 
Tarcisio Motta, consigliere del PSOL, Rio de Janeiro (Brasile). 
Per il Movimento Esquerda Socialista: Juliano Messico, presidente nazionale del PSOL; Luciana Genro, ex-candidata a presidente, deputata statale (PSOL); Roberto Robaina, direzione nazionale del PSOL; Israel Dutra, segretario del RI del PSOL; Pedro Fuentes, redattore del Portale di Esquerda em Movimento, direzione del MES (Movimento Esquerda Socialista). Fernanda Melchionna, David Miranda, Sâmia Bomfim, deputati federali (PSOL) (Brasile). 
Per la Corrente Socialista dos Trabalhadores/ PSOL: Babá, consigliere di Rio de Janeiro (PSOL); Pedir Rosa, dirigente del SINTUFF e della CST/PSOL; Rosi Messias, esecutivo nazionale del PSOL e della direzione nazionale della CST/PSOL (Brasile). 
Alan Woods, Tendenza Marxista Internazionale, redattore di In Defence of Marxism. Rob Sewell, Tendenza Marxista Internazionale, redattore di Socialist Appeal (Gran Bretagna). 
Juan Carlos Giordano, Mercedes Petit, dirigenti di Izquierda Socialista, (Argentina); Orlando Chirino, Partido, Socialismo y Libertad (Venezuela); Enrique Fernández Chacón, UNIOS (Perú); Enrique Gómez Delgado, Movimiento al Socialismo (Messico). [Unidad Internacional de los Trabajadores-Cuarta Internacional (UIT-CI)] 
Alejandro Bodart, Sergio García, Celeste Fierro, Vilma Ripoll, Guillermo Pacagnini, Mariano Rosa per il Movimiento Socialista de los Trabajadores (Argentina) e Anticapitalistas en Red-IV Internacional. 
Paula Quinteiro (deputata nel parlamento galiziano); Raul Carmago (deputato, Asamblea de Madrid); Jesús Rodríguez (economista); Ángela Aguilera (deputata nel parlamento andaluso); Ana Villaverde (deputata nel parlamento andaluso); Messico García (deputata nel parlamento andaluso); Sonia Farré ( deputata nel parlamento spagnolo). [Anticapitalistas (Spagna)] 
Franco Turigliatto, ex-senatore del Partito della Rifondazione Comunista, direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista (Italia). 
Marco Ferrando e Franco Grisolia per il Partito Comunista dei Lavoratori (Italia) 
Thiess Gleiss, membro della direzione nazionale del partito Die Linke (Germania); Lucy Redler, membro della direzione nazionale del partito Die Linke y portavoce del SAV (Germania). 
Manuel Aguilar Mora, storico, Universidad Autónoma de Messico, dirigente della Liga por la Unidad Socialista (Messico). Roman Munguia Huato, Ismael Contreras Plata, Liga por la Unidad Socialista e Movimiento de Reconstrucción Sindical del magisterio (Messico). 
Edgard Sanchez, dirigente Partido Revolucionario de los Trabajadores (Messico). 
José Luis Hernández Ayala, Pedro Gellert, Heather Dashner Monk, Marcos Fuentes, Emilio Téllez Contreras e Héctor Valadez George, componenti della Coordinadora Socialista Revolucionaria (Messico). 
Cuauhtémoc Ruiz Ortiz, per il Partido Obrero Socialista de Messico. 
Collettivo Comunismo e Liberdade (Rio de Janeiro, Brasile). 
Comuna (Rio de Janeiro, Brasile).