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Stellantis, la crisi la vogliono scaricare su chi produce

 


Per noi la sola via d’uscita è la nazionalizzazione sotto controllo operaio

La misura è colma. Dopo anni di cassa integrazione a singhiozzo, contratti di solidarietà e salari limati fino all’osso, i lavoratori e le lavoratrici di Stellantis si vedono sottrarre anche il premio di risultato. Non è un incidente: è l’esito coerente di un modello che trasferisce i costi degli errori manageriali sulle spalle di chi produce valore, mentre garantisce ai vertici stipendi faraonici e ai grandi azionisti la tutela del “proprio” capitale.

La fotografia è nitida: il 2025 segna un buco di bilancio gigantesco, prodotto da una marcia indietro tardiva e costosa sulla strategia elettrica; per mettere in sicurezza i conti si tagliano le quote variabili del salario (il premio di risultato), ma gli stipendi dei top manager restano milionari e la “liquidità prudenziale” non manca. È la socializzazione delle perdite nella sua forma più grezza.

UN ANNO NERO, UN PREMIO CANCELLATO. CHI DECIDE DOVE INVESTIRE DECIDE CHI DEVE STRINGERE LA CINGHIA

I fatti: il gruppo chiude il 2025 con perdite mostruose e con oneri straordinari dovuti alla correzione della rotta sull’elettrico. La direzione comunica ai sindacati che non è stato raggiunto il livello minimo dell’indicatore operativo europeo su cui si calcola il premio, e dunque niente erogazione. Tradotto: buste paga più leggere, dopo mesi di fermate e cassintegrazione. Laddove l’azienda ha continuato a investire — Sud America, Nord Africa, Medio Oriente — i premi arrivano; dove ha disinvestito, come in Italia, si incassa la beffa. Non la “fatalità del mercato”, ma una scelta precisa di localizzazione degli investimenti e di abbandono selettivo dei siti storici.

Nel frattempo, stabilimenti come Mirafiori, Pomigliano, Cassino e Melfi oscillano tra ripartenze annunciate e blocchi ricorrenti, con scioperi e mobilitazioni che fanno la loro timida comparsa. L’operaio italiano è diventato il parafulmine dei fallimenti di chi ha deciso le linee strategiche: produce meno perché si investe altrove, poi viene punito perché ha prodotto meno. È la spirale perfetta del capitale in crisi: si deprime la produzione per comprimere il lavoro e si “giustifica” la compressione del lavoro con la produzione depressa.

LA VERITÀ DI CLASSE DIETRO I NUMERI: QUANDO LA VALORIZZAZIONE SI INCEPPA, IL CAPITALE ATTACCA IL SALARIO

La lettura marxiana non è un vezzo ideologico: è la bussola che rende intellegibile il presente. Il profitto nasce dall’estrazione di plusvalore; quando la valorizzazione si inceppa perché le scelte direzionali falliscono, il capitale cerca di ripristinare i margini colpendo il costo del lavoro, precarizzando, esternalizzando, sospendendo premi e variabili. Ecco spiegato perché, di fronte a una perdita record, la prima “soluzione” è azzerare il premio di risultato e tenere i reparti in apnea con la cassa integrazione permanente. Non c’è neutralità: c’è un conflitto tra chi vive vendendo forza-lavoro e chi accumula appropriandosi dei suoi frutti.

La stessa dinamica si riflette sul terreno territoriale. Dove si addensano investimenti e nuovi modelli, la retribuzione si mantiene e i siti vivono; dove si ritirano investimenti e si rinviano scelte, si congelano i salari e si spegne la fabbrica. La geografia dei bonus coincide con la geografia del capitale, non con quella dei bisogni sociali.

MANAGER PAGARI A PESO D’ORO, OPERAI A PREMIO ZERO: L’OLTRAGGIO PERMANENTE

Mentre ai reparti si spiega che “mancano le condizioni” per il premio, ai piani alti scorrono compensi a più zeri per l’attuale amministratore delegato e per il presidente. Il precedente CEO è stato esonerato con una buonuscita cospicua, dopo aver impresso la rotta che oggi si dichiara superata. Si dirà: retribuzioni “di mercato”. Ma se il mercato premia chi sbaglia e punisce chi produce, allora è il mercato il problema, e con esso la forma-impresa che trasferisce automaticamente i fallimenti della direzione sulle vite di migliaia di famiglie operaie. Questa asimmetria non è un effetto collaterale: è una funzione. E chi la subisce ha diritto non solo a indignarsi, ma a rovesciare il tavolo.

MIRAFIORI, TORINO, L’ITALIA OPERAIA. DICIANNOVE ANNI DI ECCEZIONE DIVENTATA REGOLA

A Torino — laboratorio e simbolo — la cassa integrazione è diventata quasi una condizione strutturale. Diciannove anni di fermate ricorrenti hanno eroso competenze, redditi, prospettive; l’avvio della 500 ibrida e l’ingresso di giovani assunzioni precarie non bastano a cambiare la sostanza se non arrivano modelli popolari a volumi e investimenti massicci. In questo contesto, azzerare il premio significa spingere più giù chi è già sul ciglio, trasformando un diritto salariale in una lotteria dipendente dalle oscillazioni dei boardroom.

Il nodo però non può essere affrontato limitandosi a chiedere una tantum riparatorie o a inseguire la “neutralità tecnologica” come se il problema fosse la tecnologia in sé e come tanta parte del sindacato rivendica. Il punto non è scegliere tra elettrico e ibrido: il punto è chi decide perché e per chi si produce. L’asse strategico da rivendicare è un altro, ovvero spostare il comando sui mezzi di produzione dalle sale dei consigli d’amministrazione alle assemblee dei lavoratori. Questo significa costruire potere dal basso all’alto, dall’officina alla filiera, fino al livello nazionale, con organismi eletti e revocabili che esercitino controllo reale su piani, conti, investimenti, ritmi, sicurezza, qualità. Non “partecipazione” consultiva, ma potere decisionale.

NAZIONALIZZAZIONE SOTTO CONTROLLO OPERAIO: RIVENDICAZIONE TRANSITORIA, NON MASSIMA UTOPIA

Di fronte a un gruppo che può bruciare decine di miliardi in svalutazioni, fermare stabilimenti, sospendere premi e continuare a retribuire i vertici a livelli siderali, chi parla di “non c’è alternativa” ripete il mantra dell’impotenza. L’alternativa c’è e va detta senza timidezze: nazionalizzazione di Stellantis, sotto controllo operaio e con gestione diretta dei lavoratori. Non statalizzazione burocratica, non salvataggio con soldi pubblici per poi restituire il giocattolo agli azionisti. Esproprio senza indennizzo punto e basta; direzione operaia dei siti, apertura dei libri contabili e trasparenza totale.

La narrazione attuale prova a coprire il disastro con l’argomento della “libertà di scelta del cliente”: elettrico, ibrido o termico, la gamma si adegua. Ma chi decide dove produrre, con quali investimenti, con quali tempi e a quale costo sociale? Non il cliente, bensì un vertice, che ha dimostrato di poter sbagliare in grande e imporre a migliaia di famiglie le conseguenze.

La libertà che ci interessa è un’altra: libertà dei lavoratori di determinare l’orientamento della produzione, sottraendo i territori al pendolo della finanza e restituendo alla fabbrica una funzione sociale. E qui Marx è cristallino: senza proprietà collettiva dei mezzi di produzione, la democrazia finisce ai cancelli dello stabilimento.

FRONTE UNICO DI FABBRICA. O SI VINCE INSIEME O SI ARRETRA DA SOLI

In queste settimane gli scioperi e le assemblee mostrano che il corpo operaio reagisce. Bisogna fare un passo oltre: costruire un fronte unico tra tutti gli stabilimenti e tutti i reparti, superando appartenenze e microsettarismi, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

La crisi che stiamo vivendo non è l’inevitabile correzione di un ciclo. È il prodotto di scelte sbagliate compiute da chi non pagherà mai il prezzo che oggi si pretende di imporre agli operai. Per questo la risposta non può essere la rassegnazione contrattuale. Serve uno scatto politico: riprendere il controllo. Nazionalizzare con controllo operaio significa spezzare il meccanismo per cui i successi si privatizzano e gli insuccessi si scaricano sulla collettività del lavoro. Significa, soprattutto, riaffermare un principio semplice e rivoluzionario: chi fa la ricchezza deve decidere come si produce e come si distribuisce.

Questa è la linea del Partito Comunista dei Lavoratori. Non chiediamo il permesso di esistere in una filiera in cui valiamo solo quando si deve tagliare. Pretendiamo il potere di trasformare la produzione in un bene sociale, sottraendola al capriccio di strategie fallimentari.

La crisi non la devono pagare i lavoratori ! Via il capitale e i capitalisti, i lavoratori riprendano le fabbriche, il controllo della produzione e quello delle loro vite!

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Crisi industriale e parassitismo borghese

 


La crisi dell'auto e gli utili di Agnelli

1 Ottobre 2024

L'industria dell'auto è investita da una crisi di fondo in tutta Europa. La recessione tedesca, i costi della transizione all'elettrico, la concorrenza capitalistica della Cina sul mercato europeo dell'auto elettrica sono tre fattori tra loro combinati che si abbattono sul vecchio continente.

Il passaggio programmato dall'auto endotermica all'auto elettrica entro il 2035, reso necessario dalla drammatica crisi climatica, riduce l'importo della componentistica lungo l'intera filiera. O si ripartisce fra tutti i salariati il lavoro che c'è con una riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, o la riconversione si abbatterà sui salariati con la distruzione concentrata dei posti di lavoro. L'annuncio della prossima chiusura di uno stabilimento della Volkswagen in Germania è solo la punta emergente di un grande iceberg che investirà la lotta di classe nell'industria automobilistica in tutta la prossima fase.

I capitalisti europei non reggono la concorrenza cinese. Gli stati borghesi dell'Unione Europea non hanno i margini di manovra necessari nei propri bilanci nazionali per sostenere i costi della riconversione. Il ricorso al debito pubblico è minato dal ritorno del patto di stabilità, con le relative restrizioni di bilancio. Il ricorso a un nuovo indebitamento continentale, fortemente richiesto di Mario Draghi, si scontra con l'indisponibilità del capitalismo tedesco a farsi carico degli indebitamenti mediterranei.
La concorrenza mondiale nella riduzione delle tasse per i capitalisti mina la capacità fiscale degli stati, mentre la corsa generale dei paesi UE all'incremento delle spese militari, sospinta dalle contraddizioni interimperialistiche su scala mondiale, complica ulteriormente la questione delle risorse. In poche parole, i novecento miliardi annui aggiuntivi che Draghi considera necessari per l'unione dei capitalismi europei per sostenere la loro transizione ecologica e digitale, e insieme il salto della loro potenza militare, paiono oggi al di fuori della costituzione materiale della UE.

In Italia la crisi dell'auto si inscrive in una lunga parabola. Negli ultimi diciassette anni la produzione di FIAT, poi FCA e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70%, da 911000 alle 300000 stimate quest'anno. Delle 505000 auto vendute in Italia, meno della metà è stata prodotta in Italia. La promessa di Stellantis di aumentare la produzione nel paese si è rivelata, una volta di più, una truffa: un modo di battere cassa per incassare incentivi a tutela degli azionisti.
In ogni paese i capitalisti dell'auto battono cassa presso i governi nel nome della “tutela del lavoro” nel momento stesso in cui gestiscono delocalizzazioni e programmano chiusure. Tavares implora un “piano Marshall” per la transizione all'elettrico attraverso la formazione di un fondo europeo per l'automobile, nella speranza di offrire ai propri azionisti una ragione valida per confermarlo amministrazione delegato. In realtà si prepara a gestire lo scontro sociale contro i propri salariati.

Nel frattempo le società partecipate dalla holding della famiglia Agnelli-Elkann celebrano un utile record per il primo semestre del 2024: quasi 15 miliardi di euro. È il frutto dei successi di borsa delle azioni del gruppo sui molteplici fronti del proprio investimento finanziario: dal settore del tech alla sanità privata. La furibonda guerra interna alla famiglia Agnelli per la spartizione dell'eredità non ha ostacolato dunque il comune incasso degli utili finanziari.

La natura parassitaria del capitalismo trova una conferma tanto più clamorosa nel quadro della crisi dell'auto. La lotta per l'esproprio della borghesia e per la proprietà pubblica sotto controllo operaio delle leve della produzione non è solo l'unica via di una transizione ecologica rispettosa degli operai e del loro lavoro. È anche una misura elementare di igiene morale. Porteremo questa verità nel prossimo sciopero sindacale di tutto il settore auto e componentistica del 18 ottobre.

Partito Comunista dei Lavoratori