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La morte di un Papa

 

mortepapa22 Aprile 2025

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Da comunisti non ci associamo al lutto universale, a reti unificate, per la morte di Papa Bergoglio.
In particolare, non concordiamo con la commemorazione estatica della figura di Papa Francesco da parte di tutte le le sinistre cosiddette radicali.

Naturalmente, rispettiamo profondamente la libertà religiosa e i sentimenti dei fedeli. Ma non al prezzo di rinunciare alla verità. La religione, ogni religione, è oppio dei popoli, scriveva Marx. La Chiesa cattolica nel mondo è la principale dispensatrice di questo oppio. Il culto religioso lo celebra. Il Papa, ogni Papa, è a capo del culto. La predica di una vita ultraterrena e della resurrezione della carne favorisce la rassegnazione a una vita terrena di sfruttamento e di oppressione per miliardi di esseri umani. Il richiamo alla carità verso gli umili non solo non cambia l'ordine reale delle cose, ma presuppone la sua conservazione, contro ogni prospettiva di rivoluzione. Attenzione per i poveri? Persino la Chiesa della Controriforma che scatenava la guerra contro le streghe moltiplicò gli ordini caritatevoli e assistenziali a tutela dei poveri, pur di replicare all'insidia del protestantesimo.

Più in generale, la stessa idea di un Dio Padre creatore dell'uomo, negando la figura dell'uomo quale creatore di Dio, lo educa per questa via a un principio di sottomissione. Non a caso la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, vide nell'autorità terrena il riflesso di Dio, e nell'obbedienza alla autorità il dovere dell'obbedienza a Dio.
Peraltro, la stessa retorica dell'uguaglianza e della fratellanza tra le “creature di Dio” tradisce puntualmente la propria ipocrisia quando si tratta delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle persone transgender. Nel loro insieme, più della metà della specie umana su scala planetaria.
Lo stesso ordine interno alla Chiesa cattolica si fonda peraltro sulla disuguaglianza tra uomini e donne, rigorosamente escluse dal sacerdozio. La negazione del diritto all'aborto, assimilato a un omicidio, la condanna dei medici non obiettori chiamati “sicari”, il parallelo tra armi e contraccettivi in quanto entrambi soppressori della vita, sono tutti concetti pubblicamente espressi da Papa Bergoglio, anche in tempi recenti.

Quanto alla ripulitura della Chiesa cattolica dalla pedofilia, e dalla gigantesca mole di crimini contro bambini e suore a tutte le latitudini del mondo, Bergoglio non è andato al di là della retorica della denuncia. Il quotidiano Domani ha documentato nel 2022 che il Vaticano si è limitato a trasferire in altre diocesi i sacerdoti abusatori, e ha continuato a far pressione sulle vittime perché non rendessero pubblici gli abusi.
In ogni caso, Bergoglio ha confermato la giurisdizione ecclesiastica come unico possibile tribunale per i casi di pedofilia, sottraendoli pertanto alla giustizia ordinaria. Nei fatti, una garanzia di copertura protettiva, contro ogni principio di uguaglianza. I sistemi concordatari fra Stato e Chiesa tutelano peraltro il privilegio della Chiesa anche sotto il profilo giudiziario.

È vero: Papa Bergoglio ha pronunciato in più occasioni parole di denuncia a difesa dei migranti, a tutela della natura, e contro la guerra. Ha cercato su diversi terreni di risollevare l'immagine pubblica della Chiesa dalla sua crisi profonda provando a mettersi in sintonia coi sentimenti progressisti di una parte dell'opinione pubblica e della giovane generazione. Soprattutto ha voluto rispondere alla crisi verticale della popolazione cattolica in Occidente (in particolare in Europa e negli USA), e alla concorrenza crescente dell'islamismo su scala mondiale, con la ricerca di più ampie aree di influenza cattolica nei continenti oppressi, a partire dall'Africa, peraltro senza riuscire a invertire la china. Ma le parole progressiste restano parole, sulla bocca del Papa come sulla bocca dei governanti borghesi “democratici” e “umanitari”. Le parole, svincolate dall'azione, non servono a cambiare la realtà, ma a mascherarla. Peraltro, la stessa parola di Bergoglio è stata ben attenta ad evitare pericolosi equivoci. Parlare della “guerra” e della “pace” come categorie universali ed astratte significa cancellare il confine tra guerre imperialiste degli oppressori e guerre di liberazione degli oppressi. Ciò che tutela in definitiva gli oppressori. Se si denuncia come ignobile il massacro di Gaza, ma si condanna o si ignora la resistenza palestinese, cambia qualcosa per il popolo oppresso? Si risponderà che non rientra nel ruolo di un Papa il pubblico sostegno ad una resistenza. Verissimo. Ma qual è allora esattamente il ruolo del Papa, di ogni Papa? Questo è il punto.

Il ruolo del Papa, di ogni Papa, è inseparabile dalla natura della Chiesa. La Chiesa è un'istituzione reazionaria. Una monarchia teocratica e assolutistica. Il Papa, ogni Papa, in quanto capo della Chiesa, è istituzionalmente un sovrano assoluto che concentra nelle proprie mani ogni potere verso i propri sudditi. La cosiddetta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), propria delle democrazie borghesi liberali, è estranea alla Chiesa. Il Papa sovrano detiene il controllo degli stessi beni patrimoniali della Chiesa, perché tutte le diverse amministrazioni dei beni ecclesiastici, immobiliari, finanziari, azionari, fanno capo alla somma figura del Pontefice. Le proprietà ecclesiastiche sono immense. Nella sola Italia, la Chiesa ha il primato delle proprietà immobiliari, al netto dei luoghi di culto. Sono proprietà largamente esentate da qualsiasi dovere fiscale. In compenso, le casse dello Stato, a livello centrale e locale, provvedono in varie forme al trasferimento di risorse pubbliche nel portafoglio ecclesiastico, dal pagamento degli insegnanti della religione cattolica agli oneri di ristrutturazione degli immobili della Chiesa.

La Chiesa è a tutti gli effetti capitalismo ecclesiastico. Gli scandali finanziari che la interessano sono un riflesso della sua natura. Ad esempio, recentemente, lo scandalo dell'Obolo di San Pietro ha rivelato che i fondi di beneficenza per i poveri vengono usati per transazioni finanziarie e commerciali della Chiesa nei ricchi quartieri delle metropoli. Qualcuno può seriamente meravigliarsene?

Papa Bergoglio non ha cambiato nulla, perché non poteva cambiar nulla, nella natura materiale della Chiesa. Da buon sovrano, ha provveduto a gestirla. Sicuramente ha provato a cambiare le forme di comunicazione del papato uscendo dalla canonica dottrinaria di Papa Ratzinger a favore di un linguaggio più popolare e diretto. Sicuramente ha puntato a ridimensionare a proprio vantaggio l'equilibrio di potere con la Segreteria di Stato vaticana, facendo della propria relazione col popolo dei credenti un punto di forza nel rapporto con la gerarchia. In questo senso, paradossalmente, Bergoglio ha enfatizzato la natura assolutistica del papato all'interno dell'ordine vaticano. La sua estrazione peronista e gesuitica lo ha sicuramente aiutato nell'operazione.

Resta il nodo di fondo, che va al di là di Bergoglio. Si può presentare la figura di un sovrano assoluto, capo di una monarchia teocratica e capitalistica, come figura di «comunista» (Maurizio Acerbo, Rifondazione Comunista) e «grande rivoluzionario» (dalla Rete dei Comunisti a Il Manifesto)?
Nella subordinazione reverente al papato, nell'incanto per la sua parola, si riflette, in ultima analisi, l'adattamento alla società borghese. Cioè la rinuncia ad ogni prospettiva di rovesciamento dell'ordine reale del mondo. Le ragioni del marxismo rivoluzionario trovano una volta di più la propria conferma.

Marco Ferrando

Ciao Mario

 


Pubblichiamo due ricordi di Mario Tommasi, militante per molti anni del nostro partito, scomparso ieri.


Nella vita spesso si vivono momenti di impotenza, che inducono stati di sofferenza improvvisa. Quando ci si confronta in particolare con il lutto e la morte, tutto diventa più difficile da affrontare e sembra impossibile.

Oggi ci ha lasciato il compagno Mario Tommasi, un bravo compagno e una bella persona. Per me è stata una vera e propria doccia fredda, avevo avuto modo di sentirlo circa un mese fa, mi aveva detto che non era stato bene ma mi aveva tenuto nascosto della sua malattia, che oggi ce lo ha portato via.

Militante e dirigente del PCL, compagno sempre disponibile e pronto a mettersi in discussione, dotato di spirito critico. Era stato sin dalla fondazione del PCL – all'epoca chiamato Movimento – il nostro punto di riferimento nella provincia di Rieti, un compagno appassionato e generoso. Negli ultimi anni aveva abbondonato la politica attiva, ma non aveva reciso i legami con la comunità del suo partito, e spesso sui social non mancava di far presente il suo punto di vista.

Non dimenticherò mai il tuo modo di stare in piazza, da manuale; la tua voce era così netta ed instancabile.

Mario non era solo un compagno eccezionale, ma anche un amico. Ci mancherai.

Condoglianze e un abbraccio a Nazzarena.


Eugenio Gemmo






Mario Tommasi, compagno esemplare


Mario Tommasi era un compagno dai grandi silenzi. Era attraverso i silenzi che parlava, più che con le parole. Il suo carattere affabile, semplice, di una mitezza che sconfinava in un'introversione inaccessibile, era il corrispettivo della concretezza e semplicità con cui concepiva la militanza.

Mario aveva un approccio essenzialmente pratico all'attività politica. Che non è mai stato per lui la negazione del lato teorico, ma lo sforzo costante di far vivere la teoria in ogni singolo atto in cui era possibile infonderla e trasmetterla. In ogni volantinaggio, corteo, assemblea, incontro.

Un'attitudine che forse gli derivava dal suo lavoro di programmatore e di informatico ante litteram. Fu attivo per lunghissimo tempo, fin da giovane tecnico (come allora venivano chiamati), nel Collettivo politico della Olivetti e nella "cellula Olivetti" del PCI, a Roma. Approdò a Rifondazione Comunista, e a Proposta (antesignana del PCL), quasi naturalmente. Ai tempi della nascita del PCL, nel 2006, fu tra i dirigenti locali di Rifondazione, a Rieti e nel Lazio, che più si spesero per far capire le ragioni della scissione e per organizzare una risposta collettiva che fosse all'altezza della situazione.

Per anni e anni, ha guidato esemplarmente la piccola e combattiva sezione di Rieti ovunque in prima linea.
Per molti anni non c'è stato corteo, manifestazione, iniziativa pubblica, appuntamento interno che non lo vedesse presente, defilato e instancabile, macinando decine di chilometri, con una puntualità che anticipava anche le circolari di convocazione, con la amata Nazzarena sempre al suo fianco.
Che fosse la presenza assidua ai cancelli delle fabbriche, la vendita del giornale, i volantinaggi, i tavolini, la raccolta firme, una conferenza stampa, non c'era niente che Mario non organizzasse fin nei dettagli. Quei dettagli ai quali prestava sempre attenzione, e che spesso erano per lui la chiave di volta per capire e spiegare questa o quella posizione, questa o quella dichiarazione, questo o quel disegno del nemico di classe.

Non era compagno di tante parole, Mario, non era compagno di convenevoli. Per lui le parole pesavano, ed erano da usare poco e indirizzare bene. I suoi interventi nelle riunioni locali e nazionali erano sempre calibratissimi, e centravano il sodo senza girarci intorno, all'occorrenza riportando tutti coi piedi per terra. A un congresso nazionale presentò degli emendamenti e un documento sul finanziamento (sua "fissazione" di sempre, per la quale era stato componente della commissione economica del partito), e negli interventi di presentazione fu approfondito fino alla pignoleria, non lasciò nulla al caso, facendo capire lo scrupolo affilato con cui aveva pensato e studiato prima di agire.

Non lasciare niente al caso era l'impronta del suo contributo, del suo leninismo. Era per questo che il suo tarlo organizzativistico non lo lasciava mai soddisfatto, mai assetato. Un tarlo che lo poteva portare a dissensi verticali ma non all'autocompiacimento della distruzione, dell'isolamento o della fuga. Sapeva bene che un partito rivoluzionario è imperfetto per definizione, e che la costruzione non è che un cammino incessante verso il miglioramento sempre possibile ma spesso non a portata di mano. Era consapevole di questo per intelligenza e per fatto generazionale, per atteggiamento e per comprensione politica. E non poteva che reagire con una delle sue tipiche alzate di spalle, o allargando sconfortato le sue enormi braccia, quando era alle prese con facilonerie e spacconaggini che gli era toccato di vedere anche dentro il suo partito.
Il suo proverbiale anti-ottimismo – che alla fine aveva e ha avuto la meglio – non era mai un motivo di ripiegamento ma semmai una molla per spingersi avanti, per trovare una soluzione, magari cambiando strada, insieme.

Ciao Mario, grazie del tuo esempio. Cercheremo di farlo vivere nel tuo ricordo.


OL

Pietro Tresso, a ottant'anni dalla sua morte

 


Sono ormai passati ottant’anni da quando “Blasco”, Pietro Tresso (guarda il nostro video documentario nuovo di zecca), uno dei padri del movimento operaio italiano ed internazionale, perse tragicamente la vita. La sua testa cadde come tanti altri rivoluzionari, per opera della burocrazia stalinista. Colpevoli solamente di opporsi alle menzogne fabbricate da Mosca.

La vita di Tresso fu piena di privazioni, sofferenze e miseria.

Nato nel 1893, quarto figlio di un ex mezzadro di Venezia divenuto manovale, e a nove anni dovette lasciare la scuola, imparando sin dalla tenera età il mestiere di sarto, alcune fonti riportano anche possibile operaio presso la fabbrica Lanerossi di Vicenza.
Entrò presto nella gioventù socialista, e fu insieme a Bordiga e Gramsci uno dei fondatori del PCI e membro dell’Ufficio Politico.

Grande organizzatore di sindacati contro il fascismo (famosa la lotta a Gravina di Puglia), responsabile del centro interno clandestino del PCI in Italia, rappresentò il Partito Comunista d'Italia a Mosca nel novembre del '22 durante il IV congresso dell'Internazionale Comunista. La sua figura e il suo prestigio nella sinistra italiana gli costarono virulenti attacchi da parte dei fascisti, che cercarono anche di ucciderlo.

La sua personalità dotata di grandi capacità politiche e organizzative fu descritta in maniera esemplare da Ignazio Silone: «Sotto molti aspetti, Pietro Tresso era in effetti un comunista esemplare. Caso poco frequente nel movimento operaio italiano, era un dirigente di origine proletaria che conservava intatte le qualità di freschezza e attività della sua classe sociale. Benché autodidatta, la sua viva intelligenza s'applicava allo studio degli argomenti più differenti, anche quelli che erano estranei alle necessità del lavoro pratico che il partito gli affidava. Nella conversazione con gli amici, gli piaceva manifestare il suo gusto per la conoscenza disinteressata. Era coraggioso di natura e, nelle circostanze più drammatiche del lavoro clandestino, non perdeva mai il suo buonumore».

Nel 1930 venne espulso dal PCI, insieme a due compagni dell'Ufficio Politico, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, a causa dell'adesione al trotskismo. Diede battaglia con tutta la sua tenacia alla linea avventuristica dello stalinismo, aderì all'Opposizione di Sinistra Internazionale fondata da Trotsky; da quel momento in poi lavorò fino alla morte al suo fianco, nelle file del movimento trotskista internazionale.

Nei primi anni '30, Blasco si impegnerà a costruire e a dirigere, in Italia e in Francia, la lotta sistematica alla burocrazia sovietica. Egli era infatti oramai convinto del processo degenerativo in atto nell'URSS, processo che portò il partito di Stalin e dei suoi lacchè alla divisione della classe operaia, bollando i socialisti come "socialfascisti", contribuendo così alla vittoria del nazismo in Germania.

Nel 1943, tra il 26-27 ottobre, la sua vita giunge all'epilogo: verrà giustiziato a sangue freddo, in Francia, da sicari di Stalin, "gli affossatori della rivoluzione". Su chi abbia dato l’ordine ancora non vi è chiarezza. Sicuramente l’ordine è partito dall’alto. Sappiamo che l’esecutore materiale fu il partigiano Jean Sosso (Giovanni Sosso), un uomo dell’apparato stalinista, nato in Italia ma migrato in Francia. Dopo la guerra fu inviato in Polonia come giornalista dell’Humanité (giornale francese stalinista).

Il PC italiano si è chiuso in un silenzio compromissorio. Togliatti e Cerreti, se non direttamente colpevoli, erano sicuramente a conoscenza della morte di Tresso. Leonetti, ex storico dirigente del partito, come ha riportato il giornalista Berardi dell’Unita (giornale del PCI), nel dicembre del 1984, prima della morte, ricevette all’ospedale romano Gemelli la visita di due uomini che gli chiesero di far sparire un testo di Togliatti che, se pubblicato, avrebbe scatenato l’inferno. Leonetti li allontanò definendoli dei «corvi».

Tresso è uno di quei dirigenti come Wolf, Nin, Klement, L. Sedov, che hanno dedicato la vita per il socialismo. Militanti che si sono opposti alle tragedie della burocrazia staliniana, militanti che hanno lottato per l'internazionalismo comunista, pagando con la vita le loro idee. Tresso merita un adeguato riconoscimento, è un’icona non solo politica ma anche morale di grande valore.

Per troppo tempo le vittime dello stalinismo sono state rimosse e cadute nel dimenticatoio. Lo stalinismo non era un giudice di un tribunale operaio, ma un becchino poggiato sul sangue dei rivoluzionari.



Bibliografia essenziale su Pietro Tresso

Assassinii nel maquis. La tragica morte di Pietro Tresso - Pierre Broué - Prospettiva Edizioni

Vita di Blasco di Giorgio Sermasi, Paolo Casciola, Odeonlibri

Alfonso Leonetti. Storia di un'amicizia. Testi inediti, ricordi e corrispondenza con Roberto Massari (1973-1984)

Il vento contro - Stefano Tassinari - Marco Tropea Editore

Jean Burles
https://maitron.fr/spip.php?article18197

Jean Sosso
https://maitron.fr/spip.php?article131464

Eugenio Gemmo

Una vita contro gli operai

 


La storia vera di Giorgio Napolitano, il "comunista" preferito di Kissinger

In queste ore la memoria di Giorgio Napolitano è omaggiata a reti unificate. Non è un caso.
La sua biografia riassume storia e deriva della sinistra italiana tra prima e seconda Repubblica. Dallo stalinismo al liberalismo borghese. La massima coerenza nel trasformismo. La massima coerenza contro gli operai.

Da dirigente stalinista del Partito Comunista Italiano, promosso nel Comitato Centrale col fatidico VIII Congresso (1956) si guadagnò i galloni dorati di Togliatti partecipando attivamente al plauso dei carri armati di Mosca contro gli operai ungheresi. Un bagno di sangue che Napolitano, appena trentunenne, salutò come «difesa del socialismo» e «contributo decisivo alla pace mondiale».

Negli anni '60, responsabile del PCI per il Mezzogiorno al posto del vecchio Li Causi, e pupillo prediletto di Giorgio Amendola, inaugurò la propria carriera nell'ala destra della burocrazia PCI, quella che chiedeva una politica di apertura al governo del centrosinistra, e in particolare al partito socialista, in funzione di una promozione istituzionale del PCI. Fu il celebre congresso del 1966, con la dialettica interna all'apparato stalinista tra la posizione movimentista di Ingrao e la destra amendoliana. L'ambizione di Napolitano era quella di succedere a Luigi Longo quale segretario del partito. Ma la sua posizione di confine nella dialettica d'apparato non giocò a suo favore. La nomina di Berlinguer fu per lui uno smacco che si appuntò al dito.

Negli anni '70, aperti dall'autunno caldo e conclusi con l'unità nazionale, Napolitano giocò un ruolo importante. Al fianco dell'anziano Giorgio Amendola combinò la massima diffidenza verso le lotte dei lavoratori e “il ribellismo del '68” con la massima postura governista.
L'allentamento delle relazioni del PCI con Mosca sancito dal «franco dissenso» sull'invasione della Cecoslovacchia (agosto 1968) e al tempo stesso, e soprattutto, l'ascesa di massa che attraversava il paese spinsero i settori decisivi della borghesia italiana (Carli, Agnelli, La Malfa) ad aprire al PCI per una sua corresponsabilizzazione di governo. Era l'unica via per fermare la classe operaia e ricondurla all'ovile. Napolitano fu un uomo di punta dell'operazione. Attivo sostenitore del compromesso storico di Berlinguer, in omaggio alla tradizione togliattiana del dopoguerra, Napolitano fu il principale elaboratore della politica di austerità e sacrifici che accompagnò la politica dei governi di unità nazionale tra il 1976 e il 1978 (prima manomissione della scala mobile, apertura alle privatizzazioni, esaltazione della produttività...). Il "Piano a medio termine" del PCI, che razionalizzò l'austerità, fu scritto da Giorgio Napolitano, quale responsabile economico del partito.
Ma il suo ruolo e scopo principale da allora divenne un altro: quello di legittimare il PCI quale partito di governo presso la diplomazia dell'imperialismo USA. Napolitano fu il primo dirigente del PCI ospitato a Washington. Kissinger, appena reduce dal golpe fascista di Pinochet, chiamò Napolitano «il mio comunista preferito» (1978). Una onorificenza meritata.

Negli anni '80, gli anni del declino del PCI, Napolitano fu il capofila della cosiddetta ala migliorista del partito, il settore della burocrazia maggiormente legato alle amministrazioni locali, quello più aperto verso le socialdemocrazie europee e in Italia verso il PSI di Bettino Craxi.
Quando il governo Craxi varò il decreto di San Valentino del 1984 contro la scala mobile, costringendo Berlinguer a replicare col referendum per tutelare il peso negoziale del PCI, Napolitano capeggiò l'ala della burocrazia più refrattaria a ogni forma di conflitto col PSI. Ebbe dalla sua anche Luciano Lama, che si allineò a Berlinguer solo per disciplina. Dopo la morte di Berlinguer, quando si aprì nella burocrazia la lotta per la successione, Napolitano puntò a rilanciare una propria candidatura: ma la sua posizione di confine nell'apparato ancora una volta gli precluse quello sbocco, aprendo la via prima a Natta e poi a Occhetto.

Fu solo negli anni '90 che Napolitano cominciò finalmente ad andare all'incasso dei meriti acquisiti in precedenza presso la borghesia italiana (e non solo italiana).
In prima fila nello scioglimento del PCI alla Bolognina, dopo la caduta del Muro di Berlino, Napolitano incrociò il crollo della prima Repubblica e l'avvio della seconda.
Eletto Presidente della Camera nel 1992, fu sufficientemente abile per evitare di restare sotto le macerie del craxismo e al tempo stesso sufficientemente spregiudicato per puntare in prima persona a ruoli di governo.
Quando nacque il primo governo Berlusconi, nel 1994, intervenne in Parlamento per censurare ogni opposizione pregiudiziale. Berlusconi andò platealmente a stringergli la mano. Napolitano divenne il primo ministro degli Interni di estrazione PCI, nel governo di Romano Prodi (1996-1998), quello che con i voti della Rifondazione di Bertinotti, Ferrero, Rizzo, varò il lavoro interinale e il record delle privatizzazioni in Europa. Da ministro degli interni di scuola Pecchioli, Napolitano contribuì col varo di una legge che per la prima volta istituiva la detenzione amministrativa dei migranti (legge Turco-Napolitano), la legge antesignana dei futuri CPR. Una legge infame. Erano gli anni del tentato blocco navale contro l'”invasione” degli albanesi, quello con cui nel 1997 si speronò e affondò nel mare d'Otranto un barcone con più di cento migranti. Un crimine impunito. Il ministro degli Interni Napolitano gestì e coprì l'operazione, e la sua cancellazione successiva dalla memoria nazionale della sinistra.

Ma la carriera di Napolitano nella sua seconda vita era appena iniziata. Nel 2006, forte del suo prestigio, venne nominato Presidente della Repubblica. Da Presidente della Repubblica, collaborò prima col secondo governo di Romano Prodi tra il 2006 e il 2008 (quello che col voto di Rifondazione detassò i profitti passando l'IRES dal 34% al 27,5%), poi col terzo governo Berlusconi (2008-2011), di cui coprì per “responsabilità istituzionale” tutta la legislazione ad personam, le leggi contro il lavoro, la controriforma Gelmini contro la scuola pubblica, firmando e controfirmando tutte le peggiori schifezze.
Quando nel 2011 precipitò la crisi della maggioranza che sorreggeva Berlusconi, cercò di fare l'impossibile per cercare di garantirgli la sopravvivenza. Lo mollò solo sotto la pressione del capitale finanziario nazionale e internazionale con lo spread a 575 punti. Ma invece di convocare le elezioni, patrocinò il governo di unità nazionale di Mario Monti e la sua politica di lacrime e sangue contro i salariati, a partire dalla famigerata legge Fornero. Una politica sostenuta dal PD e consentita dalla CGIL – con la pubblica benedizione di Napolitano – che spianò la strada all'ondata populista tra i salariati.
Rieletto nel 2013 per mancanza di alternative, Napolitano sospinse il tentativo di riforma reazionaria delle istituzioni con un esplicito appello al Parlamento italiano nel nome della governabilità. Fu Matteo Renzi a raccogliere il mandato di Napolitano. La sua gestione personalistica dell'operazione la condannò, com'è noto, alla rovina. Napolitano fu abile ancora una volta a sottrarsi alle macerie di quel renzismo che aveva sospinto, e poi a concludere la propria carriera con un ritiro onorato.

Napolitano uomo delle istituzioni? Certamente. Un servitore fedele dello Stato borghese in tutte le vite che ha attraversato. Sempre dall'altra parte della barricata di classe. Sempre contro i lavoratori.
La borghesia giustamente lo acclama, col coro unanime di tutti i partiti. Landini ha parlato in queste ore, vergognosamente, di «uno di quei padri di cui possiamo sempre andare fieri» (testuale). A noi allora il compito di ricostruire tra i lavoratori la memoria vera di un loro ostinato avversario.

Partito Comunista dei Lavoratori

A 80 anni dall’assassinio del nostro compagno Trotsky

 

20 Agosto 2020 - 80 anni fa, a Coyoacán, in Messico, il 20 agosto, Ramón Mercader, sicario al soldo di Stalin, colpiva a morte con una piccozza, Lev Trotsky. Se ne andava così (per la precisione il 21, dopo un giorno di agonia), quella che possiamo definire la quinta e ultima colonna degli “imprescindibili” del marxismo, dopo Marx, Engels, Rosa Luxemburg e Lenin.


La perdita è stata così grande e rovinosa che sono palpabili ancora oggi le conseguenze, non solo nel campo d’avanguardia del marxismo militante, ma anche e soprattutto nel movimento operaio, privo com’è da troppo tempo di una guida autorevole in grado di interrompere la sequela di sconfitte cui l’hanno portato riformisti e stalinisti di tutte le razze e le sfumature.

Se a Marx dobbiamo in particolare il nocciolo dell’analisi anatomica del capitalismo, a Engels l’approfondimento del rapporto tra il materialismo dialettico e le scienze naturali, a Rosa la definitiva codificazione che separa i rivoluzionari dai riformisti, a Lenin la teorizzazione della costruzione del partito e l’analisi della fase monopolistica del capitalismo, Trotsky è fondamentale per l’analisi materialista della degenerazione stalinista dello stato sovietico. Senza Trotsky non si può capire pienamente la dinamica che va dall’ascesa di Stalin alla caduta dell’Urss e quindi al disastro attuale. Ma prima di questo, Trotsky fu il brillante teorico della rivoluzione permanente, cioè del processo che portò alla rivoluzione socialista in Russia (come ricordava Gramsci nel 1924). E poi dello sviluppo diseguale e combinato del capitalismo e dei processi rivoluzionari.

Naturalmente, come Marx, Engels, Lenin e Rosa Luxemburg furono molto altro rispetto a quanto abbiamo sinteticamente ricordato, alla stessa maniera non vogliamo sminuire i tanti meriti di Lev. Trotsky fu oratore d’eccezione, così bravo da conquistarsi giovanissimo la guida del Soviet di Pietrogrado nel “prologo” rivoluzionario del 1905; fu in grado di guidare l’Armata Rossa nel 1917 come un “Napoleone bolscevico” portandola alla vittoria contro i bianchi nella guerra civile; fu una delle migliori penne (“Penna” era appunto uno dei suoi primi soprannomi), non solo del movimento operaio, ma anche della letteratura russa, e quindi mondiale, tanto che molti, per il suo stile, lo paragonano a Tolstòj. E se, non avendo scritto romanzi e racconti, la sua scrittura non può avere quella penetrazione psicologica a tutto tondo che ha reso eterna l’opera di Tolstòj, certo la lingua di Trotsky può fregiarsi di quella precisione scientifica che la filosofia della “non violenza” di Tolstòj si è solo sognata.

Anche se non dimentichiamo affatto tutte queste cose, è lo stesso Trotsky a scrivere, nel suo diario d’esilio, che per quanto fosse stato importante durante gli anni d’oro della Rivoluzione d’Ottobre, anche senza di lui in qualche modo le cose sarebbero andate come sono andate, a condizione che Lenin fosse stato presente. Trotsky si riteneva insostituibile solo per la fase successiva. Non c’era nessuno, oltre a lui, in grado di armare una nuova generazione con le idee più taglienti e affilate del marxismo. Creò la Quarta Internazionale per questo. Perché si potesse, nel più breve tempo possibile, tornare a vincere.

Trotsky fino alla morte aggiornò il marxismo mettendolo alla prova durissima dei fatti salienti della sua epoca. Eventi come il fascismo, il nazismo e lo stalinismo erano assolute novità nel panorama politico del tempo. Non era quindi facile fare un’analisi corretta di questi fenomeni. Eppure – e non lo diciamo per piaggeria verso il nostro ultimo grande maestro, non ne abbiamo bisogno né noi né lui – esiste una e una sola analisi precisa e corretta di tutti quegli eventi: la sua, quella del marxismo di Trotsky.

Trotsky ha avuto ragione in tutti i principali snodi della Storia. Il “socialismo in un solo paese” di Stalin, tanto realista e lungimirante come una talpa, si è trasformato nel 1989-91, nel “capitalismo permanente” come preannunciato dal presunto utopista fuori dal mondo, Trotsky: «La burocrazia stalinista non è altro che il primo stadio della restaurazione borghese», così scriveva in un’appendice del suo ultimo lavoro rimasto incompiuto, lo “Stalin” appunto. E del resto lo aveva scritto già tantissime volte in tantissimi altri articoli e libri: senza una rivoluzione politica che abbattesse la burocrazia staliniana, questa prima o poi, frenando e impantanando sempre di più l’economia sovietica, si sarebbe girata da un giorno all’altro verso il capitalismo. È quello che è avvenuto, con la burocrazia sovietica passata armi e bagagli nel campo della borghesia. Trotsky lo predisse 70 anni prima, non come un veggente, ma come un materialista che sa usare come nessuno quello strumento raffinatissimo dell’analisi storico-sociale che prende il nome di “marxismo”.

Ebbe così tanta ragione che l’ebbe pure contro i suoi biografi più brillanti, come il Deutscher (e quelli che nello stesso movimento trotskista erano in accordo con lui), che ai tempi della “destalinizzazione” di Chrušcëv convertì la sua immensa presunzione alle pretese dello stalinismo: «Può essere riformato, Lev si è sbagliato!», così andava ripetendo in giro lo storico famoso per la trilogia del “profeta armato”, dimostrando solo che il metodo marxista s’intende, molto più degli storici, di storia presente, passata e soprattutto futura.

Ha avuto ragione contro i borghesi che equiparano bolscevismo e stalinismo, non sapendo spiegare (neanche provandoci) perché la logica rivoluzionaria di Lenin debba finire in quella controrivoluzionaria di Stalin. Troppo complicata la dialettica per le menti logico-formali dei borghesi. Per mettere assieme Lenin e Stalin e ridurre tutto a una dittatura e a un colpo di stato come i tanti a cui la borghesia ci ha abituato, bisogna vedere, e pure distorcendolo, solo un aspetto del bolscevismo, la violenza, chiudendo un occhio sui “dettagli” più giganteschi che la Storia abbia mai prodotto: «l’abolizione della monarchia e della nobiltà, la restituzione della terra ai contadini, l’espropriazione del capitale, l’introduzione dell’economia pianificata, l’educazione atea, ecc.» (Bolscevismo e Stalinismo, 1937).

«Lo stalinismo non è la logica evoluzione del bolscevismo, bensì la sua negazione dialettica termidoriana», non tanto perché lo ha scritto Trotsky, ma soprattutto perché questa è stata la dinamica storica effettivamente verificatasi e conclusasi nel 1989-91. Una dinamica che la cecità borghese non può vedere, tanto più che una volta messi sullo stesso piano Lenin e Stalin, non troverete storico apparentemente antistalinista e ferocemente antibolscevico, che tra Stalin e Trotsky non si schieri dalla parte del primo, sempre visto come genio e grande stratega, di contro al secondo sempre liquidato come visionario e politicamente fesso però ugualmente macabro, se non peggio: la mediocrità degli storici borghesi si riflette sempre a meraviglia nella mediocrità di Stalin.

Trotsky ha avuto ragione nella rivoluzione cinese del 1925-27, quando scrisse in presa diretta che la politica di Bucharin e Stalin, che sottomettevano il Partito Comunista Cinese al Kuomitang borghese, ripristinando di fatto la rivoluzione a tappe menscevica, avrebbe portato al suicidio, puntualmente avvenuto a Shanghai, quando operai e comunisti furono massacrati dall’Esercito Rivoluzionario Nazionale che avevano contribuito ad armare.

Molto si è discusso sugli errori di Lenin e Trotsky e dei bolscevichi che avrebbero spianato la strada a Stalin, dalla proibizione delle frazioni al X Congresso del Partito, alla repressione di Kronštadt mai messa in discussione da Trotsky, se non nella forse ineluttabile necessità, almeno nella modalità, specialmente l’inutile massacro di molti dei prigionieri a rivolta già completamente domata, alla esclusione dai soviet dei partiti socialisti a vittoria ottenuta.

Sarebbe sciocco negare che tutto questo abbia pesato nel corso dell’involuzione staliniana della Rivoluzione, ma poiché tutti questi sono fattori sostanzialmente interni e secondari, e noi con Trotsky riteniamo che il fattore decisivo sia stato all’interno lo sviluppo, in un quadro di arretratezza economica e sociale di un nuovo ceto privilegiato e all’esterno, nel quadro della lotta di classe su scala internazionale, la sostanziale non comprensione dei bolscevichi, eccetto Lenin e Trotsky e pochi altri, della teoria della rivoluzione in permanenza, cioè della rivoluzione borghese che “trascresce” in socialista senza soluzione di continuità e senza tappe. Questa tesi di Trotsky, fu compresa per il rotto della cuffia da Lenin con le famose Tesi d’Aprile del 1917, ma non fu mai assimilata nel profondo dal resto dei bolscevichi. Stalin usò scientemente i fronti popolari con la borghesia e la rivoluzione a tappe per far fallire le rivoluzioni socialiste, ma questo si può dire solo dall’ascesa di Hitler in avanti, prima non ne fu del tutto cosciente, fu più il retaggio di una concezione che i bolscevichi avevano tenuto dal febbraio del 1917 fino all’arrivo di Lenin, per poi accettarne le tesi senza esserne troppo convinti. L’incomprensione delle tesi di Trotsky sulla rivoluzione in permanenza e delle sue implicazioni a livello internazionale, pesò più di cento Kronštadt nell’involuzione politica dell’Internazionale Comunista, riflesso di quella sociale del regime sovietico stalinizzato.

Trotsky ebbe ragione quando scrisse che il fascismo era una reazione che si appoggiava sulla piccola borghesia inferocita e resa isterica dalla crisi capitalistica, ma che una volta al potere era tutto tranne che la piccola borghesia al potere. Quanto è ancora attuale questa lezione!

Ebbe ragione contro la teoria del “socialfascismo” che equiparava i riformisti socialdemocratici ai nazisti, anzi temendo più i primi e incoraggiando i secondi: «Scagliamoci contro i riformisti, lasciamo che i nazisti vadano al potere, dopo di loro toccherà a noi». Così arringava gli stalinisti il capostipite degli stalinisti, l’ottuso Stalin e il suo rappresentante in Germania Thalmann, che infatti… morì in un campo di sterminio nazista. Invano Trotsky disse di far fronte unico comune coi riformisti contro i nazisti, perché dopo i nazisti non sarebbe arrivato nessuno, tanto meno i comunisti, i primi ad essere fatti fuori dai nazisti, prima di stalinisti e riformisti subito dopo. Stalin e gli stalinisti irrisero questi avvertimenti, ma più di loro risero Hitler e la borghesia. E con loro la Storia che ride ancora adesso di una simile, strampalata teoria, forse la più cretina che sia mai circolata nel movimento operaio.

Fu di una lucidità che ha dell’incredibile per chi non comprenda la grandezza inarrivabile del marxismo, quando nel 1931, praticamente un decennio prima, scriveva: «Una vittoria del nazismo in Germania significherebbe una guerra inevitabile contro l’Urss […] Oggi nessuno dei “normali” governi parlamentari borghesi può rischiare una guerra contro l’Urss perché comporterebbe la minaccia di immense complicazioni interne. Ma se Hitler arrivasse al potere e annientasse l’avanguardia degli operai tedeschi, polverizzando e demoralizzando l’intero proletariato, il governo fascista sarà il solo in grado di ingaggiare una guerra contro l’Urss […] In questa impresa, il governo di Hitler sarebbe soltanto l’organo esecutivo del capitalismo mondiale nel suo insieme» (La chiave della situazione è in Germania - 1931). In queste poche righe la spiegazione scientifica dell’Operazione Barbarossa che per molti borghesi resta qualcosa che solo la testa di Hitler, ormai più vuota della loro, saprebbe spiegare.

Fu proprio l’ascesa di Hitler senza colpo ferire degli stalinisti (e dei socialdemocratici, pronti ad usare la violenza contro la rivoluzione proletaria, come nel 1919, ma non contro la reazione fascista) che portò Trotsky a concludere che fossero necessari nuovi partiti comunisti e un’Internazionale nuova di zecca, la Quarta appunto, perché la Terza si stava trasformando in controrivoluzionaria. Ci vollero ancora cinque anni prima che la Quarta fosse varata ufficialmente, nel 1938 col ben noto Programma di Transizione. C’è chi ha visto questa scelta come troppo in ritardo o, invece, troppo in anticipo. Quello che conta sul piano storico, è che nei brevissimi anni che provò a costruirla, Trotsky fece ancora in tempo ad avere ragione al suo interno, nelle dispute feroci che l’accompagnarono sulla natura dell’Urss.

Non è secondario alla luce del crollo dell’Urss, che le teorie che volevano l’Unione Sovietica come un “capitalismo di stato” o come il primo stadio di un “collettivismo burocratico” che avrebbe pian piano coinvolto tutto il mondo, si siano rivelate errate, di contro a quella di Trotsky che la riteneva uno “stato operaio deformato” dalla burocrazia e poi degenerato. Per Trotsky, la pianificazione sovietica differiva profondamente dalla semi-statalizzazione dei fascismi o del New-Deal di Roosevelt: primo perché la pianificazione sovietica sviluppava come mai prima di allora le forze produttive, New-Deal e fascismi le imbrigliavano; secondo nessun stato capitalistico si sarebbe mai spinto, come pensava Bruno Rizzi, principale teorico della “burocratizzazione del mondo”, alla pianificazione integrale. Quanto al "capitalismo di stato", tra le varie contraddizioni a cui una simile teoria andava incontro, Trotsky segnalava che un capitalismo in qualunque salsa si fosse presentato, avrebbe sempre avuto bisogno di una classe che lo esprimesse, e la burocrazia non era una classe; inoltre, un capitalismo, anche di stato, sempre capitalismo era, pertanto non poteva eliminare le sue caratteristiche naturali, espansione, boom, recessione e cicliche crisi di sovrapproduzione.

Il crollo dell’Urss nel 1989-91 ha messo la parola fine anche queste dispute. Crollata l’Urss, il capitalismo mondiale si è avviato verso il più grande periodo di privatizzazioni che si ricordi, l’opposto di quanto teorizzato da Rizzi; inoltre le tristi immagini dei negozi vuoti in Russia, dimostrano come la crisi che portò alla dissoluzione dell’Urss fu una crisi di penuria, l’opposto di quello che viviamo dal 2008 in avanti, da quando il capitalismo è entrato nella sua più grande crisi da sovrapproduzione. Infine non si è mai visto il crollo di un capitalismo di stato che copre mezzo mondo, che non comporti anche un avanzamento per quanto parziale della classe operaia. Il fatto che in soli 30 anni la classe operaia su scala mondiale, sembri ricacciata indietro di secoli, la dice lunga su quale teoria sulla natura dell’Urss abbia avuto ragione. In effetti, sulle macerie dello stato sovietico, dal punto di vista teorico, troneggia l’analisi di Trotsky, troneggia cioè il marxismo. La ragione di Trotsky è la dimostrazione pratica di quanto ancora sia valido e brillante come metodo.

Mentre discuteva coi “suoi” sulla natura dell’Urss, Trotsky continuò ad aver ragione quando denunciò che il Patto Hitler-Stalin era il viatico della Seconda Guerra mondiale, non solo perché fu usato da Stalin per spartirsi la Polonia e fornire l’“amico” Hitler di armi e petrolio, al contrario di quello che vuole la vulgata stalinista che vede nella firma la necessità di prendere tempo (perdendolo!), ma anche perché giunse al termine di un altro disastro senza il quale la Seconda Guerra mondiale non sarebbe manco scoppiata: la sconfitta della guerra civile in Spagna. Nel 1936, con i contadini che a differenza della Russia del 1917, non volevano la terra per sé, ma formavano già da loro comuni, Stalin riuscì nell’impresa di riconsegnarla ai borghesi con la scusa di combattere Franco. Fu il “capolavoro” dei fronti popolari e della rivoluzione a tappe oggi appeso per sempre nel museo degli orrori controrivoluzionari. Il tutto condito dai soliti massacri di operai e comunisti.

Trotsky di fronte alla provocazioni staliniste che domandavano sofisticamente ai troskisti perché mai non difendessero la repubblica borghese quando la sua vittoria era per loro un passo avanti del progresso contro la reazione, sorrideva amaro e rispondeva così: «Senza rivoluzione proletaria, la vittoria della democrazia significa soltanto un giro a vuoto, per poi sfociare esattamente nel fascismo» (È possibile la vittoria? - 1937). Quel che avvenne puntualmente, anzi Franco non ebbe nemmeno bisogno del giro a vuoto della vittoria a tappe della impossibile rivoluzione borghese. La sconfisse subito grazie agli stalinisti e ai loro alleati/avversari anarchici, repubblicani e socialisti.

Trotsky era lontano, in Messico, si scusava incredibilmente per non poter essere più preciso, quando ancora oggi nessuno è stato più preciso di lui. Criticò aspramente il Poum di Andrés Nin, il partito “trostkisteggiante” più vicino se non alle sue posizioni, almeno alla sua sensibilità. Ma quando questo partito entrò nel fronte popolare subordinato ai borghesi, non lesinò parole di fuoco che portarono alla totale rottura. La critica a Nin e ai suoi fu così spietata che pure suo figlio, Lev Sedov, scrisse in una lettera amareggiata che così scoraggiava anche coloro che tutto sommato erano dalla sua parte.

Anche in questo caso sarebbe sciocco idealizzare Trotsky e negare che nelle parole del figlio non ci fosse qualcosa di vero sui limiti del carattere del padre. Ma non si può nemmeno dimenticare che per quanto fosse stata dura e implacabile la critica di Trotsky, se Nin e i suoi l’avessero ascoltata, avrebbero certo avuto le orecchie più lunghe di dieci centimetri e più rosse per le tremende tirate del “vecchio”, ma forse avrebbero avuto anche salva la vita. E con loro il proletariato spagnolo e mondiale.

Invece 80 anni dopo questa sequela interminabile di sconfitte e di vere e proprie batoste, l’obbiettivo che già allora, a causa dello sterminio di tutta la vecchia guardia bolscevica, era qualcosa di molto difficile, pare ora ancor più lontano. La Quarta resta divisa in mille rivoli e la strada per la sua ricostruzione sembra interminabile. Oggi i trotskisti sono pochi, ma se ieri facevano così paura che gli stalinisti li sterminavano e i borghesi gli rifiutavano il diritto di asilo politico, ora ai più, (almeno in Italia, perché in altri paesi, come in Argentina, non è così) come a Matteo Pucciarelli su La Repubblica, fanno sorridere.

Noi che abbiamo più sense of humor di lui, sappiamo da dove viene questo “sorrisino” di sufficienza: dalla superficialità e dal pressappochismo borghese e piccolo borghese. Solo a questo livello, infatti, si può credere che il trotskismo sia ridotto com’è ridotto per le “baruffe chiozzotte” sulle virgole. Infatti, senza voler assolutamente negare i nostri errori e le nostre insufficienze, noi trotskisti sappiamo bene che siamo ridotti come siamo ridotti per le sconfitte ormai secolari del proletariato, intervallate da un’unica grande vittoria che ha permesso anche le poche altre vittorie sempre mutilate da stalinisti e riformisti. Senza vittorie significative del proletariato, difficilmente il trotskismo potrà crescere, anche se ha sempre avuto ragione. E in fondo quando Pucciarelli ride della nostra “insignificanza” infischiandosene delle vittorie della classe operaia, dimostra che il problema non sta nelle virgole, ma nel suo linguaggio che non va più in là della sinistra, cioè del carrozzone del centro-sinistra, il carrozzone borghese della Repubblica, il quotidiano di “cretinismo parlamentare” per cui scrive. Se come a noi, gli stessero a cuore più le sorti del proletariato che del suo ombelico, capirebbe che le cose sono molto più complesse. Non possiamo sperare di crescere e basta come sperano gli altri partiti, altrimenti saremmo delle nullità intellettuali come i loro profeti sulla carta stampata.

Le baruffe con gli stalinisti e gli altri sedicenti comunisti – non lo scriviamo per Pucciarelli che non se lo merita – ma per quelli che ancora sinceramente lo credono, non sono affatto roba del passato. Anzi, come speriamo di aver mostrato, è roba più attuale che mai. Di più: la contrapposizione tra Trotsky e Stalin è il nodo cruciale per l’avanguardia del proletariato. Le baruffe sono necessarie perché la lotta allo stalinismo e ai suoi sottoprodotti, è la lotta tra chi vuole dare davvero al proletariato la possibilità di vincere, e chi lo vuole invece eternamente sconfitto.

Noi non possiamo vincere senza il proletariato perché le armi della critica non possono sostituire la critica delle armi. Senza farsi carne e sangue nella gran massa dei proletari, le idee del marxismo non possono vincere. Ma la condizione perché prima o poi si possano riallacciare alle masse, è che abbiano ragione almeno in via teorica. Col torto marcio che hanno avuto tutte le altre idee, si possono riallacciare solo altre sconfitte. Come in effetti avviene da 90 anni a questa parte.

Trotsky con la Quarta ha potuto solo arare il terreno. In 80 anni i frutti non sono stati dei migliori, eppure la pianta era e resta buona. Nonostante gli errori, il profumo di trotskismo è stato sufficiente per i migliori elementi per non smarrire il filo del bolscevismo. La pianta quindi può rinascere forte e rigogliosa.

Il trotskismo ha avuto ragione praticamente su tutto nella Storia recente. E anche noi nel nostro piccolo, abbiamo avuto ragione, nell’ultimo capitolo importante della Storia del movimento operaio italiano, quello relativo a Rifondazione Comunista. Come scrive Andrea Furlan ne I Forchettoni Rossi (Massari Editore, 2007) che ricostruisce la storia della fine ingloriosa di Rifondazione in parlamento, i trotskisti (racchiusi allora in Progetto Comunista) «sono stati gli unici nel Prc che hanno saputo formulare un’analisi esatta del bertinottismo e gli unici che lo hanno contrastato realmente, denunciando volta a volta i reali obbiettivi politici del Segretario».

Aver avuto ragione anche in Rifondazione ci dà la forza e la voglia di continuare. 80 anni fa, poco prima di essere colpito a tradimento, Trotsky guardava fuori dalla finestra colpito dalla meravigliosa limpidezza del cielo azzurro: «La vita è bella. Possano le generazioni future a purificarla da ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno». Questo scriveva nel suo testamento. E noi che siamo proprio quelle “sue generazioni future” lo raccogliamo. Oggi il cielo è azzurro come allora, solo velato dall’ulteriore imminente disastro ambientale prodotto dall’inquinamento. Mai come oggi, di fronte al capitalismo incapace di risolvere uno solo dei problemi dell'umanità, ribadiamo la nostra sacrosanta verità: o socialismo o barbarie.

Non siamo ancora riusciti, compagno Trotsky, a portare a termine il tuo stesso compito. Ma siamo felici di stare ancora nella tua stessa barca, perché non abbiamo trovato niente di più bello e affascinante del nostro marxismo. Il marxismo è più azzurro del cielo e assieme alle tue idee e al proletariato vincerà. Non avevamo dubbi allora, non abbiamo dubbi oggi.

Per Trotsky!
Per la Quarta Internazionale!
Per la Rivoluzione Mondiale!
Viva il bolscevismo!

Partito Comunista dei Lavoratori