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Ex Ilva, il gigante abbandonato che solo i lavoratori possono salvare


 Il 21 novembre Moody’s, società statunitense tra le principali nella valutazione della qualità e dell'indice di affidabilità dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria, ha deciso di alzare il rating del debito pubblico italiano, portandolo a Baa2 (da Baa3) con outlook stabile.


Il primo ministro Giorgia Meloni ha subito dichiarato: «Accogliamo con grande soddisfazione l'upgrade di Moody's sull'Italia, un risultato importante che non avveniva da 23 anni». E ha poi aggiunto: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l'impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Desidero ringraziare in particolare il ministro Giorgetti per lo sforzo costante e scrupoloso nella gestione dei conti. La promozione di Moody's è una conferma della fiducia dei mercati non solo nel governo, ma nell'Italia tutta».


IL GOVERNO MELONI E I SUOI FAVORI AL PADRONATO

Certo il governo ha ricevuto un riconoscimento, quello delle grandi società capitalistiche e finanziarie, di tutta la classe borghese e padronale nostrana ed internazionale, non certo quello della classe lavoratrice. Un riconoscimento da chi in questi anni di governo ha visto “gonfiare” le proprie tasche e fruttare i propri investimenti sulle pelle dei lavoratori, che viceversa hanno visto peggiorare la loro situazione con la perdita progressiva di potere di acquisto dei salari (ci sono contratti come quello dei metalmeccanici rinnovato dopo quasi due anni e 40 ore di sciopero), la contrazione dei diritti (vedi la recente legge sulla sicurezza), l’innalzamento nei fatti dei requisiti per accedere alla pensione e lo smantellamento dello stato sociale e dei servizi, primi fra tutti sanità ed istruzione.


LA FINANZIARIA 2026, L'ENNESIMO ATTACCO AI SALARIATI

Quella del governo è dunque solo una narrazione per gli sprovveduti, come conferma la recente manovra finanziaria, in fase di approvazione: una finanziaria che impoverisce ancora di più il lavoro, che si pavoneggia dicendo di aver tagliato le tasse, quando la maggior parte dei lavoratori non vedrà nessun aumento in busta paga, se non una vergognosa elemosina. Una finanziaria che vede crescere la spesa per gli armamenti, a scapito di sanità, scuola e servizi. Un governo che sceglie di costruire un costosissimo ponte sullo stretto di Messina e che a fronte del “tesoretto” accumulato con il fiscal drag (frutto dei rinnovi contrattuali già effettuati) non ridistribuisce nulla alle masse.
Una narrazione che vuole mettere a tacere le tante situazioni di crisi aziendali, specie nel settore automotive e metalmeccanico, fingendo di occuparsene e dichiarando che i lavoratori non saranno lasciati soli.


IL BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE DEL GOVERNO VERSO IL LAVORO: IL CASO DEGLI STABILIMENTI EX ILVA DI GENOVA E TARANTO

Fra le situazioni di crisi più dimenticate c’è quella dell’ex Ilva che proprio nell’ultimo mese si è acutizzata, mettendo ancor di più una seria ipoteca sul futuro di migliaia di lavoratori. La storica impresa siderurgica fondata agli inizi del Novecento e divenuta nel pieno del boom economico il centro del polo siderurgico italiano con il nome di Italsider, entrò in crisi a metà anni ’80 e passò, come noto, nel 1995 nelle mani della famiglia Riva, che avrebbe attuato una spregiudicata opera di sfruttamento degli impianti, senza operare nessun intervento di ammodernamento e di bonifica ambientale.

Proprio agli ’90 risalgono le prime battaglie combattute dalle comunità che risiedono nelle vicinanze degli stabilimenti ex Ilva in difesa della salute. La conseguente iniziativa della magistratura per far luce sui vari reati ambientali e i danni alla salute, costrinse lo Stato ad intervenire per impedire la chiusura del polo siderurgico.

Dopo la fallimentare gestione della cordata ArcelorMittal e Marcegaglia, che di fatto non ha mai fatto alcun investimento per bonificare e rimodernizzare gli impianti, lo Stato italiano si vede costretto ad intervenire nuovamente con capitale pubblico nella gestione dell’ex Ilva, sostituendosi alla precedente amministrazione e creando una nuova società con il nome di Acciaierie d’Italia.

E dunque eccoci arrivati ai giorni nostri: dopo alcuni tentativi per individuare un nuovo acquirente, nessuno andato in porto, l’attuale governo l’11 ottobre convoca i sindacati per comunicare loro il nuovo piano, che nei fatti è l’ammissione di essere in un vicolo cieco, anticamera della chiusura definitiva degli stabilimenti. Dopo le promesse fatte a luglio di avviare un piano industriale vero che prevedesse la costruzione di tre forni elettrici per la produzione dell’acciaio in sostituzione degli obsoleti altoforni e quindi garantisse l’effettiva decarbonizzazione del processo produttivo e il risanamento ambientale, il governo sostanzialmente ha fatto un passo indietro.


LA CASSA INTEGRAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE, DUE STORICHE ARMI DEL PADRONATO

Il nuovo piano presentato prevede infatti dal 15 novembre l’incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. Nel frattempo, saranno avviate opere di manutenzione agli altoforni e dal 1° gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6 mila unità in cassa integrazione. Sarà dunque avviato un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale. Questo significa che sarà mantenuta solo la produzione necessaria per il pagamento delle spese correnti e che quanto prodotto verrà immediatamente venduto, anziché essere inviato agli altri stabilimenti del gruppo a Genova, Novi Ligure e Racconigi, portando nei fatti migliaia di lavoratori verso la cassa integrazione e in prospettiva futura alla perdita del posto di lavoro.

Di fronte a questa situazione, FIOM, FIM e UILM hanno proclamato 24 ore di sciopero, con forti proteste e presìdi da parte dei lavoratori, che hanno anche bloccato strade ed autostrade, specie nel capoluogo ligure; intenzionati a indurre il governo a fare marcia indietro. E così, almeno in parte, è avvenuto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e, a cascata, di tutti gli altri stabilimenti d’Italia. Nel decreto legge, non ancora pubblicato, il governo autorizza Acciaierie d’Italia a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.

I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. È questo il motivo per cui l’impianto, che il governo vorrebbe vendere tra molte difficoltà, esiste ancora. Infine, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva nel Nord Italia (quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi), come richiesto dai sindacati.


SOLO I LAVORATORI POTRANNO SALVARE GLI STABILIMENTI EX ILVA

La pronta protesta dei lavoratori ha dunque scongiurato, almeno per il momento, la chiusura degli stabilimenti, ma fino a quando? Di fronte ad una situazione che definire drammatica è riduttivo, i lavoratori devono smettere di appellarsi unicamente all’intervento del governo. Le intenzioni di quest’ultimo sono chiare: vendere il prima possibile gli stabilimenti ex Ilva ad uno nuovo acquirente, che mai si sobbarcherà per intero la ristrutturazione e la bonifica degli impianti. E qualora venisse individuato, la prima delle richieste sarebbe quella di ridurre il personale per contenere i costi.

Altrove in Europa, come in Germania, Svezia e Finlandia, sono in atto processi di riconversione degli impianti produttivi per passare dalla tecnologia degli altoforni, ormai obsoleta ed inquinante, a quella dei forni elettrici, con riassorbimento dell’intera manodopera, impiegandola in quelle attività di preparazione della materia prima necessaria per i nuovi cicli produttivi o nella logistica. Il tutto avviene però in aziende a partecipazione statale e con l’impiego di grandi investimenti pubblici. In Italia questa strada è percorribile? A ben vedere le intenzioni del governo sembra di no. E poi in un’economia che sempre di più diventa economia di guerra con ingenti spese negli armamenti, le possibilità di un intervento dello Stato si riducono sempre di più.

E dunque che fare? I lavoratori hanno un’unica possibilità che è quella di mettersi in lotta permanente, con uno sciopero prolungato che sfoci nella nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti gli stabilimenti. Nazionalizzazione che deve garantire la piena riconversione e bonifica di tutti gli impianti e il riassorbimento completo di tutta la manodopera in forza all’azienda. La lotta deve però vedere i lavoratori di tutti gli stabilimenti uniti nello stesso intento.
Sbagliatissima la dichiarazione del delegato FIOM dell’ex Ilva di Genova, storico dirigente di Lotta Comunista, quando dice che «se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare con loro». Un delegato sindacale non può pronunciare parole di questo tipo.

Un’organizzazione sindacale non deve limitarsi a “coltivare il proprio orticello”; deve invece sempre porsi in difesa di tutti i lavoratori, senza distinzioni geografiche o di altro tipo.
I lavoratori uniti devono quindi battersi per la costituzione di consigli di fabbrica che consentano loro di organizzarsi e individuare le forme di lotta più idonee; per uno sciopero generale e unificato a oltranza (chiedendo la solidarietà di tutti i lavoratori dell’industria e non solo) per il conseguimento della nazionalizzazione dell’impresa sotto il loro controllo; per una cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa che veda anche l’occupazione di tutti gli stabilimenti ex Ilva in Italia, evitando così di cadere nella linea che l’allora segretario della FIOM Landini adottò nella lotta contro la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ovvero della lotta stabilimento per stabilimento. Per la creazione di un coordinamento nazionale di tutte le fabbriche in lotta contro chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti, diretto dai lavoratori e non dalle burocrazie sindacali.

Solo agendo in questo modo e prendendo in mano direttamente le redini della lotta i lavoratori hanno la possibilità di salvaguardare il loro posto di lavoro e il loro futuro.
Ma guardando più in profondità, la loro lotta, per quanto agguerrita, rischierebbe di rimanere un fatto isolato, se non venisse inserita in un percorso più generalizzato che metta in discussione l’attuale sistema capitalista, con tutto il suo apparato di sfruttamento ed impoverimento da parte della classe padronale ai danni dell’intero proletariato, per sostituirlo con una società governata finalmente dai lavoratori, il socialismo, senza più sfruttati e sfruttatori, dove diritti e vita dignitosa siano garantiti a tutto il proletariato mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Presidio per i lavoratori Sovia – SGB denuncia ancora una volta la “terra di mezzo” del sistema delle cooperative

Intervento di Antonio, sindacalista SGB, al presidio di Ravenna del 22 luglio 2020
Tutte le volte che ci imbattiamo in una condizione come quella dei lavoratori di Sovia rileggiamo un testo di un magistrato del lavoro ravennate che molto ha indagato sulle condizioni di lavoro nel nostro territorio.
Ad introduzione di questa manifestazione cito alcune frasi di questo testo che offre immediatamente a tutti la chiave di lettura della vertenza dei lavoratori di Sovia.
– scrive il magistrato (1) – L’esperienza pratica e processuale evidenzia, come il principale terreno per la compressione dei diritti e la sottotutela dei lavoratori sia costituito oggi dai processi di scomposizione dell’impresa all’interno delle catene produttive, la sua frammentazione organizzativa, che si realizza attraverso lo strumento dell’appalto, del subappalto.
Ci sono più modelli in cui si realizza questa compressione dei diritti.
Una versione legale tramite il contratto di somministrazione con un’agenzia interinale oppure attraverso il contratto di appalto.
Una versione illegale che si presenta si presenta in due versioni; una di manifesta illegalità di vero e proprio caporalato e una più ambigua dove vi è fatto intermediazione illecita di manodopera.
In questa terra di mezzo − della compressione legale ed illegale dei diritti del lavoro − sono fiorite le migliaia e migliaia di imprese, senza mezzi né capitali, più o meno subdole; e si è ricreato quel mercato delle braccia all’interno del quale si è appaltato di tutto e di più, dando vita a quell’economia del sommerso e dell’illegalità, fatta di appalti e subappalti, di cooperative spurie e contratti pirata, di ricatti e peggioramento delle condizioni reali di vita e del lavoro delle persone
In questa terra di mezzo − della compressione legale ed illegale dei diritti del lavoro − quasi sempre si trova una cooperativa cd. Spuria, cioè una falsa cooperativa.
In questa terra di mezzo si trova il sistema degli appalti di Marcegaglia, in questa terra di mezzo si trova la cooperativa SOVIA.
Sovia (l’acronimo sta per Soluzioni Vincenti per le Aziende) entra nello stabilimento nel 2018.
Sovia non è esperta di movimentazioni merci a livello industriale. Nel suo statuto c’è di tutto, compresa la produzione cinematografica…
Non ha macchinari da portare alla Marcegaglia (è il committente che glieli mette a disposizione).
Non ha neanche i lavoratori da impiegare alla Marcegaglia.
Per il reclutamento si rivolge ad un’agenzia interinale. Un reclutamento molto particolare. I lavoratori vengono formati dall’agenzia a loro spese e alla consegna dei soldi gli viene detto che non è possibile rilasciare lo scontrino. Il costo del “corso”, o meglio il costo per potere lavorare, è variabile: per alcuni 170 € per altri il costo è di molto più alto.
Ecco il primo elemento di quella versione illegale di appalto.
Assunti da Sovia i lavoratori vengono collocati in uno dei livelli più bassi del contratto della Metameccanica.
Sono tutti a tempo determinato, ma assieme all’assunzione diventano soci della cooperativa.
Sono soci ma non hanno mai potuto partecipare ad un’assemblea per approvare il bilancio della cooperativa, per eleggere il consiglio di amministrazione. Di fatto sono “finti” soci, come di fatto Sovia è una finta cooperativa.
Come cooperativa può però utilizzare la legge sul socio-lavoratore e peggiorare condizioni economiche e normative dei contratti di lavoro. E ancora siamo nell’illegalità.
Lo fa deliberando lo “stato di crisi”. Sovia, nel giro di tre anni, moltiplica il suo fatturato di 800 volte, però dichiara di essere in crisi e in questo modo può togliere il 10% dalla stipendio dei lavoratori, un vero e proprio “furto” di salario. Un altro elemento di illegalità
Fra livelli bassi e furto del 10%, le retribuzioni dei lavoratori della Sovia sono di 400€ in meno ad altri lavoratori con la stessa mansione che lavorano nello stabilimento.
E’ un trattamento che riserva ai lavoratori più ricattabili. I lavoratori di Sovia sono in maggioranza stranieri, provenienti dall’Africa occidentale. La precarietà del loro contratto assieme alla temporaneità del loro permesso di soggiorno, una la miscela per garantire il massimo di ricattabilità.
Per Sovia sono lavoratori che devono solo ringraziare per “essere stati tolti dalla strada” (un classico del razzismo dei padroni).
I lavoratori però non ci stanno e appena ottengono il contratto a tempo indeterminato un primo gruppo di lavatori si rivolgono al sindacato e decidono di organizzarsi con SGB.
Nei giorni successivi tutti i nostri iscritti vengono rimproverati dai responsabili di Sovia per essersi iscritti a SGB. Altri lavoratori che avevano l’intenzione di aderire a SGB hanno paura di perdere il lavoro e rinunciano all’iscrizione.
Oltre alle minacce Sovia trova un’altra soluzione vincente: un sindacato di “comodo” a cui fare iscrivere i lavoratori.
I responsabili distribuiscono le deleghe di quel sindacato. Assieme al contratto a tempo determinato si firma l’iscrizione al sindacato del padrone.
Mentre sono espulsi dalla fabbrica lavoratori a tempo determinato sospettati di essere simpatizzanti di SGB, vengono assunti parenti e amici del responsabile territoriale di quell’organizzazione sindacale.
Responsabile territoriale che accusa SGB di attaccare una piccola cooperativa dove tutti i lavoratori “sono stracontenti di come vengono trattati, dove non ce n’è uno che si lamenti”.
Addirittura all’incontro che abbiamo ottenuto grazie alla Prefettura, il Presidente di Sovia si è presentato con il Rappresentante Aziendale di quel sindacato, nella sua delegazione. Un sindacato parte della delegazione del padrone.
Dopo il primo sciopero sono partite nuove minacce. I responsabili della Sovia hanno detto ai lavoratori che daranno la lista degli iscritti a SGB alla Marcegaglia per buttarli fuori dalla fabbrica.
I lavoratori però non si fermano ed oggi sono di nuovo in sciopero e non si fermeranno sino a che non sarà rimosso il sistema illegale di Sovia, fino a che non ci sarà la restituzione del 10%, sino a che non finiranno le discriminazioni sindacali ed anche razziali.
Anche SGB ha soluzione vincente, non per le aziende, ma una soluzione vincente per i lavoratori.
La lotta determinata dei lavoratori e la solidarietà di tutti voi. Sappiamo che sarà una lotta dura e lunga, ma non ci fermiamo… grazie anche a chi ci dimostra solidarietà sappiamo che resisteremo un minuto di più di Sovia.

(1)
https://www.questionegiustizia.it/articolo/cooperative-spurie-ed-appalti-nell-inferno-del-lavoro-illegale_30-04-2019.php

Altre foto della manifestazione:


Partito Comunista dei Lavoratori - Sez. Romagna

Grave atto intimidatorio questa notte nei confronti di un rappresentante SGB di Ravenna

La sezione Romagna del PCL esprime la più sentita solidarietà di classe ad Antonio, delegato SGB, contro l’aggressione di stampo mafioso-fascista che ha ricevuto nella notte di ieri. Nella notte del 20, degli ignoti hanno infatti squarciato tutte e quattro le gomme della vettura di Antonio. Un chiaro avvertimento indirizzato a un delegato che sta affrontando insieme a SGB due importanti vertenze che riguardano la Marcegaglia di Ravenna, da un lato la vicenda Ferrari, e dall’altro la vicenda LB Coop, in cui sono emerse condizioni di lavoro vergognose e gravi situazioni al limite del caporalato.

Un’azione sindacale incisiva e sicuramente scomoda, stando alle parole stesse dell’impresa che dichiara “guerra” agli iscritti SGB.

Questi gesti infami compaiono quando un sindacato finalmente cessa di essere concertazione a tutti costi, scivolando a volte nella connivenza, per ridiventare davvero sindacato, ossia tutela e difesa dei diritti dei lavoratori. Siamo certi che il lavoro e la lotta di delegati e lavoratori appartenenti a SGB non si fermerà davanti a un’infame intimidazione.
Il PCL Romagna, che è sempre stato a fianco dei lavoratori Ferrari e LB Coop, rinnova la sua vicinanza in primis ad Antonio e a tutti i delegati SGB del territorio, ma anche a tutti i lavoratori delle cooperative colpite dalla vergognosa guerra di classe portata avanti dal padronato.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

Né la pioggia né le cariche…


13 Novembre 2017
Oggi i lavoratori ex Ferrari e i lavoratori LB hanno iniziato il proprio presidio di protesta alle 5.00 del mattino davanti alla Marcegaglia di Ravenna, tra raffiche di vento e pioggia incessante. I lavoratori ex Ferrari stanno ancora attendendo l’impiego promesso in sede di accordo il 31 agosto e stanno assistendo con rabbia alla loro sostituzione con altri operai. I 15 rimasti si trovano nella paradossale situazione di essere licenziati non perché il lavoro non ci sia, ma per pura volontà politica. Per rappresaglia e per punizione. E nella completa indifferenza delle istituzioni del territorio, guidate da quegli stessi partiti che hanno varato le più nefaste riforme antioperaie e filopadronali. Sulla loro pelle e su quella delle loro famiglie si consuma un brutale atto di crudeltà padronale: il loro reintegro servirebbe da esempio agli altri lavoratori, starebbe a significare che con la lotta e la solidarietà operaia si ottengono dei risultati. E questo, chiaramente, per il padronato è inammissibile.

Eppure, nonostante tutto, la lotta si è estesa, e la solidarietà tra i lavoratori continua: gli appartenenti alla cooperativa LB hanno avuto la forza di denunciare tramite il loro sindacato SGB la situazione terribile che stanno vivendo, fatta di pasti consumati a terra, cambio dei vestiti nei piazzali, mancata garanzia del diritto ai permessi e alle ferie, nemmeno per le cure mediche.

Davanti all’indisponibilità al dialogo delle aziende coinvolte, in primis Marcegaglia, i lavoratori non hanno potuto far altro che tentare un blocco merci respinto dalla celere in assetto antisommossa. Questa è la ricetta del padronato quando si chiedono salario e diritti. Questa è la reazione quando si chiede il rispetto dei patti e persino delle più basilari condizioni di sicurezza, salute e lavoro.

Noi del Partito Comunista dei Lavoratori, con le sezioni Romagna e Bologna, siamo accanto ai lavoratori ex Ferrari ed LB-Coop in ogni iniziativa di lotta presente e futura.
È fondamentale unire le rivendicazioni e le vertenze dei lavoratori dello stesso stabilimento, a prescindere dalle diverse condizioni a cui operano, e unire ogni vertenza a una rete di vertenze territoriali: è necessario che i lavoratori prendano coscienza che uniti sono più forti, che non esistono lavoratori intoccabili, che l’attacco senza precedenti ai loro diritti toccherà tutti prima o poi.

A questi attacchi crescenti, ingiustificati se non per la sete di profitto dei padroni, si può solo rispondere con la lotta.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna
http://www.resistere.net/