Justin Akers Chacon
Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni di metà mandato (midterm), emergono segnali che indicano che Trump e il Partito Repubblicano siano destinati a subire una sconfitta significativa, perdendo forse il controllo di entrambe le camere del Congresso. E ciò sta accadendo nonostante il tentativo autoritario e repressivo di Trump di limitare il voto in vari modi.
Ciò sta avvenendo inoltre in un contesto di corruzione dilagante – con Trump che, ad esempio, ha promesso di pagare 5.000 dollari a ciascun elettore statunitense in caso di vittoria dei repubblicani – e nel mezzo di una campagna di repressione statale contro gli attivisti anti-ICE e pro Palestina, volta a soffocare il dissenso. Il tasso di gradimento di Trump è sceso recentemente, in alcuni sondaggi, fino al 32%, il quarto più basso mai registrato per un presidente in carica nella storia. Il 55% degli elettori ritiene che le politiche di Trump abbiano avuto un impatto negativo diretto sulla propria vita.
Alcuni settori del Partito Repubblicano stanno rompendo apertamente con Trump su questioni politiche, specialmente in luoghi elettoralmente in bilico come Florida, Iowa, Kentucky, Maine, Michigan, Ohio, Pennsylvania, Utah e Wisconsin. In particolare, si stanno distanziando da Trump sulla guerra contro l’Iran, sui dazi, sulla crisi economica e sull’inflazione in aumento, con particolare riferimento al costo degli alloggi e ai prezzi del carburante. La base sociale che nel 2024 ha portato Trump alla vittoria si è incrinata e indebolita, con settori del suo elettorato che lo avevano votato in massa e che ora si stanno allontanando da lui.
Ad esempio, il tasso di approvazione di Trump tra gli elettori delle zone rurali è sceso dal 54% nei sondaggi di giugno al 42% in quelli di agosto, mentre la disapprovazione è salita dal 42% al 52%. I sondaggi mostrano inoltre che la maggioranza degli elettori bianchi della classe operaia non approva più la gestione dell’economia da parte di Trump. I sondaggi utilizzano la categoria degli «elettori bianchi senza titolo di studio universitario» come indicatore degli elettori della classe operaia. I principali sondaggi mostrano indici di disapprovazione compresi tra il 57% e il 67% in questa fascia demografica. Un terzo indicatore è il sostegno tra gli elettori latini, che nel 2024 hanno votato in numero maggiore per Trump. Anche il sostegno da parte della comunità latina sta crollando.
Secondo i sondaggi nazionali dell’ultimo mese, i democratici superavano i repubblicani tra i probabili elettori latini di 35 punti percentuali, con il 64% contro il 29%. È inoltre interessante notare che diversi siti di sondaggi e persino i siti di scommesse online attribuiscono tutti ai democratici una maggiore probabilità di ottenere una vittoria schiacciante. Ad esempio, Kalshi attribuisce ai democratici una probabilità del 62% di conquistare entrambe le camere del Congresso. Anche i sondaggi della NBC News e altri siti di sondaggi apartitici attribuiscono ai democratici circa il 60% di probabilità di conquistare entrambe le camere del Congresso.
Questo è quindi il quadro generale emerso dai sondaggi. Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni, si presta molta attenzione anche a ciò che Trump sta facendo e a ciò che potrebbe fare per cercare di influenzare i risultati, qualora questi fossero sfavorevoli al Partito Repubblicano. Trump e il Partito Repubblicano stanno cercando di limitare il voto in ogni modo possibile. Ma con un sostegno in rapido calo, soprattutto all’interno della sua stessa base, le possibili azioni al di fuori della legalità che potrebbe intraprendere per controllare, influenzare o addirittura respingere i risultati elettorali potrebbero solo provocare opposizione e resistenza di massa.
IL PARTITO DEMOCRATICO E I DEMOCRATIC SOCIALISTS OF AMERICA (DSA)
Il calo di consensi nei confronti del regime di Trump, della destra e del Partito Repubblicano non ha nulla a che vedere direttamente con il fatto che il Partito Democratico possa rappresentare una sorta di alternativa sostanziale. In realtà, il partito sta offrendo solo gesti simbolici di opposizione alle principali politiche di Trump. Sta conducendo una campagna volta a far sì che Trump si candidi contro se stesso. Mentre se ne stanno in disparte senza offrire alcuna alternativa reale e tangibile, l’unica eccezione è l’ascesa e l’impennata dei Democratic Socialists of America (DSA) all’interno del Partito Democratico. I DSA costituisce ora l’ala sinistra del Partito Democratico, un partito politico palesemente capitalista e di destra.
Soprattutto dopo l’elezione di Mamdani a sindaco di New York, si è registrato un ulteriore aumento delle adesioni ai DSA. Le stime oscillano ora tra i 120.000 e i 160.000 membri. È importante riconoscere che la maggior parte delle persone che si iscrivono ai DSA si registrano di fatto come elettori del DSA (negli USA è necessario dichiarare un’affiliazione politica al momento del voto, ndt). Si iscrivono online e poi votano. Fino a 5.000 membri dei DSA, forse anche di più, sono coinvolti in attività politiche od organizzative, la maggior parte delle quali consiste nell’organizzazione di campagne elettorali a livello locale e statale.
Al 22 settembre, secondo il DSA Election Tracker, che monitora tutte le elezioni del 2026, dalle primarie alle elezioni generali, 67 membri dei DSA hanno vinto e 60 hanno perso finora nella corsa alle primarie del Partito Democratico. Altre 64 competizioni elettorali, tra cui molte delle più importanti, si decideranno in occasione delle elezioni. Le sezioni territoriali dei DSA presentano 191 propri candidati in tutto il Paese, per lo più alle elezioni locali, ma anche a quelle statali e in alcune elezioni federali. Inoltre i DSA stanno appoggiando ufficialmente altri circa 100 democratici che si candidano alla loro destra. Nazionalmente i DSA hanno appoggiato solo 29 di essi.
Allo stesso tempo, nella sinistra tradizionale e in quella socialista riformista c’è grande attesa che Alexandria Ocasio-Cortez annunci presto la propria candidatura alla presidenza nel 2028.
Ci sono numerosi indicatori in tal senso, tra cui il fatto che abbia preso pubblicamente le distanze dalla sua precedente linea politica “di sinistra”, allontanandosi da slogan come “tagliare i fondi alla polizia”, “abolire l’ICE” e altri simili, affermando che questi erano il prodotto della pandemia, del «woke 1.0», e definendoli «tempi folli». In realtà, sta reinventando se stessa e si sta presentando come una gestrice responsabile dello Stato capitalista. Lei e Bernie Sanders, in qualità di detentori del potere e del denaro di questa ala del Partito Democratico, cercano di disciplinare e moderare le frange più di sinistra dei DSA, scegliendo chi sostenere in base alla “ragionevolezza” delle loro politiche.
Ma continua a esserci uno spostamento verso sinistra nel quadro della polarizzazione della società statunitense. Un sondaggio pubblicato di recente dalla rivista Time riporta che «il 43% degli americani ha un’opinione positiva del socialismo, la percentuale più alta da quando Gallup ha iniziato a monitorare questo dato nel 2010». L’ultima indagine, condotta dal 3 al 24 agosto scorso, ha rilevato che il socialismo ha guadagnato terreno con il passare del tempo, mentre diversi concetti economici pro mercato hanno perso popolarità. Il socialismo si colloca ora davanti alle grandi imprese negli Stati Uniti, il cui indice di gradimento è sceso al 35% dal picco del 58% registrato nel 2012.
Pertanto, l’ascesa dell’ala sinistra DSA all’interno del Partito Democratico capitalista e un crescente orientamento favorevole al socialismo tra molti elettori della classe lavoratrice del Partito Democratico hanno portato alcuni settori all’interno di questo partito a dichiarare guerra ai DSA e al socialismo invece di combattere la destra, con l’obiettivo di espellere dal partito i DSA e le posizioni favorevoli al socialismo. Ad esempio, il think tank democratico di destra Third Way ha stanziato 15 milioni di dollari, a partire dalle elezioni di novembre fino alle elezioni generali del 2028, per contrastare e screditare i DSA.
Quindi, in sostanza, un’ala del Partito Democratico sta ora combattendo contro la propria ala sinistra. Otto membri democratici della Camera dei Rappresentanti hanno recentemente votato insieme ai repubblicani per adottare una risoluzione che denuncia formalmente il socialismo e i DSA. E negli Stati Uniti, in questo momento, Trump e l’estrema destra, attraverso tutta la base MAGA stanno ovviamente intensificando la retorica contro i DSA e il socialismo. L’antisocialismo e l’anticomunismo sono una caratteristica fissa e permanente della politica statunitense dal punto di vista storico, tirata fuori e trasformata in arma soprattutto quando il malcontento sociale e la polarizzazione di classe si intensificano.
La retorica antisocialista e anticomunista viene espressa come obiettivo politico primario in vista delle elezioni. Trump ha recentemente dichiarato che i DSA sono «la più grande minaccia per gli Stati Uniti. Una minaccia più grande di qualsiasi guerra, compreso l’11 settembre». Subito dopo è andato a incontrare Mamdani alla Gracie Mansion di New York City. È chiaro che ci sono evidenti contraddizioni in tutto ciò.
LA GUERRA ALL’IRAN E L’IMPERIALISMO USA
Nel complesso, il 74% degli elettori statunitensi dichiara di opporsi alla guerra di Trump contro l’Iran. Si tratta del 97% dei democratici e dell’82% degli indipendenti. Gran parte del recente calo di sostegno proviene dai repubblicani. Nel marzo di quest’anno, il 73% dei repubblicani approvava il modo in cui Trump stava gestendo la situazione. Ora, quella percentuale è scesa al 60%, con il 40% che ora si dichiara contrario alla guerra. Il 76% degli intervistati, complessivamente, ritiene che la guerra sia stata un errore. La debacle della guerra contro l’Iran sta provocando significative ripercussioni nella politica statunitense. Si sta diffondendo sempre più la consapevolezza che essa abbia indebolito l’impero e creato una frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo.
La guerra ha dato fiducia agli houthi yemeniti per portare avanti una campagna, finora coronata da successo, contro l’Arabia Saudita e i suoi alleati nello Yemen. A quanto pare, gli Stati Uniti hanno avuto le mani legate sulla questione saudita, in parte perché Trump teme ulteriori sconfitte e imbarazzi qualora riprendesse gli attacchi contro l’Iran o venisse coinvolto direttamente nel conflitto yemenita, con conseguenti ulteriori contrattacchi e restrizioni alla circolazione del petrolio, specialmente attraverso lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab al-Mandab.
Vi sono considerazioni di natura militare, quali una significativa riduzione dei missili intercettori disponibili, il basso morale delle truppe e, naturalmente, la massiccia opposizione interna. Ciò limita le opzioni degli Stati Uniti. La sconfitta e la ritirata degli Stati Uniti hanno creato un vuoto, accrescendo l’influenza e il ruolo globale della Cina, nonché un vuoto militare che si sta tentando di colmare, ad esempio, con l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, che unisce l’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan in un patto di difesa reciproca. Queste potenze capitalistiche regionali si stanno affrettando a stringere nuovi accordi di difesa e ad allontanarsi dall’affidamento esclusivo all’ombrello militare imperialista statunitense.
Le battute d’arresto in Medio Oriente non hanno impedito all’Impero di proseguire faticosamente in altre parti del mondo, specialmente in America Latina, dove ha continuato la guerra contro Cuba, ha affermato il proprio controllo sul Venezuela e sul suo petrolio e sta rafforzando alleanze politiche e militari con regimi di estrema destra in tutta la regione. Tutto ciò prosegue nell’ambito dell’attuazione della “dottrina Trump”, che vede la costruzione di queste alleanze per combattere il “narcoterrorismo” come un pretesto per condurre future guerre di aggressione nella regione e, in ultima analisi, per reprimere potenziali rivolte e movimenti rivoluzionari futuri.
Purtroppo, il livello di protesta attiva contro la guerra rimane ancora basso rispetto a questa opposizione. Esiste quindi una contraddizione, un divario tra il sentimento contro la guerra e la sua manifestazione in un movimento contro la guerra.
SOCIALIST HORIZON E LA UNITED LEFT PLATFORM
In questo contesto, Socialist Horizon (sezione statunitense della LIS, ndt) è cresciuta nell’ultimo anno. Siamo un’organizzazione socialista militante che cerca, apertamente e con fiducia, di ricostruire un movimento socialista rivoluzionario all’interno dello spostamento generale a sinistra e della polarizzazione. Stiamo cercando, insieme ai nostri compagni della United Left Platform, di rappresentare un audace polo socialista rivoluzionario per i lavoratori e gli studenti che guardano e si muovono verso sinistra.
Ci sono importanti opportunità di intervento politico per la sinistra socialista e rivoluzionaria, opportunità di contribuire a guidare il movimento e crescere in modo significativo. Se interveniamo con sicurezza attraverso la nostra politica, dimostriamo la capacità di condurre la lotta di classe proporzionalmente alle nostre dimensioni e al nostro intervento, laddove siamo organizzati.
Questa è la direzione che Socialist Horizon sta cercando di seguire all’interno della Unided Left Platform, riconoscendo che, anche in questo momento, la sinistra rivoluzionaria può operare al di sopra e oltre le nostre attuali dimensioni, esercitare influenza e relazionarsi con un numero maggiore di persone. Ci aspettiamo e speriamo che queste possibilità aumentino nel prossimo periodo.
